Niccolò Machiavelli

Lettere ante res perditas

Edizione di riferimento

Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.

Lettere ante res perditas

001

Frammento di minuta

Firenze, 1 dicembre 1497

Et merito: quinam abs te multas epistolas acceperim nullas quae re... ascribere potuissent qui aut nostrum minimum noverint ingenium aut... natura informatum ingenio cujus mihi rei testis deus est et veritas ut amicorum beneficia ac eorum de me benemer... Novi enim studium tuum in re nostra et operam: mihi si non causae nostrae coeterisque quae reman... quibus satisfacere causae non potuisti... Mores scrutati fuerunt satisfacturam. Verum ego valitudine oppressus tibi rescribendi vicem prestare non potui. Nunc vero, recuperata salute, nihil est quod scribam, nisi te hortari, orare, precari ut non disistas, donec noster hic conatus felicem habeat exitum. In hoc te virum exibeas rogo totasque effundas vires. Nam si pigmei gigantes aggredimur, multo major nobis quam illis paratur victoria: illis enim sicut contendere turpe est, sic erit cedere turpissimum; nos non tantum vinci ignominiosum, quam decorum contendisse ducimus, praesertim competitorem habentes, cujus nutu istic omnia fiunt: propterea quacumque fuerimus usi fortuna, talibus nos hujuscemodi excidisse ausis non poenitebit. Vale. Datum Florentiae kalendis decembribus.

002

I Machiavelli al card. Giovanni Lopez

Firenze, 2 dicembre 1497

Tucte le cose che dagli huomini in questo mondo si posseggono, el più delle volte, anzi sempre, quelle da duoi donatori dependere se è per experientia conosciuto; da Dio prima, iusto di tucto retribuitore; secondo, o per iure hereditario, come da’ parenti nostri, o per donatione come dagli amici, o per commodità di guadagno prestataci, come da’ mercatanti ne’ loro fedeli minixtri. Et tanto più merita d’essere stimata la cosa che si possiede, quanto da più degno donatore depende. Havendo adunche la R. S. V. per deroghatione pontificale privatoci di quelle ragioni, per le quali la possessione di Fagna da’ nostri antichi progenitori riconosciavamo, ad un tracto, è dato occasione alla R.da S. V. la sua humanità et liberalità, anzi più tosto piatà verso di noi sua devotissimi figlioli, dimostrare, et a noi quella da molto più degno donatore, che non furono quegli riconoscere. Et veramente nessuna cosa è più degna della R.da S. V., quanto è, potendo tòrre, liberalissimamente donare, maxime a choloro, e quali l’onore et l’utile di quella cierchono non altrimenti che el loro proprio salvare, a choloro anchora e quali, né per nobilità, né per huomini, né per ricchezza, punto inferiori si iudicono di quegli che s’ingegnono, o che sperano, anzi indubitatamente affermano da la R. S. V. esserne fatti al tutto possessori. Et chi volessi la famiglia nostra et quella de’ Pazi iusto lance perpendere, se in ogni altra cosa pari ci iudicassi, in liberalità et virtù d’animo molto superiori ci iudicherà.

Supplici adunche adoriamo la S. V. che non consenta che noi veggiamo huomini mancho degni di noi, huomini che meritamente nostri inimici possiamo iudicare, delle nostre spoglie rivestiti ignominiosamente tale vittoria improperare. De siate contento, Rev.mo signor nostro, con quel medesimo emolumento che da loro sperasi, volere la casa nostra ornare di tanto honore, quanto l’esserci da voi libera questa possessione conceduta iudighiamo. Non ci vogliate pel contrario di tanta ignominia segnare, quanto è torci quello che per salvare cotanta impresa infino a qui ci siamo ingegnati. E veramente, poiché con grandissimo nostro disnore, se la vostra clementia non ci si interpone, conviene si perda, quello ad ogni modo con l’altrui danno ci ingegneremo reprendere. Ma speriamo nella humanità della R.da S. V., come sa messer Francesco R. vostro familiare habbiamo sempre sperato, el quale habbiamo facto nostro supplicatore a quella, et a·llui ogni libertà di trattare questa causa conceduta. Valete iterum. Vivete in eternum. Ex Florentia iiii° Nonas Decembres.

E. V. R. Devoti Filii

Maclavellorum familia Pero,

Nicholò et tucta la famiglia

de’ Machiavegli Cives Florentini

003

Niccolò Machiavelli a Ricciardo Becchi

Firenze, 9 marzo 1498

Per darvi intero adviso de le cose di qua circa al frate secondo el desiderio vostro, sappiate che dopo le due prediche facte, delle quali havete hauta già la copia, predichò la domenica del charnasciale, et dopo molte cose dette, invitò tucti e suoi a comunicarsi el dì di carnasciale in San Marco, et disse che voleva pregare Iddio che se le cose che gli haveva predette non venivano da·llui, ne mostrassi evidentissimo segno; et questo fece, chome dicono alcuni, per unire la parte sua et farla più forte a difenderlo, dubitando che la Signoria nuova già creata, ma non pubblicata, no·gli fussi adversa. Pubblicata dipoi el lunedì la Signoria, della quale dovete havere hauto piena notitia, giudicandosela lui più che e dua terzi inimica, et havendo mandato el papa un breve che lo chiedeva, sotto pena d’interdictione, et dubitando egli ch’ella non lo volessi ubbidire di facto, deliberò o per suo consiglo, o amunito da altri, lasciare el predicare in sancta Reparata, et andarsene in San Marco. Pertanto el giovedì mattina, che la Signoria entrò, disse in Sancta Reparata pure che per levare schandolo et per servare l’honore di Dio, voleva tirarsi indreto, et che gli huomini lo venissino ad udire in San Marco, et le donne andassino in San Lorenzo a fra Domenico. Trovatosi adunche il nostro frate in casa sua, hora havere udito con quale audacia e’ cominciassi le sua prediche, et con quale egli le seguiti, non sarebbe di poca admiratione; perché dubitando egli forte di sé, et credendo che la nuova Signoria fussi al nuocergli inconsiderata, et deliberato che assai cittadini rimanessino sotto la sua ruina, cominciò con spaventi grandi con ragione a chi non le discorre efficacissime, mostrando essere optimi e sua seguaci, et gli adversari sceleratissimi, tochando tutti que’ termini che fussino per indebolire la parte adversa et affortificare la sua; delle quali cose perché mi trovai presente qualcuna brevemente ritratterò.

Lo absunto della sua prima predica in San Marco furon queste parole dello Exodo: « Quanto magis premebant eos, tanto magis multiplicabantur et crescebant »; et prima che venissi alla dichiaratione di queste parole, monstrò per qual cagione egli s’era ritirato indreto, et disse: « prudentia est retta cognitio agibilium ». Dipoi disse che tutti gli huomini havevono hauto et hanno un fine, ma diverso: de’ christiani el fine loro è Christo, degli altri huomini, et presenti et passati, è stato et è altro, secondo le sette loro. Intendendo adunche noi, che christiani siamo, a questo fine che è Christo, dobbiamo con somma prudentia et observantia de’ tempi servare lo honore di quello; et quando... el tempo richiede exporre la vita per lui, exporla; et quando è tempo che l’huomo s’asconda, ascondersi, come si legge di Christo et di S. Pagolo; e cosa, soggiunse, dobbiamo fare, et habbiamo facto, però che, quando fu tempo di farsi incontra al furore, ci siamo fatti, come fu el dì della Ascensione, perché così lo honore di Dio et el tempo richiedeva; hora che lo honore di Dio vuole che si ceda all’ira, ceduto habbiamo. Et facto questo breve discorso, fece dua stiere, l’una che militava sotto Iddio, et questa era lui et sua seguaci, et l’altra sotto el diavolo, che erano gli adversari. Et parlatone diffusamente, entrò nella expositione delle parole dello Exodo preposte, et disse che per le tribulationi gli huomini buoni crescievono in dua modi, in spirito et in numero; in spirito, perché l’huomo s’unisce più con Dio, soprastandogli l’adversità, et diventa più forte, come più apresso al suo agente, come l’acqua calda achostata al fuoco diventa caldissima, perché è più presso al suo agente. Crescono ancora in numero, perché e’ sono di tre generatione huomini, cioè buoni, et questi sono quegli che mi seguitano, perversi et obstinati, et questi sono gli adversari; et un’altra specie di huomini di larga vita, dediti a’ piaceri, né obstinati al mal fare, né al ben fare rivolti, perché l’uno da l’altro non discernano; ma chome fra e buoni et perversi nasce alcuna dissentione di facto, quia opposita iuxta se posita magis elucescunt, conoschono la malitia de’ tristi, et la simplicità de’ buoni, et a questi s’achostano et quegli fuggono, perché naturalemente ogni uno fugge el male et seguita el bene volentieri, et però nelle adversità e tristi mancono et e’ buoni multiplicano; et ideo quanto magis etc. Io vi discorro brevemente, perché la angustia epistolare non ricercha lunga narratione. Dixe di poi, entrato in varii dischorsi, come è suo costume, per debilitare più gli adversarii, volendosi fare un ponte alla seguente predicha, che le discordie nostre ci potrebbono fare surgere un tiranno che ci ruinerebbe le case et guasterebbe la terra; et questo non era contro a quello ch’egli haveva già detto, che Firenze havea felicitare, et dominare ad Italia, perché poco tempo ci starebbe che sarebbe cacciato; et in su questo finì la sua predichatione.

L’altra mattina poi exponendo pure lo Exodo et venendo a quella parte, dove dice che Moyses amazò uno Egiptio, dixe che lo Egiptio erono gli huomini captivi, et Moyses el predicatore che gli amazava, scoprendo e vitii loro; et dixe: O Egiptio, io ti vo’ dare una coltellata; et qui cominciò a squadernare e libri vostri, o preti, et trattarvi in modo che non n’harebbono mangiato e cani; dipoi soggiunse, et qui lui voleva capitare, che volea dare all’Egiptio un’altra ferita et grande, et dixe che Dio gli haveva detto, ch’egli era uno in Firenze che cercava di farsi tyranno, et teneva pratiche et modi perché gli riescissi: et che volere cacciare el frate, scomunicare el frate, perseguitare el frate, non voleva dire altro se non volere fare un tyranno; e che s’osservassi le leggi. Et tanto ne disse che gli huomini poi el dì feciono pubblicamente coniectura d’uno, che è tanto presso al tyranno, quanto voi al cielo. Ma havendo dipoi la Signoria scripto in suo favore al papa, et veggiendo non gli bisognava temere più degli adversarii suoi in Firenze, dove prima lui cercava d’unire sola la parte sua col detextare gli adversarii et sbigottirgli col nome del tyranno, hora, poi che vede non gli bisognare più, ha mutato mantello, et quegli all’unione principiata confortando, né di tyranno, né di loro scelerateze più mentione faccendo, d’innaglienirgli tucti contro al sommo pontefice cerca, et verso lui e’ suoi morsi rivoltati, quello ne dice che di quale vi vogliate sceleratissimo huomo dire si puote; et cosa, secondo el mio iudicio, viene secondando e tempi, et le sua bugie colorendo.

Hora quello che per vulgo si dica, quello che gli huomini ne sperino o temino, ad voi, che prudente sete, lo lascierò giudicare, perché meglio di me giudicare lo potete, con ciò sia cosa che voi gli humori nostri, et la qualità de’ tempi, et, per essere costì, lo animo del pontefice appieno conoschiate. Solo di questo vi prego: che se non vi è paruto faticha leggere queste mie lettere, non vi paia anche faticha el rispondermi che iudicio di tale dispositione di tempi et d’animi circa alle cose nostre facciate. Valete.

Datum Florentie die viiij Martii

MCCCCXCVII.

Vester Nicholò di M. Bernardo Machiavegli

004

Niccolò Machiavelli a Pier Francesco Tosinghi

Firenze, 29 aprile 1499

Magnifico viro Petro Francisco commissario generali in agro Pisano, maiori suo honorando. Ad pontem Herae.

Copia di advisi di più lettere da Milano, hauti per via dello oratore di Milano residente ad Vinegia; et prima.

Per lettere de’ 13 dì:

Come e Vinitiani havean facto capitano dell’armata messer Antonio Grimanni procuratore, che si è offerto servire di suo quella Signoria di xx mila ducati, stimando guadagniarsi el dogato; et che pensavono di armare 40 in 50 galee sottili, 22 galeaze, et xviii nave; et che era venuto uno altro grippo di Levante, significante come il Turco sollicitava l’armata, che saria di 150 vele, et come andrà verso Soria; ma per havere ad passare di Cipro, quella Signoria vi volea mettere la sua armata, per non havere ad essere richiesta di servire di porti, et che per questa brigha del Turco, non si pensava niente dare danari al re di Francia, et che si erono smentichati le cose di Pisa.

Come el Doge haveva, dopo l’appuntamento facto di Pisa, di continuo monstro migliore dispositione allo oratore di Milano verso el duca, et che si doveva attendere per ciaschuno ad conservare questa pace, et tenere li oltramontani fuora di Italia, et che il re di Francia era offeso forte da le gotte, et quella gente che disegnava mandare in Italia, bisognava voltassi verso Borgogna, per intendere lo archiduca volere secondare la voglia di suo padre; et come, non passando el prefato, haranno e Vinitiani scusa non li dare e 100 mila ducati, havendone maxime havere bisogno per sé proprii.

Come del papa si parla molto vituperosamente.

Come el re Federigho ha avuto un figliolo maschio, et ognuno se ne è rallegrato.

Per lettere de’ xxv dì:

Come si vedeva ciaschun dì crescere in Vinegia la dispositione buona di observare e·lodo.

Come etiam crescieva el timore del Turco, per haverlo già a’ confini, et che, oltre all’armata, provedeano Cipri, Corfù, et le terre hanno im Puglia; et fassi iuditio che, sanza che il Turco offendessi e Vinitiani, conviene ad omni modo stieno in su la spesa, per non restare a discretione.

Come e Vinitiani havevano facto dua oratori per Francia, non tanto, secondo si stima, per supprire ad quelli che si partono, quanto per scusarsi circha el danaio col mantello del Turco, et per persuadere ad quella maestà, che bisogni hora badare ad altro che alle cose di Italia; et par loro più presto da governarsi così, che da negarli el passo expressamente.

Come era venuto ad Vinegia uno huomo del prefetto per acconciarlo con quella Signoria con 300 huomini d’arme, et come detto huomo haveva detto che quella Signoria havea promesso al re di Francia ne’ capitoli 1500 huomini d’arme insino ad guerra finita; cioè quelli del prefetto Orsini tucti, et come non haveva anchora hauto risposta.

Come el duca di Milano ha facto scrivere ad Genova, et alli passi di terra, che capitandovi Pisani per andare in Francia, li sieno mandati là, perché li vuole interrompere et disporre.

Come quella Excellentia è più pronta che mai ad benificare questa ciptà, et se fa hora tornare le sua genti, lo fa per observare el lodo, ma che non è poi, bisognando, per manchare.

Come quello Duca ha notitia che nella confederatione fra el re di Francia et Svizeri si contiene come il re dà loro 80 mila ducati l’anno, et le artiglierie, quando e’ n’abbino bisogno, et li debba aiutare quando fussino molestati; et loro sono obbligati offendere li nimici sua, et nominatamente el duca di Milano, quando sieno richiesti.

Magnifice vir. Mandovi questi advisi per consolatione di vostra M.tia et ad quella di continuo mi rachomando.

Die 29 Aprilis ’99.

E. V. M. Deditissimus Nicholaus Maclavellus Cancell.

005

Niccolò Machiavelli a Pier Francesco Tosinghi

Firenze, 5 giugno 1499

Magnifico viro Petro Francisco Tosingho commissario generali in agro Pisano et suo maiori honorando.

Magnifice vir etc. Più dì fa, el duca di Milano scrisse ad questi S.ri che voleva non andare più al buio con voi et però si voleva obbligare et che voi vi obbligassi, e richiedevavi che, omni volta che li havessi bisogno delli aiuti vostri, voi fussi tenuti ad servirlo di 300 huomini d’arme et 2000 fanti, et che voi chiedessi quello volevi da lui per la recuperatione di Pisa. Risposesi per li vostri Signori dopo qualche consulta che, omni volta che lui de facto vi insignorissi liberamente di Pisa, che voi vi obbligaresti ad quanto addimandava: ma sendo la cosa in termine che questo non poteva seguire, si giudicava pericoloso el declararsi rispecto alle cose franzesi e sanza utilità di sua S.ria, e però si rimetteva in lui el trovare un modo che sua Ex.tia si assicurassi e non si mettessi in periculo lo Stato nostro: la quale risposta non satisfé punto alla Ex.tia di quello S.re et rispose ad li nostri oratori tutto alterato. Et per questa cagione a’ nostri signori è parso mandare uno proprio ad sua Ex.tia per potere meglio iustificarsi apresso di sua S.ria, e mandovvi ser Antonio da Colle che li hanno revocato da Siena, el quale partirà postdomane.

Questo è quanto occorre hora d’importanza. E ciaschun dì s’intende rinnovare le nuove del Turco, e oppenione è di qualchuno che vadi alla volta di Sicilia; e vero è che li ha facto tanto sforzo per terra e per mare, che ciaschuno sta in su l’ale. Et el duca di Milano anchora teme più che l’altro delle cose di Francia e, per essere più tempo non ci è venuto lettere di Francia, si dubita che ’l duca di Milano non le habbi intercepte.

Se io non vi ho scripto di continuo come io harei desiderato, ne è suta cagione la occupatione, e anchora non ci esser venuti advisi se non ordinarij. Altro non mi occorre se non rachomandarmi alla M.ia vostra.

v Junij 99.

Vester Nicholaus Machiavellus Secret.

006

Niccolò Machiavelli a Pier Francesco Tosinghi

Firenze, 6 luglio 1499

Magnifico commissario Petro Francisco Tosingho in castris adversus Pisanos, suo maiori honorando.

Magnifice vir. Se io ho differito lo scrivervi, ne è suto cagione le occupazioni grandi in quali mi truovo, e voi mi harete per iscusato.

Con Milano le cose vostre si truovano in questi termini. Quel signore molti dì fa vi richiese che voi vi declarassi suoi conlegati, e obbligassivi a sovvenirlo, ogni volta li fussi di bisogno, di 300 uomini d’arme e 2000 fanti il mese; e all’incontro vi offeriva ciò che addimandassi per la recuperazione di Pisa. Non parve a questi signori che il dichiararsi fosse utile, e totaliter togliere questa pratica pareva pericoloso; e però si è preso mezzi a tenerlo in speranza, e non correre pericolo con Francia; e per questa cagione si mandò ser Antonio da Colle a Milano. E così di continuo si sta in questa agitazione. Il duca fa forza perché vi dichiariate, e voi usate ogni termine per discostarvi, parendovi pericoloso.

Con Francia si truovano questi signori in quella medesima difficultà, perché sono con istantia richiesti di aderirsi a sua maestà con questi patti, che voi gli siate tenuti servirlo quanto dura la espedizione di Milano di 500 lance; e lui si vuole obbligare di servir voi per un anno di mille lance ad ogni vostra impresa; e promette fare obbligare i Viniziani et il papa a difendervi. Al che si è fatto risposta ordinaria, col mostrare tal cosa non si poter fare senza nostro manifesto pericolo; e così si va temporeggiando con l’uno e con l’altro, usando il benefitio del tempo. E se in questo mezzo si potessi rihaver Pisa, il che a Dio piaccia, potrebbesi sanza tanto pericolo, potendosi esser meno offesi, dichiararsi; ovvero, senza haver paura di esser forzati, starsi di mezzo, e lasciare un poco giucare altri. E credesi veramente, se questa armata franzese per ordine del papa non impedisce le cose di Pisa, che le non haranno ostacolo a fare che le non habbino desiderato effetto.

Questo è quello in effecto che va attorno di momento, e che si maneggia per gli oratori vostri di Francia e di Milano. Quello che ci è di avvisi di Vinegia ve lo scrissi jersera nella lettera pubblica. A voi mi raccomando.

Ex Florentia, die 6 Julii 1499.

Vester Nicolaus Machiavellus

007

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 19 luglio 1499

Al suo honorando Niccolò Machiavelli, Dominationis Florentinae secretario dignissimo. Forlivii.

Charissimo Niccolò. Benché dopo la partita vostra di qui non sia accaduto cosa di molto momento, né che io reputi degnia di vostra notitia, tamen non voglio obmectere darvi notitia come le cose vadino circa la impresa nostra di Pisa; le quali sono cominciate in modo ad riscaldare, che indubitatamente si può dire habbino ad havere quello fine che merita una impresa tanto iusta quanta è questa; perché, come sapete, Giovanni di Dino tornò di campo, il quale era ito per intendere apunto l’animo et intentione di quelli Signori, dove si resolvevano, et circa il danaio volevono loro, et la somma de’ fanti et il numero delle artiglerie et altre cose necessarie a simile expeditione; et tornò al tucto instructo et benissimo resoluto, et le cose chiese per parte del Capitano et Governatore sono state tucte approbate, perché in vero sono state tanto giuste et tanto honeste, che ciascuno ne è rimaso contentissimo. Et perché intendiate ad punto la somma del danaio, vogliono fra amendua di presente, cioè inanzi alla expugnatione di Pisa, e ducati dodicimila di grossi, il che sapete quanto è stata fuora della intentione di omni uno, che si stimava molto maggiore somma. Hora la principale cosa era questa, la quale è ferma: le altre cose sono ordinarie, et di già si è incominciato ad fare li fanti, et mectere ad ordine tucte le altre cose necessarie; le quali il signore Capitano vuole che omnino sieno in campo a dì 28 del presente, ché vuole il primo dì d’agosto senza manco accamparsi; et se al dì disegniato de’ 28 dì, non saranno le cose ad ordine che possa uscire ad campo il dì da·llui disegniato, dice non si moverà poi, se non a dì 15 di agosto: sì che qui con omni sollicitudine si attende sieno expedite il sopradecto dì 28 etc.; le quali io stimo certamente saranno, in modo si sollicitano, che a Dio piaccia.

Qui ci è di nuovo come il duca di Milano ha richiamato da Roma monsignore Ascanio che vadia ad stare in Milano, perché lui vuole cavalcare a’ confini, et in persona trovarsi in campo. Et benché noi non habbiamo più lettere di Francia, per esserci intercepte etc., tamen per le private si intende il Re a dì 10 di questo essere arrivato a Lione, et con pompa grandissima: et il transferirsi la persona del duca in campo è segnio che la cosa riscalda forte, come etiam è da credere.

Da Roma ci è come lo agente del re Federigo residente quivi, dicendoli al Papa, che bisognava che sua Santità pensassi ad rimediare alli disordini di Italia etc., li respose lo haveva facto et farebbe, et decto agente replicò che bisognava uscire de’ generali et che il suo re non voleva essere giunto al sonno, et che pareva che sua Santità più tosto cercassi la ruina d’Italia che la salute di quella, con altre parole più iniuriose. Lui respose reprehendendolo della poca reverentia che elli usava a Sua Santità, et più oltre che il Re passerebbe in Italia in modo sarebbe per opporsi et al Turco et a omni altro, et expugniare Milano, etc.

Da Vinegia non ci è altro: accadendo, ve ne farò parte, etc.

Scrivendo, sono comparse lettere di là, et in effecto del Turco non si intende altro, se non grande scorrerie et prede, per non essere anchora giunta l’altra armata, la quale dicono è cosa grandissima etc.

Io vi conforto ad tornare più presto potete, ché lo stare costi non fa per voi, et qui è uno trabocho di faccende tanto grande, quanto fussi mai.

Tra lo havere ad scrivere fugiasco, et essere impedito quanto è possibile, non posso fare mio debito; et altro non mi accade, se non recomandarmivi, et di nuovo dirvi come le cose di Pisa si sollicitano quanto più è possibile, ad ciò sieno ad ordine a dì 28, etc. Bene valete.

Ex Palatio, die xviiii Julii

MCCCCLXXXXVIIII.

Servitor Blasius

008

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 19 luglio 1499

Al suo honorando Niccolò Machiavelli, Dominationis florentinae dignissimo secretario.  Forlivii.

Che io non sia adirato, et che sempre mantenga la fede mia, ve ne faranno buona testimonianza li advisi et de’ Turchi et Franzesi, li quali saranno inclusi nella publica; che, benché sia stato un poco dificile, pure mi parse meglio farlo per via publica che privata, benché anchora io private vi advisi di qualche cosetta, et così mi sforzerò, Niccolò mio, di fare mentre sarete costì. Ma vi fo fede che se qui fu mai faccende, hora trabochano, sì che, se non fussino scripte le mia lettere come si richiederebbe, harete patientia, et voi con la industria et ingegnio vostro ne caverete più constructo vi fia possibile; et quando harò punto di tempo, più vi scriverrò, et più ad pieno et più distincto, benché io non credo habbiate ad soprastare costì molto tempo, ché qui è nicistà de’ casi vostri.

Et quanto al fuggirmi et venire costà, se havessi voluto fussi venuto, non bisogniava mi indugiassi ad hora, che farei fare uno viso a ser Antonio della Valle, che parrebbe non havessi ritenuto l’argomento. Che se farete a mio modo, recherete assai acqua rosa per rinvenirlo, ché qui non si sente altri che lui; et di già ci ha facto lavare il capo a’ nostri Magnifici Padroni, et da maledecto senno: che li venga il cacasangue nel forame. Pure la cosa è qui, et quattro fregagioni hanno assettato omni cosa. In effecto tucti vi desideriamo, et sopra omni altro il vostro Biagio, il quale a omni hora vi ha in bocha, et parli omni hora un anno, come non pareva a voi quando lui era fuori, il che credo habbia ad essere il riscontro di quelli stratiò lui, etc.

Io non dubito punto che la Ex.tia di Madonna vi faccia quello honore, et vi vegga lietamente, come ne scrivete, maxime per più respecti, li quali al presente non replicherò, per non essere tedioso, ché presto vi verrei ad noia.

A mio iudicio voi havete exequito insino a hora con grande vostro honore la commissione iniunctavi, di che io ho preso piacere grandissimo, et di continuo piglio; ad ciò si vegga ci è altri anchora che, benché non sia così pratico, non è inferiore a ser Antonio etc., che gonfiava così: sì che seguitate, ché insino ad hora ci havete facto grande honore.

Io vorrei, per il primo mi mandassi in su uno foglio ritratta la testa di Madonna, che costì se ne fa pure assai; et se la mandate, fatene uno ruotolo ad ciò le pieghe non la guastino. Et altro al presente non mi occorre se non recomandarmi et offerirmi a voi, etc. Bene valete.

Ex Palatio, die xviiii julii

MCCCCLXXXXVIIII.

Servitor Blasius Bona: Cancel.

009

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, post 20 luglio 1499

Domino Nicolao de Machiavellis.

Copia di capitolo di lettera di Giovanbaptista Ridolphi oratore a Vinegia sotto dì 20 di luglio a’ Mag.ci S.ri ‑ 1499.

Hieri ci fu adviso da Corfù come l’armata del Turco uscì fuori di stretto a’ xxiv del passato et stimasi venghi ad ferire ad Napoli di Romania o ad Corfù, se il tempo la servissi; et il Signore con lo exercito di terra si trova verso S.to Lionichi et doverrà andare dove batterà l’armata et forse poi al Cathero. Così ho inteso che quello S.re havea facto tragittare per terra certe fuste dal golfo delle Moree nel golfo di Patrasso, che vengono ad haverle portate circa miglia 6 per terra; stimasi sia stato per non regniare tempo per mare ad dare quella volta, o per fuggire l’armata di questa S.ria che si trovava a Chavo S.to Agnolo nelle Moree et per coniungersi colle fuste della Velona et servire a questi luoghi di qua verso Corfù et il Golfo.

Questa Ill.ma S.ria al continuo manda allo incontro per mare e per terra in Friuoli navili et fanti, et dicono che mai questo stato si è trovato maggiore armata che di presente, et con effetto è potentissima etc.

Copia di più capitoli di lettere delli Oratori dalla Corte sotto dì 17 di luglio 1499 date a Lione.

Come Franzesi vivamente sollicitano la impresa et non attendono a altro se non a quella.

Come è fatta la consigniatione delle terre di Piccardia, et che tutti li personaggi deputati a quello effetto se ne torneranno.

Come il Re è contento che l’armata sua fatta in Provenza, bisogniando, si unisca con quella de’ Vinitiani.

Come hanno inviato circa 70 carri di pallottole di ferro et altre specie di saettume; et le fanterie cominciono ad passare, ma per venire di diversi luoghi non si intende il numero a punto.

Come l’armata di Provenza era alla colla per partire col primo vento propitio.

Come il Valentinese è stato fino qui a Uson di Berrì, et sarebbe a Lione in brevi, et come desidera tornare ad Roma: di che expecta resposta dal Pontefice, ché li ha mandato uno suo ad posta per questo.

010

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 27 luglio 1499

Al suo honorando Niccolò Machiavelli, Dom. Florentinae secretario dignissimo, etc. 

Forlivii.

Spectabilis vir et honorande patrone, etc. Per le mani di messer Marcello mi fu presentata una vostra, la quale mi fu nel numero delle altre cose vostre oltre ad modo grata, come di quello che io amo sopra tutti li altri di etc. Et perché intendiate in che modo ci fu lavato il capo da’ nostri padroni etc., ad ciò siate anchora advisato de’ casi della Cancelleria, brevibus accipite. Ser Antonio, come sapete, è in omni minima cosa impedito, et non ci sendo noi la mattina così ad buona hora, et la sera non stando insino alle 3 hore, ne fe’ querela grandissima; donde la mattina, chiamati al conspecto de’ Signori, fumo pure honestamente admoniti, etc. A che fu resposto prima per lo Alphano dipoi per il grande ser Raphaello tanto bestialmente quanto fussi possibile, benché fussi lasciato dire ad suo modo. Et prima dixe, che loro Signorie havevono preposto a quello officio uno che haveva poco obligo con la natura, et che non sapeva dove si era, et che, quando fussi conmesso a lui, farebbe cose grande, maggiore di lui; et così molte altre cose et parole più iniuriose, etc., in modo che lo essere prosumptuoso li è giovato, che a omni hora è chiamato da’ padroni, etc. Et io sono et da Marcello et da omni uno sbattuto, et stomi continue ad pregare et sollicitare che ne vegniate, ché ce n’è di bisognio; et tandem io ho voluto giucare il resto con lo amico, et dettoli lo servirò infino alla tornata vostra, et poi voglio ritornare al mio luogho, cioè ad scrivere con voi. Et così mi sto da me, et se non mi è detto, non parlo a persona, in modo s’è adveduto già lo amico, che mi ha infuriato et non poco; et questo fu che a una certa lettera mi vagliò, et comandò non mi fussi detto cosa alcuna, il che sarà l’ultima volta, perché mi chiama sei volte inanzi responda; ma io ho disposto l’animo, et così voglio seguire mentre ci starò. Et voi conforto ad expedirvi con quanta più presteza si può ché non è il facto vostro ad stare costì, di che a bocha vi raguaglierò, così di molte altre cose, et di Marco anchora, il quale ha sentito molto lodare le vostre lettere, et omni dì viene ad fiutare et sbottoneggiare, ma vi possete presummere per certo, li resposi in modo non me ne parla più, né me ne parlerà per lo advenire; et credo conoscerete nel fine chi è stato et è Biagio, et basti. Alla tornata sareno insieme, et potrenovi conferire di quelle cose, pure nostre, che ad scriverle sarebbe lungo, etc.

Con messer Marcello, circa il respondervi presto etc, non vi sono più buono né voglio essere; sì che cercate altro mezo, et quello potrò fare io, sapete non sono né sarò mai per mancare, come a quello al quale sono sommamente oblighato.

Qui ci è di nuovo come il Re ha rotto a Milano, et messer Gianiacopo ha facto certe scorrerie, ma non di danno, secondo habbiamo; et il Re, quanto più vede il Duca prepararsi, tanto più si accende alla impresa.

Li Svizeri et Alamanni sono venuti a questi dì alle mani, et chi se ne habbia havuto il meglio, non si può sapere il vero, come vi è noto; perché donde viene, se è amico, la fa grassa, et e converso: pure stimiamo per più riscontri li Svizeri havere havuto il meglio.

L’armata del Turco uscì fuora dello stretto, et stimasi vadia ad ferire ad Napoli di Romania: è cosa grande, secondo si intende. Così quella Signoria ha facto grande preparationi per defendersi, et anchora ha cominciato ad dare danari alle gente d’arme vuole adoperare in Lombardia, ad rompere a Milano, ché dicono vogliono servare le promesse al Re, etc. Dio lasci seguire il meglio.

La impresa nostra di Pisa va di bene in meglio, et questi M.ci S.ri non restono né dì né notte di fare le provisioni necessarie et di danari et di omni altra cosa, et di già hanno ad ordine quasi tutti li fanti, in modo si stima certo Pisa essere presso che in potestà di questa M.ca S.ria, benché loro stieno per anchora durissimi, etc.

Ben sapete che ser Philippo Radichi monstrò tanti disegni, che elli andò Conmissario in Lunigiana ad sgallinare, et sovi dire farà il dovere. Nec alia. A voi mi recomando et offero, etc.

Florentie, die xxvii Julii MCCCCLXXXXVIIII.

Servitor B. ec.

011

Niccolò Machiavelli a un cancelliere di Lucca

Firenze, primi d’ottobre 1499

Sendo pervenuta nelle mani d’un mio amico una lettera sopradscripta ad M. Jacobo Corbino canonico pisano, me la portò; et io per lo officio mio, apertola, non mi maraviglai tanto del subbiecto di epsa quanto io mi maravigliai di voi che lo havessi scripto, perché io mi persuadevo che ad uno huomo grave quale sete voi et ad una persona publica quale voi tenete, si aspettassi scrivere cose non disforme alla professione sua. Hora come e’ sia conveniente ad un secretario di cotesti M.ci Sig.ri notare d’infamia una tanta republica quale è questa, ne voglio lasciare fare iuditio ad voi: perché di quello che dite contro ad qualunque potentato di Italia se ne ha più ad risentire e Sig.ri vostri che alcuno altro, perché, sendo voi la lingua loro, si crederrà sempre che quelli ne sieno contenti, et cosa venite ad partorire loro odio sanza loro colpa. Né io mi sono mosso ad scrivere, tanto per purghare le calunnie di che voi notate questa città, quanto per advertire voi ad ciò per lo advenire siate più savio; il che mi pare essere tenuto ad fare, sendo noi sotto una medesima fortuna. Fra molte cose che dimostrono l’homo quale e’ sia, non è di poco momento el vedere o come egli è facile ad credere quello che li è detto, o cauto ad fingere quello che vuole persuadere ad altri: in modo che ogni volta che uno crede quello che non debbe o male finge quello che vuole persuadere, si può chiamare et leggiere et di nessuna prudentia. Io voglio lasciare in dreto la malignità dello animo vostro demostrato per queste vostre lettere; ma solo mi distenderò in demostrarvi quanto ineptamente o voi havete creduto quello vi è suto referito o fincto quello desideravi si disseminassi in infamia di questo Stato. Io vi ringratio prima della congratulatione fate col pisano per la gloria che ad vostro iuditio hanno adquistata et per la infamia ne haviamo reportato noi, condonando tutto alla affectione ci portate; dipoi vi domando: come può stare insieme che questa città habbi speso un tesoro da non poterlo extimare et li Pisani si sieno difesi sanza fraude di Pagolo Vitelli, come voi volete inferire? perché, se vi ricorderà bene, lo exercito fiorentino si adcostò a Pisa sì gagliardo et sì bene pagato et con tale progresso in pochi dì, come dimostrò la fuga di M. Piero Gambacorti et la paura vostra, che se la fraude vitellescha non vi intercedeva, né noi ci dorremo della perdita né voi ve ne rallegrerresti. Appresso vi domando: quale sana mente o quale bene edificato ingegno si persuaderà o che Pagolo Vitelli ci habbi prestati danari o la cagione dello haverlo preso sia per non pagharlo? Né vi advedete, povero huomo, che questo totalmente excusa la città nostra et accusa Pagolo? perché ogni volta che un crederrà che Pagolo ci habbi prestati danari, crederrà de necessitate che Pagolo sia tristo, non potendo havere avanzato danari come ogniun sa, se non o per corruptione factegli perché c’inghannassi, o per non havere tenuta ad un pezo la compagnia: donde ne nascie, che o per non havere voluto, sendo corropto, o per non havere potuto, non havendo la compagnia, ne sono nati per sua colpa infiniti mali ad la nostra impresa, et merita l’uno o l’altro errore, o tutt’a dua insieme che possono stare, infinito castigo. Alle altre parti della lettera vostra, per essere fondate tutte in su questi dua capi, non mi occorre rispondere, né mi schade etiam iustificarvi la captura, come cosa che non mi si aspetta ad farla, et quando mi si aspettassi, ad voi non si richiede lo intenderla. Solum vi ricorderò che non vi rallegriate molto delle pratiche che voi dite andare attorno, non sapiendo maxime le contrappratiche che si fanno: et admunirodvi fraterno amore che, quando pure voi vogliate per lo advenire seguitare nella vostra captiva natura di offendere sanza alcuna vostra utilità, voi offendiate in modo che ne siate tenuto più prudente.

012

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Roma, 4 gennaio 1500

Prudenti viro Niccolao Machiavello secretario Priorum Libertatis. Florentiae.

Honorande vir etc. L’excusatione vostre della rarità dello scrivermi le admetto et per le occupation’ vostre et per l’officio del silentio, del quale non potete essere laudato sufficientemente, ché così si richiede al bon secretario.

Circa negocium amici tui, hoc tantum mihi occurrit. Pontifex maximus Bononiae et omnium urbium sibi subditarum praetores eligit, et sibi potestatem eligendi reservat: et, ut plurimum, quibus est cum eo aliqua familiaritas et affinitas aut facilis ad eum aditus complacet, si pro aliquo intercesserint, et potius persona intercessoris et dignitas respicitur quam electuri; et, ut plerumque fit et ubique, per gratos mediatores et dignitate conspicuos viros fungi non est difficile. Sed vereor ne amicus iste tuus metam tarde nimium attigerit: nam Ex.si D.ni nostri paucis ante diebus hoc spetialiter commiserunt oratori nostro, ut ipse eorum nomine S.tem D.ni Nostri supplicaret ut D. Pacem de Miralucis de Aquila ad presens Florentiae pretorem eligeret: quod quidem libenter sibi concessum fuit et tantum sui procuratores expectantur qui hoc promissum perficiant et expediant; et de hoc hactenus.

Io intendo bona parte di quello scrivi a Johan Folchi per sua gratia, quod utor familiariter; et ritraggo tutti li studii delli amici nostri, et solo mi mancha Borsio, el quale non odo ricordare: temo non sia transformato et transfigurato in francioso, sic enim eum in discessu nostro reliqueram: quando scrivete a Johanni rimbrocciatene una ballatina. De’ jubilei non vi scrivo, perché son già rinviliati, et dassene pel capo a chi ne vuole: in modo che costui sommamente debba essere commendato, perché al tempo suo harà scoperto quanto si debbono stimare queste cose, et un altro non c’ingannerà con la superstitione; et io per me ne lo ringratio, ché m’ha chiarito una gran posta et cavatomi d’un gran pensiero, poi che ho visto come nascon queste historie, et quello che hanno sotto; ma son ben contento che mi costino ogni cosa, da’ danari in fora. Sarò brieve per far parte a qualchuno altro. Raccomandomi a voi, et omnibus amicis nostris. Vale Die iiii januarii MCCCCLXXXXVIIII.

Rob. Ac. Romae

013

Biagio Buonaccorsi e Andrea di Romolo a Niccolò Machiavelli

Firenze, 23 agosto 1500

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis, mandatario florentino apud Christianissimam Maiestatem amico honorando.

Alla Corte.

Honorando et charo mio Niccolò. Se io vi ho ad confessare la verità, questa vostra lettera ricevuta stamani mi ha facto un poco gonfiare et levare in superbia vedendo che tra li stradiotti di Cancelleria pure tenete un poco più conto di me; et per non calare di questa mia opinione, non ho voluto ricercare se ci è vostre lettere in altri. Io ne ho preso piacere grandissimo, parendomi parlare con voi proprio et familiarmente, come eravamo usati; et ne havevo preso qualche poco di passione, havendo visto la prima volta vostre lettere, et non esser facto da voi mentione alcuna di me, dubitando che il proverbio che si dice vulgarmente ‑ dilungi da ochio, dilungi da quore ‑ non si verificassi in voi, il che questa vostra lettera ha cancellato; et così vi prego seguitiate quando vi avanza tempo, ché io per me non mancherò mai di fare mio debito verso di voi.

Io non voglio mancare di significarvi quanto le vostre lettere satisfanno a omni uno; et crediatemi, Niccolò, ché sapete che l’adulare non è mia arte, che trovandomi io ad leggere quelle vostre prime a certi cittadini et de’ primi, ne fusti sommamente commendato, di che io presi piacere grandissimo, et mi sforzai con qualche parola dextramente confermare tale oppinione, monstrando con quanta facilità lo faciavate. Et così dove io veggo potere giovare, lo fo, parendomi farlo per me proprio, come certamente fo; et pure stamani fui con Luca delli Albizi, col quale era di già stato Totto vostro fratello, et facto il bisognio; fece lo officio dello amico, come sempre è usato fare. Così messer Marcello, insieme con Totto vostro, fa omni cosa che obtegniate il desiderio vostro; et credo per adventura avanti il serrare di questa harà effetto; et non lo bevendo così hora, lo harà un’altra volta. Scrivete pure a Totto che non la stachi, perché stamani mi dixe: ‑ Se io non la fo hoggi, io me ne andrò in villa, etc. ‑ Voi sete savio, et basti.

La vostra lettera mi dette il nostro messer Marcello, et seco era Totto, al quale hevea date le altre vostre fidelissimamente. Così havea mandate quelle di Francesco ad casa sua per huomo ad posta, ché per non mi sentire bene non ero in Cancelleria: basta che hanno havuto optimo ricapito, et così haranno tutte le altre. Io ho messo da uno canto tutti piaceri che io ho sendo qui, et tutti li altri che io harei sendo costì; et certamente lo essere insieme con voi dà il tracollo alla bilancia; pure bisognia havere patientia, da che non si può; et se voi continuerete nello scrivermi anchora, mi sarà manco grave questa vostra absentia, di che io vi prego quanto più posso.

Io feci la ambasciata del parcatis a messer Cristophano. Mi respose che alla tornata vostra facessi motto a Lione al Rosso Buondelmonti, che da lui sarete informato di tutto per essere huomo pratico etc.

Dapoi la partita vostra habbiamo perso Libbrafacta et il bastione della Ventura, et per anchora Pisani sono signiori della campagnia.

Pistoia ha facto grandi movimenti, et la parte Cancelliere ha cacciato la parte Panciatica con grande arsione di case et botteghe et morte di qualche huomo; pure la parte restata superiore si dimonstra fidelissima et observantissima di questa Ex.sa Signoria. Dio ne aiuti, ché ce n’è bisognio.

Niccolò, io vi prego che a mia contemplatione spendiate uno scudo in guanti et due scarselle di tela, delle più piccole trovate, et qualche altra zachera, che ve ne rimborserò a chi mi ordinerete. Così vi prego mi mandiate uno stocco, ma lo voglio in dono, poiché non ho bevuto quello mi promectesti alla partita. Et raccomandatemi quanto più potrete al nostro Francesco della Casa, et me li offerirete in tutto quello li atteggia di qua, et che lui stimi si possa fare per me. Nec plura. A voi mi recomando quanto più posso, et prego Dio vi guardi dalle mani de’ Svizeri.

Florentie, die xxiii Augusti md.

Vester Blas. Bo. Cancellarius

Post scripta. Sono stato con Lorenzo Machiavelli et hammi promesso scrivervi et farvi scrivere anchora da frate Anfroi et dal Casa: faccendolo, ve le manderò con questa et anche ne li solliciterò: ma rispondetemi, et portatevi da huomo da bene come voi sete.

Maclavelle mi. Che vi vengha mille cancheri, che ci fate vivere in grande anxietà, et sempre nella 2a Cancelleria stiamo in severità e cose che, adiungendosi all’altre occorrentie etc., ci fanno intisighire. L’asse si comincia ad ritrovare per ser Antonio et ogni dì lo stomacho lo molesta; credo sia per non havere M.a Agostanza sua qui da riscaldarlo, o farlo exercitare all’altalena. Pure, nella prima Cancelleria noi ridiamo spesso et facciamo anche qualche ordinuzo in casa Biagio, et M. Marcello si truova apresso il S.r Giglozo in casa, et ghode, et a questi dì si li è facto lo scangio con gran trionpho. Ho facto in tal mentione cose po[ ... ] . Sì che etiam voi vi preparate, cum primum sarete arrivato qua, ché la vi aspetta a fiche aperte et Biagio et io sere sono la vedémo a la finestra come uno falcone, scis quam dicam etc.; id est lungo Arno da le Gratie.

Ser Raphaello è in legatione a Bologna, ma fra 2 dì entra sotto il Gaddo che hoggi va là per ambasciadore. La S.ria li scrive, idest a ser Raphaello, che lo serva in tutto et per tutto; tu intendi. Di che Baccio qui si è adirato a diavolo, ché have disegniato servire elli a tutt’i sua bisogni, etc.

Io non posso, Nicholò, fare che accusando la philosophia mia nella tua, io non mi ni sia risentito con gli aghironi di ser Traversa, ché havendola trovata in chiasso si basterebbe. E calabroni etiam se n’adireranno techo, che tu gli pungha in questo modo; ma al nome di Dio, tornato che tu sarai, noi ti ritroverremo altri puncti, pur che tu non sia infranciosato troppo. Vale.

Andreas tuus

014

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 27 agosto 1500

Egregio viro Nicholò di M. Bernardo Machiavelli honorando mandato della Signoria di Firenze. In Francia.

Al nome di Dio, a dì xxvii d’aghosto 1500.

Honorande frater etc. Questa sera siate stato ragualgliato dalla Signoria della provisione chon Francesco della Chasa doppo 15 dì chontinui che sono stato loro adosso e sera e mattina. Egli erano fermi la magiore parte di proposito andare insino alla somma di fiorini 30 larghi il mese, dicendo che chon l’ordinario saresti ragualgliato: feci più volte in partichulare loro intendere che non era chosa giusta vi facessino spendere il vostro proprio salario, del quale quando siate di qua vi potete servire in pagarne il Chomune e gli altri vostri bisogni, e faccendovelo spendere vi farebbono torto; e infine la chosa è achoncia come volevi, e alla fine tutti di buono animo e molto gratamente l’ànno fatto, e maxime Filippo Buondelmonti e il gonfalonieri, a’ quali siamo ubligati, e anchora Antonio Giugni ci à assai aiutato.

Alla Primavera o per la Primavera ò speso per vostro chonto f. 11 d’oro in oro. Per una de’ 17 del presente vi ragualgliai circha al fatto del danajo che avevo fatto tutto quello m’avevi ordinato e in essa era una lettera di credenza de’ Nasi vi fussi pagato ischudi 50. Ruberto mi promisse darne doppio aviso, a chagione se quella non fusse chomparsa, che voi siate servito da chotesti sua di Lione per ogni modo.

E a detto Ruberto ò fatto libera promessa infra tre mesi pagarglieli, chome per l’altra vi scripsi.

Né altro. Iddio vi guardi

Vostro Totto Machiavelli in Firenze

015

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Firenze, 20 settembre 1500

Magnifico oratori florentino apud Christianissimam Maiestatem, Nicolao de Maclavellis.

In corte.

Magnifico patrone mio honorando. Hieri, che fu sabato, in consiglio grande furono eletti li signori X di libertà et balia, et sono X huomini da bene, et, sendone 2 a specchio, altri 2, videlicet il Gualterocto in luogho di Giovan Batista Ridolphi et Chimenti Sernigi in luogho di messer Antonio Malegonnelle; li altri fin qui non ci essendo, non si può dire altro. Scrivesi a Piero, che è a Bologna, et così alli 2 comissarii a Pistoia, che fra il tempo venghino, etc., et che li luoghi si provederanno. Vorrei, Nicolò mio, che voi ci fussi per quello che per la prudentia vostra molto bene intendete. La libertà et balia è come prima adpuncto, excepto che in aliquibus limitano loro qualcosa. El Turcho prese Modone, et dicesi dipoi di Corphù: amazorono ogni uno che vi era drento, sendone però morti prima 20mila de’ Turchi; etiam si dice essersi dipoi inviati in Friuoli, oltre ad quelli luoghi et banda di là; item, che il re Federigo si fa innanzi ad recuperarsi le sua terre et porti, sendo aiutato da’ luoghi proprii. Li X sono in questa. In fretta scrivo questa, ché uno volando si parte per ad coteste bande. Di questa electione de’ X pare che ogni uno se ne rallegri, excepti loro proprii ad chi è toccho la electione. Dio vogla ne segua el fine che si spera. Bene vale. Ex Florentia, die 20 septembris 1500.

Augustino, vostro servitore

016

Piero Soderini a Francesco della Casa e a Niccolò Machiavelli

Castrocento, 22 settembre 1500

Spectabilibus viris Francisco dalla Casa et Niccholao de Machiavellis, mandatariis ad Christianissimam regiam maiestatem.

Tamquam fratres charissimi, etc. È piaciuto a’ nostri excelsi signori per le occorrentie presenti et per i casi dello illustrissimo signor prefetto che io mi dovessi transferire qui, oratore loro ad questo reverendissimo monsignore cardinale per alchuni dì. Dove trovandomi di presente, et havendo inteso non da sua reverendissima signoria, ma di qualche altro buono luogo * come ambascadori pisani sono venuti verso la christianissima maestà, per apuntare et fermare le cose loro con quel Re, * mi è parso advertirvene, acciò che voi possiate et col re christianissimo et con il reverendissimo monsignore di Roano parlare intorno a questa materia quello che voi intenderete essere il bisogno della città * et che habbia a essere cosa da rompere ogni loro pratica * persino a tanto che lo imbascadore sia partito da Firenze per costì, il che doverrà essere in brevi. Vigilateci drento et operate ogni vostra industria et ingegno per obviare * che tale conclusione non si faccia in verun modo al tempo vostro. * Et seguirete quanto dalli nostri excelsi signori per loro lettere vi sarà scripto, non obstante che questo adviso non haranno prima che domane: ma, per anticipare, ho voluto significarvelo.

L’aportatore di questa sarà messer Andrea Doria, huomo dello illustrissimo signor prefetto, il quale è persona molto da bene, et ènne facto buono conto, et è affectionatissimo alle cose della città. Fateli careze, et, volendo servirvi della opera sua in alchuna cosa, ne lo richiedete, ché ha commissione di farlo, et lo farà volentieri. Nec alia. Bene valete. Ex Castrocenti, die 22 settembris 1500. Petrus Soderinus, orator florentinus etc.

017

Luca degli Albizi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 24 settembre 1500

Spectabili viro Nicolao de Machiavellis mandatario florentino.

Alla Corte.

Frater carissime etc. Alla utima vostra prima non ho resposto, per non avere inteso che prima vi si sia scripto dal publico per certa via, et per non portare molto. Io vi ringratio del troppo vostro concepto di me: dolgomi che il giudicio vostro non mi fu prima noto; perché alla giunta della vostra d’uno tempo innanzi ero stato eletto oratore per a cotesta M. et, allegato li impedimenti mia, ero stato absoluto. Non vorrei già che questo mio rifiuto facessi di costà sinistra opinione di me, non mi havendo ritenuto altro che il disagio et la spesa. Quando bisogni, piacciavi purgarmi, dove achadessi, ancora che io giudichi che di sì minimo particolare poco conto si tenga; debbesi reputare tutto a buon fine et sperare che chi succederà farà più il bisogno della città. Bernardo Rucellai per la mala complexione et Giovanni Ridolfi per la schoncia famiglia et per le molte occupationi non credo venghino. A’ quatro dì di questo altro, che è l’utimo termine a loro assegnato, ne fareno certo giudicio. Doverrassi rieleggere altri, maxime che ciaschuno qui desidera che costì stia oratore prudente, reputato et accepto a cotesta M. Idio al bisogno provegha. Delle cose di qua non vi dico, stimando che le lettere publiche supplischino. Ricordovi che io sono vostro et che io desidero piacervi. Scuseretemi col mio Francesco della Casa se non gli scrivo, che resta per non lo affaticare, intendendo la sua indispositione del corpo, che mi dispiace non altrimenti che se fossi nella mia propria persona. Salutatelo et rachomandatemi a·llui. Che Christo sano vi conservi. Florentie, die xxiiii septembris MD.

Vostro

Luca d’Antonio degli Albizi

018

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Firenze, 20‑29 ottobre 1500

Nobili viro Nicolao de Maclavellis excelsae civitatis Florentiae secretario, Oratori in Gallia apud Chr.mam Maiestatem, suo precipuo. In corte del Cristianissimo Re.

Patrone mi, salve, multum commendatione premissa. Litere tue nobis nudius tertius reddite quamvis etrusce pergrate tamen fuere, nam et a N. Maclavello et ex Bles regione quidem longissima et ex altero quasi orbe, ut ait poëta, profecte sunt: tu vero ad nos redibis, cum hodie hinc Petrus Franciscus Tosingus orator et Bernardus Riccius mandatarius ad vos in Galliam Transalpinam sive Britanniam discedant. Redeas igitur quam primum, quaeso; redeas properanter, oro; redeas quam ocissime, obsecro. Mihi enim quidam nobilissimus civis, qui te unice diligit, insinuavit quod locum in palatio tuum, ni adsis, perdes omnino: volui, pro eo amore quo te prosequor et amplector, hoc semel dixisse. Perlegi literas tuas D. Marcello, duobus aliis cancellariis et Blasio, qui omnes tenentur miro videndi tui desiderio. Jucundus enim sermo tuus urbanus et suavis nos labore assiduo effetos et marcescentes, dum circa aures nostras obstrepit, levat, exhilarat atque instaurati alia itidem permulta sunt que reditum tuum efflagitant, sed coram melius. Andreas et Julianus se pollicentur scripturos ad te, quandoquidem morbo articolari, quo pridem laborarunt, liberati sint: hoc autem quod in talari ludo et in cartis (ad rompham dicunt) se crebro exercent: Blasius olim Prothesilaus nequaquam torpet, quin ludum rompharium aleatoriumque et ipse calfacit, quamquam suum sibi palumbulum tenellulum Ant. Vallensis vocitat, obque hoc et quod nunquam jacit venerem, non lusuriam, se amplius cum eodem Antonio vovit, ni ludant ad primeriam. College omnes tui hic bene se habent, et tu non bene subputas neque ariolaris quod tibi persuadeas, dum alter nostrum isthic egrotat, duos ex istis itidem hic egrotare. Ait Arretinus quod vel tu egrotabis prius prout collega isthic tuus, ac moriere, quam ullus ipsorum, quoniam strenue magis adversus omnem incommoditatem, molestiam et difficultatem ipsi pugnant quam nos.

Ioco tamen hactenus. Serio illud, quod non ab re fuerit, si Florentiam revertaris, desque operam ut caligatus ipse per lutum coenum et aquam equitare per te siccis pedibus possit. Vespuccius itidem quod sibi pellem afferas ob hanc ipsam rem memorat. Marcellus noster primarius se infra decemnium non suscepturum prolem ex coniuge penitus asseverati quam ob rem nescio. Certo scio hoc, quod te in germani fratris loco diligit, tametsi non baptizes. Fedinus ille noster, bipedum et quadrupedum impurissimus, Pistorii apud Commissarios est. Octavianus Ripa solus apud decemviros; qui nisi videant unde erogare pecuniam possint pro rebus bellicis, numquam deliberabunt suffragiis neque litteras suo nomine mittent. Idem Ripa, cum jocandi ac relaxandi animi causa loqueremur de te, quantopere quam urbanitate ac dicteriis abundares, ut quampluries letari, ridere, quin immo cachinnari etiam quandoque cogeremur cum esses coram; illud addidit non posse te ulto pacto in Gallia, nisi magno cum discrimine, diversari, propterea quod isthic pedicones et pathici vexantur lege acriter. Nobis autem, quibus optimi et candidissimi mores tui innotescunt, subdubitantibus, quibusve id sibi vellet queritantibus, mussitando respondit, pedicasse te equum anumque tibi et clunes, (proh facinus) diffregisse. Lucas vero noster qui tantopere satagit Concellarie et domus quam sibi a fundamentis erexit, obque ista duo erumnossus se tibi commendat, positus enim inter sacrum et saxum crudciatur misere: solvere fisco quod debet nequit, et nisi prius solvat seque a speculo liberet, fieri non potest (ut suis virtutibus merebatur optabatque) in Alphani loco scriba ordinari; que res nequaquam fieret ei difficilis, ni spes nominandi in consilio ab eo in cuius manu facultas est, sibi deesset: commendat se tamen omnipotenti Domino et cunctis amicis. Scis etenim ipse quantopere fide et taciturnitate valeat, quantumve in scribendo velociter et concinne literarum caracteres exprimat; cui quin reditus tuus suffragetur, cum bonis faveas, veri quidem simile non est. Ego eodem in loco ubi me reliquisti non parum laboris fero.

De rebus vero civilibus ni ad te et ad alios nonnulli isthuc scriberent, non nihil dicerem. Annona hic non cara, aër saluberrimus, et contenti satis fere omnes, preter qui scabie gallica seu neapolitana laborant. Invalescit enim morbus huiusmodi in dies magis, atque repullulat, ut intelligas alium veretrum sive mutonem perdidisse, alii videas nasum cecidisse, alium luscum evasisse, alium Vulcano simillimum. Hoc tibi pro iure amicitie recensui, ut caveas et sospes incolumisque ad nos revertaris. Tuosque Martellum, Casavecchiam Raphaëlem Girolamum, B. Valorium, Fratancroiam, D. Federicum et multos alios familiares et amicos, qui se tibi commendant, letusque et serenus revisas. Dux Valentinus facit mirabilia magna solus in Flamminia, jactaturque vulgo, et rumor increbrescit, quod ubi Faventiam Bononiamque expugnaverit, velit ferro aperire iter Petro Medici, ut hic plus quam civis (facinus magnum) tante civitati imperitet. Avertat Deus jam omnia a nobis mala; quorum quinquennium [6 annos] pars magna fuimus. Literas tuas expecto britannicas. Bene vale, rescribe, redi, nostrique memor nos dilige et mutuiter ama.

Die xxma Octobris md. Tenuta a dì 29 et ecchoti et.m n.m

Augustinus Vespuccius tuus tuississimus in Cancellaria

019

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 4 novembre 1500

Egregio viro Nicholò Machiavelli.

In Francia.

Jhesus. Al nome di Dio, a dì iiii di novembre 1500.

Frater honorande, etc. Questo è l’anno delle disgratie nostre. Dapoi che morì la Primavera, Giovanni, suo figluolo, è stato per morire; infine appunto [ ... ] può ire. E, per non avere fatto testamento lei, e lui non era anchora [ ... ] di potere testare, la roba se n’andava a choloro. Pure, al presente, el fanciullo è in termine che di questo male non morrà e potrà testare [ ... ] questo mese in che siamo, imperò che finiscie il tempo de’ 14 anni, dal quale in là iuridichamente può testare. Aspetterò voi, che doverrete essere di ritorno; e prima che tale tempo, si sarebbe fatto nulla; e però, nel tempo stava chosì grave, non ci parve di fargliene fare. Avisate del vostro parere in questo chaso.

