Franco Sacchetti

Scritti sulla Francia

Edizione di riferimento:

Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.

L’esperienza di Francia

De natura Gallorum

[1.] Stimono tanto l’utile et il danno presente che cade in loro poca memoria delle iniurie o benefitii passati, et poca cura del bene o del male futuro.

[2.] E primi accordi con loro son sempre migliori.

[3.] Quando e’ non ti possono fare bene, e’ te ’l promettono; quando e’ te ne posson fare, lo fanno con difficultà o non mai.

[4.] Sono umilissimi nella captiva fortuna; nella buona, insolenti.

[5.] Sono piutosto tachagni che prudenti.

[6.] Tessono bene e’ loro mali orditi con la forza.

[7.] Non si curono molto di quello che si scriva o si dica di loro.

[8.] Sono più cupidi de’ danari che del sangue.

[9.] Sono liberali solo nelle audientie.

[10.] Chi vince è a∙ttempo moltissime volte con el re; chi perde, rarissime volte. Et per questo, chi ha ad fare una impresa debba più presto considerare se la è per riuscirli o no, che se la è per dispiacere al re o no. Et questo capo conosciuto dal Valentino, lo fece venire ad Firenze con lo exercito.

[11.] Ad uno signore et gentile huomo che disubbidisca el re in una cosa che adpartengha ad un terzo, non ne va altro che avere ad ubbidire ad ogni modo, quando elli è a∙ttempo; et quando e’ non è, stare 4 mesi che non càpiti in corte. Et questo vi ha tolto Pisa dua volte: l’una quando Entraghes havea la cittadella, l’altra quando el campo franzese vi venne.

[12.] Chi vuole condurre una cosa in corte, li bisogna assai danari, gran diligentia et buona fortuna.

[13.] Richiesti d’un benefitio, pensono prima che utile ne hanno ad trarre, che se posson servire.

[14.] Stimono in molte cose lo honore loro grossamente, et disforme al modo de’ signori italiani; et per questo non possono molto havere mandato ad Siena ad chiedere Montepulciano, et non essere ubbiditi.

 [15.] Sono varii et leggieri.

[16.] Hanno fede di vincitore.

[17.] Sono nimici del parlare romano et della fama loro.

[18.] Delli italiani non ha buon tempo in corte, se non chi non ha più che perdere et navicha per perduto.

Notula per uno che va ambasciadore in Francia

Alla porta di Bologna, in Dei nomine, per notaio matricolato far rogare la partita, e portarne fede nella prima pubblica cancelleria: quod etiam dari solet in ultimo instructionis.

Mandare il cavallaro un poco innanzi a ordinare l’osteria. Scavalcato sarete, se vorrete partire il dì seguente, manderete subito il vostro cancelliere, accompagnato da due famigli, nel palazzo de’ Sedici a fare intendere alla magnificenza del gonfaloniere la vostra venuta; e come avendo in mandatis di visitare e parlare con quel magnifico reggimento, voi desiderate vi deputino la ora più comoda alle Signorie loro, ec.

E sebben voi non volessi anche partire il dì seguente, è bene far questo atto subito, e ricevere l’ora consueta, che sarà la mattina seguente. Poi potete, etiam dopo la spedizione, dimorar fino all’altro dì, se vi parrà; perché quando voi non servassi questo ordine solito di aver l’audienza la mattina seguente alla vostra arrivata, potrìa causare ammirazione apud ignaros rationis.

Deputata l’ora dal prefato reggimento, si vorrà la mattina assai a buon’ora essere in ordine, ed aspettare in la vostra camera quelli che il prefato reggimento arà deputati a venire per voi; adeo che tutta la vostra famiglia sia con voi quietamente, e senza avere a sentirsi un minimo romore di chiamare o di aspettare alcuno.

Dentro al magistrato de’ Sedici, si vuole avvertire la famiglia vostra, che non entri alcuno de’ vostri, eccetto il vostro cancelliere, cioè nella stanza dell’audienza. Questo dico perché già s’è trovato qualcuno che ha voluto usare presunzione di entrar là, con poca reputazione dell’oratore. Tuttociò dico per li famigli; ma se avessi con voi un giovane o due di qualche condizione, non saria inconveniente introdurli.

Il cancelliere si fermerà nella detta audienza a un certo rastrello da sé, che vi è; dove ancora staranno ritti i cancellieri del reggimento.

Subito collocato l’oratore a sedere, il cancelliere, con un’accomodata reverenza, vadia a lui, baci la lettera della credenza, e porgala in mano all’oratore; dipoi si ritorni da basso.

L’oratore, data la lettera al proposto, e quella recitata dal cancelliere del reggimento, esponga col nome d’Iddio la sua imbasciata.

