Franco Sacchetti

L’esperienza di Alemagna

Edizione di riferimento:

Franco Sacchetti, La battaglia delle belle donne, le sposizioni di vangeli, le lettere a cura di Alberto Chiari, Gius. Laterza & figli, tipografi-editori-librai, Bari 1938

Rapporto delle cose della Magna Fatto questo dì 17 giugno 1508

L’Imperatore fece di giugno passato la dieta a Costanza di tutti i principi della Magna per far provvisione alla sua passata in Italia alla corona. Feccia parte per sua natural volontà, parte sendone sollecitato dal signor Costantino, oratore del Pontefice, il quale li prometteva aiuti, o per commissione del Papa, o per moto suo. Chiese l’Imperatore alla Dieta per tale impresa tremila cavalli, e sedicimila fanti, e promise di aggiungerne di suo proprio infino in trentamila persone. La cagione perché e’ domandasse sì poca gente a tanta impresa, fu, la prima, perché e’ credette bastassero, persuadendosi potersi valere de’ Viniziani e di altri d’Italia, come appresso si dirà, né credette mai che i Viniziani gli mancassero, avendoli serviti poco innanzi quando e’ temevano di Francia, dopo lo acquisto di Genova; perché aveva a loro richiesta mandato circa a duemila persone a Trento. Aveva messo voce di voler ragunare i principi, e itosene in Svevia a minacciare i Svizzeri, se non si spiccavano da Francia. Il che fece che il re Luigi, subito presa Genova, se ne ritornò a Lione; di modo che parendo all’Imperatore aver loro levato la guerra d’addosso, credeva al tutto che lo dovessero riconoscere, e usò dire, che in Italia non habebat amicos praeter Venetos. Le altre cagioni ancora perché chiese sì poca gente, furono perché l’imperio gliene promettesse più prontamente, e gliel’osservasse, e perché condescendesse più volentieri a metterle tutte sotto la ubbidienza sua, e non cercasse di dargli capitani in nome dell’imperio che gli fussero compagni. Perché non mancò chi nella dieta ricordasse, infra i quali fu l’arcivescovo di Magunzia, che sarebbe bene fare l’impresa gagliarda, e provvedere almeno a quarantamila persone, e dar loro in nome dell’imperio quattro capitani, ec. Di che l’Imperatore s’adirò seco e disse: — Ego possum ferre labores, volo etiam honores, — tanto che si conchiuse queste diciannovemila persone; e di più che se gli desse centoventimila fiorini per supplire alle necessità del campo quanto per soldare cinquemila Svizzeri per sei mesi, come meglio gli paresse. Propose l’Imperatore, che le genti fussero insieme il dì di San Gallo, parendogli tempo assai ad averle provvedute, e comodo al modo loro del far guerra, e appresso iudicò infra detto tempo aver condotto tre cose; l’una, l’aversi guadagnato i Viniziani, de’ quali mai diffidò infino all’ultimo, non ostante che fusse seguita la cacciata dell’oratore loro, come si sa; l’altra, aver fermi gli Svizzeri; la terza, aver tratto dal Pontefice, e da altri d’Italia, buona quantità di danari. Andò pertanto praticando queste cose; venne S. Gallo, le genti si cominciorno a ragunare, e lui delle tre non aveva condotte nessuna; e parendogli non poter muoversi, né diffidandosi ancora di condurle, inviò le genti chi a Trento, chi altrove, e non istaccava le pratiche, di modo che e’ si trovò di gennaio e consumata la metà del tempo della provvisione dell’imperio, e non aver fatto cosa alcuna: dove veggendosi giunto, fece ultimum de potentia di avere i Viniziani, ai quali mandò il Fra Bianco, mandò Prè Luca, mandò il Dispoto della Morea, e i suoi araldi più volte; e loro, quanto più si gittava loro dietro, tanto più lo scoprivano debole, e più ne fuggiva loro la voglia, né ci conoscevano dentro alcuna di quelle cose, per che le compagnie di stato si fanno, che sono, o per esser difeso, o per paura di non esser offeso, o per guadagno; ma vedeano d’entrare in una compagnia, dove la spesa e il pericolo era loro, ed il guadagno d’altri. Pertanto l’Imperatore, scarso di partiti, senza perder più tempo, deliberò assaltarli, credendo per avventura farli ridire, e forse glie ne fu dato intenzione da’ suoi mandati, o almeno con la scusa di tale assalto fare che l’imperio affermasse, ed accrescesse le sue provvisioni d’aiuto, veggendo che le prime non erano bastate. E perché sapeva che innanzi a maggior provvisione d’aiuto e’ non poteva stare su la guerra, per non lasciare il paese a discrezione, ragunò avanti lo assalto a’ dì otto gennaio a Buggiano, luogo sopra a Trento una giornata, la dieta del contado del Tirólo. È questo contado tutta la parte che era del suo zio, e gli rende più che trecentomila fiorini, senza porre alcun dazio: fa meglio che sedicimila uomini da guerra; ha gli uomini suoi ricchissimi. Stette questa dieta in pratica diciannove dì, e in fine concluse di dare mille fanti per la sua venuta in Italia, e non bastando, infino in cinquemila per tre mesi, e infino in diecimila per la difesa del paese, bisognando. E dopo tale conclusione, se ne andò a Trento, e a’ dì sei di febbraio fece quelli due assalti verso Roveredo e Vicenza con circa a cinquemila persone, o meno, tra l’uno e l’altro luogo. Dipoi si partì lui subito, e con circa a mille e cinquecento fanti ed i paesani entrò in Val di Codaura verso il Trivigiano; predò una valle, e prese certe fortezze; e vedendo che i Viniziani non si movevano, lasciò quelli fanti al grido, e se ne tirò in su via per intender la mente dell’imperio. I fanti in Codaura furono morti, donde lui vi mandò il duca di Brunswich, di cui mai s’intese cosa alcuna. Ragunò in Svevia la dieta la terza domenica di quaresima, e perché annusata che l’ebbe, gli seppe di cattivo, se ne andò verso Ghelleri, e mandò Prè Luca a’ Viniziani a tentare quella tregua, la quale si concluse a’ dì sei del presente mese di giugno, perduto che lui ebbe ciò che gli aveva nel Friuli, e stato per perder Trento, il quale fu difeso dal contado del Tirólo; perché per l’Imperatore, e per le genti dell’imperio non mancò che si perdesse, che tutte ne’ maggiori pericoli della guerra si partivano, venuta la fine de’ loro sei mesi.

