Alessandro Manzoni

Discorso sopra alcuni punti

della storia longobardica in Italia

Edizioni di riferimento

Opere di Alessandro Manzoni, a cura di Mario Martelli, prefazione di Riccardo Bacchelli, Firenze, Sansoni 1973

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note a cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

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Premessa

Le Notizie Storiche premesse a questa tragedia non son altro che una serie di nudi fatti scelti nelle cronache e nelle memorie d’ogni genere, che ci rimangono dell’epoca rappresentata nella tragedia stessa. S’è detto scelti; perchè quelle cronache e quelle memorie sono non di rado così discordi tra loro, che dalla lettura di esso risulta tutt’altro che un concetto unico di storia. In casi simili, cioè quasi sempre, a voler formarsi, per quanto è possibile, un tal concetto, è necessario ricavare dalle relazioni di scrittori, o creduli, o ingannati, o appassionati, e spesso posteriori di molto agli avvenimenti, ciò che ha più carattere di probabilità, e s’accomoda meglio con que' fatti principali che, affermati da tutti, sono come la parte certa e fondamentale della storia. Chi scrive ha cercato di fare alla meglio una tale scelta; e le Notizie suddette sono il risultato del suo ultimo convincimento. Ma, in esse, non ha addotte le ragioni della preferenza data a una testimonianza sull’altra; non ha fatto parola delle discordanze tra i cronisti; ha dissimulate le opinioni degli storici moderni, contrarie alla sua; ha preso insomma il metodo affermativo, come il più spiccio. Que' lettori però ai quali alcune pagine di ricerche storiche non fanno spavento, troveranno nel primo capitolo di questo discorso le ragioni dell’opinione espressa nelle Notizie intorno ad alcuni punti più disputati; e nello stesso tempo, qualche schiarimento, e qualche riflessione su dei fatti esposti in quel luogo con asciutta brevità.

Ma una serie di fatti materiali ed esteriori, per dir così, foss’anche netta d’errori e di dubbi, non è ancora la storia, nè una materia bastante a formare il concetto drammatico d’un avvenimento storico. Le circostanze di leggi, di consuetudini, d’opinioni, in cui si sono trovati i personaggi operanti; i loro fini e le loro inclinazioni; la giustizia, o l’ingiustizia di quelli e di queste, indipendentemente dalle convenzioni umane, secondo o contro le quali hanno operato; i desideri, i timori, i patimenti, lo stato generale dell’immenso numero d’uomini che non ebbero parte attiva in quell’avvenimento, ma che ne provaron gli effetti; questo ed altre cose d’uguale, cioè di molta importanza, non si manifestano per lo più ne’ fatti stessi; e sono però i dati necessari, per giudicarne rettamente. Dalla lettura attenta e replicata de’ documenti che posson servire a far conoscere il pezzo di storia su cui è fondata questa tragedia, è risultato all’autore un concetto opposto, in molti de’ punti accennati or ora, a quello che ne hanno avuto e lasciato storici d’alto grido. Per quanto dovesse essere, e fosse, diffidente del suo giudizio, e propenso a credere più ragionato il loro, non ha però potuto ricevere il giogo d’opinioni, le quali, più esaminato, più gli sono parse contrarie all’evidenza. Quindi lo spirito storico del dramma è in molti punti affatto opposto a quello che esce, per dir così, dalle più riputate storie moderne, e per conseguenza all’opinione del più de’ lettori. A quelli che desiderassero conoscere le ragioni di questi dissentimenti, sono consacrati gli altri capitoli.

Ma giustificare il concetto storico d’una tragedia, non è lo scopo unico e nemmeno il primario di questo discorso: chi scrive sente benissimo quanto sarebbe cosa vana e puerile lo spender tante parole per un tal fine.

Accennare alcuni soggetti importanti di ricerche filosofiche nella storia del medio evo; osservare che alcuni di questi soggetti non sono stati presi in considerazione finora [1]; che su d’altri sono state proposte, e comunemente ricevute opinioni assolutamente non fondate; indicare insomma quanto importi questa storia, e quanto ancora ci manchi; ed eccitare così qualche amico del vero a farne uno studio serio, e a intraprenderne il lavoro con nuove e più certe mire, con gli aiuti più generali e più potenti che dà l’aumento attuale di tutte l’idee relative alla storia, e con un’utile e ragionata diffidenza, la quale non iscema per nulla il rispetto e la riconoscenza dovuta a chi ha fatto i primi passi; ecco lo scopo principale di questo discorso. Se questo scopo s’ottiene, la tragedia, qualunque sia per sè, sarà stata almeno un’occasione felice.

