Alessandro Manzoni

 

SULLA LINGUA ITALIANA

 

LETTERA AL SIG. CAVALIERE CONSIGLIERE

GIACINTO CARENA

MEMBRO DELL'ACCADEMIA DELLE SCIENZE DI TORINO,

CORRISPONDENTE DELL'ACCADEMIA DELLA CRUSCA, ECC.

Edizione di riferimento

Opere varie di Alessandro Manzoni, edizione riveduta dall'autore, Redaelli dei fratelli Rechiedei, Milano 1870.

  

 

1870.

 

SULLA LINGUA TALIANA

Lettera

al Sig. Cavaliere Consigliere Giacinto Carena

Membro dell'Accademia delle Scienze di Torino,

Corrispondente dell'Accademia della Crusca, ecc.

 

Edizione di riferimento:

Opere varie di Alessandro Manzoni, edizione riveduta dall'autore, Stabilimento Redaelli dei fratelli Rechiedei, Milano 1870.

  La lettera è contenuta anche al n. 793 (II tomo vol. VII) dell'edizione:

Opere di Alessandro Manzoni, a cura di Alberto Chiari e Fausto Ghisalberti, vol. VII in tre tomi a cura di Cesare Arieti, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1970. – Officine Grafiche di Verona della Arnoldo Mondadori.

A Giacinto Carena - Torino

Chiarissimo Signore,

Ho tardato a ringraziarLa della gentilissima lettera con la quale m'ha fatto l'onore d'annunziarmi insieme un aspettatissimo libro, e un inaspettato e prezioso dono, per potere aggiungere a questi ringraziamenti particolari quelli che Le devo in comune con la più parte degl'Italiani. Dicendo, con troppa modestia d'aver voluto giovare ai giovani studiosi della nostra lingua. Lei mi fa tornar giovane, perché il suo libro m'insegna appunto ciò che ho gran bisogno e gran desiderio d'imparare, dandomi tutt'in una volta una quantità di que' vocaboli che andavo accattando a spizzico, e all'occasione, da quelli che li possedono per benefizio di nascita, e in casa de' quali Lei è andata, con coraggiosa e sapiente pazienza, a farne raccolta.

Ma che temerario Le parrò io, se nell'atto di protestarmi suo discepolo, come fo di cuore e in coscienza, oso a questi ringraziamenti aggiungere un'osservazione? e un'osservazione non richiesta? e che, essendo legata con le nostre eterne questioni sulla lingua, non potra' nemmeno avere il merito della brevità, o piuttosto dovrà essere indiscreta, anche per la lungaggine? La mia scusa è nel dovere stesso che ho di ringraziarLa. Non mi pare che adempirei convenientemente questo dovere, se Le esprimessi la mia riconoscenza in termini generali e insignificanti; se dicendole che riguardo il suo lavoro come un gran benefizio, in parte promesso, in parte già fatto alla nostra Italia, non Le rendessi qualche ragione di questo sentimento. Ma non potrei far ciò, senza accennare insieme il perchè mi pare che il benefizio poteva, e per mezzo di semplici omissioni, essere ancora maggiore. E quindi ciò che mi rende ardito a sottometterLe con rispettosa libertà questa mia osservazione, è lo sperare che, quand'anche non Le paresse punto fondata, vorrà pure accoglierla come parte d'un sincerissimo omaggio.

Essa cade su quelle locuzioni dell'utilissimo suo Vocabolario domestico, che non sono dell'Uso vivente di Firenze. E con questo Le ho implicitamente confessato ch'io sono in quella scomunicata, derisa, compatita opinione, che la lingua italiana è in Firenze, come la lingua latina era in Roma, come la francese è in Parigi: non perchè quella fosse, nè questa sia ristretta a una sola città: tutt'altro; e quali lingue furono mai più diffuse di queste? ma perchè, diffuse bensì, adoprate e conosciute in parte, e anche in gran parte, in una vasta estensione di paese, anzi di paesi, pure per trovar l'una tutt'intera, bisognava andare a Roma, come, per trovar l'altra, a Parigi. E le confesserò di più, ch'io riguardo la sua impresa come un argomento efficacissimo per dimostrare a coloro ai quali quest'opinione pare, non so s'io dica uno strano pregiudizio, o uno strano paradosso, che, in fondo in fondo, ne sono persuasi anche loro, e contradicono a sè medesimi quando la negano, e par loro anche troppa degnazione il negarla. Anzi le chiedo il permesso di rivolgermi a questi; e di litigar con loro, giacchè è la maniera che trovo più spiccia per esporLe i motivi della mia qualsisia osservazione; o, dirò anche qui, per accennarli, poichè, se questa lettera sarà pur troppo eccessivamente lunga, riguardo a ciò che vorrebbe la discrezione, sarà anche eccessivamente laconica, riguardo a ciò che richiederebbe l'argomento.

« Se sentiste, dico dunque a questi molti, che un dotto Piemontese, non trovando in Torino de' vocaboli, che possa chiamare italiani, per esprimere una quantità di cose che si nominano a tutto pasto in Torino, come in tutta l'Italia, è venuto a cercar questi vocaboli italiani a Milano, o è andato a Napoli, o a Genova, o a Bologna, sono sicuro che ridereste, vi parrebbe strano: vi pare strano anche il figurarselo. Ma quando sentite che questo dotto Piemontese va tutti gli anni a star qualche tempo a Firenze per un tal fine, non ridete punto, non vi pare punto strano. E questo, ve n'avvediate o no, è un riconoscere implicitamente che la lingua italiana è là. Dico la lingua assolutamente; perchè il supporre che ci sia una lingua in tutta Italia, ma che una parte di questa lingua si trovi solamente in Firenze, è dimenticare affatto cosa sia una lingua, è applicare il nome a ciò che non ha le condizioni della cosa. Una lingua mancante d'una sua parte è un'idea contradittoria. Una lingua è un tutto, o non è. Certo, e inevitabilmente, a una lingua mancano de' vocaboli, l'equivalente de' quali si trova in altre lingue; ma perchè? perchè gli uomini di quella lingua non trovano le cose corrispondenti a que' vocaboli, e non hanno nemmeno l'occasione di parlarne. Le lingue che, appartenendo a una società scarsa di cose e di cognizioni, hanno pochi vocaboli, si chiamano povere; ma si chiamano lingue, perchè hanno ciò che è necessario a costituirle tali. E cos'è che costituisce una lingua? cosa intende per questo nome il senso comune? Forse una quantità qualunque di vocaboli? No davvero; ma bensì una quantità di vocaboli adeguata alle cose di cui parla la società che possiede quella lingua, il mezzo con cui essa dice tutto quel molto o poco che dice. E quale è il mezzo con cui gl'Italiani dicono tutto quello che dicon tutti? Ahimè! non è un mezzo, sono molti; e per chiamar la cosa col suo nome, sono molte lingue: la lingua di Torino, quella di Genova, quella di Milano, quella di Firenze, con un eccetera pur troppo lungo.