Da’ signori passati non s’è potuto trarre danari, né la licemzia vostra, la quale chiesi perché, non potendo trarre un soldo né per lo avenire vedere ordine, parevami fussi un giuocho da farvi di chostà stentare; sì che giudichavo fusse molto meglio tornarsi di qua, dove potevi stare honorevolmente, che stare di chostà chon istento.

Lionardo Guidotti, che in verità s’è dimostro vostro amicho grande e vi stima, el quale è de’ Dieci, à fatto ogni opera che voi siate o proveduto di danari o che voi ritorniate, e à più volte sollecitato a’ Signori e a’ sua chompagni che voi torniate, dicendo che e Dieci ànno necessità di vostra presenzia: il che non v’à fatto pocho d’onore e d’utile, perché è huomo che à credito assai. Infine, voi li siate obrigato per altra chosa, che amchora più è d’importanzia, la quale vi si farà intendere quando sarete di qua. E danari non s’è possuto avere, né si può, se provedimento non si farà; ma la licemzia credo in fra pochi dì sarà.

Né altro. Iddio vi guardi. Per Totto Machiavelli, in Firenze

020

Francesco Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 5 novembre 1500

Magnifico viro Nicholò Malchiavelli, oratori florentino apud christianissimam maiestatem. Per da Lione, alla corte.

Al nome d’Iddio, a di v di novembre 1500.

Magnifice orator, etc. Io non voglio per la presente, caro e honorando mio messer Nicholò, innovare el dolore né a voi né a·mme delle perdite abbiamo fatte e voi e·nnoi, ancora la nostra sia suta maggiore per l’esser suta in sexso più nobile, in riserbandomi fallo di bocha, stimando abbia ad esser fra pocho tempo, che assai lo desideriamo, e·ssappiamo fate el medesimo voi. Fovvi per la presente intendere, che, ancora la buona memoria di Giovani Baptista non sia, a·lLione, in casa di Rinieri, vi sono le cose vostre, e·lla Maria massime, che a questa ora debbe esser arrivata là con suo marito Rinieri: sonvi e figliuoli sua; èvi tanta relìqua di bonità e d’amore in detta casa, che sempre tutti e parenti e ancora amici della detta buona memoria saranno con amore, benivolenzia visti e fatto loro ogni commodo e piaceri, e tutto potete usare come cosa vostra. So non v’è di nuovo e a·mme è parso farvi questo verso, avendo massime a mandarvi vostre lettere, che in questa fiano.

El parente di Stiatta Ridolfi, vostro collegha, Framcesco della Casa, conprendo sia malato, e detto Stiatta m’à·ppiù volte domandato di lui, dicendo non avere nuove da voi come si stia, e mostra maravigliarsi. Io stimo abbiate fatto vostro debito in ogni cosa, ché so così è vostra natura: ò voluto dirlo, quando sia a·pproposito, ancora sappia ora vostra magnificentia esser verso Nansi, e·llui verso Parigi.

Desidererei, avendo alchuna commodità (che stimo di sì), facessi intendere alla signoria di messer Giulio che io mi racomando a quella e che ogni sua avuta ò dato a tutte buono ricapito; e perché so arà raghuaglio da’ sua amici e ancora da Nicholò de’ sucessi d’ogni sua cosa, farò sanza tediare sua signoria e ancora me.

Quando vedete Ugholino Marteli, apiacavi racomandarmi a·llui e·ssalutallo per mia parte mille volte.

Questo dì parte Adovardo Buglione, cameriere della maestà christianissima, e spacciato da’ nostri signori per il suo ritorno. A·nnoi pare d’avere fatto resoluzione debba essere grata a·ssua maestà, come dal publicho sarete raghuagliato.

E per questa farò sanzza altro dirvi.

Son vostro e·mmi racomando a voi.

Christo vi etc.

Vostro Francesco Malchiavelli, in Firenze

021

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

Moulins, 22 novembre 1500

Nobili et egregio viro Nicolao Malchiavello, mandatario et secretario florentino dignissimo, etc.

Nobilis et egregie vir, tanquam frater etc. Da Lione vi scripsi per mano di Giovan Francesco Martelli, dandovi aviso della arrivata mia lì, et resposi a una vostra trovata qui de’ 27 di ottobre; et dixivi come in brevi dì mi invierei per a cotesta volta di corte. Et così feci, che, essendo quivi arrivato a dì xii, mi partii adì 17, et hiersera venni qui a Molins. Dove, volendo questa mattina partire per seguitare il cammino, mi sopraggiunse uno corriere da Lione con le infrascripte lettere indiricte a voi et con l’ordine che io le aprissi, come vedrete. Le quali havendo bene examinate, et parendomi che summa rei consistat in celeritate, et visto di non potere così advolare io respecto a’ carriaggi et al sinistro cammino, m’è parso spacciarvi Mathio del Vechio, nostro cavallaio et presente apportatore, con dette lettere, acciò che voi possiate intanto operare secondo la importantia del contenuto loro et secondo la fede nostra in voi. Et, non obstante, io m’ingegnerò di studiare il venire quanto fia possibile. Parendovi, havuto le lettere, di rimandarmi il cavallaio incontro con aviso del luogho dove habbia a incontrare et il re et voi, potete farlo, che credo sarà bene a proposito. Et interim mi raccomandate devotamente alla sua maestà et bene valete. Ex Molinis, die xxii novembris 1500, hora xvi.

Vester Petrus Franciscus Thosinghus, orator

022

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Roma, 16 luglio 1501

Spectabili viro Nicolao domini Bernardi de Maclavellis, secundo Cancellario florentino, secretario honorando. Florentiae.

Spectabilis vir honorande etc. È sul mezo dì et io spiro del gran chaldo è a Roma, et per non dormire fo questi pochi versi et etiam mosso da Raffaello Pulci che si trastulla con le muse. Spesso alle vigne di questi gran maestri et mercanti dice inproviso, et comprendo dica con uno ser Francesco da Puligha di costà, che non so che si faccia a Roma. Et costui a’ dì passati fe’ uno sonetto per contro a Francesco Cei nostro, che mi pare un poco troppo dishonesto; et ho facto ogni cosa da haverlo scripto, et non ho possuto; et questo ser Francesco non lo ha dato a persona, ma sì bene letto o vero recitato: potendolo havere ve lo manderò. El Pulcio si trastulla, et sempre è in mezo di 4 puttane: con sanctà lo udiamo, et èmmi detto lui havere qualche dubio, che sendo di lui opinione et certeza di esser poeta, et che l’Academia di Roma lo vuole coronare ad sua posta, non vorria venire in qualche pericolo circa pedicationem, perché è qui Pacifico, Phoedro et della altri poeti, qui nisi haberent refugium in asylum nunc huius, nunc illius cardinalis, combusti iam essent.

Evenit etiam che in questi proximi dì in Campo di Fiore fu abrusciata viva una femina, et assai di grado, venitiana, per havere lei pedicato una puttana di xi in 12 anni, che la si teneva in casa, et fattole etiam altro che taccio, per esser troppo dishonesto, et simile alle cose di Nerone romano. Il che etiam conferma detto Raffaello in dovere stare continue per li giardini fra donne et altri simili ad sé, dove con la lyra loro suscitent musam tacentem, diensi piacere et si trastullino. Ma, bone Deus, che pasti fanno loro, secondo intendo, et quantum vini ingurgitant, poi che li hanno poetizato! Vitellio romano et apud hesternos Sardanapalo, si reviviscerent, non ci sarieno per nulla. Hanno li sonatori di varii instrumenti, et con quelle damigelle danzono et saltono in morem Salium vel potius Bacchantium. Honne loro invidia, et mi bisogna rodere la cathena in camera mia, che è ad tecto, chalda, et con qualche tarantola spesse volte, et moro di chaldo, ut vix possim ferie aestum; ché se non fussi uno respecto, il quale sa Biagio, me ne verrei in costà. Voglovi pregare che rispondiate a Raffaello o ad me, et traheteci mattana del capo, ché so lo saprete fare.

El Papa mi pare entrato nel pensatoio in su questo romore de’ Turchi, che già risuona forte; et comincia sospirando a dire: « Heu quae me tellus, que me equora possunt / accipere? ». Dupplica le guardie al Palazo dì et nocte, prebet se quibuscumque difficillimum, et tamen animus eius sullaturit et proscripturit in dies magis; ché, omnibus videntibus, ad chi togle la roba, ad chi la vita, et chi manda in exilio, chi in galea ad forza, ad chi togle la casa et mettevi entro qualche marrano: et haec nulla aut levi de causa. Lascia oltre ad questo fare ad di questi baroni et sua amici molti oltraggi, et tòrre roba et votare fondachi, et huiusmodi 1000. Sono qui più venali li beneficai che non sono costì e poponi o qui le cyambelle et acqua. Non si sequita più la Ruota, perché omne ius stat in armis et in questi marrani, adeo che pare necessario il Turcho, poi li Christiani non si muovono ad extirpare questa carogna del consortio humano: ita omnes qui bene sentiunt, uno ore locuntur.

Restavami dire che si nota per qualche uno, che, dal Papa in fuori, che vi ha del continuo il suo greggie illecito, ogni sera xxv femine et più, da l’avemaria ad una hora, sono portate in Palazo, in groppa ad qualche uno, adeo che manifestamente di tutto il Palazo è fattosi postribulo d’ogni spurcitie. Altra nuova non vi voglo dare hora di qua, ma se mi rispondete ve ne darò delle più belle. Ghodete et valete.

Ex Roma, 16 Julii 1501.

Augustinus vester

023

Ugolino Martelli a Niccolò Machiavelli

Lione, 17 luglio 1501

Spectabili viro, messer Nicholò Machiavelli, secretario della excelsa signoria di Firenze.

Ihesus, a dì 17 di luglio 1501.

Messer Nicholò mio carissimo. Io ho avuto a questi dì una vostra de’ 4 di questo, tanto chara quanto voi vi sapete, e priegovi ch’alle volte voi mi scriviate, e me ne farete uno grande piaciere, e io farò il simile.

Io ho visto la provisione m’à fatto chotesta excelsa signoria, che di tutto sia ringraziato il buon Ihesus. Voi sapete chome si può estare con il pregio in cortte, non faciendo più ispedizione. Io ho senpre fatto il debito mio verso la patria, e chosl farò senpre, e di quello ho fatto e voi e li altri ne possono esere testimoni, e, pure che le chose piglino sesto, non mi darà noia altro, e voi richorderete dove bixogna che m’è suto fatto tortto.

A il chonlega ho fatto le rachomandazione vostre, e duplichate indrieto ve le rimanda.

Chosì a messer Antonio di Bolonge, il quale à chominciato a scrivervi una lettera, che stimo vi si manderà con questa o con la prima altra, e va in villa. All’usato, Fraschone si rachomanda a voi.

Priegovi mi diate qualche nuova alle volte. Qui non vi saprei che dire, che non si ci fa nulla. Vittorio va a Milano, e stimo pure che li oratori vostri vi debbono esere per andare: qualche chosa di buono sia, se potrà, uno tratto! Mandando qui inbasciadori, fate sieno della sortte ne achostumate. Qui viene li inbasciadori dello arciducha, 5 de’ principali. Per ancora de la Mangnia, non ci è nulla, né noi non la stimiàno puntto.

Il reame di Napoli a questa hotta debbe esere ispaciato. Siatemi testimone quanti mesi è che io ve·llo iscrissi che la inpresa si farebbe, e il nostro generale non lo voleva credere.

Giovanni Martelli n’è venuto in costà: fate in modo che li scudi XXXV si risquotino.

Rachomandatemi per tutto dove fa di bixogno, e fate che io vi sia a mentte inne’ fatti mia.

Voi non m’avete risposto né sopra al marescial di Giè, né sopra Rubertto: il quale Rubertto è suto trattato alla gianizola, e voi sapete se serve d’amicho.

Né altro per questa. Vostro

Ugolino in Lione

024

Ugolino Martelli a Niccolò Machiavelli

Lione, 12 agosto 1501

Spectabili viro, messer Nicholò Machiavelli, secretario della excelsa signoria di Firenze.

Messer Nicholò mio charisimo. Io ho avuta una vostra de’ dì 6 di questo, molta chara; e, quanto alle nuove di Napoli, chome vi scrissi per una mia pichola, noi fumo li primi: di che vi prometto il re à commendato e lodato assai la signoria.

Quanto alle chose di Milano, questa lungeza va troppo in là, e io ne sto con dispiaciere, né posso istimare, per li rischontri ho di qua, che le chose ne piglino sesto. Non sarà se non chome li passati, a mio aviso, cioè a nostro disavantagio. Attendo chon desidèro. Io fo l’ufizio mio, né lascio a dire nulla. Il re mi hode volentieri e alsì mi vede volentieri. Io non lascio a dire nulla. Vedreno che sarà. Voi non ci avete uno amicho, che per Dio avete pure dilegiato Rubertto. Io non sono più per dirlli chazole, che me ne risulta danno e vergognia: pensiero sia poi alla fine vostro; per me non s’è lasciato a ricordare nulla, e, in quello ho potuto, ho aiutato senpre.

La rachomandazione vostra ho fatta a messer Antonio e a messer Fraschone, e tutto homo desiderebbe che voi venisti.

Io n’ò tocho allo inbasciadore, ma non so che mi dire, perché lui vòle lo schanbio suo, che se il re si partte di qui, vi prometto non se ne tornerà con lui.

Io sono tutto vostro, e abbiatemi a mente dove bixogna. Io farò il debito mio, provisto che non vi metti di mio, che [ ? ] ducati non posso fare nulla di buono.

Il chonlega se rachomanda a voi. Né altro per questa. Vostro

Ugolino Martelli in Lione,

a dì 12 d’agosto 1501

025

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Roma, 25 agosto 1501

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis secretario, maiora honorando.

Alli Signori Dieci.

In Firenze.

Spectabilis vir etc., Nicolò Machiavello mio amantissimo. Sommi spogliato in pitoccho; sarei in giubbone, nisi austrum nocentem per auctumnos corporibus metuerem. Sendo il desiderio vostro di volere intendere utrum la heredità del cardinale di Capua sia restata al Papa o vero instituerit alios haeredes, in risposta vi dico, serio loquens (nam secus fortasse quam claudam istas) il Papa non permettere ad alcuno cardinale che loro faccino herede, immo circa il testamento la vuol vedere molto pel sobtile. Il che testifica il caso del cardinale di Lysbona, quale ne’ dì passati, sentendosi grave, non possendo lasciare de’ danari che si trovava, che furono 14 mila, ad chi harìa desiderato, più tosto se ne volle spotestare vivente, che il Papa, se mortuo, li havessi ad godere lui. Et chiamando tutta la sua famiglia, a giumelle in sul suo lecto, ad vista, tutti li spartì in dono per li sua di casa; et così rinuntiò tutti li sua beneficii veramente, in modo che non si truova nulla in questo mondo, se non la gratia grande, non solo della sua famiglia, ma di tutta Roma. È dipoi sanato, benché sia vecchio, et hieri parlò con lo ambasciatore, me presente, una hora o più sempre in latino, et constabat sibi in omnibus. Onde il Papa dette l’arcivescovado di Capua che vale vi mila ducati l’anno, al cardinale di Modina, il quale benché sia, overo paia, in gratia del Papa, sborsò 15 mila ducati per la Santità di N. S.; uno altro suo arciveschovado che è in Hispania diè a Monreale, con questo che lasciassi al cardinale da Esti il vescovado di Ferrara. Delli altri beneficij non dico nulla, se non che il Papa (quod pace sua dixerim) ne ha di pretio numerato hauto insino in xxv mila o più, perché era il prefato molto richo. Se volessi intendere quo genere mortis obierit, qui vulgo tenetur che veneno, per esser lui poco amico al gran Vexillifero, ché di simil morte si intende spessissimo in Roma: et omnia ex fonte, nec non ex primo rivo emanant. Habes, puto, plus quam petieras; et però resta che ser Antonio, Biagio, ser Luca, et ser Octaviano faccino quanto mi scrivete.

Circa al Pulcio lo troverrò, et leggerolli la vostra: credo haremo poi materia da respondere et piacevole: è un mal muscione, fa più facti che parole, et non pare quel desso.

Hoggi, benché siamo a dì 25, qui si celebra la festa di san Bartholommeo, et dicesi è per honorare più la festa di san Ludovico re di Francia, che è questo medesmo dì. È in Roma una chiesecta di questo santo, ignobile et che mai più vide 50 persone insieme; et questo anno, per havere facto la invitata l’oratore di Francia a tutti li cardinali, oratori, prelati et baroni di Roma, stamattina vi è stato ogni uno, videlicet 16 cardinali, tutti l’imbasciatori si truovono in Roma, tutti li baroni et altri signori, et tutti stati a la messa che durò 3 hore di lungo. Fuvi la Capella del Papa, che è cosa mirabile; li sua pifferi che ad ogni cardinale arrivando li faceano lor dovere; tutti li trombecti; altri dilicatissimi instrumenti, idest l’armonia papale, che è cosa dulcisona et quasi divina; non so per hora nominare nissuno de’ sei instrumenti per nome, di che non credo Boetio facci mentione, quia ex Hispania. Fu etiam ad meza la messa per uno dottissimo huomo recitato una oratione latina, contenente breviter la somma della vita di san Ludovico, dipoi latissime (fatta in transgressu aliqua mentione de regibus Gallorum) della grandeza, sublimità et maestà del presente Re, in cuius virtutibus recensendis, videlicet in dotibus corporis et animi, quantumque adversam fortunam egerit sub pedibus, prosperae vero quam bene moderetur frenis, consummò circa una grossa hora. Et veramente, Nicolò mio, qui è l’arte de l’oratore, perché costui è uno ignobile, et non più visto, né udito circulare o poco; et nondimeno per esser romano è piaciuto più che o il Fedra o il Marso o il Sabellico o el Lappo, che habentur optimi; et ha dimonstro havere auto in primis memoria grande, sapere bene distinguere et aperte narrare; monstrò quantum valeat pronuntiatio, quantum verborum copia et gestus, qui et ipsi voci consentit et animo, cum ea simul paret; ut equidem affirmare ausim, che spessissimo, non solum manus sed notus ipsius harìa dimonstro alli auditori la sua volontà. Et non so come tam feliciter costui mai havessi potuto orare nisi imitatus sit Demosthenem, qui actionem solebat componere grande quoddam speculum intuens. Et lassando la dottrina, la eloquentia, i colori infiniti, molti flosculi et aculei quibus inspersa sua oratio est, illud, mehercule, prestitit, ut sibi conciliaret, persuaderet, moveret, ac denique delectaret. Et in calce orationis tantam eloquentiae procellam effudit, ut omnes admirarentur ac stupescerent; ob que factum est, ut plausus ei quasi theatralis, quamvis in templo, a multis datus sit. Credono molti che, sendo suto alla presentia il Re, che lo harìa facto in quello instanti grande homo apresso di sé.

Una sol’ cosa mi resta, che alli dì passati, sendo il Papa in fregola di volere ire a spasso, et sendo in camera del Pappagallo uno circulo di 5 in 6 dotti (ché invero ce ne è assai, benché anche delli scelerati et ignoranti), ragionando et di poesia et astrologia etc., uno di loro fu che dixe esser solo uno a Roma ad chi il Papa prestava fede in astrologia, et costui havere male, et è in miseria et povertà per la gran liberalità di questo principe. Et il Fedra dicendomi costui havere predicto al Papa che sarìa pontefice, sendo ancora cardinale, li mossi che si vorrìa fare qualche procnostico sine auctore, et lasciarselo cadere, et ita factum est. Prima ci partissimo di lì, questi 3 versolini furono facti, videlicet:

Praedixi tibi papa, bos, quod esses,

Praedico moriere, hinc abibis

Succedet rota, consequens bubulcum.

La rota è insignia di Lysbona, el bubulco è lui. Questo effetto se ne è visto, che mai poi ha ragionato di partirsi, se bene ci è opinione che, se si scuopre il parentado con Ferrara, lui vorrà ire là, et vagare per la Romagna. Vedreno quello seguirà; et se il Valentino tornerà qui, che ce ne è varie opinioni, tornando assai delle sue genti alla sfilata, et etiam havendo mandato Vytellozo a·ffare quello che vorria ragionevolmente poter fare presentialmente da sé. Et venendo la beatitudine del Papa in costà, voi et altri che volessi qualche dispensa o di tòrre o di lasciare la moglera, la harete benignamente, modo gravis aere sit manus. In questo mezo Camerino teme, Urbino fila, perché dubita delle relliquie di casa Sforzescha, et di Piombino non dico nulla. Bene vale et excusatum me habe, se io non vi scrivo lungo, perché non ho tempo. Alias.

Romae, xxva Augusti 1501.

Deditissimus Augustinus

026

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Lomel, 20 settembre 1501

Spectabili viro Nicolao Maclavello, populi florentini secretario, suo honorando. In palatio florentino.

Niccolò mio honorando. Ad dirvi il vero, io mi rallegrai tutto quando vidi la soprascripta di vostra mano alla lettera di ser Luca, et aprendola rimasi sbeffato; et però non vi scriverrò niente di quello havevo deliberato: né del parlare del vescovo, il quale fu cosa miracolosa, benché breve, perché il cardinale era in faccenda, né del Giamba, né del rubaldo alloggiamento in che noi siamo etc.; et quando voi facciate il debito, io ho da darvi uno mondo di raguagli d’i ragionamenti havuti con questi magnifici oratori et nuovi et vechi. Sì che hora sta a voi.

Bene valete. Ex Lomel, die xx septembris 1501.

Blasius

Io non posso fare non vi dica che la eloquentia et il procedere sanza fare uno minimo errore et il sapere bene entrare in sulle pratiche ci habbi ad giovare poco.

Perché io monstri di essermi adirato, io non sono, perché, scrivendo voi sì lungo allo oratore, siate excusato.

027

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

Pistoia, 30 ottobre 1501

Prestanti juveni Nicolao Machiavello secretario dignissimo. Florentiae.

Carissime tanquam frater. Io ho tanto piacere d’una vostra lettera, quanto di alcuna altra ne potessi havere: non sarò molto lungho per non havere che dirvi et sono straccho. Parlerete con Lanfredino, et benché non possit civitas abscondi supra montem posita, gli ho replicato per più di una mia la fede vostra, et in fra l’altre cose non guardi a quello gli scrivo, che judico sia mancho male fare così, ma a quello gli referirete a bocha, che sono le cose ragionamo. Et di più qui bisongna havere ordine a questi fanti, che non siamo ridotti a 500. Andiamo componendo queste cose di fuori et della città; et ne habiamo, poi partisti, impiccati qualche uno; et così si sono rassettate tutte queste fortezze. A Antonio non ho potuto fare intendere nulla perché è cavalcato in montangnia, ma lo farò subito, ché so gli sarà gratissimo, maxime per lo scrivere vostro amorevole. Et in verità è huomo da bene. Raccomandomi questa a Bernardo che m’importa per una mia causa privata, et se v’avanza mai tengo fateci dua versi. Et raccomandovi senpre a voi. Christo vi guardi. Et vi priegho tocchiate la mano al nostro Juliano Lapi, che è gentile cosa. Iterum sono vostro.

Niccolò Valori in Pistoia

A dì 30 d’ottobre 1501

028

Luca Antonio degli Albizzi a Niccolò Machiavelli

Blès, 24 novembre 1501

Spectabili viro Nicolao Maclavello, secretario florentino, suo carissimo.

Spectabilis vir, etc. Delli 8 del presente furono l’ultime mia; dipoi si ha l’ultime vostre de’ 9, ad che non accade altra risposta, se non che dà piacere che la città si ordini al danaio, che non ne sarà poco bisogno; et tanto più me ne rallegro, quanto più cognosco che ogni nostro bene ha ad procedere di costì, et chi starà ad speranza di altri si troverà ingannato, perché per tutto si fonda in aria.

Della pace che advisate, qui non s’è ragionato, et chi l’usa debbe dire quello che fa per lui. Ringratiovi et mi vi raccomando.

Ex Blesis, die 24 novembris MDI.

Lucas Antonius Albitius, orator, etc.

 Il nostro Ugolino tutto da bene desidera fare quello che vi piaccia.

029

Soderini a Niccolò Machiavelli

Empoli, 10 agosto 1502

Spectabili viro Nicolao de Machiavellis

Ex.se Reipublice Florentinae cancell. amico carissimo. Florentiae.

Domine Nicolae carissime. Voi sapete che quando e nostri Signori mi mandorono a Urbino, acciò che si potessi fare buona diligentia, mi fecen dare certe cavalle dalle poste, fra quali ne fu dua di Antonio da Sextri, et furono ritenute da me fino al mio ritorno, nel quale una giumenta morella trovandosi stratta, la lasciai al Capitano di Bagno che la facessi governare et questa comprendo tornassi hiersera. L’altra, che fu una giumenta baia, rimenai meco, et si rendé a dì 22 di luglio, quando tornai, che si doleva di un piè dinanzi: ma Antonio diceva essersi rappresa, et che bisognava una buona cura. Io non so dire in che termine sieno queste cavalcature, posso bene fare fede che a me parseno belle, et buone, et mi servirono benissimo fino a quel dì che io tornai: però havendo patito le bestie quanto si può vedere, mi pare lo debbiate fare intendere a’ S.ri Dieci, acciò che Antonio sia rifatto et della fatica et del peggio, secondo che sarà conveniente, ché a me pare meriti così il servitio ne fece: et voi siate testimone di una buona parte. Bene valete et raccomandatemi a M. Marcello.

Emporii, x Aug. M.DII.

F. De Soderinis ‑ Epis. Vult.

S.mi D.N. Papae Referendarius

030

Niccolò Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 7 settembre 1502

Al mio karissimo mesere Nicolò Machiavelli, degnissimo mandatario al Valentino, molto mio amicho.

Al nome d’Iddio, addì vii di settembre 1502.

Karissimo mio Nicolò. E’ sarà chon questa Marcho di Piero vetturale, el quale è padrone di certi muli, che furono tolti dalle gente del Valentino insieme chon molti altri e di molte altre robe, le quali per meno di chotesto signore tutti l’ànno riaute e chome più partichularemente a·bboccha dal detto potrete intendere. Tant’è che ’l sopradetto Marcho è lavoratore di Martino dello Scharfa, al quale io desidero fare tutt’e piaceri e chomodità, che a me sia possibile. E, per usare tutti quelli mezi che io posso in farli piacere, vi priegho chon ogni mia forza e per quanto amore è istato senpre fra·nnoi che in tutti quelli modi che voi potete benifichare el sopradetto Marcho voi con ogni diligentia lo facciate; dicendovi anchora che, quando bisognasse ispendere innella richuperazione delle sopradette robe o, per meglo dire, muli, fino alla somma di ducati 25 0 30, ne siàno chontentissimi. E anche, circha a questo, vi vogliamo dare la chommessione [ ... ] non ghuardiate in ducati 10, quando gudichassi avessino a·ffare [ ... ] se el sopradetto Marcho in questo chaso avessi di bisogno di servirsi di voi, o di dinari o di chredito, vi priegho lo faciate, promettendovi chavarvi d’ogni danno ne potessi soportare, fino alla somma di cento ducati in oro. E, se vi paressi che io facessi chon esso voi troppo a·ssichurtà, è·lla ghrande fede che io ò in voi e·lla ghrandissima vogla che io ò di servire Martino, el quale mi richiede di questa chosa chon ogni diligenzia. E perché io so che voi m’intenderete al primo, non voglo multiprichare in più parole, se none che io instimo questa chosa quanto a·mme è mai possibile, richordandovi che, dove voi la potete salvare, lo facciate per ogni verso. E·sse vi posso o di questo o d’altro chaso rendervi l’opera, sono sempre parato a’ vostri chomandi. Christo di male vi ghuardi e felicitivi in ogni vostra chiusa.

Vostro Lorenzo di Nicolò Machiavelli

in Firenze

031

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Volterra, 29 settembre 1502

Spectabili viro Domino Niccolao Machiavello excelsae Reip. Florentinae cancellario. Florentiae.

Salve, mi Niccolae carissime. Non esset opus unius horae neque opis nostrae respondere tuis elegantissimis literis; solum igitur in presentii charitatem tuam in patriam et familiam nostram complectar, proque ea tibi immortales gratias agam ac tecum Deum humiliter rogabo, uti sue electioni et populi florentini iudicio adesse velit pro communi salute et dignitate. Nos idem semper erimus verum tali nexu patrie debitores, ut nemo nostrum sit qui non pronptissime facultates et sanguinem proprium patrie et civibus nostris sit persoluturus; et quoniam tu is es, qui virtute et charitate nemini cedas, non eris idem nobiscum sed longe carior et gratior; nam, quantum attinet ad me, utinam dignus inveniri possim his bonis quibus hactenus me divina bonitas donavit. Si quid tamen umquam vel casu sive per errorem accesserit, id omne patrie et amicis acceptum pronptissime feretur. Bene vale et me ut facis ama.

Vulterris, 29 septembris MDII.

Vester Franciscus De Soderinis Episcopus Vulterranus

S.mi D.ni N.Tri Pape Referendario

032

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

Firenze, 11 ottobre 1502

Egregio viro Niccolò Machiavelli segretario degnissimo all’illustrissimo ducha Valentino.

Niccolò mio carissimo. Anchora ch’io sappia che per le lettere del publicho siete bene raguagliato, et io stia contento a quelle, non posso però fare che a mia satisfactione non vi faccia dua versi. Il discorso vostro et il ritratto non potrebbe essere suto più aprovato, et conoscesi quello che senpre io in spetie ho cogniosciuto in voi: una netta, propia et sincera relatione, sopra che si può fare buono fondamento. Et io in verità discorrendola con Piero Soderini, ne paghai il debito tanto larghamente quanto dire vi potessi, dandovi questa loda particulare et peculiare. Pare che essendo cotesto Signore etc. dovessi farsi più inanzi; et a chi ne ha iudicio, pare di aspettare lui, et che la ragione voglia vengha con qualche offerta et conditione honorevole. Il iudicio vostro è desiderato qui delle cose di costà, et il ritratto delle di Francia, et la speranza ne ha il Ducha. Perché voi ne promettete scrivere le forze et di presente di cotesto Principe, et così quelle spera et taliane et franzese, non accade dirne altro, se·nnone che quanto meglio s’intenderanno, tanto più facilmente et meglio qui ci potreno risolvere. Se nulla n’accade, sono così vostro come huomo habbiate in questa città, et bastivi, solo per le vostre bone qualità et affectione havete. Racomandomi a voi. Cristo vi guardi. A dì xi d’ottobre 1502.

Nicolò Valori in Firenze

033

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Firenze, 14 ottobre 1502

Spectabili viro Nicolao de Malclavellis secretario et mandatario florentino honorando.

In corte de l’Ill. Duca di Romagna.

Nicholae, salve. Scribam ne an non scribam, nescio: si non, negligentia obest; si scripsero, vereor ne maledicus habear, et presertim in Marcellum et Riccium. Marcellus tanquam rei, hoc est officii tue, neglector, onus scribendi reiecit. Riccius interim, qui usquequaque rimatur istiusmodi officia, ecce tibi heri sero, cum esset in Consilio octuaginta virorum, ambitiosulus iste vocat Marcellum, qui modico illo momento et puncto temporis a Palatio aberat. Surgit statim, descendit schalas, in Chancellariam se proripit, et minitabundus quodam modo clamitat: - Heus, heus, scribite. - Blasius statim quasi divinans quod evenit, ne Riccio dettante scriberet, fugam arripit. Solus remansi miser, suspiriaque ab imo pectore ducens, et anhelus, capio pinnam cadentem, conscribillo, veritus si verbum proferrem, ne mihi id eveniat hic quod in Gallia aiunt Perusino evenisse; et quia Dominis nostris collega est, idcirco bolum devoro plus fellis quam mellis habens; ternas scribo, eo dettante, sive quaternas litteras. Homo iste cum libro, eo unde venerat redit, legit, et quod recitat approbatur. Adeoque sive hac re, sive ob aliam, iam illum Domini deputarunt mittendum, longis itineribus in Galliam ad Gallorum regem. Vides igitur quo nos inducat animus iste tuus equitandi, evagandi, ac cursitandi tam avidus; tibi non aliis imputato, si quid adversi venerit. Velim equidem quod nullus praeter te astaret mihi essetque in Cancellaria superior, quamvis tu omnia tentes et audeas quibus mihi vipera sed venenosissima insurgat, me petit, me frustatim necet, mihi pessimus et nequam et ambitiosus imperitet: sinemus vel nos aquam fluere. Blasius itidem, praeter id quod te ob talia odit, blatterat, maledictis insectatur, imprecatur ac diris agit, nihil dicit, nihil curat, flocci omnia faciens.

Credo, hercule, isthic sis magno in honore constitutus, cui Dux ipse et aulici omnes faveant, te, veluti prudentem, laudibus prosequantur, circumstent blandiantur; quod volupe est, quia te deamo; nolim tamen id negligas, propter quod munus istud paulo post amplius exequi nequeas. Et si nunc, mi Nicholae, ista obrepant ac serpant, non multo post palam fiant necesse est. Nosti hominum ingenia, nosti simulationes ac dissimulationes, simultates et odia, nosti denique quales sint, a quibus homo totus hoc tempore pendet. Tu itaque, cum prudens sis, illud age quo tibi et nobis prospicias, quo in commune consulas. Marcellum tuis litteris excites, cohorteris, urgeas, instes et ita flagites ut velit aliquot dies, officio tuo fungens, onus dictandi litteras subire, non detrectare, convivere, sed, ut facit, despicere. Murceam deam, postquam tu discessisti, is incolit arbitror, adeo murcidus, idest nimis desidiosus et inactuosus, factus est.

Uxor tua duos illos aureos accepit, opera Leonardi affinis et amantis tui.

Heri mane, dum litteras proxime scriptas Petro Soterino recitarem dumque ipse quampluries eas inter legendum mussitaret, inquit tandem: ‑ Autographus hic scriptor multo quidem pollet ingenio, multo iudicio praeditus est, ac etiam non mediocri concilio. Per adviso. Vale. Ex Cancellaria. Die xiiiia Octobris 1502, raptim et cum strepitu.

Augustinus tuus coadiutor

034

Niccolò Antinori a Niccolò Machiavelli

Firenze, 17 ottobre 1502

Spectabili viro Niccolao Maclavello secretario florentino dignissimo ac mandatario ad Ill. Ducem Romandiolae.

Spectabilis etc. Io ho inteso quello scrivete a M. Marcello sopra il salvocondocto, et per tale causa scrivo a M. Alexandro che lo facci expedire et me lo mandi; et perché voi dite che bisognerà dare qualcosa, io li scrivo la adligata et li dico come, sùbito lo harò, li manderò una veste di 30 ducati per tale expeditione. Di che vi do notitia non per altro che per vostra informatione. Harò caro mostriate non ne saper nulla. Valete.

Ex audientia nostra, Florentia, die 17 Octobris 1502.

N. Antinori

035

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 15‑18 ottobre 1502

Nicolao Maclavello secretario florentino plurimum honorando. Ad Imola.

Cazo, Niccolò mio, che io ho tanto favore con questi S.ri che giugnendo hiersera il cavallaro mandato da voi circa hore 6 et vedutovi mie lettere, subito me le mandorono ad casa: et anche vinsi il mio stantiamento in modo seppi cinguettare, et bisognò anchora 3 volte in modo che, dubitando ser Antonio della Valle che alla terza io mi smarrissi, e’ mi dette una ricetta di uno argomento che mi menò sì bene che m.a Lessandra mia ne sta di buona vogla et m.a Gostanza se ne dispera che ser Antonio publichi le sua ricette; pure credo consolarla, perché, havendosi ad mandare ad Livorno uno maestro ad rimpennare passatoi, l’ò messa innanzi et detto che la rimpenna sì bene che la gittò un tratto ser Antonio fuor del letto con una rimpennatura. Èssi appiccata questa pratica et se ser Lumaca non la rompe, credo che la si loderà di me, et lei, intesala, mi sollicita ad tirarla innanzi. Cazovinculo, ché lo sgallinare è pur tocco a voi; poiché vi è facto le spese et sete stato alloggiato così honorevolmente, fate di exequire costì la conmissione vi detti, altrimenti non vi commenderei come fa ser Stretichi M.a Gostanza, et faccendolo vi conforterò ad seguitare: voi avanzerete omni cosa che mi sta in sul quore: se mi farete parte di qualcosa, starò cheto, altrimenti contraffarò il Fedino che vi fa pur filare.

Niccolò, io non sono adirato, né anchora fo iuditio dello animo vostro verso di me da queste favole, perché in facto non mi è se non briga, et io pure ho delle occupationi poi non ci sete, ma sì bene da infinite altre cose, che mi constrignerebbono, ricordandomene, ad non vi portare quella affectione che io fo; di che io non voglo mi sappiate grado, perché, volendo non amarvi et non esser tutto vostro, non lo potrei fare, forzato, dico, sì dalla natura che mi constrigne ad farlo, benché in facto sia da tenerne poco conto, non vi potendo io nuocere, et manco giovare. Et se io vedessi o havessi visto che voi fussi il medesimo che siete meco con tutti li altri amici vostri, non ne harei facto tale impressione in me medesimo; ma io veggo che io mi ho ad dolere della mi’ cattiva fortuna et non buona electione, et non di voi, poiché io non truovo riscontro alcuno in quelli che io amo tanto quanto me medesimo, et che io ho scelti per mia patroni et signori, di che voi potete essere optimo iudice, prima da voi, dipoi da qualcun altro che vi è così noto come a me. Ma di questo non si parli più, ché io non voglo se non quel che voi, et basti.

Le vostre lettere questa mattina ho mandate tutte ad posta et fidatamente. Expecto il velluto da Lorenzo et da M.a Marietta il farsetto, et sùbito havuto, vi manderò omni cosa, et se altro vi accade, scrivete.

Scrivendo, Lorenzo mi ha mandato il velluto et così per il presente latore, che sarà Baccino, ve lo mando et con epso il farsetto; ché pure siate uno gaglioffo, poiché ad posta di uno braccio di domasco voi volete portare una cosa tutta unta et stracciata: andate ad recere, che voi ci farete un bello honore.

Monna Marietta mi ha mandato per il suo fratello ad domandare quando tornerete; et dice che la non vuole scrivere, et fa mille panie, et duolsi che voi li promettesti di stare 8 dì et non più; sì che tornate in nome del diavolo, ché la matrice non si risentissi, ché saremo impacciati insieme con frate Lanciolino.

Io vi harei da dire circa {la electione di Bernardo de’ Ricci per in Francia} molte cose, più bella l’una che l’altra, et così {molte favole del nostro ser Antonio da Colle, che secretamente andò ad Siena con certi sua ghiribizi, che non è stato niente}; ma penso lo farò meglo ad bocca, et più securamente. {Il Riccio} anchora non è ito, et non so se si andrà, benché habbi {havuto la comissione et ogni cosa, da’ danari in fuora}; et perché dubitava {chi lo mandava, che la letera credentiale non si vincessi, per ire sicuramente lo indirizavano a lo oratore, et volevano che lui lo presentassi al Re, et dipoi exequissi la commissione, et in effetto non portava nulla, ma era facto per farli sgallinare} uno cento ducati, poiché {cotesta proda era presa, et simile quella di Milano. Non è ancora ito et non so se andrà, perché li parenti de lo imbasciatore si sono risentiti, parendo non passi sanza suo carico; et il vostro Lionardo non li vuole dare danari, se non si stantiano, il che non si vincerebbon mai sendo maxime scoperta la cosa.}

Io vo omni dì 4 o 6 volte al nuovo Gonfaloniere et è tutto nostro, et mons.re suo fratello mi domandò hoggi, sendo seco, di voi et monstra amarvi unice, et io anche feci seco lo officio dell’amico circa ’ casi vostri: così li facessi voi di me, ché non deciderrei più da voi.

Se non vi incresce, scrivete uno verso al Guidotto in mio favore che, poiché io ho lo stantiamento, mi cavi del generale; fatelo se vi pare, o se vi viene bene.

Niccolò, io desidero intendere quando il Fracassa sarà costì; et quando vi sarà, vorrò serviate uno mio amico di darli una lettera et dirli dua parole, in conformità di questo vi dirò apresso. Lo spenditore qui della S.ria, quando fu qui, li prestò 20 ducati et non li ha mai rihavuti. Vorrei gnene parlassi una parola, ché invero si porta male, sendo stato servito in tanta necessità quanto si trovava alhora; et se vorrà satisfare, ché così ne ha promesso più volte, vi fareno una lettera che li paghi a voi. Della cifra di sopra non rispondete o voi cervate lo stilo che ho facto io, cioè di scrivere in cifra. Bene valete. Florentiae, die 15 Octobris 1502.

Niccolò, io ho errato, ad volere che l’amico mio sia servito, ad monstrare di desiderarlo, perché non ne sarà nulla: et se questo è il remedio, io non me ne curo.

Vester B. B.

Stiamo a dì 17 et {lo amico non è ancora ito né credo che vada non potendo darli danari sanza stantiarli,} che non si vincerebbe mai; et hiersera, {volendo lui favore, uno stantiamento di Luigi de la Stufa lo fece tornare indreto 7 fave per sua gratia.}

Erami scordato dirvi che ser Antonio da Colle, sendo innanzi a {Pandolfo et parlando seco, cadé di quelo male, et bisognò fussi portato via,} et il simile li venne {per la via cavalcando in là.}

Delle cose publiche non ho che dirvi fuor di quello vi si scrive publice: quando ci sarà da farlo, non mi harà ad esser ricordato.

Siamo a dì 18 {et l’amico, cioè il Riccio, credo andrà, tanto può la rabbia, che pure non ha havuto anchora il danaio}; ma poiché s’è trovato modo {ad deliberarli la letera del passaggio et tra Signori soli, ché altrimenti non si sarebbe vinta, si troverà modo al resto, ma Lionardo vostro} farà male ad darneli.

Salvestro, cioè il Riccio, di nuovo vi si ricorda. Nec plura. Florentie, die 18 Octobris MDII.

B. Bo.

 

Post scripta. Niccolò mio, sì perché Biagio satisfà et le publiche, sì etiam per non havere tempo, non dirò altro. Sarammi grato scriviate in risposta 2 versi a Giovanni mio, o siavi quel M. Thadeo o non. Et io vi prego mi scriviate et commettiate, se scade cosa alcuna, perché con più fede nissuno vi servirà, con più jactantia et con volere più gradi ne troverrete delli altri; e perché mi conoscete non dirò altro, havendomi voi maxime a tutti li vostri comandi in anima et in corpo. Et quello vi scripsi in latino ne’ dì passati rogatus feci, et non vi date molestia, perché qui non manca cosa alcuna, né si desidera mai da’ Dieci cosa alcuna et M. Marcello sta assiduo in palazo. El Campriano harebbe voluto sgallinare un ducato; et voi non ne havendo scripto, non potetti riscuoterne se non 2 ducati che andorono a vostra moglera, la quale mandò uno vostro giubbone qui et velluto, il quale per le mani di Biagio vi si manda. Qui non è di nuovo, et per mia fé qui ogni uno sta di una bona vogla; et il miglior vino del paese non vale più di 12 soldi il barile et d’ogni altra cosa ci è abondantia. Bene vale.

Ex Florentia, xviii Octobris 1502.

Servitor Augustinus

in Cancellaria

036

Piero Guicciardini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 20 ottobre 1502

Spectabili viro Nicolao de Machiavellis carissimo.

Imolae.

Carissime etc. Io hebbi pochi dì sono una vostra et usa’la come mi parve a proposito. Non vi risposi parendomi non accadessi: et circa le cose di costà non ho da dirvi altro, se non che seguitiate come havere facto insino a hora, che mi pare satisfacciate a tutti. Qui si vede una buona dispositione in tutti verso l’amicitia di cotesto Signore, per la qualità de’ nimici et per credere piaccia così al Re; di che ad ogni hora se n’aspetta risposta: et inoltre perché tale amicitia, quando si vadia a buon’ giuochi, servirebbe a l’uno et a l’altro per la vicinità et altri rispetti.

L’aportatore di questa sarà Girolamo, mio consueto, el quale viene costà per acconciarsi, confortatone assai da uno Grechetto stato qui a soldare pel duca, come da lui intenderete. Harò caro gli facciate quello favore potrete: et è huomo da servire bene et haverne honore. Et altro non m’accade.

In Firenze, a dì 20 d’Ottobre 1502.

P.o Guicciardini

037

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 ottobre 1502

Nicolao Maclavello secretario florentino suo plurimum honorando.

Ad Imola.

Niccolò. Perché hieri quando riceve’ la vostra era festa, non potetti farvi fare l’uchettone; ma stamani, di buona hora, andai ad trovare Lionardo Guidotti, et tolsi il panno, lasciandomene governare a lui come mi scrivesti; et taglossi in su uno taglo che haveva, che a me pare bello; et intròvi dentro braccia 7 e 1/2 di panno, che, a quello potetti vedere, vi costerà la canna da 4 ducati et 1/2 in giù. Hollo facto taglare a me, et del collare et altre cose ho facto quanto ne commettesti, et il meglo ho possuto. Harò caro siate servito; se non, grattatevi il culo.

Habbiamo facto cercare delle Vite di Plutarco, et non se ne truova in Firenze da vendere. Habbiate patientia, ché bisogna scrivere ad Venetia; et a dirvi il vero, voi siate lo ’nfracida ad chiedere tante cose.

Expecto habbiate scripto al Guidotto, et non trattatomi all’usato.

E’ mi duole non vi havere servito in tutto, perché mona Marietta vostra ha saputo di questo uchettone, et fa mille pazie. Et se voi non havessi allogato la putta sua sì bene, come havete starebbe di mala vogla; ma desiderrebbe intendere le circumstantie della dota: il donamento et altre cose è ad ordine, et tutte le cornachie di Sardigna verranno ad honorarla et accompagnarla honorevolmente.

Io non so se io harò l’uchettone stasera; havendolo, lo manderò, se non, per il primo non mancherà. Et voi mi adviserete della ricevuta del velluto, il prezo del quale Lorenzo non volse chiedere alla Marietta, ma dice lo metterà ad piè di un altro vostro conto havere seco. Et se quel cieco del Guidotto mi havessi voluto dare li mia danari, co’ danari contanti si faceva ogni cosa meglo. Habbiate patientia, ché maggiore tocca ad havere ad me.

Io non ho che scrivervi niente di nuovo, et però habbiate patientia; et se nulla verrà, vi tratterò da amico.

Ser Antonio della Valle è in sullo impazare, et disputando lui et ser Andrea di Romolo, a’ dì passati, dello sbaraglino, ser Andrea li adventò uno zocholo et ruppeli le rene; et il povero huomo porta uno bardellone adosso, non sapendo o potendo fasciarsi più comodamente, et non c’è rimedio se lo vogla levare da dosso. Vanno armati amendua, non so se voi m’intendete, ser Andrea di pesce d’uovi et ser Antonio d’argomenti; et ciascuno di loro sta in su’ sua. Credo che noi la comporreno, se si truova modo da racconciare le rene a ser Antonio.

Niccolò, io sono ad mal partito, perché ser Antonio ha smarrito il suo caldanuzo et fassi ad me, et vuole lo rifacci di danni et interessi: non so come me lo accordare, et vorrei pure contentarlo: però non mi mancherete del consiglo vostro.

Il presente latore, che sarà Jacopino, vi porta l’uchettone, et a me pare stia bene, et dinanzi è cucito, perché ho visto portare così e luchi: quando non vi piacci, fia poca fatica ad sdrucirlo. Et in effetto ho facto il meglo ho possuto: fate pure che la prima volta vi sia assettato adosso, che pigli buona forma.

Io vi ricordo la faccenda del Riccio di mona Dora, che lo desidero grandemente. Lionardo ha pagato il rimendo et la fattura dell’uchetone lire 5, et di tanto li siate debitore, et con me siate debitore qualche sgallinatura.

Io non ho parlato di licentia, perché voi non ve ne curate et io lo so. A me basta cacare il sangue per voi et per me, et che voi {sgalliniate.}

Niccolò, io vi ho ad dire ch’e collegi fanno mille pazie del mio stantiamento, et dicono che se non si revoca non faranno nulla, perché non voglono habbiamo dua salari; sì che, quando voi siate al termine dello havere guadagnato e danari havesti, ordinate di non havere ad chiedere stantiamento, et anche non credo lo habbiate mai, per potere poi cancellare il debito, dove appariranno li danari havete havuti. Governatevene come vi parrà meglo.

Ser Antonio da Colle {tornò qui et è ritornato ad Siena drieto ad certe pratiche che a me paiono favole, perché non haranno efecto, et cotesto Signore pure ne haveva spilato qualcosa.}

Il Riccio è anchora qui {benché habbi havuto} 150 ducati per andare: non so quello sarà.

Lorenzo di Giacomino mi dice che domattina manderà il vino et che vi ha servito da huomo da bene, et che avanti sia costì, vi costerà poco meno di 5 ducati; sì che voi ve n’andate in chiasso. Et di più mi ha pregato che, havendo cotesto Signore ad mettere le poste per di qua, che desiderrebbe operassi con li amici vostri costì che lui havessi la posta qui di Firenze. Et perché voi sapete quanto io lo ami, ve lo raccomando quanto posso.

Florentiae, die xxi Octobris MDII.

Bl. Bo.

038

Lorenzo di Giacomino a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 ottobre 1502

Nicolao Maclavello, Secretario florentino, patrono suo.

A dì 21 d’ottobre 1502.

Caro Nicholò. Avìsovi chome domattina vi mando e·vino. I ò autto a chompierare le cieste e le fune e la piaglia; e, quando ebi in ordine ogni chosa, e·vitturale vòle fare mecho e·piatto, i·modo gli avétte a piagiare lire 12/l. No·lo voleva arechare. E’ una béva vi piacierà. Per mie lettere vi darò aviso di tutto, ecc.

Avìsovi chome io vorei che voi faciesi chostì chogl’amici vostri, che mettono le poste da Roma infino chostì. Ànole mese da Roma infino qui a piarole, ch’è venutto uno a méttele di mano i·mano; sì che, se voi vorette adopierare quello sapitte, bisogna fare presto. Credo v’arétte a fare chostì cho·lui che ispaciò la stafetta. Io ve n’ò datto aviso chome la mandai volando. A voi mi rachomando. Fatte presto presto.

Vostro Lorenzo di Giachomino, Firenze

039

Salvestro di Salvestro Agostini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 ottobre 1502

Prestanti viro, domino Nicolao Malclavello mandatario et secretario fiorentino, amico suo optimo.

Imola.

Magnifico Nichollò mio charisimo. Non mancherò mai che chon tuto il mio chuore io non vi sia servidore, se bene mai la mia lezione nonn·avesi la perfezione, perché una volta io più istimo una volta la vostra diligenzia inverso di me; spero i·Dio e nel mio padrone messer Marcello e nel mio Nichollò Machiavelli, nel quall’è tuta la mia fede, richordandovi che vi sono stiavo sollo della vostra buona volontà, et non so molti però et mi farà, se non che l’opera farà fede delle mia parolle.

Io vi richordo la spedizione del fatto.

E oltre al chonformare la mia lezione, fa di bisonchio una lettera alla chomunità d’Orvieto che dipoi il presente podestà io sia il primo. S’io sono prosuntuoso, n’è chausa l’opera vostra e ’l mio padrone messer Marcello.

Rachomandomi a vostra magnificentia. A dì xxi d’otobre 1502.

Salvestro di Salvestro d’Achostino,

Fiorenzia

040

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 22 ottobre 1502

Spectabili viro Nicolao de Malclavellis secretario florentino mandatario ad Ill.um Ducem Romandiolae amico etc.

A Imola.

Spectabilis vir amice charissime. Poi che io fui designato da questo populo al grado che voi sapete della nostra città, non ho scripto ad alcuno né signore né amico mio particulare, iudicando sia conveniente expectare di esser tratto et in palazo: et però non ho scripto etiam a cotesto Ill.mo Principe. Et ideo scriverrò ad voi in raccomandatione di alcuni ai quali ne’ mesi passati furono tolti sei muli ad Castel Durante da certi huomini di sua Ex.tia; di che pare ne’ dì passati dal nostro magistrato de’ Dieci ne sia suto similmente scripto. Voglo che voi siate contento in nome mio parlare con la Ill.ma Sua S.ria; et in primis mi offerirete ad quella; dapoi verrete con sua Ex.tia ad lo individuo de’ 6 muli tolti, li quali gli piaccia per amore mio fare restituire a Marco et Iacopo Brinciassi nostri vecturali, et di questo iterum atque iterum la pregherrete: et io, come ho detto, mi riserverò a scrivere a sua Ill.ma S.ria poi sarò in palazzo, in quel modo iudicherò conveniente a la persona mia privata et ad la publica. Interim mi offerirete ad la sua bona gratia, quale Dio augumenti in sua felicità. Bene vale. Ex Florentia, die xxii Octobris M.D.II.

Petrus de Soderinis

041

Bartolomeo Ruffini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 23 ottobre 1502

Prestanti viro D. Nicolao Malchlavello mandatario et secretario florentino patrono et benefactori honorando.

Ad Imola.

Nicolò, padrone honorando etc. Io intendo da Biagio che voi siate per maritare la mia fanciulla et che le darete, potendo, uno buono capitale, il che sarebbe ad gran mia satisfactione. Pregovi da core che havendone occasione voi v’ingegniate con il tavolaccino o altri vostri ministri che la si venda avanti al partir vostro di costà, perché non le posso più dare le spese et ho gran bisogno de’ danari. Il pregio, se voi non lo sapete, lo sa il tavolaccino e a·llui scrivo la alligata per farli intendere il desiderio mio, et tutto si facci con reputatione della fanciulla e con honore vostro, farla offerire in modo che non perda di reputatione, anzi ne acquisti, come saprete ordinare.

Le vostre lettere ad Biagio et alli altri sono ad tutti gratissime, et li motti et facetie usate in epse muovono ogni uno ad smascellare delle risa, et danno gran piacere. Et questo Ognisancti sarete ricordato al proveditore di quel facto che soliamo havere, et vi si manderà a casa. La donna vostra sta bene et vi desidera et manda qui spesso ad intendere di voi et del ritorno. Altro non mi occorre. Ad voi mi raccomando. Bene vale. Florentiae, die xxiii Octobris 1502.

Vester Bartholomeus Ruffini

In Cancelleria

Io vi scripsi più dì sono in raccomandatione di uno, detto il Cianchera, fiorentino et parente mio, et lui vi doveva portare la lettera: desiderrei intendere quello ne sia sequito, et vi pregho non vi incresca darmene uno motto. Vale.

042

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

Firenze, 23 ottobre 1502

Prestanti viro Niccolò Machiavelli secretario deg.mo florentino. Al Ducha Valentino.

Carissime tanquam frater. Io ho una vostra de’ 20, che mi è suta carissima, come mi saranno sempre tutte le cose vostre. Et veramente i raguagli et discorsi vostri non potrebbano essere migliori, né più aprovati. Et volessi Idio che ogni huomo si governassi come voi, che si farebbe mancho errori. Noi qui, perché le nuove dipendano di costà, non habiamo molto che dirvi. Mandamo ser Alexandro a Roma, che doverrà essere cosa grata a cotesto Principe, et voi ve ne potrete honorare assai. Le gente comandate non si sono mandate alle frontiere, perché non farebbano se nnone male; ma potete bene dire a sua Ex.tia s’è mandati più conestabili de’ migliori et da·ffare fatti al Borgho et negli altri luoghi. Et tutta voltasi pensa fare qualche dimostratione che darà reputatione a sua Excellentia, et sicurtà a·nnoi. Circa a’ casi nostri particulari, Deus testis che io v’amo et stimo più che fratello. Et perch’io so haresti voglia d’esserci a questa cerimonia del Gonfaloniere nuovo, ne farò pruova, ma non riuscirà, perché lui etiam non se ne accorda molto. Bastavi in coscientia, non s’è mancato secho di fare l’officio per voi, et satisfare alla verità. Et per la fede è fra noi, io in particulare ne ho parlato secho due volte a·llungho, in modo credo che d’amicho vi sia diventato amicissimo. Quello desiderate in secondo luogho, non vi doverrebbe essere dinegato; ma questi nostri collegii sono in modo attraversati, non habbiamo mai possuto farne fare loro nessuno; non restereno d’aiutarne, et voi et gli altri. Né più per fretta, se·nnone sono senpre a’ piaceri vostri. Cristo vi guardi. A dì 23 d’Ottobre 1502.

Niccolò Valori in Palagio

043

Jacopo Salviati a Niccolò Machiavelli

Firenze, 27 ottobre 1502

Magnifico domino Niccolao de Machiavellis apud Ill. Ducem Valentinensem. A Imola.

Ihesus. Addì xxvii d’Ottobre 1502.

Magnifice vir etc. Io ho la vostra de’ 23, per la quale resto avisato a quanto vi trovate d’acchatto, et il desiderio avete di ricuperarlo, per soprire a’ vostri affari. All’entrata del futuro mese, et a pochi dì di quello se ne risquoterà lo octavo, et rimanente dipoi subcessive per e tempi correranno. Et perché desidero compiacervi, et soprire possiate a’ comodi vostri, sono parato servirvi sino a detta somma di mio, non per ritragli di detto assegnamento, ma in presto. Accadendovi, avisate, et pagherogli a·cchi commetterete, quando così v’attagli. E per questa non acchade altro. Sono a’ piaceri. Cristo vi guardi.

Delle nuove, accepto la deliberazione n’avete presa, et quella commendo.

Jachopo Salviati in Firenze

044

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 28 ottobre 1502

Nicolao Maclavello suo plurimum honorando.

In Imola.

Niccolò. Anchora che voi siate savio et prudente, et che la mia sia presumptione ad volervi ricordare come habbiate ad scrivere, et di quelle cose maxime che a omni hora vedete in viso, tamen io vi dirò brevemente quello mi occorre, non obstante che qui io habbi facto il debito mio in tutti quelli luoghi et con tutti quelli, che vi havessino volsuto dare carico. Et prima vi ho ad ricordare lo scrivere più spesso, perché lo stare 8 dì per volta ad venire qua giù vostre lettere non passa con vostro honore, né con molta satisfactione di chi vi mandò; et siatene stato ripreso da’ Signori et dalli altri, perché, sendo coteste cose della importantia sono, qui si desidera assai intendere spesso in che grado si truovino. Et non obstante che voi habbiate scripto largamente le genti che si truova cotesto Principe, et li aiuti in che li spera, et il prompto animo suo ad defendersi; et che voi habbiate benissimo dichiarato et le forze sua et quelle delli inimici, et messole avanti alli ochi, tamen voi fate {una conclusione troppo gagliarda} quando voi scrivete, che {li nimici non possono horamai nuocere molto a cotesto Signore}; et a me pare, non che di questo ne habbiate havuto carico che io sappia, che voi non ne possiate fare iudicio così resoluto, perché costì ragionevolmente et secondo havete scripto, non si debbano publicare li progressi delli inimici, et che forze si habbino così ad punto, da che ha ad nascere il iudicio vostro. {Et qui per diversi advisi si intende le cose della lega essere gagliarde, et non si fa molto buono iudicio de le cose di cotesto Signore}; sì che come voi havete facto et prudentemente discorso che havete particularmente tutto quello ritrahete, {del iudicio rimetetevene a altri}; et cazovi nel forame. Et non me ne rispondete cosa alcuna.

