Alessandro Manzoni

Discorso sopra alcuni punti

della storia longobardica in Italia

Edizioni di riferimento

Opere di Alessandro Manzoni, a cura di Mario Martelli, prefazione di Riccardo Bacchelli, Firenze, Sansoni 1973

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note a cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

CAPITOLO IV.

D’UNA OPINIONE MODERNA

SULLA BONTA’ MORALE DE’ LONGOBARDI.

Non molto dopo il principio del secolo scorso, alcuni scrittori portarono, de’ barbari invasori dell’impero romano, un giudizio molto più favorevole di quello invalso nell’opinione comune: e i Longobardi specialmente ebbero, non solo apologisti, ma panegiristi celebri. Il sentimento di questi fu poi quasi generalmente seguito dagli scrittori posteriori, e divenne una specie di moda. Tra le varie cagioni di questa rivoluzioncella d’idee, una sarà stata certamente l’essere oramai stucchi dell’antica opinione, non mai ragionata e sempre ripetuta da una folla di prosatori che per la forza dell’argomentazione non la cedevano ai poeti, da una folla di poeti che per l’entusiasmo non la cedevano ai prosatori: prosatori e poeti, i quali, di padre in figlio, deploravano da secoli l’invasione de’ barbari, lo scettro dell’universo strappato di mano alla Donna del Tebro, gli archi atterrati, la civiltà distrutta; e dipingevano così a gran pennellate i barbari come feroci, immani, rozzi e bestiali. Alcuni di que' pochissimi a cui non piacciono i giudizi senza discussione, e i resultati senza analisi, si misero allora a frugare in quella barbarie; e non c’è da maravigliarsi che siano stati disposti a ricavarne un’opinione diversa, e ad attenersi a quella; come l’infermo giaciuto per un pezzo da una parte, trova un sollievo nel rivoltarsi dall’altra.

Ma per restringerci ai Longobardi, il fondamento sul quale principalmente è stata stabilita l’opinione della loro bontà morale, e della loro dolce maniera di vivere e di lasciar vivere, è il famoso passo di Paolo Diacono: « Questo c’era di mirabile nel regno de’ Longobardi, che non si sentiva mai parlare, nè di violenze, nè d’insidie, nè d’angherie: mai un furto, nè un assassinio: ognuno girava a piacer suo, con la maggior sicurezza [1]. »

Il Giannone cita questo passo come una prova, dopo aver definita così la dominazione longobardica: « Regno ancorchè nel suo principio aspro, ed incolto, pure si rendè da poi così placido e culto, che per lo spazio di duecento anni che durò, portava invidia (sic) a tutte l’altre Nazioni [2]. »

Il Muratori, sostenendo il passo medesimo contro un’obiezione del Baronio, osserva che i mali fatti da’ Longobardi ne’ paesi nemici non provano nulla contro l’asserzione di Paolo, che nel regno loro si godesse questa invidiabil tranquillità [3]. E per lasciar da parte molt’altri, il Denina lo cita ugualmente come una prova; acconsentendo però al Baronio che si levi qualcosa da un elogio che viene da un autore parziale [4].

Ecco l’obiezione del Baronio: « Così Paolo; ma è un Longobardo che parla: e parlano ben diversamente gli altri, che erano vissuti in quel tempo, e principalmente Gregorio papa, il quale a que' Longobardi dà, per i loro eccessi, il titolo di nefandissima nazione, e riferisce di essi cose affatto, contrarie a quelle che racconta Paolo [5]. »