E per tornare a drieto, avuta la sera medesima della vostra arrivata la ora della audienza dal gonfaloniere, come è detto; il cancelliere vadia immediate, se fusse ben di notte, facendosi accompagnare da una guida, a casa il signor magnifico Giovanni, e diali notizia della vostra arrivata, e come desiderate ed avete in mandatis di abboccarvi colla sua Signoria: per questo, che vi dica se gli verrà bene parlare immediate drieto all’audienza generale de’ Sedici, con sua eccellenza da parte, e come meglio gli pare di fare; e come lui è stato per parte vostra al magnifico reggimento a domandar l’ora comoda dell’audienza, e quello gli è suto risposto.

Il signore, sanza dubbio, risponderà che parlerà con voi in palazzo; dove si tirerà da parte: il cancelliere solo vi entrerà con voi; baci la lettera ut supra, e diavela. Domanderà il signore quando voi partirete, solo per vedere quando potrà visitarvi; e credo al fermo verrà poi a visitarvi. Andate incontra in capo di scala, e così raccompagnatelo.

Tornato sarete dall’audienza, e licenziati quelli vi aranno raccompagnato, con ringraziarli brevibus ec, ne verrà subito la turba de’

Trombetti

Pifferi e

Mazzieri del reggimento

in tutto al modo nostro, aequis portionibus, date loro per mano del vostro spenditore, con invitarli a bere statim che arrivano, e senza far sonare o venire al cospetto vostro, grossi 30.

Trombetti

Pifferi, ovvero Tamburini del signor magnifico Giovanni, aequis portionibus, grossi 20.

Trombetti di messer Annibale, carlini 4.

Trombetti del podestà, carlini 2. Si placet a questi del podestà mandarli vacui, potete dare a quelli del signor magnifico Alessandro.

Da Bologna scriverete a ogni modo per mano del Zanchini, o d’altro nostro fiorentino, cioè Gismondo Naldi o altri, ec.

Di Milano ora non so render conto; ma credo non si possa errare a mandare un dì innanzi il cavallaro sino a Manetto Portinari, che dia notizia al signor Gran Mastro della venuta vostra, e che solum vi riavvisi indrieto se avete a osservare nell’entrata più un termine che un altro: che credo di no. E così che vi ordini la posata, o alloggiamento ordinato dalla corte, o osteria che la fusse. E per abbondar in cautela, se Manetto fusse assente, la indirizzerei etiam a Salvestro di Dino Guardi mercante fiorentino, che in Broletito, o da qualunque orefice, sarà subito insegnato al cavallaro dove sia.

Di Francia o della corte, essendo là sì amorevoli, savi ed esperti piloti, è superfluo il dare notula; ed anche variano le consuetudini assai: pure dirò quel poco mi occorrerà, a correzione di quelli miei onorevoli fratelli, ec.

Del ricercare l’audienza, e delle cerimonie, in sul fatto vi sarà detto abbastanza.

A’ primi portieri, un ducato.

A’ secondi, due ducati.

A’ terzi che sono intimi, tre ducati.

A’ forieri, quattro ducati.

A’ trombettieri non date niente, ma ben li fate invitare a bere.

Al maestro Contrarolo, che è quello che spaccia le poste, donerete, stato sarete qualche tempo, qualche cosetta; come vi dirà il nobile Ugolino.

Al portiere di Roano, che sono communiter due, non sarà male donare un ducato per uno.

A Lione, a’ servitori e serva de’ Nasi, se vi tornerete con loro, fate donar in tutto tre ducati.

Quando entrate in uno logis, fate fare i patti della bella cera con l’oste, per non aver poi a disputare con loro. Questo dico dei logis dati per foriere drieto alla corte.

Communiter, in ciò che avete a fare di là, fate fare innanzi i patti chiari.

I vostri servitori abbino cura, per tutti li alloggiamenti farete, alla roba; e guardino i panni e gli stivali da’ topi, cioè appicchino alto i vostri stivali: che, benché questa sia cosa minima e ridicula, pure expertus loquor. Sia la brigata avvertita di non fare quistione, o usar maggioranze, per che la si gastighi ogni modo.

Per la via, come passate Asti, e massime per tutta la Savoia e Buriana, dove voi trovate buon pane, cioè che non scrosci, fatene tórre per la tavola vostra qualche poco; perché se ne truova assai bello, e per quel difetto non si può mangiare, ed è molto molesto ad uno lasso e delicato.

La mattina, al partire dall’osteria, una favola di beneandata alla ciamberiera ed al varletto di stalla non vi dia molestia a farla dare, per non avere quella seccaggine agli orecchi.

Da Bologna a tutto il Milanese si spende con vantaggio quarti di Milano, e ambrogini, e simili monete ducali di peso, e carlini di peso, e marcelli; e così in Asti. Da Asti al ponte Buonvisino, moneta di Savoia. È vantaggio a portar in Francia ducati o di re o di sole: del ducato si perde assai. Guardatevi in Asti o nel Milanese di pigliar monete di Saluzzo.

Ritratto di cose di Francia

La corona e gli re di Francia sono oggi più gagliardi, ricchi e più potenti che mai fussino, per le infrascritte ragioni.