Io so che gli uomini udendo e questo avendo visto, si confondono e vanno variando in dimolte parti, né sanno per che non si siano viste queste diciannovemila persone che l’imperio promise, né perché la Magna non si era risentita in su la perdita dell’onor suo, né per che cagione l’Imperatore si sia tanto ingannato: così ognuno varia in quello si debba o temere o sperare per l’avvenire, e dove le cose si possano indirizzare. Io, sendo stato in sul luogo, e avendone udito ragionare molte volte a molti, né avendo avuto altra faccenda che questa, riferirò tutte le cose di che io ho fatto capitale, le quali se ben distintamente, tutte insieme alla mescolata risponderanno ai quesiti di sopra: né le dico come vere e ragionevoli, ma come cose udite, parendomi che l’uffizio di un servitore sia porre innanzi al signor suo quanto egli intende, acciocché di quello vi sia buono e’ possa far capitale.

Ciascuno di quelli, a chi io ne ho sentito parlare, si accorda che se l’Imperatore avesse una delle due cose, senza dubbio gli riuscirebbe ogni disegno in Italia, considerando come ella è condizionata; le quali sono, o che mutasse natura, o che la Magna lo aiutasse daddovero. E cominciandosi alla prima, dicono, che, considerato i fondamenti suoi, quando e’ se ne sapesse valere, e’ non sarebbe inferiore ad alcun altro potentato cristiano. Dicono che gli stati suoi gli danno di entrata seicentomila fiorini senza porre dazio alcuno, e centomila fiorini gli vale l’ufizio imperiale. Questa entrata è tutta sua, e non l’ha di necessità obbligata ad alcuna spesa. Perché in tre cose, dove gli altri principi sono necessitati spendere, lui non vi spende un soldo, perché ei non tiene gente d’arme, non paga guardie di fortezza, né ufficiali delle terre, perché i gentiluomini del paese stanno armati a sua posta, le fortezze le guarda il paese, e le terre hanno i lor borgomastri che fanno loro ragione.

Potrebbe pertanto, se fusse un re di Spagna, in poco tempo far tanto fondamento da sé, che gli riuscirebbe ogni cosa; perché con un capitale di ottocento o novecentomila fiorini, l’imperio non sarà sì poco, ed il paese suo non farebbe sì poco, che non facesse assai augumento, e avendo comodità di muover la guerra subita, per aver gente da guerra in ogni luogo, potrebbe, trovandosi provvisto di danari, muover guerra subito, e trovar colle armi ognuno sprovvisto. Aggiugnesi a questo la reputazione che si tira dietro l’avere i nipoti del re di Castiglia, duca di Borgogna e conte di Fiandra, e la coniunzione ch’egli ha con Inghilterra; le quali cose gli sarebbero di favor grande quando le fussero ben usate, in modo che senza dubbio tutti i disegni d’Italia gli riuscirebbero. Ma lui con tutte le soprascritte entrate non ha mai un soldo, e, che è peggio, e’ non si vede dove e’ se ne vadano.