Ma per levare ogni autorità a quella testimonianza, non ci pare che ci fosse bisogno di ricorrere alla nazionalità del testimonio. Bastava osservare più esplicitamente che Paolo parla del regno d’Autari, cioè di cose passate da circa due secoli. Per render sospetta la verità d’un fatto storico, principalmente di tempi illetterati, si crede con tutta ragione, che basti il non trovarlo riferito se non da uomini venuti molto tempo dopo; e qui non si tratta d’un fatto particolare, ma d’un vasto complesso di fatti, dello stato d’un paese. Di più, lo storico, il quale lo chiama uno stato maraviglioso, ne accenna poi qualche cagione? Nessuna. Se ne può forse vedere la preparazione e il presagio ne’ fatti antecedenti? Paolo medesimo risponde che, nell’epoca dei duchi, cioè in quella che precedette immediatamente quel secol d’oro, molti nobili romani furono messi a morte, come il mezzo più spiccio per impossessarsi de’ loro averi; che nella parte d’Italia invasa e occupata in quell’interregno, furono spogliate chiese, uccisi sacerdoti, diroccate città, distrutte popolazioni [6]. Certo, il salto da tali fatti

A così riposato, a così bello

Viver di cittadini, a così fida

Cittadinanza [7],

non è una cosa da ammettersi senza prove e senza spiegazioni, sul semplice asserto d’un postero della sesta o settima generazione [8]. È, crediamo di poter francamente concludere, una di quelle solite storie d’una età felicissima, che si trovano presso i popoli più o meno rozzi: storie che sono qualche volta sogni addirittura, qualche volta esagerazioni; come pare che sia stato in questo caso. La sostituzione del poter regio alla sfrenata sovranità dei duchi fu certamente un passaggio a uno stato migliore, o più tollerabile per tutti: l’immaginazione de’ posteri, eccitata dal racconto de’ vecchi, fece il salto alla perfezione.

Quand’anche però quelle parole di Paolo avessero meritata pienissima fede, non si sarebbe almeno dovuto credere più di quello che affermano, come hanno fatto vari scrittori parziali de’ Longobardi, estendendo a tutto il seguito della loro dominazione in Italia, o almeno a un tempo indefinito, ciò che lo storico dice solamente del tempo d’Autari [9]. Già l’abbiamo visto del Giannone; e il Muratori medesimo, parlando dello stato in cui si trovava la parte d’Italia « che ubbidiva ai Longobardi, prima che i Franchi se ne impadronissero, » s’esprime così: « Buona giustizia era fatta, si potea portar l’oro in palma, viaggiando [10]: » parole suggerite evidentemente da quelle di Paolo. E non si saprebbe congetturare qual’altro fondamento abbiano quelle di cui si serve altrove sull’argomento medesimo: « Torniamo ai Longobardi. Dacchè costoro abjurato l’Arianesimo si unirono colla Chiesa Cattolica, allora più che mai deposero l’antica loro selvatichezza, e gareggiarono colle altre nazioni cattoliche nella piacevolezza, nella pietà, nella clemenza, e nella giustizia, di modo che sotto il loro governo non mancavano le rugiade della contentezza [11]. » Le rugiade del medio evo! Dio ne preservi l’erbe de’ nostri nemici. Anche prima d’osservare che sono affermazioni senza prove, c’è nelle parole stesse qualcosa che avverte che non esprimono una distinta e sentita verità. Qui sono rugiade, piacevolezza, pietà, clemenza, giustizia; là un regno che faceva invidia (giacchè è questo sicuramente che ha voluto dire il Giannone) a tutte l’altre nazioni: tale non è lo stile della persuasione che viene dopo una curiosità sincera, dopo un dubbio ponderatore, dopo un esame accurato. Questo fa trovar nelle cose un carattere particolare che s’imprime naturalmente nelle parole: la verità storica non va a collocarsi in quelle generalità tanto meno significanti quanto più ampie, che sono così spesso il mezzo di comunicazione tra il poco bisogno di spiegarsi, e il poco bisogno d’intendere.

Non sarà fuor di proposito l’osservare quanto abbia contribuito a promover questa opinione l’aver supposto che Longobardi e Italiani fossero diventati un popolo solo. S’è già accennato che una tale supposizione doveva naturalmente scemare la materia dell’osservazioni sui punti principali di quella storia. Ora, l’osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder molto. Ed è facile vedere come ciò sia avvenuto anche in questo caso.