La corona, andando per successione del sangue, è diventata ricca; perché non avendo il re qualche volta figliuoli né chi gli succedessi nella eredità propria, le sustanzie e stati e beni proprii sono rimasti alla corona. Essendo intervenuto questo a molti re, la corona viene a essere arricchita assai per li molti stati che li sono pervenuti, come il ducato d’Angiò e al presente come interverrà a questo re, che per non avere figli mastii, perverrà alla corona il ducato d’Orliens e lo stato di Milano; in modo che oggi tutte le buone terre di Francia sono della corona e non de’ privati baroni.

Una altra ragione ci è potentissima della gagliardia di quello re: che è che pe ’l passato la Francia non era unita, per li potenti baroni che ardivano e li bastava loro l’animo a pigliare ogni impresa contro al re, come era uno duca di Ghienna, di Borbone etc., e quali oggi sono tutti ossequentissimi; e però viene a essere più gagliardo.

Ècci una altra ragione: che a ogni altro principe circunvicino bastava l’animo assaltare el reame di Francia, e questo, perché sempre aveva o uno duca di Brettagna o vero uno duca di Ghienna o di Borgogna o di Fiandra che li faceva scala e davagli il passo e ricettavalo: come interveniva quando li Inghilesi avevano guerra con Francia, che sempre per mezzo d’uno duca di Brettagna davano che fare al re; e così uno duca di Borgogna per mezzo d’uno duca di Borbone etc. Ora essendo la Brettagna, la Ghienna, il Borbonese e la maggiore parte di Borgogna, suddita e ossequentissima a Francia, non solo mancono a tali principi questi mezzi di potere infestare al reame di Francia, ma li hanno oggi inimici; e anche il re, per avere questi stati, ne è più potente, e lo inimico più debile.

Ancora ci è un’altra ragione: che oggi li più ricchi e li più potenti baroni di Francia sono di sangue reale e della linea: che, mancando alcuni de’ superiori e antecedenti a lui, la corona può pervenire in lui. E per questo ciascuno si mantiene unito colla corona, sperando o che lui proprio o li figliuoli suoi possino pervenire a quel grado. E il rebellarsi o inimicarsela potria più nuocere che giovare: come fu per intervenire a questo re quando fu preso nella giornata di Brettagna, dove lui era andato in favore di quello duca e contro a’ Franzesi; e fu disputa, morto che fu el re Carlo, che per quel mancamento e defezione dalla corona lui dovessi avere perso il potere succedere. E se non che lui si trovò uomo danaroso per la masserizia che aveva fatta, e potette spendere etc., e di poi quello che poteva essere re, rimosso lui, era piccolo fantino, cioè monsignor d’Angulem; e anche questo re, e per le ragione dette e per avere anche qualche fautore, fu creato re.

L’ultima ragione che ci è, è questa: che li stati de’ baroni di Francia non si dividano tra li eredi come si fa nella Alamagna e in più parte di Italia, anzi pervengono sempre nelli primigeniti, e quelli sono li veri eredi; e li altri fratelli stanno pazienti e, aiutati dal primogenito e fratello loro, si danno tutti alle arme e si ingegnono in quel mestieri di pervenire a grado e a condizione di potersi comperare uno stato, e con questa speranza si nutricono. E di qui nasce che le gente d’arme franzese sono oggi le migliore che sieno, perché si truovono tutti nobili e figlioli di signori, e stanno a ordine di venire a tal grado.

Le fanterie che si fanno in Francia non possono essere molto buone, perché è gran tempo che non hanno avuto guerra, e per questo non hanno esperienzia alcuna. E di poi sono per le terre tutti ignobili e gente di mestiero; e stanno tanto sottoposti a’ nobili e tanto sono in ogni azione depressi che sono vili. E però si vede che il re nelle guerre non si serve di loro, perché fanno cattiva prova, benché vi sieno li Guasconi, di chi ’l re si serve, che sono un poco meglio che gli altri; e nasce perché sono vicini a’ confini di Spagna, che vengono a tenere un poco dello spagnuolo. Ma hanno fatto, per quello che s’è visto da molti anni in qua, più pruova di ladri che di valenti uomini. Pure, nel difendere e assalire terre fanno assai buona pruova, ma in campagna la fanno cattiva; che vengono a essere il contrario de’ Tedeschi e Svizzeri, e quali alla campagna non hanno pari, ma per difendere o offendere terre non vagliono. E credo che nasca perché in questi due casi non possono tenere quello ordine della milizia che tengono in su’ campi; e però il re di Francia si serve sempre o di Svizzeri o di lanzchenecche, perché le sue gente d’arme, dove si abbia inimico opposito, non si ridono di Guasconi. E se le fanterie fussino della bontà che sono le gente d’arme franzese, non è dubbio che li basteria l’animo a defendersi da tutti e principi.