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CAPITOLO PRIMO.

SCHIARIMENTI D’ALCUNI FATTI

RIFERITI NELLE NOTIZIE STORICHE.

§ 1.

Del matrimonio d’Adelchi e di Gisla.

Il solo documento, a mia notizia, che ci rimanga della proposta di queste nozze, è la lettera, con cui Stefano papa dissuade i due re Franchi, Carlo e Carlomanno, dall’imparentarsi con la casa di Desiderio. Della riuscita, nessun cronista ne parla; quindi alcuni hanno creduto che questo punto di storia rimanesse in dubbio. «Se poi (dice un moderno) abbia avuto effetto il matrimonio di Gisla con Adelchi, sebbene alcuni l’asseriscano, io però non oserei affermarlo» [2]. S’hanno però prove storiche del contrario. Gisla, nata nel 757 [3], aveva tredici anni quando il matrimonio fu proposto, e quattordici quando il ripudio d’Ermengarda ruppe l’amicizia tra le due famiglie. Eginardo, scrittore di que' tempi, e allevato nel palazzo di Carlo, dice che Gisla si fece monaca nella sua prima gioventù [4]. E fu badessa di Chelle, come si vede da alcune lettere che le scrisse Alcuino[5], e dalla carta d’una donazione, fatta da lei al monastero di san Dionigi, nell’anno 799 [6]

 

§ 2.

Del ripudio d’Ermengarda.

Il monaco di san Gallo, anonimo autore di due libri De gestis Caroli magni, afferma che Ermengarda fu ripudiata per giudizio di santissimi sacerdoti, perchè inferma e sterile [7]. Il Basnage, terzo editore di que’ libri, mise a questo passo la seguente nota: «S’osservi qui la cagione del divorzio tra Carlomagno e la figlia di Desiderio, cagione non accennata, che io sappia, da alcun antico scrittore». Ma, per attestare un fatto simile, non basta certo l’autorità di quella cronicaccia, scritta più d’un secolo dopo il fatto, e piena di favole incoerenti, nelle quali si vede il germe di quelle pazze paladinerie, che poi furono per tanto tempo spacciate e tenute come l’unica storia di quell’epoca, e ne soffogarono il concetto vero e importante. Abbiam citata questa falsa opinione, perchè è stata ricevuta da molti scrittori, e, tra gli altri, dal Fleury [8]: ma quando questo scriveva, la critica della storia era ancor meno sospettosa che a’ giorni nostri. Il Muratori rifiuta con tutta ragione l’autorità dell’anonimo; e, per provare che fu disapprovato il ripudio di Ermengarda e il nuovo matrimonio di Carlo, cita il fatto del cugino di Carlo medesimo, sant’Adelardo, il quale, accorandosi di vedere che il re, scacciata la moglie innocente, aveva contratto un matrimonio illecito, si fece monaco, per non esser più immischiato in tali faccende [9].

 § 3.

Della successione di Carlo al regno del fratello.

Molti moderni la dipingono come un’usurpazione. Ecco cosa ne dice il Muratori: «Passano gli scrittori francesi con disinvoltura questa azione di Carlomanno, come se fosse cosa da nulla l’avere usurpato a’ suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto, con averli anche di poi perseguitati» [10].Queste poche parole d’uno scrittore così diligente e sagace, possono servire per un esempio solenne di quell’usanza, troppo comune, di giudicar fatti vecchi con regole nuove. Nelle leggi divine, non credo che si possa trovarne una, per cui i figli di Carlomagno dovessero succedergli nel regno. E in quanto all’umane, l’egregio Muratori sapeva meglio d’ogni altro che, presso i popoli settentrionali, la successione al regno era regolata, non da leggi scritte, ma da consuetudini; e che la consuetudine de’ Franchi, in que’ tempi, era d’eleggere nella famiglia del re morto colui che paresse il più adattato. Così erano stati creati re Carlo e Carlomanno, dopo la morte del loro padre Pipino [11]. S’andava bensì verso la successione ereditaria; ma s’era ancora ben lontani dall’esserci arrivati. Dimanierachè la vera usurpazione sarebbe stata quella che voleva Desiderio; il quale in fatti non si vede che mettesse in campo altro argomento, che quello della forza. So avesse parlato di leggi divine e umane, Adriano non avrebbe avuto a far altro che domandargli se lui, successore d’Astolfo, era figlio d’Astolfo. Dovremo toccar di nuovo questo punto, nel capitolo V.