Infatti, essendo i Longobardi padroni del paese, soli Legislatori in quello, arbitri in gran parte, e senza contrasto, del destino della popolazione indigena, il punto più importante della loro morale, la materia principale del giudizio che se ne deve portare, è la loro condotta verso la classe numerosa de’ vinti. La tentazione d’essere ingiusti doveva esser grande in proporzione della facilità, dell’impunità, e del profitto; e, secondo la natura coniune degli uomini, non solo l’azioni, ma l’idee e le teorie morali potevano facilmente accomodarsi a queste circostanze. Per chiamar buoni o tristi i Longobardi, bisognerebbe dunque cercare se hanno ceduto a questa tentazione, o se è stato più forte in loro l’amore della giustizia. Ma col supporre i vincitori e i vinti diventati una cosa sola, gli scrittori moderni, hanno escluso questa ricerca, e tirato così un velo sulla parte più importante e più vasta della questione.

Di più, anche per giudicare la moralità de’ Longobardi nelle loro relazioni tra di loro, il fatto dell’essere le due nazioni rimaste divise, è tutt’altro che indifferente. Chè, per dichiarar virtuoso un sentimento, un atto qualunque, non basta riconoscerci qualche carattere di sacrifizio, o d’austerità, o di benevolenza; bisogna guardar prima se non è opposto ai doveri della giustizia e della carità universale. Ora, ci sono delle circostanze nelle quali, per mantenere l’ingiustizia, sono appunto necessarie alcune di quelle disposizioni d’animo, le quali per sè sarebbero virtuose. Dalla repubblica di Sparta fino alle compagnie d’assassini, tutte le società che hanno voluto godere di certi beni e di certi vantaggi a spese d’altri uomini, non hanno potuto mantener l’unione tanto necessaria, che col mezzo di sacrifizi delle passioni private, con un’equità rigorosa tra i soci, e con una severità, con una fiducia, con un’affezione, qualche volta eroica. Essere iniquo con tutti non è concesso a nessuno; e senza un po’ di virtù non si fa nulla, in questo mondo.

Posto ciò, si vede anche subito quanto manchi a un altro argomento addotto da molti panegiristi de’ Longobardi, e che riferiamo con le parole d’uno de’ più celebri. « I Pontefici Romani, e sopratutti Adriano, che mal potevano sofferirgli nell’Italia, come quelli che cercavano di rompere tutti i loro disegni, gli dipinsero al Mondo per crudeli, inumani e barbari; quindi avvenne che presso alla gente, e a gli Scrittori dell’età seguenti, acquistassero fama d’incolti e di crudeli. Ma le leggi loro cotanto saggie, e giuste, che scampate dall’ingiuria del tempo, ancor oggi si leggono, potranno essere bastanti documenti della loro umanità, giustizia, e prudenza civile. Avvenne a quelle appunto ciò, che accadde alle leggi Romane: ruinato l’Imperio non per questo mancò l’autorità, e la forza di quelle ne’ nuovi dominj in Europa stabiliti: rovinato il Regno de’ Longobardi, non per questo in Italia le loro leggi vennero meno [12]. » Così la bontà de’ costumi sarebbe provata dalla bontà delle leggi, e la bontà delle leggi, dal loro sopravvivere alla conquista.