E Franzesi per natura sono più fieri che gagliardi o destri; e in uno primo impeto chi può resistere alla ferocità loro, diventono tanto umili e perdono in modo l’animo che diventono vili come femmine. E anche sono insopportabili di disagi e incommodi loro, e col tempo straccurono le cose in modo che è facile, col trovargli in disordine, superargli. Di che se ne è visto la sperienzia nel reame di Napoli tante volte, e ultimamente al Gherigliano dove erono per metà superiori alli Spagnuoli, e si credeva se gli dovessino ogni ora inghiottire: tutta volta, perché cominciava el verno, le piove erano grandi, che cominciorono andarsene a uno a uno per le terre circunvicine per stare in più agi. Così rimase el campo sfornito e con poco ordine, in modo che li Spagnuoli furono vittoriosi, contro a ogni ragione. Sarebbe intervenuto il medesimo a’ Viniziani, che non arebbono perso la giornata di Vaila, se fussino iti secondando e Franzesi almanco dieci giorni; ma il furore di Bartolomeo d’Alviano trovò uno maggiore furore. Il medesimo interveniva a Ravenna alli Spagnuoli, che, se non si accostavano a’ Franzesi, li disordinavano, rispetto al poco governo e al mancamento delle vettovaglie che impedivono loro e Viniziani verso Ferrara; e quelle di Bologna sarebbono sute impedite dalli Spagnuoli; ma perché l’uno ebbe poco consiglio, l’altro meno iudizio, lo esercito franzese rimase vinci tore, benché la vittoria fussi sanguinosa. E fu il conflitto grande; e maggiore saria stato se il nervo delle forze dell’uno campo e l’altro fussi stato della medesima sorte l’uno che l’altro. Ma lo esercito franzese era gagliardo nelle gente d’arme e lo spagnuolo nelle fanterie; e per questo non fu tanta grande strage. E però chi vuole superare e Franzesi si guardi dal primo loro impeto, che con lo andarli intrattenendo, per le ragioni dette di sopra, li supererà. E però Cesare disse e Franzesi essere in principio più che uomini e in fine meno che femmine.

La Francia, per la grandezza sua e per la commodità delle grande fiumane, è grassa e opulenta: dove le grasce e l’opere manuale vagliono poco o niente per la carestia de’ danari che sono ne’ popoli; e quali a pena ne possono ragunare tanti che paghino al signore loro i dazii, ancora che sieno piccolissimi. E nasce perché non hanno dove finire le grasce loro: perché ogni uomo ne ricoglie da vendere; in modo che, se in una terra fussi uno che volessi vendere uno moggio di grano, non troverria, perché ciascuno ne ha da vendere. E li gentili uomini, de’ danari che traggono da’ sudditi, dal vestire in fuori, non spendono niente; perché da per loro hanno bestiame assai da mangiare e pollaggi infiniti, laghi e luoghi pieni di venagione d’ogni sorte: e così universalmente ha ciascuno uomo per le terre. In modo che tutto il danaio perviene nelli signori, el quale oggi in loro è grande; e però come quegli populi hanno uno fiorino li pare essere ricchi.

Li prelati di Francia traggono due quinti delle entrate e ricchezze di quello regno, perché vi sono assai vescovadi che hanno il temporale e lo spirituale; e poi avendo per il vitto loro cose abbastanza, però tutti li censi e li danari che li pervengono loro nelle mani non escono mai, secondo l’avara natura de’ prelati e religiosi: e quello che perviene ne’ capitoli e collegi delle chiese si spende in argenti, gioie, ricchezze per ornamento delle chiese. In modo che, fra quello che hanno le chiese proprie e quello che hanno e prelati in particulari, fra danari e argenti vale uno tesoro infinito.

Nel consultare e governare le cose della corona e stato di Francia sempre vi s’intervengono in maggiore parte prelati; e li altri signori non se ne curano, perché sanno che le esecuzioni hanno ad essere fatte da loro: e però ciascuno si contenta, l’uno con lo ordinare, l’altro con lo esequire; benché vi si intervenga ancora de’ vecchi già suti uomini di guerra, perché, dove si ha a ragionare di simili cose, possino indirizzare li prelati che non ne hanno pratica.

E benefizii di Francia, per virtù di certa loro pragmatica ottenuta già lungo tempo fa da’ pontefici, sono conferiti da’ loro collegi; in modo ch’e canonici, quando il loro arcivescovo o vescovo muore, ragunati insieme conferiscono il benefizio a chi di loro gli pare lo meriti; in modo che spesso hanno qualche dissensione, perché vi è sempre chi si fa favore con danari, e qualcuno con le virtù e buone opere. Il simile fanno e monaci nel fare li abati. Li altri piccoli benefizii sono conferiti da’ vescovi dove sono sottoposti. E se qualche volta il re volessi derogare a tale pragmatica eleggendo uno vescovo a suo modo, bisogna che usi le forze, perché niegono il dare la possessione; e se pure sono forzati, usano, morto che è uno re, trarre uno tale prelato di possessione e renderla allo eletto da loro.