Lingue? mi par di sentirli esclamare: lingue codeste? La lingua è quella che è comune a tutta l'Italia: codesti non sono altro che dialetti particolari. ‑ Chiamateli come vi piace, rispondo: ma vediamo un po' cosa sono in effetto, e cos'è in effetto quell'altra cosa che chiamate lingua. E per vederlo in un momento, supponete che, per uno strano miracolo, tutti questi che chiamate dialetti cessassero a un tratto d'esistere, che dimenticassimo ognuno il nostro, e ci trovassimo ridotti a quella che chiamate lingua comune. Come s'anderebbe avanti? Come vi pare che potremmo intenderci, non dico tutti insieme, napoletani, milanesi, romani, genovesi, bergamaschi, bolognesi, piemontesi, e via discorrendo, ma in una città, in un crocchio, in una famiglia? E non dico la parte meno istrutta delle diverse popolazioni, ma le persone civili, colte, letterate: non dico le parole che il servitore non intenderebbe; dico le cose che il padrone non saprebbe come nominare. Quante cose, dico, e modificazioni e relazioni di cose, quanti accidenti giornalieri, quante operazioni abituali, quanti sentimenti comuni, inevitabili, quanti oggetti materiali sia dell'arte, sia della natura, rimarrebbero senza nome! Quante volte si dovrebbe fare come quel cherico che, dovendo, per legge del seminario, parlar latino, e volendo chiedere a un compagno le smoccolatoie, allontanava e riaccostava l'indice e il medio, accennando insieme la moccolaia della candela, e dicendo: da mihi quodfacit ita ita! Sapreste voi altri stendere in termini italiani nel vostro senso, cioè comuni di fatto a tutta l'Italia, l'inventario di ciò che avete nelle vostre case? Di grazia, insegnatemi il come, perchè io non lo conosco. L'aver noi, in quelli che chiamate dialetti, altrettanti mezzi di soddisfare, non in comune, ma in diverse frazioni, i bisogni del commercio sociale, è ciò che vi fa dimenticare questi bisogni, e gli effetti corrispondenti delle lingue, quando parlate di lingua italiana; è ciò che vi fa associare al nome di lingua, non l'idea universale e perpetua d'un istrumento sociale, ma la nozione indeterminata e confusa d'un non so che letterario. Se non v'avesse a rimaner altro, v'accorgereste se è una lingua; vedreste se ci sia ragione d'esclamare quando sentite dar questo nome a quelle che vi fanno essere uomini parlanti. Vedreste, anzi dovete aver veduto che una lingua, volendo mantenere a questo termine il suo vero senso, e il solo che sia utile e applicabile, non è una quantità qualunque di vocaboli: altrimenti sarebbe vana la distinzione di lingue vive e di lingue morte; giacchè anche queste hanno, o piuttosto ne rimane una quantità, e d'alcune una grande e splendida quantità di vocaboli; e non sono certamente mancate mai persone che le conoscessero più o meno, e le adoprassero. Ma la distinzione, tutt'altro che vana, anzi necessaria, è appunto in ciò, che queste lingue non hanno una quantità di vocaboli corrispondente alle cose nominate da una società, perchè le persone che le conoscono, e anche le adoprano, non formano una società in vera e piena comunione di linguaggio. E dovete vedere che l'effetto, o piuttosto la mancanza dell'effetto, è uguale in quelle lingue, e in quella che chiamate lingua italiana: non perchè siano cose uguali in sostanza, giacchè quelle furono lingue, e codesta non è, nè fu; ma sono uguali nella parte negativa, cioè nel non esser lingue. Che ci sia una quantità di vocaboli comuni, in diverse maniere, e per diverse cagioni, a tutta l'Italia, cioè alcuni più o meno noti a una parte delle diverse popolazioni, altri universalissimamente noti, anzi unicamente usati da ogni classe di persone, è un fatto manifestissimo; e l'esame di questo fatto, o piuttosto di questi diversi fatti, e delle loro diverse cagioni, potrebbe esser molto utile, perchè aprirebbe la strada a osservare quale di queste cagioni possa produrre l'effetto intero, cioè la comunione, non d'alcuni vocaboli solamente, ma d'una lingua intera. Qui però basta l'aver veduto che questi vocaboli comuni di fatto, più o meno, non costituiscono una lingua, perchè non equivalgono alle cose di cui parla nè la società a cui volete che appartenga, nè un'altra società qualunque: che è l'effetto naturale delle lingue, o piuttosto la loro essenza medesima; ed è l'effetto che producono naturalmente e continuamente, ma pur troppo diversamente, e in diverse piccole società, quelli che chiamate dialetti. Ma, di nuovo, chiamateli pure dialetti, se vi piace così; purchè siate costretti a riconoscere che, per prendere il loro posto, per fare in una sola maniera e in comune l'effetto che fanno in diverse maniere e separatamente, ci vuole una cosa che abbia la stessa virtù, la stessa natura, la stessa causa efficiente, cioè un altro dialetto. O piuttosto intendiamoci sul significato di questa parola, perchè vedo che gliene date due, molto diversi; e il mettere in chiaro l'anfibologie non è far questioni di parole, è anzi l'unico mezzo di farle finire, come il mezzo d'evitarle è di dare alla prima alle parole, un significato solo e preciso. O, dunque, per dialetti italiani intendete altrettanti linguaggi, ognuno de' quali è usato in una parte, più o meno circoscritta, dell'Italia; e allora il termine esprime un fatto indubitabile, ma che non conclude niente per la questione; allora opponendo dialetto a lingua, mettete in opposizione due cose, tra le quali non c'è opposizione, giacchè ciò che costituisce una lingua non è l'appartenere a un'estensione maggiore o minore di paese, ma a una società effettiva e intera. O intendete altrettanti linguaggi diversi, più o meno, da una supposta lingua comune; e allora il termine non è altro che una tremenda petizione di principio. Certo, se ci fosse questa lingua comune di fatto, bisognerebbe combatter ferocemente quelli che pretendessero di sostituire ad essa una lingua particolare... cioè, ho sbagliato: non ci sarebbe bisogno di combatterli, perchè non ci sarebbero. Si può egli immaginare che, se gl'Italiani possedessero in effetto un mezzo comune di dire ciò che dicon tutti, sarebbe venuto in mente ad alcuno di dir loro: fateci un piacere, per le nostre bellezze; rinunziate a questo mezzo di cui siete in possesso e in esercizio, per prenderne uno novo; morite, per resuscitare con comodo in un'altra forma; smettete, dimenticate tutti codesta lingua comune, per imparar tutti la lingua d'un cantuccio privilegiato? Si può egli immaginare che una stravaganza simile sarebbe caduta nella mente d'un uomo solo, che non fosse pazzo, non che stabilirsi e regnare nelle menti di moltissimi, e passar di generazione in generazione, e dirsi comunemente: lingua toscana, nel senso, non solo di lingua, ma della lingua degl'Italiani, principiando dal contadino, che chiama ancora toscana la spiegazione del Vangelo del suo curato, fino al Tasso, che dice nella Gerusalemme: «Se tanto lice a' miei toscani inchiostri», e, lasciando altri luoghi, nel libro V de' Discorsi del poema eroico: «Nella nostra toscana favella, Dante, oltre gli altri, etc.»