Niccolò Machiavelli

Scritti politici su Lucca

Sommario delle cose della città di Lucca

Edizione di riferimento:

Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.

Sommario delle cose della città di Lucca

La città di Lucca è divisa in tre parti, delle quali l’una è nominata da S. Martino, l’altra da S. Paolino, e la terza da S. Salvadore. Il primo e supremo magistrato che sia in essa, sono nove cittadini, eletti tre in ciascuna di dette parti, i quali insieme con un altro, il quale infra loro è capo, che nominano gonfaloniere di giustizia, si chiamano la Signoria, ovvero, volendoli nominare per uno antico nome, si chiamano Anziani. Hanno appresso a questo un consiglio di trentasei cittadini, il quale è nomato dal numero: hanno di più un consiglio di settantadue cittadini, il quale chiamano il Consiglio generale. Sopra questi tre membri si gira tutto il pondo del loro stato, aggiunte quelle circostanze che particolarmente nel ragionare di queste membra si diranno. L’autorità della Signoria sopra il contado loro è amplissima, sopra i cittadini è nulla; ma solo dentro la città raguna i consigli, propone in quelli le cose che si hanno a deliberare, scrive agli ambasciatori e riceve lettere; raguna le pratiche, che loro chiamano colloquii, de’ loro più savi cittadini: il che fa scala alla deliberazione che si ha a fare nei consigli: vigila le cose; ricordale: ed in fatti è come un primo motore di tutte le azioni che si fanno nel governo della città. Siede questa Signoria due mesi, e chi siede ha divieto due anni. Il consiglio de’ Trentasei insieme con la Signoria distribuiscono tutti gli onori e gli utili dello stato; e perché ei vogliono che sempre mai a distribuire si trovino trentasei cittadini a sedere almeno, oltre alla Signoria, ogni signore in ogni ragunata di consiglio può chiamare due arroti, i quali seggono con quella medesima autorità che i Trentasei. Il modo del distribuire è questo: eglino imborsano ogni due anni tutti quelli signori e gonfalonieri che nelli due anni futuri debbono sedere; e per fare questo, ragunati che sono i Signori con il consiglio de’ Trentasei in una stanza a questo ordinata, e’ mettono in un’altra stanza propinqua a quella i segretari dei partiti con un frate, ed un altro frate sta in su l’uscio che è infra le due stanze. L’ordine è, che ciascuno che siede, nomina uno il quale gli pare. Comincia adunque il gonfaloniere a levarsi di sedere, e va e dice nell’orecchio a quel frate, che è in su quell’uscio che entra ai segretari, quello a chi ei rende il partito ed a chi ei vuole che gli altri Io rendano. Dipoi ne va innanzi ai segretari, e mette una ballotta nel bossolo. Tornato che è il gonfaloniere a sedere, va uno dei signori di più tempo: poi vanno gli altri di mano in mano. Dopo i Signori, va tutto il Consiglio; e ciascuno quando giunge al frate, domanda chi è stato nominato, ed a chi egli debbe rendere il partito, e non prima; tale che non ha tempo a deliberarsi, se non quel tempo che pena a ire dal frate ai segretari. Renduto che ciascuno ha il partito, e’ si vota il bossolo: e se gli ha tre quarti del favore, egli è scritto per uno dei Signori; se non lo ha, è lasciato ire fra i perduti. Ito che è costui, il più vecchio dei Signori va e nomina un altro nell’orecchio al frate; dipoi ciascuno va a rendergli il partito: e così di mano in mano ciascuno nomina uno: ed il più delle volte torna loro fatta la Signoria in tre tornate di consiglio. E ad avere il pieno loro, conviene che gli abbiano centotto signori vinti, e dodici gonfalonieri: il che come hanno, squittinano infra di loro gli assortitori, i quali assortiscono che questi sieno i tali mesi e questi i tali: e così assortiti, ogni due mesi si pubblicano. Nella distribuzione degli altri ufficii e’ tengono diverso modo da questo. Fanno lo squittinio di essi una volta l’anno, in modo che a quell’ufficio che sta sei mesi, e’ fanno in ogni squittinio due uffiziali. Tengono nello squittinare quest’ordine: mandano prima un bando, che avendosi a fare gli uffiziali dell’anno futuro, chi vuole ufficii si vada a fare scrivere. Qualunque adunque vuole ire a partito, va a farsi scrivere al cancelliere, e quello mette tutte le polizze de’ nomi di quelli che si son fatti scrivere in una borsa. Dipoi, ragunato che è il consiglio per fare gli ufficii, il cancelliere comincia a trarre da quella borsa un nome: se colui che è tratto è presente e dice: io voglio ire a partito per il tale ufficio, così va il partito; se si vince per tre quarti, e quell’ufficio è fatto, e mettesi da canto; e per quell’ufficio non ne va a partito più. Se non è vinto, la polizza si straccia, e non può più ire a partito: e trassi un’altra polizza, e quello che è tratto, se egli è presente, dice a che ufficio e’ vuole ire a partito, e se non è presente, ha ordinato chi lo dica per lui: e così si seguita di fare, tanto che siano fatti tutti gli ufficii dell’anno futuro; facendone, come io dissi, due per ognuno di quelli ufficii che stanno sei mesi. È da notare pertanto la differenza di questi modi dallo squittinare dei Fiorentini e gli altri, perché nello squittinio della Signoria, chi squittina va a trovare il bossolo; ed altrove si usa che il bossolo va a trovare chi squittina. Nello squittinio degli ufficii altrove si propone quale ufficio si ha a squittinare, e dipoi si traggono gli uomini che vi hanno ad ire a partito: e vogliono che molti vi concorrano, ed ancora che i molti vincano, e sia dato a chi ha più favore. Ma i Lucchesi fanno il contrario:   traggono prima l’uomo, e poi dichiarano a quale ufficio egli abbia ad ire, e vogliono che tal dichiarazione stia a colui che è tratto; e chi è tratto misura le forze sue, e secondo quelle elegge l’ufficio. E se egli elegge male, e’ si ha il danno, e perde per quell’anno la facoltà di andare più a partito; e se vince, egli è suo, né vogliono che ne vada a partito un altro per darlo a chi ha più favore, perché parrebbe loro che fusse ingiuria che un altro gli potesse tórre quello che una volta gli è stato dato. Quale pertanto sia migliore di questi due modi, o il Lucchese, o il vostro, o quello dei Veneziani, ne lascerò giudicare ad altri.