La lettera al Salviato si presentò, et lui ve ne responde. Et scrivendomi voi che, riscotendo, vi mandi la berretta, non havendo riscosso, non credo la voglate; volendola a omni modo, advisate che la comperrò del mio, et con più rispiarmo potrò. Le altre vostre a Niccolò et Albertaccio similmente si presentorono; et io di bocca feci lo officio da amico con Piero Soderini leggendoli la vostra, perché, nell’ultimo, dove voi chiedete licentia o etc., lui rise, et io seguitai con dire che mi havate scripto che, se non eri provisto, ve ne verresti, perché havate inteso che qui non si stantiava se non alli electi per li 80, et che voi non volavate consumarvi. Ridendo mi rispose et dixe: ‑ Elli ha ragione, ma li scrive troppo di rado. ‑ Et così finirono li nostri ragionamenti. Et io vi conforto ad non adormentarvi, perché voi non ritrarresti mai il servito: governatevi hora come meglo vi pare.

Èssi ordinato il vostro stantiamento, ma non credo ne sia nulla, che Dio vi benedisca et facci grande.

Le cose tra ser Antonio et ser Andrea si comporranno, et ser Andrea s’è molto confortato, havendo inteso il remedio ad ripararsi che ser Antonio non li entri sotto, ché se gnene appicca un tracto, per Dio, non vi si ficherà più. Dell’arco non ne vuole fare nulla: accordavisi più tosto al baleno. Facc’elli.

Voi vedrete per la inclusa di Jacopo Salviati quello vi risponda circa etc. Advisatemi quello habbi ad fare, et farassi.

Il S.re Niccolò Valori mi ha facto fare dua lettere in nome vostro, una al S.re Luigi Venturi, et l’altra al S.re Giannozo, pregandoli vi provegga: et in effecto mi hanno promesso lo faranno. Io ci uso omni extrema diligentia, et credo bucherare tanto, ve li manderò. Nec plura.

Florentiae, die 28 Octobris 1502.

Blasius

045

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

Firenze, 28 ottobre 1502

Prestanti viro Nicolao Machiavelli segretario degnissimo.

Al Ducha Valentino.

Niccolò mio carissimo. Noi siamo tanto occupati ch’io v’ò trattato male: et quod peius, non so se con fatti vi potrò trattare meglio: potete bene essere cierto non mancherà per diligentia. Gli avisi venghono da voi non potrebbano essere più aprovati; ma a parlare come sogliamo, si desiderrebbe scrivessi più spesso, ancora si pensi non sia santa ragione. Noi qui habiamo da Roma come il Papa è a strette pratiche d’accordo con tutti questi collegati, et hiersera ce ne fu qualche riscontro et aviso da·cCortona di ragunate et ristringnimento di gente, et che si taglierà in sul nostro: sì che si vorrebbe questa cosa scoprilla, più che vi sarà possibile, et avisarne il nostro gonfaloniere, quale è tutto vostro; et a me non rispondere, perché sarò fuori di qui et non voglio attendere a stato. Potendo, si pagheranno i ducati a Biagio per voi: et perch’io sono chiamato, non vi dirò altro se·nnone sono vostro, come vi sapete. Che Idio sano vi conservi.

A dì 28 d’ottobre 1502.

Nicolò Valori in Palagio

046

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

Firenze, 31 ottobre 1502

Prestanti viro Niccolò Machiavelli segretario degnissimo.  In Imola.

Carissime tamquam frater. Noi habiamo dato per conto vostro a Biagio ducati 40, che meglio non s’è possuto fare, per dua cagione, l’una per la scarsità et miseria in che ci troviamo, l’altra mi riserberò nella penna. Se io ho manchato di satisfarvi con i ducati, Deus testis, ho sopperito et in publicho et in privato di fare congnioscere le opere vostre, quae nihilominus per se luceant, non è fuora di proposito scoprine; et in verità et con i Signori nuovi et Dieci ne ho satisfatto ad me medesimo. Et veramente queste due ultime lettere ci havete mandate, v’è suto tanto nervo et vi si mostra sì buono iudicio vostro, che le non potrebbano essere sute più aprovate.

Et in spetie ne parlai a·llungho con Piero Soderini, che non iudicha si possa a nessuno modo rimuovervi di costì, et io non manchai fargli intendere quello bisognava fare, et vedrete lo troverrete favorevolissimo alle domande vostre. Confortovi a pacientia et fare come solete, ché doverranno essere più cogniosciute le opere non sono sute sino qui. Et se io posso nulla per voi, poi non ho fratelli, fo pensiero non vi havere et non mi habbiate in altro luogho che di fratello. Et questa vi vaglia in luogo di contratto. Christo vi guardi. A dì 31 d’ottobre 1502. Non entro in nuove, perché etiam non ne voglio da voi.

Vostro N. V. in Palagio

047

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 1 novembre 1502

Niccolò Machiavelli in Imola suo plurimum honorando Imola.

Niccolò mio. Io non responderò alla vostra de’ 27 ad lungo per non havere tempo. Solo vi dirò che io ho lasciato indrieto me per voi, et ho tanta importunità usata et sollicitudine col S.re Niccolò Valori che hieri sgallinai per voi ducati trenta d’oro in oro et bolli in mano et per questo non li mando per non sapere come si venissimo securi respecto a coteste gente franzese: io expecto commissione da voi di quello volete facci, et se volete li mandi ad vostro ristio per il primo, et tanto farò. Scrivetemene largo et chiaro, et in modo che se disgratia advenissi, non vi sia tenuto io. Sovi bene dire che io non so come lo stantiamento si habbi ad vincere; pure harete un tracto danari: bastivi che io li ho in mano et poteteli spendere; et ho facto quello che persona non stimava, per insegnarvi come si serve.

Al Zerino fu tolto alla porta il velluto, vedrò di rihaverlo; et M.a Lessandra mia farà il bisogno se la potrà, perché la vuole per comare et io voi per compare, et non spenderete, cazo d’asino.

Intendete se costì messer Alexandro acceptassi una lettera da’ Salviati di pagarvi 30 ducati et io li darei loro qui et farei farmene lettera di cambio, ma venendo sicuramente in contanti, sarà meglo: advisate.

L’amico non andò in Francia, et Piero è in Palazo, et voi staresti meglo qua: perdonatemi, ché l’affectione mi fa parlare.

Io mando ad M.a Marietta questo cavallaio ad sapere se la vuole nulla, et a voi mi raccomando. Florentie, die prima Novembris 1502.

Il salvocondotto non vi si manda stasera perché ser Andrea ha giucato tuttodì ad sbaraglino; ma li è deliberato et per il primo verrà.

Blasius

048

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 3 novembre 1502

Nicolao Malclavello suo plurimum honorando. etc.

Niccolò. Io vi scripsi per Carlo cavallaio brevemente, non havendo tempo, et per quella vi detti adviso come per il mezo del S.re Niccolò Valori et mia sollicitudine cavamo dal camarlingo delle prestanza ducati 30, li quali io ho nelle mani ad vostra instantia, ma non li mandai per Carlo, non sapendo come si venissimo sicuri. Per questa vi dico il medesimo, che io non li manderò, se non ho da voi expressa commissione: però me ne rispondete chiaro, etc.

Il velluto lo rihebbi et mandalo ad casa vostra.

Il Gonfaloniere vi scrive la alligata: vedete sia servito et di fare honore alle commissioni sua, et ingegnatevi di tornare.

Nec plura. Raccomandomi a voi. Florentie, die iii Novembris 1502.

Frater Blasius

Signori: Antonio Canigiani, Niccolò Capponi, Zanobi Carnesechi, Ugo della Stufa, Piero di Brunetto, Antonio Benozi, Thomaso Guardi, Tinoro Bellacci, Piero Soderini gonfaloniere.

049

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 3 novembre 1502

Nicolao Malclavello suo honorando.

Imola.

Niccolò mio. Perché costà non venga huomo sanza mia lettere, vi fo questi pochi versi, havendovi scripto hoggi insieme con una del Gonfaloniere, il quale poi che intrò in Palazo, pare si sia omni cosa cominciata ad indirizare; et di già ha dato principio di volere che le faccende si faccino ad buon’ora, perché la mattina a 18 hora, et la sera a 3 omni uno sbuca. Et questa sera ha facto imbasciadore in Francia il vescovo de’ Soderini suo fratello, con tanto favore che è stata cosa mirabile; et ha parlato, poi che fu facto, alli Ottanta et decto che, benché habbi al essere al vescovo cosa grave, pure lui farà ultimum de potentia che vi vadia; et di certo vi andrà, et con lui Alexandro Nasi. Èssi hoggi cominciato ad assettarli la audientia de’ Dieci nel modo sapete; et la nostra Cancelleria per hora servirà a’ Dieci, et la sala a noi: et questo vi basti, cazo infreddato.

Io vi ho scripto havere li 30 ducati, né volere mandarli sanza vostra commissione; sì che advisate, et tanto farò. Il capitano che pagò il fante ritenne li 30 soldi: fammeli dare, se vorrà; se non, harò patientia; et di tutto harete buono conto.

La Lessandra non è ita alla Marietta, perché la non si parte di casa Piero del Nero, et lei non sapeva la casa; manderovela come prima potrà.

Io vi manderò la berretta di velluto, se voi non scrivete in contrario.

Nec plura. Florentiae, die iii Novembris 1502.

Blasius

Carlino Bonciani, quel bello, è stato morto, né so da chi. Giovanbatista Soderini si raccomanda a voi.

050

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 5 novembre 1502

Nicolao Maclavello suo plurimum honorando.

Niccolò mio. Chi iudica le cose troppo presto, spesso si ha ad ridire, come di presente adviene a me. {Il nuovo Gonfaloniere comincia ad rassettare la città dal volere scemare li salarii a’ cancelieri} et ha facto di havere in nota tutti li ordinarii, et il salario loro, in modo che se questa cosa si desta, farà dua cattivi effecti: l’uno della diminutione, l’altro che non obterrà nessuno. Et io vi havevo scripto mirabilia, parendomi pure il principio buono: non errerò più, perché mi governerò dì per dì, et anche mi parrà lungo tempo, et più tosto farò hora per hora. Voi medesimo conoscete l’importantia della cosa, et quello faccino di malo effetto simili rumori, però non ve ne scriverrò altrimenti ad lungo. Io con ser Antonio Vespucci ho facto una diligentia, ma ad dire meglo, ho voluto fare, che mi pareva ci havessi ad giovare assai; et questo era, che in sulla nota si mettessi il salario risquotavamo ad punto il mese, ad ciò si vedessi dove battevano le centinaia, et che le non tornavono nulla: non credo si facci anche questo. Et così omni uno s’arrovescia, {et il Gonfaloniere} lo fa sanza saputa nostra; ma perché io vi ho detto non volere iudicare più sì presto, di questo anchora fo il simile, per non mi havere ad ridire, perché potrebbe essere che così come elli ha volsuto in nota et tavolaccini et cavallari et omni altro, volessi questo per il medesimo effetto, cioè per vedere et sapere una volta quanti ministri habbi. Harei caro fussi ad questo fine, benché il rumore sia in contrario, et parlisi di quello vi ho detto di sopra. Stareno ad vedere, et pregherreno Dio ci aiuti.

El tempo della rafferma ne viene forte, et io non piglerò già cura per voi di andare ad dire dello arbero et de’ frutti, et della mula et della merda, perché non lo farò per me, et anche non satisfarei. Pensate a questo, ché importa.

Scrivendo, ho ricevuto la vostra de’ 3, et benché io sia in faccende, et perciò, Niccolò mio, disperato, sendomi facto forza ad ire in Francia con questi oratori, che sono il vescovo de’ Soderini et Alexandro, come vi scripsi, pure ho lasciato stare o, ad dire meglo, lascerò et farò quanto mi dite; et in Francia mi lascerò prima impiccare che andare.

El drappo l’acconcerò in modo non si guasterà, et advertirò il cavallaro come advisate.

Dello accatto voi intendesti quello vi scripse il Salviato, et il medesimo mi ha confermato dipoi, dicendomi vi servirà di suo, ma non in su quello assegnamento; volendo, perché non si può trarre la cosa, dell’ordinario et di quello ve ne havete ad rimborsare hora, lo dirò al Guidotto, et farò quello mi dirà.

Il velluto lo riebbi, et andò ad casa. A Lorenzo ho dato ducati 29, et mi manderà il drappo, et scriverràvi, secondo mi ha promesso, del costo et di omni altra cosa; sì che io me ne rimetto a lui.

Scrivendo, Lorenzo è stato ad me et mi dice che, per non havere in bottega raso nero, che sia cosa da servirvi, bisogna lo comperi, et che per essere tardi et cattivo tempo, ad volere servirvi bene, bisogna differisca ad lunedì; et io, che vorrei fussi contento et havessi honore, non me ne sono curato.

Li ambasciadori vanno via domani, et io credo mi sgabellerò al certo, et portano seco lettere di cambio di 10 mila scudi per la paga, etc. Et se l’amico fussi vivo, rinnegherebbe Dio, perché monsignore, subito che acceptò, dixe era a cavallo, et sollicitò Alexandro, et così col nome di Dio andranno. Né altro di presente mi accade.

La lettera alla Marietta mandai subito, et così manderò l’altra ad Andrea. Florentiae, die VIII novembris MDII

Frater Blasius

051

Marcello Virgilio di Adriano Berti a Niccolò Machiavelli

Firenze, 7 novembre 1502

Spectabili viro Nicolao Malchiavello secretario et mandatario Fiorentino apud Ill.um Ducem Romandiolae tanquam fratri. A Imola.

Spectabilis vir etc. Il Gonfalonieri stamani mi ha detto che non li pare ad verun modo che tu ti parta, per non li parere anchor tempo, et lasciare cotesto luogo vacuo di qualche segno di questa città; per havervi ad mandare un altro, non sa chi si potessi essere più a proposito, respecto a molte cose. Però mi ha detto ch’io ti scriva così, et ti advertisca ad non partire; et se io lo fo volentieri, Dio lo sa, che mi truovo con le faccende mie, con le tue et con la lectione addosso. Et se tu harai ad sequire il Duca o non, andando ad Rimine, per la publica ti si dirà più appunto. Vale. Ex Palatio Florentino, die vii Novembris MDII.

Tuus Marcellus Virgilius

052

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 12 novembre 1502

Niccolao Malclavello maiori suo honorando.

Niccolò honorando. Io vi scripsi hiersera per Carlo cavallaro et non vi pote’ mandare quelli danari, che ne ho havuto dispiacere grandissimo per vostro amore, et così la berretta, la quale benché havessi nello scannello aconcia, non me ne ricordai. Questa mattina dipoi Lorenzo è stato ad me, et hammi portato li 29 ducati che io li havevo dati, et così per il presente cavallaro, che sarà un cazo, ve li mando et con epsi la berretta, la quale vi costa uno ducato, che per essere colore vario non ho possuto fare meglo. Habbiate patientia.

A Lionardo ho dato la poliza, che risquota quelli 2 fiorini vi toccano hora dello accatto; et havendoli, li manderò ad m.a Marietta o li farò scrivere a lui ad vostro conto, così li 30 soldi che anchora non li ho riscossi, ma sono in buono luogo; et volendo altro, advisate, che volentieri farò omni cosa.

Di quello vi scripsi dello scemare etc., non se n’è sentito altro; ma c’è chi dice che non è necessario farlo solamente de’ salari, ma anchora delli huomini. Dio lasci seguire il meglo. Et io vi credo ne siate stucco, et che non vi habbi ad dare molta briga; et doverresti fare omni instantia di tornare, come havete facto infino ad qui. Hare’vi ad scrivere parechi cose {da pazi} che ha fatto il nostro {Riccio in questo suo ofitio del Collegio,} ma lo farò ad bocca, stimando non habbiate ad soprastare di costà molto tempo. Non voglo lascare di dirvi che di quelli 150 gnen’è {rimasti in mano dieci} et vorrebbe {li fussino lasciati per havere speso; ma non ne sarà nulla.}

Florentiae, die xii Novembris 1502.

Frater Blasius

053

Francesco Cei a Niccolò Machiavelli

Firenze, 12 novembre 1502

Spectabili viro, domino Niccholao Machiavello, amicho suo precipuo. Imole.

Karissime tanquam frater honorande, etc. Perbenché io sappia che siate hochupatissimo, non lasserò pertanto di darvi un pocho d’affanno della inclusa al mio caro et diletto Agostino, la quale desiderrei che in sua mano facessi dare; e, dandovi risposta, per sichuro modo me la mandassi, chon offerirvene ristoro chon tutta quella chiachiera, che per me si sappia ho possa, al vostro ritorno, che al prexente più che mai n’abbondiamo. Né dirò altro, se·nnon che ’l Pincio si dicie essere risucitato: ghran segno della fede nostra! Pensiate se ci à a manchare materia. E perché questa penna non mi rende, a voi me rechomando. A Dio.

Ex Florentia, die xii novenbris 1502.

Vester Francischus Ceus

054

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 14 novembre 1502

Spectabili viro M. Niccolò Machiavelli tanquam fratri carissimo mandatario florentino apud ill.mum Ducem Romandiolae. Imola.

Niccolò carissimo. Io ho ricevuto 2 vostre ultimamente, alle quali prima non ho facto risposta per le occupationi del Palazo, le quali ci sono grandissime. Èmi piaciuto intendere quanto havete scripto in publico et in privato: così seguiterete frequentemente et diligentemente di scrivere, perché assai si desidera intendere che cotesto Ill.mo S.re sia presto a ordine per potere incontrare li inimici sua; et voi ci significherete che gente a piè et a cavallo si truovi, et ne manderete lista. Noi habiamo trovato la ciptà molto disordinata di danari, di assegnamenti, et di molte altre cose, come vi può benissimo essere noto: attendesi a pensare di riordinare tutto et di già si è facto la paga a Lione al Re Christianissimo et dato danari a tutte le nostre genti d’arme a cavallo et a parte delle fanterie. Hora si attende a pensare di fare el pagamento a Milano. Alla paga de’ Svizeri, che corre per tutto dì 20 di questo, li assegnamenti furono consumati mesi sono: attendesi a pensare di farne di nuovo, ma le difficultà ci sono grandissime: tuttavolta non si perde tempo et speriamo presto tirare avanti qualche cosa al proposito, per potere essere buoni et per noi et per altri: che insino a qui è stato el contrario. La ciptà tutta è ben disposta verso la Ex.tia di cotesto S.re, et io particularmente non sono per mancare di fare tutte quelle cose che sieno a utilità di questa Republica et contento della sua Ex.tia; e presto credo potreno fare intendere che noi siamo per fare altro che parole. Mons. di Volterra è ito oratore al Re Christianissimo con comissione di non operare altrimenti per la Ex.tia di cotesto S.re che per la Repubblica nostra; et benché la sua Ex.tia non habbi bisogno di favori apresso quella Maiestà, perché lei è per favorire altri, nihilominus, per non mancare in tutto quello che a noi sia possibile, è per spendere el nome publico et privato, sempre che intenda così desiderarsi dalla Ex.tia  sua, alla quale mi offerite iterum atque iterum.

Da Martino Scarfi mi è stato raccomandato uno Jacopo Brinciassi da Legnaia, al quale fu tolto 6 muli, immo 5, in Urbino o lì intorno. Parlatene e raccomandate, che ve ne prego.

Per questa non dirò altro. Ricordovi quello vi ha scripto Tomaso mio della sua faccenda di Roma, la quale l’importa assai; et io desidero che lui ne sia sa. tisfacto.

xiiii novembris 1502.

Petrus de Soderinis Vexillifer perpetuus Reip. Florentinae

055

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 15 novembre 1502

Nicolao Malclavello suo plurimum honorando.

Niccolò honorando. Poi che io hebbi scripto la alligata, comparse la vostra de’ 10, et dipoi una delli 8, venuta per uno vetturale (che vi venga il cacasangue), et scrivendo, la vostra de’ 13. Et circa ad quello ne ricercate per la preallegata de’ dieci, di intendere se io sono ito in Francia, et in che modo me ne liberai, in primis vi respondo che io mi credo essere in Firenze. Potrebbe essere me ne ingannassi, perché, considerato la calca me ne fu facto, mi pare anchora essere in compromesso; né altro mi liberò da tale gita, che una extrema diligentia usata dalli amici, et con lo havere facto io intendere chiaramente lo animo mio al vescovo; il quale, benché anchora insieme con Alexandro me ne riscaldassi, pure, monstroli che io ero per sopportare omni pena più tosto che andare, mi promisse di aiutarmene, et così fece.

La cagione che ha mosso monsignore ad andare così presto, non è stata ad altro fine che per amore del fratello, et per credere al certo havere ad fare là qualche buono fructo, per essere appresso la M.tà del Re la città in buona gratia, et havere tal sicurtà del nuovo Gonfaloniere, che non li sarà dato cagione di alterarla, perché non se li mancherà, de’ pagamenti debiti, di uno dì solo; et hora hanno portato seco li diecimila ducati, Et omni bene che ha ad havere la città, et honore che ha ad havere il fratello, ha ad dependere dalla M. del Re, dove, per fare et l’una et l’altra cosa, è ito volentieri, et con animo li habbi ad riuscire, secondo mi dixe al partire suo: et io, conosciutolo, ne sto di bonissima vogla. Hallo mosso anchora la necessità, perché li pareva si fussi troppo indugiato ad mandarvi oratori, come pareva anchora a voi quando eravate qui; et lui è huomo resoluto. Et dello augmento non ha parlato, ma sì bene Alexandro, il quale per la auctorità del Gonfaloniere ne è stato contento, benché nel favorirlo il Gonfaloniere promectessi al Collegio, che per l’advenire non se ne parlerebbe più.

Di quello vi scripsi dello scemarci etc. non s’è poi altrimenti parlato, né anche credo se ne habbi ad parlare; et dello ambulare io ne sto di buona vogla, perché la dispositione universalmente è buona; pure, li appetiti sono varii. Et voi staresti meglo qua che costà; et credo desideriate di tornare, ma voi vedete quello vi fa scrivere il Gonfaloniere: governatevene in quel modo che voi crediate obtenere il desiderio vostro, et anche non li dispiacere. Il presente apportatore vi porterà la berretta et li danari, et sarà Carlo, et vengono ad vostro ristio. Harò caro venghino ad salvamento, che così piacci a Dio et a’ ladri. Mandai la vostra alla Marietta, et le raccomandatione et ambasciate ho facte a tutti, et di più raccomandatovi a Giovambaptista Soderini, che li parlo omni mattina allo studio. Et tornate per l’amore di Dio, che io non posso contentare Piero Guicciardini, benché quasi habbi preso la piega. Diguazomi il meglio posso et duro troppa fatica, ma voi me la etc.

A questi Signori pareva che voi indugiassi ad scrivere, perché una allegata da voi de’ dì 5 non comparse mai, né voi forse la scrivesti; et quel cazo del Totto penò 8 dì ad giugnere, et Carlo hora ha servito benissimo.

El Guidotto ha la poliza di quelli 2 ducati: non so se li ha riscossi, ricorderognene in malhora.

Io non scriverrò già ad ser Octaviano, che li venga prima il cacasangue: commettetemi altro.

Dove si acconci per il Gonfaloniere ve l’ò scripto diffusamente, et di lui non vi ho da dire altro, se non che omni dì li cresce la reputatione, et lui se la saprà mantenere.

Niccolò, voi berete bianco, perché credesti {fare costì qualche conclusione che piacesse a cotesto Signore,} et questa risposta la intorbida, {et siate uno cazo, se voi credessi che noi voliamo comperare tanto tanto a punto penitere.}

Mandovi in uno legato 29 ducati, 25 scempi et 2 doppioni, et la berretta. Advisate della ricevuta, et non guardate se non fussi così bello oro, ché mi parve fare un mondo ad haverli così. Vorrei scrivessi ad Niccolò Valori, et lo ringratiassi della opera fece per voi, perché è huomo che per natura è tirato ad servire li amici. Bene valete. Florentiae, die xv Novembris 1502.

Frater Blasius

056

Francesco Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 15 novembre 1502

Spectabili viro Nicholò di messer Bernardo Machiavelli, mandatario fiorentino appresso alla Signoria del ducha di Valenza.

Al nome d’Iddio, addì xv novembre 1502.

Spectabilis vir et maior honorande, etc. Poi siate stato appresso a cotesta Signoria, non v’ò scritto per non essere acaduto, che llo arei fatto come al presente et con fede et affezzione. Et della presente è causa che e Mariscotti da Marradi sono senpre stati molto fedeli a questa città et buoni servidori in publicho et in privato; onde io, per questo rispetto et per la amicitia tengho con qualchuno di loro, sono forzato alle giuste loro domande non mancare et per loro intercedere dove stimi giovalli. Egli ànno avuto è circh’ad anni 3 una brigha con uomini dello contado di Bresighella, che si chiamano e Zacherini; de’ quali già fu mortone uno molto innocentemente et contro alla voglia di detti Mariscotti; et dapoi che furono così in brigha, questi Mariscotti non ànno mai aùto da·lloro alchuno acordo, se·nnone per via dello Capitano di Bresighella. Desiderrei che, per amore mio, voi obtenessi dal ducha una lettera al prefato capitano di Bresighella che tra loro facessi, se·nnone una buona pace, almeno uno acordo per qualche anno. Sarete causa di qualche grande bene, e questi Mariscotti vi ne resteranno ubrighati sempre. Altra volta ne scrisse da Roma la signoria del duca, e·lla cosa fu interrotta. Ora spero, mettendoci voi le mani, la condurrete in ogni modo, che è cosa molto onesta. Di questi Mariscotti n’è costà parechi nello campo dello duca, credo a Santo Arcangiolo. E io non voglio più tediarvi, salvo vi racomando di nuovo detta opera. E delle cose vostre non vi dirò nuova alchuna, che stimo ogni dì n’abbiate nuove, che stanno tutti bene. E io mi racomando a voi sempre. Che Christo, etc.

Vostro Francesco Machiavelli in Firenzze

057

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 18 novembre 1502

Nicolao Malclavello suo honorando.

Imola.

E’ bisogna che io mi adiri con voi in omni modo, perché voi mi scrivete per questa vostra de’ 14, come se da me venissi lo havere differito ad mandarvi li danari, et non da voi che havete tanta fermeza che non vi basta una hora ad stare in uno proposito. Voi sapete ch’e danari io li haveo dati a Lorenzo, et bisognommi poi, havendo voi mutato sententia, expectare Lorenzo che era in villa ad poterveli mandare; et se io ho differito qualche poco, è stato per il desiderio havevo di contentarvi; et quando io vi offersi de’ mia, che di nuovo lo raffermo, non haveo anchora ritracti de’ vostri. Et basterà solo uno cenno, quando ne vogliate, ché io non sono come voi, che vi venga 40 mila cacasangui, che voi havete tanta paura di non havere ad spendere 20 soldi, poi vi richiesi per compare, che io non vi potevo scrivere peggio, che si disdirebbe a me, havendo havuto per maestro uno che era principe delli avari: andate ad recere. Et il volere hora così ad punto intendere della mancia, mi chiarisce più che doverresti a simili cose minime non pensare. Sì che voi la havesti col malanno che Dio vi dia; ché io non ho procurato per voi, qui in questa vostra absentia, li casi vostri, come facesti voi nella mia; et il proveditore non è in Firenze, ma a Arezo. Et se voi non volete vi scriviamo più la festa de’ Magi; scriverrenvi quella dell’asino, et fareno in modo che vi contentereno. Et cazo nel forame a voi et le comare.

Di Dieci non si ragiona per anchora, et di omni altra cosa vi ho scripto ad bastanza.

Lionardo Guidotti riscosse quelli dua ducati dello accatto, et halli messi ad vostro conto, come mi ordinasti. Se altro vi accade, scrivete.

Le vostre si dettono.

Florentiae, die xviii Novembris MDII.

Frater Blasius

058

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 26 novembre 1502

Nicolao Maclavello, in Imola.

Niccolò. Le lamentationi tocherebbono ad farsi a voi questo tracto, se io non fussi stato: perché hiersera si propose il vostro stantiamento, et non si vinse; così quello di Francesco della Casa et quello di ser Alexandro Bracci; tanta buona gratia havete, che vi venga il cacasangue a tutti a tre; et, se si propone più, io andrò ad piagnere per voi, se bisognerà, ma non credo che giovi; sì che state hora ad sgallinare ad vostro modo; et, se voi volete che io possa piagnere, fate di provedermi di cento di coteste cipolle, che per Dio dua collegi stamani mi pregorono che io vi scrivessi che per il primo ne mandassi qualcuna. Se voi lo farete, le presenterò loro per vostra parte; et questo vi dico sanza burlare, et farete piacere a più di uno vostro amico.

Domani si faranno ’ Dieci, li nomi de’ quali vi manderò per il primo; et così, se altro ci sarà di nuovo.

Èssi scoperto il parentado delle 2 sorelle di Giovambaptista Soderini, una ad Giovanni Manelli, l’altra a Lodovico de’ Nobili. Alla barba vostra.

Mona Marietta è arrabbiata, et non vi vuole scrivere. Non posso fare altro.

Florentiae, die xxvi 9bris 1502.

Frater Blasius

059

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 28 novembre 1502

Nicolao Maclavello, secretario florentino.

Spectabilis vir etc. Niccolò, io ho ricevuto a’ dì passati più tue, alle quali per me non si è resposto per le molte occupationi in le quali sono stato et di presente sono, come puoi stimare; solo mi occorre per la presente significarti, che non ti parta, perché quando fia tempo della licentia, io mi ricorderò di te: et stanne di buona vogla.

In questo mezo scriverrai spesso, ritrahendo di coteste cose il più ti fia possibile come infino ad qui hai facto; di che io, insieme con questi altri Signori, mi tengo satisfactissimo: et quando ti accade cosa alcuna, me lo farai intendere. Bene vale. Ex Palatio, die XXVIII NOVembrIS M.D.II.

Petrus De Soderinis

Vexillifer Iustitiae

060

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 4 dicembre 1502

Viro Nicolao de Maclavellis, mandatario [ ... ] apud illustrissimum ducem etc.

Imolae.

Spectabilis vir, etc. Poi ti scripsi, ho due tue, all’usato gratissime. Alle quali non mi occorre altro che commendarti et confortarti, mentre stai di costà, seguire de’ progressi occorrenti tenermene raguagliato, oltre ad quello scriverai a’ signori dieci. Preterea, che non cessi mantenermi nella gratia di cotesto illustrissimo signore, et io farò diligentia che presto te ne possi tornare. Bene vale. Ex palatio florentino, IIII decembris MDII.

Petrus de Soderinis, vexillifer iustitiae perpetuus populi florentini

061

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 5 dicembre 1502

Egregio viro Nicolao Machiavello horatori fiorentino apud illustrissimum Valentie ducem.

Iesus. Al nome di Dio, a dì v di dicembre 1502.

Honorande frater, etc. Questa per farvi intendere chome io fu’ qui hieri [...]rno, e le chose essere passate del tutto bene e credo samza [ ... ] alcuno, che non solo non ci aremo danno, ma torneremo in su [ ... ] con utile di più che duchati 100 d’oro, e im brieve tempo, ché, secondo ci scrive, Filippo doverrà essere qui co’ ritratti prima che mezzo genaio. E pertanto vorrei mi avisassi, ponendo a Rimini o Pesero le robe nostre, se le sono per venire sichure da quivi a questa via, quale di questi due luoghi giudichate più sicuro al condurle qui.

Amchora vorrei per ogni modo che voi traesse dalla excellentia del duca uno salvochondotto per robe di Piero del Nero e chompagnia e di Filippo Rucellai e chompagnia con una patente che a detto Filippo, el quale sarà conduttore di dette robe, li sia fatto honore e riguardato dove la presenterà innelle terre e luoghi di sua signoria; e mandatemela quanto prima potete, perché credo Filippo sia a questa ora a Rauga, e quivi à comissione da me di fermarsi tanto che io gli mandi questa patente vi domando; e di quella ne piglate chopia pure di mano del suo cancelliere.

A Vinegia io feci piglare li ordini al nostro nipote, chome rimanemo si facessi a Bologna, e ne ho la fede episcopale autentiche. Hora ci resta, quando e’ sia tempo di poterli fare qualche bene, di farlo; e, per essere voi in luogho che sarebbe facile cosa li potessi giovare, ve lo richordo, pure che si spenda pocho oltre alle bolle; e, avendosi a spendere, che noi lo intendiamo, e quanto e in che chosa, imperò che, per via di spendere, egli à uno che gli parrà buono partito; ma, per quello io abia inteso, voi havete chostì Alexandro Spannochi, che è molto vostro e può ogni cosa innel ducha. E per questo noi speriamo che per suo mezzo facciate in questo caso qualche buona opera.

Andrea di Mariotto di Parigino sarà il presemte aportatore; el quale vi rachomando quanto posso, perché è mio amicho. Della causa sua vi raguaglerà lui di bocha. Prieghovi [...] quanto per mia cosa propria. Né altro. Idio vi guardi.

Vostro Totto Machiavelli, im Roma

062

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 7 dicembre 1502

Spectabili viro Nicolao de Malclavellis, mandatario florentino apud Ill.um Ducem Romandiolae.  Imolae.

Niccolò carissimo. Questa sera ho havuto una vostra de’ ii, et resto advisato quanto mi scriviate; et mi piace adsai intendere la buona dispositione di cotesto Signore; della quale io per me non ho mai dubitato, per sapere molto bene quanto la sua Ex.tia sia stata sempre di buona volontà verso la nostra republica, et etiam quanto quella sia stata amata da tutti li huomini che desiderano bene vivere di questa città, et spero a ogni modo habbi ad seguire in tra noi coniunctione di natura che ciascuna delle parti ne farà bene: perché le amicitie ad invicem non possono essere più ad proposito. E se bene noi siamo in parte diminuti dello stato nostro et ancora disordinati et agravati forte dalle superflue spese sopportate anni 9 continui, nientedimancho speriamo (mediante la divina gratia et la diligentia che noi mectereno nel riordinarci) presto potreno essere tali che noi hareno buoni et utili non solamente per le cose nostre proprie, ma etiam potreno fare di quelle che haranno a dare consolatione et piacere ad altri.

Il vescovo di Urbino ne ha molto stretto et in publico et in privato di volere concessione di potere dimorare nel nostro dominio: èssi recusato farlo, et si recuserà et ad lui et ad altri di quello stato di maggior qualità fino che non s’intendessi la mente della Ex.tia di cotesto S.re, perché questa republica è consueta, quando ella volta il viso in una parte, ad procedere con sincerità d’animo et con vera benivolentia in ogni sua actione di momento. Né si troverrà mai con verità, da poi che io sono montato in questo palazo, che si sia o decto o facto alcuna cosa d’altro sapore o tenore che di quanto sopra si dice: et così è la verità: et così potete asseverare meo nomine ad cotesto Ill.mo S.re.

Di quella faccenda di che ne scrivete, per altra vi risponderò in maiori otio.

Io vi scriverrò una lettera in favore di Pagolo Rucellai di Roma per causa di allumi. Benché sia molto calda, non uscirete de’ termini convenienti, et che voi vedrete di non vi havere ad provocare la Ex.tia di cotesto Signore.

Il tornare vostro sarà presto, come desiderate.

Bene valete. Ex palatio florentino, vii Decembris M.D.II.

Petrus de Soderinis Vexillifer Iustitiae perpetuus populi Florentini

063

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 dicembre 1502

Spectabili viro Nicolao de Malclavellis mandatario florentino apud Ill.m Ducem Romandiolae etc.

Spectabilis vir etc. Io ho ricevuto due tua alle quali responderò brevemente, et perché e’ mi pare sia più necessario provederti che altro, ho ordinato di presente ti sia mandato quella somma di denari che tu vedrai: et tu seguirai nello officio tuo di veghiare bene le cose di costà et scrivere spesso, et quando si vedrà che volta habbino preso coteste gente non ti si mancherà di licentia et si ordinerà chi habbi in tuo luogho ad venirvi, havendo disegnato tenere appresso a cotesto Ill.mo Signore uno nostro segno. Tu in questo mezo non mancherai della diligentia, la quale infino ad qui hai usato. Ex Palatio, die xxi Decembris MDII.

Petrus De Soderinis Vexillifer Justitiae

064

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 dicembre 1502

Nicolao Maclavello suo plurimum honorando.

Io vi vorrei scrivere uno guazabuglo di cose, che se io lo facessi vi farei spiritare; però me la passerò di leggieri, et Totto vi raguaglerà della opera che io ho facto col Gonfaloniere, che voi siate provisto; et se la ha havuto buono fine, il provedimento ve lo dimonstra, et della licentia voi vedrete per la alligata quello vi scriva lo ill.mo Gonfaloniere nostro. Bastavi che per le cose vostre ho havuto una buona fortuna, non so come io havessi facto nelle mia; ma io dubito che la mancia vostra non uadi ad sacco, perché qui si grida tra questi cancellieri che voi siate una cheppia, et non facesti mai loro una gentileza. Et io che desidero purgare omni infamia che vi venissi adosso, la riempierò loro alle spese et barba vostra; et andate ad recere, se voi non ve ne contentate, che così ha ad ire. Po’ che la oratione di ser Antonio etc. ha facto sì buona opera ne sono molto lieto, et se voi non mi scrivevate che la vi havessi menato sì bene, io vi mandavo la mia; ma per paura non cachiate il quore, non lo farò, perché sarebbe facile cosa, havendovi quella smosso, che sopradgiungendo quest’altra la vi facessi uno cattivo scherzo, et anche havendola ad operare non me ne voglo sgraticolare.

Messer Federigo Folchi s’è morto, habbiate patientia, et Carlo Bonciani si morì; et se voi farete quella consolatoria qua giù, voi riharete il cambio in costà, perché ci è chi vi ha pensato: hovelo scripto con le lachrime in su li ochi: pure, cacciatevi di drieto questa cura, et lasciate pensarvi a altri, et io vi andrò prevedendo di mano in mano.

Ser Antonio della Valle è impacciato perché m.a Gostanza sua è pregna et quelli sua figluoli dicono non esser suo, et lui se ne dispera; et hannola rimessa ne’ frati di S.to Filice et hanno sodo amendua le parti di starne al iudicato; et l’abate li ha voluto toccare il corpo, et infino ad hora le cose vanno assai bene: intenderete il successo.

Totto è stato meco hoggi 4 hore con una chiachiera serrata, che mi è presso advenuto quel medesimo che a Ser Raphaello quando parla con Luca: pure mi sono in modo adiutato che io ho decto le ragioni mia al pari di lui; ma un’altra volta io mi armerò in modo che io li farò cacare il sangue: e’ mi ragionava di Vinegia et io di Francia, et per questa volta la si posò bene; ma io li decti la giunta in su’ casi di {Lucca,} che vi so dire lo feci stare un’ora trasognato.

Dalla corte non c’è anchora lettere, cioè da monsignore, da una breve letteruza in fuora, da Lione; ma bene c’è hoggi lettere in privato dalla corte proprio, et danno nuove dello adrivare suo là, et dicono esserli stato facto honore grandissimo, et visto tanto volentieri quanto huomo che vi andassi mai: intenderete quello seguirà. Ma io vi expectavo in queste belle stanze ad fare buona cera, et per adventura avanti torniate, chi ambulerà qua et chi là. Dio ci aiuti. Io governo in buona parte questo officio al comando vostro, et così mi vo diguazando, et expectovi, per Dio, con grande desiderio, et non credo vedere l’ora; et M.a Marietta riniega Dio, et parli havere gittato via le carne sua et la roba insieme. Per vostra fé, ordinate che l’abbia le dotte sua come l’altre sua pari, altrimenti non ci si harà patientia.

De’ mogliazi ci si sono facti di nuovo vi ho scripto ad bastanza, et il vostro Albertaccio Corsini è delli Octo nuovi.

Io sono successo ne·luogo vostro, quando questi Dieci fanno certe cenuze, et ser Antonio sta intonato, tal sia di lui; et de cipolle vi ricordo, che, sendo hora al fuoco, mi sono sute ricordate da quelli dua {collegi} parte si vengano ad scaldare; fate voi, {et andate a recere et cazovi ’n culo}. Florentiae, die xxi Decembris MDII.

Frater Blasius

Voi harete inteso come li Savelli ripresono più dì fa certe forteze sute loro occupate dalli Orsini quando perderono lo stato, et il Papa promecte alli Orsini gente et omni altro aiuto; ma per anchora non si è colorito nulla, et coloro sono intrati in possessione: {dubitasi che la cosa non habbi coda.} Vedreno quello seguirà.

065

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 22 dicembre 1502

Nicolao Malclavello, fratri suo honorando.

Cazo v’inculo, ché noi vi mandiano danari et drappo et ciò che voi chiedete, et mona Marietta è disperata, et io ho speso 44 soldi di bianchi della vostra mancia in una taxa per una lettera per Totto vostro a Prospero Colonna. Habbiate patientia, et io mi vi raccomando, et il gonfaloniere mi dice stasera di nuovo vi darà presto licentia. Non altro.

Florentiae, die xxii decembris mdii.

Frater Blasius

Voi sgallinerete pure uno farsetto di questo drappo, tristaccio che voi siate.

066

Pier Francesco di Corbizzo a Niccolò Machiavelli

Castrocaro, 23 dicembre 1502

Magnifico domino Nicolao Machiavello, dignissimo secretario Excellentissimi domini mei [...] florentini Ciesene, maiori meo singularissimo.

Magnifico misser Nicolò mio singularissimo. Ebi risposta de vostra magnificentia, e per quela intendo quanto abiate operato con la excellentia del duca del nostro Salvestro di Boxi e ultima sua volontà, che, faciendo acordo li Boxi con li Naldi, sùbito lo farà extrare de prexone. Il che, in risponsiva a quella di vostra magnificentia, io mando ser Bartolomeo Mazuolo da Bertinoro actinento di li Boxi, prexento exibitore. Esso a boca ne farà intendre quello n’è seguito, che da li Boxi non è mancato e non mancha, et quelo si bixognaria operare per condure tale opra. Prego essa li dia quela indubitata fede, che a mi proprio, con pregando con ogni mie forze e se io debo mai aver gratia, voglia operare in metere tuto el suo favor, a ciò tal acordo si faci, che quelo poverello de Salvestro sia cavato di tanta calamità, ché sta molto male rispecto a questi crudeli fredi, sì che tuto lo riputerò a mi proprio, e per una gratia non potria aver la magiore, e io non posso più pregare. Et, quando li paresse se avesse a fare una previxione più che una altra, lo farà intendre, e tanto si farà. A la quale del continuo me ricomando. In Castracaro, a dì xxiii decembre 1502.

Vostro Piero Francesco de Corbizo

067

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 9 gennaio 1503

Nicolao Maclavello suo plurimum honorando.

Niccolò. Io non so quale sia stato maggiore o il carico che havete del non ci adrivare vostre lettere, o il contento che dipoi si è havuto, visto per queste vostre che siate vivo; perché qui non se ne stava sanza sospecto, veduto che da 8 dì che era seguìto il caso, non ci era vostre lettere, et pure da omni banda et da omni altri ci piovevano li advisi. Adrivò hieri la vostra dell’ultimo di dicembre, scripta in sulla presura di coloro, la quale fu data in quello di Urbino a uno viandante, et quello che voi spacciasti fu svaligiato, et qui non comparse mai. Et la lettera capitò al Borgo ad Giovanni Ridolphi, il quale per tucte sua lettere si rimecteva de’ particulari a voi; et visto quella breve lettera, si immaginò quello che in facto era, cioè che da voi non si era mancato di diligentia, scrivendo queste formali parole, ché s’è portato amorevolmente verso di voi. Le altre vostre del primo et de’ dua sono adrivate hoggi, che siamo a dì 9, et così habbiamo havuto cattiva fortuna in questi vostri advisi di questa cosa, benché di assai luoghi sempre habbiamo havuti li particulari, et assai veri. Doverrete hora poterle mandare più facilmente, havendo più luoghi de’ nostri vicini dove fare scala, et non se ne perdere più, ché, da quella dell’ultimo dì in fuora et queste dua, non ci è capitato altre lettere.

Subito che adrivò hieri quella prima, mandai uno correndo alla Marietta, ad ciò non stessi più sospesa; et hoggi sono stato col signore Domenico Stralli che fa lo officio del dipositario, et hammi promesso di rimborsarmi de li 5 ducati, li quali manderò subito alla Marietta vostra.

Hovi scripto più volte ad questi dì, et datovi molti advisi, et così molte chiachiere. Harò caro intendere se le havete havute. Bene valete.

Florentiae, die viiii Januarii mdiii.

Frater Blasius

067 bis1

Niccolò Machiavelli a Totto Machiavelli

Carissime frater. Sabato fece 8 dì, ti si scrisse, dandoti notizia come e’ ci pareva di pensare di far San Piero in Mercato litigioso, come aúto da messer Baldassarre per simonia perché ’l piovano vechio non volle mai cedere alla renunzia, se non aveva cento ducati da Pèro, e di questo ce ne è tanti testimoni e sí autentici e sí disposti al provare, che se questa cosa si dà in accomandita a chi voglia la golpe, el priore ci ha una speranza grandissima, e crede che sia costì chi ci attenderà. Messesi innanzi messer Piero Accolti o el cardinal di San Piero in Vincula o messer Ferrando Puccietti.

A me pare che tu ti ingegni di torre uomo che non solum sia atto a favorire la causa, ma ancora a spendere di suo, e che dal canto nostro non corra spesa; e piú tosto convenire co lui grassamente, purché e’ titoli una volta rimanghino: dell’altro cose [...] mettile a tuo modo, perché la spesa si lievi da dosso a noi, e che altri [...] colli favori e con la industria e con danari. Dal canto nostro puoi offerire la simonía certa, la contenteza de’ 2/3 de’ padroni, la professione facile, le pruove della simonia vera et autentica, le quali son tutte cose da farci correre un di cotesti cortigiani, che non sogliono attendere ad altro che a simile imprese, quando e’ ne possono avere. E tu sai che per la soddomia, che è causa piú ingiusta, sono molti che hanno e’ benefizii litigiosi, et assai li hanno perduti. È costì messer Giovanni delli Albizi, che è uomo d’animo: penserai se a questo tu potessi valertene in cosa alcuna. Nicolò nostro ci farà tutti quelli favori che saranno possibili, e parli mill’anni vedere el fummo di questo fuoco. Le altre letere si mandorno per la via dello ’mbasciatore, et arai ricevuto la cifera, con la quale ora ti scrivo. Di nuovo ti ricordo el mettere in questa impresa uomo che spenda et abbi favori da sé. Vale.

067 bis2

Niccolò Machiavelli ad Antonio Giacomini Tebalducci

Firenze, 19 maggio 1503.

Magnifico viro Antonio Tebalduccio dignitissimo generali Commissario Cascinae et benefactori suo precipuo.

Magnifice vir. Bastiano da Castiglione, presente apportatore, et uno delle lancie spezate deputate da questi Signori, è mio amico, et ha voluto che io ve lo raccomandi. Io lo ho fatto volentieri, perché so che voi etiam lo amerete quando arete facto esperienza di lui; né ha voluto che io vi scriva altro, sed non che io vi preghi che voi lo adoperiate et mettiate ad quelli periculi et fazzioni che occorreranno: et da le opere sua vuole essere giudicato, et io di tanto vi priego, raccomandandomi ad voi infinitissime volte.

Die xviiii maii MDIII.

Vostro deditissimus Niccolò Machiavegli,

Cancellieri in Firenze.

068

Lodovico di Niccolò Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 30 ottobre 1503

Spectabili viro, domino Nicholò di messer Bernardo Machiavelli, in Roma, amicho karissimo.

Ihesus, addì 30 d’ottobre 1503.

Spetabili viro, etc. E’ non m’è achaduto, dipoi la partita vostra di qui, lo schrivervi, e la chagione di questa si è, chome intenderete per la lettera de’ nostri signori Dieci, egli è suto preso chostì da chotesti Orsini e, per quanto intendo, è ne le mani del signiore Giulio el mio fratello charnale Guglielmo di Nicholò Bonachorsi, già chontarolo del signiore ducha e vostro chonoscente pe’ tenpi pasati. Di che, vi voglio preghare, per l’amicitia avete a me, insieme operare chon gli amici vostri e chosì cho’ reverendisimi nostri chardinali e altri nostri amici che chostì sono, a chui abiamo più lettere di favore, che sono intercluse in questa vostra, preghandovi che, per mezo d’essi e chon l’usata vostra prudenzia, vogliate adoperare s’abbi la liberazione di detto Ghuglielmo: a la quale e lui e tutti noi altri frategli ve ne restereno obrighatisimi in senpiterno, senpre parati a’ piacer’ vostri. Et, sanza fare altre proferte, a voi mi rachomando. Non vi sarà grave darmi aviso l’openione n’avete, adirizando le lettere a’ signiori Dieci; e ne sarà fatto buono servigio. Christo di male vi ghuardi. Vostro

Lodovicho di Nicholò Bonachorssi, in Firenze

069

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 2 novembre 1503

N. Maclavello secretario fiorentino Romae suo maxime honorando.

In casa il R.mo Cardinale de’ Soderini.

Spectabilis vir etc. Questa mattina ho ricevuto la vostra de’ xxx per le mani di Nicolò del Bene dal quale si è havuto lo adviso della nuova electione del Pontifice, che a Dio piacci sia secondo el desiderio et bisogno non solo nostro, che lo sapete ad punto, ma di tutta Italia: et èmmi suto grato havere inteso la ricevuta delle mia dua. Et perché voi monstrate desiderio intendere quello sia successo del caso del {Godi} anchora che io dubiti non mi trattiate come quello della paglia quando era a Saminiato, pure ve lo dirò: {colui con grande demonstratione è stato preso et più dì sostenuto in camera del capitano et dua dì fa è stato libero sanza lesione alcuna: là universalmente la cosa non poteva dispiacere più et se ne faceva romore grande {in modo che} lo amico ha fuggito le mosse, ma non ha {havuto grado alcuno et forse si pente di tale imprese}. Et per hora la cosa ha havuto il fine suo, et, secondo si iudicava, buono.

Le vostre alligate alla mia le detti a Niccolò il quale volse li legessi la vostra, et hanno havuto optimo ricapito: voi havete posto l’ochiolino in su quelli pochi danari de’ salvocondotti: sia nel nome di Dio, voi sarete satisfacto et li altri si gratteranno il culo; et la vostra buona fortuna vince omni dificultà.

Io suplisco al tutto alla provincia nostra {et lo amico se ne passa di leggieri} et per infino ad hora la cosa va molto quieta et d’accordo; et chi governa lo uficio si chiama infino ad hora satisfacto: non mi scrivete di questo niente.

La Marietta per anchora non ha partorito; et se non che il mio fanciullo è stato malissimo et anchora non leva capo dal primaccio vi harei mandato la donna: andravi subito potrà et di tutto sarete advisato.

Perché vi s’è scripto copiosamente tutto quello che è occorso, per la presente non vi dirò altro. Raccomandomi a voi et vi prego quanto so et posso mi raccomandiate al mio r.mo patrone: et ricordovelo ad ciò non facciate all’usato, et il desiderio mio di che più volte vi ho parlato anchora vi sia ad mente: et ricordatevi delli amici vostri.

Florentiae, die ii Novembris Mdiii.

Uti frater Blasius

070

Angelo Tucci a Niccolò Machiavelli

Firenze, 8 novembre 1503

Spectabili viro Niccolao de Machiavellis, secretario et mandatario florentino Rome etc.  Rome.

Spectabilis vir, etc. In questa sarà una lettera diritta al reverendissimo cardinale de’ Soderini ad instantia di frate Raffaello di Francesco Tucci, frate observante di san Francesco; per la quale si ricercha che sua signoria sia mezo a fare dare dalla sanctità del papa la auctorità episcopali al prefato frate Raphaello; et, come si scrive al detto reverendissimo cardinale, crediamo basterebbe solamente el sì a bocha sanza fare altra spesa. Et però mi sarà grato ricordiate questa cosa a sua signoria et che veggiate che, potendosi haverla sanza spesa, si facci, ché ne farete anche cosa grata al magnifico nostro gonfaloniere: et, quanto prima si può, né aspetto risposta. Nec alia. Bene valete.

Die viii novembris 1503.

Angelus Tuccius,

unus ex magistris Dominorum

071

Battista Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 9 novembre 1503

Egregio viro Nicolao Machiavello reipublice florentine oratori honorando. Rome.

Egregie orator etc., compare mio honorando. Voi havete avuto uno bello et visto figliuolo, el quale questo dì s’è baptezato honorevolemente, come richiegono le qualità vostre. Che Dio ce lo preservi di buona mente et di corpo valido. Per questa m’occorre poco che dire: so che Totto v’à dato utimamente informatione di dua badie; l’una si chiama Sancto Zeno che è in Pisa et è del vescovo di Pistoia et è dell’ordine di Camaldoli, rende l’anno fiorini cento d’oro: l’autra si chiama Sancto Giusto, pure dell’ordine di Camaldoli, diocesi volterrana, e del medesimo vescovo di Pistoia. Quando dètti questo aviso a Totto, non dissi che v’avisasse che voi avertissi che San Giusto era del cardinale de’ Medici, et che credevo che ’l Cardinale quando glene dètte, s’avesse servato el rigresso, et così credo. Dannovisi questi svisi perché è d’età d’anni 64. Et in fecto è suo anche Sancto Pagolo di Firenze: rende f. 120 d’oro: credo che ’l cardinale detto v’abia rigresso. Per una altra mia vi dètti aviso di Sancto Pulinari qui di Firemze, el quale è di messer Isac figluolo dell’Argirolopo greco: era familiare di Sancto Cremente; so cerchava farne partito; replicolo, se non avessi avuto la lettera.

Hogi ho avuto informatione d’una pieve che si chiama Sancto Piero a·sSillano, diocesi volterrana, che rende più di f. 100: è el prete vechio d’anni sessanta otto o più: sono patroni e frati di Badia, che si diroga facilmente a’ religiosi: ha nome el recttore dono Andrea. Per hora non ho circha a questo altro che dirvi. Racomandatemi al Minerbetto. Vorrei m’avisassi se è vero ch’el nostro arcivescovo habia facto partito o sia per fare dello arcivescovado et in chi.

Die 9 Novembris 1503.

Vostro parente

Baptista in Firenze

072

Luca Ugolini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 11 novembre 1503

Spectabili viro Nicholao de Machiavellis, secretario et mandatario florentino. Romae.

Ihesus, a dì 11 di novembre 1503.

Compare charissimo. Profitio, et veramente mona Marietta vostra non v ’à inghannato, ché tutto sputato vi somigla: Lionardo da Vinci non farebbe ritratto meglo.

Compare, le mie lettere dovectono fare pocho frutto, o forse rimasono in sulla chassa. Dubito che lo ’ntenerire facesti cholla chomare non le mettessi in oblivione. Insomma, io non ho né da voi né da monsignor de’ Pucci né da messer Giorgio havuto risposta. Prego mi rispondiate uno verso chome la fanno e se vicitasti messer Lorenzo Pucci e chosì se havete visto messer Giorgio. Se non lo fate, dirò che siate uno compare o volete di pagla o volete di chazzo, et farenvi il simile dalle bande di qua anche a’ chasi vostri, e le lectere e ogn’altra chosa andrà a traverso. Doverresti per uno centesimo d’ora póre le girandole e’ mulini da chanto e darvi agli amici, maxime a chi ha dato la fede a chi n’haveva bisogno.

I’ ò scripto a messer Giorgio mio che, quando scrive, vi dia le lettere, che verranno salve, e sarà chiaro non andranno in chancelleria; et voi anchora, quando lo vedete, gli richordate el fare bene e scrivere spesso; e, schadendoli e favori vostri, tractatelo da amicho.

Questo humido già ha ingrossate le fave et ristretto e buchi, di natura che qui s’arma lenni dalla cintola in giù con uno diamitro chondecente. Havete passata una gram fortuna, trovandoti chostì.

Compare, a voi mi rachomando. E degnateci. Vostrissimo

Lucha Ugholini, capitano

073

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 15 novembre 1503

Nicolao Maclavello secretario florentino Romae suo honorando.

Niccolò. Elli è comparsa questa mattina la resposta vostra alla nostra delli 8, spacciata ad posta per le cose di Romagna, dove voi discorrete coteste cose lungamente, et maxime di quello si possa sperare costà, che in facto saranno provisioni da fare poco frutto. Et qui si è facto tutto il possibile, et pare a ogniuno che qui la città, oltre allo interesse suo, habbi anchora operato in beneficio di cotesta s.ta Sede, tanto da haverne qualche grado. Et presto si vedrà che Vinitiani non fanno questo per odio del Duca, ma per loro sfrenata cupidità et ambitione, etc.

Io non voglio mancare di farvi intendere in privato anchora, benché per la nostra di hieri lo harete possuto vedere, che {qui è tanto in odio cotesto nome solo del Duca, che ogni volta che gli è ricordato in una lettera, non pare che vi possi essere cosa più accetta. Et vogliovi dare questo segnio di questa cosa: che, proponendosi ieri per via di parere ne li Ottanta et buon numero di cittadini, se si haveva ad dare il salvacondotto o non, quelli che non volevano furono circa novanta, et quelli del sì circa venti. Et qui} è ferma oppinione che {il Papa voglia levarselo presto dinanzi, et ad questo fine dica di mandarlo in Romagnia et non per altro; et voi ne lo universale ne siate uccellato,} scrivendo ora {di lui gagliardo. Né è chi manchi di credere che voi ancora vogliate cercare di qualche mancia, che non è per riuscirvi,} perché qui non bisogna {ragionarne} ma sì bene di qualche cosa che {gli havessi ad nuocere.} Hovi voluto fare intendere questo ad vostra informatione.

Il vostro figluolo et la Marietta sta bene, et così tutti li altri vostri, et qua vi desiderano. Pregovi che venendovi alle mani una plasma, ma vorrei fussi piccola, la togliate ad mia instantia, et io rimborserò chi ordinerete: io non vi scrivo questo, perché creda ne habbiate ad usare una minima diligentia, ma perché io non sono chiaro anchora ad facto di voi, et sono un pazo. Florentiae, die 15 Novembris 1503.

Frater Blasius

 

Noi operreno che quello tatto sia di qualità da haverne honore, non dubitate; ma pare uno corbachino, si è nero.

074

Piero di Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

Firenze, 16 novembre 1503

Egregio viro Nicolao Maclavello, secretario ac mandatario florentino Romae, apud pontificem maximum. Romae.

 

Tanquam fili karissime. Dispiacemi assai la mala vostra contentezza, ma pocho mancho o molto più la causa d’essa. E a conforto vostro io vi dicho che io, che non sono mai uscito dalle mani della mamma (che sono 4 anni ch’ella morì), che, se quelle volte che io ò parlato, mangiato, dormito con morbati, 20 volte sarei morto. Verèbemi voglia di dire che voi non fusse Nicholò, essendovi in tanto prosternato et invilito per una chosa che aviene a ogn’omo 100 volte in vita. In e chasi simili, chi è più diligiente fa uno pocho di purghagione achomodate, et poi vi pensa tanto quanto basta. Non vorrei, in vostro servigio, Totto m’avessi mostrata la vostra, né anchor voi aresti voluto; ma lui à facto l’uficio in questo di savio, a fine che io possa amonirvi chome si conviene, ché avete aùto uno figliuolo, che a me in questo anno possa avenire non credo chosa, non sendo di molto peso, m’abi a turbare, ché non fu mai il più bello naccherino, né il più vivo. Moteggio con voi, che n’avete bisogno, et fate che io non habi a dire chome disse Cesare ad Dolobella: bellum profecto consulum haberemus, etc. Fate d’essere huomo. La Marietta sta benissimo né le mancha o mancherà nulla. Né per questa altro. Idio vi ghuardi.