§ 4.

Delle Giustizie di san Pietro.

Questa formola usata continuamente, e nelle lettere de’ papi ai re Franchi, e nelle cronache, per indicar ciò che i papi pretendevano dai re longobardi, è stata interpretata in diverse maniere. Il Muratori [12], copiato poi dall’autore delle Antichità Longobardico-milanesi [13], definisce queste giustizie: «allodiali, rendite e diritti, che appartenevano alla Chiesa romana nel regno longobardico;» ma senza addurre alcun motivo d’una tale opinione; la quale, del resto, è contradetta dai documenti medesimi. Bastino in prova queste parole di Paolo I, in una lettera a Pipino: «Le giustizie di san Pietro, cioè tutti i patrimoni, e i diritti, i luoghi, i confini, i territori delle nostre diverse città della repubblica de’ Romani [14].» Una congettura più pensata è proposta dal signor Sismondi: «Le città regie, dice, ossia le tenute della corona, erano in Francia governate da giudici; è quindi probabile che, nelle donazioni fatte a san Pietro, siano state indicate col nome di giustizie [15].» Ma, in verità, è troppo poco per costituire una tal probabilità. Bisognerebbe almeno che il vocabolo avesse già avuto quel significato presso i Franchi; e non ce n’è, ch’io sappia, un solo esempio. Si trova bensì nelle loro leggi con un altro significato; il quale, se non m’inganno, è quello che si cerca nella formola in questione. Ne’ Capitolari di Carlo Magno è intimata una pena al Conte che non avrà fatte le giustizie [16]; é comandato di protegger le giustizie delle Chiese, delle vedove, degli orfani, de’ pupilli [17]; è prescritto che i deboli d’ogni sorte ottengano le loro giustizie[18].Qui, come ognuno vede, il vocabolo è adoprato a significare, in un senso generalissimo, ciò che è dovuto; e un tal senso conviene appunto agli oggetti vari, moltiplici, indeterminati delle richieste de’ papi: consegna di terre promesse, restituzione d’occupate, cessazione di nuove occupazioni, ch’erano, per dir così, in corso. E, se c’è bisogno d’altri argomenti, s’osservi che, nelle loro lettere, come appunto ne’ brani di leggi citati or ora, è detto più volte fare le giustizie, o anche la giustizia [19]: locuzioni convenientissime, nell’uno e nell’altro caso, al senso che abbiam detto, e che non n’avrebbero alcuno, se, per giustizie e giustizia, si dovesse intender materialmente le cose contrastate; le quali, non si trattava punto di farle, ma di darle, o di renderle, o di lasciarle stare. Il Ducange nel Glossario, alla voce Justitia, aveva sciolta benissimo la questione, senza porla, mettendo insieme esempi cavati dalle leggi de’ Franchi, analoghi a quelli che abbiam citati, e esempi relativi alle giustizie di san Pietro, sotto la definizione comune: Jus quod alicui in re quavis competit, sive in ejus reditibus.

Si può credere che questa locuzione sia venuta nel latino barbarico, dalla Volgata, da cui tant’altri vocaboli sono stati derivati nelle lingue moderne. In essa justitiae, tra molti sensi leggermente distinti e analoghi, ha molte volte questo, di diritti o doveri, rispettivamente. «Mie sono le giustizie e l’impero» dice Dio in Isaia [20]. «V’ho insegnato i comandamenti e le giustizie» dice Mosè nel Deuteronomio [21]; per non citare altri esempi.

§ 5.

Della discesa de’ Franchi in Italia.