Quanto al maneggiar le altre cose, Prè Luca, ch’è uno de’ primi suoi che egli adopera, mi ha detto queste parole: — L’Imperatore non chiede consiglio a persona, ed è consigliato da ciascuno; vuol fare ogni cosa da sé, e nulla fa a suo modo, perché non ostante che non iscuopra mai i suoi segreti ad alcuno sponte, come la materia gli scuopre, lui è svolto da quelli ch’egli ha intorno e ritirato da quel suo primo ordine: e queste due parti, la liberalità e la facilità, che lo fanno laudare a molti, sono quelle che lo ruinano. — Né è la sua venuta d’Italia per altro conto tanto ispaventevole, quanto per questo, perché i bisogni colla vittoria gli crescevano, non sendo ragionevole che egli avesse fermo il piè così presto; e non mutando modi, se le frondi degli alberi d’Italia gli fussero diventati ducati, non gli bastavano. Non è cosa che con danari in mano allora non si fusse ottenuta; e però molti giudicavano savi coloro che penavano più a dargli danari la prima volta, perché eglino non avevano a penare anche più a dargliene la seconda. E quando e’ non avesse avute altre azioni contro ad un potentato, gliene avrebbe domandato in presto: e se non gli fussero stati prestati, gli spesi fino allora si sarebbero gettati via. Io vi voglio dare di questo uno verissimo riscontro. Quando messer Pagolo a’ dì ventinove di marzo fece quella domanda, io, spacciato Francesco da lui, andai a trovarlo col capitolo fatto della petizione vostra, e quando e’ venne a quella parte che dice: non possit Imperator petere aliam summam pecuniarum etc. voleva che innanzi a petere si mettesse jure; e domandandolo io perchè; rispose che voleva, l’Imperatore vi potesse richiedere danari in prestito donde io gli risposi in modo che’ e’ si contentò. E notate questo, che dagli spessi suoi disordini nascono gli spessi suoi bisogni, dagli spessi suoi bisogni le spesse domande, e da quelle le spesse diete e dalla sua poca estimazione, le deboli risoluzioni e debolissime esecuzioni.

Ma se fosse venuto in Italia, voi non l’avreste potuto pagare di diete come fa la Magna: e tanto gli fa peggio questa sua liberalità, quanto a lui per far guerra bisogna più danari che ad alcun altri principi; perché i popoli suoi, per esser liberi e ricchi, non sono tirati né d bisogno né da alcuna affezione: ma il servono per il comandamento della lor comunità e per il loro prezzo; in modo che se in capo di trenta dì i danari non vengono, subito si partono, né li può ritenere prieghi o speranza o minaccia, mancandoli i danari. E se io dico che i popoli della Magna sono ricchi, egli è così la verità; e fagli ricchi in gran parte, perché vivono come poveri, perchè non edificano, non vestono, e non hanno masserizie in casa, e basta loro abbondare di pane e di carne, e avere una stufa dove rifuggire il freddo. Chi non ha delle altre cose, fa senza esse, e non le cerca. Spendonsi indosso di fiorini in dieci anni, ed ognuno vive secondo il grado suo a questa proporzione, e nessun fa conto di quello gli manca, ma di quello che ha di necessità; e le loro necessità sono assai minori che le nostre: e per questo lor costume ne risulta che non esce danai del paese loro, sendo contenti a quello che il lor paese produce, e godono di questa lor vita rozza e libera, e ne vogliono ire alla guerra se tu non gli soprappaghi; e questo anco non li basterebbe, se le comunità non li comandassero; e però all’Imperatore bisogneria molti più danari che al re di Spagna, ad altri che abbia i popoli suoi altrimenti fatti.

La sua facile e buona natura fa che ciascuno che egli ha d’intorno lo inganna: ed hammi detto uno de’ suoi, che ogni uomo ed ogni cosa lo può ingannare una volta, avveduto che se n’è; ma son tanti gli uomini e tante le cose, che gli può toccare d’esser ingannato ogni dì, quando e’ se ne avvedesse sempre. Ha infinite virtù; e se temperasse quelle due parti sopraddette, sarebbe un uomo perfettissimo, perché egli è perfetto capitano, tiene il suo paese con giustizia grande, facile nelle udienze e grato, e molte altre parti da ottimo principe; concludendo che se temperasse quelle dua, giudica ognuno che gli riuscirebbe ogni cosa.