In Firenze, a dì xvi di novembre 1503.

Vostro Piero Francesco del Nero

075

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 17 novembre 1503

Egregio viro Nicolao Machiavello, secretario ac mandatario florentino apud pontificem maximum. Rome.

Ihesus. Al nome di Dio a dì xvii di novembre 1503.

Honorande frater, etc. Hiarsera ebbi una vostra, per la quale io ò inteso da voi el pericholo in che siate stato, che invero non si può dire che non sia stato grande. Nondimeno, questi sono chasi che, innel conversare con gli altri huomini, avengono ogni anno qualche volta a chi va atorno; e, se a voi non è avenuto più, avete grande ventura. Ma io vi fo intemdere che l’anno passato a Vinega innelle medesime barche fumo più volte persone insieme, che infra 3 o 4 dì poi si morirono di peste. E che più? E nostri govani, che sono al paese di Levante, passono a ogni hora di Pera in Gostantinopoli con le medesime barche, che passono e morti di morbo, e in fatto fatto a qualcuno s’apicha e muore, ma de’ 10 anni un tratto ne muore uno de’ nostri merchanti, che in tanto tempo vi sono passati parechi miglaia di volte, e pertamto non ne fanno riguardo veruno. Ma per questo io non dicho che non sia bene riguardarsi, ma non si disperare però d’un chaso che avenga chome è avenuto a voi, ma stare di buono animo, e fare pensiero di non avere per nessuno modo avere male: e chi fa a questo modo e riguardasi, per nessuno modo è da pensare che gli abia male veruno. E però state di buono animo, ché lo invilire è chosa da fanciulli o da donne.

Né altro. Idio vi guardi.

Vostro Totto, im Firemze

076

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 17 novembre 1503

Spectabili viro Nicolao de Machiavellis secretario florentino apud summum Pontificem.

Spectabilis vir etc. Alle tue ultime non farò altra risposta se non che continui, come per altra ti dissi, giorno per giorno, che mi fia oltre a modo grato, et più particularmente puoi delle cose del Reame, et sappi ti farai honore di qua. Bene vale. Ex palatio fiorentino, die xvii Novembris MD.III.

Petrus de Soderinis

Vexillifer Justitiae populi fiorentini

077

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 17 novembre 1503

Nicolao Maclavello secretario florentino Romae, suo honorando. 

Romae.

Questa mattina ho ricevuto la vostra delli xi, col postscripto de’ xiii, che dovesti ricordarvi di me ad punto quando andavate al cesso, poiché voi la trovasti tra li scartafacci, cercando di qualcosa per uno paragone, a l’usato; et basti.

Voi doverresti essere chiaro che nelle cose che vi importano, io non le ho altrimenti mai havuto ad quore che le mie proprie. Et però, se vi scripsi del fanciulo mastio, vi scripsi la verità; et di più vi dico che la Marietta l’à dato ad balia qui in Firenze; et lui et lei sta bene, gratia di Dio. Vero è che la vive con grandissima passione di questa vostra absentia; né vi è remedio. Et quando la Lessandra potrà andarvi, non ne mancherà, che pure domenica vi fu. Et lei et io pensiamo sempre ad farvi piacere. Così pensassi voi ad me.

Io vi scripsi ultimamente, non mi ricordo già del dì, tutto quello mi occorreva, che vi fu qualcosa da haverlo caro. Se voi harete facto all’usato, non lo harete letto. Vostro danno. Né io vi scrivo con altro animo. Dal canto mio non si mancherà mai del debito, benché alle volte mi adiri, et ad ragione.

Piaceràmi habbiate aggiunto alla lettera mia al Cardinale quello dite: di che ne dubito; non dubito già della ricevuta, perché ne ho da lui resposta. Voi sapete il desiderio mio; et buscando per voi, ricordatevi che io sono qui in tanta fatica et servitù quanto posso, con quello emolumento vi è noto.

Li ambasciatori per costì s’apprestano, et hanno il tempo assignato tutto dì 25 di questo. Et Niccolò Valori anchora presto ne andrà in Francia.

Erami scordato respondere alla domanda vostra delli altri compari, che furono messer Batista Machiavelli, messer Marcello, Lodovico, il capitano Domenico et io, di bella brigata; et demovi tutti grossi nuovi. Bene valete. Florentiae, die xvii Novembris mdiii.

Uti frater Bl.

078

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 novembre 1503

Egregio viro Nicholao Machiavello secretario ac mandatario florentino apud Pontificem maximum.

Al nome di Dio, a dì xxi di Novembre 1503.

Honorande frater etc. Dipoi ebbi la vostra de’ 13 non ò da voi lettere; non ò anchora inteso voi aviate scritto in altri: pertanto con desiderio aspetto aviso da voi, e chome per altra vi ò detto, se voi volete che io vemgha costà, avisate, che non arò rispetto a morbo né a chosa veruna e sarò sempre a’ vostri bisogni.

Vi debbe essere stato scritto chome Piero del Nero è stato fatto de’ Dieci, che è chosa molto a proposito vostro, e anchora è stato tratto de’ 6 della merchatantia; e sono dua mesi e non più che si levò da spechio, sì che vedete se gli è riuscito quello voi stimavate se si levava da spechio.

Per altre circha a’ beneficii dove si avesse a fare riserba vi dicemo abastanza circha a quello si poteva avisarvi insino a ora, e M. Batista dice sarebbe una ottima chosa avere una aspettativa per la somma di fiorini 500 o 600 in questi dua veschovadi, coè Firenze e Fiesole.

Anchora si intende che il veschovado di Pesero l’à auto M. Simone Rucellai, e per questo il suo chanonichato viene a vachare perché è di quelli del papa. Poterete intendere se il pontefice l’à servato a sé, e vedere se vi pare da farne impresa.

Né altro. Idio vi guardi.

Vostro Totto Machiavelli in Firenze

079

[Angelo Tucci] a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 novembre 1503

Machiavello mandatario fiorentino. Rome.

Nicolò mio. Voi intenderete per le publiche in che termine si reduchino le cose di Romagna, et dallo exemplo di Faenza si può facilmente fare iuditio de l’altre cose, e ogni altro luogo farà meno retta che non à facto Faenza. Noi ne abbiàno pagato più che il debito et con favorirle e tenerle vive e preservarle, et chi doveva e posseva tenerne più cura, non à facto e si può credere non abbi a fare altrimenti del restante, in modo che noi siano per essere più savi per l’avenire e imparare d’altri e fare più tosto di aquistare qualche grado con chi diventa grande, che di opporci noi soli, etc. Che sucesso ne abbi a seguire, si indicherà dagli effetti.

Noi non possiàno credere che queste cose non procedino di conscientia et consentimento del pontefice, sì per non vederlo niente risentire in facto, come per non potere credere che Vinitiani procedessino tanto scopertamente e senza alcuno colore a occupare quello della Chiesa; e però è bene vedere di scoprire questa parte e non restare di farsi intendere et mostrare che noi, non vedendo altro provedimento, ci ingegnereno a non essere li ultimi e aquistare grado di questi progressi, poiché altro rimedio non abbiàno.

Delle cose de’ Franzesi stiamo con desiderio intendere e progressi: e quali anche doveranno voler riparare a tale dì a questi disordini, che non potranno; e vedranno come sieno per tenere le cose di Lonbardia, quando Romagna sia in mano de’ Vinitiani, e crederanno alla experientia quello che non ànno voluto credere alle ragioni, ché non solamente non ci ànno volsuto pensare, ma, a ciò che noi non ci possiàno obviare per noi medesimi, ne ànno menato le gente d’arme nostre; le quali se fussino state da queste bande, indubitatamente non seguiva tanto inconveniente. Insomma, questa Italia si riduce a discretione, etc. e noi ne abbiàno per ogni via pagato el debito, né possiàno sostenere el cielo con le spalle. Fàllo bene intendere dove bisogna, e maxime che a questa cosa bisogna altro rimedio che noi fareno, perché e Vinitiani saranno prima signori di tutta Romagna et in meno tempo che non ànno messo e Franzesi a passare el Garigliano. Tu se’ prudente, etc. Vale.

Florentia, die 21 novembris 1503.

080

Marietta Corsini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 24 novembre 1503

Spectabili viro Nicholò di Messer Bernardo Machiavelli. In Roma.

Al nome di Dio a dì 24.

Carissimo Nicholò mio. Voi mi dilegiate ma non n’avete ragione, ché più rigollio arei se voi fussi qui: voi che sapete bene chome io sto lieta quando voi non siete qua giù; e tanto più ora che m’è stato detto chostassù è si gran morbo, pensate chome io sto chontenta, che e’ non trovo riposo né dì né note. Questa è la letizia ch’i’ ò del bambino. Però vi prego mi mandiate letere un poco più speso che voi non fate, ché non ò aute se non tre. Non vi maravigliate se io non v’ò scripto, perché e’ non ò potuto, ch’ò auto la febre insino a ora: non sono adirata. Per ora el bambino sta bene, somiglia voi: è bianco chome la neve, ma gl’à el capo che pare veluto nero, et è peloso chome voi; e da che somiglia voi, parmi bello; et è visto che pare che sia stato un ano al mondo; et aperse li ochi che non era nato, e mese a romore tuta la casa. Ma la bambina si sente male. Ricordovi el tornare. Non altro. Iddio sia co’ voi, e guardevi.

Mandovi farseto e dua camice e dua fazoleti e uno sciugatoio, che vi ci cucio.

Vostra Marieta in Firenze

081

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 4 dicembre 1503

Nicolao Maclavello mandatario et secretario florentino tanquam fratri honorando. Romae.

Compare honorando. Questa mattina ho ricevuto dua vostre de’ 29 et 30 et mi maraviglio non habbiate ricevuto mie lettere da’ 21 in qua, che pure vi ho scripto dua o 3 volte et ultimamente per le mani di Bolognino, quale venne in costà con danari del Re; la quale mi sarà caro intendere habbiate ricevuto, perché per vostro amore ne desidero resposta, ad ciò si mitigassi il S.re Agnolo Tucci, il quale, come per quella harete visto, era alterato gravissimamente contro di voi, per non li havere mai resposto, che dice havervene facto scrivere dal Gonfaloniere et da quanti cancellieri è in questo Palazo. Scripsivi qualcuna delle parole che in presentia di tutti ’ S.ri haveva usato contro di voi, che invero furono di mala natura: {tutti li altri Signori} stettano ad udire, che chi per una passione et chi per un’altra non si hebbono per male; et alla tornata vostra vi ragguaglierò di cose che non le iudico da scrivere; bastivi che ci è di maligni cervelli, et a chi dispiace scriviate bene del Volterra et a chi un’altra cosa; et così altri con poco suo grado si affatica et con mettervi del suo. * Se voi fussi stato presente alla resposta, haresti iudicato vi amo più che me medesimo: non mi sforzerò già di persuadervelo altrimenti perché un dì harete tanti riscontri di questo, che lo crederrete et forse userete verso di me altri termini non havere facto fino qui; et dove io possa farvi honore, o di parole o di fatti, sanza respecto la do per il mezo: né sono per murarmi mai di questo animo, anchora che poco vi possa fare.

Chi vi scrive che troviate altro exercitio, non vi vuole bene; perché io non veggo altro pericolo ne’ casi nostri che il consueto. Il Vespuccio una volta ha carpito il tordo, che buon pro li facci, et anche a noi altri se ci riuscirà. Credo habbiate speso assai et spendiate anchora: non so già come qui habbiate ad esserne satisfacto. Una volta li ambasciatori verranno fra 4 o 5 dì et voi harete subito licenzia; et io non so per anchora niente di venire, né qui si pensa a questo. Verranno honorevolissimamente ad ordine et maxime il Girolamo et Matheo Strozi che si fanno vesti et altre cose sumptuosissime: et credo hareno honore, et se havete havuto voglia divenire costà, credo vi costerà qualcosa; se già certo indizio che mi è venuto alli orechi non vi avviso {perché intendo che il Gonfaloniere pensa mandarvi con Roano verso Alamagnia, per essere là a questo loro parlamento}. Se fa per voi, bene quidem, se no, ordinate li defensori; {ma questo sia secreto, che mi faresti danno assai}.

La Marietta non ha possuto fino qui scrivere per essere stata im parto credo lo farà per lo advenire, et pure hieri vi andò la Lessandra; et per Dio non è possibile farla acquiescere che stia in pace.

Duolmi delli affanni vostri et a Lodovico Morelli farò l’ambasciata. Sarà in una poliza in questa quello desideri per il fratello quello de’ Tucci, et dice che, spendendo, vi rimborserà. Pregovi ne riscriviate una sola parola. Bene valete.

Florentiae, die 4 Decembris mdiii.

Frater Blasius

 

Nicolò vostro dice non vi scrive per non vi dare noia, ché ha raguagliato Totto vostro, et li casi sua non vi ricorda.

082

Niccolò Machiavelli ad Agnolo Tucci

[Roma, novembre-dicembre 1503]

Magnifice vir etc. Ho ricevuta la vostra de’ 21 anchora che io non intenda la soscriptione, ma parmi riconosciervi alla mano et alle parole; pure, quando m’ingannassi, el risponderne ad voi non sarà male allogato né fuora di proposito. Voi mostrate el periculo che porta el resto di Romagna, sendo perduta Faenza; accennate che vi bisogna pensare a’ casi vostri, non si provedendo altrimenti per chi può, o doverebbe; dubitate che ’l Papa non ci sia consentiente; sete in aria nello evento delle cose franzesi; ricordate che si ricordi et che si solleciti etc. Et benché tutte queste medesime cose mi sieno sute scripte dal publico, et che si sia risposto sì largamente che voi in su lo scrivere facto vi potete consigliare, tamen per non manchare dello ofitio anchora con voi, havendomene invitato, vi replicherò el medesimo; et parlerò in vulgare, se io havessi parlato con l’Ofitio in gramaticha, che non mel pare havere facto.

Voi vorresti una volta che ’l Papa et Roano rimediassino a’ casi di Romagna con altro che con parole, giudicando che le non bastino a’ fatti che fanno et hanno facto e Vinitiani, et ci havere facto sollecitare l’uno et l’altro in quello modo che voi sapete, di che ne son nate quelle resolutioni che vi si sono scripte, perché el Papa spera che Vinitiani habbino ad compiacerlo, et Roano crede o con pace o con tregua o con vittoria essere a·ttempo ad ricorreggiere; et stanno ciascun di loro sì fixi in su queste opinioni, che non vogliono porgere horechio ad nessun che ricordi loro alcuna cosa fuora di questo. Et perciò vi si può fare questa conclusione: che di qua voi non aspettiate né genti né danari, ma solo qualche breve o lettera o ambasciata monitoria, le quali fieno anche più et meno galiarde che saranno più o meno potenti e rispetti che debba havere el Papa o Francia. E quali quanto e’ possino o debbino essere, voi lo potete giudicare benissimo, guardando Italia in viso, et pensare dipoi a’ casi vostri, veduto et examinato quello che si può fare per altri in securtà vostra, et inteso quello che si può sperare di qua; perché, quanto ad quello che si può sperare al presente, non si può più replicarlo, ché io lo ho già detto. Soggiugnerò solo questo: che se altri ricercha da Roano o le vostre genti, o potersi servire di Gianpaulo, bisogna mostrare di volerle, o per difendere lo Stato vostro (et di questo non se li può ragionare, ché si altera come un diavolo, chiamando in testimonio Iddio et li huomini che è per mettersi l’arme lui, quando alcuno vi torcessi un pelo), o per volere aiutare che Romagna non pericliti; et ad questo pensa essere a·ttempo, come è detto. Questo è in substanza quello che vi si può scrivere delle cose di qua, né credo per chi vi ha ad scrivere el vero vi si possa scrivere altro.

083

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Roma, 27 gennaio 1504

Spectabili viro, domino Nicolao Malchiavello, compatri nostro carissimo Franciscus de Soderinis tituli Sancte Susanne presbiter Cardinalis Volaterranus.

Spectabilis vir, amice nostre carissime. Havemo recepute le vostre, che ce sono state molto grate et de li advisi vi ringratiamo, confortandovi a continuare, perché non ce potresti fare magiore piacere. Il disegno che ce haveti mandato, assai ce piace. Bene valete. Rome, xxvii. MDIIII.

Non habiamo tempo di respondere alle parti: alias in maiori ocio. Bene valete et Marcellum saluta.

Compater Franciscus de Soderinis, cardinalis vulterranus

084

Giorgio dell’Antella a Niccolò Machiavelli

Roma, 20 aprile 1504

Domino Niccholò di messer Bernardo Machiavelli, in Firenze.

Addì xx d’aprile 1504.

Carissimo Niccolò. Io ho la vostra de’ 13 di questo e altra dell’arcidiachano e del nostro messer Batista Machiavelli, contenente tutte d’una medesima materia, e chon esse una della casa vostra a monsignore reverendissimo, al quale prima che questa mattina non l’ò possuta dare, per essere sua signoria stato in questi dì a piacere. Presenta’liene, come vi dicho, e lui, vistola, mi rispose essere chontentissimo di far quanto voi altri desideravi e che fino a ora nonn·à preso alchun partito del benifizio, per averlo tenuto a stanza della chasa vostra, dapoi che è suto in sua potestà el poterne disporre. Siamo rimasti che della proxima settimana si farà fare la supricatione e tutt’altro, sechondo la informazione che n’à data messer Francesco Minerbetti. Attenderocci volentieri e chon diligenzia, e, spedita che fia del tutto, ve la manderò. E in che altro posso son parato a’ piaceri vostri, e a voi non sarà faticha dire a messer Batista che altrimenti non rispondo alla sua per non li avere a dire altro che in questa si chontengha. E a voi e a·llui mi rachomando. Che Iddio vi guardi.

Vostro G.° dell’Antella, in Roma

085

V. a Niccolò Machiavelli

Roma, 24 aprile 1504

Egregio domino Nicholao Maclavello honorando etc.

Ihesus, a dì xxiiii d’aprile 1504.

Nicholò mio caro. Io ho a fare risposta a dua vostre de’ 13 et 20, et per ora sarò brieve, ché, partendo questo fante per Lione, m’è paruto farvi un verso et tempo non mi avanza.

E’ non fu a tempo la lettera de’ 13, per la quale mi ordinavi che io parlassi col Bertolino, perché io la trovai in Roma venerdì, venendo da Bracciano; nel quale dì trovai Leonardo poco fuori di Roma, che cavalcava in costà, in modo che non se li parlò, etc.: et, se in simil causa ho a fare altro, ditemelo.

Le lettere al cardinale di Volterra si son date oggi in mano di messer Ramondo.

Piaciuto m’è di quelle stanze, che voi dite havere fatte; et, se non fussi che lo scrivere è pure fastidioso et a voi, per le continue faccende, incomodo et maxime nelle chiachiere, giudicherei havessi fatto bene a mandarmele senza musica. Riserberenci a la voce viva et a la ribeca.

Al Serristoro vi ho raccomandato, et è tutto vostro: mai sì, che io volgo largo, et maxime ne’ ragionamenti disputativi. Raccomandatemi agli amici tutti. Dio vi ghuardi. Per

vostro V. in Roma

086

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Roma, 29 maggio 1504

Spectabili viro Nicolao de Malchiavellis compatri nostro carissimo.

F. de Soderinis tituli S.te Susanne presbiter Cardinalis Volaterranus.

Compater carissime. Habiamo visto cum assai piacere la vostra de’ 24, né bisogna circa il comparatico ce diciati altro, perché voremo fare per voi altre demonstratione, et speramo anche un dì poterle fare.

Non ve excusati su altri del non ce scrivere; ma sapiati le vostre ce sono gratissime, maxime in questi tempi che se desiderano avisi distincti et veri.

La scusa de l’ordinanza non è bona in re tam necessaria et salubri: né si pò suspettare de vi, que non paretur ad commodum privatum sed publicum: non restate, ché forsi un dì serà data la gratia che non se dà l’altro.

Hareti costì Aloys d’Ars, che torna in Franza: rescaldatilo, ché quelle cose ne hanno bisogno, maxime se li apparechii de’ quali se minaccia andassero inanzi, facendo bene intendere che chi vole venire a la extremità se inzegna a nettare tutto il camino di meno; et chi considera bene, troverà che la inimicicia non è cum voi, ma cum loro.

Benché se dicano et minacciano molte cose, non di meno se crede siano più presto diversione che altro, et se crede non habiati havere tale impedimento, che volendo fare il debito vivamente non possiati sforzare Pisa, essendo redutta al termine che è. Fati pur de non manchare a voi medesimi.

Li portamenti de’ vicini non hanno bisogno de aruspici per interpretarli: pare sia necessario havere patientia per non fare pezo, ma recordarsene al tempo: et certamente ne li stati et ne le republice la troppo patientia dà animo a’ tristi, dovunque si trovono et qualunque siano.

Bene valete, et sapiati essere amato a nobis unite. Rome, xxix Maij mdiiii

087

Niccolò Machiavelli a Giovanni Ridolfi

Firenze, 1 giugno 1504

Magnifico generali commissario in Romandiola Joanni Rodulfo patrono suo.

Castrocaro.

Magnifice vir. Io mi riserberò a scrivervi, quando ci sarà cosa di momento, e che il publico non ve ne advisi. Qui è nuova come a’ 25 del passato Bartolomeo d’Alviano partì da Napoli con 250 huomini d’arme et 3 mila fanti, e ne viene alla volta di Roma per scendere in Toscana et assaltare Firenze: e dice che è ordine di Consalvo, per mutare questo stato e condurre Toscana a divotione di Spagna. Giudicasi che Danesi e Luchesi concorrino a questa cosa, e ci mettino de’ loro danari; e se ne vede segni da non dubitarne.

Giudicasi questa cosa variamente. Chi crede siano spaventachi, e chi crede che sia vero. Tuttavolta la tiene la città sospesa, e non si delibera a fare la impresa di Pisa, come la farebbe, se non fussi questo rispetto. Ma quando bene Bartolomeo venissi qua, e qui si tenessi el capo fermo, non sono genti da far male, massime se e’ verrà in Lombardia gente franzese per tutto questo mese, come scrive Nicolò Valori.

L’impresa di Librafratta riuscì prospera, e Antonio Giacomini promette la vittoria certa quando si vadia innanzi. Credo vi addormenterete, o per temer troppo o per non poter più. Valete.

Florentie, die prima Junii 1504.

vester Niccolò Machiavegli cancel.

088

Bartolomeo Vespucci a Niccolò Machiavelli

Padova, 4 giugno 1504

Egregio viro D. Niccolao Maclavello, cancellario populi florentini uti plurimum honorando.

Florentiae.

 

Bartholomeus Vespuccius Niccolao Maclavello salutem. Litteris tuis perquam suavissimis acceptis, quantam oppido letitiam animo conceperim, vix lingua exprimere aut calamo exharare valeo: tua namque omnibus nota humanitas in illis solis luce clarior apparet, ornatus, lepores salesque non desiderantur, adeo quod his perlectis responsum dare cum voluerim, lingua obmutire, calamus hebescere, manus vero torpescere ceperint. Tot enim ac tantas in me laudes ingeris, ut si vel minimum illarum in me esse cognoscerem, vitam vel cum summe quopiam rege commutare grave mihi utique videretur: verum non quod ita sit, sed iuxta illud vulgatum virtutem crescere laudatam hec te mihi attribuere iudicavi, ut ad bonas artes meus animus alacrius accendatur, pro quo tibi gratias innumeras ago, quod mihi tale calcar iniunxeris. Cum enim ab huiusmodi viro me laudari cognovero, omnibus viribus in talem virum evadere intendam ut opinioni sue aliqua ex parte respondere valeam: laudes astronomie quamque humano generi utilitatem tribuat melius est sicco pede transire quam imo gurgite mergi. Sat est quod sententia tua verissima dicenda est, cum omnes antiqui uno ore clament sapientem ipsum astrorum influxus immutare posse, non illorum cum in eternis nulla possit cadere mutatio; sed hoc respectu sui intelligitur aliter et aliter passum ipsum immutando atque alterando. Sed ne ultra quam par sit nostra vagetur oratio, tuam petitionem implebo: verum quoniam usque ad 18am augusti diem continuis lectionibus et quippe difficillimis urgemur, cum semper (ut vulgo fertur) cauda venenum servet, idcirco post illud tempus tibi omnino inserviam: hoc tantum me piget, quod te mihi parum fidere demostras, cum a patre mihi litteras hac eadem super re dare feceris, cum tui solius minimo nutui parere omnino paratus essem quem in omnibus parentis secundi loco habere non dubitarem: alias igitur audentius me meam operam rogabis, eumque erga te Bartholomeum cognosces quem erga parentem suum esse credis. Vale.

ii nonas Junii 1504, Patavii.

089

Totto Mahiavelli a Niccolò Machiavelli

Roma, 26-28 settembre 1504

Jhesus. Al nome di Dio, a dì xxvi di Settembre 1504.

Honorande frater etc. Da poi che io ò tolto a risucitare un morto coè fare che uno merchatante richo non rovini; el quale, non solo è per essere utile a sé e gli amici suoi, ma a tutta la città in universale, e vuole rovinare per ogni modo, che al vituperio e danno della città basta quello s’infornò la settimana passata, samza impastare degli altri ogni dì.

Fate d’avere da voi, a chasa Piero del Nero, Marcho della Palla; e fategli intemdere, e Piedo e voi, che quando uno è pazzo im piglare un tristo partito, bisogna sia savio a torsi da quello con meno danno che è possibile; e si guardi altra volta di non piglare de’ simili, e fare chomto che l’utile abia fatto in tale fattione sia l’essere più cauto, altra volta, nello sperimentare la fede degli uomini, e fattolo prudente che in sua faccende non toga a domare puledri, che uno se ne truovi spiacevole, chome sarebbe questo verso di lui, e atto a fare rompere el collo a ogni buon cavalchatore.

A Marcho pare, per aversi sborsati e sua danari im fare la compera con Giovanni, che non sia possibile potergli perdere; e non sa bene che chi è creditore d’altri à sempre fatto el medesimo di lui. Io non ò dubio alcuno che quelli ànno cambiato con Batista Dini, e sono sua creditori di chomto, non se ne piglassino soldi xv per lira, per tempo di dua anni con buono mallevadore: Giovanni de’ Nobili, che fu sì stretto, se n’arebbe tolto soldi 12 per lira, quando e Chapponi si schopersono rovinati; e chosì tutti gli altri, che ànno male disposte le loro fatuità, sempre se ne sono presi volentieri parte, samza andare drieto a contemtione. Marcho, quando la penserà bene, à el suo in peggiore luogo che chi è creditore d’uno fallito; perché el creditore d’uno fallito non può perdere se non la quantità creduta, o di quella avere piccola parte; ma chi à el suo in mano d’uno, che à secho scritto d’obligho di compera, può, non solo perdere quello che gli à messo innelle mani, ma quello lo strimgnessi la scritta della compera a mettergli, e inoltre le spese è per fare drieto a tale piato, che non sarà bastante una buona parte del mobile di Marcho, quando n’avessi più che non à. E però confortatelo a piglare frutto d’una extrema diligentia e arte ò usato per suo amore, in tenere disposto Giovanni al credere che per lui fatta finire questa compera per via di staglo; e intenda bene Marcho questo: che non mi resta più a che apicharmi per ritenere questo, se per Marcho, o per lui, si scorre più là; sì che gli bisogna essere prudente a risolversene subito, perché costui mi convinca a nichiare tra mano, e innel suo discorso veggo che gli spicha da sé questi danari arà a dare a Marcho, chome se gli spichassi l’anima dal corpo.

E dicemi pure: - Non vedi tu che io resto in su la spesa qui con pochi danari, faccendo l’acordo con Marcho, d’un modo che, se la chosa va punto più là, sarà tanto possibile trarre da·llui per via d’achordo chosa alcuna, quanto trargli un ochio d’achordo.

Se Marcho dicessi: - Per essere più possente di lui, io lo stracherò innel piato, - non lo pensi, perché, per ogni duchato spenderà Giovanni, a Marcho ne bisognerà spendere sei, tanti sono e mezzi che à Giovanni in questa corte; e infine, in diebus illis, quando gli avessi tutte le semtentie per lui, sarebbe creditore d’uno, che non potrebbe né vorrebbe pagarlo; e in questa terra, è ogni dì chi pone giù la fatta, e chi vuole fare chosì, qui non paga mai. Io non so se gli è la disgratia di Marcho che non abbi creduto a dua volte ò scritto a Piero apertamente che gli fatta intendere con chi gl’à a fare e in che pericholo gli entri, o se e’ giudicha che di tale chosa io non intenda abastamza; ma, per non volere restare io a fare chosa alcuna di fare l’ofitio dell’amicho, voglio autentichare el giuditio mio con el giuditio di dua huomini da fare fede a maggor cosa e più importante di questa: l’uno, el magnifico horatore fiorentino Giovanni Accaiuoli; l’altro Giovanni di Simone Folchi, e quali da piè della presente lettera di loro mano si soscriveranno.

Ma per chagone che ciascuno di loro, e io im proprietà, non voglamo per alcun tempo a piazza s’intenda che noi parliamo o scriviamo d’altri più licentiosamente che el convenevole, vogliamo che voi, Nicholò, serbiate la presente lettera apresso di voi, né che la lasciate a Marcho, né altri ne possa piglare chopia, perché non voglamo in gnun modo, per fare bene ad altri, il che ci muove buona nostra natura e il desiderio di mantenere l’amicho, s’abbia a intendere alle piazze scriviamo chosa non conveniente di noi; e, se pure Marcho è ostinato a volere dare del chapo nel muro per ogni modo, facca quello gli piace: faccia el parere suo, samza allegare aviso auto da noi, e maxime questo e gli altri, che io ò avisato a Piero che tenga a sé, samza darne chopia, chome vi dicho della presente.

Siamo a dì xxviii, e, perbemché insino a questo dì io sia ito drieto con quanta industria ò saputo, per ritenere Giovanni in sull’acchordo, non ò possuto ridurlo, e in modo è ingagliardito che io veggo el suo animo in tutto essere di non si trarre un grosso di mano di quello à preso: più presto è per ingegnarsi d’avere il resto del corpo, che Marcho è tenuto per la scritta. E per tanto, dapoi che Marcho non prese e buoni richordi datili da me e a tempo per mano di Piero, ditegli pilli questo, se non vuole logorarsi in questa causa; e questo è: che bisogna che soldi chostì e più intendenti procuratori vi è (e chosì uno dottore o dua de’ primi), e facci vedere bene gl’istituti e ordini del Comune di Firenze, e fatta venir su qualunque legge fa per lui, in dovere risolvere o fermare l’agitatione della causa sua a Firenze, chostino questi giudici e avochati quello che si voglino, se gli chostassino bene le centinaia de’ fiorini, pure che questo effetto segua: che la causa si fermi chostì; perché, venendo ad agitarsi qua, che gli spenderebbe col tempo le migliaia, e alfine vi rovinerebbe sotto, perché qui le ragoni non sarebbono per essere per lui, se gli avessi più ragone che non à. Sì che confortatelo a fare e rimedii presti e non stia a spidochiarla, perché sono per valergli più cento ducati spende chostì, in ordinarsi presto e fermàgli l’agitatione della causa chostì, che mille ne ispendessi in brieve spatio di tempo a venire ad agitare la causa sua qua. Pigli questi buoni richordi, e non ci alleghi; perché alla causa sua non goverebbe chosa alcuna, e a noi ne farebbe dispiacere.

Quando io scrissi a dì 26, credevo potere avere Giovanni a qualche achordo; dipoi andai drieto per vederne effetto, e insomma non ci veggo ordine alcuno alcuno; et però bisogna Marcho s’armi innel modo detto; perché, poi che si saranno scardassata molto bene la lana, e Marcho volessi per alcuno tempo me n’adoperassi, sendo sospetto, non lo potrei aiutare né parlarne in chonto veruno.

Né altro. Idio vi guardi.

Se io avessi possuto condurre la chosa dello acordo, arei fatto soscrivere la lettera a la magnificentia dell’oratore, per sturare bene gli orechi a Marcho, non istesse a cavallo in su una piccola chosa, ma sia savio a piglare questa chosa bene; e, se non basta soldare dua dottori, soldine tre de’ primi della terra, pure che la causa si riducha chostì; e, se voi mi riscrivete di questa cosa, mettete sotto lettera dello imbascadore, e chosì dite a Marcho e a Piero, o Piero e Marcho, perché non gli sarebbe a proposito lo vedessi Giovanni.

Vostro Totto im Roma

090

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Roma, 26 ottobre 1504

Spetabili viro D. Niccolao de Machiavellis compatri nostro carissimo.

F. de Soderinis tituli S.te Susanne Presbiter Cardinalis Vulterranus.

Spectabilis vir compater carissime. Assai c’è doluto, che in quelle aque si sia preso tanta fallacia, che ci pare inpossibile sia stata sanza colpa di quelli maestri che si sono ingannati sì in grosso: forse anche che piace così a Dio, a qualche miglior fine incognito a noi altri.

Se lo accordo di Francia va avanti bisogna partorischa grandi effecti, benché la negligentia delli homini sia tale quale s’è provata più volte, perché chi considera la iustitia divina potrà credere che vogli usare questo istrumento a fare de’ sua effecti.

Udiremo volentieri delle cose di costì: pure ci satisfacciamo assai del bene quale piaccia a Dio augumentare, ché ci pare sia molto a proposito.

Circa el delecto siamo nella medesima opinione, ma dubitiamo che chi dite essersi raffreddo, non lo habi facto per levare occasione a chi vuol dire et fare male et interpetrare che il ben publico sia ben privato.

Intendemo del figliuolo, et ci piace fussi exequita la commissione nostra. Dio vi conversi quello et vi dia delle altre consolatione, come desiderate voi medesimo. Bene valete. Rome, xxvi Octobris 1504.

091

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

Parigi, 22 gennaio 1505

Prudentissimo ac doctissimo viro Niccolao Maclavello Mag.corum Decemvirum secretario dignisimo compatri honorando. Florentie.

Messer Marcello, in sua absentia apritela et mandate la inclusa.

Compare honorando. E’ mi pare che noi habbiamo facto di questo nostro comparato una inimicitia, dove io pensavo che alli interessi nostri fussi aggiunto si quid addi poterat; sed ut serio loquamur, io penso che voi siate suto absente, et che questa sia suta la causa che voi non mi habbiate risposto a più mie. Come e’ si sia mi basterà intendere che voi stiate bene et che voi operiate costà che io me ne vengha. Io non sarei alieno dal tenerci qualche mese più tosto un homo di cervello, et di non molte dimostrationi, che uno che fussi qua nuovo, et havessici a stare come si conviene a uno ambasciatore, et ne ho scripto et al Giacomino et al Gonfaloniere. Et perché a·lloro è bastato dire le cagione che mi moverebbono, non è necessario replicarle cum voi. Son bene venuto insino a ricordar loro, che vivamente siate per monstrare le cose a costoro, et difendere le iustificationi nostre. Non so che partito si piglieranno, so bene che io desidererei che come voi ci venisti alla venuta mia, così ci tornassi alla tornata; et forse non sarebbe male, che e’ monstrassino costì havere più gusto che noi non habbiamo monstro havere insino a qui. E’ sono savi, et io non credo potere errare, maxime in privato, come io ho fatto, ad havere scripto quello che mi è occorso. Quando voi havete nulla di nuovo di costà, fatecene parte, ché un mese intero è che noi non habbiamo lettere da voi. Et così mandate questa per persona fidata, ché importa. Raccomandatemi alli amici et se vi accade nulla, sappiate che io sono tutto vostro. Christo vi guardi. In Parigi, die xxii Januarij 1504.

Niccolaus Valorius orator

Io ho mutato proposito, et di questo mio parere ne ho scripto un motto a’ S.ri Dieci. Piacciavi avisarmi, se io ne sono suto imputato, ché so come noi siamo facti. Iterum vale.

092

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Roma, 15 marzo 1505

Egregio viro Nicholò Machiavello secretario florentino.  Florentiae.

Al nome di Dio, a dì xv di Marzo 1504.

Honorande frater etc. Io ebbi la vostra de’ 12 et le due alligate in favore di messer Batista: di tutto l’ò servito chome ne ordinasti.

Della chosa di che mi sollecitasti per l’altra, vi scrissi quanto avevo ordinato: dipoi quando sarà auto el bisogno ve n’aviserò, e manderovene chopia; et state di buono animo, che non mangeranno altri, et, nonché mangino, non clamabunt in gutture suo, si sensim ambulabimus.

Avisa’vi che mi ochorreva una chosa di profitto et chosì vi replico, et pertanto fate quello vi avisai, che fia più d’utile che un canonichato et di più honore: pure tutta volta io intratengo messer Latino, el quale mi ha detto che questa settimana voleva scrivere allo arcidiacono.

Non altro per questa. Idio vi guardi.

 Vostro Totto Machiavelli in Roma

093

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Roma, 24 marzo 1505

Spectabili viro Nicolao Maclavello secretario florentino compatri nostro carissimo.

F. de Soderinis tituli S.te Susane praesbyter Card.lis Volateranus.

Spectabilis vir noster carissime. Qui è stato ser Mariano Mori et de’ casi sua per conto et rispecto vostro non haviamo in modo alchuno voluto fare cosa veruna, volendo correspondere alla fede havete in noi, et satisfare a tutta la casa et famiglia vostra, alla quale portiamo affectione. Ben vi diciamo che si turpitudo est in re aliqua, comunis est, et per questo vi confortiamo exhortiate el priore vostro ad standum promissis et servandum datam fidem, et vedere che d’acordo la cosa et differentia si possi sanza trasinarla o sforzarla altrimenti. Pure noi, come vi dicemo, contro al vostro priore non siamo per fare cosa veruna, et sempre che intendiamo habiate qualche interesse nelle cose che da noi dependerano, siamo per haverne in ogni nostra deliberatione quel respecto che merita la fede havete in noi. Vale.

Rome, xxiiii Martii mdiii.

094

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Roma, 29 marzo 1505

Egregio viro Nicholò Machiavelli, secretario florentino.  In Firenze.

Ihesus. Al nome di Dio, a dì xxviiii di marzo 1505.

Honorande frater, etc. L’aportatore di questa è uno frate Cherubino, el quale farà intendere a uno vostro mandato le conditioni della propositura di S.ta Maria a Cigoli. La quale ha, secondo ne riferischono, terreni per paia undici di buoi et più molte terre spezzate et perché la è d’uno cortigiano lombardo, el quale non fu mai in tal luogo, se non per passo, et, per essere forestieri, e villani gli hanno preso animo adosso, il perché se la mangiono innella metà o più, ma el frate, presente aportatore, dice che, se la si valessi di quello se gli aspetta, se ne trarrebbe ducati 300 d’oro l’anno. Il perché io desidero che voi mandasse uno huomo con questo frate ad intendere le facultà di detta propositura: vorrebbesi fusse uno huomo da bene, che andassi con detto frate sotto protesto di volere aconcargli (coè e chontadini) chon detto frate, el quale per lo adrieto è stato fattore in detto luogo. Giudicherei che fussi bene vi andassi Filippo Rucellai, al quale io ne scrivo uno verso; et, per essere lui intendente, sarà per fare tale ritratto gentilmente; pure, avertitelo che lo facca con buono protesto, coè chome quello che ne sia pregato dall’oratore si truova qui, che in servitio di messer Girolamo al presemte possessore si facca tale diligentia d’aconcare detti villani con detto frate Cherubino. Parlatene con messer Batista, et fate questo effetto segua, coè che voi mi rispondiate le conditioni di detta propositura, perché la ho ferma per lo amicho nostro, coè che la sarà promutata in lui, piacendoci le sua conditioni; le quali se si potessino intendere sanza avere a mandare lassù sarebbe il meglo, et meno dimostratione. Rispondetene quanto più presto meglo et fate [*...].

Né altro per questa. Idio vi guardi.

Vostro Totto Machiavelli, im Roma

 

L’oratore è contentissimo si adoperi el nome suo, per compiacerci et anchora perché è amicho di messer Girolamo, padrone di detto luogo.

Se la chosa vi pare a proposito, rimettete a cavallo per qua detto frate Cherubino, il quale è mezzo a tale effetto.

E da lui di bocha intenderete e bisogni sua circha a questa chosa et hordinerete che sia servito.

095

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Roma, aprile 1505

Egregio viro Niccolao Machiavelli, secretario florentino. Florentie. In mano propria.

Ihesus, 1505.

Honorande frater, etc. Ò la vostra de’ v del presente. Intendo chome havete mandato Filippo: il che mi piace. Atendo risposta et farò quanto ne consiglate, pure che la chosa sia quale à dimostro el frate; quando la non fusse così apunto, gli à el medesimo padrone non so che altro benefitiotto m’è suto detto. Domandatene el frate, et da lui o da altri con destro modo intendete le conditioni d’esso, pure destramente, perché intendo vi è dentro âffitto, o chome si sia, non so che nostro ciptadino, secondo mi è suto referito. Et questo frate è buono strumento con costui, coè col padrone. Però o uno solo o tutt’a dua per sua mano condurremo per ogni modo.

Ordinate sino a ducati dugento per ogni modo, et, se Giovanni M. non vi reggesse alla somma, e’ vi reggerà a 50 o 60 ducati per ogni modo.

Né altro per questa. Idio vi guardi.

Vostro Totto Machiavelli, in Roma

096

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Roma, 12 aprile 1505

Egregio viro Nicolao Machiavello secretario florentino.

Florentie.

Ihesus. Al nome di Dio, a dì xii d’aprile 1505.

Honorande frater, etc. Per altra vi scrissi in risposta della vostra de’ iiii quanto all’andata di Filippo e fra’ Cherubino a bastanza; il che sta bene, et vedreno quello ne arà Filippo inteso. Richordovi che hordiniate sino a ducati 200 per ogni modo.

Quanto a’ frati di Santa Croce, gli ànno avere da noi fiorini 3 di suggello l’anno, che sono ducati dua d’oro l’anno incircha. Datene loro uno e l’altro dite darete loro a mia tornata; et, se pure voi gli pagate tutta a dua, fate d’averne poliza coscritta dal guardiano e da Giovan Maria, loro sindacho.

Né altro per questa. Idio vi guardi.

Vostro Totto Machiavelli, im Roma

 

Dipoi scritto, ò la vostra de’ 9, per la quale intendo detta chosa vi piace, e non avete dato l’ordine. Datelo sùbito non l’avendo dato, per ogni modo, perché importa troppo, perché, se altri sarà col fatto a ordine, ci miglorereno de’ ducati da dugento in su; sì che, non indugate, sùbito alla aùta della presente, la provisione de’ ducati 200, voi. E da Filippo non ò altro, se non la informatione, ma, quando achadessi, so ci serviremo di lui di qualche chosa. Fate sùbito questa provisione non manchi, et, quando bene questa non si concludessi (che si concluderà per ogni modo), si farà qualche altra chosa di buono; sì che, vista la presente, fatemi la provisione de’ ducati 200 per ogni modo alla vista della presente.

Questo ufitio, che chostui vuole, vale 1150 ducati; sì che intendete di quello altro benefitiotto, che gli à chostì, acciò che altri possa chonvenire con lui, perché a questo sarebbe troppo dargli in promutatione uno tale ofitio. Pure, faremo, o d’uno modo o d’uno altro, di convenire con lui; et, quando non si convenissi con lui, si converà con altri; ma non lascerò rompere questa in veruno modo.

097

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Roma, 3 giugno 1505

Egregio viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli, in Firenze. Data a bottega di Piero del Nero.

Ihesus. Al nome di Dio, a dì iii di gugno 1505.

Honorande frater, etc. Per frate Cherubino vi scrissi che facessi opera che el frate avessi un tavolaccino della signoria che pigiassi le richolte e tenessile a stamza della signoria. Io ne ò dipoi parlato col cardinale di Volterra: dice che questo è buono modo e che si vuole fare intendere alla signoria che e’ rovina la chiesa e ciò che vi è, et con queste opositioni si terrà facilmente fuori di possessione, e quando e’ si farà a questo modo, gli arà di gratia pigiare achordo con esso noi, et, alla inguria ci à fatta, gli pare che se gli converrebbe se lo perdessi interamente. Con queste opositioni e con altre, quali più giudicherete messer Batista e voi sia meglo, adoperate che la possessione si tenga per la signoria di Firemze, e che una volta chostui si truovi fuori di possessione. El frate è suo procuratore e può fare assai in pregudicio di questo messer Girolamo, e mi à promesso fare ogni opera per noi: sì che, in tutti e modi si può si vuole nuocere a chostui e confermare la possessione fuora di sua mano.

El cardinal ne scriverà al gonfaloniere che ne presti ogni favore, e poi, quando la tenuta fia fuori di sua mano, adopererò me ne facci provedere e impetrereglielo. Et a questo modo dice el cardinal che farà con lui buoni patti et farassegli el dovere.

Areno per noi qui fede del danno et inguria fattaci per detto messer Girolamo dallo imbasciadore, da el cardinale, da messer Loremzo Pucci e messer Raffaello Calvo e 6 huomini da bene di questa corte, chostì noti, la quale ci servirà sempre chostì con la signoria a gustificharci che, se lo abiamo asaltato, ce n’à data chagone.

E’ gli pende anchora una lite, la quale avamo ordinato si spegnessi, quando la chosa fusse venuta per noi. Ora, lui non la chura. Io ne trarrò informatione, di tale lite, la quale aveva chostì con uno frate d’Ognisanti, el quale si è morto.

Né altro per questa. Idio vi guardi. Sarà forse (et il cardinale lo crede al certo) lo entrare per questa via, che altrimenti con esso lui.

Vostro Totto Machiavelli, in Roma

098

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 24 luglio 1505

Nicolao Maclavello tanquam fratri suo honorando.  Senis.

Carissimo compare. Le faccende non sono tante né di qualità che io non vi havessi possuto scrivere per ogni staffetta; ma dua cose mi hanno ritenuto: l’una che in simile officio da amico io ho pochi oblighi con voi, l’altra perché io non sapevo come le lettere si fussino secure, né lo so anchora. Pure quomodocumque sit, io vi scriverrò questi pochi versi per farvi intendere come qui s’è cominciato vivamente ad fare provisioni di natura da fare pensare anchora a qualcun altro a’ casi sua; et forse che chi cerca d’accendere fuoco, ne potrebbe trovare acceso tanto che non sarà ad tempo ad spegnerlo. Noi qui ci troviamo di presente, sanza quelle che sono ordinate, et tante forze et tanti danari che non doverremo patire molto, non si scoprendo altro: et chi pensa con la necessità indurci a’ desiderii sua l’erra grandemente, perché simili modi sono horamai venuti in tanto fastidio, che prima si consentirebbe perdere Firenze, che calare. E’ s’è mandato buona parte dell’imprestanza al Marchese, et ad questa hora debbe esser là, et subito verrà insieme con le gente sua, ché ha in condotta da noi la compagnia franzese che ha dal Re.

Ad Ciamonte s’è chiesto qualche numero di lance, quali anchora in brevissimi dì saranno ad camino, et Meri si condusse 500 fanti sotto quelli capi che sapete sono stati qui un pezo; et tuttavolta se ne fa delli altri. Così non si mancherà di ordinarsi dell’altre cose in modo da potere monstrare e denti et mordere anchora, bisognando, chi volesse mordere noi. Io sono ito ad procurarvi con lo Ill.mo Gonfaloniere et la licentia et danari et così ho quattro ducati in mano di vostro, li quali venendo in costà persona fidata, li manderò, altrimenti no. Bene valete.

Florentie, die 24 Julij 1505.

Vester Blasius

099

Niccolò Machiavelli ad Antonio Tebalducci

Firenze, 27 agosto 1505

Magnifico viro Antonio Thebalduccio, generali commissario in castris, patrono suo.  In campo.

Magnifice vir. Tenete secreto quello che io vi scrivo. La praticha ha deliberato questa mattina di dare el bastone ad messer Hercole, ma voglono differire un dì o dua ad significarlo, per vedere come gl’ànno ad satisfare ad Marcho Antonio, dubitando che non facci el diavolo. Sarebbe bene fare dua cose: l’una, che ’l signore Iacopo et messer Annibale mandassino qui ad fare intendere come la gloria della ropta non è tutta sua, perché lui ha mandato più dì fa ad chiedere et bandire la sua valentia; l’altra, che voi scrivessi ad qualche amico qui d’altorità, et li mostrassi che Marcantonio non è per dividere el campo, né è per essere seguitato dal signor Luca, né dal signore Iacopo, come e’ credono; perché tale credenza ha facto più tarda la deliberatione in favore di messer Hercole. Insomma, la honestà del signore Iacopo et di messer Annibale ha facto insolente troppo quel terzo et li ha dato troppa reputatione. Voi vi potete rimediare. Et stracciate questa lettera. Die xxvii augusti 1505.

Servitor Nicholò Machiavegli, secretarius

100

Niccolò Machiavelli ad Antonio Tebalducci

Firenze, 23 settembre 1505

Mag.co generali commissario Antonio Tebalduccio padron suo. Sue mani.

In Cascina.

Magnifice Vir. Io vi prego per l’amore di Dio che voi siate contento stare così tutto questo mese, come vi comandano i Dieci; e dovei la fede mia che voi non vi starete più una hora, perché Piero Bartolini si expedirà subito; e di questo io ve ne impegno la fede; e di nuovo vi priego non partiate per questo poco di tempo sanza licenza, per non dare adpicco ad questi traditori di questi invidi che ei sono molti: e non vorrei havessino causa di latrare di nuovo; e sono pochi dì et lo haver simile patientia fa che in una republica li buoni che valgono sganono ciaschuno. Raccomandomi ad voi. Die 23 septembris 1505.

Vester Nicolò Machiavegli

101

Marcello Virgilio di Adriano Berti a Niccolò Machiavelli

Firenze, 6 febbraio 1506

Spectabili viro Nicolao Maclavello secretario fiorentino tamquam fratri.

Al Ponte a Sieve.

Carissime. Il signor Gonfaloniere mi ha commesso ti facci intendere per risposta di una tua a sua Exc.ia che in Romagna non si è mandato né tutti né parte de’ fanti di Mugello, né si manderebbono per non gli saggiare in cosa sì vile. Dispiaceli la difficultà che tu mostri in quelli di Dicomano. Loda nondimeno la deliberatione tua, et pàrli ad ogni modo buon numero, ché se quelli di Scarperia et Barberino vanno a questo segno non sarà disutil banda, et ti conforta ad usare diligentia, perché qui ogni dì la cosa viene in migliore oppinione. Et io ti fo intendere che Bastiano è stato qui tre dì, et tanto stimato che le bandiere del Borgo et di Vicchio si metteranno ad ordine di berretta, giubboni, calze et scarpette; et Simon Banchi ci è stato ancora lui, né ha durato fatica assai: et Bastiano ci ha promesso mostrarceli in questo carnasciale, et dice sarà bel vedere. Ser Antonio della Valle rimase del tutto in terra, et questo carnasciale non si sente se non sospiri di gravezze; doverrai ancor tu havere havuto la parte tua, et me hanno messo in sul palco delle mele. Le altre cose si stanno qui all’usato. Bene Vale. Florentiae, die vi Februarii 1505.

Tuus Marcellus Virgilius

102

Leonardo Bartolini a Niccolò Machiavelli

Roma, 21 febbraio 1506

Spectabili viro, domino Nicholao Machiavello, tanquam fratri onorando.

Florentie.

Honorando compare. Una vostra lettera, receputa due gorni sono, me à dato tanta consolatione, che·nne starò bene tutto quest’anno, massime avendo inteso l’arrivata costà a·ssalvamento del nostro Filippo, aguntovi le laude che inmeritamente da·llui mi sono sute date; che mi pare, secondo il vostro scrivere, che sieno di natura ch’esse li rimaranno adosso, perché alla sperienza non m’achosterò a·ttal segnio a gran lunga. Ma, come che si sia, mentre che Filippo c’è stato, abbiàn fatto buonissima cera, e duolmi assai che in sul meglio de la festa s’abbi aùto a partire; di che n’ò aùto dispiacere assai, perché a·llui e a·mme à tolto un singulare sollazzo. Tuttavolta, me conforto che un gorno ce restaureremo tanto con certo disegnio abbiamo fatto, che vivereno poi senpre contenti, sì come vi sarà fatto intendere a·ttempo et a·lloco.

Della nuova militia mi piace assai che riesca con quella qualità che altre volte me disegnaste; e·sse sarà aiutata come si debba, gudico riuscirà cosa mirabile, che molto me allegrerrò, quando la vedrò a perfetione, sì per il bene del publico, et etiam per essere inventione vostra. Piacemi che, oltre alli fanti, abbiate ancora pensato a’ conestaboli, che non sono di minore importantia che·lla fanteria; e io, per molti conti, accelererò la venuta mia, come mi scrivete.

Di qua non c’è da conto, se non che Consalvo innelle demostratione si va aprestando per andare in brevi dì inn·Ispagnia; tuttavolta, c’è qualcheduno che stima non ne farà nulla. Presto ne saren chiari. El papa continue achumula danari quanto può e à gran’ disegni alle mane per edifichare et etiam di quelli conposti dalla natura, esse ne serve in vari modi, e inn·ultimo nichil est, ché di lui è da averne poca speranza e manco paura.

Se osserverete il boto, l’arò carissimo, dicho del venirne a ’ncontrarmi sino a Pantano, dove sono quelli buon’ vini; e perché lo possiate fare con vostro comodo, io farò intendere al padre Filippo che gorno sarò lì. E a voi mi racomando; simile a Govan Batista Soderini e al Folcho. Valete. Rome, die xxi° februarii 1505.

Vester Leonardus Bartolinus

103

Ercole Bentivoglio a Niccolò Machiavelli

Cascina, 25 febbraio 1506

Spectabili viro amicho et tanquam fratri charissimo Nicholò de Machiavelis excelsae Reipublice Florentine secretario.

Spectabilis vir, amice charissime. A questi dì ho riceuto con la vostra lettera li vostri versi, breve istoria delli dieci anni passati; ne li quali avendo visto con quanta elegantia brevemente havete tutte le cose in quel tempo fatte discorso, non posso se non summamente admirare e commendare l’opera fatta; ne la quale, oltre l’altre cose da esser commendate, si vede tanto gran numero d’efecti, che una istoria longhissima dificilmente potria exprimere, essere in pochissimi versi talmente ristretta, che una chosa longhissima è diventata brevissima, senza patire l’istoria, per la brevità, alchuno manchamento, talmente che chi lege non desidera né gli bisogna per sua satisfacione gli sia agionto cosa alchuna. Ringratiove summamente me habbiate mandato tal cosa, qual me ha summamente delectato; ma molto più ve ho obligo che me habbiate iudicato tale che desideriate intenderne mio iudicio. Confortove a seguitare, perché se bene questi tempi sono stati e sono tanto infelici che el ricordargli rinova e acresce a noi altri dolori non picholi, pur c’è gratissimo che queste cose scripte in verità pervengano a chi verrà doppo noi; sì perché cognoscendo la mala sorte nostra de questi tempi, non ce inputino intieramenteche siamo stati cativi perservatori dello honore e reputacione ittalica, come etiandio a ciò che de la nostra e lor disgratia insieme con noi piangano, cognoscendo da che felicissimo stato in pocho tempo in tanta miseria siamo devenuti; ché non vedendo loro questa istoria, sariano constrecti non credere in che prosperità era prima Ittalia, per parere inpossibile che in sì pochi dì habbiano le cose nostre facto sì gran ruina. La quale benché a me summamente doglia, pur me afflige più el timor de peggio, parendone che a questa ultima ruina quel pocho che ci resta concorra como a cosa desiderata: e certamente per quanto porta l’humano iudicio, non si pò sperare altro che male, se quello che salvò il populo d’Israel de le man de Faraone non ce apre in meno questo fluttuante mare inopinata via a salvarse, corno fu quella. Nec plura.

A voi me racomando et offero.

Cascine, die xxv Februarii 1506.

Hercules Bentivolus Ex.sae Reipublicae Florentinae armorum capitaneus generalis

104

Battista di Buoninsegna Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 2 marzo 1506

Magnifico viro Nicholao de Malchiavellis, secretario et commissario honorando.

Honorande frater, etc. Io parlai con Baptista vostro, et circha al bosco comune con voi et con Piero del Rosso dice non se n’è preso né piglerà partito, che voi ci sarete. Apresso gli dissi che facesse d’asicurassi coll’oste di tutto quello v’era debitore, et così per lo avenire disse di fare quello poterebe, et, per quanto da·llui ritrassi, non vi vede modo, et dice non havere avuto altro che nove lire della pigione; et anche ha facto pegio, perché dice gl’à dato staia 14 di grano et che non ne può ritrarre danaio; sì che pare anche a·llui d’asicurarsi, potendo; ògli detto faccia scrivere et stagire ciò che ha in casa. Non so se·llo farà; ricorderoglene di nuovo.

Francesco del Nero ha lettere da Totto de’ 12 del preterito, che dicono: «io mi parto domattina dalla Velona per la via d’Ancona»; sì che potrebe giungnere a ogni hora.

Filippo Machiavelli è stato facto potestà di Pistoia.

L’aportatore di questa è Brunaccino di [ ... ]to da Romena, el quale è mio amicissimo et è buono d’animo et anche di cervello et di buono parentado, et so ha ragionevole credito. Lui desiderrebe la bandiera, quando voi non l’avessi data; et credo sia sufficiente a questo et a ogni cosa. Voi intenderete anche di costassù le qualità sua; et, se purre havessi data la bandiera, fategli quello honore potete per mio amore, et fate in modo conosca che voi mi siate affectionato, ché tutti e piaceri farete a·llui reputerò avergli havuti io; et se havete bisongno che·llui v’acompangni di su et giù, o di qua o di là, sarà presto a tutti e comandi vostri. So non bisogna vi racommandi le cose mie; et circha il modo d’avere fanti di costi, m’à conferito un modo non mi dispiace. Parleranne con voi, et farete quello vi parrà più expediente. Voi siate a Pratovechio: visitate madonna per mia parte, et così la mia nipote, et offeritevi a madonna in quello potete, et datemi aviso se ho a·ffar nulla per voi. Che Dio vi guardi. Die ii martii 1505.

Vester Baptista Machiavelli. Florentiae

104 bis

Francesco Soderini A Niccolò Machiavelli

Roma, 4 marzo 1506.

Spettabili viro domino Nicolao Malchiavello compatri nostro carissimo.

F. de Soderinis tituli S.te Susanne presbiter Car.lis Vulterranus.

Spectabilis vir compater noster amantissime, salutem. Quanto la vostra lettera è suta piú copiosa, tanto più ci ha dato piacere, perché abiamo inteso chiaramente come procede el principio militare, che corresponde alla speranza nostra pro salute et dignitate patriae. Né si vole credere che le altre nazione a questi tempi siano superiore al nostro peditato, se non perché loro retengono la disciplina, quale già gran tempo è sbandita de Italia. E non debbe essere poca la contenteza vostra, che per vostre mano sia dato principio a degna cosa: vogliate perseverare e condurla al desiato fine.