Questo secondo argomento è messo di novo in campo dal Giannone, poco dopo. « L’eminenza, » dice, « di queste leggi sopra tutte le altre delle Nazioni straniere, e la loro giustizia e sapienza potrà comprendersi ancora dal vedere, che discacciati che furono i Longobardi dal Regno d’Italia [13], e succeduti in quello i Franzesi, Carlo Re di Francia, e d’Italia lasciolle intatte; anzi non pur le confermò, ma volle al corpo delle medesime aggiungerne altre proprie, che come leggi pure Longobarde volle, che fossero in Lombardia, e nel resto d’Italia, che a lui ubbidiva, osservate [14]. » Non possiamo, qui a meno d’osservare quanto sia strano in uno scrittore di storia il considerare, come una particolarità delle leggi longobardiche e delle leggi romane l’esser sopravvissute a una conquista. Per citarne qualche esempio, e solamente di leggi de’ barbari del medio evo, quella de’ Burgundioni, detta Gundebada dal re Gundebaldo che l’aveva promulgata, sopravvisse alla conquista de’ Franchi [15] e a tant’altre vicende posteriori, abbastanza per esser chiamata in francese: la loi Gombette; quelle de’ Visigoti, a più varie e strane conquiste 16], Guglielmo il Bastardo confermò espressamente quella d’Odoardo il Confessore 17]: fatti che sarebbero più notabili di quello che la pare tanto al Giannone, se si bada alle circostanze particolari di essi. Ma che dico? Forse più notabile ancora sarebbe un altro fatto di Carlomagno medesimo, cioè l’aver lasciata in vigore la legge de’ Sassoni [18], dopo più di trent’anni di guerre, di sommissioni, di ribellioni, di supplizi, e in fine di deportazioni. Ma era come una conseguenza naturale dell’aver lasciata sussistere, in una forma qualunque, la nazione. E tanto era lontano quel re dall’abrogar le legislazioni de’ popoli conquistati, che in tutti i suoi domìni volle che fossero messe in iscritto quelle ch’erano solamente tradizionali, come sappiamo da Eginardo [19].

E questo fu veramente un pensiero particolare di quell’uomo: in quanto al resto, pensò, o piuttosto non ci pensò, come gli altri. Le ragioni che abbiamo accennate altrove, dell’essere stata lasciata ai vinti la legge romana (cioè la difficoltà, e la mancanza di motivi di fare il contrario), c’erano almeno ugualmente quando i vinti fossero barbari. E c’erano più forti che mai nel caso di cui si tratta. Infatti, come avrebbe potuto Carlomagno abrogare le leggi longobardiche, e sostituire ad esse una nova legislazione? Con un atto d’assoluto potere? Nessuno ignora ch’era cosa inaudita tra’ barbari del medio evo; e sarebbe stata anche più stravagante da parte di quel principe, che, con l’intitolarsi re de’ Longobardi, aveva accettate le loro istituzioni. Col consenso de’ giudici e de’ fedeli Longobardi? Come ottenere, anzi come proporre una cosa simile? La conquista aveva forse cambiate di punto in bianco le loro abitudini e le loro idee intorno alle relazioni civili, e alla repressione dei delitti? E poi, quali leggi avrebbe sostituite alle longobardiche? Leggi nove di pianta? Ognuno sa ancora che le legislazioni allora si facevano a poco a poco. O un’altra legislazione già bell’e fatta? Quale, di novo? Chè i Franchi n’avevano più d’una oltre le varie dell’altre popolazioni barbariche, più o meno unite con loro. E cos’importava poi a Carlomagno che i Longobardi avessero le loro leggi, come l’avevano appunto i Burgundioni, gli Alamanni, i Baioari e altre nazioni soggette al suo dominio? Nasceva, o per il corso naturale delle cose, o anche per ragione del novo stabilimento, il bisogno di far cambiamenti o aggiunto alle leggi longobardiche rimaste in vigore? C’era anche il ripiego naturale, consueto, perpetuo di far nove leggi su que' diversi punti; e così fecero infatti i re carolingi, e Carlo per il primo. Il Giannone stesso nota il fatto: ma, cosa alquanto singolare, ci vede un novo argomento dell’eminenza dell’antiche leggi: « non pur le confermò, ma volle al corpo delle medesime aggiungerne altre proprie. » Rimasero dunque come tant’altre, per non dire come tutte l’altre; ma per essere accresciuto e derogato in parte dalle leggi che vennero dopo, e infine mescolato e, per dir così, perse nella folla degli statuti comunali, delle leggi romane diventato diritto comune, degli editti d’ogni genere e di diverse autorità, aumentati all’infinito: fatto anche questo quasi universale in Europa. Questa moltiplicità, e quindi confusione e incertezza di leggi, fu appunto uno de’ principali motivi che fecero, in tempi vicinissimi al nostro, desiderare e chiedere la riforma, generale delle legislazioni. E nello stesso tempo, n’era un mezzo: giacchè la quantità, la varietà, lo sminuzzamento di tutti que' provvedimenti, l’interpretazioni e i ragionamenti teoretici fatteci sopra, prestavano la materia e l’aiuto a concetti generali e sistematici. Motivo e mezzo che mancavano ai barbari.