? Vedete dunque, che tutta la forza di questa parola: dialetto, non nasce, in questo caso, che dal supporre ciò che è in questione; come avete dovuto vedere che, considerati in sè, nella loro essenza, e astraendo da ogni relazione accidentale e estrinseca, quelli che chiamate dialetti italiani, sono di quelle cose che il senso universale degli uomini chiama lingue. Il loro difetto è d'esser molti: difetto, dico, relativamente a noi Italiani tutti quanti, che, per ragioni più che bone, vogliamo averne una. E per arrivare a questo fine, supponendo per un momento, che ci si pensasse ora per la prima volta, il mezzo più naturale sarebbe, non d'immaginarsi, contro l'evidenza, d'esserci arrivati, ma di scegliere una di queste lingue, e accordarsi tutti gl'Italiani che non la possiedono per benefizio di nascita, a impararla, per servirsene in comune. Dopo ciò, diventerebbe cosa ragionevole il distinguer questa lingua, anche di nome, e riservare a lei sola quello di lingua, non per riguardo all'essenza, che, ripeto, è uguale in tutte, ma per quella sua particolarità importantissima dell'esser la sola adottata da tutti gl'Italiani. E all'altre converrebbe di riservare il nome di dialetti, che acquisterebbe un senso preciso e vero, perchè si direbbe in opposizione, non a una supposta lingua, ma a una vera e reale: lingua non più di loro, particolare quanto loro, ma destinata a diventar generale; mentre esse sarebbero destinate a rimaner particolari, anzi a essere abolite da quella. Ultimo termine, al quale, anche con l'aiuto delle circostanze più favorevoli, s'arriva difficilmente e tardi; ma termine d'una strada nella quale ogni passo è guadagno: è non solo accostarsi all'intera unità di linguaggio, ma averla acquistata in parte. Ridotta la questione a questo punto, o piuttosto rimessa così la questione nel suo vero punto, non rimarrebbe più altro che di vedere se gl'Italiani abbiano o non abbiano preso quell'unico partito, se tra le lingue d'Italia ce ne sia una adottata da loro per essere la loro lingua comune, e quale sia. E potrei dire che s'è già veduto; poichè cos'altro vuol dire, cos'altro può dire il fatto accennato da me incidentemente, e ad altro fine, un momento fa? Ma non devo dimenticarmi che qui si tratta, non tanto di vedere se la cosa sia, ma se sia riconosciuta anche da voi altri. Ora, anche voi altri avete detto che questa lingua c'è, e avete detto qual è, col non trovare strano che un Italiano premuroso di promovere e in parte d'iniziare l'unità del linguaggio in Italia, vada a Firenze, e non altrove, a prender vocaboli. So bene che non intendete d'aver detto tanto. Volete solamente che da Firenze, a preferenza dell'altre città d'Italia, si deva prender qualcosa: un qualcosa, del resto, indefinito e indefinibile, perchè ripugna che da una teoria contradittoria si possano dedurre norme chiare e precise, ripugna che s'arrivi a determinar logicamente cosa possa esser necessario di prendere da una parte d'Italia, per formare una lingua, che si dice esister già bell'e formata in tutta Italia. Non intendete punto di concedere che il dialetto, come dite, di Firenze deva essere la lingua degl'Italiani: intendete solamente d'attribuirgli non so quale superiorità, di riconoscerlo come il primo tra i dialetti italiani. Ma quando si tratta di sostituire l'unità alla moltiplicità, se uno dice: questo sia il primo, la logica aggiunge: e l'ultimo. Vediamolo all'atto pratico, quantunque sia una di quelle cose che non hanno bisogno d'esser confermate dall'esperimento. Abbiamo, per esempio, in Italia trenta vocaboli per significare una sola cosa, conosciuta e nominata abitualmente in tutta l'Italia; e un vocabolo comune di fatto non c'è. Seguendo il vostro consiglio, o profittando del vostro permesso, ricorro prima a Firenze, e prendo il vocabolo di quella lingua. Ma fatto questo, m'avvedo subito, che non c'è più altro da fare. L'intento è ottenuto: il di più non potrebbe se non guastare. Si voleva un vocabolo, s'è trovato; si voleva uscir de' molti, e arrivare all'uno; ci s'è arrivati. Nominato il papa, finito il conclave. Non vi domando se in codesta gerarchia ci sia il secondo, il terzo, o quanti altri; o se al di sotto del primo tutti gli altri siano pari: sareste impicciati ugualmente a rispondere e l'uno e l'altro, e soprattutto a dar ragione della risposta: ma non c'è bisogno di pensare a ciò. È bastato il primo, perchè la cosa ne richiedeva solamente uno; e non resta altro da fare, che levargli quel titolo di primo, che la cosa rifiuta. Ma qui mi fermano di nuovo, e mi dicono: Adagio: sia pur così per i casi di cui avete parlato: è appunto il qualcosa che intendevamo di concedervi. Ma ciò che è comune di fatto a tutta l'Italia, quella gran massa di vocaboli che sono conosciuti, riconosciuti, usati, dall'Alpi a Lilibeo si dovrà egli andarli a cercare a Firenze? Senza dubbio, rispondo: è una conseguenza inevitabile della vostra concessione. Bisogna andarli a cercare a Firenze, poichè ci sono, e perchè, essendoci, sarebbe una vera pazzia cercarli altrove. E per dimostrar che ci sono basterà rammentarvi un fatto, che nessuno certamente ha negato mai, ma che molte volte non si mette in conto; cioè che Firenze è una città d'Italia. Segue da ciò che, nè un complesso di vocaboli, nè un vocabolo qualunque si potrà chiamar comune (volendo serbare ai termini il loro valore, come è necessario per ragionar rettamente) se non si trova anche in Firenze. Chiamando lingua italiana ciò che in fatto di lingua è comune a tutta l'Italia, intenderete forse di dire: a tutta l'Italia, esclusa Firenze? Non credo. Siccome però non si tratta di prenderci in parola gli uni con gli altri, ma di vedere cosa vogliamo in ultimo, siete sempre a tempo a dire che l'intendete così. Ma allora dovrete rinunziare quella magnifica e imponente denominazione di comune, e a tutta la forza che vi par di cavarne; dovrete e cambiare il termine, e inventare una nuova teoria. E siccome una teoria non può esser fondata che su de' fatti, dovrete far vedere come esista di fatto una unità di linguaggio tra le varie parti d'Italia, meno una; come Torino e Napoli, Venezia e Genova, Milano e Bologna, Roma e Modena, Bergamo e Palermo, siano riuscite ad accordarsi nel dir tante cose nella stessa maniera, e Firenze sola rompa questa felice uniformità; come questa città, dalla quale acconsentite che si prenda ciò che, riguardo all'unità, manca a tutte l'altre, sia poi priva di ciò che tutte l'altre hanno. Ma non credo che, neppur ora, vi sentiate di voler dire una cosa simile. È vero che, per quanto sia strana, è sottintesa ogni momento, in una quantità di ragionamenti; ma è una di quelle cose che si può bensì sottintenderle, e ragionare come se fossero; sostenerle, anzi accettarle, quando si siano vedute in viso, non si può. È, dico, sottintesa tutte le volte che si oppone l'Italia intera a Firenze, e si domanda per qual ragione, con che diritto, una parte dovrà prevalere a un tutto, una città a una nazione, l'idioma d'alcuni alla lingua di tutti. Domanda, alla quale è impossibile rispondere categoricamente; ma alla quale, per ciò appunto, è facilissimo rispondere negando quello che