Saviamente scrivete che a questo principio sopra tutto bisogna la iustizia, cosí ne la cità come nel contado. E benché lo Ill.mo Confalonieri intenda la necessità publica et a quella dia ogni opera, pure, eccitati dal scrivere vostro, al presente recordamo e non cessaremo per lo avvenire di recordare quanto ne scrivete, che ancora noi stimiamo sia necessario.

Le cose scritte da voi sono de natura che le pò legere ogni castigato iudicio; e se in ciò non avete posto ogni vostra industria, come voi dite e noi crediamo, pensate de che prestanzia saranno le cose, alle quale metterete tutta la forza de l’ingegno e dottrina vostra. Al che vi confortiamo quanto sia possibile. E preghiamo che alla giornata ne fate participe de le vostre lucubrazioni. Bene valete.

Rome iiii martii mdvi.

105

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Firenze, 14 marzo 1506

Spectabili viro Nicolao Malclavello secretario et commissario florentino suo.

Poppi.

Nicolò, mio caro maestro. Parte mi dilectorono, parte m’innanimirono ad l’opera, alla quale attendevo tuttavia, le vostre giocondissime lettere: eran enim ad ostium Octo virorum Custodiae cum mihi allate sunt, circiter primam noctis horam, ob tuam causam occupatus, quamquam etiam nostra intersit. Questo fu hiersera, per non haver possuto expedirmi non hier, l’altro: nunc rem percipe.

Trovando io et con fatica, che uno Andrea da Pistoia havea facto ristampare el vostro compendio, cursim et properanter andai ad el luogo ubi imprimebantur, menando etiam meco Thomaso Balducci comandatore; non uscii di quivi che ne havemo una, che non vi starò a dire la ribalda cosa che le sono: al tutto alla giuntesca, sanza spatio, e quinternucci piccin piccini, sanza bianco dinanzi o drieto, lettera caduca, scorretta in più luoghi, come in questa metterò una notula, et notativi dentro tutti gli errori. Entrai alli Otto con fare querela grande, et meo et tuo nomine, diversis de causis: di me, del danno a ristamparmeli adosso dentro a 20 giorni, ma questo non stimavo molto per non esser suto el primo mio obietto di guadagnare; ma circa ad voi feci grande insistenza et querela audacter fortasse nimis, servato tamen decoro, monstrando alla presentia questa cosuzza ristampata notandovi a uno a uno li errori; conchiudendo loro che a voi era suto facto villania et iniuria grande, ac si filiolus verus tibi fuerit sectus et laceratus; raccomandandovi loro assai et ex corde, et che lo honorevole era aiutare chi compone, et dar loro animo, et destruere e maligni e tristi huomini, come si vede chiaro in questa cosa. Fummi risposto dal proposto gratamente, et data commissione fussi citato el sopradecto Andrea. Non si potea trovarlo; ma qui usai arte, et detti bando a due grossoni, che furon causa, che a puncto a le 2 hore lui comparì. Fumo admessi: exposi tutto in coram hominis, al qual mancando la risposta, gli Octo gli comandorono che non dessi fuora questa stampatura per cosa del mondo, sanza el loro partito et vostro ritorno: et che se voi dessi licenza si vendessino, et lor farieno el simile. Et perché costui allegò uno ser Antonio Tubini cappellano alla Misericordia suo compagno a meno, hiermattina di buon’hora andai al vicario. Fecelo, detto fato, comparir lì, et li fe’ tal rabbuffo et li comandò portassili in camera sua tutta la sua parte, a pena di 50 ducati; et di lì non si trarranno senza il vostro consenso. La cosa è qui, et state di buona voglia che non se ne venderà nissuna, che mi ha detto el vicario che io tenga qualche spia per saperli dire di certo, se se ne vende, perché vorrebbe castigare questo prete et farlo riconoscere anche d’altri suoi vizii: èmmi amico messer Donato, vicario, et so non mi burlerebbe; et io vi attenderò, ma non ne ho verun dubio.

Non voglio ometter dirvi come el vostro Giandomenico ha concorso a qualcosa in questa stampatura, sciagurato che gli è: et io, con questa che ò, gli ho facto vedere li errori vi sono dentro, et ricordatovi quanto noi stimavamo che nella mia vi stessi male solo una o due A. Ei fu già dagli Octo e dal Vicario.

Occorrerebbemi che voi o alli Octo o in particulare a Lactanzio Thedaldi, qui navavit bonam operam in hac re, scrivessi quatro versi in quel modo saprete o ringratiarlo siccome vi pare. Lessi dentro hiersera loro quello voi mi scrivete toccante a ciò, che fu molto al proposito, et vollon vedere la vostra mano et la data: dixonmi che io vi dovevo ad ogni modo voler bene, accennandomi che qualche uno di loro non havea ancor vista questa vostra cantafavola: io in questo puncto, che sono le 12 hore, esco di casa con dieci Decennali meco; farògli rassettare et legare galantemente, et li voglo donare a loro tutti et inoltre a ser Alphonso et a ser Francesco. Et tutto, così questi dieci, con li due grossi per far trovare quel Andrea, metterò a vostro conto in sul mio libro, et stamani darò comissione al cartolaio dia le operette a dua quattrini bianchi l’una. Non fo come l’amico che è a Roma di gittare in grado etc., per che, se non trovate riscontro di quanto vi scrivo, sim apud te mendax. Anderò a casa vostra prima vadia in cancelleria, et prima chiugha questa, dirò della brigatina vostra quello ne sia.

A Biagio farò il bisogno, per la prima li scriverrò: mandavi due dì fa una sua con una del Rev.mo Soderino. Riscossi il vostro resto, et servo tutto insin qui in casa.

Son tornato in questo puncto da casa vostra, et ho a puncto exseguito quello per la vostra mi commettete, et stanno tutti bene, benissimo; et ha aùto caro la Marietta vi siate ricordato di lei et di que’ bimbi, e quali tutti, ut supra, stanno bene: solo Bernardo un pocolino chioccia, non ha però febbre né altro male.

Ho trovato sul Ponte Vecchio quel ser Antonio che stampa, et mi ha detto che vi ha facto scrivere in modo et da tale persona, che voi sarete per darli licenza facci quanto li parrà et delli stampati et delli altri che lui dice voler far di nuovo: per adviso; et voi siate prudente: parlate chiaro in tal cosa et fatevi intendere. Non so altro che mi vi dire, se non che ho donati quelli dieci Decennali, come dixi: son lor suti grati. Valete et godete.

Florentiae xiiii Martii 1505.

Raccomandatemi a ser Giovanni Rilli se vi è, se no, a Niccolò suo padre, veggendolo.

Augustino vostro

Errori piú sustanzievoli, ch’e piccoli son molti:

[

Desiderosi fuggir tanta pena

Qui la lega di nuovo s’incaviglia.

La differenza che venne fra loro

Al cavallo sfregiato ruppe el freno

La parte hispana fè el sangue adverso

la Puglia etc.

Non dico qui come abbia a dire sappiendovel voi.] [1]

106

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

25 maggio 1506

Egregio viro Nicholò Machiavelli secretario florentino.  In Firenze.

Ihesus. Al nome di Dio, a dì xxv di maggio 1506.

Honorande frater etc. Da Ronciglone vi scrissi quanto achadeva e vi richordai la faccenda di Girolamo Gaddi: ora di nuovo quanto più posso ve ne strimgo, a fine che lui possa fermarsi qui durante questi sua piati o dispareri à col fratello, ché samza dubio la dischomodità non li potrebbe essere maggore; e però e voi e Piero è bene non lasciate a fare chosa alcuna di lascarla in tutto terminata.

A Girolamo Gaddi è suto scritto da Guliano Parigi ch’è degli Otto, che se l’assolutione sua fussi stata dimandata, si sarebbe aùta; e però non lascate passare tempo, ogni volta che voi vediate l’ochasione di potere fare l’effetto che per noi si desidera.

Dissi con Girolamo di quella chosa del Riacino et lascògli la nota, e chosì gli die’ la nota di tutte le chose di Valdifina. Il perché c’è parso che si vegga d’avere insieme con questo Riacino quella altra possessione si chiama Machiesti, e massime se la si può usare al presente.

Dice ’sti Machiesti avere staiora 4000 in tre partite: poggo, piano, paschiciuolo; del poggio s’aveva sacha 200 di grano et 40 lire, del paschiciuolo ducati 35 d’oro. El piano si faceva a terratico, e davasene a denari 4 l’uno sacha 400 di grano.

Se questa possessione fusse a frutto, giudichiamo sarebbe a proposito piglarla insieme col Riacino, a fine che si mettessi uno prego intra tutt’a dua, et che non avessi aparire uno feudo minimo di lire 20 l’anno.

Avisate con diligentia Girolamo o di questo di Machiesti o di qualche altro luogo dell’arcivescovado che fussi apresso a questo Riacino.

Né altro per questa. Dio vi guardi.

Vostro Totto Machiavelli in Firenze

Lo inchiuso contratto date a messer Batista, e diteli non ò fatto quello voleva perché non c’era la potestà del sustituire.

Fui con messer Loremzo el quale non apruova quella chosa, sì chome a lungo intra via gli scriverò.

Dite a messer Batista che Girolamo farà opera per lui con lo Stiatese.

107

Niccolò Machiavelli a Giovanni Ridolfi

Firenze, 12 giugno 1506

Magnifico viro Johanni de Rodulfis generali commissario contra Pisanos patrono et benefactori precipuo.

Signor Commissario. Se io non vi ho scripto nuove per lo addreto, questa et quelle che dopo questa vi scriverrò vi ristorino.

E’ ci è lettere di Francia de’ dì 15 infino addì 30 del passato: contengono come lo imperadore et l’Unghero sono d’accordo et che lo imperadore non attende ad altro che ad expedirsi per venire in Italia; et tutto el suo exercito lo desidera, che sono ix mila pedoni e 4 mila cavalli; et come lui ha mandato ad Trento buona parte delle artiglerie vuole condurre seco; et di più ordina mandare ad Consalvo 4 mila huomini di piè.

L’arciduca è d’accordo con el re di Ragona, perché sono convenuti in Galitia insieme, et fra loro si vede unione grandissima: il che è contro alla expectatione de’ Franzesi, che se ne mostrono male contenti.

El re d’Inghilterra è d’accordo con lo arciduca, perché in questa sua gita in Spagna lo ha servito di danari et di dumila fanti.

E’ baroni del reame di Napoli che sono in Spagna, cioè quelli baroni fuoriusciti, che credevono secondo le conventioni fra Francia et Spagna rihavere li stati, non li rihavendo, hanno mandato uno loro huomo ad el re di Francia per nuovi favori. Et el duca Valentino, prigione in Spagna, ha anch’egli mandato in Francia per favori; et el re ha mandato là un suo oratore, con commissione favorischa lui et quelli altri.

El papa cercha di soldare Svizeri, et chiede gente d’arme ad Francia, et dice voler fare la ’mpresa di Bologna et Perugia: e Franzesi, quando e’ soldi pochi Svizeri, et quando e’ vogli lasciare stare Bologna, li promettono favore per Perugia, perché vorrebbono vendicarsi anche con Pandolfo Petrucci; ma quando e’ vogla soldare assai Svizeri, sono e Franzesi per impedirlo iusta posse, perché credono che la sia altra cosa che Bologna et Perugia, et dubitono che non vogli costoro per favorire lo imperadore.

El re di Francia ha mandato, o egli è per mandare, uno ambasciadore a’ Svizeri, chiamato el giudice maggiore di Provenza, con commissione che di quivi vada ad Vinegia et dipoi in Ungheria, per tenere fermi e Svizeri ad non piglare danari sed non da el re, et ad tenere fermi e Vinitiani in loro favore, et ad sturbare la pace dello Unghero et dello imperadore.

È tornato in corte el baglì di Digiuno, dove ha assai favore, et si dice per sapere lui bene le cose tedesche.

Manda M .re D’Argentone con 4 gentili huomini alli confini della Magna per trarre di sotto allo imperadore certe leghe tedesche, le quali non servino né di huomini né di danari lo ’mperadore.

Non observa el re di Francia le conventioni allo imperadore dello accordo passato che fecie Roano; perché uno ambasciadore che, più tempo è, venne in corte a·ddomandare danari et gente secondo l’obbligho, non li ha dato né l’uno né l’altro, ma lo ha licentiato, et detto che manderà sua oratori allo imperio ad farli intendere, etc.

Ha el re di Francia data la sua figlola per donna ad M .re d’Angolemme, et facto giurare ad tutti e signori del regno fedeltà ad detto Angolemme, dopo la morte sua sanza figloli maschi. Hali dato in dota el contado di Bles, et 100 mila ducati; et la reina li ha dato 100 mila ducati, et il ducato di Brectagna, morendo sanza figloli maschi.

In fra e Vinitiani et il re non è seguito altro accordo nuovo, ma buon viso si fanno, et stanno in su el vechio.

Ha dato el re di Francia commissione ad M.re di Cisteron, che è suto oratore del papa et torna in Italia, che viciti Ferrara, Mantua, Bologna et Firenze, e prometta loro per parte sua maria et montes, et tengali bene disposti seco in questa passata dello imperio, quando pure passassi.

Questi advisi non bastono, se io non vi scrivo el convento che vi fanno sù questi cittadini, et de’ più savi; et benché voi savio potessi comentarli come loro, so che vi sarà grato el loro discorso.

Stando fermi questi advisi, e’ pare loro da credere più presto ch’el re de’ Romani passi in Italia che altrimenti, et discórrolla così. Quando e’ si vuole giudicare se uno ha ad fare una cosa, e’ bisogna vedere prima se e’ ne ha voglia; dipoi che favori lui habbia et che disfavori, ad farla. Se lo imperadore ha vogla o no di passare in Italia, tutte le ragioni voglon di sì. La prima è el desiderio che ragionevolmente debbe havere di coronarsi per honore suo et per prorogare quella degnità nel figlolo. L’altra è per valersi delle iniurie ricevute dalli Italiani et riacquistare lo honore che lui nella venuta in Toscana perse. Credesi dunque che ne habbi voglia. Hora, ad vedere chi lo possa ritenere o favorire, bisogna considerare chi lui ha in casa et intorno. Quelli di casa non s’intendono bene qua; pure si crede che sia più potente che per il passato, havendo domo el conte Palatino, et essendosi già tassate le terre et li signori in quello debbono provederlo per il passare suo in Italia. Quelli che lui ha d’intorno sono Arciduca, Francia, Inghilterra. Quelli che sono in Italia, dove e’ vuole venire, sono papa, Vinitiani, Spagna, Fiorentini, et altri spicciolati.

Sendo veri quelli advisi, si vede che sono d’accordo arciduca, Spagna et Inghilterra; et, essendo d’accordo insieme, conviene che convenghino con lo imperadore, sendo l’Arciduca suo figlolo, et trattandosi una cosa comune ad tutti ad dua. El papa, anchora che pratichi con Francia di havere sua gente, si vede che lui è più vòlto alle cose dello imperio, et la ragione lo vuole; perché la fortuna di Francia è stracha, maxime in Italia per le cose seguite, et questa dello ’mperadore fia nuova: et questo pontefice debbe disegnare fare quello con lui che Alexandro fecie con Francia. Delli spicciolati d’Italia, adcordati li altri, non bisogna ragionare. Restaci solo, delle potentie maggiori, malcontenti di questa sua passata, Franzesi et Vinitiani, e quali insieme potremo opporsi, ma ogni uno di loro vi andrà respectivo, né si fideranno l’uno dell’altro. Et considerasi che possono obstare allo imperadore con forza o con arte, et credesi che non mancheranno di usare ogni arte et industria per sturbarla, come si vede fare ad Francia, secondo li advisi hauti; ma non si crede che questa arte basti, et che havendosi ad venire alla forza non lo voglin fare, perché non si crede ch’el re di Francia contro alla vogla d’Inghilterra, Arciduca et Spagna si metta ad fare guerra allo imperadore; né si crede che Vinitiani, havendosi ad fare la guerra in su el loro, ve la voglino, perché dubiterebbono sempre che Franzesi in su el bello non li lasciassimo. Sì che per questo si crede che, non giovando loro el tenerlo con la industria, penseranno di lasciarlo venire, et ogni uno di guardare bene le cose sue; et se pure haranno ad appiccarsi seco, farlo, passato che fia, come feciono el Duca di Milano et Vinitiani ad el re Carlo.

Lo imperadore, dall’altra parte, sarà contento ad essere lasciato entrare sanza contesa, perché e’ si farà più per lui fare la guerra poi, che prima. La cagione è che dua cose lo fanno venire in Italia; el volere la corona, et il vendicarsi delle iniurie. Se e’ facessi la guerra avanti che fussi coronato, et lui la perdessi, mai poi potrebbe sperare della corona. Ma facciendo la guerra coronato che fia, etiam che la perdessi, non li potrebbe essere tolta la corona et ritorneriene sempre con mancho vergogna. Né a·llui fa molto el fare la guerra o dalla banda di là o di qua, havendo el papa amicho, et tutti li altri, che colla autorità sua si havessi tirati dreto.

Io so che io v’ò tolto el capo: perdonatemi; et sono a’ comandi vostri; et se voi ne volete più di queste bibbie, advisate.

xii Junii mdvi.

Niccolò Machiavegli Secret.

108

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 1 settembre 1506

Nicolao Maclavello secretario florentino apud Summum Pontificem suo plurimum honorando etc.  Alla Corte.

Niccolò honorando. Io ho ricevuto la vostra de’ 30, et mandato le chiavi alla Marietta, con farli intendere quanto mi ordinasti. Il simile farò domani de’ danari della Δ, benché non vegga modo ad mandarveli securi. Et però vorrei ve ne valessi costì o da Mons.re Rev.mo o da qualcuno altro, et me li traessi qui, dove sùbito li pagherei. Expecteronne una risposta: dipoi ne farò quanto mi imporrete.

Le cose de’ fanti vanno per quello ordine desiderate; et così feci pagare quelli 4 conestabili mi lasciasti in nota. Et se nulla mi mancava, questo rifiorisce, che voi non fusti partito di dua dì, che io ero per Palazo con tre drieto; et questa mattina n’ho rimandato il Tedesco, che volse ire in quello di Pisa ad vedere il paese. State di questo con lo animo posato, perché sendo rinfrescati qui quelli medesimi advisi della passata dello Imperatore che scrivete voi, tra li primi ragionamenti in su tale accidente fu che le ordinanze si tenessino di presso, come cosa più salutifera et più importante per ogni respecto. Né vo’ mancare di dirvi che, havendo facto mettere dreto allo officio Bastiano da Castiglione, capo di quelli del Valdarno di sotto, per lo effetto sapete, et essendo domandato come havea li homini ad ordine, respose: Io ve ne darò in 4 hore 700 et tutti homini da ogni factione. In sulle quali parole si maravigliorono, gustandole, come cosa di grande momento; et così fu exspedito di ciò che desiderava. Hovi volsuto dire queste poche parole di questa materia, ad vostra satisfactione, stimando vi habbino ad esser grate. Le altre cose tutte vanno per l’ordine loro.

Se io dicessi non vi havere invidia, non vi confesserei la verità; et per la fede mia, non per altro, se non per la continua conversatione harete col nostro Rev.mo Mons.re, la quale sono certo vi riuscirà tra le mani d’una gran lunga meglio non ve la havevo dipinta. Raccomandatemeli, ve ne prego, quando vi viene bene. Con le altre Dio vi dia miglore fortuna non dètte a noi, ché credo le faccende vi adiuteranno assai, quale fanno destare li homini et mutare di natura.

Io non so che altro mi vi scrivere. Messer Iustiniano vi si raccomanda, et io fo il simile. Adio. Florentiae, die prima Septembris 1506.

Vester Blasius

109

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

Firenze, 2 settembre 1506

Egregio viro Nicolao de Maclavellis, segretario florentino apud pontificem maximum.

Al nome d’Iddio, addì ii di settembre 1506.

Tanquam pater honorande. Io arrivai qui addì xxx del passato a buon salvamento, e dètti nuove di voi alla Marietta vostra, che gli fu grato intendere chome voi eri sano. El simile sta lei e tutta la brighata, a Iddio gratia. Apresentai anchora la lettera del gran chapitano al magnifico gonfaloniere, della quale ve ne mando chopia qui a piè.

«Excelso signor. Inteso quanto vostra signoria me ha scripto per la sua dell’ultimo del passato della violentia usata per le due ghalere veneziane ad Francesco del Nero, mandato dalla Velona in Lecco per Totto Machiavelli, cittatino fiorentino, in lo porto della torre de Santo Chataldo, ne ho preso rechrescimento assai, certo non altrimenti che se fussi stato chommesso il danno in persona de qualsivoglia bon subdito del catholico re mio signore; et inteso lo desiderio de vostra signoria, ho scritto in optima forma alla illustrissima signoria de Venetia, perché proveda che sieno integramente restitute; e, bisognando dal chanto mio farsene altra provisione, lo farò volentieri, chosi chome lo facessi per la subditione de detta maestà, e chome la signoria vostra medesima lo facessi, per lo desiderio tengho di chonpiacerla per la buona amicizia tiene con la prefata maestà; et, se in altro posso servirla, lo farò volentieri et ad essa continuo me offero. Neapoli, xxii augusti 1506 ».

Io, chome vedete, ve ne ho mandata la chopia, accò, avendosi ad operare per voi favore nel richuperare le robe perse, possiate sapere quello abbia scritto il sopraddetto gran chapitano al magnifico gonfaloniere. El simile et le medesime proferte dice nella lettera a Nicholò del Nero.

Per questa non mi achade dirvi altro, salvo che, se per voi posso alchuna chosa, mi chomandiate. Et vostro sono. Iddio vi guardi

Francesco del Nero, in Firenze

110

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 6 settembre 1506

Nicolao Maclavello secretario florentino apud Summum Pontificem maiori honorando.

Alla Corte, in casa Mons.re Rev.mo di Volterra.

Niccolò honorando. Io vi ho scripto ad questi dì più volte; et dettovi della ricevuta delle chiavi, et come s’eron mandate ad madonna Marietta, et dell’origine ad punto del tumulto di Casentino, et ciò che altro s’intendeva di nuovo, et di più quello che si pensassi. Et perché io stimo pure che ad quest’hora le harete ricevute, non lo replicherò altrimenti: perché, quando bene volessi, non potrei, ché non mi ricordo di quello feci due hore fa. Inoltre harete, per mano di Michelagnolo scultore, ricevuto li denari della Δ, di che expecto intenderne qualcosa per la prima vostra.

Hieri dipoi mi furono presentate l’ultime de’ dua et de’ 3, alle quali non mi accade che dire, perché non ho udito brontolare persona, né reprehendervi in cosa alcuna. Delle altre cose sapete ne sono del medesimo animo di voi, havendovi, alla tornata mia di cotesta Corte, assai bene expresso el modo del vivere, et le qualità et condictioni di ciascuno. A Alexandro farò l’ambasciata, et con quelli altri non harò ad durare molta fatica, perché non ce ne conosco troppi. Così voi farete per me l’officio d’amico col Mons.r Rev.mo di Volterra.

Hoggi è stato al magistrato de’ Dieci uno Jacopo Doffi nostro cittadino, homo sensato et di bonissimo cervello, quale 3 dì sono tornò di Alamagna; et delle cose dello Imperatore referisce quanto vi dirò appresso. Et prima, di haverlo lasciato qualche 5 giornate di qua da Auspruc, verso el Friuoli pure, dove attendeva ad fare buona cera et alle caccie; et le gente sue essere tutte alle stanze, quali (quando le havea insieme) non erano, tra homini ad piè et cavallo, 4 mila; et quivi ragionarsi poco del passare, anchora che habbi comandato tutte quelle città che li hanno ad dare aiuti, che stieno ad ordine con epsi; et in effetto esservi poca preparatione al passare, et maxime di danari, che dice non ha uno soldo. In Auspruch era il Consiglio suo et buono numero d’artiglerie, ma movimento alcuno non vi si vedeva. Et che del passare suo non ha udito, se non poi che fu in su quel de’ Vinitiani, quali ne parlavono assai, et mandavono anchora qualche forza verso quelli confini, ma poche: et lui havea trovati quando 50 et quando 100 fanti; altre provisioni no. A Venetia era 3 sua ambasciatori, quali non havevono, tra tutti tre, 12 cavalli; et la expositione loro non si ritraheva. In modo che, udito costui, persona sensata, io credo certo che queste nuove della passata sua non sieno da’ Vinitiani tratte fuora ad altro fine che quello scrivete voi.

Altro non ho da dirvi stasera, se non che di hora in hora si expecta el Catholico a Piombino; et qui non s’è anchora facto ambasciatori in alcuno luogo.

Sarà con questa una di Cisteron al papa, fatela dare subito. Non altro. Florentiae, 6 Septembris 1506.

Frater Bl.

111

Bartolomeo Ugolini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 7 settembre 1506

Spectabili domino, messer Nicholò Machiavelli, maiori honorando, in chorte.

Ihesus. Addì 7 di settembre 1506.

Honorando messer Nicholò. E’ si chondusse qui Francesco del Nero, et, quanto alle robe prese, nonn·aveva altro, salvo che lettere del Gran Chapitano alla signoria di Vinetia et al Dogie, che·lle lasciò a Roma a Girolamo Ghaddi, et una qui alla excellentia del signore gonfaloniere nostro, risponsiva alla che si li fecie schrivere, chome sapete. La quale è tanto grata, quanto dire si può, chontenente in breve questo tinore, che il chaso li dispiacie quanto se fussi ne’ propri subditi della chattolicha maestà, et che n’à schritto alla signoria di Vinetia in optima forma, et, bisognando altro, si glene dia aviso; sì che a me pare che egli stimi la chosa et disideri farne gratia. Io dissi al gonfaloniere che a me pareva, quando alla signoria sua paressi, che egli schrivessi un’altra lettera ringratiandolo di che s’era fatto, et preghandolo che volessi seguitare insino al fine: il che rispose di fare a piacier nostro, et che chosì li piacieva; et ogi si farà fare et manderassi, se·nnom prima, sabato.

Apresso schriverrò di nuovo a Girolamo Ghaddi et, a Napoli, a Salvadore Billi quanto mi parrà di bisogno per questa opera; et se in principio si fussi levato uno omo a posta per a Vinetia dal Gran Chapitano, chrederrei che a questa ora si fussi aùto la liberatione, perché il tutto inporta che a Vinetia sia chi solleciti la cosa. Nonn·ò manchato di richordarlo al Ghaddi, né mancherò, benché, se il Gran Capitano dirà da dovero, sendo a Napoli lo inbasciadore di Vinetia, potrà in persona fare quel medesimo chon esso inbasciadore. Ma a Vinetia, a mie opinione, uno homo chome dico saria suto meglo, per essere in sul fatto et nonn·avere a giostrare le lettere innanzi e indreto dove, avanti si conduchino, mille volte si mutono gl’animi. Hora, io no·mmancherò, chome dico, di richordare per tutto quello mi pare a proposito, et così chonforto voi; e, potendo fare nessuno favore o aiuto, non ne manchate, anchora che questo sia superfluo, per tochare più a voi che a·nnoi. Pure, secondo dicie Francesco, ci arà danno ogni uno, che tanto fia più sopportabile a homo per homo. Insomma, facisi per ciaschuno quel che si può di bene.

Né altro per questa. Faciendo cosa alchuna intorno a ciò, datene aviso. Iddio vi guardi. Vostro

Bartolomeo Ugolini, in Firenze

112

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 9 settembre 1506

Nicolao Maclavello secretario florentino apud Summum Pontificem tanquam fratri honorando.

Carissimo Niccolò, due hore fa vi si scripse per la via di Cortona, et perché io ero occupato non vi pote’ fare uno verso come harei desiderato: non so però come voi ve ne curiate, pure io mi ingegnerò che costà non venga persona sanza mie lettere, credendo farvi piacere.

La vostra de’ 6 hebbi aperta, et con Justiniano farò quanto mi ordinate, benché prima l’havessi facto et sempre da vostra parte; ma hora che {io veggo che questa cosa vi cuoce} ci userò più diligentia; { non dovete havere trovato costì meglo:} cercate, ché troverrete.

Le nuove dello imperatore ogni dì rinfrescano qui, et l’ultime che ci furono per quello Jacopo Doffi venuto di là, per l’ultima mia vi scripsi particularmente, quale portò el canonico de’ Serristori, con molte altre et publiche et private: rinvenitele. Tamen, perché la cosa importa quanto sapete, et lo haversi ad fondare in su advisi incerti e confusi è periculoso, vi si manda Bernardo de’ Ricci con salario di dua fiorini larghi di grossi el dì; et alla mano ha havuto 150 ducati. Doverranne fare meglio di voi; {et chi lo ha messo innanzi, ha facto per risuscitarlo et darvi uno contrappeso, et homo che si sapia accomodare meglo di voi}. Dio li dia buona fortuna, et li altri non dimentichi, se li piace, ché ce n’è bisogno, anzi necessità. La commissione sua è rapresentarsi a quello principe et in nome di questa Signoria offerirli come buon’ figliuoli tutti li loro favori etc., con parole larghe et generali. Ma il fine della mandata è per havere certa notitia di questa passata, per potersi meglio deliberare a quello che si havessi ad fare, etc.

Hoggi si faranno ambasciatori per ad Napoli, per honorare el Catholico; et se tocherà Piombino, vi si manderà messere Giovanvictorio, Alamanno, el Gualterotto et Niccolò del Nero, per riceverlo et honorarlo anchora in quello luogo. Sono homini di assai qualità et che lo sapranno fare; et quella Maestà doverrà restarne satisfacta.

Delle ordinanze non vi ho da dire altro, se non che Bastiano da Castilione, che sta ad San Miniato, 8 dì sono fece il battaglione generale dove si trovò el Signore di Piombino che tornava da’ bagni, ad instantia di chi fu facto, et molti altri di quelli di Cascina: satisfece assai, secondo mi scrive Bastiano. Ma questa voce di darsi danari a Bologna et in Romagna ha facto che qualcuno di quelli del vicariato di Firenzuola vi sono andati. Èvisi riparato in modo non si doverrà partire da casa persona.

La vostra brigata sta bene: così stessi la mia, ché io a ogni modo ho ad girare, in modo sono traficto. Et advisate se havesti da Michelagnolo quelli danari.

Ringratiovi dell’oferta facesti, che anchoraché io sia in extrema necessità, so che a voi costì non avanza, et haresti bisogno di molti più. Non altro.

Florentiae, die viiii Septembris 1506.

Frater B.

Bernardo Nasi è de’ Dieci in cambio del Guicciardino.

113

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 11 settembre 1506

Magnifico oratori florentino Nicolao Maclavello apud Summum Pontificem.

Niccolò Carissimo. Io vi ho scripto più volte a’ dì passati sotto lettere pubbliche, et poiché voi non accusate alcuna per questa vostra ultima de’ 9, doverranno essere capitate in qualche machia: et ritroveretele ad bell’agio.

Quando io credevo che Michelagnolo vi havessi dato quelli danari, per uno suo homo mi furono riportati, dicendomi che era ritornato indietro per buona cagione: vedo che io non veggo modo di mandarli securi, se non vien qualche fidato ad posta: advisate quello volete facci, che non so come ne patite bisogno.

Hoggi sono partiti di qui li oratori per ad Piombino, benissimo ad ordine et con facultà di honorare quella M.tia.

Florentiae, die xi Septembris.

Frater Blasius

114

Giovar Battista Soderini a Niccolò Machiavelli

12 settembre 1506

Nicolao Maclavello, secretario florentino apud summum pontificem, tanquam fratri. A Perugia, o dove sia.

Spectabilis maior honorande. Se la affectione che io vi porto non mi transportassi a far con voi molte altre cose sanza proposito, io mi scuserei con voi di scrivervi, o io piglierei qualche scusa di occasione. Io non ho che dirvi, né voglio che mi rescriviate niente. La inclusa potevo mandare sotto altre lettere, raccomandarmivi per la via di Biagio; et insomma, ciò che mi scadeva, per hora far sanza scrivervi. Ma ho voluto seguitar l’ordine del fare infinite cose sanza proposito. Io non vi potrei dire la voglia che habiamo, Filippo di Bancho et io, di andare fino a Piombino; ma se l’uno tiene la stella, et l’altro il sole; in modo che vi va più gente che a Siena, et dubito di noi. Se soprastate a tornare infino a gennaio, haren di voi in un tratto lo scoppio et il baleno; et pur si vorrebbe scendere a scaglione a scaglione. Noi siamo sani, et Filippo d’hora in hora aspetta una sentenzia contro. Vedren che seguirà. A voi mi raccomando. A dì xii di septembre 1506.

Io. B.

115

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 19 settembre 1506

Nicolao Maclavello suo honorando.

Niccolò. Io non vi posso scrivere come vorrei, sendo tardi et infaccendato. Dètti la vostra a Bernardo Nasi, aggiunsi qualcosa anchora, hebbela carissima: fa il dovere circa l’ordinanza, ché non bisognava manco, tante querele ci viene ogni dì.

El Tedesco, tanto ho facto s’acconciò a 15 ducati, che anche a questo non è bisognato poca industria.

E danari vi manderò per il primo, ché sono anchora legati come erano.

Li vostri stanno bene, et delle nuove ve ne dà el publico.

Vester Blasius,

Florentie, die 19 settembris 1506

116

Niccolò Machiavelli a Giovan Battista Soderini

Perugia, 13-21 settembre 1506

Ghiribizi scripti in Perugia al Soderino.

Una vostra lettera mi si presentò in pappafico; pure, dopo dieci parole la riconobbi. Et veramente io credo la frequentia di Piombino per conoscervi; et delli impedimenti vostri et di Filippo son certo, perché io so che l’uno è offeso da el poco lume et l’altro da el troppo. Gennaio non mi dà noia, pure che febraio mi regha fra le mani. Dolgomi del sospetto di Filippo, et suspeso ne attendo el fine. Fu la vostra lettera breve, et io, rileggiendo, la feci lungha. Fummi grata perché mi dètte occasione ad fare quello che io dubitavo di fare, et che voi mi ricordate che io non faccia; et solo questa parte ho riconosciuta in lei sanza proposito. Di che io mi maraviglerei, se la mia sorte non mi havessi mostre tante cose et sì varie, che io sono constrecto ad maraviglarmi poco o confessare non havere gustate né leggiendo né pratichando le actioni delli huomini et e modi del procedere loro. Conoscho voi et la bussola della navigatione vostra; et, quando potessi essere dannata, che non può, io non la dannerei, veggiendo ad che porti vi habbi guidato et di che speranza vi possa nutrire (onde io credo, non con lo spechio vostro, dove non si vede se non prudentia, ma per quello de’ più, che si habbi nelle cose ad vedere el fine et non el mezo), et vedendosi con varii governi conseguire una medesima cosa et diversamente operando havere uno medesimo fine; et quello che manchava ad questa opinione, le actioni di questo pontefice et li effetti loro vi hanno adgiunto. Hannibale et Scipione, oltre alla disciplina militare, che nell’uno et nell’altro excelleva egualmente, l’uno con la crudeltà, perfidia, inreligione mantenne e suoi exerciti uniti in Italia, et fecesi admirare da’ popoli, che, per seguirlo, si ribellavano da e Romani; l’altro, con la pietà, fedeltà et religione, in Spagna hebbe da quelli popoli el medesimo séguito; et l’uno et l’altro hebbe infinite vittorie. Ma, perché non si usa allegare e Romani, Lorenzo de’ Medici disarmò el popolo, per tenere Firenze; messer Giovanni Bentivogli, per tener Bologna, lo armò; e Vitelli in Castello et questo duca d’Urbino nello stato suo disfeciono le forteze, per tenere quelli stati; el conte Francesco in Milano et molti altri le edificorno nelli stati loro, per assicurarsene. Tito imperadore, quel dì che non benificava uno, credeva perdere lo stato; qualchun altro, lo crederrebbe perdere el dì che facessi piacere ad qualchuno. A molti, misurando et ponderando ogni cosa, rieschono e disegni suoi. Questo papa, che non ha né stadera né canna in casa, ad caso conséguita, et disarmato, quello che con l’ordine et con l’armi difficilmente li doveva riuscire. Sonsi veduti o veggonsi tucti e soprascripti, et infiniti altri che in simili materia si potrebbono allegare, adquistare regni o domarli o cascarne secondo li accidenti; et alle volte quello modo del procedere che, adquistando, era laudato, perdendo, è vituperato; et alle volte, dopo una lunga prosperità, perdendo, non se ne incolpa cosa alcuna propria, ma se ne accusa el cielo et la dispositione de’ fati. Ma, donde nascha che le diverse operationi qualche volta egualmente giovino o egualmente nuochino, io non lo so, ma desiderrei bene saperlo; pure, per intendere l’opinione vostra, io userò presuntione ad dirvi la mia. Io credo che, come la Natura ha facto ad l’huomo diverso volto, così li habbi facto diverso ingegno et diversa fantasia. Da questo nascie che ciascuno secondo lo ingegno et fantasia sua si governa. Et perché da l’altro canto e tempi sono varii et li ordini delle cose sono diversi, ad colui succedono ad votum e suoi desiderii, et quello è felice che riscontra el modo del procedere suo con el tempo, et quello per opposito, è infelice che si diversifica con le sue actioni da el tempo et da l’ordine delle cose. Donde può molto bene essere che dua, diversamente operando, habbino uno medesimo fine, perché ciascuno di loro può conformarsi con el riscontro suo, perché e’ sono tanti ordini di cose quanti sono provincie et stati. Ma, perché e tempi et le cose universalmente et particularmente si mutano spesso, et li huomini non mutono le loro fantasie né e loro modi di procedere, adcade che uno ha un tempo buona fortuna et uno tempo trista. Et veramente, chi fussi tanto savio che conoscessi e tempi et l’ordine delle cose et adcomodassisi ad quelle, harebbe sempre buona fortuna o e’ si guarderebbe sempre da la trista, et verrebbe ad essere vero che ’l savio comandassi alle stelle et a’ fati. Ma, perché di questi savi non si truova, havendo li huomini prima la vista corta, et non  potendo poi comandare alla natura loro, ne segue che la Fortuna varia et comanda ad li huomini, et tiègli sotto el giogo suo. Et per verificare questa opinione, voglo che mi bastino li exempli soprascripti, sopra e quali io la ho fondata, et così desidero che l’uno sostengha l’altro. Giova ad dare reputatione ad uno dominatore nuovo la crudeltà, perfidia et inreligione in quella provincia dove la humanità, fede et religione è lungo tempo abbundata, non altrimenti che si giovi la humanità, fede et religione dove la crudeltà, perfidia et inreligione è regnata un pezo; perché, come le cose amare perturbano el gusto, et le dolci lo stuchano, così li huomini infastidiscono del bene, et del male si dolgono. Queste cagioni, in fra le altre, apersono Italia ad Annibale et Spagna ad Scipione, et così ognuno riscontrò el tempo et le cose secondo l’ordine del procedere suo. Né in quel medesimo tempo harebbe facto tanto profitto in Italia uno simile ad Scipione né uno simile ad Annibale in Spagna, quanto l’uno et l’altro fece nella provincia sua.

117

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 settembre 1506

Nicolao Maclavello secretario florentino apud Summum Pontiphicem tanquam fratri honorando.

Niccolò honorando. Dua dì sono vi scripsi brevemente et vi dixi della ricevuta della vostra per le mani del Tedesco, et come havevo operato tanto et con la Ex.tia del Gonfaloniere et con questi signori Dieci, che il caso suo serà fermo a 13 ducati el mese con l’obligo ne ricordasti; né di questo accade dirvi altro. Promectovi bene questo: che io non sono già per piglare in collo questa cosa come voi et farmene scudo, perché ci viene a ogni hora dodici querele, che in facto non vagliono nulla; {et queste brigate ne fanno un romore come se le importassino qual cosa} ma vi so bene dire che {Bernardo Nasi si porta} francamente et molto più che non vi promisse, che veramente è homo da bene et vi ama non poco; et se voi ne farete capitale, farete il debito et cosa che vi sarà utile.

Qui non è cosa alcuna di nuovo né dello Imperatore né del Re di Aragona: li ambasciatori sono a Bibbona con le provisioni per honorarlo, luogo commodo da transferirsi et ad Livorno et ad Piombino, dove non si sa certo qual di questi dua luoghi habbi ad toccare; et ad Napoli furono electi per oratori Jacopo Salviati et il Gualterotto. Stimasi saranno disposti allo andare: per anchora non se ne parla.

Dua dì sono vennono qui in Firenze circa dodici fanti di quelli del Valdarno di sotto, et andando la sera a l’oste vi feciono certo insulto; per il che ne fu dallo officio delli Octo preso uno, et la mattina ad buona hora, avanti si sapessi, toccò 4 strappate di corda, et oltr’ad questo lo haveano confinato a Livorno; pure si operò che tale confino non andò inanzi. Di Bastiano da Castiglione anchora, quello che sta a San Miniato, ci è stato ad questi dì parechi querele: in modo che è stato forza farlo venire qui per tirarli li orechi etc.

Tre dì sono, si vinse una provisione per 18 mesi, in modo che, non nascendo nuovi accidenti, la città è ordinata per dicto tempo, laudato Dio: in questo mezo si penserà a qualche buona cosa; et noi in sulle raferme non doverreno havere questo intoppo, che non sarà poca ventura.

El Duca di Ferrara a’ 14 dì fece mozare la testa al conte Albertino et al genero di dicto conte et a un altro staffiere di don Ferrante: quale è sobstenuto in castello, così don Julio, quale ha havuto dal Marchese di Mantova dove s’era fuggito.

Con M. Justiniano ho facto et fo in nome vostro lo officio d’amico. Non altro. Li vostri stanno bene, che 3 dì sono me lo dixe el vostro lavoratore, che venne ad me per sapere nuove di voi. Et a ser Agostino feci l’ambasciata: se non vi manderà quelli Decennali, ve li manderò io.

Florentiae, die xxi Septembris 1506.

Vester Bl.

118

Giovan Battista Soderini a Niccolò Machiavelli

26 settembre 1506

Spectabili viro Nicholò Machiavegli, amico honorando.

Spectabilis plurimum honorande. Scrissivi a’ dì passati, et, perché in quel tempo andò male certe lettere, penso che fussin con esse le mia. Se fu, l’ho molto caro; se non, habiatemi per scusato. Quando scrivete a Biagio o a Filippo, non v’incresca avisare se fin costà fussi bella gita, perché ci è chi ne ha pensiero per vedere il paese, per fare il debito verso ’ sua et per irsi a spasso; in modo che bisognere’ forse poco zinbellare. A me non scade se non ricordarvi da parte di Filippo che cotesta è molto sottile aria: asciugatevi bene la testa, ché a ’gni modo tornerete spedito se li officii sono del medesimo valore in absentia. Questo enigma non lo intende se non lui, che ne sta angustiato, et pensa che per il romore non possiate stare al fuoco. Qui si dice per noi altri che Consalvo dovea giugnere in Piombino fino a’ 24; l’altre nuove son più affondo che io non pesco. E battaglioni stanno bene, maxime quelli di Scarperia, ché il Vicario fa lor mille vezi, et, quando vi càpita un forestiero, per honorarlo, liene spiega un tratto su la canpagna. Noi siamo sani et ci raccomandiamo una gran brigata a voi, che Dio di mal vi guardi.

A dì 26.

Io. Baptista

119

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 30 settembre 1506

Nicolao Maclavello secretario florentino apud Pontificem suo maxime honorando.

Alla Corte.

Niccolò honorando. Io ho paura di non diventare con li amici un poco transcurato come voi. Dicovi questo, perché mi pare un anno che io non vi scripsi, et solo è accaduto per infingardaggine, ad chiamarla per il nome suo. Dua dì fa, riceve’ la vostra, credo de’ 26, con la alligata a Francesco, quale si mandò fidatamente. Et io, per respondervi al quesito, credo possiate domandare danari al publico securamente perché {de li ambasciadori fatti non verrà nessuno, né vi si pensa più per hora} et però credo la cosa sia per durare anchora qualche dì, non si mutando vento; et voi non lo dovete havere per male, perché le faccende non vi assassinano. Dicovi bene questo: che le due vostre de’ 25 et 26 giunsono ad tempo, perché {di Gianiacopo ci à chi diceva si vuole farlo tornare, poiché fa niente, con altre parole de le sua, quali furono ribattute da Bernardo Nasi vostro amico}; sì che scrivete più spesso, se vi pare. Al Soderino lessi quanto mi scrivete. Credo vi riscriverrà di nuovo, et voi farete quanto vi parrà.

Ad Napoli andranno li dua ambasciatori, cioè messer Francesco Gualterotti et Jacopo Salviati; et sarà bella legazione, et per la qualità delle persone, et per la compagnia de’ giovani si dice andranno con loro: che tutto sarà ad proposito, perché questo Catholico Re, che dua dì fa era a Savona, viene con tanta pompa di abriglamenti et di ogni altra cosa, che chi vi andrà bene ad ordine, li bisognerà ad volervi comparire. Consalvo a dì 27 fu a Livorno, che andava incontro al suo Re, et dal conmissario nostro di detto luogo fu visitato et presentato, in modo se n’andò satisfactissimo, con dire che Italia riceverà molti beni per la venuta del suo Re, et che Firenze ne harà la parte sua, excusandosi delle cose di Pisa con dire che quelli tempi ricercavono così, ma che per l’advenire farà in modo che la città conoscerà che ne fa capitale. Fu a Piombino, dove erano ambasciatori pisani; et non obstante lo pregassino ad ire in Pisa, absolute lo recusò.

Le cose di Genova al continuo sono peggiorate per li gentili homini, quali tutti sono fuora; et di già hanno tolto tutte le terre teneva messer Gianluigi nella Riviera di Levante, o buona parte di epse; {et li retiene da chi vince a lo usato suo}.

Questa mattina, per advisi privati da Lione de’ 23 dì, s’intendeva esservi stato lo homo di Ays che veniva di Corte, con commissione del Re ad Ciamonte, che déssi a nostro Signore, per la impresa di Bologna, quelle tante lance vorrà. Così andrà l’impresa avanti a ogni modo, po’ che costì si va di buone gambe.

Qui non è altro di nuovo; et io non so che mi vi dire più, se non che la brigata vostra sta bene, et li danari della Δ sono in quel medesimo legato, ché non seppi la venuta di Giuliano Lapi. Credo domani adoperarne uno ducato, che ve lo riporrò fra pochi dì, che ne ho preso securtà in sulle parole vostre. Nec paura.

Florentiae, die xxx Septembris hora 4 noctis 1506.

Quem nosti B.

Respondete della ricevuta almeno.

120

Giustiniano e « el compagno vostro » a Niccolò Machiavelli

1° ottobre 1506

[ ... ] generoso domino Nicolao, patri honorando.

Li vostri servitori Iustiniano et el compagno vostro in Imola, già con el quondam venerabile Zoan Lorenzo, salutem et apostolicam benedictionem. Primo octobris MDVI.

Magnifico patron nostro singularissimo. Puoi che qua se intende el vostro buono et lieto stato cum satisfatione optima di vostra magnificentia in tanto honore, dignità, conversatione delectevole con chi è et sonno apropriate et conforme a la natura vostra, dove non è penuria, anci fertili abondantia, et che da quelli siate ben visto, amato et acarezato; sì ancora per el vostro sumptuoso vivere de cibi delicatissimi, sani et sincieri et digestibili al stomaco vostro (dato che ne pigliasti on vero prendete più ch’el solito, atento: non siate in queste aere sutile di qua, ma in quelli de là, sutilissimi et palpabili, ameni et suavi, sì como dal vostro magnifico et honorando mazor consotio habiamo inteso); non potemo se non, da uno lato, congratularsi et haverne somo piacere per vostro amore (non imperò senza qualche invidia, per non haverne noi conforme a vostra natura); da l’altro lato, dubitiamo per tanta presa farete de questo aere et gustevoli piaceri et ameni fructi non ve habiate tanto ad impregnarve et impirve, che non ve domenticiate de noi, come havete facto sin qui, et de ritornare a la patria et, quod peius foret, non habiate a pretare et farve al tutto moderno curiale eclesiastico. Idio sia quello vi prosperi et tenga la mano in cavo et vi contenti de bene in meglio.

Siamo desiderosi de intendere de’ Nove comunicabile de teste parte, et quali è meglior vitanda de là, o le vitelle de late oli capreti alpestri et montagnuoli, reduti a la domestica; et de quello è desideroso un de noi sapere de le cose de Pesaro.

Di qua non c’è altra nova, se non che Arno va a l’inzò como andava.

Valete. Ne racomaliamo a vostra magnificentia per infinita secula seculorum. AMEN.

121

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

Castrocaro, 4 ottobre 1506

Spectabili viro Niccolao Maclavello, mandatario et secretario Dominorum florentinorum, suo charissimo, apud summum pontificem.

Spectabilis vir, amice charissime, etc. In questo puncto, che siamo ad hore 18, ho havuto una vostra di hieri, et con epsa uno pachetto di lettere per ad Firenze, le quali sùbito si sono mandate; et questa mactina ne habbiamo addiricto una de’ X ad voi, ad Furlì, al vescovo de’ Pazi, stimando che lui havessi commodità di mandarla. Ho ordinato al presente apportatore che li facci motto nel suo ritorno, et, non la havendo lui mandata, se la facci dare. Non achade fare scusa meco del non havere addiricto le lettere ad me, perché voi sapete che io so quanta affectione mi portate.

Intendo che noi hareno il pontefice vicino di proximo, et quanto li è gagliardo nella impresa, che ho tanta voglia che facci qualche facto rilevato, che io sono tardi al crederlo. Aspectovi che voi vegniate ad riposarvi qualche dì qui, che fareno buona cera. Né altro mi occorre, se non offerirmi in ogni occorrenza ad voi. Che Dio di male vi guardi.

Ex Castracaro, die iiiia octobris MDVI.

Petrus Franciscus Thosinghus,

Commissarius generalis

122

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 6 ottobre 1506

Nicola Maclavello secretario florentino apud Pontificem suo observando. Alla Corte.

Niccolò honorando. Io non ho dato a Piero del Nero quelli danari, et la causa fu, perché io sono sì bene agio, che non pote’ valermi d’uno fiorino per rimectervi quello ne haveo cavato. Et poiché non volete gnene dia, non lo farò; anzi per il primo cavallaro che verrà ad Castracharo, li manderò al Ruffino, con ordine ne segua l’ordine vostro. Né di questo accade parlare più.

Questi Signori Dieci, in sulla domanda vostra di qualche danaio, dixono: Elli è ben ragione, noi lo faremo ad ogni modo. Et stamani mi dixe el Gonfaloniere, che voi gnene scrivevi per quella li dècti, et che hoggi li parlassi, et così farò. Et credo sanza manco per il primo mandarvi qualche provisione. Et statene sopra di me, ché il chiedere non mancherà.

A Giovambatista Soderini leggerò quel capitulo, come feci l’altro; ma voi vi volete scusare sempre, o con la trascurataggine o con le faccende; et questo non basta alli amici, perché vogliono essere riconosciuti per tali. Et io sono in modo fracido ad fare scuse per voi, che se vo’ fussi mie padre, harei più d’una volta decto: Vadi ad recere. Scrivete una volta, se voi desti la lettera d’Alexandro a San Giorgio, o se mai lo rivedesti poi dal primo adviso me ne desti. Se voi sapessi quanto v’è amico, ne terresti altro conto; ma voi siate un cazellone, et chi vi vuole, vi trassini col bastone.

Io non voglio mancare di dirvi, benché lo potessi indifferire alla tornata, che, per chi vi fu presente et più d’uno, che {Alamanno sendo a Bibona, ad tavola con Ridolfo, dove v’erano anchora molti giovani, parlando di voi, dixe: Io non comissi mai nula a cotesto ribaldo, poi che io sono de’ Dieci}, seguitando el parlare in questa sententia o meglio. Notate questo, se voi non fussi bene {chiaro de lo animo suo ad facto}. Et ingegnatevi di esserci avanti le raferme. Potre’vi scrivere molte altre cose, sed coram copiosius.

Questa mattina ci sono suti advisi in questi Uguccioni, della morte dell’Arciduca, in 4 dì, di riscaldato et raffredato: cosa veramente di grandissimo momento, perché si tiene per certo, et ad quest’hora ne è l’adviso costì. Non si stima però, che habbi tale nuova ad fare ritornare indrieto el Re d’Aragona, che per li ultimi advisi s’aspectava ad Genova; perché quelli baroni di Castiglia hanno el suo figliolino nelle mani, et vorranno governarlo ad loro modo, come feciono Fiaminghi del padre; né anche si fiderebbono di lui, per essersi una volta inimicati etc. Et però, vedendo sua Maestà la cosa incerta, et sendo horamai vicino ad Napoli, che è suo certo et da non lo stimare manco che la Castiglia, si fa iudicio verrà avanti: che Dio lo voglia, per il bene di Italia. Se pure tornassi indrieto, ci sarà pure questo bene: che li ha seco Consalvo, et non lo doverrà ragionevolmente volere più nel Regnio.

È iudicata questa cosa molto ad proposito del Christianissimo, et il contrario de’ Vinitiani, che non potranno più usare la maschera dello Imperatore, né lui passare in Italia, et li dua Re sopradecti, sanza respecto, procedere all’acquisto di quello tengono di loro. Perché, mancando questo sospecto al Christianissimo della passata del Re de’ Romani, mancheranno quelli respecti che lo facevano tanto intractenerli; et il Papa anchora doverrà più liberamente et più animosamente cercare il suo. Sono cose che bisogna, ad non volere ingannarsi, rimectersene al successo.

Per lettere di Francia de’ 25, s’intende il medesimo che scrivete voi, della larga et honorevole concessione facta al Papa delle gente; et di più una caldeza oltr’ad misura del legato in favore di sua Santità. Ma la condotta di Giampaulo è dispiaciutali fino alla anima. Perché, nel parlare, sua Signoria dixe: — El Papa ci dovea adiutare castigare quello mecciante, che ci fece etc. Ma avanti che il giuoco resti, noi ci varreno ad ogni modo; indugi quanto può, che non la camperà. — Dànno al Papa 550 lance, et di più messer Mercurio greco, con cento cavalli leggieri, 8 cannoni grossi et più altri pezi d’artiglerie, et Ciamonte per capo. Et hanno ordinato che il conte Lodovico della Mirandola sia tracto di stato, et messovi el conte Giovanfrancesco.

El Re d’Inghilterra non ha volsuto publicare el mariaggio di madama Margherita, perché pare che il Duca di Savoia perissi di mal franzese, et che lei ne patissi: et in su questo sospecto sta sospeso. Di che Franzesi hanno pensato valersi, con tenere pratica di darli la damisella d’Angolème non per concludere, ma per tenerlo sospeso et farlo ire ratenuto nello adiutare l’arciduca contro ad Ghelleri.

El Christianissimo è partito da Bles, et viene verso Borges; et non passando l’Imperatore, si tornerà indrieto con animo resoluto venire ad primavera in Italia. Quivi non era anchora adviso della morte dell’Arciduca. Et di più hanno ordinato di guadagnarsi el Duca di Savoia per più respecti. Le vostre lettere mandai ad bottega di Piero del Nero. Adio.

Florentiae, die 6 Octobris 1506.

Quem nosti B.

 

Non rispondete dello adviso vi do di quello ragionamento facto a Bibona

123

Piero di Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

Firenze, 6 ottobre 1506

Nicolao Maclavello, secretario florentino. Alla corte del papa.

Tanquam fili. Schrissivi sabato, che sarà chomparsa; e per essa intenderete Francesco esere a la volta di Napoli per richatto delle robe tolteci, che chiediamo là ci sarà facto più in facto giustitia che a Vinegia, et maxime essendone quasi suti invitati dal Ghran Chapitano: che è ragionevole, perché la ingiuria è suta facta a loro, perbenché il danno a noi. I Viniziani sono donati di buon giorno; nientedimeno, si schriverrà a Lexandro de’ Nerli adoperi il bisogno, che per questo non manchi. Francesco dovrà (esere) infra 2 dì esere a Napoli: quando habiàno qualchosa, vi se ne dirà, et, havendo bisogno più d’uno favore che uno altro, oltre a quegli che s’ànno chostì, vi si farà intendere. Totto potrebe, per lettere abiamo, a ognora esere in Anchona. Idio per tutto lo salvi. I duchati X di chamera s’è ordinato si paghino, che a questa hora debe esere facto; et si mandò la lettera al dipintore; e s’è mandato la lettera a la Marietta, che sta bene con la brighata in villa. Né per questa altro. Idio con voi.

In Firenze, a dì 6 d’ottobre 1506.

 

Arete inteso la morte del re Filippo di Spagna, che debe esere per ghuastare disegni.

Vostro Piero di Francesco del Nero

124

Il card. Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Cesena, 6 ottobre 1506

Spectabili viro domino Nicolao Maclavello secretario florentino compatri nostro carissimo F. de Soderinis tituli S.te Susanne praesbiter Card.lis Vulterranus.

Spectabilis vir compater carissime. Come sapete, dovavamo partire domattina per Furlì; ora si è mutato proposito, et domani sarà consistorio, né si vede altra causa d’inportantia che lo examinare el modo delle censure contra Bononienses.

In questo punto lo ambasciadore del re di Castiglia ha significato alla S. di nostro Signore come quella Maestà è morta in Burgos di quelle febre che in Italia si chiama mazucho; et perché questa morte potrìa causare o la ritornata del re Ferrando, o altri moti di inportantia, et li vostri Ex.si Signori non ne havere sì presto notitia, ci è parso mandarvi questo a posta, acciò lo facciate subito intendere alla Signoria, ché questa morte darà la sententia del re de’ Romani et molte altre cose.

Questa Santità hoggi ha fermo Ramazotto con 750 fanti et Nanni Morattini con 300 et dato ordine d’haverne fino in cinque o sei milia a sua posta, et mille sono li feltreschi; et li franciosi ne merranno seco da 4 in cinque milia.

Questi Bolognesi hanno mosso qualche pratica, et chieghono si mandi dua cardinali a vedere et reformare; ma nostro Signore è nella sententia lo lasciasti.

Dicesi partiremo domani dopo desinare, il che a noi pare difficile, ma l’altro dì doverrà esser a ogni modo. Advisateci come trovasti le cose a Furlì et come le troviate costì. Bene vale.

Cesene, vi Octobris 1506.

125

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

Castrocaro, 10 ottobre 1506

Spectabili viro Niccolao Malclavello, secretario et mandatario florentino apud summum pontificem, carissimo.

Forlivii.

Spectabilis vir, amice carissime, etc. Hoggi vi scripsi et vi mandai per il Mancino corriere uno piego di lettere havute da Firenze. Dipoi, ho la vostra per lo arciprete et, con epsa, una a’ Dieci, la quale ho mandata, et credo vi sarà domandassera. Ho inteso dal decto arciprete el pericolo ha portato el nostro reverendissimo monsignore, che mi ha dato spavento; pure, per gratia di Dio, non ha impedimento. Mando con questa uno mio servidore con una al prefato reverendissimo, el quale prego indiriziate ad sua reverendissima signoria, et ad quella vi piaccia raccomandarmi et offerirmi. Io sono stato con questi huomini, et dispostili in modo che credo che domenica infallanter faranno parte di loro debito. Harei care conducessi el reverendissimo qua, ancora che non ci sia modo ad honorarlo come richiederebbe la sua reverendissima signoria. A la quale iterum vi prego mi raccomandiate. Né altro mi occorre.