A chiunque poi abbia letta la storia del Giannone parrà singolare anche il vedere che pretenda cavare un’induzione sullo stato morale d’un popolo dalla bontà delle leggi: cosa che doveva essere per lui la più ordinaria di questo mondo. Basta vedere come qualifichi quelle de’ diversi principi che, dopo i Longobardi e l’impero greco, dominarono, o in parte o in tutto, il paese di cui scrive la storia, Tros Rutulusve fuat [20]: normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli. Roberto Guiscardo e suo fratello Ruggiero introdussero alcune lodevoli Consuetudini [21]; Ruggiero, conte, poi re, di Sicilia, dopo avere stabilito il suo Regno, lo riordinò con sì provide ed utili leggi [22]; quelle di Guglielmo I, ancorchè alcune sembrassero gravose a’ suoi sudditi per l’avidità di accumular tesori, nulladimanco tutte l’altre furono assai provide ed utili [23]; Guglielmo II, tutte sagge e prudenti [24]; Federigo II imperatore, molte saggie ed utili leggi [25]; Carlo d’Angiò, nuove leggi, nelle quali si danno molti lodevoli e saggi provvedimenti [26]; Carlo II, molti utili provvedimenti [27]; Roberto, molte utili, e savie leggi [28]; Ferdinando I, provide e sagge leggi [29]; Ferdinando II, leggi savie e prudenti [30]; Federigo, ultimo degli Aragonesi, savie e prudenti leggi [31]. I vicerè spagnoli poi, meglio che mai. Il conto di Ripacorsa ne stabilì alcune savie e prudenti [32]; il duca d’Alcalà ne stabilì moltissime tutte sagge e prudenti [33]; il cardinal di Granvela, 40 Prammatiche tutte sagge e prudenti [34]; il marchese di Mondejar, ventiquattro, nelle quali si leggono più provvedimenti molto saggi e commendabili [35]; il principe di Pietrapersia, intorno a trentatre, ricolme di savii provvedimenti 36]. E lasciandone da parte alcuni, per cui l'elogio è leggerissimamente variato: ce ne sono, se abbiamo contato bene, otto altri, per qualificar le leggi de’ quali è ripetuta altrettante volte l'identica formola: tutte savie e prudenti.

Ma dove ci ha condotti il Giannone? Tutto questo non ha che fare con l'argomento; il quale, grazie al cielo, non richiede nemmeno che s'esamini l'umanità, la giustizia, la prudenza civile delle leggi longobardiche. Basta osservare che non erano fatte che per i Longobardi.

E similmente, quando nella storia de’ conquistatori si trovano aneddoti di generosità, di fedeltà, di temperanza; prima di pianger di tenerezza, prima di batter le mani, bisogna esaminare se queste azioni e abitudini virtuose fossero effetti d'un sentimento pio del dovere, o se nascessero da spirito di corporazione, da una disposizione d'animo, non dirò ipocrita perchè non mirava a ingannare (quelli tra i posteri. che si sono ingannati, fu perchè lo vollero), ma neppur virtuosa nel senso preciso che si dovrebbe sempre dare a questa parola.