Il Consiglio generale, come io dissi, sono settantadue cittadini, i quali con la Signoria si ragunano, e di più ciascuno de’ Signori può nominare tre cittadini, i quali ragunandosi con loro hanno la medesima autorità di loro. Sta questo Consiglio un anno, quello de’ Trentasei sei mesi, e hanno solamente questo divieto, che non possono esser rifatti del nuovo quelli che sono del vecchio. Il consiglio de’ Trentasei rifa se medesimo; il Generale è fatto dalla Signoria e da’ dodici cittadini squittinati dai Trentasei. È questo Consiglio generale il principe della città, perché fa leggi e disfalle; fa triegue, amicizie, confina, ammazza cittadini, ed in fine non ha appello, né alcuna cosa che lo freni, purché una cosa sia vinta per i tre quarti di esso. Hanno, oltre i soprascritti ordini, tre segretari, i quali stanno sei mesi. L’ufficio di questi è, come diremmo noi, spie, o con più onesto nome, guardie dello stato. Questi possono un forestiero, senza altra consulta, cacciarlo o ucciderlo; vegghiano le cose della città; se intendono cosa che sia per offendere lo stato, e che riguardi i cittadini, e’ la riferiscono al gonfaloniere, alla Signoria, ai Consigli e ai colloquii, acciocché la sia esaminata e corretta. Hanno, oltre a questo, tre altri cittadini che stanno sei mesi i quali chiamano condottieri, che hanno autorità di soldare fanti ed altri soldati. Hanno un potestà fiorentino, che ha autorità nelle cose civili e criminali sopra i cittadini, e sopra ciascuno. Hanno dipoi magistrati sopra i mercatanti, sopra le arti, sopra le vie ed edificii pubblici, come hanno tutte le altre città. Con i quali modi sono vivuti sino ad ora, e infra tanti potenti nimici si sono mantenuti. Né si può dall’effetto se non generalmente lodarli; pure io voglio che noi consideriamo quello che in questo governo è di buono o di tristo. Il non avere la Signoria autorità sopra i cittadini è benissimo ordinato, perché così hanno osservato le buone repubbliche. I consoli romani, il doge e la signoria di Venezia non avevano e non hanno autorità alcuna sopra i loro cittadini, perché egli è tanto per se stesso riputato il primo segno di una repubblica, che se tu gli aggiungi l’autorità, conviene che in brevissimo tempo faccia mali effetti. Sta ben male un capo di repubblica senza maestà, come sta in Lucca, perché stando duoi mesi ed avendo i divieti lunghi, di necessità vi siede uomini non reputati: il quale ordine non è buono, perché quella maestà e quella prudenza che non è nel pubblico, si cerca a casa il privato. Di qui nasce che eglino hanno bisogno di fare i colloqui de’ cittadini, che non sono né nei magistrati né nei consigli: il che nelle repubbliche bene ordinate non si usa. E se si considera chi siede dei signori a Venezia, o chi era consolo a Roma, si vedrà che i capi dello stato loro, se non hanno autorità, hanno maestà, perché come egli è bene che manchino dell’una, così è male che manchino dell’altra. Il modo come ei distribuiscono la Signoria e gli uffici è buono, civile, e ben considerato. Vero è che devia dall’ordine delle passate repubbliche, perché in quelle il numero maggiore ha distribuito, il mezzano consigliato, il minore eseguito. A Roma il popolo distribuiva, il senato consigliava, i consoli e gli altri minori magistrati eseguivano; a Venezia il Consiglio distribuisce, i Pregàdi consigliano, la Signoria eseguisce. In Lucca sono confusi questi ordini, perché il numero di meno distribuisce, il minore ed il maggiore parte consiglia e parte eseguisce; e benché nella repubblica di Lucca e’ non torni male, nondimanco non deve uno che ordini una repubblica imitarlo. La cagione perché ei non torna male è, perché gli onori e gli utili in quella città sono cerchi con poca ambizione, perché dall’un canto e’ son deboli, dall’altro chi gli arebbe a cercare è ricco, stima più le sue faccende che quelli, e per questo si viene a curarsi meno di chi