La natura de’ Franzesi è appetitosa di quello d’altri; di che di poi insieme col suo e quello d’altri è prodiga. E però il Franzese ruberia con lo alito per mangiarselo e mandarlo male e goderselo con colui a chi lo ha rubato; natura contraria alla spagnuola, che di quello che ti ruba mai ne vedi niente.

Teme assai la Francia degli Inghilesi per le grandi incursioni e guasti che anticamente hanno dato a quel reame: in modo che ne’ populi quel nome inghilese è formidabile, come quegli che non distinguono che la Francia è oggi condizionata altrimenti che in quelli tempi; perché è armata ed esperimentata e unita, e tiene quelli stati in su che gl’Inghilesi facevano loro fondamento, come era un ducato di Brettagna e di Borgogna: e per lo opposito gl’Inghilesi non sono disciplinati, perch’è tanto che non ebbono guerra che, delli uomini che vivono oggi, non è chi mai abbi visto inimico in viso: e poi li è mancato chi li accosti in terra, dallo arciduca in fuori.

Temerebbono assai delli Spagnuoli per la sagacità e vigilanzia loro. Ma qualunche volta quel re voglia assaltare la Francia, lo fa con grande disagio; perché dallo stato donde moverebbe, fino alle bocche de’ Pirenei che mettono nel reame di Francia, è tanto cammino e sì sterile che ogni volta che e Franzesi faccino punta a tali bocche, così a quelle di verso Perpignano come di verso Ghienna, potrebbe essere disordinato il suo esercito, se non per conto di soccorso, almeno per conto delle vettovaglie, avendo a condursi tanta via: perché il paese che si lascia dreto è quasi per la sterilità inabitato, e quello che è abitato a pena ha da vivere per li abitanti. E per questo e Franzesi di verso e Pirenei temano poco di Spagnuoli.

De’ Fiamminghi non temono e Franzesi; e nasce perché e Fiamminghi non ricolgono, per la fredda natura del paese, da vivere, e massime di grani e vini, e quali bisogna che tragghino fra di Borgogna e di Piccardia e d’altri stati di Francia. E di poi e populi di Fiandra vivono di opere di mano; le quali merce e mercanzie loro si smaltiscono in su le fiere di Francia, cioè di Lione e a Parigi; perché dalla banda della marina non vi è dove smaltirle, e di verso la Magna il medesimo, perché ne hanno e fanno più che loro. E però ogni volta che mancassino del commercio co’ Franzesi, non arebbono dove finire le mercantie; e così non solamente mancherebbono delle vettovaglie, ma ancora dello smaltire quello che lavorassino. E però e Fiamminghi mai se non forzati aranno guerra colli Franzesi.

Teme assai la Francia de’ Svizzeri per la vicinità loro e per li repentini assalti che li possono fare; al che non è possibile, per la prestezza loro, potere provvedere a tempo. E fanno loro piuttosto depredazione e correrie che altro; perché non avendo né artiglierie né cavagli, e stando le terre franzese che li sono vicine bene munite, non fanno gran progressi. E poi la natura de’ Svizzeri è più atta alla campagna e a fare giornata, che allo espugnare e defendere terre; e mal volentieri e Franzesi in quelli confini vengono alle mani con loro: perché non avendo fanterie buone che stieno a petto a’ Svizzeri, e le gente d’arme sanza fanterie non vagliono. E anche il paese è qualificato in modo che le lance e gente a cavallo male vi si maneggiono, e li Svizzeri mal volentieri si discostano da’ confini per condursi al piano, lasciandosi indreto, come è detto, le terre grosse bene munite: dubitando, come interverrebbe loro, delle vettovaglie che non mancassino loro, e anche, conducendosi al piano, non potere ritornare a sua posta.

Dalla banda di verso Italia non temono, rispetto a’ monti Appennini e per le terre grosse che hanno alle radice di quegli; dove ogni volta che uno volessi assaltare lo stato di Francia avessi a soprastare, avendo indreto uno paese tanto sterile bisogneria o che affamassi o che si lasciassi le terre indreto (il che saria pazzia) o che si mettessi a espugnarle; benché dalla banda d’Italia non temono, e per le ragione dette, e per non essere in Italia principe atto ad assaltarli, e per non essere Italia unita come era al tempo de’ Romani.

Dalla banda di mezzodì non teme punto il reame di Francia, per esservi la marina: dove sono in quelli porti continuamente legni assai, parte del re e d’altri regnicoli, da potere defendere quella parte da uno inopinato assalto: perché a uno premeditato si ha tempo a riparare, perché si mette tempo, per chi lo vuole fare, a prepararlo e metterlo a ordine, e viene a sapersi per ciascuno; e in tutte queste provincie tiene ordinariamente guernigione di gente d’arme per giucare al sicuro.

Spende poco in guardare terre, perché li sudditi li sono ossequentissimi, e fortezze non usa fare guardare per il regno. E a’ confini, dove sarebbe qualche bisogno di spendere, standovi le guernigioni delle gente d’arme, manca di quella spesa: perché da uno assalto grande si ha tempo a ripararvi, perché vuole tempo a potere esser fatto e messo insieme.