Della potenza della Magna veruno non può dubitare, perch’ella abbonda d’uomini, di ricchezze e d’armi; e quanto alle ricchezze e’ non v’è comunità che non abbia avanzo di danari in pubblico, e dice ciascuno che Argentina ha parecchi milioni di fiorini; e questo nasce, perché non hanno spesa che tragga loro più danari di mano, che quella fanno in tener vive le munizioni, nelle quali avendo speso un tratto, nel rinfrescarle spendono poco; e hanno in questo un ordine bellissimo, perché hanno sempre in pubblico da mangiare bene, ardere per un anno, e così per un anno da lavorare le industrie loro, per potere in una ossidione pascere la plebe e quelli che vivono delle braccia, per un anno intiero senza perdita. In soldati non ispendono, perché tengono gli uomini loro armati ed esercitati. In salari ed in altre cose spendono poco, talmente che ogni comunità si trova in pubblico ricca. Resta ora che le s’uniscano co’ principi a favorire le imprese dello Imperatore, o che per lor medesime senza i principi lo vogliono fare, che basterebbero. E costoro che ne parlano, dicono la cagione della disunione esser molti umori contrari che sono in quella provincia, e venendo ad una disunione generale, dicono che gli Svizzeri sono inimicati da tutta la Magna, le comunità da’ principi, ed i principi dall’Imperatore. E par forse cosa strana a dire che gli Svizzeri e le comunità siano inimiche, tendendo ciascheduno di loro ad un medesimo segno di salvare la libertà e guardarsi da’ principi; ma questa lor disunione, nasce perché gli Svizzeri, non solamente sono inimici ai principi come le comunità, ma eziandio sono inimici ai gentiluomini, perché nel paese loro non è dell’una, né dell’altra spezie, e godendosi senza distinzione veruna d’uomini, fuor di quelli che seggono nei magistrati, una libera libertà. Questo esempio degli Svizzeri fa paura a’ gentiluomini, che son rimasti nelle comunità; e tutta la loro industria è di tenerle disunite, e poco amiche loro. Sono ancora nimici degli Svizzeri tutti quelli uomini delle comunità che attendono alla guerra, mossi da un’invidia naturale, parendo loro d’esser meno stimati nell’arme di quelli, di modo che non se ne può raccozzare in un campo si poco, né sì gran numero, che non si azzuffino.

Quanto alla inimicizia de’ principi colle comunità e co’ Svizzeri, non bisogna ragionare altrimenti, sendo cosa nota, e così di quella fra l’Imperatore e detti principi; ed avete ad intendere che avendo l’Imperatore il principale suo odio contro a’ principi, e non potendo per se medesimo abbassarli, ha usato i favori delle comunità, e per questa medesima cagione da un tempo in qua ha intrattenuto gli Svizzeri, con i quali gli pareva in quest’ultimo esser venuto in qualche confidenza; tanto che, considerato tutte queste divisioni in comune, ed aggiuntovi poi quelle che sono tra l’uno principe e l’altro, e l’una comunità e l’altra, fanno difficile questa unione, di che lo Imperatore avrebbe bisogno. E quello che ha tenuto in speranza ciascuno, che faceva per l’addietro le cose dell’Imperatore gagliarde e la impresa riuscibile, era che non si vedeva tal principe nella Magna che potesse opporsi ai disegni suoi, come per lo addietro era stato. Il che era ed è la verità; ma quello in che altri s’ingannava è, che non solamente l’Imperatore può esser ritenuto, movendogli guerra e tumulto nella Magna, ma può esser ancora ritenuto, non lo aiutando; e quelli che non ardiscono fargli guerra, ardiscono negarli gli aiuti; e chi non ardisce negargliene, ha ardire, promessi che glie n’ha, di non gli osservare; e chi non ardisce ancora questo, ardisce ancor di differirli in modo che non siano in tempo che se ne vaglia. E tutte queste cose l’offendono e perturbanlo. Conoscesi questo da avergli promesso, come è detto di sopra, la Dieta diciannovemila persone, e non se n’esser mai viste tante che aggiungano a cinquemila. Questo conviene che nasca parte delle cagioni sopraddette, parte dell’aver lui preso danari in cambio di gente; per avventura preso cinque per dieci. E per venire ad un’altra declarazione circa alla potenza della Magna, e all’unione sua, dico questa potenza esser più assai nelle comunità che nei principi; perché i principi sono di due ragioni, o temporali o spirituali; i temporali sono quasi ridutti ad una grande debilità, parte per loro medesimi, sendo ogni principato diviso in più principi, per la divisione eguale dell’eredità che gli osservano; parte per averli abbassati l’Imperatore col favor delle comunità, come s’è detto: talmente che sono inutili amici e poco formidabili nemici. Sonovi ancora, come è detto, i principi ecclesiastici, i quali se le divisioni ereditarie non gli hanno annichilati, gli ha ridotti a basso l’ambizione delle comunità loro col favore dell’Imperatore; in modo che gli arcivescovi elettori, e altri simili, non possono nulla nelle comunità grosse proprie: dal che ne è nato che né loro né etiam le loro terre, sendo divise insieme, possono favorir le imprese dell’Imperatore, quando ben volessero.