Piacciavi farci parte delle nuove havete costà. Ex Castracaro, xa octobris MDVI.

Petrus Franciscus Thosinghus, commissarius, etc.

126

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

Castrocaro, 10 ottobre 1506

Spectabili viro Niccolao Maclavello, secretario et mandatario florentino apud summum pontificem, suo charissimo.

Forlivii

Spectabilis vir etc. Niccolò mio, e’ bisogna che voi adoperiate con il reverendissimo cardinale di Volterra che io, per mezo di sua reverendissima signoria, octenga una gratia dalla santità di nostro signore; ma vorre’la gratis et sanza spesa; et questo è che io ho uno mio figliuolo, che all’ultimo di questo fornisce xxii anni, el quale vorrei fussi dispensato in potere tenere beneficii curati, perché messer Niccolò, mio fratello, li vorrebbe renuntiare uno de’ sua, et io non vorrei havere ad spendere. Et però vi prego ne parliate con il reverendissimo, et facciateli fede che e’ farà questo beneficio ad homo che farebbe per lui et per la casa sua ogni cosa, et voi lo sapete. Vorrei nella medesima supplicatione fussi ancora a duobus incompetibilia. Io ho facto segnare più volte questa supplicatione medesima, ma, per non spendere, non la ho mai tracta. Io non voglio mancare di dirvi che, quando io tornai di Francia, io trovai la santità del papa in Asti, che era cardinale, el quale mi honorò et fecemi grandissime profferte etc.; et credo, quando sua santità intenderà che tale gratia habbi ad servire ad me, conscenderà più facilmente. Io vi raccomando questa cosa, et pregovi facciate per me quanto io farei per voi.

Questo commune farà domani parte di suo debito, et anche ho facto qualche opera col comune di Modigliana. Se voi havete nulla di nuovo che si possa dire, vi prego ce ne facciate parte, et non dimenticate el venirci ad rivedere. Né altro, salvo offerirmi ad voi. Dio vi guardi.

Ex Castracaro, die xa octobris 1506.

Petrus Franciscus Thosinghus, commissarius etc.

127

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 11 ottobre 1506

Niccolao Maclavello secretario florentino apud summum Pontificem maxime observando.

Ad Furlì o dove diavolo elli è.

Compare honorando. Io vi harei da scrivere uno mondo di cose, et perché io non so donde mi cominciare, tutto serberò ad bocca; benché, non mi havendo resposto anchora all’ultima, credo fussi de’ 6 dì, almeno della ricevuta, potrei sanza carico dare una passata, non lo vo’ fare per non imparare da voi, che mi havete facto il medesimo servitio di una di Luigi della Stufa, che facesti di quelle di Jacopo Ciachi l’altra volta fusti a Roma, che andava ad Giovanfrancesco Martelli. Et se voi dicessi: E’ non ci è; vi respondo che la dovavate rimandare in qua, et non stimare sì poco le cose come voi fate. Honne becco una canata; ma la fia l’ultima, perché ma’ più accepterò lettere che mi sieno date, che io vi mandi, in modo mi tractate. Fate danno a voi et a me anchora, oltre al dispiacere che non è piccolo: di questo non se ne parli più, ché, se nessuno ha ad esser ripreso, tocca a me che vi conosco, et pure mi vi rificco.

La Ex.tia del Gonfaloniere mi dixe che sabato passato chiedessi danari per voi a Francesco Davanzati: non lo feci perché non pote’; hollo facto stamani. Harò stasera venti ducati et li manderò ad Pierfrancesco Tosinghi ad Castracaro; et s’ i’ potrò accattare quello fiorino ho speso di vostro, vi manderò anche quelli; se non, indugerò a un’altra volta, stimando non vi sia disagio, mandandovi li venti ducati: et se li accadessi mai che io fussi mandato fuora, per compagnia del manigoldo, almeno usate el simile officio per me, se la natura vostra lo comporta.

Voi desti un poco di sevo alla galea nelle cose de’ fanti per quella de’ 5: fu notata et conosciuta. Havete ad intendere che non fu stato Bernardo in officio sei dì, che si fe’ una deliberatione in favore dell’ordinanza che vi satisfarà: et così la cosa va con assai buon favore; ma le querele ogni dì sono infinite: pure si va riparando.

El Pepe credo verrà presto costì, se si vincerà lo stantiamento, ché li danno 3 ducati el dì et, di più, li 200 ducati, et 300 gnene prestono per tre anni; et voi doverrete tornarvene, che lo desiero tanto, che non ve lo potrei dire, per fuggire questa briga et starmi in uno cantone ad ghiribizare.

Voi non mi havete dicto cosa alcuna del periculo che portò el nostro R.mo di Volterra, che quando vi penso, per Dio, ne triemo anchora: sono fructi che si cavono del seguitare gente d’arme; et quella mula la farei impiccare a ogni modo. Scripsemelo el Ruffino et fu ad proposito, perché ce n’era qualche notizia, et non si sapeva la verità del fine: habbisi cura, per l’amore di Dio, perché saremo privi d’una grandissima speranza.

Questa mattina in Santo Giovanni stetti due hore con Antonio Giacomini: parlamo d’infinite cose, et in ultimo di voi: commisemi vi salutassi et ve li raccomandassi, et così fo. Et andate ad recere. La Marietta vostra è in villa et sta bene con tutta la brigata.

Florentiae, die xi Octobris MDVI.

Vester Bl.

128

Lattanzio Tedaldi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 11 ottobre 1506

Nobili viro, domino Niccholò Machiavelli secretario florentino apud pontificcm.

Ihesus Christus. Die xt octobris 1506.

Sotto questa sarà una al chardinale Soderino. Prieghoti la dia per mia parte et in tempo che la possa leggere bene; et domanda la risposta, et sollecitala, et mandamela, che di chosì umilmente ti priegho. Appresso, ochorrendo (che ochorrerà), fara’li intendere quanta senserim de pontifice, chome più volte ne ò parlato techo; similiter quid de cometa publice in consilio locutus fuerim. Et vale et me illi commenda.

Lattanzio Tedaldi, in Firenze

129

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

Castrocaro, 12 ottobre 1506

Spectabili viro Niccolao de Maclavellis, secretario et mandatario florentino apud summum pontificem, charissimo.

Forlivii.

Spectabilis vir, amico carissime. Per la vostra di hieri restai raguagliato et satisfacto della opera et diligentia havevi usato appresso il reverendissimo di Volterra circa quanto desideravo obtenere: di che vi ringratio, et vi prego, quando ne havete occasione, liene ricordiate et mi raccomandiate ad sua reverendissima signoria. Et voi, quando havete qualche nuova, fatecene partecipe, come mi promettesti, che delle cose della corte ne siamo molto adsciutti, et da Firenze, da quel summario in qua, non ho nuove.

Mandovi uno piego di lettere vostre per il medesimo che da Firenze le ha portate con una al reverendissimo di Volterra: presenteretela. Et altro non mi occorre, se non di nuovo mi raccomandiate ad sua reverendissima signoria. Et vostro sono. Christo vi guardi.

Ex Castracaro, die xii octobris MDVI.

Petrus Franciscus Thosinghus,

commissarius

130

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

Castrocaro, 14 ottobre 1506

Spectabili viro Niccolao Maclavello, secretario et mandatario fiorentino apud summum pontificem, amico charissimo.

Forlì.

Spectabilis vir carissime noster, etc. Niccolò, io ho inteso dallo arciprete di qui che il reverendissimo di Volterra ha voglia di venire domactina a desinare con noi, che mi sarebbe somma gratia. Pregovi lo persuadiate al venire; et, se bene non haremo da honorarlo come merita la sua reverendissima signoria, non mancheremo di farli una buona cera. Iterum, vi prego ce lo conduciate, che lo porrò appiè delli altri oblighi ho con voi; et per il presente apportatore vi piaccia risponderne.

Mandavisi più lettere in un piego al reverendissimo prefato et a monsignor lo governatore, come vedrete. Presenteretele, et advisate così quello havete di nuovo et quando stimate parta el papa.

Le vostre lettere ad Firenze si mandòro prestissimo; et, come scrivesti, scripsi ad messer Francesco Gualterocti. Alia non occurrunt. Christo con voi.

Ex Castracaro, die xiiii octobris MDVI.

Petrus Franciscus Thosinghus,

commissarius

130 bis

Francesco Pepi a Niccolò Machiavelli

Fiorenzuola, 25 ottobre 1506

Carissimo Niccolò. Io ebbi una vostra ieri di là dal giogo che se beni io partí giovedí di Firenze, per qualche sinistro caso advenutomi per via mi ha facto ritardare, perché volevo iersera esser costì. Parto in questa ora di qui di Fiorenzuola, che è levata di sole, e mando il cavallaro con questa. Voi in primis mi raccomanderete a mons. rev.mo di Volterra, e scusatemi del non risponderli et ringratiatelo assai della umanità sua, e della lettera delli advisi, et io manco di scriverli, perché mi manca tempo. Et questa leggerete a Sua Signoria rev.ma.

Io non vorrei allo entrare mio, né cerimonie né pompe, quando el luogo ne faccia scusa, et conservi la dignità della città, perché a me gioverà piú uno buono facto per li miei excelsi Signori che mille demonstrationi e crederei bastassi che costí s’intendessi publice che restassi da me; nondimeno sono per accomodarmi a tutto quello che parrà a monsignor rev.mo, perché in minimis et maximis ne ho a seguitare el giudicio e consiglio suo, et con questo animo sono uscito di Firenze. Se paressi che io entrassi stasera solo con uno famiglio, lo farei di nocte, perché cavalcherei e lascerei indrieto gli altri tutti, o non, ch’io soprassegga a Tossignano con tutta la famiglia, perché quando verrò costí solo sarà come se io non vi fussi.

Io ho 8 famigli a cavallo, el figliuolo e il genero, uno spenditore, ser Augustino e io con 2 staffieri e il cavallaro e tutti bene ad ordine e bene a cavallo, e ho con meco 4 altri cavagli di uno dei Peruzzi et di uno de Venturi, quali hanno qualche faccenda cosí alla corte. Partiron meco, son venuti con me e hanno viso continuare la stanza; questo dico perché intendiate che alloggiamento mi bisogni, et io poi che ebbi scripto a mons. rev.mo e a voi da Firenze, intendo io messer Alexandro Neroni esser preposto a cotesta cura dello alloggiare, li scripsi da Firenze pregandolo di bono alloggiamento, perché è comunione fra noi. Io disinerò stamani a Pian Caldoli, el cavallaro verrà a distesa. Voi lo rimanderete indrieto, e io sopra starò a Tosignano per seguire poi l’ordine che mi darete, communicato arete tutto con mons. rev.mo.

Dite al archidiacono che io non rispondo altrimenti alla sua, perché non scade, lo farò di bocca. Raccomandatemi a lui et bene valete.

Ex Florenzuola, die xxva octobris 1506 hora 13 a

Franciscus de Pepis doctor orator.

131

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Bologna, 12 novembre 1506

Spectabili viro Niccolò Malchiavegli, cancellario etc.

In Firenze.

Niccolò maestro mio, etc. Hiersera messer Francesco mi commisse che io vi scrivessi suo nomine et che in primis lui vi ringratiava della stanza datali in Imola, dove, oltre a l’esser lei humidissima et pericolosa di rimanere alla stiaccia, come sapete, li fu decto et factoli toccare con mano, il dì davanti che lui partissi di lì per venire qui a Bologna, come, dove lui teneva il capo suo quando faceva nel suo lectino, havea disopra dal capo nel muro uno braccio di terreno posticcio nel cortile drietoli al muro della camera; et fu veduto con experienza che quel muro etiam di camera sudava un certo liquore, il quale crede che nel dormire li sia entrato adosso et lo habbi facto cacare il sangue, sì che 8 dì fece hieri sia iaciuto continue così con gocta come etiam con febre. Et il maestro che lo medicava, lo affermava, et però non ha voluto passare che voi sappiate il tutto et che voi volessi una stanza per lui simile a quella havevi trovata per voi. La qual così facta li costò 40 lire in xv dì che l’habitò. Et però, Niccolò, se voi non mi rispondete, purgandovi in quel modo so saperrete, sua magnificentia rimane con un poco di ruggine con voi. Fatelo, et come vi parrà: non enim deest ingenium.

Baccio di Ruffino fu in Imola, et, pet quanto mi dixe, torneria volentieri costì; et io, che so da uno di Modigliana, per nome ser Zoanni Antonio, che lui ha facto bene in quegli luoghi e fatti suoi et che passa xx ducati di straordinarii. non glene credo. Pur voi, havendone bisogno, scrivete et allegatemi del suo desiderio, et non harete a cacare il sangue, voi o Biagio o ser Luca. Non so che altro dirmi per questa, se non che per altra scriverrò di questa magna entrata pontificale qui in Bologna. Son vostro, et raccommandatemi a messer Marcello et a Biagio, a ser Luca, al proveditore et sobto. Adio.

In Bologna, xii novembris 1506.

Augustino etc.

132

Giovanni da Empoli a Niccolò Machiavelli

Bologna, 16 novembre 1506

Egregio viro domino Nicolao Maclavello, secretario florentino maiori honorando etc.

Egregie vir maior honorande, etc. Et vi ringratio, che mi diate ogni dì di queste brighe di dare lettere in propria mano, etc., come ho facto questa: tutto però per servire a voi.

A messer Raimondo pare che indugiate tropo a dare effetto al comparatico, et, quando pure indugiate ancora assai, vorria sapere di chi si ha a dolere.

Pregovi che non li facciate torto. Potreno fare sanza li vostri fogli et la vostra saliva, et infine noi non haviamo bisogno di persone tanto savie. Però voi ci volete tornare poche volte. La procura verrà come noi siamo fermi, che ancora siamo in aria et doverremo oramai stare qui un pezo. A voi mi raccomando.

Bononie, xvi novembris 1506.

Vester Io. de Emp.°, camerarius cardinalis vulterrani

133

Carlo Albizi a Niccolò Machiavelli

Bologna, 25 novembre 1506

Magnifico domino Niccolao de Machiavellis Reipublicae Florentinae cancellario dignissimo plurimum honorando.

Florentiae.

Magnifice vir plurimum honorande, salutem. Addì passati ho receputo una lettera de V. M.tia ad me molto grata, per la quale intendo il nostro R.do Arcidiacono, essersi confidato con voi di quella faccienda della quale ancora haveva parlato al R.mo Monsigniore nostro de Volterra; il quale li havea promisso de aiutarlo. Intendo quello mi advisa V. M.tia circa il parlare io ad Monsigniore mio R.mo de Pavia, che lo farò; et quando di costà intendessi cosa alcuna, vi prego non vi incresca darne adviso, perché più presto riuscirà ad me che ad nessuno altro, et di questo vi resterò sempre obligatissimo. Et adcadendo che diate presto adviso circa provedere il figliuolo vostro di qualche beneficio, farò tale opera che de me vi terrete satisfato.

Item quando vostra donna si apresserà allo partorire, mi farete singulare piacere advisarmene, acciò, non ci essendo, possa ordinare uno in mio loco. Et di questo ve pregho, perché, non me lo scrivendo, mi terrìa ingiuriato da voi. Né altro. Ad V. M. quae bene valeat.

Bononiae, die xxiiiii Novembris MDVI.

E.V.M. Servitor Carolus de Albizis

134

Il card. Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Bologna, 15 dicembre 1506

Spectabili viro domino Nicolao Maclavello secretario florentino compatri nostro carissimo.

F. de Soderinis tituli S.te Susanne presbiter Card.lis Vulterranus.

Spectabilis vir compater carissime. Per la vostra de’ 10 ci raccomandaste il vetturale per il quale haviamo facto et faremo ogni cosa possibile, et già le cose loro sarebono expedite bene, se non si fussino a Roma aviluppati et messisi in mano di ribaldi et inimici di cotesta città.

Parci veramente che cotesta ordinanza sit a Deo, perché ogni dì cresce, non obstante la malignità etc. Haviamo hauto singulare piacere del nuovo magistrato, et preghiamo Dio che la electione sia tale che ne seguiti uno solido fundamento, perché noi non vegiamo che cotesta città da un tempo in qua habi facto cosa tanto honorevole et sicura quanto questa, sendo bene usata; in che e buoni dehono mettere ogni loro studio et non se ne lasciare menare da chi per altri disegni non amassi il bene di cotesta città quanto si conviene in questa sua nuova libertà, dono divino et non humano, nisi corrumpatur malitia aut ignoratione: et voi che ci havete tanta parte, non mancate in alcuna cosa, nisi velitis habere Deum et homines iratos.

Bene valete. Bononiae, xv Decembris MDVI.

135

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Bologna, 28 dicembre 1506

Spectabili viro Niccolò Machiavegli secretario florentino suo honorando. In Firenze.

Niccolò mio honorando. A ciò possiate satisfare a quel vostro parente creditore di Giovan Marco gioyelliere di quanto io ho raccolto di lui, vi fo questa. La vigilia di Natale lo ’mbassatore nostro hebbe una lettera dal decto Gian Marco de’ 18 dì, data in Rimino, et dicevali di certe cose sue particulari et maxime di una casa che ci appigionò, et dove prima gli havea dato intentione non se ne haver a pagare pigione etc.; res postea aliter se habet, et lo ’mbassatore per non gli satisfare molto, iterum cerca di altra habitatione, ancor che mal volentier ci se ne truova.

Intendo che Gian Marco non ha niente di immobile, et qui in Bologna havea una casa, et essendoli suta già ingarbuglata, non la può rihavere: lui volea riscuotere 2 mila lire di bolognini diceva haver avere per conto de’ Bentivogli, et non ne è stato nulla; et non solo non gli ha riscossi, ma non può stare in Bologna, et la causa non intendo ancor bene, etiam che l’habbia sottilmente investigata. Questi due suoi cuccioloni vanno molle, come tordi balordi: et la moglie di Gian Marco si sta in un monasterio, per non voler stare in una casipola hanno tolta a pigione: vivono di non so che gioie ha di Gian Marco uno hebreo, che è poca cosa. Insomma se non si cominciassi a piatire et voler entrare in quella casa che è in dubio se ha ad essere sua o no, qui non è per quanto intenda io molto grascia.

Intendo, per ricordi di un vostro et mio amorevol amico comune, quelli Nove haranno ad havere oltre al cancelliere uno coadiutore o più: pregovi mi vogliate in questi casi havere per raccomandato, et veggiendo voi sia il bisogno mio più sicuro che dove io sono, operiate sì et in tal modo che io sia uno di quelli coadiutori, cum pro certo habeam fore ut tu sis Cancellarius illorum Novem, ni locum tuearis, quo nunc frueris, quod Deus avertat.

Lo abate Basylio facto noviter maestro di casa del nostro R.mo Vulterrano si raccomanda ad voi et gratulatur tibi de nova militia etc., et dice vi offerisca suo nomine una proda di lecto, ma che non vi si potrà menare quel facto: questo dice sopra el dirgli el Pepe voler chiedere licenza et creder l’habbia ad havere, et voi ad venire qua.

Qui non è di nuovo; et de l’Imperadore, ancor che Venitiani ne jactino, nondimeno di casa il Cardinale tedesco non escie, se non che sia o per starsi di là da’ monti o venirsi tutto tutto del papa. Et da Napoli non ci è similmente nuove, non ci sendo huomo di quella Catholica Maestà, di che questo Beatissimo riniega Dio. Et di Francia non ci è se non zuchero et mèle: et aspectacisi in kalen maggio el Christianissimo.

De l’havere dato e confini questo papa a certo numero di Bolognesi, non rilieva molto, sendo, ancor che cittadini, cagnotti et emissarii di messer Giovanni.

Non dirò altro per questa, se non che mi raccomando ad voi ex corde, et voi mi raccomandate a messer Marcello et a Biagio, et salute alquanta al Nobile, a ser Luca et tutti.

In Bologna, adì xxviii Decembris 1506.

Vostro Augustino cancell.

 

A Biagio non scrivo per haverli scripto hieri; aspecto ben da voi 2 versi in risposta di questa et pregovene, o mi fate rispondere a Biagio caso quo non possiate farlo voi.

136

II card. Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Roma, 4 marzo 1507

Spectabili viro domino Nicolao Malchiavello compatri nostro carissimo.

F. de Soderinis tituli S.te Susannae presbiter Car.lis Vulterranus.

Spectabilis vir compater noster amantissime, salutem. Quanto la vostra lettera è suta più copiosa, tanto più ci ha dato piacere, perché habiamo inteso chiaramente come procede el principio militare, che corresponde alla speranza nostra pro salute et dignitate Patriae. Né si vole credere che le altre natione ad questi tempi siano superiore al nostro peditato, se non perché loro retengono la disciplina, quale già gran tempo è sbandita de Italia. Et non debbe essere poca la contenteza vostra, che per vostre mano sia dato principio a si degna cosa: vogliate perseverare et condurla al desiato fine.

Saviamente scrivete che ad questo principio sopra tutto bisogna la iustizia, così ne la cità come nel contado. Et benché lo ill.mo S.r Confaloneri intenda la necessità publica et ad quella dia ogni opera, pure, excitati dal scrivere vostro, al presente recordamo et non cessaremo per lo advenire di recordare quanto ne scrivete, che ancora noi stimiamo sia necessario.

Le cose scripte da voi sono de natura che le pò legere ogni castigato iudicio; et se in ciò non havete posto ogni vostra industria, come voi dite et noi crediamo, pensate de che prestantia saranno le cose, alle quale metterete tutta la forza de l’ingegno et doctrina vostra. Al che vi confortiamo quanto sia possibile. Et preghiamo che alla giornata ne fate participe de le vostre lucubrationi. Bene valete.

Rome iiii Martii M. D. VI.

137

Giovanni Ridolfi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 20 aprile 1507

Spectabili viro Nicolao Machiavello, secretario florentino, tanquam fratri.

Spectabilis vir, etc. Sarà delle presenti exhibitore Antonio di Michele di Giusto dalla Castellina di Chianti, amico mio, il quale pare che voi habbiate scripto et messo in lista insieme cum Michele, suo figliuolo; et perché Antonio per la età sua non è apto a l’armi, et Michele, per essere calzolaio et quello che governa la bottegha, non la può lasciare sanza grandissimo incommodo et danno; però vi pregho siate contento per amore mio levare l’uno et l’altro di lista et lasciarli indrieto, acciò possino attendere alli loro exercitii, che me ne farete singolare piacere, offerendomi paratissimo a’ vostri beneplaciti. Che Dio vi conservi.

Florentiae, xx aprilis MDVII.

Johannes Rodulphus

138

Lorenzo Berardi a Niccolò Machiavelli

Cigliano, 14 giugno 1507

Domino Nicholò di messer Bernardo Machiavegli, in Firenze.

Nicholò karissimo. Per lo Ispratichino per atri avétte inteso chome e·Gaza ha fatto mazzi de’ sua salci, che era da alzare le mane a cielo, dapoi era venuto da lui l’andarsene. Sendo istasera a Sancta Andrea chol prete, ci chapitò a le mani dua o tre lavoratori, de’ quali ci siàno risolutti di dàlo a l’aportatore di questa, che sono tre frategli e àno una sirochia, che ve n’è dua da 20 anni, e là è l’atro per ghuardare le bestie, e sono buone persone e stanosi benisimo, da no·vi dare disagio da achatare nula da voi, e faranoci onore. Ora, e·prette, intendendo che gli era venuto chostì a voi u·certo Vetorio che sta a pigone i·Sachasciano, no·ci pare sia e·bisogno vostro, perché è più tosto per atendere a merchatare che a lavorare, e rimane che io vi scrivesi, a ciò che voi no·vi lasciate inganare da persona, e lui dise che vi iscriverebe e ch’egli sare’vi domatina. E’ verò a trovarvi, e verà a la ventura anche e·prete, e rimareno a questa chosa, sì che intendete da l’aportatore u·pocho e·bisogno vostro di quelo àne a fare, e poi ci risolvereno.

E·prete dicce che voi no·pensiate a nula, ché à già ogi fatto seghare uno mezo chanpo, e·resto à chome aloghato, ogni chosa andrà bene, sì che no bisogna che di questo ci pensiate punto, perché àne buono amore a le chose vostre. No·dirò atro. Saròvi domatina e rivedrenci dapreso. Christo di male vi ghuardi.

A dì 14 di gugno 1507.

Vostro Lorenzo de’ Berardi, a Cigliano

139

Bartolomeo da Filicaia a Niccolò Machiavelli

Pescia, 15 giugno 1507

Spectabili viro Nicholò Machiavegli, segretario de’ nostri signori.

Al nome di Dio, a dì 15 di giugnio 1507.

Carissime, etc. Iersera a ore una di notte ebi la vostra, per la quale disiderate intendere se è chapitato qua Batista di maestro Iachopo da Bolognia, che sta a Bugano; apresso, se chon lui è venuto uno govene del Chasa, vostro lavoratore e debitore di lire 200. Per aviso: chome si mandò a fare el ragonevole servigo; et, per non esere lungho, ò qui nella prigone detto lavoratore vostro (el quale à la donna et 2 figliuoli a Bugano), per seghuirne l’ordine vostro. Però avisate. Lui dice esere debitore, ma che à lascato tanto, che si può paghare, et che s’è partito, per non potere paghare el chamerlingho et non volere stare per le prigoni. Né altro ho da dire. Vostro sono. Christo vi ghuardi. In Pescia,

Bartolomeo da Filichaia, vicario e comisario

 

El bologniese non è in paese et, sechondo uno suo fratello che è chonparso quivi, dice lui esere a Bolognia. Per aviso.

140

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

Fivizzano, 30 luglio 1507

Spectabili domino Nicolao Maclavello dignissimo secretario apud D. Novem militiae Reipublicae Florentinae.

« Se io mi dolsi, et hora mi ridolgo », quando io pensavo chene huomini della qualità vostra avessino ad essere le gruccie et il sostegnio della vita mia et de risolvermi e mia dubbi, et che hora me usciate adosso con sì facte cose, le quali mi paiono come addimandare quale fu prima (h)o la machina del cielo (h)o l’astrologia, (h)o quale sia più densa (h)o l’acqua (h)o ’l globo della terra, (h)o qual sieno più perfectte (h)o le figure triangulate (h)o ’ circuli tondi. Hor non sapete voi che poche poche amicitie sono state quelle che in prociesso di tempo non diventino il suo contrario? et, come l’omo inella sua giovanezza, (h)o per me’ dire infantia, se deletta di mano in mano di mutare le vestimenta et di varii colori, così medesimarnente si mutano le amicitie? et, venendo poi nell’età più matura, chi per defecto de compressione et chi hopresso da una sordida et meschina povertà, così ancora da emulatione di stati et da varii sdegni, fanno tutte queste cose con lungezza di tempo diventare li uomini d’amici innimicissimi? Hor non sapete voi che lo inperio et grandezza di Roma fu difactto per conto delle amicitie infinitissime volte? O chi furono maggiori amici che Collatino et il figliuolo di Sesto Tarquinio? per la qual cosa ne venne la ruina de’ regi et totalmente di quella familglia. Et disciendendo poi a’ tempi di Mario et Silla, la quale confederatione non fu mai pari, et finalmente ne seguitò la perturbatione di quel pacifico et populare governo di quella città. (H)o non v’è elli noto la fratellanza et congniuntione di Iulio Ciesare et il magnio Pompeo? Et così ancora de el triunvirato, cioè Antonio et Hottavio et Lepido, che non solamente messono in ruina la patria loro, ma quasi tutto il circulo della terra? Et se non che l’ora è pure tarda, io enpierei una lisima di folgli de esenpri ebrei e greci e latini. Ma che bisongnia riciecare le cose antiche, quando ne’ tempi nostri moderni, et noi con lli nostri hochi abiamo più et più volte veduto per simili efetti la patria nostra in grandissima ruina et angustia? Dove fu maggiore familiarità et amicitia che in fra Dietisalvi et Piero di Cosimo, et cosa ancora poi in fra Giuliano et Francesco de’ Pazi? et vedete che icielerato fine n’è seguìto. Ma e’ mi pare de continuo sentire qualcuno di voi che legiendo questa letera non ischingniazzi et che non dichi: (H)o queste cose non seguitorno quando l’amicitia durava, ma dipoi che fatti furono inimici. Et io rispondo che tutti li efectti sono generati dalle cause loro, et però si può dire iustificatamente che quasi pro maiori parte tutte le ruine delle città sieno causate et generate dalle intrinseche et cotidiane amicitie, le quali generono col tempo et massime nelli homini grandi, pelle ragioni preallegate di sopra, simili et cotali efetti. Et però, carissimi amici, io ve esorto et conforto et imo priego ad volere usare in fra voi moderatamente et civilmente, prima perché io giudico sieno più per durare, et etiam per evitare tutte le suspitioni et gelosie le quali solgliono nasciare in simile città.

Ma perché questa mia lettera non diventassi cantafavola, farò fine al mio sermone, ricordandovi solamente una cosa: e questo è a patientia circa al trionfo di Germania, e chi si fa bello d’avervelo inpedito, non à et non trionferà però dell’Asia, et di coteste cose non v’à mancare se non quelle non vorrete. Nec alia.

Ex Fivizana, die xxx Iulij MDVII.

 

Io ve priego che e’ non vi incresca racomandarmi al Mag.co Gonfaloniere quando capitate su; ma questa parola bisongnierebbe fussi in sur uno pringetto che agiungnessi insino a costì et a mala pena lo faciessi; ma io sono chiaro d’una cosa: che voi metterete un dì in oblivione voi medesmo, et basti. Voi me avisate che state tutti coll’arco teso che Gigi Mannelli non venga: se voi l’avete a sconchare, schochatelo nel forame a Masino del Tovalglia. Fatevi con Dio, et atendete a stare lieti et racomandatemi a Paolo, a Giovan Batista, a Luigi, a messer Francesco, a Tomaso del Bene, et basti.

Vostro Philippo Casavecchia, commissario

141

Alessandro Nasi a Niccolò Machiavelli

Cascina, 30 luglio 1507

Spectabili viro Nicholao de Machiavellis secretario florentino amico precipuo.

Florentiae.

Machiavel gentile et non sciagurato, che ne sei guarito interamente, havendo per la tua de’ xxiii dischorso in modo che sono inluminato di molte cose, alle quale non voglio fare replicha, perché el tempo non serve et anche chi scrive à preso pocho foglio. Piacemi che ti chachassi la imperial commissione, poi che sei sanifichato in tutto; et credo sia molto al proposito, maxime tuo, trovarti più presto a Firenze che in Thodescheria, come dischorreremo una volta quando saremo insieme.

Le cose si ristringhano, et interverrà a molti come a’ fanciulli, che sono qualche volta lassiati fare corpacciate da’ padri o dalle madre di cose che loro ne hanno gran contento, et poi quello è il propio mezo a torli loro. Però chi si trova d’uno buono animo, recto et a Idio et al ben comune, ragionevolmente in tutti li eventi si può fare juditio si habbia meglio a resolvere, et sia richo o povero, o di qualità o non qualità, come si voglia.

Lo amicho napoletano interpetra sì bene spesso le cose al contrario, che se comentò quella male, non fu gran facto: ho molto charo, acciò che tu conoscha gli huomini, che interpetrassi a quel modo et tu lo habbi saputo. Quando sarà piovuto et rinfreschato, vi aspetto a ogni modo, cioè Alexandro, Biagio et tu. Et se alle volte in questo mezo tu scrivessi, non sarebbe però pechato mortale. Se el battaglione non è in altro termine che tu mi dicha, posso farne buon juditio et vero. Nec alia. Raccomandandomi a te et al Zampa.

Cascinae, die xxx Julii MDVII.

Alexander Nasius Gen.lis Coms.rius

142

Miguel de Corella a Niccolò Machiavelli

Firenzuola, 3 agosto 1507

Magnifico domino Nicholao de Machiavellis, secretario dominorum Novem[ ... ] cum militie rei publice florentine, meo observandissimo.

Florentiae.

Magnifice vir. Per venire lì il conestabile di Firenzuola, non me distenderò a lungo: solo ò a dire a vostra magnificentia de haver visto tutti li battaglioni, excepto quelli de Valdelsa; et, per quanto ho visto, non è cosa me sia piaciuto più de questo, et cum altro ordine che li altri, che giuro a quella che homini già stati in nel misterio venti anni non me hariano potuto meglio sobdisfare, senza tumulto et cum una ubbidientia mirabile, quale non credia, essendo le genti in modo sa vostra magnificentia. Pertanto, essendo decto conestabile a voi amicissimo, non me achade recomandarlo a quella: solo, havendosi a fare cosa alcuna, prego se vogli de lui servire, perché è per fare honore a quella. Alla quale suplico me vogli tenere per ricomandato allo illustrissimo gonfaloniere et a’ nostri signori nove, li quali dalli rectori de’ lochi delli portamenti mei se poteranno informare. Nec alia.

Ex Florentiola, iii augusti 1507.

 

De vostra magnificentia più che suo don Michel de Corella mano propria

142 bis

MIGUEL DE CORELLA A NICCOLÒ MACHIAVELLI

Fiorenzuola, 15 settembre 1507.

Al magnifico messer Niccolò Machiavelli secretario de li Magnifici signori Novi [..] mio onorando. In Fiorenze.

 

Magnifico messere Niccolò mio. Ho ricevuto una lettera fatta a’ 10 di setenbre: del che sto el piú spantato omo del mondo, a dirmi che si dice che io sia diventato partigiano. È ben verro che io so’ partigiano di quelli che serveno la eccelsa Signoria vostra, et che sonno obidienti.

A la parte che V. S. mi scrive che vole intendere che io volevo pigliare uno di que’ del Bello, che averà caro sapere la cosa come passò, la cagione si è questa che, asentato al palazo de la porta del capitano di Castrocara, viene a me una povera donna, dicemi: «Signore, vi voría dire dieci parolle per l’amor di Dio». Di che io m’apartai con essa da uno canto per intenderla. Come fu’ apartato con esso lei, s’inginochiò e cominciò a piagnere cridando: «Misericordia, iustitia, iustitia». Dimandai: «Che cossa ài bona donna ? levati su, leva su». Disce: «Signore, c’è uno magniano forestiere, che m’à tolto una mia figliola per forsa, vergine, et à fatto quel ch’à voluto con lei: e mo’ ricerca di portarmene una altra». Io li dissi: «Bona donna, è costui in la terra?». Disce: «Signore sí; datemi due o tre fanti, che io insegnerò chi è». Allora ci donai tre fanti, e essa donna mandò uno suo parente con quelli fanti a insegnarcelo. Li dui fanti piglioro per una strada, che furro bene informati che veste portava costui, e l’altro andò con el garzon per una altra strada. Quello c’andò con el garzon si scontrò con questo magniano, et aveva commessione da me di pigliarlo et menarlo al palazo, dinanzi al capitano et a me, che l’aspetavamo al palazo.

In questo darli di picca per menarlo, che esso comincia a fare resistenzia, per modo che stando apresso a una cassa di uno di questi del Bello, o di Pier Francesco, che io ho poca pratica in quelle casse, entrò dentro, et el fante dirieto, cridando l’uno e l’altro. Sentendo il romore, mi levai da sedere e corsi là. Entrai dentro la cassa, trovai lí Achille del Bello con uno mezo lancione in mano, adosso a quello fante mio, discendo che non lo meneria, che s’andase con Dio, si non, che faria e diria. Io in questo stante, dissemi el fante: «Signore, in questa canbera sta el magniano». Allora dissi: «Achille, damolo, sí non, ch’i’ farò qualche pazía ogi». E mi disse che potía fare, che non era per darmello, e non volía che si cavasse di là. Io allor li comandai, per quanto aveva car la grazia de’ nostri eccelsi Signori, c’andasse in palazo. Lui mi disse, che non ci voleva andare. Allor lo pressi per el petto per menarlo via. In questo giunse el fratello et piú di quaranta omini di Acugiano armati. Io allor vedendo questo, andai di fora, e pressi una rotella e fei armare la compagnia, e ritornai a entrare dentro, deliberando o di aver costui intro le mani o morir, per modo che el capitano medesimo di Castricara venne allí; e per tanta la furia che c’era, io non lo vidi mai e tornosene a iscire. Di poi tornò per me, e loro m’inpromisseno di menare quello magniano in palazo, e venire lorro ancorra. E cossí m’iscii de la cassa, et andamene in palazo insieme con el capitano; et di poi a uno poco menarro el malfattore, e loro ancora s’apresentorro dinanzi a la signoria del capitano et a me.

Quando furro allí, io dissi al capitano: «Ecco qua el malfattore»; et a costorro: «Adesso che so’ dinanzi a la signoria vostra, io non me ne voglio piú inpaciare. Basta che io ho fatto quello che ogni bon servitore della eccelsa Signoria deve farre». El capitano et uno ser Bacio et uno ser Giovani che mi sonno amici, e lorro ancora mi sonno amici, ma in quello stante mi tocava piú la camiscia che il giubone, mi pregarro che fascesemo pace insieme, e che io non scrivessi di questa cossa a Fiorenza né farne iscrivere; e cosí 1’inpromissi di fare; e che io non erro costumato di scrivere né fare iscrivere di queste frascaríe. E cosí una matina c’invitorno a desinare a la signoria del capitano et a me, e desinamo tutti insieme.

Si ve par che io in questa parte abi pecato di Spirito Santo, prego la Signoria vostra che dica a questi tali che v’ànno contato questo casso, che insieme con la Signoria vostra mi dieno quella penitenzia che pare a lor Signorie; si li par che io ahi peccato di Spirito Santo, come ho ditto di sopra: ché io doveva fare altra cossa che io non fei, che tutti son grandissimi servitor di Marzocco di parolle e gra’ merzè al capèllo, di Castricar e di Modigliana e Maradi, che vedreben la fedelità dove sta. Un dí serò con la Signoria vostra, e vi conterrò cosse e faròvi tocar con mano che vi farò spantare, che non le uso iscrivere; chè io ho servito in questo mondo qualche re e dui pontifici, come la Signoria vostra sa, e non li scrissi mai che non si degniassen di farmi far la risposta, e maxime in cosse che fusse in servizio de lor Santitate e di lor Signorie. E di quante volte ho scritto a la eccelsa Signoria et al Confalonieri mai ho auto risposta, di uno ano e mezo che io sto con lor Signorie. Ma credo che sia l’usanza del paese cossí; perciò non mi maraviglio. Io avevo promisso di non scriver di questa cossa, ma m’è stato forza di darne ragione a la Signoria vostra, che so mi ama et volmi bene. Non n’averia scritto per cossa nissuna a persona del mondo. El capitan di Castricarra passato è meglio informato che non so’ io, et esso potrà dire el tutto a la Signoria vostra. E credo che lorro non abino scritto di questa cossa a Fiorenze, perché io apria el sacheto poi quando credessi avessino scritto niente.

A la parte che dite che io so’ diventato parzial de l’arciprete, non voglio altro testimon si non el capitan di Castricara, che per infin al primo giorno li dissi che sería el meglio che si levassi e l’arciprete et alcuno altro di Romagna; de li quali ne mandai la Lista per ser Apardo mio cancilier a la eccelsa Signoria; e tutti li retòri si acardarà’ con me che ’l si levaseno di Romagna per alcuno anno; et uno ce n’è costà che non bisogna mandarlo, el quale è l’arciprete. Guardate si io l’erro parziale, che dite che io vo con li suoi seguaci. Chi l’à ditto a la Signoria vostra, ne mente falsamente per la gola, che io non praticavo con altri si non con uno vechio che si domanda Giorgio de la Golfaia, che pageria la metà de la roba sua e stare in pace. Et esso mi prestò uno letto in che io dormissi.

A la parte di Matteo Facenda, fo intendere a la Signoria vostra, che v’à ditto la magior falsità del mondo; che da poi so’ stato in Castricara, non è mai stato in su el tenitorio de’ fiorentini. E ci ano rotto la testa al capitan di Castricarra et a me, che lo volessemo fidare per venire a parlare con esso noi a dire la ragion soia. Noi non l’aviem mai volsuto fare né sentito mentovare: et trovavassi allora a Vagnio a Cavallo’ E di questo ne serà bon testimonio el capitan di Castricara. Et perché cognosciate voi le tristizie di quelli che vogliono macular l’onore d’uno gentilomo, per ben che di queste cosse non me ne curro niente, ne starò al paragon dinanzi a Dio, non tanto a li omini del mondo, ché dice il proverbio: Piscia chiaro et incanane el medico. Ché ho ancora le strutione che V. S. mi dè già uno ano e mezo fa, et òlle in el core et entro la testa: cioè, che mi disse che io non volessi mangiare mai in cassa di capo di parte, e che non volessi pigliare amicizia con esbanditi che aveseno bando del capo, e ribelli della Signoria. È ben verro che in questo tempo ne ho parlato a dui o a tre, che l’ò fidati, solamente che mi veniseno a parlare, perché m’avevano promisso di farmi avere de li altri inele mane. De li tre me n’è riuscito uno bene.

Preterea, la notte che arivai a la rocca che veni di Fiorenzola, subito el sepeno a Castricarro; donde c’andò questo Francisco del Bello, et avisò o fe’ avisare a Matteo Facenda, che stava in la pieve de l’Arciprete, come io erra in paesse, che s’andassi con Dio. Donde colui subito cavalcò et misesi in via. Donde che ’l diavolo l’aitò, che in questo tenpo lui si scontrò con parechi cavalli di Bartolomeo Moratini inimico suo che sta in Forlí; de che li deno la cacia per infin a Bagnio a Cavallo; e scapò per ugnia di cavallo. De che non caveria del capo a Mateo Facenda che costui non l’avesse fatto a posta: de che recerca el ditto Mateo Facenda de far dispiacere a Francesco del Bello, credendo abi fatto ispia a Bartolomeo Moratini. Come hai saputo tute queste cosse, don Michele? Io vi dirò. Uno povero omo, parente di Mateo Facenda, parlando con esso meco, me dise questa cossa, come Mateo Facenda aveva questo malo animo verso di costui. Di che me n’andai al capitano di Castricara, e conta’ li questa cossa. Di che mi contò punto per punto come erra verro, che l’aveva saputo ancorra lui; et cosí avisàno che si guardassi el ditto Francesco del Bello. Queste sono le parte che tengo io; si vi pare che sieno parte, giudichelo V. S.

A la parte che V. S. me avisa d’una vigna ch’è d’Anton Corsini, vi rispondo, che è ben vero che Feragan di Castricare tiene uno balestier de li mei, solo lui et el figliolo, e pregollo che volesse venire con lui a vendemiar una vigna, la qual vigna erra d’Anton Iacomini; e che certi sbanditi non ce la lasavan vendemiar. De che questo balestier, esendo stato senitore d’Anton Iacomini, andò con el detto figliol de Feragano (Como sai tu questo don Michele?). Costor si partiro al serar de le porte, e la matina, come viene el giorno, viene uno compagno del ditto balestrieri, e dicemi: «El tal se n’è fugito, che se n’andò iersera, e non è piú tornato qua». Di che io mi levai con furia de letto, venendo con meco molta gente, e cosí scontrai Feragan. Disemi: «Come andate cosí, Signore, infuriato?». Dico: «Ogni dí mi fa un tristo una burla. Me n’è fugito uno balestrieri de li mei. Giuradío, si qualcun me ne capita per le mani, le metterò questa spada a mezo del core, a ciò che sia sperienzia a li altri». Disemi Feragan: «Non aviate malinconia, ch’è ito a vendemiar una vigna d’Anton Iacomini con el mio figliolo, che certi sbanditi non la volevan che la vendemiasse». Dissi allora io: «Come, andare di notte di fora de la terra, senza licenzia mia? Al nome di Dio sia». Como tornò, ogni omo sa la penitenzia ch’ebe di questo et de l’altre cose triste che lui à fatto. Come dite che io cerchi di sadisfar questa cossa? Io ne so’ inocente. Feragan viene ogni giorno in Fiorenze, fatelo pigliare e sadisfar a messer Anton Corsini; o vengami una lettera da li Signori Otto, e vederà se io li farò pagare piú che non ha pigliato el vino due volte: ché di questa cossa io ne so’ inocente, che non credo che abi condutiero la eccelsa Signoria, che li vogli meglio che io a messer Anton Corsini. Che si io l’avessi saputo allorra, ce l’averei caciato de li ochi; ma Feragan mi disse che era d’Anton Iacomini. Fatemi venire uno minimo cenno de li Signori Otto, e vederete si lo farò sadisfare. Io non voglio mandare la lettera a omo del mondo, si non quando sarò a Castricara, che ci serò presto. Manderò per don Nicola, et serà con esso meco: et io serò con el capitano di Castricara; e vederemo achetar questa cossa per modo ch’abi bon fine. Ma si doveria, quando Feragan viene in Fiorenze, che ci viene spesso, farlo pigliare e punirlo molto bene, a ciò che fusse esemplo a li altri, che non andasseno asasinare a questo modo. E di quanto scrivo a la Signoria vostra ne voglio esse’ al paragon di Dio e delli omini del mondo, che io so’ gentilomo e naqui gentilomo, che non fo cossa che non sia ben fatta e chiarra. E quando V. S. sa niente di queste cosse, prego a V. S. si degni iscrivermi et rispondermi a le lettere che io mando a V. S., che io li scrivería d’ogni cossa quando credessi che la Signoria vostra mi rispondessi.

Data in Fiorenzola a dí 15 di setembre.

Di V. S. più che servo don Michel de Orella man propria.

 

Non altro si no che Cristo conservia V. S. in quello stato che essa medesima vole e che voria per la mia vita propio.

143

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

Fivizzano, 22 settembre 1507

Spectabili domino Nicholao Macravello dingnissimo secretario D. Novem militiae Reipublicae Florentinae tanquam fratri honorando.

Carissimo Nicolò. Io ve ho facto resposta a una vostra pistoletta, la quale in verità m’è parsa più admirabile che consolatoria, perché per quella resto più confuso che mai, et massime intendo non eser l’omo contento in grado nessuno così temporale come spirituale: però non vi dovevi né dovete maravilgliare se qualche volta le mia querulate bocie alli horechi vostri trapassano, non trovando requia né tranquilità in questo hocieno et pestifero baratro; dove, se bene particularmente ho notato e rimedi che in quello si porgono, mi pare che unico sia lasciarsi portar ad·lla isciellerata Fortuna, la quale interamente non apruovo, perché, dilettandosi questa di cose nuove, non vorrei un tratto per mia mala sorta mi conduciessi innel postribulante et publico loco di cotesta città. Ma·sse io sapessi dove volgermi colle mie precie, io suplicherei che tutti li mali di questo mondo me venissino prima, in fuora che il pestiferissimo e dispiatatissimo et putrefato morbo dello homore maninconico, el quale intendo perturbare qualche dilettissimo nostro amico, el quale la natura liberi. Nec alia.

Ex Fivizano, die xxii Settembris mdvii.

144

Alessandro Nasi a Niccolò Machiavelli

Cascina, 12 novembre 1507

Spettabili viro Nicolaio de Machiavellis secretario florentino dignissimo et compatri suo.

Florentiae.

Chompare. Hieri mi fu presentata una vostra per Matteo da Capriglola; al quale ho promexo che stia vigilante, et come si darà danari a fanteria, lo faremo mettere in una di queste compagnie; et se veniva prima 4 giorni, entrava innella guardia di Vicho sotto Morello da Campo Giallo. Faròlli piacere volentieri, non già per amore vostro, ma per chi ve ne ha richiesto etc.

Se verrete insieme col Granicho a starvi x dì, farete bene, et allora diventerete el Rosso: lo accomodarsi a’ tempi et a’ luoghi è natura di savio, però non sarà inconveniente al ritorno tornare alla natura del Guicciardino.

La natta dell’imperadore sarà vera, ma al contrario di quello volete dire voi; vengha pure, ché a ogni modo dal male spero bene, et necesse est ut scandala veniant, vhe autem homini illi etc.

Direte alla Ex.tia del Ghonfaloniere che quello Rosaro romano si morì 4 dì sono a.lLucha, et era homo di mala vita et grande stradarolo; et però della praticha sua si posseva sperare più presto bene che male. El frate anche si morì, et non fu a proposito; et se non fu veneno fu paura. Aiuti sua Ex.tia la praticha d’Alfonso, perché è più presto da chavare fructo da lui per questo modo che io sento ragionare, che haverlo morto, o, quando bene si tenessi vivo, tenerlo disperato. El compare mi ha molto rinchorso di questo conte Lodovico, che diavolo sarà. Io ho una volta scritto el vero; et se è dispiaciuto a persona, suo danno, una volta sono di questa natura di caminare con la realità a beneficio del publicho, sanza alcuno respecto privato, né sono per innamorarmi o fare parentado chon nessuno di questi capi, o per fare idoli: sì che chi vuole dire dicha, et vadino a recere. Rispondete a questa lettera a ogni modo.

Cascine, die xii Novembris 1507.

Alexander Nasius Comiss.us G.is

 

Dite al chompare Biagio che per la fretta hier mattina lasciai di dirli, che al partire in mano propria detti la sua lettera et il comandamento de’ X.ci, et sarà così: domani se non è oggi, partirò. Vale itterum.

145

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Roma, 4 dicembre 1507

Al suo honorato secretario delli Ex.si

Signori Niccolò Machiavelli carissimo.

In Firenze.

Honorande secretarie. Per la vostra ho inteso parte di vostro desiderio, ma acciò io possa explorare cosa, et che regga al martello et sia perpetua, bisogna che io habbi più particular notitia di vostra intentione, et disegno del magistrato, perché voi sapete che hoc nomen bargelli apud strenuos viros odio est, et omnes stomachantur: perché mi pare sia da far diferentia da un bargello a uno disciplinatore per cotesto exercitio, et perciò mi darete nota che grado ha a tenere, che auctorità, che exercitio, che provisione et che condocta. Et isto interim andrò indagando di homo a proposito nostro, et di tutto vi darò aviso. Io fo un poco di favore al Sophi, perché io comincio a rintenerir di lui qualche poco, perché questi preti ribaldi m’hanno condocto a quello che io mi aconcerei per le spese con lui volentieri, sicché venga a sua posta, che io non recuserò di andarli oratore. Et so che voi non men volentieri ne verrete con meco, iuxta illud disse Rinaldo: « Tu credi che io andassi, / che ’l mio Dodon(e) con meco io non menassi? ». Vale, et cum datur ocium quandoque scribas, Zefiumque nostrum tibi commendo cum sibi benefitio esse potes, Blaxiumque saluta et Marcello me comenda.

Romae, die iii Decembris mdvii.

Robertus Acciaiolus orator

145 bis

Niccolò Machiavelli a Piero Soderini

Bolzano, 17 febbraio 1508.

Illustrissimo Domino Petro de Soderinis Vexillifero Iustitiae populi florentini, domino unico.

Illustrissime Domine. Vostra Signoria vedrà quanto si scrive delle cose di qua che è insomma quanto si può dire volendo porvi innanzi a li ochi queste cose; ciò che altro si dicessi bisognerebbe entrare in fare iudicio, il che si aspetta a chi è costà piú che a chi è qua. Dico solo questo: che molte cose mi fanno credere e molte non credere, tale che io sono al tutto in aria, pure pendo piú dal sí che dal no, mosso piú tosto dal iudizio de piú che dal mio. Raccomandomi alla signoria vostra e vi fo fede che per uno disperato viaggio egli è quello che io feci, come el Diavolaccio vi potrà referire, el quale vi spedireno quando aveno da dire altro; io so che non bisogna pregarvi che voi non mi lasciate qui solo perché a farlo voi peggioreresti qua vostre condizioni et costí vi sarebbe carico; sono bene contento quando e’ paia costí starci qualche dí et fare el mero cancellieri di Francesco, né scriverrò piú al pubblico, ma qua farò quel poco del buono intenderò, ancora che la stanza mia qui sia al tutto superflua. Raccomandomi a voi.

Ex Bulsano, die xvii februarii 1507.

Servus Niccolò Machiavegli secretarius.

146

Cesare Mauro a Niccolò Machiavelli

Colonia, giugno 1508

Maiori honorando d. Nicolao Malchiavello.

Spectabilis major honorande. Tanta rerum copia et quidem ridicularum abundo, ut quid primum mediumve canam prorsus ignorem; proinde silere satius esse duxi, quam pauca dicere: id tamen non praetermittens quod saepe minus faciunt homines, qui magna minantur, quorum ex montibus, magno cum fragore parturientibus, nascitur ridiculus mus; quo territus Herculanus ad nos confugit, ubi cachinno pene dirumpitur, quamquam Venafrani misereatur, cui hostilem incursionem evitare vimque repellere non licebit claudicanti, Bartholum, Baldum, Cinum, Joannem de Porco aut De Bella Pertica inter arma alleganti, ubi leges penitus silent: igitur ve misero nisi ab Antimacho nostro nequaquam desperante foveatur, quoad subsidia solito more accurrerint ad arcendos hostes qui finitima aucupantur in dies oppida, venantibus aliis; sed de his hactenus. Chartas de quibus me in tuo digressu allocutus es, etsi accuratissime quaesivi, nusquam tamen potui adhuc invenire, quod equidem non parum minor praesertim quom in aliquot inclytis urbibus, ubi litteratoria vigent gymnasia, scrutari apud bibliopolas non desierim. Si aliubi forte reperero, te habiturum puta, non enim tui sum immemor cui et animum et corpus et tenue peculium dedicavi. Interim recte vale, et me tibi summopere commendatum commendes, quaeso, magnifico Domino Francisco nostro, quem Deus sospitem conservet. Citius ad vos redine non potuit cursor honesta de causa, quam ipse coram latius explicabit.

Ex Colonia, Junii 1508.

Filius Caesar Maurus cancell.

147

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Roma, 1° luglio 1508

Spectabili viro Niccolao de Machiavellis, secretario excelsorum dominorum, amico carissimo.

Florentiae.

Spectabilis vir, etc. In questo punto mi è suto presentata la vostra, spacciata a posta; et di quanto ne avisate per essa, se ne seguirà el disegno et ordine vostro, et non se ne parlerà insino che per altra ne sarà commesso. Della de’ Ruscellai non ho anchora notitia, ma vo coniecturando qualche mala spesa. Et volessi Iddio che noi cominciassimo un dì a riconoscere e buoni da’ cattivi! Delle cose di Alamagna voglio ci riserviamo in Santa Liperata col Casa, la quale desidero et spero sarà presto, che mi pare proprio materia da pancaccie. Vale.

Rome, die prima iulii, hora vero ante primam, mdviii.

Robertus Acciaiolus, orator

148

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Roma, 5 luglio 1508

Al suo honorando secretario delli excelsi signori, Niccolò Machiavelli.

In Firentie.

Carissime noster, etc. Questa mattina è comparsa quella delli nostri excelsi signori col comandamento a Mariotto, el quale sùbito si fece darli in sua mano, come per la della signoria vedrete. Et vi ricordo che fondiate bene le cose vostre, perché lui è molto gagliardo et di lectere di man di Totto et di altri riscontri. Pure, voi siate prudenti et examinerete ben tutto. Io li feci una fede, come per altra vi dissi, che io non li havevo oferto farli el pagamento io di quello havessi haver da Totto, ma che Totto era parato a contar seco et pagarlo se havessi haver da lui; il che dà poca noia; et lui pensava che li servissi a non venire a Firentie. Duolsi anchora di me, che io dètti l’interrogatorii a Lorentio Machiavelli, perché dice che io li dovevo mandare alla signoria sugellati; pure, questo dà poca noia, perché io non penso che ci si habbia ad usare drento se non verità; et per più sua cautela et non si possa dolere, ne ha copia anchor lui, et io anchora me l’ho serbata, sicché, venendo et dolendosi di questo termine, saprete che non può allegarvi a sospecto.

Io vorrei che voi raccomandassi al magnifico signore Giamfilippo Bartoli et per vostra parte et per mia una causa d’una sorella di messer Iacopo Salvestri, el quale è homo da bene et dissimile a molti fiorentini che ci sono, nelle cose della ciptà. Et perché ha hauto in questa causa tutte le sententie in favore, li adversarii son ricorsi altre volte alla signoria et son suti sempre licentiati; et, per trovarsi de’ signori Giovanni Buongirolami, advocato contrario, ve l’ha di nuovo rapiccata. Et però vi priego liene racomandiate, acciò non sia sforzato. Altro non accadendo, bene valete. Et per la lectera della signoria vedrete la risposta di Mariotto.

Rome, die v iulii mdviii.

Robertus Acciaiolus, orator

149

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Roma, 29 luglio 1508

Spectabili viro Domino Niccolò di messer Bernardo Machiavelli, honorando secretario della signoria.

In Firentie.

Honorande, etc. Io mi trovavo a sorte con monsignore de’ Pazzi, quando io hebbi la vostra, et li dissi quanto mi scrivevi, domandandoli se era vero che havessi scripto etc. Di che si maravigliò assai, et mi disse che non era vero et che, non che altro, non conosce Mariotto, et non sa niente di questa cosa. Et ritrovato che fu messer Lionardo, liene gridò et hebbelo assai per male; sì che excusatene monsignore con chi ha interesse, perché lui non ha saputo niente, né messer Lionardo sapeva contro a chi si tornassi questa cosa; che, sendo richiesto da Mariotto et non sapendo etc., non li disse di no. Dipoi è stato a me Mariotto et mi ha lecta una lectera del fratello, che lo avisa di certa agitatione facta davanti alla signoria, et dove pare che li vostri habbino alegato molte cose; di che lui si duol di me et, in fra l’altre, d’una fede del cancelliere, che dice che lo agrava assai, et d’una lectera che Lorentio Machiavelli hebbe da me, per la quale dice che io li ho scripto che io havevo oferto a Mariotto di pagarlo, se mi dava la scripta. Et si duol di me et dice che io non li ofersi mai el pagamento: di che dice el vero, perché non lo harei facto; ma, se mi è venuto scripto a Lorentio, è stato per errore, ma me ne maraviglio, perché solo credo che io li scrivessi che li havevo oferto di renderli la scripta, et che, havendo Totto a darli niente, che era parato di stare a buon conto. Di che mi ha richiesto fede, et io, perché non creda che io ci habbi passione, li n’ò facta. Et perciò vi prego che quello si ha da monstrare di me non esca de’ termini ragionevoli et veri. Et harò caro mi mandiate pel primo una copia di quella lectera, che io scripsi a Lorentio Machiavelli, perché voglio vedere se io son uscito di quanto decto Lorentio mi commisse. Della lectera responsiva alla signoria se ne farà quanto scrivete, et sarà con questa. Ma sarà ben presentarla sùbito, perché non sta bene in man della parte, et potete poi trarla facilmente. Avisatemi se ’l Vectorio è tornato, et quello voi fate di tanti imbasciatori costì, che ’l popoletto ne debbe haver boria et ringalluzzar crudelmente. Vale.

Romae, die xxviiii iulii mdviii.

Robertus Acciaiolus, orator

150

Il card. Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Roma, 3 agosto 1508

Spectabili viro Nicolao Machiavello compatri nostro carissimo etc. Florentiae. F. de Soderinis tituli S.te Susannae presbiter Card.lis Vulterranus.