 Molti cronisti non dicon più di così: Fuit rex Carlus in Italia provincia. Domnus rex Karolus perrexit in Italia cum Francis. Karolus Italiam petit, et Desiderium intra Papiam clausum obsidet [22]. Altri raccontano o, per dir meglio, accennano il passaggio delle Chiuse, e la fuga de’ Longobardi, senza curarsi di spiegare, nè il come di quel fatto, nè il perchè di questo. Altri spiegan tutto, ma per mezzo d’un miracolo immaginato da loro: espediente che s’accorda così bene con la religione, come con la storia. Dopo aver parlato dell’insuperabilità delle Chiuse, e d’una gran resistenza de’ Longobardi, affermano, come se lo sapessero di buon luogo, che Dio mise loro in cuore uno spavento, per cui presero improvvisamente la fuga, senza, essere assaliti [23].

Ma tutto, se non c’inganniamo, si spiega davvero, accozzando i tre fatti, che abbiamo accennati nelle Notizie Storiche, e che si trovan dispersi, per dir così, in diverse cronache.

Uno, il tradimento d’alcuni de’ principali Longobardi, già venduti a Carlo. L’anonimo Salernitano, citato nelle Notizie suddette, è, credo, il solo che ne parli. Ma le cronache son tanto digiune, ma i pochi scrittori contemporanei sono così parziali per Carlo, ma quest’intrighi quadrano così bene col resto de’ fatti, che chiunque ha lette le memorie di quella guerra, è inclinato a credere all’anonimo. Ratchis, competitore di Desiderio nel regno, aveva avuto un partito poderoso; e Desiderio non seppe disarmar questo partito, che persuadendo, per mezzo del papa, il suo rivale a desistere dalla pretensione. La cosa s’acquietò a quel modo: Desiderio fu re; ma il partito non fu distrutto. La pronta sommissione di molti Longobardi a Carlo, e la conservazione del regno in quella nazione, rendono ancor più probabile un’intelligenza anteriore.

L’altro fatto è l’essere stata indicata a Carlo una strada sconosciuta per scendere in Italia, dal diacono Martino: fatto riferito da Agnello Ravennate, storico, non solo contemporaneo, ma che aveva conosciuto il personaggio medesimo. Il monaco anonimo, autore della cronaca della Novalesa, al quale ritorneremo or ora, racconta che fu un giullare che, presentatosi a Carlo in Val di Susa, s’esibì d’insegnargli un passo sconosciuto; e condusse infatti l’esercito Franco alle spalle de’ Longobardi [24]. L’asserzione di questo scrittore, posteriore di circa tre secoli all’avvenimento, e solenne romanziere, non merita fede alcuna, quando è in opposizione con l’autorità d’Agnello Ravennate; ma può servire nel resto ad attestare una tradizione rimasta del fatto, che una strada fu inaspettatamente indicata a Carlo.

Finalmente, l’aver Carlo mandato per un passo difficile (cioè per quello di cui s’è parlato ora,) un drappello di guerrieri scelti, per sorprendere i Longobardi alle spalle: fatto riferito dalla cronaca di Moissac [25], e, a un di presso con le stesse parole, negli annali detti di Metz [26], e accennato laconicamento da due altri annalisti [27]. Il monaco della Novalesa dice che Carlo andò con tutto l’esercito dietro alla guida; ma ognuno vede quanto sia più probabile che abbia preso l’altro partito, il quale, con minor pericolo, e con minor difficoltà, aveva maggior probabilità di riuscita; giacchè il rimanere una parte dell’esercito, serviva i trattenere a Longobardi alle Chiuse, finchè il drappello fosse arrivato, e a prenderli poi in mezzo, quando quello gli avesse assaliti.

Eginardo, il quale avrebbe potuto saperci dir la cosa meglio di qualunque altro, si contenta d’accennar generalissimamente le fatiche de’ Franchi nel varcare gioghi senza strada, balze altissime, rupi scoscese [28]. Vada per quegli storici che raccontano le cose che non sanno.

Sulla situazione poi delle Chiuse, alcune indicazioni ci sono date dal monaco della Novalesa, il quale, per quanto poco valga come storico, merita pure d’esser sentito, quando parla di luoghi a lui noti, e di cose che afferma d’aver vedute. Dice dunque che i fondamenti delle Chiuse sussistevano a’ suoi giorni, dal monte Porcariano (probabilmente l’alpi della Porzia) fino al Vico Cabrio [29]. Chiavrie è situato sulla sinistra della Dora minore, verso lo sbocco di Val di Susa. Dall’altra sponda, e quasi dirimpetto a Chiavrie, è il luogo che si chiama ancora la Chiusa. Il nome di questo paese è già un forte indizio che l’antiche Chiuse fossero lì; e un tale indizio diventa quasi certezza, quando si riflette ch’erano per l’appunto allo sbocco di Val di Susa. Questo si rileva dalla Carta della divisione dell’impero de’ Franchi fatta da Carlomagno; nella quale, tra i territori assegnati al figlio Lodovico, comprende la Valle Susina, fino alle Chiuse [30]. Del resto, il monaco racconta che Carlo, non potendo superar le Chiuse, occupò tutta la Val di Susa; afferma che s’acquartierò nel monastero della Novalesa, dove consumò tutte le provvisioni de’ monaci; cosa che si può credere anche a un romanziere.