Ma veniamo alle comunità franche e imperiali, che sono il nervo di quella provincia, dove è danari e ordine. Costoro per molte cagioni sono per essere fredde nel provvederlo, perché la intenzione loro principale è di mantenere la loro libertà, non di acquistare imperio; e quello che non desiderano per loro, non si curano che altri lo abbia. Dipoi per esser tante, e ciascuna far capo da per sé, le loro provvisioni, quando le voglino ben fare, son tarde, e non di quella utilità che richiederebbe. In esempio ci è questo: gli Svizzeri nove anni sono assaltarono lo stato di Massimiliano e la Svevia; convenne il Re con queste comunità per reprimerli, e loro s’obbligarono tenere in campo quattordicimila persone, e mai vi se ne raccozzò la metà, perché quando quelli di una comunità venivano, gli altri se ne andavano; tale che l’Imperatore, disperato di quella impresa, fece accordo con gli Svizzeri, e lasciò loro Basilea. Or se nelle imprese proprie egli hanno usati questi termini, pensate quello faranno nelle imprese d’altri: donde tutte queste cose raccozzate insieme fanno questa loro potenza tornare piccola, e poco utile all’Imperatore. E perché i Viniziani, per lo commercio che egli hanno coi mercanti delle comunità della Magna, l’hanno intesa meglio che verun altro d’Italia, si sono meglio opposti; perché s’egli avessero temuta questa potenza, e’ non se gli sarebbero opposti, e quando pure e’ se gli fussero opposti, se eglino avessero creduto che si potessero unire insieme, e’ non l’avrebbero mai ferita; ma perché e’ pareva lor conoscere questa impossibilità, sono stati sì gagliardi, come si è visto. Non ostante quasi tutti quegl’Italiani che sono nella corte dell’Imperatore, da’ quali io ho sentito discorrere le sopraddette cose, rimangono appiccati in su questa speranza; che la Magna si abbia a riunire adesso, e l’Imperatore gettarsele in grembo, e tenere ora quell’ordine di capitani e delle genti che si ragionò anno nella dieta di Costanza, e che l’Imperatore ora cederà per necessità, e loro lo faranno volentieri per riavere l’onore dell’imperio; e la tregua non darà loro noia, come fatta dall’Imperatore e non da loro. Al che risponde alcuno non ci prestar molta fede ch’egli abbia ad essere, perché si vede tutto il giorno che le cose che appartengono in una città a molti, sono straccurate, tanto più debbe intervenire in una provincia; dipoi le comunità sanno che l’acquisto d’Italia sarebbe pei principi e non per loro; potendo questi venire a godere personalmente i paesi d’Italia, e non loro: e dove il premio abbia ad essere ineguale, gli uomini mal volentieri egualmente spendono: e così rimane questa opinione indecisa, senza poter risolversi a quello abbia ad essere. E questo è che io ho inteso della Magna. Circa alle altre cose di quello che potesse essere di pace e di guerre tra questi principi, io ne ho sentito dire cose assai, che per essere tutte fondate in su congetture, di che se ne ha qui più vera notizia e miglior giudizio, le lascerò indietro. Valete.