Sono e popoli di Francia umili e ubbidientissimi, e hanno in grande venerazione el loro re. Vivono con pochissima spesa per la abundanzia grande delle grasce; e anche ognuno ha qualche cosa stabile da per sé. Vestono grossamente e di panni di poca spesa; e non usono seta di nessuna sorte, né loro né le donne loro, perché sarebbono notati da’ gentili uomini.

Li vescovadi del regno di Francia secondo la moderna computazione sono centosei, computati li arcivescovadi diciotto: le parrocchie uno milione e settecento, computate settecento quaranta badìe. Delle priorìe non si tiene conto.

L’entrata ordinaria o estraordinaria della corona non ho possuto sapere, perché ne ho domandati molti, e ciascuno mi ha detto essere tanta quanta ne vuole il re. Tamen, qualcuno dice, una parte dello ordinario, cioè quello che è detto presto-danaio del re, si cava di gabelle (come pane, vino, carne e simile) scudi un milione e settecentomila; e lo estraordinario suo cava di taglie quanto lui vuole; e queste si pongono alte e basse come pare al re. Ma non bastando, si pone preste, e raro si rendono; e le domandono per lettere regie hoc modo: « Il re nostro sire si raccomanda a voi, e perché ha fauta d’argento vi prega li prestiate la somma che contiene la lettera ». E questa si paga in mano del ricevitore del luogo, e in ciascuna terra ne è uno che riscuote tutti e proventi così di gabelle come di taglie e preste.

Le terre suddite alla corona non hanno fra loro altro ordine che quello che li fa el re in fare danari o pagare dazii, ut supra.

L’autorità de’ baroni sopra e sudditi loro è mera. L’entrata loro è pane, vino, carne, ut supra, e tanto per fuoco lo anno; ma non passa sei o otto soldi per fuoco, di tre mesi in tre mesi. Taglie e preste non possono porre absque consensu regis, e questo raro si consente.

La corona non trae di loro altra utilità che l’entrata del sale, né mai li taglieggia se non in qualche grandissima necessità.

L’ordine del re nelle spese estraordinarie, così nelle guerre come in altro, è che e’ comanda a’ tesaurieri che e’ paghino e soldati; e loro li pagono per mano di coloro che li rassegnono. Pensionarii e gentili uomini vanno a’ generali e si fanno dare la discarica, cioè la polizza del pagamento loro, di mese in mese; e gentili uomini ed e pensionarii, di tre in tre mesi, e vanno al ricevitore della provincia dove abitano e sono subito pagati etc. Li gentili uomini del re sono dugento: il soldo loro è venti scudi il mese, e sono pagati ut supra; e ogni cento ha uno capo, che soleva essere Ravel e Vidâmes.

De’ pensionari non vi è numero; e hanno chi poco e chi assai come piace al re; e li nutrisce la speranza di venire a grado maggiore; e però non vi è ordine.

L’officio de’ Generali di Francia è pigliare tanto per fuoco e tanto per taglia, de consensu regis, e ordinare che le spese, così ordinarie come estraordinarie, sieno pagate a’ tempi, cioè le discariche, ut dictum est supra.

Li tesaurieri tengono lo argento, e pagono secondo l’ordine e discariche de’ Generali.

L’officio del Gran Cancelliere è merum imperium, e può graziare e condennare a suo libito, etiam in capitalibus sine consensu regis. Può rimettere e litiganti contumaci nel buon dì, può conferire e benefizii de consensu regis. Tamen, perché le grazie si fanno per lettere reale sigillate col gran sigillo reale, però lui tiene el gran sigillo reale. El suo salario è diecimila franchi l’anno, e duemila franchi per tenere tavola. « Tavola » si intende per dare desinare e cena a quelli tanti del Consiglio che seguono il Grande Cancelliere, cioè avvocati e altri gentili uomini che lo seguono, quando a loro piacessi mangiare seco: che si usa assai.

La pensione che dava il re di Francia al re di Inghilterra era cinquantamila franchi lo anno, ed era per ricompensa di certe spese fatte dal padre del presente re d’Inghilterra nella ducea di Brettagna; la quale è finita e non si paga più.

Al presente non è in Francia che un Gran Siniscia; ma quando vi sono più siniscial (non dico grandi, che non è che uno) l’officio loro è sopra le genti d’arme ordinarie e estraordinarie: le quali per degnità dello officio suo sono obligate a obedirlo.

E governatori delle provincie sono quanti el re vuole, e pagati come al re pare; e si fanno annuatim e a vita, ut regibus placet: e li altri governatori, immo luogotenenti delle piccole terre, sono tutti messi dal re. E avete a sapere che tutti li officii del regno sono o donati o venduti dal re, e non da altri.