c'è sottinteso e supposto, cioè che Firenze possa trovarsi in opposizione con l'Italia intera. Infatti, o si tratta di casi in cui il vocabolo sia, per qualunque cagione, comune a tutta l'Italia, e quindi (meno di non dichiarare espressamente che Firenze, in materia di lingua! non fa parte dell'Italia) comune anche a Firenze; e allora, come può nascere la questione di prevalenza in ciò che è identico? O si tratta di casi in cui l'Italia abbia diversi vocaboli per significare una medesima cosa; e allora ciò che si vuole opporre a Firenze non è un tutto, ma una quantità di cose eterogenee; non è una lingua, sono molte favelle; non è una nazione intera; e, se lo fosse, non sarebbe una nazione labii unius et sermonum eorundem, che è la sola circostanza che deva contare nella questione: allora non è il caso di sdegnarsi che si voglia far prevalere una città all'Italia, ma di riconoscere che l'Italia ha proprio bisogno d'una città che prevalga. Rimane dunque fermo che ciò che è comune a tutta l'Italia, in fatto di lingua, deve trovarsi in Firenze, come, del resto, in Venezia, in Roma, in Torino, in Modena, in Brescia, in Napoli, e via discorrendo. Ora, poichè a Firenze volete pure che si deva ricorrere per cercar ciò che manca alla lingua comune, come la chiamate; perchè dovremo cercare altrove codesta stessa lingua comune, che siamo sicuri di trovar là? Osservate, di grazia, che, volendo cercarla altrove, bisognerebbe cercarla in tutta l'Italia; e come? separando, col confronto, da tanti e tanti particolari ciò che è comune. Senza esaminare se sia un'operazione possibile, basta che la [abbiate] riconosciuta difficile e lunga; e che riconosciate, per conseguenza, che sarebbe pazzia l'intraprenderla, o il tentarla, quando ci sia il mezzo di risparmiarla. E il mezzo è di concluder tutto a Firenze. Là non c'è altro da fare, che prendere i vocaboli di quella lingua; senza esaminare se siano particolari ad essa, o comuni a tutta l'Italia, perchè anderà bene in qualunque maniera. Se saranno comuni, cosa si vuol di più? se saranno particolari, cosa si può voler di meglio? sono quel che ci vuole per far che la lingua italiana abbia ciò che dovrebbe avere. Direte che, tra i vocaboli particolari a Firenze, ce ne saranno anche, anzi ce ne sono sicuramente di quelli che significano cose particolari a Firenze; e che, con questo espediente di prender tutto, si dovrà, per conseguenza, prender de' vocaboli, de' quali noi altri italiani non fiorentini non avremo forse mai bisogno di servirci. Benissimo: li prenderemo, e non ce ne serviremo, fuorchè nel caso non impossibile, che occorra anche a noi di nominar quelle cose particolari a Firenze. Vi par egli che sia un grand'inconveniente l'acquistare un po' di superfluo (anche supponendolo rigorosamente tale), quando s'acquista il necessario? che convenga di rifiutare il mezzo sicuro, e il mezzo almeno più facile, di raccogliere tutt'in una volta e i vocaboli usati uniformemente in tutta l'Italia, e i vocaboli con cui dire uniformemente ciò che in tutta l'Italia si dice in dieci, in venti, in trenta maniere, o più, perchè, adoprando un tal mezzo, si dovranno raccogliere anche alcuni vocaboli inutili o poco utili a una gran parte dell'Italia? La lingua italiana deve, secondo voi altri, resultare da due non so che, uno comune, l'altro particolare: non avevo io ragione di dire che da Firenze, anche secondo voi altri, si deve prender la lingua, poichè c'è e l'uno e l'altro? E avreste ragione di non volere, solo perchè ci verrà dietro un qualcosa di più? Ho detto: anche secondo voi altri; perchè non è certamente questa la vera e buona ragione. La ragion vera e buona è che, quando non si ha una lingua, e la si vuole, bisogna prenderla qual è, per adoprarne, s'intende, quel tanto che viene in taglio, come si fa di tutte le lingue; e che una lingua bisogna prenderla da un luogo, perchè una lingua è in un luogo; è, di sua natura, una cosa unita e continua, che può dilatarsi, ma purchè sia, può essere acquistata da chi non l'ha, ma purchè ci siano quelli che l'hanno naturalmente e immediatamente: e l'averla così nasce dal trovarsi, per effetto della convivenza, in quell'universalità di relazioni che produce un'universalità di vocaboli. Ricapitoliamo. Perchè si dice, e con una bonissima ragione: lingua italiana, voi volete che la cosa significata da questo nome deva essere necessariamente una cosa comune di fatto a tutta l'Italia, senza cercare se questa cosa sia poi una lingua. Siccome però l'uomo può bensì (fino a un certo segno, e nella sfera delle sue cognizioni) chiamare anche lui le cose che non sono come quelle che sono, ma con la differenza, che non vengono; siccome, per conseguenza, dovete pur vedere che la cosa da voi chiamata lingua non ha di che produrre gli effetti veri, interi, naturali, essenziali, di lingua; così vi trovate costretti a concedere, ad approvare che le si cerchi un sussidio; e in questa maniera, dopo averla proclamata lingua, le imponete una condizione alla quale nessuna lingua che lingua sia, è stata nè sarà mai assoggettata; giacchè chi ha mai compresa nel concetto di lingua la necessità d'accattar vocaboli, non per arricchirsi, ma per essere, non per accrescere le sue operazioni, ma per farle, non per nominar cose novamente pensate o scoperte, o venute di lontan paese, ma le cose più vecchie e più note? Come poi sia nata quest'idea singolare d'assegnar per sussidio, per supplimento, a una che si chiama lingua uno che si chiama dialetto; se questa sia stata veramente l'idea primitiva, o un ripiego immaginato più tardi da persone, che, trovando quel dialetto accettato generalmente in Italia per lingua dell'Italia, non volevano accettarlo anche loro come tale, e insieme non vedevano, nè come poterlo far ri­fiutare affatto dagli altri, nè come si potesse farne di meno; sarebbe una ricerca interessante; ma non è punto necessaria per aver ragione di dire che, con questo, venite a negare in fatto l'essere di lingua alla cosa a cui ne date il nome. Quando poi si viene un po' più al particolare, e si cerca che ufizio deva fare l'altra cosa accettata da voi, solanvente come sussidiaria, si trova che non può fare se non quello che conviene al suo essere, e al nostro intento, cioè l'ufizio di lingua; giacchè e essa è una lingua e non altro, e ciò che vogliamo tutti, se ci rendiam conto di ciò che vogliamo, è una lingua sola da sostituire alle molte che pur troppo abbiamo. Tanto una realtà, appena appena le si conceda un po' di posto accanto a un ente immaginario, ha forza di scacciarlo, e di prendere il posto intero, se dopo averli messi insieme si mettono anche alle prese! Scegliete dunque una delle due, per non rimanere in contradizione con voi medesimi. O volete che ci sia una lingua comune di fatto a tutta l'Italia; e ricredetevi, maravigliatevi d'aver trovato cosa naturalissima, che un dotto Italiano andasse a cercar vocaboli a Firenze: ridete ora per allora. Ma per aver ragione di ridere, dimostrate poi, anzi affermate semplicemente, se ve ne sentite, che, per significar le cose comuni in tutta l'Italia, ci sono vocaboli