Spectabilis vir compater carissime. Cum la vostra de’ xxii habiamo el sumpto mandatoci, quale havendo havuto oggi non habiamo ancora potuto visitare, pensiamo bene che serà tale che ci dilecterà assai, il che vi significheremo quando lo haremo visto; et siate certo che sarà da noi bene usato.

Messer Ramondo sarà stato di costà; et ci sarà grato habiate parlato insieme, che dell’altre nominate non voliamo dir nulla; parci bene che non bisogni oggi molta interpretatione, quia opera ipsa per se loquuntur.

Non accade ringratiarci del bono animo habiamo verso Totto: perché lo amiamo non solum propter vos et familiam, sed propter se ipsum quia sic meritus.

Se per lo advenire farete di non vi havere a excusare del silencio ci piacerà, benché ancora in quello non vi accuseremo.

Salutate el nostro messer Marcello, del quale voi non mi havete attenuto la promessa.

Romae, iiia Augusti mdviii.

151

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 26 agosto 1508

Amico nostro carissimo Nicolao de Machiavellis secretario et officiali florentino in felicibus castris florentinis contra Pisanos.

In campo.

Niccolò carissimo. Qui alla brigata pare che questo guasto proceda molto freddamente; però ci è parso scriverti la presente et confortarti ad sollecitare si dia, et in modo che alli inimici restino mancho biade si può, et con quanto più presteza si può, di che sarete di costà assai commendati. Qui si è decto che li inimici ne havevono seminate in tanta quantità, che se si permetteva loro il riporle, harebbono sentito poco il guasto dato a’ grani. Fate addunque afacto il più si può, intendendo sempre non vi mettiate in luogo che si corra pericolo di coteste nostre gente. Bene vale.

Ex Palatio florentino, die xxvi Augusti mdviii.

Petrus de Soderinis

Vexillifer Justitiae perpetuus Populi Fiorentini

152

Giannessino da Sarzana a Niccolò Machiavelli

Castello San Niccolò, 4 settembre 1508

Al mio honorando patrone Nichollò Macchiavello, in Fiorentia.

Ihesus.

Magnifice messer honorande, etc. A questi jorni io fo’ in Fiorentia, et vostra magnificentia era in canpo; ebe disspiacere di non videre quella; nientedimancho, basta la bona volontade verso di quella, etc. Io fo’ con Filippo di Rancho e dìsigi come a nome vostro io ò alevato uno orso che al presente è pezi 3, et è tanto dimesticho quanto sia posibile. Nientedimancho, non lo pote’ condure in Fiorentia a vostra instantia. Ora, vi fo intendere, se avete modro fallo vinire, vi ne fo uno prezente, e, acetandollo o no, aria a caro intendrello, aciò non avesse a ire a malle: basta, etc. Io ho recevuto una da’ signori nove in revedere queste bandiere, e ciaschadune da per sé; e spero in Dio avere honore, perché questi homini si contenteno d’i fati mei, e io de loro; e l’è ben vero che fra loro anno di multe brige: nientedimancho, duro hogni inzegnio e faticha per tenirli in pace, etc. Item, averla a caro avere una pocha di porvere, overo salnitrio per questi schiopeteri, perché insegneria fare loro la porvera fina, e per amaistralli, ma la vorìa presto, ché vernardì presente, il dì de la Dona, comencerò a vedere una bandiera, e cossì hogni festa le altre, fine che arò misso a ’zequcione la volontade de’ nostri signori nove, etc. Altro al presente non mi ocore, sonno che vi recordo eservi servitore, e di continuo a vostra magnificentia mi recomando. Anchora vi prego mi diate resposta de l’orso, aciò non si perda etc.

A Castello San Nicollò, a dì 4 di settembre 1508.

Ianesinus Serzane, servitor

 

Vi prego mi recomendiate a Filipo, e, senpre che piace a quella, le stantie sonno a vostro comando.

153

Francesco Miniati a Niccolò Machiavelli

Poggio Imperiale, 28 settembre 1508

Spetabili viro et maiori honorando, messer Nicholò Machiaveli, secretario in palazo de’ signori.

In Firenze.

Spetabilis et maiori honorando. Questo dì ho riceuto una vostra de’ dì xviii, per la quale intendo quanto dite intorno a le legnie di Giovan Pagholo. Lui è più mesi m’a voluto vendere dette legnie; sempre gli ò dato la lungha, per averlo baso chol pregio. Ora, intendendo la volontà vostra, sono per fare ogni opera. Trovando da fornirmi d’altri boschi, faròlo; e, se altro poso per voi, sono a’ vostri piaceri. Bene valete.

Al Pogio Inperiale, a dì xxviii di settenbre 1508.

Vostro Francesco Miniati

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Andrea Carducci a Niccolò Machiavelli

Bientina, 23 novembre 1508

Spectabili viro Nicolò Machiavegli, in Firenze, honorando.

Jhesus.

Honorando e magore mio, etc. Per questa vi mando una aquila grosa di libre 5, la quale sarete contento di mangarla per mio amore. A me, per adeso, non achade niente, salvo che io vi priecho mi vogliate bene chome vostro servitore e che voi mi comandiate; ricordandovi, quando Lorenzo Nerli, zio mio e parente vostro, era de’ signiori, vi chiamò ne la sua chamera e racomandomivi. E chosì vi priecho vi sia racomandato. Che Dio vi mantenchi in filicità. In Bientina, a dì 23 novembre 1508.

servitore Andrea Carducci

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Niccolò Serristori a Niccolò Machiavelli

Roma, 7 dicembre 1508

Carissimo mio et honorando, etc. Domenica passata riceve’ una vostra de’ xxiii del passato, et, perché la riceve’ domenica, prima non v’ho facto risposta. Duolmi non esser stato Jona. Quanto al negotio vostro, ho facto cercare: dico haver facto cercare et non cercato, per la causa che di sotto vi dirò, piacendo a Dio. Trovasi l’amico havere facte segnare due commessione et haverle riscosse da’ cursori, et ciascheduna diricta all’auditore di camera, ma di queste una sola se n’è trovata presentata, la quale s’è havuto modo di vederla et leggerla, benché sia cosa extraordinaria a chi non ha procura, et non tocca a voi, ma è certa lite per conto di certa donna e dote. L’altra stimo non habbi facta ancora presentare, come quello non è resoluto bene per ancora de’ casi sua: farò di continuo attendere al seguìto, et darovi adviso, et dirovi el parere mio, ancora che non lo ricerchiate, perché con Totto non bisogna che io meni così e colpi a puncto. Tucto dico, se altro troverrò che segua.

Quello che io vi prometto di sopra dire è questa galanteria che voi intenderete: disegnavo dirvela così in somma, ma mi muto et narrerovi tucto el caso, a fine che con lo exemplo mio vi certifichiate meglo quanto è gran pazia usare con li homini bestiali et con loro parlare, ché chi è bestiale infine è una bestia in ogni cosa et fa restare da bestia chi si degna di guardarlo, non che altro. Parlavamo, circa tre mesi sono, Piero del Bene et io sul bancho suo, cioè fuori, dove si siede; passeggiava per lì Antonio Segni: invitamolo a sedere, io m’allarghai, gl’acceptò, mettemolo in mezo. Ecco che Piero del Bene cava fuori uno quattrino stampato da’ nuovi zechieri, che dovete sapere come e Fuccheri hanno la zeccha, et non più Antonio Segni, et quello loda; et poi che Antonio ha decto all’uno et l’altro di noi, domandanti più cose concernente el mestiero delle monete, fa una digressione che e pontefici, o per troppa sanctità o maggiore occupatione, non pensono all’utile o danno de’ popoli. Et io dicendo: — Forse non voglono pensare all’utile, ma sì al contrario, — et lui dicendo che non era el facto del pontefice, et io parlando in tertia persona, dicendo: — Altri sono in contraria opinione, lui mi provoca ad ascoltare le ragione per le quale io vedrei che questi tali erano in errore; et io risposi che ascolterei volentieri. Lui fece uno argumento assai acconciamente, io lo lodai et dectivi risposta; lui replicò, io decti di nuovo risposta alla sua replica; lui triplica, io rispondo pure, sempre parlando in tertia persona, cioè « e’ dicono, etc. ». Allhora lui, sorridendo, dixe: — El facto è se la consideratione di questi tali è buona: queste non sono cose di registri et iuditii. Io risposi che e registri et li iudicii sono un’arte come l’altre et che io non parlavo secondo quelli, ma secondo che io ritrahevo dagl’huomini che fanno professione di simili cose et che ne intendono, et che io havevo ancora io parlato con la parte mia et che non pensavo che e registri toglessino el cervello; et queste cose ancora io dixi sorridendo, et lui, pure sorridendo, dixe: — Quanto a quello che io dixi havere parlato con la parte mia, etc., el tucto è se voi vel date ad intendere. Al facto de’ registri et del cervello, dixi: anzi lo tolgono, che ho cognosciuto una dozina di iudici, advocati e procuratori capassoni. — Io dixi che non pensavo che così fussino tucti, perché io havevo cognosciuti altri tanti di mercanti divenuti sensali, et pure a tucti e mercanti non era intervenuto questo. Allhora lui, pure dolcemente, dixe: Così ’ sensali sanno più di voi altri. Io dixi: — Antonio, non facciamo inimicitia di questo: voi dell’arte vostra, della quale fate professione, vi intendete bene; quello che io mi intenda della mia, o me ne paia intendere, a voi non togle et non dà: basta che quello io vi parlo non fondo sull’arte mia. — Risposemi che della sua et della mia s’intendeva meglo di me. Io, per taglare e ragionamenti et non parere che io mi partissi sdegnato, dixi che io non gli parlavo né coll’arte sua né con la mia, ma col cervello mio, et che, del cervello, ognuno reputa haverne d’avanzo, et che io mi stimavo haverne portato dal ventre tanto quanto lui; et così monstrai di pensare ad altro, pure sedendoli apresso. Stante così uno poco, et guardando io verso el ponte, et havendo volto verso di lui collottola, mi senti’ dare d’un pugno nella guancia. Volta’mi stupefacto, et vidi che era stato Antonio, perché ancora era in piè, et che mi voleva monstrare che almancho, poiché io mi ero messo con uno bestiale, dovevo con un buon mostaccione fare el dovere alle sue parole bestiale, ché se l’harebbe alla fine havuto, et non volere considerare: che si dirà egli? Onde io scesi del muricciolo per mandare lui in Sancto Celso; sì che missi mano per uno mio coltello panesco, uno poco però grandecto; lui, accorgendosene, si fuggì ’n una bottega acanto a’ Beni, dove sta uno maestro di cinti, et prese un marmo da soppressane per sua difesa; il che io gli sbacte’ di mano, et finalmente, poi che si fu un poco aggirato in uno cantone della bottega, el presi per el pecto per ucciderlo, et in quello che diserro el colpo di già el ferro era al giubone, fui preso di dreto sopra le braccia da uno ritirato, et un altro mi prese la mano del coltello, tale che con epso non ci era ordine che io mi valessi. In modo che io, dubitando che Antonio non mettessi mano per arme, quale stimavo havessi (e fece monstra sul principio volerla trarre fuori, et non potere per la prestezza et impeto che io usai), o piglassi qualche altro ferro di bottega, mi tirai dreto Antonio così per el pecto, tanto che, così strecto, lo strinsi al muro, et lui per lo spavento gittò le mani sul coltello, et dicono che si taglò un poco, ché el coltello non taglava bene. Poi che fumo stati un pezo apiccati et strecti, visto che io ero troppo crudelmente tenuto da quelli dua, presi partito fare forza di spiccarmi, sì che, tra che io spignevo et ero tirato, così strecto e prigione, col coltello in mano, usci’ di bottega, et lui vi si restò: sì che, per paura che la corte non mi stringa a più che io mi vogla, non esco di franchigia, tanto che, assettate certe cosette, me ne venga a Firenze, dove voglo stare alquanto tempo, et, se non fussi stata questa cosa, dua mesi fa sarei arrivato. Ad voi mi raccomando, a messer Niccolò, al priore et complicibus, se bene el nome è vitioso, ché colli homini da bene e vocaboli mutono significato o modo di significare.

Romae, die 7 decembris 1508.

vester Niccolaus de Serristoris

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Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 20 febbraio 1509

Nicolao Maclavello secretario florentino suo plurimum honorando.

Magnifice generalis capitanee etc. Io non vi scriverrò più se voi non dite almanco della ricevuta, ché havendo costì 4 cancellieri lo doverresti pure fare. El papa ha mandato per semila Svizeri, et anchora lui comincia ad spendere, et questo stoppino lavora da ogni lato. E’ Vinitiani fanno el simile et aiutonsi con le messe et paternostri et hanno mandato costà, come harete visto per le lettere vi si mandorono per Tarlatino et Romeo; vedete dove si fondano e casi loro. L’imperadore per quanto si ritrahe di queste ultime lettere di Francia, non pare habbi ad passare questo anno in Italia: pure s’intende si prepara et di gente et di danari; ma di questo con voi non bisogna troppo parlare, sapendo meglio di noi quello può fare. Spagna, come vi dissi, manda in Puglia gente et artiglerie per la impresa delle sua terre: vedreno che seguirà.

Qui non si pensa ad altro che ad ultimare le cose di Pisa, et non si guarda ad spesa alcuna; et el ponte, avanti passi 4 dì, sarà in opera ché s’è mandato di qui Antonio da Sangallo con assai maestri per questo conto: così si è spinto in giù legname assai, et ogni cosa vola. Habbiate cura costì che a uno temporale tristo, anchora che l’armata sia ritirata, non si mectessino ad intrare etc. ché tutta l’acqua d’Arno non vi laverebbe.

Quello vento ch’ i’ vi dixi s’era levato, et non haveva havuto forza, di nuovo cominciò ad trarre, et hebbe el medesimo fine, et harà, se altro non nasce; et cicali chi vuole.

El Commissario di Cascina scrive che quelli poveri scoppiettieri, così mal guidati da quel traditore ribaldo ubriaco come furono, amazorono 13 cavalli alli inimici et 5 huomini et ferironne assai, che ha turato la bocca a chi si faceva huomo alle pancaccie, et hanno dimonstro essere huomini come li altri. Qui s’ordina di riscattarli ad ogni modo et fare loro qualche altro bene per inanimire li altri per lo advenire.

Scrivete ad Niccolò Capponi, che bofonchia et duolsi non li havete mai scripto, et dite a quel cazo di ser Battaglione che vadi adagio et non si assicuri più, ché la scusa del piè non varrà sempre, et ricordateli che facci fare prima la credenza alla mano, inanzi che vadi più là; et raccomandatemi al Baldovino, che anchora elli è uno cazelloncello. L’amico non ho visto da parechi dì in qua, perché non ho potuto, et anche le faccende assai che li ha in questo carnesciale, non patiscono se li dia molta briga: farenlo in questa quaresima. Advisate, se volete facci altro. Parlai al Fantone di quello vi scripsi hieri: dixemi che vi era surto 4 altre querele, et che non dubitassi che vi harebbe advertentia.

Florentie, die Carnescialis 1508.

Quem nosti

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Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 21 febbraio 1509

Nicolao Maclavello secretario Florentino suo plurimum honorando.

In castris.

Niccolò mio honorando. Io vi respondo poche parole alla parte toccante el caso del Commissario verso di voi, il che non è punto piaciuto allo ufitio: pure e più potenti sempre hanno ad haver ragione et a·lloro si ha ad havere respecto. Voi solete pure essere patiente et sapervi governare in simili frangenti, benché questo sia di poco momento, havendo ad stare discosto: et se una o dua lettere lo hanno ad contentare, sarà poca fatica. Et superius, con chi parlai hiersera lungamente di questo, mi commisse ve lo scrivessi et che io vi confortassi per suo amore ad haver patientia, con altre parole da haverle chare et stimare assai. Della licentia non bisogna ragionare per hora, et questo monstra se satisfate o no; ché pure stamani, nel ricercare che voi fate di tenere uno in Mutrone, qualcuno harebbe volsuto vi fussi transferito fino ad Lucca ad domandare questa cosa; tamen la gelosia che costì non si stessi sanza voi, possé più, et si risolverono tentarla per altra via.

Una cosa vi vo’ ricordare et questo è, quando scrivete, diciate ogni minimo accidente che segua così costì come in Pisa, perché questi particulari satisfanno et empiono la brigata assai, et sono quelli che vi porteranno in cielo: quando vi paia altrimenti, me ne rimetto a voi. Stasera, da questa ultima in fuora, si leggeranno nelli 80 et Pratica tutte le vostre lettere, et così si seguiterà, sì che mandatecene qualcuna di quelle che voi solete.

Se voi non volete rimandare ser Francesco, respondete di haverne bisognio et farassene quello che voi vorrete. El ponte si sollicita per tutti versi, né si può fare più di quello si sia facto.

Scrivete anchora qualche volta a’ Nove, perché ogni uno vuole essere dondolato et stimato, et pure bisogna farlo chi si truova dove voi; et quattro buone parole con dua advisi satisfaranno, et parrà sia tenuto conto di loro: fatelo, ve ne prego.

Di nuovo non ho da dirvi cosa alcuna, perché da poi vi scripsi non è innovato nulla. Hieri andai per visitare l’amico: non era in casa, se mi fu decto el vero, che ne dubito; pure sendo il dì che era, non me ne maraviglio: spero che hora harà più agio. Qui si dice che a ser Battaglione è stato rotto el culo et ch’el Baldovino è crepato: advisate quello che ne sia, che ne stiamo in gelosia grande; et amendua le donne loro fanno mille pazie. Quel matto di ser Antonio dalla Valle ha facto uno modello d’uno ponte et vuol fare uno ponte levatoio sopr’Arno, et non se li può cavare del capo, in modo dubito non c’inpazi su: rimediate se voi potete.

Florentie, die prima Quaresimae 1508.

Quem posti

 

Confortate, vi prego, Messer Bandino ad rendere quelle bestie sanza andare più oltre, che non è cosa l’habbi adrichire, et faranne piacere a più d’uno.

 

Postscripta. Ho ricevuto la vostra de’ 20, et circa li scoppiettieri io ho facto el debito in questo, come nell’altre cose vostre; ma bisogna scriviate quanti ne sono presi, quanti morti et come la cosa stia, ché qui si spasima. La mancia andrà domattina ad casa, et con lo amico farò el debito, ché fino ad qui non ho potuto; et quell’altra faccenda non è anchora iudicata: non so quello ne habbi ad essere.

158

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

22 febbraio 1509

Amico nostro Nicolao de Macliavellis, scribae et secretario florentino [...] item sergii in [...] lor.

Nicolò carissimo. Habbiamo ricevuto due vostre, alle quali brevemente rispondereno, ricordandovi che il naturale di questo mondo è ricevere grande ingratitudine delle grandi et buone operationi, non però apresso ciascuno. Fate bene come havete facto insino a qui, et prima nostro signore Idio, dipoi qualche persona vi aiuterà. Il danaio per le fanterie si manderà, cioè sabato o domenica, perché si dia al tempo conveniente, et non prima, ché sapete hanno ad havere uno 3° di pagha per volta et servire xxxvi giorni, et così tornerà loro raguagliato quando staranno in campo [*...*].

Operate che Pisani si tenghino ristrecti, et sopratucto che non entrino victuvaglie né per acqua, né per terra. Bene valete.

Ex palatio florentino, die xxii februarii mdviii.

Petrus de Soderinis, vexillifer iustitiae perpetuus populi florentini

159

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 1° marzo 1509

Al suo honorando Niccolò Machiavelli, in campo.

Niccolò. Io vi scriverrò questo verso solo, sendo tardi et occupato, et domani lo farò ad lungo. Diròvi questo, che ci sono le risposte di Francia, et potete tenere le cose ferme et assettate al certo, sendoci differentia di dua parolette, che in facto non importano molto et qui si consentano et dàssi commissione d’apuntare, et tutto è fermo, gratia di Dio. Di nuove non dicono cosa alcuna, se non Consalvo et uno suo nipote essersi ritirati in Portogallo, et quello re esser venuto ad Burgus, et el Christianissimo sollicitare in modo la venuta, che a Pasqua sarà in Italia. El Rucellaio et Giuliano si diguazeranno invano a Mantova et a Milano, che non attendano ad altro; et Antonio Francesco delli Albizi dice è ito a questa dieta loro et non ad Roma, cose da·rridersene, et tanto più hora. Parlai hoggi cum superius: monstrai mi scrivessi della perdita del danaio et che ne havessi gran dispiacere, etc. Respose che stessi di bona voglia, et che non ci havate da fare, etc. La cosa di Piombino non è da sprezare, perché ha fondamento grande. Non posso né voglio dire più oltre, non havendo da potere scrivere securamente. L’amico sta bene et si raccomanda centomila volte a voi. Advisate della ricevuta.

Florentiae, die prima martii 1508.

Quem nosti

160

Lattanzio Tedaldi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 5 giugno 1509

Spectabili viro Nicholò di messer Bernardo Machiavelli.

In champo.

Jesus, die 5 Junii 1509.

Nicholò, fratello charissimo, salutem etc. Io vorrej che tu dicessi a’ chommessarij che, havendo a pigliare govedì la possessione di Pisa, che i·nessuno modo essi entrino avanti le 12 ore et 1/2, ma se possibile è, entrino a ore 13 passate di pocho pocho, che sarà hora felicissima per noj. Et se govedì non s’avessi a pigliare, ma sia venerdì, medesimamente a hoye 13 et uno pocho pocho poj et non havanti le 12 1/2: simile sabato mattina, quando non s’avessi el venerdì. Et quando non si possa osservare né tempo né ora, faccisi et piglisi quando si può in nomine Dominj. Et questo diraj per mia parte ad Antonio da Filichaia. Et atte mi rachomando. Che Christo di mal ti guardi. Vale.

Lattanzio Tedaldi in Firenze

161

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

Firenze, 8 giugno 1509

Spectabili viro Niccolò Machiavelli secretario florentino suo honorando. In Pisa.

Nicolò honorando. O io m’inganno, o la lettera venuta per il Lerino fu vostra. Qui non è possibile potere exprimere quanta letitia, quanto jubilo et gaudio tutto questo popolo habbi preso della nuova della ricuperatione di cotesta città di Pisa: ogni huomo quodammodo inpaza di exultatione, sono fuochi per tutta la città, ancor che non sieno le 21 hore: pensate quello si farà stasera di nocte. Io torno a dirvi che non mancherebbe se non che il cielo dimonstrassi qualche letitia lui, non sendo possibile li huomini, et grandi et piccoli, posset monstrarne più. Prosit vobis lo esservi trovato presente ad una gloria di questa natura, et non minima portio rei. Quando vi degniate di rispondermi 2 versi di vostra mano dati in Pisa, nil mihi erit jucundius nilque acceptius. Vale.

Florentie, 8 Junii 1509. Tuus, si suus, Augustinus

 

Postscripta. Nisi crederem te nimis superbire, oserei dire che voi con li vostri battaglioni tam bonam navastis operam, ita ut non cunctando sed accelerando restitueritis rem florentinam. Non so quello mi dica. Giuro Dio, tanta è la exultatione haviamo, che ti farei una tulliana, havendo tempo. Sed deest penitus.

162

Niccolò di Alessandro Machiavelli a Niccolò Machiavelli

Firenze, 9 giugno 1509

Honorando Nicholò Machiavelli, commissario.

In Pisa.

A dì 9 di giungno 1509.

Honorando etc. E’ sarà aportatore di questa Allessandro di Dino, huomo da bene e amicho nostro, e da adoperarlo in ogni fazione. Prieghovi, se si gli può dare aviamento alchuno, si faci; e, bisongnando dirne una parola chon Alamanno per parte mia, lo fate. E faciasigli quanto di buono si può, perch’è da fare honore in ogni chonto. E io·nnarò singhulare piacere. Né altro m’achade.

Idio di mal ghuardi.

Vostro Nicholò Machiavelli in Firenze

163

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

Barga, 17 giugno 1509

Spectabili viro domino Nicolò Machiavelli dignissimo comessario in Pisa honorando.

In Pisa o in Firenze.

Magnifice vir et maior frater honorande, salute etc. Io credo, carissimo mio, che adpresso di voi abbi adquistato nome di negrigente hovero stracurato (h)o di qualche altra cattiva cosaccia, respecto ad lo avermi voi scripto più giorni sono quando le cose erono dubie, che, in verità, ne ebi grandissimo piaciere; et per due vi feci risposta: l’imo non vi trovò mai, l’altro dicie che vi vide al Ponte ad Era con Alamanno et con l’imbasciadori Pisani, et non li bastò l’animo di apresantarvi la mia. Pertanto mi rendo cierto queste iustificationi doveranno essere adbastanza nel cospetto vostro, et basti.

Mille buon pro’ vi faccia del grandissimo adquisto di cotesta nobile città, che veramente si può dire ne sia suto cagione la persona vostra et grandissima parte, non però per questo biasimando nessuno di cotesti nobilissimi comessari né di prudentia né etiam di solecitudine. Et benché io ne abia preso un conforto mirabile, et pianto et stramazato et factte tutte quelle cose che fanno li uomini composti etc. rifatti di pecore vechie, tamen avendo dipoi ripreso vigore la ragione, ne sto con grandissima gelosia, et non posso per nesun modo pensare né esermi capacie, che le cose gravi non corrino al centro et le cose subttili ad la superficie. Nicolò, questo è un tempo, che se mai si fu savio, bisongnia esere ora. La vostra filosofia non credo che abbi a eser mai capacie a’ pazzi, e’ savj non son tanti che bastino: voi m’intendete, benché non abbi sì bello porgere. Ongni in dì vi scopro el maggiore profeta che avessino mai li Ebrei o altra generatione. Nicolò, Nicolò, in verità vi dico che io non posso dire quello vorrei. Però siate contento per quella buona amicitia aùta insieme, né vi paia fatica, per giorni quatro venirvi ad stare con esso meco. Oltre al ragionamento nostro, vi serbo un fossato pieno di trote et un vino nomai più beuto. Questo mi sarà un piaciere che mi farà dimenticare tutti li altri. De! Nicolò mio, compiacietemi in questo utimo solamente per dì 4, significandovi che non venendo sarete cagione che viverò malcontento: questa non è però sì gran cosa che io non meriti el non eser compiaciuto; o meriti (h)o·nno, io vi pongo questa taglia. Et verete in un giorno, perché non ci è se non 26 milglia piana, et avisatemi del quando et disponetevi di consolarmi, perché, non venendo, mi metterei ad venire ad trovar voi et sarebe la ruina mia, perché le leggie non mi promettono di potermi partire della provincia sotto la pena di fiorini 500, et basti: non vi dirò altro. Ricomandatemi a l’angelico comessario Nicolò Capponi et diteli che non à factto quello li scripsi, ma che lui sarà el primo ad pentersene, et basti. Bene valete.

Ex Barga, die xvii Junij MDVIIII.

Philippus De Casavetere comissarius

164

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

Barga, 2 luglio 1509

Spectabili viro Nicholò Machiavelli degnissimo secretario de’ Nove de la Militia de la città suo honorando.

In Firenze o dove fussi.

Carissimo Nicolò. Io v’ò cierco pe·llectere tutto questo mondo et quel altro: ora per trovarvi ho mandato ad Pisa et ad Firenze, et trovandovi costà, vi priego, come per altre vi s’è scriptto, che siate contento et non vi incresca di venirvi ad stare con eso meco 4 giorni, perché son chiaro non ve ne pentirete, rispectto ad lo avere ordinato una fornacie intera di calcina che tiene moggia 40, che incalcineremo el fiume, ché el manco pilgleremo libre 2000 di pescie cor un grandissimo piaciere; significandovi, che a’ giorni passati ci è stato Francesco Capponi, Giovanni Bartolini, Lorenzo Strozzi, Lorenzo Segni e non se ne sono iti punto male contenti, sì per l’aria quanto pe’ vini, che hanno capitolato eser e migliori che fieno in Toscana. Et in efectto, Nicolò, se voi non venite, io sono per fare qualche grande pazzia, che in factto ne sarete malcontento et voi et tutti li altri amici. Che diavol sarà, quando vegniate, non credo però perdiate lo stato; significandovi che, benché non sapessi in questo San Giovanni dove vi fussi, la prima cagione del non vi avere mandato pescie si è la volglia che vengniate qui, che ve ne porterete una soma intera di trote. Et è hordinata la pescheria ad l’utimo di questo mese et più et manco quando verrete. Nicolò, siate contento di contentarmi, et di lasciare indrieto hongni rancore, se cie ne fussi punto, che non lo credo et non lo crederò mai. De! Nicolò, venite presto et mandatemi hovero scrivetemi 2 versi del quando et dove vi trovate et se siate per istare fermo in quel loco, del tutto mi avisate. Et ad voi mi racomando. Nec alia.

Ex Barga, die 2 Julii mdviiii.

Philippus De Casavetere comissarius

164 bis

Pietro Corella a Niccolò Machiavelli

Pisa, 17 luglio 1509 .

Spectabilis [sic] viro Nicolò Machiavelli patrone mio onorando, in Fiorenza.

Yhs. Magnifico singior mio. Già ripieno di molte e molte cose, e pure stavo a vedere altri avese a dirne et anche operarne, secundo la ragione voleva, per essere io persona poca disiderosa del malle di nissuno. Ora, forzato a non potere piú soportare, fastidioso di abundanzia d’ocasione, m’è parso scriverne alla Signoria vostra la vita del mio capitano di bandiera, e quello ultimamente à fato qui, sollo per la frega e ribalderia di venirsene a casa, ma al pigliare danari prontisimo per fare le sue vetine, o volete orcie et enbrici, e non farsi un paio di calze per suo logoro. E benché di tuto saria fastidioso darvi ragualgio, non mi distenderò troppo oltre, se non in qualche coseta, et del tuto dal mio cancieliere sarete piú a pieno informato.

La Signoria vostra sa che io veni a Firenze, e non fui partito di qui di dua dí, lasandolli carico della compangia, che lui andò da’ comesari e domandolli licienzia per venirsene a casa a vedere l’amorosa, sanza considerazione della mia partita o di nulla, come un bue sciagurato che lui è. Dove e mia comesari li diseno tanta vilania che non si direbe a un asino, et caciònnollo via; trovando scusa aveva un angio, che, quando fuse stato con la candella alla boca, doveva aspetare a me. Et stetesi qui sbracato, come credo vedrete che cosí va sempre, et scalzo come un proprio orciaio. Io giunsi qui da Firenze; subito giunto mi domandò licenzia che voleva venirsene a casa. Io sí li risposi: che servisi et poi se ne venise. Lui sí mi dise, che non lo farebe Dio, che lui non venise a casa. Io sí mi isteti ceto. E sanza dirmi altro si partí, et andosene ’Anziano a una fornace del fratello, e li se stete tre dí, e tornosene ridendo. Quando io lo vidi, lo riprisi, e lui trovò la scusa del da poco, et io me ne pasai di legiere. Ora, ogi che n’abiamo sedici del presente mese di lulgio, esendo io in casa, costui con uno altro da Santa Maria Inpruneta, se ne venne da me furioso, e contòmi aveva roto il viso e la testa a uno pistoiese sopra certa mercatanzia d’enbrici e d’orcie: che se mi desiderate fare grazia, fatevi contare la mociconeria sua e la poltroneria che usò e superchieria, che lui medesimo se ne acusa come da poco, contandollo. E vene da me, e bravava che aveva fato arotare lo spiede per far malle, e che era usato stare sempre in costione et in guerra, e che poi che ebe la bandiera era divenuto frate. E domandomi consilgio della ribalderia aveva fata; di modo li disi si ritraese e lasasi fare a me. E subito e comesari mandonno per me; et io con quelle parolle si convenivano risposi a loro Singiorie; et che loro Singiorie intendesino l’una parte e l’altra, che io non volevo se non quello era ragione; e che chi erava fusi punito. El pover omo con la testa rota e col viso enfiato, et è una persona da bene. Cosí mi parti’ da comisari, et quasi mezo li placai, aspetando riducere ongi cosa a buono fine.

El mio buono capitano di bandiera, sanza dirmi altra cosa alcuna, la sera se n’era ito et aveva preso la bandiera, et aveva ordine, la matina, venirsene con Dio, con esa, e lasarmi come una bestia. E davami a intendere starsi in casa el singiore Bandino, tanto la cosa si pasasi. Ora, come la Singioria vostra sa, ci è chi acusa tuta via le cose. Io fui informato di tuto; et subito rinveni la bandiera e portamella a casa, come quello che l’ò a tenere apreso di me, e che n’ò avere custodia, e riputarmi onore e disonore a me piú che a nisuno altro. El buon omo, intendendo quisto, ebe a dire che io aveva saputo piú che lui; e che volse fare la cosa el dí, e non aspetare la sera; e che el diavollo l’aveva inganato; e che la bandiera era sua, e che la voleva portare dove li pareva sanza licenzia di Cristo e d’omo del mondo; et io ci ero per una bestia.

Insomma, la sequente matina l’amico Calcangio, sanza altra dicenzia o altro, e cosí el suo compangio et e’ se n’è venuto costí. M’è parso darvene aviso, a ciò che, se costí vera, la Singioria vostra di tuto sia informata. E se ragualgio piú a minuto volesi dare a quella, come bisongiando darò a lui sciagurato, e dinanzi a’ mia Singiori e di chi bisongierà, come sanza maculla nisuna di malivolenza che con lui abia, ma per la verità, come in me sempre troverete e non altrimenti, come publico sa tuta la conpangia: ché non è omo che non l’abia piú in odio che el malle del capo, e che non li volgia malle di morte. Misero come un pidochio, che avendo a entrare in Pisa, entrò con uno paro di calze rote fracide; che più di venti ribufi li feci di dete calze, ma lui la vinse che entrò con ese. E parlate con eso lui, none stima Cristo; e che non laserebe di dare e di fare. Per e’ mia Singiori non è né per Cristo. Publico trenta volte l’à dito qui et in campo.

Sa bene lui, el ribaldo, che inanzi pigliasi danari, li disi a lui et a tuti, che chi non faceva pensiero di stare qui, non tocase danari. Ma lui, per la codigia ribalda di quelli denari della paga intera che l’ebe, li parevano asai, la pigliò, la qualle non facendongiene restituire, si farà gran malle, benché quelle sono padroni, E perché quella a pieno sapia lanimo mio, arò caro, e’ mia Singiori, parendo a quella, sentino la presente letera e siano informati di quello io scrivo: e fòne una a loro Singiorie, che, capitando costí el mio capitano di bandiera, loro intenderanno dalla Singioria vostra el tuto, none scrivendo a loro Singiorie tanto lungo, per non esere proliscio. Sí che, bisongiando o parendo a quella di darla a loro Singiorie, quella per mio amore lo farà.

Pregando la Singioria vostra si ricordi di me, e quanto piú bene mi farà, serà, a uno suo bono servitore; e che di continovo farò pregare Idio per quella, alla mia brigata sopra tute l’altre. Dicendovi che molto milgiore omo e piú da bene istante ci è, potrà portare questa bandiera, quando quelli voranno. E se a me non si darà fede, troverete e tocherete con mano che ciò che io dico sarà 1’Evangiellio; et al tempo lo vedrete e sarete informato quando a questo s’abia a venire. E non per nimicizia, ma per verità ciò che io parlo: se non, Dio non mi aiuti a me. Altro non acade. Son sempre parato a ubidire quella come buono servitore, pregando Idio vi conservi in sanità.

In Pisa, die diciasete di lulgio. Manu propria.

Della S.ia vostra ubidiente servo Pietro Liberio Corella conestavolle.

 

Se m’avessi ciesto licienzia lo lasavo venire, et con la bandiera et con ciò che voleva. Sapia quella che de’ compangi n’ò piú che io non volgio, et ònne qui dieci de l’Ordinanza che aspetano d’avere lugo, et sonsi molto ben vestiti.

165

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

Barga, 25 luglio 1509

Spectabili domino Nicolao Macravello secretario dignissimo Novem Militiae et Reip. Flor. tanquam fratri honorandissimo.

Florentiae.

Spectabilis vir et tanquam maior frater honorande. Avendo a’ giorni passati consolatoci alquanto lo spirito et non bastando questo, secondo la benedetta anima di messer Cristofano da Casale, ché ancora bisongnia che in parte la fragelità della carne abbi la parte sua, però vi mando queste poche trote ad·cciò che la sensualità si pasca e·llo spirito di poi sia più pronto ad·lle cose di questo mondo; le quali in questi tempi son tante grande che in epsse mi pasco. Restami solo intendere per una vostra le cose di Gallia Cisalpina (h)o vero Traspadana in che termine sono, che per sentirne di qua confusamente ne ò maggior desiderio d’intenderne la verità, non però un discorso tale qual fa l’utima, perché quasi mi giudico indengnio, ma qual si conviene a un dell’ordine plebeo et al tutto ingniorante, restandovene ad l’usato, significandovi, che non altrimenti e frati dicono l’ufitio sera et mattina che io mi legga la vostra, che di già la credo sapere tutta ad mente.

Non vi dirò altro, se non le trote ve le mando con questo legame, che el mio Nero da Ghiaccieto venga a desinare o ad ciena con essi voi, che mi sarà somma gratia; et del continuo ad voi et ad lui mi hoffero et racomando. Bene valete.

Ex Barga, die xxv Julii mdviiii.

Philippus De Casavechia comissarius

165 bis 1

Niccolò Machiavelli ad Alamanno Salviati

Firenze, 28 settembre 1509

Magnifico viro Alamanno de Salviatis dignissimo capitaneo pisarum patrono honorando etc.

Pisis.

Magnifice vir etc. Perché io non credo possere farvi presente più grato che darvi adviso delle cose di Padova et dello imperadore, vi scriverrò in qual termine si truovino et che iudicio si facci, o possa fare, dello exito et fine loro. Et se conoscerete nel iudicare mio alcuna prosumptione, la lascerò excusare a la vostra Magnificentia, presubponendosi che io parli seco familiarmente.

Trovavasi lo ’mperadore a dí x del presente con lo exercito suo nel borgo di Sancta Croce, proprinquo a Padova a uno miglio, et desiderando porsi in luogo più facile ad battere la terra et commodo ad impedire e’ subsidii che venissino da Venezia, et bisognandoli per questo girare la terra largo per evitare certi paduli, fece uno alloggiamento ad Bovolento sul fiume di Bacchillone, discosto da Padova vii miglia, dove svaligiorono et amazorno assai villani rifuggiti con bestiame.

Fece di poi uno altro alloggiamento ad Stra, palazotto posto dove si congiunge Bacchillone con la Brenta, discosto 4 miglia da Padova. Di quivi si accostò alla terra et a’ xxi dí cominciò a batterla.

Tiene lo exercito suo dalla porta al Portello fino a la porta che va a Trevi, che dicono essere una lunghezza di 3 miglia, et per larghezza occupa uno miglio. Dicono esser questo suo exercito 30 mila pedoni, che ne è xvii alamanni, gli altri sono gente conductevi da Ferrara, papa et Francia. Dicono bene che tutto giorno vi vengon nuove fanterie tedesche senza avere altri denari che l’utile della preda presente et speranza della futura. Sonvi di poi xii mila cavalli o piú, la metà borgognoni et tedeschi, gli altri tutti italiani et franzesi. Ha 40 pezi d’artiglierie grosse et fino in 100 fra mezane et minute.

Arrivorno li ambasciadori vostri in campo a dí 21 et le lettere loro sono de’ 24. Advisono avere in questo tempo piantato la maggior parte della sua artiglieria et avere già in terra tanto muro quanto è da Sancto Stefano a Mercato Nuovo et che certe artiglierie grossissime ha di tirata di 300 libbre di ferro. Fanno passate mirabili et che non è riparo vi regga et, per chi era uscito di Padova, s’intendeva aveano morte di molte gente, tra’ quali diceano essere il Zitolo et messer Perecto Corso.

Advisono lo ’mperadore esser di fermo animo di expugnarla et fare buono uficio di capitano et di soldato, et che il campo sta unitissimo et abundantissimo di vectovaglie.

Non scrivono li ’mbasciadori vostri delle cose di dentro alcuno particulare, salvo che e’ traggono al campo continuamente et gli fanno assai danno, et che messer Luzio Malvezi andò per danari a Venezia con buona scorta e ritornò in Padova salvo sanza molto impedimento.

Questo è ciò che advisono li oratori vostri. Èssi inteso bene da uno frate venuto di Padova da viii di in qua gli ordini et difese loro di dentro, quale dice esser queste. Avere prima ripieno e’ fossi d’acqua intorno a la città et aver facti certi bastioni intorno a le mura per difendere i fossi et le mura di fuori; di poi essere il muro dentro, al quale, intorno intorno, hanno ficti alberi distanti 4 braccia dal muro, et da l’uno albero all’altro incatenato con travi et legniami a uso di chiudenda; et hanno quello spatio che resta fra decta chiudenda et il muro ripieno di terra, quale hanno pillata et stivata iuxta il possibile. Dopo questo, pur dal lato di dentro, hanno facto un fosso cupo ad uso franzese 14 braccia incirca. Dopo al quale hanno poi facto uno riparo alto viii braccia sopra il fosso, el quale dalla parte di dentro è in modo pianato ch’ e’ cavalli vi possono correre sopra. Hanno drieto a questo riparo facte piane grande perché ’ cavalli possino maneggiarvisi.

Riferisce questo frate un nugolo di munizioni et di artiglierie distese su pe’ ripari et nelle casematte di decti fossi; dice esservi x mila fanti pagati, 4 mila cavalli, x mila uomini tracti di Vinezia et piú di 4 mila contadini, tutti uniti et disposti alla difesa et che monstrono non dubitare di cosa alcuna, sperando et nelle provisioni facte e nel tempo che diventa contrario al campeggiare.

Truovonsi, come vedete, le cose in questi termini, et qui si disputa prima se Padova si debbe perdere o no, et di poi, se perdendosi o non si perdendo Padova, si ha a temere che lo imperadore travagli per ora le cose di Toscana o di Roma.

Io lascerò quello si dica della perdita di Padova o no, perché non veggo parlarne a l’uomo che se ne intenda, et ciascuno ne parla secondo l’affectione propria, ma disputereno solo se se ne debba temere o no in qualunche de’ predecti 2 eventi.

Una volta per la maggior parte di chi è qui se ne dubita assai, o pigliandola o no, perché dicono: se la piglia, e’ sarrà in tanta reputatione che Francia starà seco, et ne verrà per la corona sanza obstaculo, et noi et tutto questo restante di Italia fia a sua discretione; se non la piglia, e’ si accorderà con Venezia a danno di noi altri et farà il medesimo perché, trovandosi lui sull’arme et unendo li exerciti insieme, non ci si vede resistenza per alcuno.

Ma io sono di contraria opinione et non lo temo, pigli o non pigli Padova. Et primum dico: se non la piglia, conviene che facci una delle 3 cose: o che si ritiri nella Magna et lasci queste cose di qua a discretione d’altri, o si ritiri in Vicenza et Verona alleggerendosi della spexa, in gran parte, delle fanterie et attenda, con lo aiuto franzese, a fare questa vernata co’ veniziani una guerra guerriabile, o veramente ch’egli accordi co’ veniziani.

In quelli primi 2 casi non bisogna temerlo; et quanto al 3°, che è l’accordare con veniziani, bisogna tale accordo sia o con consentimento de’ collegati o contro alla voglia di tutti o di parte.

Nel primo caso non è da temerne molto, perché e’ collegati sono per regolarlo et dovranno voler salvare loro in tutto et gli amici loro almeno in parte.

Se lo fa contro alla voglia de’ collegati, io non veggo che male ci possa fare, né anche veggo come tale accordo possa stare che vi sia dentro il suo et quello de’ veniziani, perché a voler vedere se uno accordo debba seguire bisogna examinare prima quali cagioni abbiano a muovere le parti et, se le vi sono, allora crederlo.

Le cagioni hanno ad muovere lo ’mperadore sono dove vegga onore et utile. Quello ha a muovere i veniziani è dove vedessino guadagnare tempo, evitando ora quelli pericoli che alla lor libertà soprastanno et vedessino alleggerirsi di spexa.

Ora io non veggo che accordo possa nascere infra costoro contro a la voglia de’ collegati che facci per ciascuno di loro et che vi sia questi due fini predecti.

Et prima, a volere che lo ’mperadore ci abbi dentro l’utile et l’onor suo bisogna o ch’e’ veniziani li dieno Padova o che gli dieno tanti danari che possa ire con lo exercito suo ad uno acquisto che risponda ad la ’npresa che lasciassi di Padova. In qualunche di queste due cose mi pare ch’e’ veniziani non avanzino né tempo né danari, perché dove e’ gli hanno, si può dire, uno inimico adosso, n’aranno tre, ché Francia, Ispagna et papa, quali hanno quasi rimessa la spada dentro, la trarranno fuora, sí che tale accordo non li cava di pericolo, né etiam gli libera da spexa, anzi la raddoppia loro, perché, oltre a danari assai arebbono a dare a lo ’mperadore, arebbono anche a continuare di pagare el loro exercito si truovono ora, per non rimanere a discretione sua, del quale non si possono fidare.

Dunque io non so come o perché e’ si abbino a fare uno accordo con uno imperadore che non possi pigliare Padova per duplicare spesa et rimanere in maggior guerra che prima. Tanto che, concludendo, io non veggo prima come questo accordo possa farsi contro a la voglia de’ collegati et, quando pur fussi facto, non veggo come se abbia da temere.

Né mi pare etiam si possi fare col consenso di parte di decti collegati, non facendo per Francia, né per Ispagna, né per il papa la grandezza dello imperadore in Italia, per le cagioni che sono sí note che le non hanno bisogno di commento. Sí che, non pigliando Padova, o accordi o no, non è da temerlo.

Né anche è da temerlo se la piglia, perché lo ’mperadore, presa Padova, ha a fare una delle 2 cose: o a stare in sullo accordo facto a Cambrai o ad romperlo.

S’e’ gli starà sullo accordo, bisognerà che ante omnia e’ convenga co’ collegati quid agendum de Venetiis, et porre fine alla guerra veniziani, o con conventione con loro, o con totale destructione di essi veniziani. La destructione pare difficile, l’una perché parte de’ collegati desiderano che Vinegia rimanga cosí, et maxime Ispagna et papa, a’ quali due parrà sempre con quella tenere uno stecco ne l’occhio a lo ’mperadore et a Francia; l’altra difficultà è la stagione, che non patisce maneggiare acque, et lo esser risolute l’armate, onde è necessario si voltino ad uno appunctamento ch’e’ veniziani si stieno là et vivant suis legibus et, facto questo, pensi poi al suo passare per la corona, el quale, quando fia regolato, non è da temerne molto, come di sopra si dixe.

Se non vorrà stare sullo accordo di Cambrai, e’ si troverrà prima manco il terzo dello exercito che ha ora, perché, considerato lo exercito suo, il terzo di esso non è suo, tanta gente vi ha Francia, papa et Ferrara, le quali genti, dopo la presa di Padova, si restrignerebbono insieme, perché e’ padroni loro diventeranno subito gelosi della grandeza di costui, non tornando ad proposito quella, come ho decto, ad alcuno di loro. Et i franzesi sono, si può dire, in su l’armi, per esser con le genti d’arme presti et col danaio, et avere e’ svizeri vicini, di modo che lo ’mperadore arà tanto da fare, innanzi venga otioso in Toscana, ch’e’ passerà molto tempo, perché non veggo come possa passare oltre et lasciare lo stato preso, se non ha prima posate tutte le cose a l’intorno. Et il posarle per forza non vuole né poco tempo, né poca spexa. Et, senza dubbio, come lo ’mperadore si trovassi solo sanza subvenitori et fussi puncto temporeggiato da chi potessi spendere, in pochissimo tempo rimarrebbe senza exercito; il che gli è in molte imprese sua molte volte intervenuto. Et chi dicessi e’ veniziani lo subvenirebbon di danari, me ne riderei, perché la loro ferita ha gittato tanto sangue che quando e’ faranno in parte ristagnata, e’ parrà loro rimanere sí deboli che non la vorranno riaprire piú, se le ferite dolgono loro come agli altri.

Io la ’ntendo adunque cosí, et vivendo tutti questi principi, non temo molto, ancor che questo sia contro alla commune opinione.

Et desideroso di intendere la vostra, et parte pascervi con questo badalucco, mi sono mosso a scrivervi.

Valete. Florentiae. Die xxviii septembris mdix°. Servitor Niccolo Machiavegli secretario.

165 bis 2

Alamanno Salviati a Niccolò Machiavelli

Pisa, 4 ottobre 1509.

Al mio caro Nicolò Machiavelli. In Firenze.

Yhesus. Carissimo Nicolò. Io ho la tua, sutami carissima, massime che vego ti sono nel cuore, perché spesso ti ricordi di me; di che ti resto obligatissimo. E per essa ho visto in che ordine si truova Padova e di dentro e di fuori, che assai m’è piaciuto. Il discorso tuo è bellissimo; quale io ho mostro a questi signori condottieri e signori consoli, quia omnes homines scire desiderant, e da tutti è stato assai commendato.

Io non lo posso né aprobare né riprobare, perché qui siamo suti abandonati dal padre e dalla madre e da tutti e parenti et amici, perché non intendiamo cosa alcuna, salvo da qualche smarrito che venga al campo di 15 giorni o uno mese: e però male ne possiamo fare qui indizio, non intendendo qualche particulare come voi costí qualche volta intendete. Io ho bene qualche volta domandato questi signori condottieri che iudizio faccino della espugnazione d’essa; quali unitamente s’acordono, che per forza Padova non si possa perdere, assegniandone buone ragioni, in modo che, prestando loro fede, io inclinerei a quella oppinione volentieri. Ma me ne ritrae alquanto lo essere fratesco, che volentieri mi aderisco a tale oppinione, massime vedendone e successi in buona parte [...]; e ci s’arogie il vedere e tempi disporsi totalmente contro ad essi viniziani, adeo che credo sia cosa miracolosa piú presto che naturale. Quomodocunque sit, credo che l’offizio nostro sia piú presto ricorrere a Idio, e pregarlo che lasci seguire il meglio, che poterne fare altro indizio; ancora che io non sappia come questa conclusione t’abbia molto a satisfare, non perché io non creda che tu manchi di fede, ma sono certo che non te n’avanza molta.

Ricordovi bene fate ogni diligenzia di mantenere insieme il Cristianissimo, la Santità di Nostro Signore et il Cattolico, et avvertite che una desperazione non facessi fare di quelle cose a qualcuno di che nascessi la totale rovina d’Italia, che quello esercito franzese non resti totalmente a discrezione d’altri, che importeirebbe troppo.

Io arò caro averti satisfatto, et in quello che io mancassi lascerò supure al mio dottore. Ricordoti sono tuo et a te mi racomando. Idio ti guardi.

In Pisa a dí iiii d’ottobre 1509.

Tuo Alamanno Salviati, capitano.

166

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 20 novembre 1509

Nicolao Maclavello secretario fiorentino. In Verona o dove sia.

Niccolò honorando. Io riceve’ la vostra de’ 15 da Mantova, et intendo la suspensione dello animo vostro, etc.; di che mi maraviglio, havendo havuto alle mani altre cure di molto maggiore importantia, et ad piglare partiti più pericolosi che andare fino ad Verona. Bisogna, se mai usasti diligentia in advisare, lo facciate hora ad volere {turare la bocca a le pancaccie. Feci la anbasciata al Gonfaloniere: respose, stendessi ad scrivere solecitamente.} Hoggi andrò ad trovare l’amico che ha mandato per me, et farò el bisognio. Nuove non ci sono, che tutte dependono di costà. Fecionsi tutti e Nove, così quelli cinque che mancavono come li altri 4 che hanno ad intrare ad gennaio. Hanno di già casso Francesco da Cortona, che è stato buona spesa. Non altro.

Florentiae, die 20 Novembris 1509.

Quem nosti

167

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

Firenze, 22 novembre 1509

Al nome di Dir addì xxii di Novembre 1509.

Nicolò carissimo. Io ò la vostra de’ dì xviii, et per quella intendo quanto dite, che tutto si farà nel modo scrivete. A Totto Machiavelli scrissi apunto nel modo avixate. Messer Giovanvettorio non si risolveva, però ho fatto scrivere a Messer Antonio circha alla causa principale; et in la incompetentia scrisse anchora messer Antonio et messer Giovanvettorio m’à promesso di soscrivere. Hoggi ò avere da messer Giovanvettorio soscritta la incompetenzia et da messer Antonio la cauxa principale; et subito la farò soscrivere a li altri advocati vostri, et manderolle a posta a messer Antonio, chome ne ordinasti. Da me non si mancha di sollecitarla, di modo sono più ripreso d’inportunità che di negligentia; ché ogni dì sono quatro volte almancho al palagio del potestà. Achordo non ci spero alchuno, perché non ò mai intexo cosa alchuna. Andai al magnifico Gonfaloniere, richordandogli la causa vostra, et chome io era procuratore a potere obligarvi; quando gl’intendessi cosa alchuna, sua M.tia, si degnassi farmelo intendere. Dissemi che Francesco del Pugliese gli aveva a rispondere; et che manderebbe per me, quando avessi nulla. Io, chome v’ò detto, con ogni favore, diligentia et sollecitudine attendo a questa vostra causa; et oggi mando al giudice messer Francesco Nelli et Piero; et quando il giudice arà la causa principale, vi manderò e parenti et amici vostri et ser Giuliano. Io scrissi in vostro nome et feci scrivere da Giovanbatista Soderini a Monsignore R.mo; et dètti a ser Filippo del Morello ducato uno, et di mano in mano lo terrò contento. Giovanni Ughucconi mi disse il conto vostro esser del pari et che non aveva denari: però mi sono fatto servire de’ denari ò auti di bixogno da Lodovico Machiavelli. À mostrato di farlo volentieri. Non giudicherei fossi fuori di proposito voi gli scrivessi un verso, ringratiandolo; et inoltre, perché io non so chome mi bixognerà spendere, dirgli che quello m’achade me ne serva: lui ne à posto debitore voi. Se io potrò avere quelli da Giovanni Ughucconi, non bixognerà gli dia noia. Col priore si farà quanto scrivete; et quando io abbia da dirvi circha al piato, lo farò sempre. Sono a’ chomandi vostri,

Francesco del Nero in Firenze

168

Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini

Verona, 29 novembre 1509

Spettabili viro Luigi Guicciardini come fratello carissimo in Mantova. Data in casa Giovanni Borromei.

Carissimo Luigi. Io ho hauto hoggi la vostra de’ 26 che mi ha dato più dispiacere, che se io havessi perduto el piato, intendendo a Jacopo essere ritornata un poco di febbre: pure, la prudentia vostra, la diligentia di Marcho, la virtù de’ medici, la patienza et bontà di Jacopo mi fa stare di buona voglia, et credere che voi la caccierete come una puttanaccia miccia, porca, sfacciata che la è; et per la prima vostra aspecto intendere ne siate iti, ad dispecto suo, tucti allegri ad la volta di Firenze.

Io sono qui in isola secha come voi, perché qui si sa nulla di nulla; et pure, per parere vivo, vo ghiribizando intemerate che io scrivo a’ Dieci, et mandovi la loro lettera disuggiellata; la quale, letta ad tucti, la darete ad Giovanni, la mandi per la prima staffetta che ’l Pandolfino scrive, o come ad lui parrà. Et me li raccomanderai, dicendogli che io mi sto qui con el suo Stefano, et attendo ad godere. Sarei ito ad la corte, ma el Lango non vi è, ad chi ho la lettera di credenza; et ad lo ’mperadore non ho lettere, sì che io potrei essere preso per spia: dipoi ogni dì si è detto che viene qui, et tucti questi mammaluchi che seguitono la corte sono qui.

Ho caro habbiate mandate quelle fedi ad Firenze, di che meritate una grande commendatione ad presso Dio et li huomini del mondo. Se voi scrivete ad messer Francesco vostro, ditegli che mi raccomandi ad la combriccola. Sono vostro, vostrissimo; et quanto al comporre, io penso tuctavia ciò. Addio. Addì 29 di Novembre 1509. Veronae.

Uti frater Niccolò Machiavegli secretarius apud Cesarem.

169

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 30 novembre 1509

Nicolao Maclavello secretario florentino tanquam fratri honorando. In Verona.

Niccolò honorando. Io vi scripsi pochi dì sono brevemente, perché non ci era cosa alcuna di nuovo da darvene adviso, et manco ci è di presente: sì che, in questo caso, se alhora fu’ breve, hora sarò brevissimo. {Filippo Strozzi hare’ l’ali unte ad venire in Firenze. Et benché molti chiachieroni cavassino fuora che fossi stato in Firenze}, non è vero nulla, {anzi lui la domandò et la conduse non so ad che fine.} Dio voglia {le pigli bene.} Dixivi anchora come havevo visitato l’amico et datoli uno ducato, el quale mi ha renduto Francesco del Nero, perché ne havevo necessità. Et li dixi havervi mandato certe zachere mi havevi chiesto. Sonvi ritornato dipoi: hello trovato che il male di che dubitava era chiaro, et voleva ire ad Prato in casa lo amico: havevasi tagliato e capelli. Non so come si farà, che bisogna patientia, et qui non è punto: et chi ne vuol guarire presto, ne guarisce più tardi. Elli advenuto quello mi ho sempre pensato. Attendete ad scrivere nuove assai, et fareteci piacere. Non altro. A voi mi raccomando.

Florentie, die 30 Novembris 1509.

Quem nosti

 

El libro riharò hoggi et renderollo etc.

Nuovi Dieci: Lanfredino, Giovanni Ridolfi, Antonio di Saxo, Miniato Busini, Agnolo Miniati, Giovambatista Bartolini, Scolaio Spini, Bartolo Tedaldi, Lorenzo delli Alexandri.

170

Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini

Verona, 8 dicembre 1509

Spectabili viro Luigi Guicciardini in Mantova tanquam fratri carissimo.

Affogaggine, Luigi; et guarda quanto la Fortuna in una medesima faccienda dà ad li huomini diversi fini. Voi, fottuto che voi havesti colei, vi è venuta voglia di rifotterla et ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parechi dì, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vechia che m’imbucatava le camicie, che sta in una casa che è più di meza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. Et, passando io un dì di quivi, la mi riconobbe et, fattomi una gran festa, mi disse che io fussi contento andare un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle, se io le volevo comperare. Onde io, nuovo cazo, me lo credetti, et, giunto là, vidi al barlume una donna con uno sciugatoio tra in sul capo et in sul viso, che faceva el vergognoso, et stava rimessa in uno canto. Questa vechia ribalda mi prese per mano et, menatomi ad colei, dixe: Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete.