Discorso sopra le cose della Magna e sopra l’Imperatore

Per avere scritto, alla giunta mia, anno qui, delle cose dello Imperatore e della Magna, io non so che me ne dire di più; dirò solo di nuovo della natura dell’Imperatore, quale è uomo gittatore del suo sopra tutti gli altri che a’ nostri tempi o prima sono stati; il che fa che sempre ha bisogno, né somma alcuna è per bastargli in qualunque grado o fortuna si trovi. È vario, perché oggi vuole una cosa e domani no; non si consiglia con persona, e crede ad ognuno: vuole le cose che non può avere, e da quelle che può avere si discosta, e per questo piglia sempre i partiti al contrario. È da altra banda uomo bellicosissimo: tiene e conduce bene un esercito, con giustizia e con ordine. È sopportatore di ogni fatica quanto alcun altro affaticante uomo, animoso ne’ pericoli, tale che per capitano non è inferiore ad alcun altro. È umano quando dà udienza, ma la vuole dare a sua posta, né vuole essere corteggiato dagli ambasciadori se non quando egli manda per loro; è segretissimo; sta sempre in continue agitazioni d’animo e di corpo, ma spesso disfà la sera quello conclude la mattina. Questo fa difficili le legazioni appresso di lui, perché la più importante parte che abbia un oratore che sia fuori per un principe o repubblica, si è conietturare bene le cose future, così delle pratiche come dei fatti; perché chi le coniettura saviamente, e le fa intendere bene al suo superiore, è cagione che il suo superiore si possa avanzare sempre con le cose sue, e provvedersi ne’ tempi debiti; questa parte, quando è fatta bene, onora chi è fuora e benefica chi è in casa, ed il contrario quando la è fatta male. E per venire a descriverla praticamente, voi sarete in luogo dove si maneggerà due cose, guerra e pratica: a voler far bene l’ufficio vostro, voi avete a dire che opinione abbia dell’una cosa e dell’altra; la guerra si ha a misurare con le genti, con il danaro, con il governo e con la fortuna; e chi ha più di queste cose si ha a credere che vincerà. E considerato per queste chi possa vincere, è necessario s’intenda qui, acciocché voi e la città si possa deliberare. Le pratiche siano di più sorte, cioè, parte se ne maneggierà infra i Viniziani e l’Imperatore, parte infra l’Imperatore e Francia, parte infra l’Imperatore e il Papa, parte infra l’Imperatore e voi. Le vostre pratiche proprie vi doveriano esser facili a fare questa coniettura, e vedere che fine sia quello dell’Imperatore con voi, quello che voglia, dove sia volto l’animo suo, e che cosa sia per farlo ritirare indietro o andare innanzi; e trovatala, vedere se gli è più a proposito temporeggiare che concludere: questo sarà a voi a deliberarlo circa a quanto si estenderà la commissione vostra.

Ritratto delle cose della Magna

Della potenzia della Magna alcuno non debbe dubitare, perché abunda di uomini, di ricchezze e d’arme. E quanto alle ricchezze, non vi è comunità che non abbia avanzo di danari in publico; e dice ciascuno che Argentina solo ha parecchi milioni di fiorini: e questo nasce perché quelle non hanno spese che tragghino loro più danari di mano che quelle fanno in tenere vive le munizioni; nelle quali avendo speso un tratto, nel rinfrescarle spendono poco. E hanno in questo uno ordine bellissimo, perché hanno sempre in publico da mangiare e bere e ardere per uno anno: e così da lavorare le industrie loro, per potere in una obsidione pascere la plebe e quelli che vivono delle braccia, per uno anno intero sanza perdita. In soldati non spendono, perché tengono li uomini loro armati ed esercitati; e li giorni delle feste tali uomini, in cambio delli giuochi, chi si esercita collo scoppietto, chi colla picca e chi con una arme e chi con una altra, giocando tra loro onori et similia, e quali tra loro poi si godono. In salarii e in altre cose spendono poco: talmente che ogni comunità si truova ricca in publico.

Perché li populi in privato sieno ricchi, la ragione è questa: che vivono come poveri, non edificono, non vestono e non hanno masserizie in casa; e basta loro abundare di pane, di carne, e avere una stufa dove rifuggire il freddo: e chi non ha dell’altre cose, fa sanza esse e non le cerca. Spendonsi in dosso due fiorini in dieci anni, e ognuno vive secondo il grado suo a questa proporzione, e nessuno fa conto di quello li manca ma di quello ha di necessità, e le loro necessità sono assai minori che le nostre. E per questi loro costumi ne resulta che non esce danari del paese loro, sendo contenti a quello che il loro paese produce; e nel loro paese sempre entra ed è portato danari da chi vuole delle loro robe, lavorate manualmente: di che quasi condiscono tutta la Italia. Ed è tanto maggiore il guadagno che fanno, quanto il forte che perviene loro nelle mani è delle fatture e opere di mano, con poco capitale loro d’altre robe. E così si godono questa loro rozza vita e libertà: e per questa causa non vogliono ire alla guerra se non sono soprappagati; e questo anche non basterebbe loro, se non fussino comandati dalle loro comunità. E però bisogna a uno imperadore molti più danari che a uno altro principe; perché, quanto meglio stanno li uomini, peggio volentieri escono alla guerra.