comuni in tutta l'Italia, e che, per conseguenza, avrebbe potuto, senza prendersi tanto incomodo, trovarli in Torino: che dico trovarli? li doveva sapere; giacchè cosa diamine vorrebbe dire una lingua comune a tutta l'Italia, e nella quale un dotto Italiano non sapesse nominare cose che gli occorre di nominare continuamente? O non vi sentite d'affermare, nè, per conseguenza, di ridere; e allora riconoscete che la vostra lingua italiana non ha ciò che è essenziale alle lingue, ciò che ognuno s'aspetta di trovare in ognuna, ciò che è implicito nel vocabolo medesimo, in somma che non è una lingua. Ho detto: la vostra; perchè non si tratta qui di cambiare una denominazione, ma di levargli un falso significato. Non si tratta di rinunziare al carissimo nome di lingua italiana, nome che l'Europa c'insegnerebbe, quando non l'usassimo noi, come chiama lingua spagnola quella che gli spagnoli chiamano ancora castigliana; nome, che ragionevolmente è prevalso a quello di lingua toscana, il quale, nè corrispondeva rigorosamente al fatto, perchè la Toscana ha bensì lingue poco differenti, ma non ha una lingua sola; nè esprimeva in alcuna maniera l'intento, che è d'avere una lingua comune, non a una parte dell'Italia, ma all'Italia. Si tratta d'applicarlo a una cosa reale, e dalla quale si possa, per conseguenza, avere l'effetto; a una cosa, alla quale convenga il sostantivo prima di tutto, e poi anche l'aggettivo; a una cosa che sia e lingua e italiana: lingua per natura, e italiana per adozione, perchè adottata dagl'Italiani per loro lingua comune. E si tratta forse di dargli ora per la prima volta questo senso? No di certo; chè, se è un pezzo che il nome di lingua italiana è adoprato per combattere quella lingua reale, è anche un pezzo che è adoprato per significarla. E in questo senso l'usò, per esempio, sicuramente il Tasso citato poco fa, in un altro luogo, cioè nel secondo Discorso dell'arte poetica; dove, dopo aver detto che molte cose, le quali stanno bene nella favella greca e nella latina, «suonano male nella toscana,» continua così: «Ma fra l'altre condizioni che porta seco la nostra favella italiana, etc.», adoprando così promiscuamente e indiferentemente le due locuzioni, come affatto sinonime. Non mancò anche chi le dichiarasse espressamente tali; e, per citare anche qui uno scrittore non fiorentino, nè toscano, il Parini, (nella seconda parte de' Principi delle Belle Lettere) dice che, per l'opera principalmente di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, la lingua toscana è stata promulgata in Italia, «talmente che poi è divenuta comune a tutti gl'Italiani, e da ciò ha il nome più gene rale acquistato d'italiana.» Comune per consenso, italiana di nome, e affinchè diventi comune per possesso, italiana di fatto, e perchè lo è già diventata in parte. Chè questo pigro e svogliato, ma antico e non interrotto consenso; combattuto e rinnegato con formali e risolute parole, ma confermato indirettamente e involontariamente con altre parole da que' medesimi che lo combattono e lo rinnegano; tutt'altro che aiutato dalle circostanze, ma non potuto abolire da esse, ha pur dovuto produrre qualche effetto, anzi un effetto notabile, quantunque ben lontano dal corrispondere all'intento. Vedete infatti quanta parte di quella che chiamate lingua comune, voglio dire quanti vocaboli noti più o meno alle persone colte di tutta l'Italia, e usati da queste, negli scritti principalmente, non siano altro che vocaboli veramente comuni in Firenze, cioè usati là da ogni classe di persone, usati in ogni circostanza, usati unicamente. E che altro è questo, se non una parte di lingua fiorentina, diventata italiana anche di fatto? È vero verissimo che non sono questi i soli vocaboli comuni, in una o in un'altra maniera, a tutta l'Italia; ma cos'è il rimanente? Ho detto poco fa, che l'esame di questo fatto, messo sempre in campo, e non mai analizzato, sarebbe molto utile; e dovevo dire che è necessario, se si vuole trattare una volta la questione davvero, e quindi finirla; giacchè come mai si potrà trattare e finire una questione di fatto, se non s'esamina il fatto medesimo? se, trattandosi d'un fatto moltiplice e composto, non si guarda di quali elementi sia composto, e si crede che basti indicarlo con un termine collettivo, come: vocaboli comuni? Vedete dunque se i vocaboli comuni a tutta l'Italia non sono in fatto un resultato di varie cagioni, e più particolarmente, se non si riducono in ultimo a tre categorie. O sono vocaboli comuni materialmente a tutta l'Italia, perchè si trovano in tutti gl'idiomi d'Italia: quantità accidentale e circoscritta, che non è, nè una lingua intera, nè parte d'una lingua sola, bensì di molte. O sono vocaboli nati in qualunque luogo d'Italia, o anche e per lo più, di fuori, e diffusi per tutta l'Italia insieme con la notizia delle nuove cose significate da essi, per esempio, macchine, scoperte, istituzioni, opinioni: altra quantità accidentale e circoscritta, che non è una lingua, nè parte d'una lingua sola, ma di molte, e spesso di lingue più disparate. O sono vocaboli diventati comuni a tutta l'Italia per essere stati messi fuori da scrittori, i libri de' quali siano letti in tutta l'Italia; ed è ciò che da motti s'intende per lingua italiana, ora esclusivamente, ora insieme con altre cose, perchè le teorie arbitrarie non possono star ben ferme in un punto; è ciò che (tanto delle parole si può far ciò che si vuole!) fu anche chiamato lingua scritta. Ma, se vogliamo badare alle cose e alla ragione delle cose, quantità accidentale e circoscritta anch'essa, e che non è una lingua, nè parte d'una sola lingua, nè potrà mai arrivare allo stato di lingua, per la ragione stessa, che non c'è mai potuta ritornare la latina morta, la quale, per quanto sia stata scritta, è rimasta e rimane morta, che è quanto dire non più lingua; per la ragione che ci manca la causa efficiente, e sine qua non delle lingue, cioè una società effettiva e intera; per la ragione che lo scrivere non è, nè può essere l'istrumento d'un pieno commercio sociale; che tra scrittori e scrittori non c'è, nè ci può essere quella totalità di relazioni che produce una totalità di vocaboli. I soli vocaboli fiorentini diventati più o meno comuni a tutta l'Italia sono, non meri fatti d'unità, ma fatti iniziali d'un'intera unità; sono una parte già acquistata d'un tutto, la vanguardia, dirò così, d'un esercito già formato; sono vocaboli venuti o presi da un luogo dove c'è una lingua da potersi e diffondere e prendere. Una lingua fatta, ripeto; non fatta insieme e da farsi, come la vostra. Contradizione, del resto, comune a tutti i sistemi che propongono per lingua italiana tante cose diverse, accordandosi tutti nel non volere quella vera lingua, e insieme nel concederle un non so quale primato: sia a quella che vive, sia a quella d'un altro tempo. Ognuno vuol provare che la sua lingua c'è, quando poi si tratta di trovarla, per servirsene, ognuno insegna una maniera, anzi più maniere di comporla. Promettono una lingua esistente, e danno una lingua possibile, cioè possibile secondo loro.