Non si deve passar sotto silenzio che quell'opinione così favorevole ai Longobardi non fu ricevuta da tutti gli scrittori moderni. Ma nessuno ch'io sappia, la combattè di proposito e con l'intenzione di stabilirne una più fondata, e che abbracciasse davvero tutto l'argomento. Il Tiraboschi, senza impugnare direttamente il giudizio del Muratori e del Denina, ne parla però con una maraviglia, e con una diffidenza molto ragionevole. Ma, avendo per suo principale oggetto la letteratura, e restringendo anche questa in confini veramente troppo angusti [37], non potè nè volle estendersi molto su questo argomento. Pure i fatti che cita, e le riflessioni che ci fa sopra, parranno, credo, a chiunque le legga, più che bastanti a distruggere il giudizio che una singolare predilezione per questi barbari, come dice benissimo, dettò al buon Muratori.

Anche l'illustre Maffei, nel libro X della Storia di Verona, giudicò i Longobardi con una severità molto più ragionata di quel che fossero l'acclamazioni de’ loro panegiristi; ma non si propose nemmen lui di trattare tutta la questione. Contuttociò, quella parte d’opinione che se n’era fatta, e che ha espressa, deriva da osservazioni tutt’altro che frettolose e volgari. Non ha presa la questione com’era posta malamente dagli altri, ma l’ha rifatta sulle cose stesse; ha indicato de’ princìpi ai quali, per esser riconosciuti princìpi importanti, non manca forse altro che un’applicazione più circostanziata; non ha supposta la strana mescolanza dei due popoli; e fu, ch’io sappia, il primo che osservasse alcuni effetti generali e permanenti della dominazione de’ Longobardi sulla popolazione posseduta da essi: in quella dominazione e in quelle leggi ha cercato l’origine d’abitudini e d’opinioni, che hanno regnato per secoli, che regnavano ancora al suo tempo. È una maniera d’osservar la storia, che non è divenuta comune dopo il Maffei; ma che prima di lui era a un dipresso sconosciuta.

Concludiamo che, se i Longobardi furono davvero quell’anime buone, sarà stato per altre ragioni, che per quelle addotte da’ loro panegiristi.

 

Note

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[1] Erat sane hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae, nemo aliquem injuste angariabat, nemo spoliabat, non erant furta, non latrocinia, unusquisque quo libebat, securus sine timore pergebat. Paul. Diac. lib. 3, cap. 16.

[2] Ist. CV., lib. 51 cap. 4, verso la fine.

[3] Annali d’Italia, ann. 584.

[4] Rivol. d’It., lib. 7, cap. 9.

[5] Annal. Eccl. ad ann. 585.

[6] His diebus multi nobilium romanorum ob cupiditatem interfecti sunt..... Per hos Langobardorum duces... spoliatis ecclesiis, sacerdotibus interfectis, civitatibus subrutis, populisque, qui more segetum excreverant, extinctis, exceptis his regionibus quas Alboin ceperat, Italia ex maxima parte capta et a Langobardis subjugata est. Paul. Diac., lib. 2, cap. 32.

[7] Dante, Par. XV, 130.

[8] Nella prima edizione avevamo detto in questo luogo, che « quel mirabile elogio è preceduto da certe parole di colore oscuro (Populi tamen aggravati per Langobardos hospites partiuntur), da non potersi nemmeno tradurre con un senso preciso; le quali però, se qualche cosa lasciano intravedere, è tutt’altro che felicità e misericordia.»

Era, come ogni lettore avrà veduto subito, e come vediamo finalmente anche noi, un dire che non ci si poteva intender nulla, e pretendere nello stesso tempo d’intenderci dentro qualcosa. E di piú qualcosa di poco probabile: giacchè, se può esser ragionevole il supporre che il buon diacono, nella scarsità di notizie positive, credesse, troppo facilmente a una tradizione vaga; non lo è certamente il supporre che connettesse così male, da parlar di bontà, e di bontà maravigliosa, a proposito, e come per epifonema (Erat sane hoc mirabile, etc.) di fatti dolorosi e spietati. Quindi la migliore, anzi la sola correzione che si potesse fare a quell’osservazione, era di levarla.