Il modo del fare li Stati si è ciascuno anno di agosto, quando d’ottobre, quando di gennaio, come vuole il re: e si porta la spesa e l’entrata ordinaria di quello anno per mano de’ generali, e quivi si distribuisce l’entrata secondo l’uscita; e si accresce e diminuisce le pensioni e pensionarii, come piace al re.

Della quantità delle distribuzioni de’ gentili uomini e pensionarii non è numero; ma non si appruova niente per la Camera de’ Conti, e basta loro l’autorità del re.

L’officio della Camera de’ Conti è rivedere e conti a tutti quelli che ministrono danari della corona, come sono generali, tesaurieri e ricevitori.

Lo studio di Parigi è pagato delle entrate delle fondazioni de’ collegi, ma magramente.

Li Parlamenti sono cinque: Parigi, Roano, Tolosa, Burdeos e Delfinato, e di nessuno si appella.

Li Studii primi sono quattro: Parigi, Orliens, Borges, e Pottiers; e dipoi Torsi e Angieri; ma vagliono poco.

Le guernigioni stanno dove vuole il re, e tante quante a lui pare, così delle artiglierie come de’ soldati. Tamen tutte le terre hanno qualche pezzo d’artiglieria in munizioni e da due anni in qua se ne è fatte assai in molti luoghi del regno a spese delle terre, dove si sono fatte con accrescere uno danaio per bestia o per misura. Ordinariamente, quando el regno non teme di persona le guernigione sono quattro: cioè in Ghienna, Piccardia, Borgogna e Provenza; e si vanno poi mutando e accrescendo più in uno luogo che in uno altro, secondo e sospetti.

Ho fatto diligenzia di ritrarre quanti danari sieno assegnati lo anno al re, e per le spese sue di casa e della persona sua: truovo averne quanti ne domanda.

Li Arcieri sono quattrocento, deputati alla guardia della persona del re: tra’ quali ne sono cento Scozzeschi e hanno l’anno trecento franchi per uomo e uno saione, come usano alla livrea del re. Quelli del corpo del re, che sempre li stanno a lato, sono ventiquattro con quattrocento franchi l’uno, l’anno. Capitaneo ne è monsignore Dubegnì, Cursores, e il capitano Gabriello.

La guardia degli uomini di piè è di Alamanni; de’ quali cento ne sono pagati di dodici franchi el mese. E ne soleva tenere insino in trecento con pensione di dieci franchi, e di più a tutti duoi vestimenti l’anno per uno: cioè uno la state e l’altro el verno, cioè giubbone e calze alla livrea; e quelli cento del corpo avevono giubboni di seta. E questo al tempo del re Carlo.

Forieri sono quelli che sono preposti ad alloggiare la corte: e sono trentadue, e hanno trecento franchi e uno saione l’anno a livrea. Li loro maniscial sono quattro, e hanno secento franchi per uno, e nello alloggiare tengono questo ordine: cioè si dividono in quattro; e uno quarto con uno maniscial o suo luogotenente, quando non fussi in corte, rimane dove la corte si partì, acciò sia fatto il dovere a’ padroni delli alloggiamenti; uno quarto ne va colla persona del re, e uno quarto, dove il dì debbe arrivare il re, a preparare alla corte li alloggiamenti; e l’altro quarto ne va dove il re debbe andare il dì di poi. E tengono uno ordine mirabile, in modo che allo arrivare ciascuno ha suo luogo, fino alla meretrice etc.

Il preposto dello ostello è uno uomo che seguita sempre la persona del re, e l’officio suo è merum imperium: e in tutti quelli luoghi che va la corte, il banco suo è primo; e puossi quelli della terra propria dove si truova gravare da lui come dal proprio luogotenente. Quelli che per causa criminale sono presi per sua mano non possono appellare a’ Parlamenti. Il salario suo ordinario è seimila franchi. Tiene due iudici in civile, pagati dal re di secento franchi lo anno per uomo; così uno luogotenente in criminali, che ha trenta arcieri pagati ut supra. Ed espedisce così in civile come in criminali; e una sola volta che lo attore si abbocchi col reo alla presenza sua basta a espedire la causa.

Maestri di casa del re sono otto, ma non ci è ordine fermo in loro di salario, perché chi ha mille franchi, chi più e chi meno, come pare al re. E di poi il gran mastro che successe in luogo di monsignor di Ciamonte, è monsignor della Palissa, il padre del quale ebbe già el medesimo officio, che ha duemila franchi e non ha altra autorità che essere sopra li altri maestri di casa.

L’Ammiraglio di Francia è sopra tutte le armate di mare, e ha cura di quelle e di tutti i porti del regno; può prendere legni, e fare ad libitum de’ legni della armata. Ed ora è Prejanni, e ha di salario diecimila franchi.

Cavalieri dell’ordine non hanno numero, perché sono tanti quanti vuole il re. Quando sono creati, iurono di difendere la corona e non venire mai contro a quella, e non possono mai esser privati nisi morte. La pensione loro è il più quattromila franchi; ènne qualcuno di meno; e simili grado non si dà a ognuno.