Chiedendo all'indulgente non meno che dotto e benemerito Sig.r Cavaliere Carena il permesso di disputar con altri, per dir così, in sua presenza, e chiedendogli anticipatamente scusa della lungaggine, non prevedevo, per dir la verità, che sarebbe arrivata a questo segno. Perdoni, di grazia, ogni cosa al mio desiderio di rendere omaggio, non al solo, ma a un essenzialissimo merito del suo Vocabolario, cioè l'essere il più fiorentino di tutti; e d'accennarLe il perchè mi pare che produrrebbe ancora più pienamente e sicuramente l’effetto che si deve volere, se fosse affatto fiorentino. Per qual ragione infatti il suo lavoro potrà esserci, e ci sarà, spero, tanto utile, se non perchè ci somministra tanti e tanti mezzi di dir tutti in una sola maniera ciò che diciamo tutti, ma in tante maniere diverse? E per qual ragione ha potuto somministrarci tutti questi mezzi d'unità, se non perchè l'Autore è andato a prenderli da una lingua viva e vera, dove si trovano naturalmente e necessariamente? Ma quando, per esempio, trovo il vocabolo Panna accompagnato da quattro altre denominazioni, non posso a meno di non dire tra me, come lo dico a Lei, con una sincerità ardita, perchè viene dalla stima: cosa ci giova, in questo caso, d'avere un'abile e esperta guida, se ci conduce a un crocicchio, e ci dice: prendete per dove vi piace? cosa ci giova, in questo caso, che ci sia chi ha scelto con ottimo giudizio, e acquistato con nobile fatica il mezzo di sostituire l'unità alla deplorabile nostra moltiplicità, se sostituisce una moltiplicità a un'altra? Voglio forse dire con questo, che nelle lingue non ci siano de' sinonimi propriamente detti, o che un vocabolario non deva registrarli? Tutt'altro. I sinonimi sono un inconveniente quasi inevitabile delle lingue; e un vocabolario è il raccoglitore e, per dir così, il relatore de' fatti d'una lingua; e deve perciò ammettere anche quelli che si può ragionevolmente desiderare che si cambino, come è appunto il fatto d'esserci più d'un vocabolo per significare un'identica cosa. Ma se l'aver de' sinonimi è un inconveniente quasi inevitabile delle lingue, è anche un inconveniente rarissimo: intendo sempre delle lingue davvero. Infatti un piccol numero di sinonimi è compatibile con una piena e continua comunione di linguaggio; giacchè, da una parte, non è difficile che molti, o anche tutti conoscano alcune poche coppie di parole aventi un identico significato; dall'altra, qualche parola sconosciuta a chi la sente, insieme con molte altre conosciute, o si fa intendere per l'aiuto del contesto, o non può interrompere, se non momentaneamente quella comunione. Se in vece i sinonimi d'una lingua fossero in gran numero, o bisognerebbe che coloro i quali la possiedono e l'adoprano conoscessero il doppio, o che so io? de' vocaboli necessari alle loro relazioni reciproche, o non riuscirebbero a intendersi. Delle cagioni particolari poi fanno spesso, che una di quelle locuzioni sinonime prevalga, in più o meno tempo, e rimanga sola; mentre altre cagioni particolari fanno che nascano de' nuovi sinonimi: dimanierachè ce n'è sempre alcuni, ma sempre alcuni solamente. L'Uso vivente di Firenze non ha cinque denominazioni per significare la panna: je ne le sais pas, mais je l'affirme, come diceva quello. Lo so dell'Uso di Milano, l'affermo di quello di Firenze e di tutte l'altre città d'Italia, perchè una tale moltiplicità non è compatibile col parlar che si fa della cosa continuamente tra persone d'ogni classe. Non dico: da persone d'ogni classe: chè questo si può dire anche parlando collettivamente, non solo di tutta l'Italia, ma dell'Europa e più, senza che per questo ci sia una lingua cosmopolitica, nè una lingua europea. Dico: tra persone d'ogni classe, cioè in una società effettiva e continua, che è ciò che fa esser le lingue. E oso concludere che se, in questo caso e in qualche altro, Ella si fosse ristretta al solo Uso di Firenze, e s'intende l'Uso attuale e vivente, ci avrebbe, anche in quelli, come nella più parte de' casi, data la cosa di cui abbiamo bisogno: un vocabolo da prendere, e non de' vocaboli, tra i quali scegliere. Chè questa facoltà di scegliere è appunto la nostra miseria: è la conseguenza del non avere, come la facoltà di congetturare è la conseguenza del non sapere.