In quanto al giro fatto dai Franchi, dice poco e oscuramente. Il giullare, secondo lui, abbandonati tutti i sentieri conosciuti, li condusse per il ciglio d’un monte. Un luogo di dove passarono, serbava ancora ai tempi del monaco il nome di Via de’ Franchi [31]. Quest’indicazione è forse diventata inutile, giacchè quel luogo può aver perduto un tal nome. Villafranca nella Val d’Aosta è troppo lontana dal monte Cenisio e dalle Chiuse, perchè la somiglianza del nome basti a far sospettare che i Franchi siano passati da quella parte. Il luogo dove si misero in battaglia, è indicato espressamente dal monaco, e quadra benissimo con l’altre posizioni conosciute: riuscirono, dice, e si radunarono al Vico Gavense [32]. Giaveno infatti è situato al di qua della Chiusa, e a poca distanza. Pare quindi che que' Franchi siano discesi per la Val di Viù; ma tutta la strada, non si può indovinare col solo aiuto della carta: forse una visita sul luogo potrebbe condurre a una scoperta più concludente. Sarebbe da desiderarsi che alcuno di coloro che si divertono a tribolare il prossimo, e de’ quali non c’è mai stata penuria, prendesse a cuore questa scoperta; e, lasciando per essa le sue solite occupazioni, andasse sul luogo, e v’impiegasse molto tempo in una tale ricerca.

 § 6.

Della resistenza di Poto e d’Ansvaldo in Brescia.

Non n’è fatta menzione, a nostra notizia, che nella cronichetta di Ridolfo notaio, stampata nel secondo volume della storia di Brescia del Biemmi, 1749. Ma quel documento, benchè del sospetto secolo undecimo, merita attenzione, per la maniera storica e semplice con cui è scritto. E può contribuire anche ad accrescergli fiducia, il trovarci alcuni personaggi del tempo di Carlomagno, l’esistenza de’ quali è certamente storica, e che, non potevano esser noti al cronista, che per memorie di scrittori di quel tempo; come il conte Arvino, e Anselmo Abate di Nonantola.

 § 7.

Della sorte de’ figli di Carlomanno.

«Cosa poi avvenisse di questi principi, lo tace la storia, verosimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito di esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl’innocenti nipoti.» Così il Muratori; e, prima e dopo di lui, molt’altri scrittori hanno fatto intendere che sotto questo silenzio sospettavano qualcosa d’atroce e di misterioso [33]. Ma il silenzio di que' cronisti, anche sui personaggi più importanti, è troppo frequente e comune, per esser significante: chi lo volesse interpretar sempre, avrebbe un gran da fare; tante cose, hanno lasciato fuori! Che se in questo caso avessero avuta l’intenzione d’abbuiare un fatto disonorevole per Carlo, perchè avrebbero raccontato che Gerberga si mise, co’ figli, nelle sue mani? Non eran poi tanto barbari, da non vedere che il miglior mezzo per far dimenticare qualcheduno, è di non parlarne punto.

 

Note

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[1] Questo discorso fu pubblicato, la prima volta, nel 1822. Preghiamo chi lo vorrà leggere di rammentarsene in tutti que’ luoghi dove ce ne sarà bisogno, come qui.

[2] Antichità longobardico-milanesi. Dissert. 1, tom. I, pag. 86.

[3] Anno DCCLVII. Nativitas Gislanae. Annal. Petav.; Rer. Fr., tom. V, pag. 13.

[4] A puellaribus annis religiosae conversationi mancipata. In Vita Kar. 18.

[5] Rer. Fr., tom. V, pag. 615.

[6] Rer. Fr., tom. V, pag. 760.