L’officio de’ Ciamberlani è intrattenere el re, pervenire alla camera del re, consigliarlo; e in fatto sono e primi del regno per reputazione. Hanno grande pensione: sei, otto, diecimila franchi; e qualcuno niente, perché il re ne fa spesso per onorarne qualche uomo da bene, eziandio forestiere. Ma hanno privilegio nel regno di non pagare gabelle; e sempre in corte hanno le spese alla tavola de’ ciamberlani, che è la prima dopo quella del re.

Il Grande Scudiere sta sempre appresso del re. L’officio suo è sempre essere sopra li dodici scudieri del re, come è il gran siniscial, il gran mastro e il gran ciamberlano sopra li suoi, e avere cura de’ cavagli del re, metterlo e levarlo da cavallo, avere cura alli arnesi del re e portarli la spada avanti.

E Signori del Consiglio del re hanno tutti pensione di sei in ottomila franchi, come pare al re, e sono: monsignor di Parigi, monsignor di Buociall, il Bagli d’Amiens, monsignor di Bussi e il Gran Cancelliere. E in fatto Rubertet e monsignor di Parigi governano il tutto.

Non si tiene adesso tavola per nessuno, di poi morì il cardinale di Roano. Perché il Gran Cancelliere non ci è, fa l’officio Parigi.

La ragione che pretende il re di Francia in su lo stato di Milano, è che l’avolo suo ebbe per donna una figliuola del duca di Milano, il quale morì sanza figliuoli maschi. Il duca Giovan Galeazzo ebbe due figliuole e non so quanti maschi. Fra le femmine ne fu una che si chiamò madama Valentina, e fu maritata al duca Lodovico d’Orliens, avolo di questo re Luigi, disceso pure della stiatta di Pipino. Morto il duca Giovan Galeazzo, li successe il duca Filippo suo figliuolo, el quale morì sanza figliuoli legittimi, e lasciò solo di sé una femmina, figlia bastarda. Fu poi usurpato quello stato da questi Sforzeschi, illegittimamente, ut dicunt: per il che costoro dicono quello stato pervenire a’ successori ed eredi di quella madama Valentina. E dal giorno che Orliens s’imparentò col Milanese, accompagnò l’arme sua dei tre gigli con una biscia e così ancora si vede.

In ciascuna parrocchia di Francia è uno uomo pagato di buona pensione dalla detta parrocchia, e si chiama el franco arciere; il quale è obbligato tenere uno cavallo buono e stare provvisto d’armadure a ogni requisizione del re. Quando il re fussi fuora del regno per conto di guerra o d’altro, sono obligati a cavalcare in quelle provincie dove fus si assaltato il regno, o dove fussi sospetto: che secondo le parrocchie sono un milione e settecento.

Li alloggiamenti, per obligo dello officio loro, danno e Forieri a ciascuno che segue la corte: e comunemente ogni uomo da bene della terra alloggia cortigiani. E perché nessuno abbia causa di dolersi, così colui che alloggia come colui che è alloggiato, la corte ha ordinato una tassa che universalmente si usa per ciascuno: cioè soldi uno per camera il dì, dove ha a essere letto e cuccetta e mutati ad minus ogni otto dì; danari due per uomo il giorno per e lingi cioè tovaglie e tovagliuoli, aceto e agresto; e sono tenuti a mutare detti lingi ad minus due volte la settimana, ma per averne il paese abundanzia li mutano più o meno, secondo che l’uomo domanda; e di più sono obligati rigovernare e spazzare, e rifare le letta; danari due, ciascuno giorno e per ciascuno cavallo, per lo stallaggio: e non sono tenuti per li cavalli darvi cosa alcuna, salvo che votarvi la stalla del letame. Sono assai che pagano meno, o per la buona natura loro o del padrone; ma tutta volta questa è la tassa ordinaria della corte.

Le ragione che pretendono avere gl’Inghilesi in sul reame di Francia, e più fresche, ritraggo e truovo esser queste. Carlo, sesto di questo nome, re di Francia, maritò Caterina figliuola sua legittima e naturale a Enrigo figliuolo legittimo e naturale di Enrigo re d’Inghilterra: e nel contratto, sanza fare menzione alcuna di Carlo VII che fu poi re di Francia, oltre alla dote data a Caterina instituí erede del reame di Francia, dopo la morte sua (cioè di Carlo VI), Enrigo suo genero e marito di Caterina; e in caso che detto Enrigo morissi avanti a Carlo VI suo suocero, e lasciassi di sé figliuoli legittimi e naturali maschi, che in tal caso ancora e detti figliuoli di Enrigo succedessino a Carlo VI. Il che, per essere stato preterito dal padre Carlo VII, non ebbe effetto, per essere contro la legge; allo incontro di che, gl’Inghilesi dicono detto Carlo VII essere nato ex incestuoso concubitu.

Li arcivescovadi d’Inghilterra sono due, vescovadi sono ventidue, parrocchie sono cinquantadue mila.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2010