Ma cosa avrebbero detto? Oso rispondere che, o non avrebbero detto niente, o avrebbero detto tanto poco da non disturbare sensibilmente il buon effetto del suo lavoro. Molte volte quell'errore medesimo (e parlo come d'un solo errore, perchè i diversi sistemi accennati or ora, per quanto differiscano ne' particolari, sono simili, anzi identici nel voler tutti qualche cosa che non è una vera lingua, e nel non volere interamente quella che è una vera lingua) quell'errore medesimo che, nel campo della teoria, sarebbe andato avanti, con imperturbabile coerenza, a negare una verità, esita, si ferma e, se non rende l'armi, le ripone, quando si veda comparir davanti queb la verità realizzata in un fatto, e molto più in un ordine, in un complesso di fatti. E codesto è uno di que' casi, se ce ne può essere. il suo Prontuario, anzi codesto solo Saggio del suo Prontuario non può a meno di non produrre due effetti efficacissimi a prevenire ogni opposizione. Uno è di far sentire che della cosa che ci dà c'era un vero bisogno. Chè, per quanto i sistemi abbiano potuto far perdere di vista cosa sia una lingua davvero, e quali siano le sue virtù essenziali e necessarie, una rac­colta di vocaboli significanti cose comuni, usuali, si presenta addirittura, e con immediata evidenza, come una parte essenzialissima di ciò che si vuole quando si vuole una lingua; richiama, come per forza, la mente al concetto necessario, universale, perpetuo di lingua. L'altro effetto è di far pensare all'assoluta, intrinseca, incurabile impotenza de' vari sistemi a soddisfare un tal bisogno. E quella che hanno chiamata lingua del buon secolo, e che in fatto non è altro che que' tanti scritti che rimangono d'un secolo; e una categoria di scrittori; e tutti gli scrittori insieme; e quella qualunque cosa, o quelle qualunque cose che si possano o si vogliano intendere per le parole: Illustre, cardinale, aulicum Vulgare in Latio, quod omnis Latine civitatis est, et nullius esse videtur; e se c'è altro; sono tutte cose, non solo incapaci, ma evidentemente incapaci di somministrar l'equivalente del suo Vocabolario domestico, e anche, anzi ancora più, degli altri importanti e utili lavori che aspettiamo da Lei. Se delle persone a stomaco voto (mi passi una similitudine non troppo nobile, ma abbastanza spiegante) stessero disputando a chi tocchi a fare il desinare, e venisse uno a dire: è in tavola; e quelle persone, entrando nella stanza da mangiare, vedessero una tavola apparecchiata davvero, con delle vivande davvero, si può credere che, dimenticando le dispute, si metterebbero a mangiare, e sarebbero tanto meno disposti a far dell'eccezioni, quanto più la vista di quelle vivande gli obbligasse a riflettere che, tutt'intenti a sostenere ognuno il suo cuoco, nessuno aveva pensato al mezzo di far la spesa. E non mi par da temere che la forza di que' due effetti sarebbe stata minore, se il Vocabolario fosse stato in tutto e per tutto fiorentino: crederei anzi, che quella maggiore semplicità e risolutezza avrebbe fatta sentir di più l'idoneità del mezzo adoprato da Lei, e l'inettitudine degli altri.