gli amministri. Ancora il poco numero dei cittadini che vi sono, e il non essere i consigli a vita, ma per sei mesi, fa che ciascuno ne chiede e spera essere; dipoi quella autorità che i Signori hanno di nominare in ogni consiglio due o tre per uno, fa quietare di molti amici, perché molti che non credono vincere i partiti, credono avere amicizia con uno che ve li faccia ragunare, in modo che importa loro meno che distribuisca quel dei Trentasei o quel dei Settantadue. Hanno ancora in ragunare questi consigli un altro ordine, che serve a satisfazione del popolo e ad abbreviare le faccende; che se quando e’ si raguna il Consiglio e son passati i termini, tra i quali i consiglieri vi debbono essere, e ve ne manchi alcuno, la Signoria può mandare fuori i suoi serventi, e i primi cittadini che trovano, condurre in consiglio per riempiere i defetti del numero. È ancora bene ordinato che il Consiglio generale abbia autorità sopra i cittadini, perché è un grande freno a gastigare quelli si facessino grandi. Ma non è già bene ordinato che non vi sia ancora un magistrato di pochi cittadini, come dire quattro o sei, che possano gastigare, perché qualunque l’uno di questi duoi modi che manchi nella repubblica, fa disordine; il numero grande serve a gastigare i grandi e l’ambizione de’ ricchi; il numero piccolo serve a far paura agli..., ed a frenare la insolenza de’ giovani, perché ogni dì in questa città occorrono cose, che il numero grosso non può correggere; di che nasce che i giovani pigliano audacia, la gioventù si corrompe, e corrotta può diventare strumento dell’ambizione. Lucca adunque mancando di questo grado che frenasse la gioventù, conobbe questa insolenza essere cresciuta, e causare cattivi effetti nella città, donde che per frenarla fece una legge molti anni sono, che si chiama legge de’ discoli, che vuole dire degli insolenti e male costumati, per la quale si provvide, che in consiglio generale ogni anno due volte, di settembre e di marzo, tutti quelli vi sono ragunati, scrivano quale pare da confinare fuori del loro stato: leggonsi poi gli scritti, e qualunque è nominato dieci volte o più, va a partito, e se il partito si vince per i tre quarti, e’ s’intende confinato per tre anni fuora del paese loro. Fu questa legge benissimo considerata, ed ha fatto un gran bene a quella repubblica, perché dall’un canto ella è un gran freno agli uomini, dall’altro non può fare moltitudine di confinati, perché dai primi tre anni che la fu fatta in fuori, tanti ragguagliati ne ritorna, quanti ne esce. Ma quella non basta, perché i giovani che sono nobili, ricchi e di gran parentado, rispetto alla strettezza del partito, non ne temono, e vedesi che in questi tempi vi è surto una famiglia, che si chiamano quelli di Poggio, dalla quale nasce ogni dì esempli non buoni in una repubblica buona, e per infino ad ora non ci hanno trovato rimedio. Parrà forse ad alcuno che sia disordine che tutti i partiti de’ Lucchesi si abbiano a vincere per i tre quarti; al che si risponde che, travagliandosi le cose nelle repubbliche sempre da il sì al no, è molto più pericoloso in quelle il sì che il no; e più hanno da avvertire a coloro che vogliono che e’ si faccia, che a quelli che non vogliono che si faccia, e per questo si giudica meno male, che i pochi possano facilmente tenere che non si faccia un bene, che e’ possano facilmente fare un male; nondimeno se questa difficultà sta bene, la non sta bene generale, perché sono di molte cose che sarebbe bene facilitarle; e questa del gastigare i loro cittadini è una; perché se la pena loro si avesse a dichiarare per i due terzi, i parentadi e le amicizie potrebbero con più difficultà impedirla. Questo è in effetto quanto si può dire del governo drento di Lucca, e ciò che in esso sia di buono o di reo.

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Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2010