Resta ora che le comunità si unischino colli principi a favorire le imprese dello imperadore, o che loro medesime lo voglino fare; che basterebbono. Ma né l’una né l’altra vorrebbe la grandezza dello imperadore: perché, qualunche volta in proprietà lui avessi stati o fussi potente, e’ domerebbe e abbasserebbe e principi e ridurrebbeli a una obedienzia di sorte da potersene valere a posta sua e non quando pare a loro: come fa oggi il re di Francia, e come fece già el re Luigi, quale con l’arme e ammazzarne qualcuno li ridusse a quella obedienzia che ancora oggi si vede. Il medesimo interverrebbe alle comunità: perché le vorrebbe ridurre in modo che le potessi maneggiare a suo modo, e che avessi da loro quello che chiedessi e non quello che pare a loro. Ma s’intende la cagione della disunione tra le comunità e li principi esser e molti umori contrari che sono in quella provincia: che venendo a due disunione generale, dicono che e Svizzeri sono inimicati da tutta la Magna e li principi dallo imperadore. E pare forse cosa strana a dire ch’e Svizzeri e le comunità sieno inimiche, tendendo ciascuno di loro a uno medesimo segno di salvare la libertà e guardarsi da’ principi; ma questa loro disunione nasce perché li Svizzeri, non solamente sono inimici alli principi come le comunità, ma eziandio sono inimici alli gentili uomini: perché nel paese loro non è dell’una specie né della altra, e godonsi, sanza distinzione alcuna di uomini, fuora di quelli che seggono nelli magistrati, una libera libertà. Questo esemplo de’ Svizzeri fa paura alli gentili uomini che sono rimasti nelle comunità, e tutta la industria di detti gentili uomini è in tenerle disunite e poco amiche loro. Sono ancora inimici de’ Svizzeri tutti quelli uomini delle comunità che attendono alla guerra, mossi da una invidia naturale, parendo loro di essere meno stimati nelle armi che quelli: in modo che non si può accozzare in uno campo sì poco né sì gran numero che e’ non si azzuffino.

Quanto alla inimicizia de’ principi con le comunità e colli Svizzeri, non bisogna ragionare altrimenti, sendo cosa nota; e così di quella fra lo imperadore e detti principi. E avete a intendere che, avendo lo imperadore il principale suo odio contro a’ principi e non potendo per se medesimo abbassarli, ha usato e favori delle comunità; e per questa medesima cagione da uno tempo in qua ha intrattenuti li Svizzeri, colli quali li pareva già essere devenuto in qualche confidenzia. Tanto che, considerato tutte queste disunioni in comune, e aggiuntovi poi quelle che sono tra l’un principe e l’altro e l’una comunità e l’altra, fanno difficile questa unione dello Imperio, di che uno imperadore arebbe bisogno. E benché chi fa le imprese della Magna gagliarde e riuscibili, pensi che e’ non è nella Magna alcuno principe che potessi o ardissi opporsi a’ disegni d’uno imperadore, come hanno usato di fare da qualche tempo indreto, tutta volta non pensa che a uno imperadore è assai impedimento non essere da’ principi aiutato ne’ suoi disegni: perché chi non ardisce farli guerra, ardisce negarli aiuti; e chi non ardisce negargnene, ha ardire, promissi che li ha, non li osservare; e chi non ardisce ancora questo, ardisce differire tanto le promisse che non sono in tempo che se ne vaglia: e tutte queste cose impediscono e perturbano e disegni. E si conosce così essere la verità, quando lo imperadore la prima volta volle passare contro alla voluntà de’ Viniziani e Franzesi in Italia, che li fu promisso dalle comunità della Magna, nella dieta tenuta in quel tempo a Gostanza, sedicimila persone e tre mila cavalli, e non se ne essere mai potute mettere insieme tante che aggiugnessino a cinquemila. E questo perché, quando quegli d’una comunità arrivavono, quelli d’un’altra si partivono per avere finito el tempo, e qualcuna dava in cambio danari: e quali per pigliare luogo facilmente, e per questa e per l’altre ragioni, le genti non si accozzavano e l’impresa andò male.

La potenzia della Magna si tiene certo più assai essere nelle comunità che nelli principi. Perché li principi sono di due ragioni, o temporali o spirituali. Li temporali sono quasi redutti a una grande debilità, parte per loro medesimi (sendo ogni principato diviso in più principi, per la divisione equale delle eredità che gli osservano), parte per averli abbassati lo imperadore con il favore delle comunità, come è detto; talmente che sono inutili amici. Sonvi ancora, come è detto, li principi ecclesiastici, e quali, se le divisioni ereditarie non gli hanno annichilati, li ha ridotti abbasso l’ambizione delle comunità loro con il favore dello imperadore: in modo che li arcivescovi elettori e altri simili non possono niente nelle comunità grosse proprie. Di che ne è nato che né loro, né intra le loro terre sendo divisi, insieme possono favorire le imprese dello imperadore quando bene volessino.