M'avvedo un po' tardi, che il chiederLe scusa della lungaggine è stato quasi un chiederLe il permesso di fare un'altra lungagnata. Il piacere di parlar della cosa, e il piacere rarissimo di parlarne con chi ne è tanto benes merito, m'ha portatovia una seconda volta. Non posso però finire senza toccare almeno di fuga il merito delle definizioni nette e precise, frutto di molta e tutt'altro che materiale fatica; e nelle quali sono incidentemente messi in atto altri vocaboli poco noti o anche sconosciuti in una gran parte d'Italia; dimanierachè, spiegando il Vocabolario, l'accrescono. E non che io non creda molto utile per diffonder la lingua, l'espediente de' vocabolari de' diversi dialetti (ben inteso, quando ai diversi dialetti si contrapponga un solo dialetto, e tutti quello); ma non si può non riconoscere il vantaggio speciale del metodo prescelto da Lei, e col quale il vocabolario diventa immediatamente utile a tutta l'Italia, e può diventarlo anche in un'altra maniera, servendo alla compilazione di quegli altri. Così fosse piaciuto, o almeno piacesse una volta ai Fiorentini di darci (cosa comparativamente tanto facile per loro) un vocabolario generale della loro lingua, dico un vocabolario come quello dell'Accademia francese, con quella ricchezza e sicurezza d'esempi presi dall'uso d'una città, cioè da una lingua una, intera, attuale!; chè un tal fatto avrebbe levata o leverebbe di mezzo, ancora più interamente e durevolmente, ogni opposizione de' sistemi; un tal vocabolario, offrendo agl’Italiani un vero equivalente delle loro diverse lingue, avrebbe acquistata o acquisterebbe immediatamente quell'autorità che non manca mai a ciò che è a proposito, proporzionato al bisogno, natum rebus agendis; un tal vocabolario sarebbe stato, o verrebbe subito tradotto in tutti gli altri idiomi d'Italia; e questo espediente sarebbe diventato tanto più facile, quanto più efficace e, sicuro. Ma, per ora e per fin Dio sa quando, una cosa simile non è da sperare. I Fiorentini, su ciò che forma, o piuttosto che dovrebbe formare la vera questione, la pensano come i loro avversari; e in verità, quando si osserva quanto accessorie e inconcludenti siano le differenze tra gli uni e gli altri, come le dispute si siano quasi sempre aggirate intorno a un più o meno, mentre la questione doveva esser d'un tutto, non si sa trovare altra cagione dell'animosità di tali dispute, che quelle sempre deplorate, sempre abbominate, e sempre coltivate rivalità municipali. Pur troppo i Fiorentini non pretendono d'aver la lingua italiana viva, vera e intera; ammettono, cioè suppongono anch'essi una certa lingua nominale, che, intera, non l'ha nessuno, ma loro n'hanno più degli altri, vai a dire hanno la porzione più grossa d'un tutto che non è; una certa lingua, della quale non sono i possessori, ma nella quale sono i primi. E come il conceder loro questo primato pare a noi altri giustizia, così il contentarsene par loro moderazione: due false virtù, che sono in effetto due modi d'un vero errore. E questa infelice concordia, in mezzo a più infelici discordie; questo esser la vera lingua così debolmente riconosciuta da tutti, anzi riconosciuta e rinnegata nello stesso tempo, viene principalmente dalla mancanza di circostanze che ne promovano la diffusione e il dominio. Chè, dove gli uomini non sono aiutati o anche forzati dalle circostanze a stare in proposito, facilmente l'abbandonano, o lo alterano. All'opposto, dove c'è un tale aiuto, la cosa cammina da sè, senza bisogno di ragionamenti, anzi malgrado i ragionamenti e le proteste in contrario. Per citarne un esempio, e d'uno scrittore tutt'altro che oscuro e privo d'autorità, il Nodier, tra tante altre cose strane in materia di lingua, dice: Il est peut-être malheureux, et on ne sauroit trop le repéter, que le Dictionnaire de la langue françoise n'ait été jusqu'ici que le Dictionnaire de Paris (Examen des Dictionnaires etc., alla voce Bresse). Gli rimproverava d'essere ciò che dev'essere, cioè il vocabolario d'una lingua reale, e d'una lingua che, per ciò appunto, ha potuto diffondersi tanto, anche fuori di Francia; giacchè, se le cagioni del diffondersi una lingua possono esser molte e diverse, la condizione prima e sine qua non è l'essere. Avrebbero una bella lingua i Francesi, se, perchè si chiama francese, si fossero immaginati di doverla e di poterla prendere da tutte le città di Francia: dove ce n'è di molta, senza dubbio, ma perchè c'è venuta da un luogo: è la lingua di Parigi e del vocabolario, trapiantata e stabilita accanto a molte; e si va sempre più sostituendo alle molte, perchè è una, e, nell'essenza, simile ad esse. Ma in Francia tali proteste rimangono a terra, soffogate dalla forza e, direi quasi, dal rigoglio del fatto. Noi, alla mancanza d'un simile aiuto, dovremmo supplire con quelli della riflessione e della volontà; e, cosa, del resto, tutt'altro che singolare, accade per l'appunto il contrario. L'avere un motivo di più diventa un ostacolo: il non realizzarsi la cosa da sè, e come spontaneamente, ne rende confusa e incerta l'idea: pare strano di dover riconoscere per lingua italiana una che non si vede scorrere, come per un pendìo naturale, in tutta l'Italia: e quelli che in Francia rimangono sterili lamenti contro un fatto, sono, da noi, impedimenti efficacissimi a un da farsi... Ma ecco che, per la terza volta, entravo, senz’avvedermene, nell'un via uno. Fortuna che il foglio m'avverte di finire; giacchè ci vorrebbe troppa faccia tosta per avviarne un altro. Tronco dunque, e in qualche maniera concludo terminando, come ho principiato, col ringraziarLa. Poichè que' medesimi ai quali sarebbe facile il darci la cosa di cui abbiamo così gran bisogno, nè l'hanno voluto, nè par che vogliano volere, tanto più dobbiamo esser grati a chi ha superata la difficoltà, e durata volentieri la fatica per procurarcela, almeno in parte, e in una parte importantissima. Ai ringraziamenti vivissimi aggiungo vivissime preghiere per la continuazione del benefizio, e a tutto le sincere proteste dell'alta stima e del profondo rispetto, col quale ho l'onore di dirmeLe,

Dev.mo Obb.mo servitore e collega

Alessandro Manzoni

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Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012