Io, come peritoso che io sono, mi sbigotti’ tucto; pure, rimasto solo con colei et al buio (perché la vechia si uscì sùbito di casa et serrò l’uscio), per abbreviare, la fotte’ un colpo; et benché io le trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata foia che io havevo, che la n’andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercatantia, tolsi un tizone di fuoco d’un focolare che v’era et accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu apreso, che ’l lume fu per cascarmi di mano. Omè! fu’ per cadere in terra morto, tanta era bructa quella femina. E’ se le vedeva prima un ciuffo di capelli fra bianchi et neri, cioè canuticci, et benché l’avessi el cocuzolo del capo calvo, per la cui calvitie ad lo scoperto si vedeva passeggiare qualche pidochio, nondimeno e pochi capelli et rari le aggiugnevono con le barbe loro infino in su le ciglia; et nel mezo della testa piccola et grinzosa haveva una margine di fuoco, che la pareva bollata ad la colonna di Mercato; in ogni puncta delle ciglia di verso li ochi haveva un mazetto di peli pieni di lendini; li ochi haveva uno basso et uno alto, et uno era maggiore che l’altro, piene le lagrimatoie di cispa et e nipitelli dipillicciati; il naso li era conficto sotto la testa arricciato in su, et l’una delle nari tagliata, piene di mocci; la bocca somigliava quella di Lorenzo de’ Medici, ma era torta da uno lato et da quello n’usciva un poco di bava, ché, per non havere denti, non poteva ritenere la sciliva; nel labbro di sopra haveva la barba lunghetta, ma rara; el mento haveva lungo aguzato et torto un poco in su, dal quale pendeva un poco di pelle che le adgiugneva infino ad la facella della gola. Stando adtonito ad mirare questo mostro, tucto smarrito, di che lei accortasi volle dire: — Che havete voi messere? —; ma non lo dixe perché era scilinguata; et come prima aperse la bocca, n’uscì un fiato sì puzolente, che trovandosi offesi da questa peste due porte di dua sdegnosissimi sensi, li ochi et il naso, e’ m’andò tale sdegno ad lo stomaco per non potere sopportare tale offesa, tucto si commosse et commosso operò sì, che io le rece’ addosso. Et così, pagata di quella moneta che la meritava, ne parti’. Et per quel cielo che io darò, io non credo, mentre starò in Lombardia, mi torni la foia; et però voi ringratiate Iddio della speranza havete di rihavere tanto dilecto, et io lo ringratio che ho perduto el timore di havere mai più tanto dispiacere.

Io credo che mi avanzerà di questa gita qualche danaio, et vorre’ pure, giunto ad Firenze, fare qualche trafficuzo. Ho disegnato fare un pollaiolo; bisognami trovare uno maruffino che me lo governi. Intendo che Piero di Martino è così sufficiente; vorrei intendessi da lui se ci ha el capo, et rispondetemi; perché, quando e’ non voglia, io mi procaccierò d’uno altro.

De le nuove di qua ve ne satisfarà Giovanni. Salutate Jacopo et raccomandatemi ad lui, et non sdimenticate Marco.

In Verona, die viii Decembris 1509.

Aspecto la risposta di Gualtieri ad la mia cantafavola.

Niccolò Machiavegli

171

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

Firenze, 9 dicembre 1509

Spectabili viro Nicolao Maclavello, segretario dignissimo apud Maximianum.

Tamquam pater, etc. Sei giorni sono vi scrissi l’ultima, dipoi non ò vostre: et questa per farvi intendere chome noi abbiamo maritata la Sandra, Dio lodato, a Giovan Luigi Arrigetti, un giovane molto da bene, il quale si rachomanda a voi. Et delle cose nostre arete intexo chome e sei furono giudichati giudici competenti, ma e Pitti percò non anno seguitato altro alla merchatantia: credo diffidino delle poche ragioni loro. Messer Antonio Strozzi et messer Antonio da Venafro scrissono, et molto elegantemente; et messer Giovannetto m’à promesso di soscrivere, né l’à per anchora fatto. Io ritrovai la lettera avevo perduta del ricevuto de’ ducati dugento, et, perché achordo alchuno non seguì, feci il bixogno coram, quoniam adest. Lettera dal chardinale non venne. Giovan Batista m’à detto aver lettera dal fratello, come nostro signore scrisse: debbe essere ita male. Gli amici vostri si merranno a’ giudici, chome ne avixasti, et nos iudicium expectamus. Vale.

Ex Florentia, dì viiii decembris.

Franciscus

172

Pigello Portinari a Niccolò Machiavelli

Verona, 12 dicembre 1509

Magnifico ac prestanti viro domino Nicolao de Machiavellis, excelse rei publice florentine secretario et commissario.

Mantue.

Magnifice vir, salutem. Intendo esser alchune lettere a voi da Firenze, le quale Stefano del Benino vi manda. Harò caro lo habiate per consolation vostra, et, se alchuna ne sarà ad me, vi prego me le mandate. Harei caro et mi pare sarebbe a proposito de la città che voi vi trovassi qui, intendendo che la caesarea maestà se approxima qui. Stimo, a questa hora, sia a Trento; tuttavolta, fate come vi pare. Occorrendo cosa in che io possa, significate. El reverendissimo monsignore el locotenente caesareo me ha commesso in nome di Cesare di star qui a li servitii di sua maestà; et, credetemi, non sto otioso, né ho tempo di andare a spazo. Con questa sarà una a mio fratello. Mi sarà piacere la mandiate per il primo vi occorre. Nec plura in presentiarum. Bene valete.

Ex Verona, xii decembris 1509.

Non dimenticate di operar che io habbi quello m’è dovuto, et ridunderà a li servitii, etc.

Vester Pigellus, etc.

173

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 28 dicembre 1509

Nicolao Maclavello tanquam fratti honorando.

Ubi sit.

Niccolò honorando. Io mi sono mosso ad scrivervi la presente, perché el caso che sarà narrato da piè è di tanta importantia, che non può essere maggiore; et non ve ne fate beffe et non lo transcurate, et non uscite di quello che io vi dirò per cosa del mondo, perché e’ sarà uno de’ potissimi remedii ad riparare alla ruina vostra et di altri; et ad questo fine ho prevenuto col mandarvi allo incontro.

E’ farà domani octo dì, che uno turato [2] con dua testimoni andò ad casa el notaio de’ Conservatori, et presente loro li dette una notificazione, con protestarli se non la dava etc. Conteneva che per esser nato voi di padre etc., non potete ad modo alcuno exercitare lo officio che voi tenete etc. Et benché la cosa sia stato in facto altra volta et che la legge sia in favore quanto la può, nientedimeno la qualità de’ tempi et uno numero grande che s’è levato ad bociare questa cosa et gridarla per tutto et minacciare se non è facto etc. fa che la cosa non è in molto buon termine et ha bisogno d’uno grande adiuto et di una delicata cura: intorno ad che io, fino ad questo punto da l’hora che mi fu da nostri amici facto intendere, non ho lasciato indrieto cosa alcuna, et di dì et di notte: in modo che io ho mollificato assai li animi di qualcuno. Et dove la legge era da chi cerca disfavorire etc. stirachiata per mille versi et datoli sinistre interpretationi, è un poco posata: nientedimeno li adversari sono assai et non lasciono ad fare nulla; et il caso è publico per tutto, fino {pe’ bordegli}, in modo si può fare alla scoperta, et è aggravato da infinite circunstantie. Et prestatemi fede, Niccolò, che io non vi dico la metà delle cose che vanno ad torno, et avanti che io producessi la legge, era messa per cosa indicata. Io l’aiuto per tutti mezi: così fa Piero del Nero, al quale io fo hora per hora intendere tutto, perché è facto el medesimo a me da chi non vuole lasciare ruinare {et voi et me.}

Sono stato sollicitato questo punto da chi vi ama, et è persona che voi ne fate capitale, ad scrivervi che voi soprastiate dove vi trovate et non torniate per nulla, perché la cosa si va mitigando, et sanza dubio harà miglore fine, non ci sendo voi che essendoci, per più conti; et poi io fo delle cose che non faresti voi, et pure sono necessarie; perché tutti li homini voglono essere riconosciuti et honorati et pregati, ancora che le cose sieno chiare, et pare conveniente che chi serve ne sia ringratiato et pregato prima et ripregato: ad che quanto voi siate apto, lo lascio indicare a voi. Insomma per uno de’ potenti remedii a questo male, che è tanto grande che vi farebbe paura, è lo stare absente qualche dì, tanto se ne vegga el fine; et perciò vi mando la presente, sollicitatone da altri, pure persone private, ma di tante qualità che si può manco errare ad fare così che altrimenti. Li altri vostri compagni sono prompti alla difesa, se basterà: ché a’ dì passati, in uno altro caso simile, {non è giovato, che è quello che ha facto risuscitare questo.} Se io vi dicessi non havere mai dormito poi accadde questo, crediatemelo, {perché voi ci havete tanto pochi che vi voglino aitare, et io} non so donde venga.

Di nuovo vi dico facciate quanto siate consigliato, et non uscite et fate uno presupposto che io non aombri scuro, come voi solete dire, ma che sia molto più: {et havendoci io interesse mi doverresti credere, perché tocca più ad tute che a voi.} Non altro.

Die xxviii Decembris, hora secunda noctis, 1509.

Quem nosti

174

Il card. Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

Firenze, 28 giugno 1510

Spectabili viro domino Nicolao Machiavello pro excelsa Republica Florentina apud Christianissimum Regem compatri nostro carissimo. Alla Corte.

F. De Soderinis basilicae Duodecim Apostolorum presbiter Cardinalis.

Spectabilis vir compater carissime. Per rispecto del publico et privato nostro, molto ci fu grata la deliberatione di mandarvi costà, sapiendo la dextreza e prudentia vostra, et quanto possiate essere utile ad ogni cosa. Habiate patientia se è cum qualche vostro privato sconcio.

Circa le cose publiche non habiamo che dire, sapiendo havete bona instructione et siate savio. Confortiamovi, oltre allo offitio che farete per la patria, usare omni diligentia che si tenga in buona unione cotesto principe colla S. del Papa; il che non solo è per giovare a·lloro, ma a noi et a tutta Italia. Et noi reputiamo sia necessario né si possino partire l’uno dall’altro, benché qualche volta venga de’ dispareri. Havete in corte lo arcivescovo oratore pontificio, huomo prudentissimo, et che vale assai: simo certi vi vederà volentieri, et per nostro amore, perché è amicissimo, conservatevelo, ché ne farete capitale, et ne caverete fructo assai et aiuterete l’uno l’altro al bene comune.

Non vi raccomandiamo le cose nostre, perché simo certi le reputate vostre; et Giovanni Girolami sarà onni dì cum voi, che farà intendere quello che occorre alla giornata.

Se fussimo a Roma, poteremovi aiutar di qualche cosa: et accadendo non mancheremo anche farlo di villa.

Florentiae, xxviii junii mdx.

Compater vester F. Card. Vulterranus

175

Bartolomeo Panciatichi a Niccolò Machiavelli

Lione, 26 luglio 1510

Spectabili viro, domino messer Nicholò Machiavelli, segretaro fiorentino. In Chortte.

Ihesus, adì xxvi di luglio 1510.

Honorando e caro messer Nicolò. Rachomandomi a voi. Disivi avere aure le vostre de’ 18 e 22, e quela sera spaciato sùbito el Targha, che pel Ferarese doveva pigliare el chamino, chapitando a Bargha andare a Firenze: è persona praticha, e sto di bona voglia arà saputo ben procedere. Dipoi venono, chome dissi, le vostre de’ xxi, le quali sono anchor qui: andrano per lo primo; e in questo punto è chonparsa la vostra de’ xxii chon altre per Firenze, che alsì manderò per lo primo. In questa medesima hora è arivato da Roma fante, coè Piero Porcho, chon vantaggio a molti; e prima da Roma n’era partito un altro fante a’ 13, che s’intende da Piagenza fu mandato a Milano: stimasi avessi lettere del papa, ché di merchanti non levò lettere; questo sopratenerlo denota portassi d’inportanza. Questo, venuto questo dì, à portate, sotto una mia choverta de’ signori X, la intrusa vostra e quella de lo Acaiuolo per voi: furnoli aperte a Piagenza e molti altri luoghi, e mi dice el choriere che a Piagenza liene fu ritenute alchune ch’erono nel mazo de’ X: stimo fussi quella de la cifera, che chome non l’arano intesa, aran preso sospeto, e la manderano a Milano. Maravigliomi tochino le lettere della signoria: non si maraviglino se voi non darete loro de li avisi. Forse vi sarà mandata da Milano, non achadendo sospetto chon li amici. A Bolognia non dichon niente a’ chorieri, si non al pasar di questo: potreb’esere lo farebono per lo avenire. Queste vostre manderò per lo miglior modo potrò. Questo fante mi dice di bocha aver visto el marchese di Mantova a Bolognia desinare con el leghato. Chomentate hor voi. Mando queste a la posta: stimo ve ne sarà fatto servizio meglio che in Lombardia.

Preghovi mi rachomandiate a Giovanni Girolami e che io li rachomando quella lettera di naturalità. Rachomandomi a voi per centomila voltte, ringraziandovi de le nuove. Ò fate le vostre rachomandazioni, rendovele duprichate. Antonio Tadei à tolto per donna la figlia di Ghaleazo Sasetti. Iddio vi dia quel disiderate.

Bartolomeo Panciatichi in Lione

176

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

Firenze, 3 agosto 1510

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis secretario florentino apud Christianissimum Regem Franciae.

Compare mio charo. Io ho pregato Ruberto che vi rimandi presto, perché almeno, perdendo lui, rihabbiam voi; e per questo siate chontento, poi che lui è giunto, tornarvene presto, ché Filippo e io vi chiamiamo tuttodì. Poi che vi partisti, che fu il dì di S. Giovanni, se bene ho inteso, ché non c’ero, sono stato del continuo malato e ho creduto a ogni modo passare nell’altro mondo: pure da 15 dì in qua mi sono rihavuto in modo che hora sto bene, ma intendo tante chose a un tratto che m’agirano il cervello, perché havendo havuto male, non l’ho potute intendere dì per dì, chome hanno facto gl’altri. E prima Marchantonio Colonna chon 150 chavalli e 500 fanti esser ito per ordine del Pontefice a rivoltare Genova et essersi chondocto là presso, et manchando di speranza esser stato forzato a montare in su l’armata de’ Venitiani che girava là intorno per questo medesimo effetto, havervi messo su qualche chavallo e parte della chompagnia, el resto haver lasciato a discrezione. Io havevo Marchantonio, per relazione di molti, per huomo di gran iudicio e buon discorso et molto cauto nelle imprese sue; né mi posso persuadere qual sia stata sì potente causa che l’habbi chonstrecto chon sì pocha gente a mettere in pericolo la chompagnia, l’honore suo, quale stimava tanto, et anchora la vita, perché, se veniva in mano de’ Franzesi, non credo l’havessino salvato. Lasceròvi un pocho pensare anchora a voi, e alla tornata vostra ne parleremo.

Ma vegnamo al Pontefice, el quale non si può dire che, poi è in quel grado, el governo suo sia stato di matto, e in quello ha havuto a fare pare sia ito anchora assai cautamente; nondimeno, pigla una guerra chol Re di Francia né si vede per anchora che habbi in chompagnia altri che e Venitiani mezzi rovinati e disperati, e chomincia in modo a offendere il Re da non doverne seguire pace presto, perché prima pigla come un ladro Mons. d’Aus, el quale el Re faceva dimonstrazione stimare assai; dipoi cercha chon parole e chon fatti farli ribellare Genova, e inanzi vi mandi armata o altro, publica per tutto che Genova si volterà, che non è se non dire al Re: - Guardala; et poi che la prima volta non li è riuscito, dice volerla tentare la seconda. Assalta le chose del Duca di Ferrara in Romagna, e per essere mal guardate, ne pigla parte: restava la forteza di Luco che si bombardava: uscirono di Ferrara forse 600 chavalli franzesi, e al sol grido tutte le gente del Papa si missono in fuga e lascioron l’artiglerie, e’ Franzesi ripresono tutte le terre che havevono prima tolto a Ferrara. In conclusione io non intendo questo Papa; chome sia possibile che lui solo e Venitiani voglin piglare la guerra contro a Francia. Dice Giovanni Chanacci che gli pare, che ’l Papa habbi facto chome chi giuoca a fluxi o primera e vuole chacciare e ha facto del resto, et che il Re sta dubbio di tenerla, dicendo fra sé: « Se lui non havessi buono, e’ non legherebbe sì gran posta »; ma se il Re la tiene, che si chonoscerà chome chomincia a muovere gaglardo contro a Bologna, el Papa alhora tenterà di farne achordo. E io vi dirò il vero, vorrei che il Re piglassi Bologna, seguissi la victoria, chacciassi il Papa di Roma e che uscissimo di lezii, e seguitassi poi quel che volessi. Restaci hora a vedere se il Papa ha lo Imperadore e Spagna chon lui chome molti giudicono: io mi potrei ingannare, ma credo di no: credo bene che lo Imperadore, quando havessi e patti che lui volessi dal Papa, si volterebbe contro al Re, perché ha il cervello, chome sapete, volto a non si fermare; ma sarebbono tali et tanti, che il Papa rimarrebbe sanza danari e dubiterebbe di non perdere la guerra chol Re, e se la vincessi, di non havere a temere più lo Imperadore che hora non fa il Re. Hispagna, sanza lo ’mperadore li parrebbe esser debole; chon esso dubiterebbe che, se vincessi, havere a perdere non solo il Reame, ma la Chastigla e l’Aragonia per le ragioni v’à sù il nipote.

Compare, io ho facto conto parlare chon voi, e delle chose drento non vo’ dir niente perché Ruberto vi raguaglerà. L’amico è nelle mani del becharo chome era alla partita vostra. Né altro. A voi mi rachomando.

Francesco

In Firenze, adì 3 d’Agosto 1510

177

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

Firenze, 6 agosto 1510

Spectahili viro Nicolao Maclavello apud Christianissimum.

Al nome di Dio, addì vi d’agosto 1510.

Spectabilis vir et major, honorande. Ieri ebbi la vostra de’ dì xxv del paxato, et per quella intendo quanto dite che io v’avisi del retifichare di Totto: il che arei fatto per me medesimo, quando lui avessi risposto, ma e’ c’è lettere per mano del nipote di Prior Batista, il quale è tornato in sopracaricho di certi oli, che Totto à mandati in Anchona con conditione che detti oli si barattino a panni, et mandinsegli là in Pugla. Dello achordo non ne scrive, perché non sapeva ancor nulla; ma dipoi io ò parlato a un vetturale, il quale andò a Lecco 8 dì dipoi che l’achordo fu fatto, et portò a Totto una mia procura; et è tornato et dice che Totto sta bene. Ma da Totto non c’è un verso. Hora, fatene il giudicio voi: se Totto retificherà, io farò quanto voi m’imponete.

Alla merchatantia non s’è fatto retifichare e ducati 200, perché quando non ò trovato il Ponentino, et quando è stato feria. Farollo sùbito che eschono; perbenché Totto non abbia altro creditore che Girolamo, pure, per ogni rispetto, si farà. Piero mio padre dice che vorrebbe, capitando voi a lLione in chasa Martino Martini, che v’è un figluolo d’Andrea Guidotti che à nome Antonio, che voi lo confortassi a far bene e al guardarsi dal male, et lo rachomandassi a detti Martini come vostro cognato, etc. Né altro per questa. Sono vostro

Francesco del Nero, in Firenze

178

Un amico di cancelleria a Niccolò Machiavelli

Firenze, 17 agosto 1510

Spectabili viro Nicolò Machiavelli.

Spectabilis vir etc. Tre dì fa vi dixi quanto mi ocorreva: tucti li advisi et nuove, ci sono dipoi, vi si dicono per una piccola publica. Et altro non ho che dirvi salvo ci pare che Ferrara sia cominciato a lasciare quasi in preda: donde nasca non so; se cotestoro si facessino innanzi, non dubito che non facessino rinculare altri, et chi ancora teme; ma ci pare la paura sia divisa, cercandosi acordo; ma le forze del papa sono picole, et pure è temuto. Vedreno che seguirà. Papa dice havere lo acordo in mano et non volerlo, et sempre minaccia.

L’amico sta bene, et in favore del cielo e delle ben nate alme. Et adio. In Firenze, a dì xvii augusti 1510.

Vester amicus

179

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 22 agosto 1510

Nicolao Maclavello secretario florentino suo plurime honorando. In corte del Christianissimo Re.

Niccolò, io vi ho scripto hoggi una verso, dictante D. Marcello, come vedrete. Et se io non vi ho scripto et non vi scriverrò, non ve ne maravigliate, ché li tanti affanni in che mi truovo mi cavono del cervello. Come sapete, la mia donna era malata al partire vostro; et finalmente mi è stata lasciata per morta da ogni uno, et se Dio non mi porge la sua gratia, non la troverrete viva. Et sono condocto ad tal termine che io desidero più la morte che la vita, non vedendo spiraglio alcuno alla salute mia, mancandomi lei. Spendo ogni dì poco meno d’uno fiorino; et così rimarrò abandonato, sanza compagnia et sanza roba. Non altro. Raccomandomi a voi; et pregate Dio vi dia miglore fortuna che non fa a me, che forse lo merito più di voi. Florentie, die xxii Augusti 1510.

Vester Blasius

180

Antonio della Valle a Niccolò Machiavelli

Firenze, 22 agosto 1510

Egregio maiori meo plurimum honorando, Nicolao Machiavello secretario et mandatario florentino apud christianissimam regiam maiestatem.

Egregie vir maior plurimum honorande, etc. {Per il publico vi si scrive delle cose di Modana et di Ferrara, le quali sono tali, per la celerità della revolutione di Modana, che fanno dubitare che possa essere vero del resto; et, veduto come quello signore è stato abandonato, spaventa ciascuno che havessi ad havere bisogno di aiuto, et però è necessario che voi parliate in quella forma che ricercano i presenti tempi, et che si pensi a tucto quello che potessi succedere in queste presenti occorrentie.}

Bene valete.

Ex Florentia, die xxii augusti mdx.

Vester Antonius della Valle, notarius etc.

181

Bartolomeo Panciatichi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 24 agosto 1510

A Monsignor lo segretario della signoria di Firenze, Nicholò Machiavelli. In chortte.

Ihesus, addì xxiiii d’aghosto 1510.

Monsignor lo segretario. Rachomandomi a l’usato. Ebbi la vostra de’ 18, e visto non si spaciare fanti per Roma, o pochi, mi deliberai, chome ordinasti, di mandarla a Milano a lo anbascadore Francesco Pandolfini, che a quest’ora vi debono esere, e di qui dipoi non è partito nesuno per Italia. In questo punto, che siamo a note, è arivato un choriere da Roma, che partì a’ 12 e da Firenze a’ 14: di vostre non à portate, che sapi, altro che una che sarà chon questa; venne sotto una mia choverta, sanza soscrizione. Intendo che in Lonbardia le lettere della signoria non som più toche, purché sieno chonosciute, e questo so certo per certe lettere della signoria che venivano a me, che per pocha avertenza di chi le portava, che non sepe dire che le fusino della signoria, furno aperte e, sùbito chonosciute dal chonmesario, non le legié, anzi présse molte schuse, e disse avere chonmesione lasarle pasare. Chosì debono avere li altri. Qua si dice di Modona, Charpi e altre chaxe esere diventate papaliste: di costì se ne saprà la verità. Domatina a desinare, che sareno a domenicha, s’aspetta el nuovo anbascadore. Idio lo meni a salvamento.

E’ bisognia che voi ci mandiate la licenzia da posere risquotere, paghare e chanbiare, perché e merchanti àn più paura che non bixogna e masime d’alchuni ufizieri, che ànno e denti lunghi, ché gà di chotesti di chostì non è da temere d’insolenzia: questi di qui ci fan paura, e son certo che chotestoro non la ’ntendano per modo righoroso, né nel modo che alchuni la ’nterpetrano. A loro basta che di qui non vadi danari a Svizeri, chome non è per andare né per farsi per la nostra nazione, choxì che torni in progudizio de la chorona, che sarebbe el nostro. Per vostra fé, vedete abiàn licenza e, se vogliono ecetuare Roma del chanbiare, lo facino, e pensino che, se noi non rischotiamo, non paghereno loro, ché io li ò a riquotere, quelli ò a dare per la signoria, etc. Piacavi farne, e el prima posétte. E addio. El Girolamo si chondusse pure a Firenze, Idio lodato.

vostro Bartolomeo Panciatichi, in Lione

182

Giuliano della Valle a Niccolò Machiavelli

Firenze, 25 agosto 1510

Spectabili mandatario florentino apud Christianissimam Majestatem Nicolao Maclavello suo amatissimo.

Mandatarie dilectissime. Per non ci essere ser Antonio, supplirò in luogho suo con questi due versi: rispondendo a ser Antonio, verrete a rispondere a me. Io ho visto la vostra de’ 13 et il ghuadagnio sapete che mi piace; ma la spesa mi dà noia, et più li pericoli che si corrono ad intrare in simili mercantie in questi tempi, e quali sono molto forti, adeo che chi conserverà il suo, non che cerchi di guadagniare, non farà pocho. Perché si vede questo pontefice ogni dì più accendersi alla ghuerra, et ha facto a Civitavecchia una grossissima armata, et ha soldato iii o iiii mila fanti; et si persuade, secondo il parlare suo, dovere conseguire la impresa. Ma la città qui è intrata in grandissimo sospecto di Piombino, della Maremma nostra, di Vada, di Livorno, et di Pisa; et hanno questi nostri signori mandato in quelle maremme tucte le loro genti d’arme, et gram somma di fanterie. In modo che sono intrati in una spesa grandissima. Inoltre si è messo buona somma di fanti in Volterra, al Poggio Imperiale et in Arezzo, per rispecto che a Chastello hanno ridocto li usciti d’Arezzo, et il S.re Marcantonio si truova tra Chiusi et Sartiano, Giovan Capoccia è a Montepulciano, et dànno danari et fanno cavalli, et fanti quanti ne possono prehendere. Giovan Paulo Ballioni si truova in Perugia, et va facendo pratiche continuamente in sul nostro, in maniera che questi nostri Signori stanno con gram sospetto et dispiacere et sono intrati, come ho detto, in una grandissima spesa et molto maggiore che non era quella di Pisa: et Idio voglia che questa non habbi ad essere una mala ghuerra.

Da altra parte s’intende Svizeri essere alla montagnia di San Bernardo et volere scendere ad ogni modo; et il papa fa charicare la sua ghaleazza di frumento a Civitavecchia, così molti altri navili, ché si vede vuole adoperare decti frumenti per le victuarie di epsi Svizzeri; et si crede, se l’armata sua fia più potente, se ne verrà a Savona o a Villafrancha o a Nizza, o in qualche porto sopra a Savona. Dell’armata di Genova non s’intende ancora bene il particulare. Ancora s’intende che le genti de’ Venitiani hanno ripreso tucto il Pulesine; et se a Lignagho non fia la gente molto grossa, se ne verranno a passare il Po dirimpecto a Carpi o alla Mirandola: et venendo ii o iii mila cavalli leggieri con qualche somma di fanterie, se verranno co’ Rossi insino in Parmigiano: et hannosi levato la ghuerra da dosso et di casa, et hora la mecteranno in Lonbardia, se non truovono grosso et forte riscontro. Nostro Signore Idio, proveda a tucto et sopratucto aiuti questi nostri Ex.si Signori e quali sono in grandi affanni. Per frecta non dirò altro. La brigata vostra sta bene, et vos bene valete.

Ex Florentia, die xxv Augusti MDX.

Vester Ser Julianus Vallensis

183

[un «vostro compare»] a Niccolò Machiavelli

Firenze, 29 agosto 1510

Spectabili viro Nicolò Machiavelli, etc.

Carissimo Nicolò. Questi di cancelleria non hanno paura d’una penna, ma l’harebbono bene d’uno remo. Et se non ti hanno raguagliato del termine in che si truovono tucte le cose tue, è stato perché nessuno vuole fare quello che non se li apartiene. Mogliata è qui, et è viva; e figliuoli vanno a·llor piede; della casa non si è visto il fine (?) et al Percussino sarà magra vindemia. Et questo è dove tu ti truovi. I’ ò hoggi mandato duo volte per il nipote tuo. Non ci è venuto anchora: debbe forse essere fori alla villa. Domani farò di vederlo et li dirò il bisogno. La festa et questo subito spaccio ha facto che li 50 ducati non ti si sono potuti rimettere: piglieronne il charico io. Et pensa che per la prima che si scriverrà a Lione, vi si scriverrà il bisogno.

{Le tue lettere hanno facto di qua sbadigliare ogniuno; et pensa e ripensa, et poi non si fa nulla. Tu ci puoi vedere fino di costà, che si faccia et che si dica; et insomma noi siamo homini, che il caldo ci stempara et il freddo ci ranichia. Insomma a noi ha a intervenire come a quelli di chi diceva Quintio: « Sine gratia, sine honore, premium victoris erimus ». Questa chiesta delle genti ci conduce in loco, dove forse ancora non si vede. Io, per me, la vegho farci scala a un altro apuntamento con grande iactura nostra, perché noi manchiamo dell’obligo, et bisognerà ratoparlo forse con più panno che non saria stato tucta la vesta. Così interviene a chi non prevede. Et sare’ bene che, chi fu causa della partita di Marcantonio, provedessi hora a questo disordine, il quale con molti altri nasce da quella lasciata. Ma gli è un bene, o per meglio dire, manco male, ché se queste cose vanno avanti, noi faremo un brodecto d’ogni cosa. Io, per me, credo che gli arà a omni mo’ a intervenire del Papa et della Chiesa, come intervenne di Venezia, che tanto pinse che vi entrò. Io non so che mi ti dire altro.} Bene vale.

Florentiae, die 29 Augusti 1510.

Compater vester

 

{Non parlate con altri di questi mia ghiribizi.}

184

Francesco Pandolfini a Niccolò Machiavelli

Gallarate, 30 agosto 1510

Magnifico viro Nicolao Machiavello, secretario et mandatario reipublicae florentinae apud Christianissimam Maiestatem.

A Bles.

Jhesus.

Tanquam frater etc. Hiersera per un corriere aùto da Firenze ricevetti la inclusa vostra, quale mi fu mandata aperta, perché la legessi et, risugellata, dipoi ve la mandassi. Et così fo. Voi non tenete quel conto che si conviene {di Ferrara} et nasce perché {filate de’ Svizeri. Il Duca} pare si sia {ritirato dentro con tucte le genti in Ferrara, quale resta sanza pericolo} altro non si faccendo, {et questo moto de’ Svizeri proibisce farlo. El papa harà le 300 lance dal re di Spagna}, et questo principio col tempo sarà causa {di produrre difidentia et inimicitia fra re di Francia et re di Spagna. El re vòle le 300 nostre lance ad ogni modo, et la commissione} debbe {nascere di costì.}

Io vi mandai hieri sotto lettere del Panciatico, con una coverta però de’ X, vostre lettere. Né altro per al presente mi achade. Se Ruberto fusse anchora comparso, direi che per mia parte lo salutassi. Il mondo s’aviluppa, et il Frate s’aporrà, che Dio vi renda el credere.

A Galeris, xxx augusti mdx.

Quando vedete monsignor Roberthet, racomandatemi infinite volte a sua signoria.

Franciscus Pandulphinus, orator

185

Bartolomeo Panciatichi a Niccolò Machiavelli

Lione, 1° settembre 1510

Al mio honorando messer Nicolò Maclavello, mandataro della Signoria di Firenze al christianissimo re. Alla corte.

Monsignor lo segretaro. Scrissivi l’utima per Giovanni Girolami; questa mattina ebbi la vostra de’ xxvii passato, et quella per Firenze al magistrato de’ signori X si manderà: non avendo altro modo, si farà per mani delle poste fino a Milano, diriptte all’oratore Pandolfini, dal quale s’è avuto in questo punto lo presente piego molto racomandato. Et, sendo partito stamattina l’oratore Accaioli, a·vvoi si mandano, come porta l’ordine. Avixate dell’avuta. Et, davanti la partita dell’oratore, come detto, questo giorno li referi’ quanto scrivesti, et di costà sarete presto insieme. Iddio l’acompangni per tutto, ché veramente la sua qualità merita lalde. Piaccia a·dDio la sua venuta sia a benificio suo et della patria, et quelli nostri vicini a Pixa vi sieno racomandati.

Ringraziovi delle nuove n’avete dato, et referito sùbito a questi della natione sopra la facenda de’ canbi, di che s’è aùto licenza; et duole et grava a tutti li mercanti questi trambusti et modi di messer lo papa, che·ssarà cauxa di rovinare la corte romana. Iddio provega al bixongnio. Né altro per questa. A·vvoi mi racomando, Iddio pregando di mal vi guardi.

A·lLion, alli primo di settembre mdx.

Io, Luigi Cei, alla vostra bona grazia mi racomando: a Raffaello Milanesi ò scriptto sopra la facenda, iusto l’ordine.

vostro Bartolomeo Panciatichi

186

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

Firenze, 12 settembre 1510

Spectabili viro Nicolao Maclavello, segretario dignissimo.

Im Bles.

Al nome di Dio, addì xii di settembre 1510.

Spectabilis vir. Questa mattina c’è lettere da Totto, per le quali mi pare che retifichi a quanto per voi si fece. Anne mandato contratto a Prior Batista et lettere et instruzzione: che, per esser Prior Batista a Montespertoli, ò dato tutto a messer Giovam Piero et dettogli che mandi per detto messer Batista, accò che infra el tempo si possa fare gl’atti della retifichatione; e si vede che Totto s’è dibattuto un pezzo, che a me lo scrive et dice, in buona parte, le persuasioni mie sono state causa dello averlo fatto retifichare; et a voi non c’è lettere, ma dice vi si dicha che è sano: non v’à scritto per sapere voi non ci siate.

La brigata vostra tutta sta bene.

Francesco del Nero, in Firenze

187

Giovanni Girolami a Niccolò Machiavelli

Tours, 21 settembre 1510

Spectabili viro, domino Nicholò Machiavegli, in Lione.

Spectabili viro et magore mio honorando. Quanto posso e di buon quore a voi mi rachomando. Chi chrede da queste generazione chavare profitto alchuno sarà bene aventurato se la indovina. Vogliono e·loro per loro, e quelo d’altri a chomune. Dopo molte chieste de la vostra lettera di passo, mi fu data da uno suo chostatore, el quale mi domandò per sua pena, di schritto e chartepechore, danari 2; fui per lascarla, tuttavolta l’ò presa, e anchora non li ò dato nulla, e, se non fussi che ò avere a fare di loro, li mostrerei el chulo. Se potrò ischobelarmene, lo farò; quanto no, dirò a Nicholò Alamani che lo chontenti. Avuta che l’ebi, trovai meser de la Tremoglia per sugelarla, che tiene el sugelo sechreto. Lascò istare tutto e véne, e spaciòmi sùbito sanza legere né vedere che fussi, e mi usò queste parole formale: - Io amo tanto e fiorentini tutti e te in partichularità, che non mi sarà mai faticha fare chosa che vi piacca. - Rinchrazia’lo quanto si chonveniva.

Con questa sarà e la lettera de l’anbascadore a’ 10 e Lorenzo Marteli, e la lettera di passo e el dopio de li articholi dati al choncilio per questa maestà. Altro non ò da dirvi di nuovo. La chonchlusione si farà lunedì: intendendosi, e io gudichi potere avisarvene, lo farò. Berlinchozi chaldi chaldi: la vicina de l’anbascadore è buona compàgnia; la Giana a Lione so tutta vostra, e però li lascerete, piacendovi, una lettera, che me la dia a la mia prima venuta.

Altro non mi achade. Prieghovi, quando sarete a Firenze, rachomandarmi a chi sapete, e vogliatemi bene, ché io sonno tutto vostro.

A Torsi, a dì 21 di settembre 1510.

Per lo tutto vostro Ioanni Girolami

188

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Blois, 7 ottobre 1510

Spectabili viro Niccolò Maclavello secretario florentino compatri carissimo. In Florentia.

Spectabilis compater. Io hebbi l’ultima vostra da Lione et mi son riservato a risponderli per expectare lo arrivar vostro in Firentie, dove io penso che, per gratia prima di Dio et poi della Janna, vi siate condotto salvo, et allo arrivar di qua harete forse rivisto la Riccia. La lettera del thesaurier Robertet credo fussi pagata alla prima dimanda da quel de’ 500; e quali se non fussin ben chiari, io son chiaro io assai bene, che è buon mezzano a venderci ogni volta che trovassi comperatore. Non so se e vostri metterà nel conto de’ 500; credo di no, per non guastare el numero. Mons. di Cuattrefoys attende a scoprir paesi et far scorrerie; et perché io mi sono impancato in su quel Gian di Ponte, me l’ò tirato di qua di riviera, per darli più lunga corsa. L’imbasciatore di Mantova alla barba vostra comperò di sua mano a queste mattine certi pescion’ da una bella figlia, et dice lo fece per farvi dispecto; et io vedendo chi vende, apruovo per ben facto, et el primo venerdì liene calo anch’io; ma non lo dite a Nencio, che griderebbe com’un pazzo et crederebbe che io havessi un bel tempo. Delle condocte nostre intenderetene la riuscita allo arrivar vostro. Et come Piggello è venuto per consiglio, vedete se l’amico ha poca faccenda, et come può mai far nulla, quando va per consiglio a chi non resolve nulla: ché non può calzar meglio questa cosa, che un che non fe’ mai nessuno efecto, si consigli con chi anchora non ne fa mai alchuno; sopra che mi pare che lo habbiamo trattato secondo la natura sua et nostra.

E’ mi pare vedere el Casa et Francesco et Luigi venirvi a trar di casa apresso lo arrivar vostro, et menarvi a un solino o in sancta Maria del Fiore per votarvi, et intendere tutte le cose di qua. Ricordovi che quanto più vi terrete in reputatione, più vi stimeranno, sì che datele loro a spizzico et beccatelle. Et raccomandatemi talvolta a loro, et dite al mio compare Casa che m’habbi per raccomandato in questa solitudine; se non, che io non mi ricorderò di lui, se noi passereno e monti, et che io li farò saccomannare quello spedaluzzo di fava. Delle cose di qua, sendovi comune le publiche, non dirò altro. Et a voi mi racomando. Vale.

Ex Blesis. Die vii Octobris mdx.

Dice Mons. di Quattrofoys che li facciate buono uno ducato che ha pagato per la lettera, che l’ha facto buono al granattiere.

Comp. Rob. Ac. Or.

189

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Blois, 10 ottobre 1510

Spectabili viro Niccolao Maclavello, secretario excelsi Populi Florentini compatri carissimo.

In Florentia.

Compare carissimo. Io vi scripsi 6 giorni sono. Dipoi, come per le publiche vedete, el favore che si chiese {al re, per havere uno condoctiere si mette di qua a entrata, perché, solicitato da qualche uno di qua, desidera si tolga messere Teodoro. Et voi, hora che non havete più paura, non vi ricordate di quello si richiese el re, che fu di potere trarre col suo favore uno condoctiere di Lombardia. Lui ve l’à dato, et voi lo lasciate in secco. Et però non vi maravigliate se voi non siate adoperati ad nulla. Voi vorresti uno che non dependessi né da Francia né dal Papa né da Spagna né da Vinitiani né da lo ’mperadore. Mandate pel Soffi o al Turco per un bascià, o pel Tamburlano: Che vi venga — dice monsignore di Cattrofoys — el canchero.} Sì che io vi ricordo, messer Hercole, che ’l fare et non fare non sta insieme. Il volere consiglio et favore di qua, et chiederlo et non lo acceptare, non sta insieme. Io vi dico che se {voi non torrete qualche uno in Lombardia, voi resterete in mala gratia, perché io so che ’l re ha dato intentione che farà che voi torrete messere Teodoro.} Fatelo intendere a chi vi pare, et uscite di questa pratica, che non pare si possa far niente senza mala gratia et dispiacere di tutto el mondo.

Altro non accadendo, mi raccomanderete alla Ex.tia del Gonfaloniere, et li amici. Valete.

Ex Blesis, die x octobris mdx.

Manum agnoscis

190

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

Blois, 21 ottobre 1510

Spectabili secretario Excelsae Reipublicae Florentinae Niccolao Maclavello compatri carissimo.

In Florentia.

Spectabilis compater. Io vi scripsi a’ dì passati un’altra lettera, la quale io credo che harete hauto allo arrivar vostro. Di poi è occorso quello che per le publiche harete inteso circa {le condotte, che la venuta del signor Gian Giachomo è per dare aviamento a questi tutti messi di qua in suspecto del principe di Melfi.} Et voi ne sete suti causa con lo indugiar tanto. Et quello che muove l’amico, se noi vogliàn dire el vero, non è sanza ragione, per esser suto richiesto d’un condoctiere italiano, perché li pare li facciate ingiuria a non tòrre quello che vi ha provisto, et di chi lui vi consiglia. Et benché l’huom non chiedessi più un che un altro, liene chiedesti uno italiano; del quale non li faccendo honore, credo li paia restar deriso, et maxime che lui ne scripse alle persone proprie, le quali sendo postposte ad altri restono malcontenti, parendo metterci de l’honore, sendo stati richiesti et di poi rifiutati. Et dubito che, poiché mi hebbon commesso per la de’ 29 d’agosto di quanto si haveva a ricercare el Re, non paressi loro havere hauto troppa paura, et commessoci una richiesta che dipoi è parso loro troppa.

Et veggo che si spaventorno tanto del Papa in quelli giorni, che giudicorno non havere altro rimedio, che gittarsi di qua per una subita provisione. Et ivi a poco, cessate le paure, non si son ricordati di quello che si comesse di qua. El che fu, che, visto tanti pericoli et minacci et trovandosi disarmati, ci consigliassimo col Re, et dipoi si ricercassi che ci acommodassi d’un condoctiere italiano per potersene servire in fra un mese, et lo ricercassimo instantemente; et non dice c’indirizzassi, ma che ci acomodassi et servissi; et dice con instantia da servirsene in fra un mese. Queste circunstantie monstrono che voi volevi un di quelli che fossi a’ soldi sua et havessi la compagnia parata. Et però lui, per farvi servitio, ha facto contento l’amico, et hora che la voce è sparsa, voi non liene facciate honore, credo che dall’uno et l’altro ne harete mal grado.

Et però quando dextramente monstriate come da voi costì a qualchuno questo disordine et errore, non sarebbe fuor di proposito, perché io non posso né debbo consigliarli. Et mi penso che habbin l’occhio ad tutto. Tamen io ne lascerò a voi el pensiero, et a me non ne va altro che starmi un poco adrieto. Ma mi sa mal, che noi non facciamo mai cosa, che non ci acquistiamo qualche inimico. Iddio v’inspiri a pigliar buon partito. Raccomandatemi al Vectorio et aliis amicis di piazza. Vale.

Ex Blesis. Die xxi Octobris mdx.

Robertus Acciaiolus orator

 

Io desinai a queste mattine con Finale, et domandommi del Valori. Et se voi ci fussi stato, haremo facto una comunella per le sua vendecte; vostro danno, ché io non voglio esser solo a que’ guadagni.

191

Il Signore di Quatrefoys a Niccolò Machiavelli

Blès, 22 novembre 1510

Spectabili viro Niccolò Machiavelli, secretario reipublice florentine, amico carissimo.

Florentie.

Messer Nicholò mio honorandisimo. Io mi rachomando a voi chon tutto el quore. E se, dipoi la partita vostra, non v’ò ischritto, molte sono istate le chagone: la prudenzia vostra tutte le intende per dischrizione, e basti.

Sono istato ne·Loreno, per dare fine a qualche faccenda del mio reverendissimo padrone: ò fatto per quelo andai, e chredo che sua signoria reverendissima si chontenterà di me quanto a quella parte; digà sono 15 gorni sono tornato, e ò inteso de le chose assai, e poche sono quele che mi sono piaciute; e perché io non posso rimediarvi né saprei trovare altra via che la pazienza, m’achordo chon quelle e sto a udire.

Meser Nicholò, io ò già udito dire che chi promette e non attiene, el diavolo lo piglia, e son veste a tutti quegli che manchono di fede: chredo che sia per e ghrandi chrocioni che portono adosso, e quel li difendono; ma quele persone che non possono portare, per la deboleza loro, se non una chroce di paglia, el vento ne la può portare, e lui si truova in bocha a l’orcho. Ma è ben vero che, quando una persona è istata malata ghran tempo, se poi chominca e pigliare qualche miglioramento, per la lungha malattia che à avuta gli pare che quel pocho di miglore li sia una forza di gighante, e vuole fare di quelle medesime pruove che fa un chorpo forte e netto di malattia, e·sse richade non è da maravigliarsene, e se se ne muore, ogni uno se ne ride, etc.

Di qua si dice de le chose assai, ma perché non è mia arte a pensare a chose di stato, me ne passerò, masime venendo tutte le importante di chostà. Attendete a fare buona cera fino a la venuta de li amici, che sarà in ogni modo, e di questo siatene sichuro, e in questo mezo vedete di chaciare da voi queste farnesie, che sono proprio de’ cervegli sanesi.

Altro non mi achade. Sono tutto vostro, o vogliate o non. Priegho Idio che di male vi ghuardi.

A Blès, a dì 22 di novembre 1510.

vostro servidore e amicho, el singniore di Quatrofuoys

192

Alessandro Nasi a Niccolò Machiavelli

Pisa, 30 aprile 1511

Al mio compare Nicholò Machiavelli, segretario delli nostri excelsi signori. In Firenzze.

Machiavello. Non mi parve da schrivere al ghonfaloniere ne’ dì santi, né anche nelle feste di Pasqua, perché tu non se’ stato a.fFirenzze. Penso che tu sia tornato per amore delle armegerie ordinarie et straordinarie. Però ho scripto una buona lettera al ghonfaloniere sopra a quella materia, et così ne ho scripto una diritta a Piero Guiciardini et a Francesco d’Antonio di Taddeo. Porgi l’orechio et aiuta, poi avixa come la sia suta presa, benché per me non ci si può più fare nulla; et, se ti parrà (et di questo ti pregho), fara’mi un discorso delle chose di fuora, facciendo uno epilogho di tutte. Similmente vi agiugnerai el iuditio tuo, discorrendo del presente et del futuro. Alia non ochurrunt. Rachomandomi atte, et a Dio.

Da Pisa, a dì xxx d’aprile 1511, per Alexandro Nasi, etc.

 

Sarà con questa una mia al ghonfaloniere e una altra mia a Piero Guiciardini, la quale ha a essere comune a Francesco d’Antonio di Taddeo. Saranne apportatore uno staffiere del signore Iachopo, et tu le farai dare, quella di Piero Guiciardini maxime, per altre mane che per le tua a Piero Guiciardini. Aiuta et rispondi. Insegna a questo apportatore dove sta Ruberto Nasi et dove sta Andrea Tedaldi et dove sta Bernardo Chorselini, cioè l’anima di Giano.

193

Giovanni Negroni a Niccolò Machiavelli

Genova, 12 giugno 1511

Spectato viro tanquam fratri honorando, domino Nicolao Malchiavello, excelse Florentinorum reipublice cancellario dignissimo.

Florentiae.

Messer Nicolao mio, como fratello honorando. Perché Alexandro Salvaigo è andato in Franza con lo illustre nostro gubernatore, ma ha lassato certe lettere dirrecte a voi, quale vi mando. Preterea, mi rendo certo che haresti facto bona opera de la cosa mia con quella excelsa republica et con lo illustre confaloniero, et harò a caro essere advizato da voi de quanto hareti facto et di che speranza ne posso vivere, et così ve prego. Il prefato nostro gubernatore, quale si è partito hogi, me ha dicto maravigliarsi che non habia anchora havuto resposta de le sue lettere et in mia presentia ha lassato ordine al suo locotenente che, se haverà la resposta, me ne debia far notitia, a ciò che sapia el tutto. Et ulterius mi ha promesso, quando sarà in corte, de far bona opera con l’ambasiator vostro, el quale etiam lo scriverà a Fiorenza. Et però ve piacerà de operare che la prelibata vostra comunità et lo confaloniero respondeno al prefato gubernatore, drizando le lettere qua, perché cossì è l’ordine. Io sto con speranza che la cosa debia haver effecto, et in parte ne resterò a voi obligatissimo, offerendomi paratissimo sempre per voi. Ve piacerà etiam darme advizo del tempo che si harà a fare la electione, perché mi sarà molto a proposito saperlo.

Il capitanio de la Scala, quale etiam è andato con lo prefato gubernatore, me ha lassato vi voglia scrivere che, se voleti facia qualche cosa in corte per voi, ge lo debiati scrivere et drizar le lettere a lo ambasiator vostro, con lo quale fa raxone de far bona ciera, reputandosi lui tutto fiorentino. Così vi dico per parte soa. Harò a caro che, acadendoge voi scrivere, li faciati intendere come ho facto l’officio in scrivervi quanto mi ha pregato.

Non acade dir altro per questa, se non che a voi mi racomando et offero, aspectando da voi resposta. Bene valete. Genue, die 12 Iunii 1511.

vester Joannes Nigronus, S. V. D.

194

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

Firenze, 27 agosto 1512

Nicolao Maclavello secretario florentino patrono suo.

In campo.

Niccolò honorando. Chi voi sapete vuole che io vi facci intendere che voi sollicitiate costì ad fare qualche provedimento, ché questo venire el campo nimico stasera ad Campi per alloggiarvi, non li piace punto et maravigliasene. Adio. Fate quello buono potete, ché il tempo non si perda in pratiche.

In Palatio, die xxvii Augusti 1512, hora 22.

Frater Blasius

195

Niccolò Machiavelli a una gentildonna

Firenze, post 16 settembre 1512

Ill.ma D.na poiché V.ra S. rìa vuole, illustrissima madonna, intendere queste nostre novità di Toscana, seguite ne’ proximi giorni, io liene narrerò volentieri, sì per satisfarle, sì per havere e successi di quelle honorati li amici di V.S. Ill."’a et patroni miei; le quali dua cagioni cancellano tucti li altri dispiaceri hauti, come nello ordine della materia, V.S. intenderà.

Concluso che fu nella dieta di Mantova di rimettere e Medici in Firenze, et partito el viceré per tornarsene ad Modona, si dubitò in Firenze assai che ’l campo spagnolo non venissi in Toscana: nondimancho, non ce ne essendo altra certeza, per havere governate nella dieta le cose secretamente, et non potendo credere molti che ’l papa volessi che l’exercito spagnolo turbassi quella provincia, intendendosi maxime per lettere di Roma non essere intra li Spagnoli et il papa una gran confidenza, stémo con lo animo sospeso sanza fare altra preparatione, infino ad tanto che da Bologna venne la certeza del tucto. Et essendo già le gente inimiche propinque ad li confini nostri ad una giornata, turbassi in uno tracto di questo subito assalto, et quasi insperato, tucta la città; et consultato quello che fussi da fare, si deliberò con quanta più presteza si potessi, non possendo essere a ttempo ad guardare e passi de’ monti, mandare in Firenzuola, castello in su’ confini tra Firenze et Bologna, 2000 fanti, acciò che li Spagnoli per non si lasciare adrieto così grossa banda, si volgessino alla expugnatione di quello luogo, et dessino tempo a noi d’ingrossare di gente et potere con più forze obstare alli assalti loro; le quali gente si pensò di non le mettere in campagna, per non le giudicare potente ad resistere alli inimici, ma fare con quelle testa ad Prato, castello grosso et posto nel piano nelle radice de’ monti che scendono dal Mugiello, et propinquo ad Firenze ad dieci miglia, giudicando quello luogo essere capace dello exercito loro et potervi stare securo, et, per essere propinquo ad Firenze, potere ogni volta soccorrerlo, quando li Spagnoli fussino iti ad quella volta. Facta questa deliberatione, si mossono tucte le forze per ridurle ne’ luoghi disegnati; ma el viceré, la intentione del quale era non combattere le terre, ma venire ad Firenze per mutare lo stato, sperando con la parte posserlo fare facilmente, si lasciò indreto Firenzuola, et passato l’Apennino scese ad Barberino di Mugiello, castello propinquo ad Firenze ad diciotto miglia, dove sanza contatto tucte le castella di quella provincia, sendo adbandonate d’ogni presidio, riceverno e mandamenti suoi, et provedevono el campo di vettovaglie secondo le loro facultà. Sendosi intanto ad Firenze condocto buona parte di gente, et ragunati e condottieri delle gente d’arme et consigliatosi con loro la difesa contro ad questo assalto, consigliorno non essere da fare testa ad Prato, ma ad Firenze, perché non giudicavono possere, rinchiudendosi in quello castello, resistere a l’inimico, del quale non sapiendo anchora le forze certe possevano credere che venendo tanto animosamente in questa provincia, le fussino tali che ad quelle el loro exercito non potessi resistere; et però stimavono el ridursi ad Firenze più securo, dove con lo aiuto del popolo erano sufficienti ad defendere quella città, et potere con questo ordine tentare di tenere Prato, lasciandovi uno presidio di tremila persone. Piacque questa deliberatione, et in spetie al gonfaloniere, giudicandosi più securo et più forte contro ad la parte, quanto più forze havessi drento apresso di sé. Et trovandosi le cose in questi termini, mandò el viceré ad Firenze suoi ambasciadori, e quali exposono alla Signoria, come non venivono in questa provincia inimici, né volevono alterare la libertà della città, né lo stato di quella, ma solo si volevano adsicurare di lei che si lasciasse le parti franzesi et adherissesi ad la lega; la quale non giudicava possere stare secura di questa città, né di quanto se li promettessi, stando Piero Soderini gonfaloniere, havendolo conosciuto partigiano de’ Franzesi, et però voleva che deponessi quel grado, et che ’l populo di Firenze ne facessi uno altro come li paressi. Ad che rispose el gonfalonieri che non era venuto ad quel segno né con inganno né con forza, ma che vi era stato messo dal popolo; et però se tutti e re del mondo raccozati insieme li comandassino lo deponessi, che mai lo deporrebbe; ma se questo popolo volessi, che lui se ne partissi, lo farebbe così volentieri, come volentieri lo prese, quando sanza sua ambizione li fu concesso. Et per tentare l’animo dello universale, come prima fu partito lo ’mbasciadore, ragunò tucto el consiglio et notificò loro la proposta facta, et ofersesi quando al popolo così piacesse, et che essi giudicassino che della partita sua ne havessi ad nascere la pace, era per andarsene ad casa. La quale cosa unitamente da ciascuno li fu denegata, offerendosi da tucti di mettere infino alla vita per la difesa sua.

Seguì in questo mezo che ’l campo spagnolo s’era presentato ad Prato, et datovi uno grande assalto; et non lo potendo expugnare, cominciò sua Ex.tia ad trattare dello accordo con lo oratore fiorentino, et lo mandò ad Firenze con uno suo, offerendo d’essere contento ad certa somma di danari; et de’ Medici si rimettessi la causa nella Cattolica Maestà, che potessi pregare et non forzare e Fiorentini ad riceverli. Arrivati con questa proposta li oratori, et referito le cose delli Spagnoli debole, allegando che si morieno di fame, e che Prato era per tenersi, messe tanta confidenza nel gonfaloniere et nella moltitudine, con la quale lui si governava, che benché quella pace fussi consigliata da’ savi, tamen el gonfaloniere l’andò dilatando, tanto che l’altro giorno poi venne la nuova essere perso Prato, et come li Spagnuoli, rotto alquanto di muro, cominciorno ad sforzare chi difendeva et ad sbigottirgli, in tanto che dopo non molto di resistenza tucti fuggirno, et li Spagnoli, occupata la terra, la saccheggiorno, et ammazorno li huomini di quella con miserabile spettacolo di calamità. Né ad V. S. ne referirò i particolari per non li dare questa molestia d’animo; dirò solo che vi morieno meglio che quattromila huomini, et li altri rimasono presi et con diversi modi costretti a riscattarsi; né perdonarono a vergini rinchiuse ne’ luoghi sacri, i quali si riempierono tutti di stupri et di sacrilegi.

Questa novella diede gran perturbazione alla città, non di manco il gonfaloniere non si sbigottì, confidatosi in su certe sue vane oppenioni [3]. Et pensava di tenere Firenze et accorciare gli Spagnuoli con ogni somma di danari, pure che si escludessero i Medici. Ma andata questa commessione, et tornato per risposta come egli era necessario ricevere i Medici o aspettare la guerra, cominciò ciascuno a temere del sacco, per la viltà che si era veduta in Prato ne’ soldati nostri; il qual timore cominciò ad essere accresciuto da tutta la nobiltà, che desideravano mutare lo stato, in tanto che il lunedì sera addì 30 d’agosto a dua hore di notte, fu dato commessione alli oratori nostri di appuntare con il viceré ad ogni modo. Et crebbe tanto il timore di ciascuno, che il palazzo et le guardie consuete che si facieno dalli huomini di quello stato, le abbandonarono, et rimaste nude di guardia, fu costretta la Signoria a relassare molti cittadini, i quali, sendo giudicati sospetti et amici a’ Medici, erano suti ad buona guardia più giorno in palazzo ritenuti; i quali, insieme con molti altri cittadini de’ più nobili di questa città, che desideravono rihavere la reputatione loro, presono animo; tanto, che il martedì mattina venneno armati a palazzo, et occupati tutti i luoghi per sforzare il gonfaloniere a partire, furno da qualche cittadino persuasi a non fare alcuna violenzia, ma a lasciarlo partire d’accordo. E così il gonfaloniere accompagnato da loro medeximi se ne tornò a casa, et la notte venente con buona compagnia, di consentimento de’ signori, si condusse a Siena.

A questi magn.ci Medici, udite le cose successe, non parve di venire in Firenze, se prima non havieno composte le cose della città con il viceré, con il quale doppo qualche difficultà feciono l’accordo; et entrati in Firenze sono stati ricevuti da tutto questo popolo con grandissimo honore.

Essendosi in quel tanto in Firenze fatto certo nuovo ordine di governo, nel quale non parendo al viceré che vi fosse la sicurtà della casa de’ Medici né della lega, significò a questi signori, essere necessario ridurre questo stato nel modo era vivente il mag.co Lorenzo. Disideravano li cittadini nobili satisfare a questo, ma temeano non vi concorresse la moltitudine; et stando in questa disputa come si havessono a trattare queste cose, entrò il legato in Firenze, et con sua signoria vennono assai soldati, et maxime italiani; et havendo questi signori ragunato in palazzo addì 16 del presente più cittadini, et con loro era il mag.co Giuliano, et ragionando della riforma del governo, si levò a caso certo rumore in piazza, per il quale Ramazzotto con li suoi soldati et altri presono il palazzo, gridando « palle palle ». Et sùbito tutta la città fu in arme, et per ogni parte della città risonava quel nome; tanto che i signori furono constretti chiamare il popolo a concione, quale noi chiamiamo parlamento, dove fu promulgata una legge, per la quale furono questi magnifici Medici reintegrati in tutti li honori et gradi de’ loro antenati. Et questa città resta quietissima, et spera non vivere meno honorata con l’aiuto loro che si vivesse ne’ tempi passati, quando la felicissima memoria del magnifico Lorenzo loro padre governava.

Havete adunque, ill.ma madonna, il particolare successo de’ casi nostri, nel quale non ho voluto inserire quelle cose che la potessero offendere come miserabili et poco necessarie: nell’altre mi sono allargato quanto la strettezza di una lettera richiede. Se io harò satisfatto a quella ne sarò contentissimo; quanto che no, priego V. S. Ill.ma mi habbia per scusato. Quae diu et felix valeat.

Note

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[1] aggiunta da: Niccolò Machiavelli, Opere, vol. II a cura di Corrado Vivanti, Biblioteca della Pléiade, Einaudi, Torino 1999

[2] incappucciato

[3] [a margine, nel manoscritto] le grate offerte che pochi dì avanti gli erano sute fatte dal popolo.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011