[7] Quia esset clinica et ad propagandam prolem inabilis, judicio sanctissimorum sacerdotum, relicta velut mortua. Lib. 2, 26; Rer. Franc., tom. V, pag. 131. Ivi la nota del Basnage.

[8] Hist. Eccl., liv. 43, 59

[9] Gemebat puer beatae indolis quod … rex inlicito uteretur thoro, propria, sine aliquo crimine, reprobata uxore. Quo nimio zelo succensus, elegit plus saeculum relinquere adhuc puer, quam talibus immisceri negotiis. Presso Murat. Annal., ann. 771.

[10] Annal., ann. 771.

[11] Franci siquidem, racto solenniter generali conventu, ambos sibi reges constituunt, ea conditione proemissa ut totum regni corpus ex aequo partirentur. Eginh., Vita Kar., 3. Filii vero ejus. Karolus et Karolomannus, consensu omnium Francorum, reges creati. Id., Annal. ad ann. 768.

[12] Annal., an. 769.

[13] Dissert. 1, pag. 83.

[14]...... omnes iustitias fautoris vestri B. Petri Apostolorum principis, omnia videlicet patrimonia, jura etiam et loca atque fines et territoria diversarum civitatum nostrarum Reipublicae Romanorum.... Cod. Car. 21.

[15] Histoire des Français, tom. II, pag. 281.

[16] Si Comes in suo ministerio justitias non fecerit. Capit. ann. 779. 21.

[17] De justitiis Ecclesiarum, Dei, viduarum, orphanorum et pupillorum, ut in publicis judiciis non despiciantur clamantes. Capitul. ann. 805. 2.

[18] Minus potentes... eorum justitias adquirant. Capitul. ann. 806. 3.

[19] Omnes justitias se spondet nobis esse facturum. Cod. Car. 21. - Pro justitiis sanctae Dei Ecclesiae faciendis. Anast. in Hadr. 180. - Potuerat namque (Deus) alio modo, ut illi placitum fuisset, sanctam suam, vindicare Ecclesiam, et justitiam sui principis Apostolorum exigere. Epist. Steph. II ad Pippinum, Cod. Car. 9. - Ad Domnum regem invitandum pro justitia S. Petri super Desiderium regem. Annal. Til. an. 773, et alibi passim.

[20] Meae sunt justitiae et imperium. Isai., 45, 25.

[21] Scitis quod docuerim vos praecepta atque justitias., Deut., 4. 5.

[22] Rer. Fr., t. V.

[23] Anast. in Vita Hadr.; Rer. It., t. III., pag. 184. Frodoardi, de Pontif. Rom.; Rer. Fr.; t. V, 463.

[24] Chron. Noval., lib. 3, cap. 9, 14; Rer. It., tom. II, par. II, pag. 717, 719.

[25] V. Notizie Storiche, pag. 18.

[26] Rer. Fr., tom. V, pa.g. 311. Questi annali vanno fino all'anno 904.

[27] Mittens scaram per montanis. Ann. Tiliani; Rer. Fr., tom V, pag. 19. Mittens scaram suam per montes. Ann. Loiseliani; ibid., pag. 38.

[28] Italiam intranti quam difficilis Alpium transitus fuerit, quantoque Francorum labore, invia montium juga, et eminentes in coelum scopuli, et asperae cautes superatae sint, hoc loco describerem, nisi vitae illius modum, potius quam bellorum quae gessit eventus, memoriae mandare praesenti opere esset propositum. Kar. Vita, 6.

[29] Nam usque in præsentem diem murorum fundamenta apparent quemadmodum faciunt de monte Porcariano usque ad Vicum Cabrium, ibid., p. 717.

[30] Vallem Susianam usque ad Clusas. Char. Divis.; Rer. Fr., tom. V, p. 772.

[31] In quo usque in hodiernum diem Via Francorum dicitur; loc. cit., pag. 719.

[32] Devenerunt in Planitiem Vici, cui nomen erat Gavensis; ibique se adunantes, struebant aciem contra Desiderium. Ibid.

[33] Murat. An. 774. Giannone, Ist. Civ., lib. 5, cap. 4. Carli, Antich. It., parte III, pag. 224. - Zanetti, del regno de’ Longobardi, lib. 6, § 68. - Antich. longob. mil., diss. 1, § 57; ed altri.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012