In un’appendice a questo capitolo proporremo una nova interpretazione di quelle parole di Paolo Diacono. E per dir la verità, non sappiamo se questo potrà parere un’ammenda dell’averle così leggermente sentenziate inintelligibili, o una seconda temerità, dopo tante ricerche d’uomini dotti su quel davvero intralciato argomento Ma la diversità appunto delle loro opinioni, e un non so che di dubbio con cui la più parte sono esposte, ci serva di scusa, quand’anche si trovasse che non avessimo dato nel segno. E, del resto, confessiamo volentieri fin d’ora, che quelle ricerche hanno dato non meno aiuto che impulso alla nostra, e che non siamo arrivati a concludere diversamente da tutti i loro autori, se non imparando da ognuno.

[9] De rege Authari, et quanta securitas ejus tempore fuerit. Lib. III, Cap. 16 Gli argomenti per i quali ci pareva e ci pare dimostrato il nessun valore storico di quel passo, ci avevano fatta perder di vista quest’osservazione così opportuna, che abbiamo poi trovata nel dottissimo Discorso della condizione de’ Romani vinti da’ Longobardi, del signor Carlo Troya. § XLIV. Anno 584.

[10] Antich. Ital Dissert 21

[11] Antich. Ital. Dissert. 23.

[12] Giannone, Ist. Civ. Lib. 5, cap. 4, alla fine.

[13] Discacciati i Longobardi? Il Giannone volle dire sicuramente: i re longobardi; come, per regno d’Italia, dovette intendere il regno de’ Longobardi; e come, dicendo: rovinato il regno, dovette intendere: cambiata la dinastia, e stabiliti nel regno, con diritti uguali a quelli de’ Longobardi, alcuni de’ Franchi venuti col loro re.

[14] Ibid. Cap. 5, 1.

[15] V. In legem Burgundionum, Monitum; Canciani, Leg. Barbar. T, IV, pag. 5.

[16] In Cod. Leg. Wisigoth., Monitum; Ibid. pag. 48.

[17] Hoc quoque praecipio, ut omnes habeant et teneant legem Regis Edwardi in omnibus rebus, adauctis his quae constituimus ad utilitatem Anglorum. Leg. Guil. Reg. Canciani; Ibid. pag. 348.

[18]                  Tam sub Judicibus quos Rex imponoret ipsis,

                      Legatisque suis, permissi legibus uti

                      Saxones propriis, et, libertatis honore.

      Poetae Saxonici, De gestis Car. M. Lib. 4, v. 109 et seq.; Rer. Franc. T. V, pag. 167.

[19] Omniun nationum quae sub ejus dominatu erant, jura quae scripta non erant describere ac literis mandari fecit. Eginh. Vita Car. M. 29.

[20] Virg. Aen. X, 108.

[21] Ist. Civ. Lib. 11, Cap. 5.

[22] Ibid.

[23] Lib. 12, Cap. Ult.

[24] Lib. 13, Cap. 2.

[25] Lib. 17, Cap. 4.

[26] Lib. 20, Cap. Ult., § 1.

[27] Ibid. § 2.

[28] Ibid. § 4.

[29] Lib. 28, Cap. 2

[30] Lib. 29, Cap. 2.

[31] Ibid. Cap. 4.

[32] Lib. 30, Cap. 5.

[33] Lib. 33, Cap. Ult.

[34] Lib. 31, Cap. I.

[35] Ibid. Cap. 2.

[36] Ibid. Cap. 3, § 3.

[37] « Ma ora mi convien fare una riflessione diligente sullo stato in cui trovossi l'Italia a questi tempi, non già pei diversi dominj, che si vennero formando, essendo essa allora divisa in più stati, e soggetta a diversi signori, che appellavansi duchi, ma pur dipendevano in qualche modo dal re di tutta la nazione, che risiedeva in Pavia, nè pel diritto feudale che probabilmente allora cominciò ad usarsi, come già abbiamo osservato; le quali cose non poterono avere alcuna influenza sulla letteratura, ma bensì, ecc. » Stor. della letterat. » tom. III , lib. 2, c. 1.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012