Ma vegnamo alle comunità franche ed imperiali, che sono il nervo di quella provincia, dove è danari e l’ordine. Costoro per molte cagione sono per essere fredde nel provvederlo, perché la intenzione loro principale è di mantenere la loro libertà, non di acquistare imperio; e quello che non desiderono per loro, non si curono che altri lo abbia. Di poi, per essere tante e ciascuna fare capo da per sé, le loro provvisioni, quando le vogliono fare, sono tarde e non di quella utilità che si richiederebbe. E in esemplo ci è questo: che non molti anni sono li Svizzeri assaltorono lo stato di Massimiliano e la Svevia. Convenne sua maestà con queste comunità per reprimerli, e loro si obligorno tenere in campo quattordici mila persone: e mai vi se ne raccozzò la metà, perché quando quelli d’una comunità venivano, e li altri se ne andavano; in modo che lo imperadore, disperato di quella impresa, fece accordo colli Svizzeri e lasciò loro Basilea. Ora se nelle imprese proprie egli hanno usato termini simili, pensate quello farebbono nelle imprese d’altri. Donde, messe queste cose tutte insieme, fanno questa loro potenzia tornare piccola e poco utile allo imperadore.

E perché e Viniziani, per il commercio che hanno colli mercanti delle comunità della Magna, in ogni cosa che egli hanno avuto a fare e trattare collo imperadore, l’hanno intesa meglio che nessuno altro, e sempre sono stati in sullo onorevole; perché, s’egli avessino temuta questa potenzia, arebbono preso qualche sesto, o per via di danari o col cedere qualche terra. E quando egli avessino creduto che questa potenzia si potessi unire, non se li sarebbono opposti; ma sapiendo questa impossibilità, sono stati sì gagliardi, sperando nelle occasione. E però, se si vede che in una città le cose che appartengono a molti sono straccurate, tanto più debbe intervenire in una provincia. Di poi sanno le comunità che lo acquisto che si facessi in Italia o altrove farebbe per li principi, e non per loro, potendoseli godere personalmente; il che non può fare una comunità: e dove il premio abbia a essere inequale, li uomini mal volentieri equalmente spendono. E però la potenzia è grande, ma in modo da non se ne valere. E se chi ne teme discorressi le sopraddette cose e li effetti che ha fatti questa potenzia da molti anni, vedrebbe quanto fondamento vi si potessi fare su.

Le gente d’arme tedesche sono assai ben montate di cavagli, ma pesanti, e alsì sono molto bene armate in quella parte che usano armare. Ma è da notare che in uno fatto d’arme contro a Italiani o Franzesi non farebbono pruova; non per la qualità delli uomini, ma perché non usano alli cavalli armadura di nessuna sorte: la sella piccola, debile e sanza arcioni, in modo che ogni piccolo urto li getta a terra. Ed ècci una altra cosa che li fa più deboli: cioè che dal corpo in giuso, cioè cosce e gambe, non armono punto; in modo che non potendo reggere al primo urto, in che consiste la importanza delle gente e del fatto d’arme, non possono anche poi reggere con le arme corte, perché possono essere offesi loro e li cavalli nelli detti luoghi disarmati, ed è in potestà d’ogni pedone con la picca trarli da cavallo o sbudellarlo loro; e poi nello agitarsi i cavalli per la gravezza loro male reggono.

Le fanterie sono bonissime, e uomini di bella statura: al contrario de’ Svizzeri, che sono piccoli e non puliti né belli personaggi; ma non si armono, o pochi, con altro che con la picca o daga, per essere più destri, espediti e leggeri. E usano dire che fanno così per non avere altro nimico che le artiglierie, dalle quali o petto o corsaletto o gorzarino non li defenderebbe. Delle altre arme non temono, perché dicono tenere tale ordine che non è possibile entrare fra loro, né accostarsegli quanto è la picca lunga. Sono ottime gente in campagna a fare giornata, ma per espugnare terre non vagliono, e poco nel defenderle; e universalmente, dove non possono tenere l’ordine loro della milizia, e’ non vagliono. Di che si è visto la esperienza poi che hanno avuto a praticare in Italia, e massime dove abbino avuto a espugnare terre, come fu a Padova e altri luoghi, in che hanno fatto cattiva pruova: e per lo opposito, dove si sono trovati in campagna, l’hanno fatta buona. In modo che se nella giornata di Ravenna tra e Franzesi e li Spagnuoli, e Franzesi non avessino avuto e lanzchenecche, li arebbono perso la giornata: perché in mentre che l’una gente d’arme con l’altra era alle mani, li Spagnuoli avevono di già rotte le fanterie franzese e guascone: e se li Alamanni con la ordinanza loro non le soccorrevano, vi erano tutte morte e prese. E così si vide che ultimamente, quando il Cattolico re ruppe guerra a Francia in Ghienna, che le gente spagnuole temevano più di una banda di Alamanni che aveva il re Cristianissimo, che di tutto el resto delle fanterie, e fuggivono le occasione del venire seco alle mani.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2010