Niccolò Machiavelli

Scritti politici su Firenze

Edizione di riferimento:

Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.

Parole da dirle sopra la provisione del danaio,

facto un poco di proemio et di scusa

Tucte le città le quali mai per alcun tempo si son governate per principe soluto, per optimati, o per populo, come si governa questa, hanno hauto per defensione loro le forze mescolate con la prudentia, perché questa non basta sola, et quelle o non conducono le cose o, conducte, non le mantengano. Sono, dunque, queste due cose el nervo di tucte le signorie che fumo o che saranno ma al mondo; et chi ha observato le mu tationi de’ regni, le ruine delle provincie et delle città, non le ha vedute cansare da altro che dal mancamento dell'armi o del senno. Dato che le Prestanze Vostre mi concedino questo essere vero come egli è, séguita di necessità che voi vogliate che nella vostra città sia l’una et l’altra di queste dua cose, et che voi ricerchiate bene, se le ci sono, per mantenerle, et, se le non ci sono, per provederle.

Et veramente io, da dua mesi indreto sono stato in buona speranza che voi tendiate ad questo fine; ma, veduto poi tanta dureza vostra, resto tucto sbigottito. Et vedendo che voi potete intendere et vedere, et che voi non intendete né vedete quello di che, nonch’altro, si maravigliano e nimici vostri, mi persuado che Iddio non ci habbi ancora gastigati ad suo modo, et che ci riserbi a maggior fragello. La cagione che, da dua mesi indreto, mi faceva stare in buona speranza, era lo exemplo che voi havevi hauto per il periculo corso pochi mesi sono, et l’ordine che dopo quelle havevi preso: perché io vidi come, perduto Arezo et le altre terre, et dipoi recuperate, voi desti capo alla città; et credetti voi havessi conosciuto che, per non ci essere né forze né prudenza, havevi portato quello periculo: et stimai, come voi havevi dato qualche luogo alla prudenza per virtù di questo capo, dovessi ancora dare luogo alla forza. Credettono questo medesimo e nostri excelsi signori, credernolo tucti quegli cittadini, che si sono tante volte affaticati invano per mettervi un provedimento innanzi. Né voglio disputare se questo che corre hora è buono o no, perché io ne presto fede ad chi vi si è trovato ad ordinarlo et ad chi dipoi lo ha approvato. Desiderrei bene che anchora voi fussi della medesima opinione, et ne prestassi fede ad chi vi dice che gli è necessario.

Et di nuovo vi replico che, sanza forze, le città non si mantengono, ma vengono al fine loro. El fine è o per desolatione, o per servitù. Voi sete stati presso, questo anno, ad l’uno et l’altro; et vi ritornerete, se non mutate sententia. Io ve lo protexto. Non dite poi: — E’ non mi fu detto. — Et se voi rispondessi: — Che ci bisognono forze? Noi siamo in protectione del re, e nimici nostri sono spenti, el Valentino non ha cagione d’offenderci, — vi si risponde tale opinione non potere essere più temeraria, perché ogni città, ogni stato debbe reputare inimici tucti coloro che possono sperare di poterle occupare el suo, et da chi lei non si può difendere. Né fu mai né signore né republica savia che volessi tenere lo stato suo ad discretione d’altri, o che, tenendolo, gliene paressi haver securo.

Non ci inganniamo a ppartito; examiniamo, un poco, bene e casi nostri, et cominciamo ad guardarci in seno: voi vi troverrete disarmati, vedrete e subditi vostri sanza fede; et ne havete, pochi mesi sono, facto la experienza. Et è ragionevole che sia così, perché gli huomini non possono et non debbono essere fedeli servi di quello signore, da el quale e’ non possono essere né difesi, né corretti. Come voi gli havete possuti, o possete correggiere, lo sa Pistoia, Romagna, Barga, e quali luoghi sono diventati nidi et riceptaculi d’ogni qualità di latrocinii. Come voi gli havete possuti defendere, lo sanno tucti quegli luoghi che sono stati assaltati. Né vi veggiendo hora più ad ordine che vi siate stati per lo addrieto, dovete credere che non hanno mutato né opinione né animo. Né gli possete chiamare vostri subditi, ma di coloro che fieno e primi ad assaltarli.

Uscitevi hora di casa, et considerate chi voi havete intorno: voi vi troverrete in mezo di dua o di tre città, che desiderano più la vostra morte che la lor vita. Andate più là, uscite di Toschana, et considerate tucta Italia: voi la vedrete girare sotto el re di Francia, Vinitiani, papa et Valentino. Cominciate ad considerare el re. Qui bisogna dire el vero, et io lo vo’ fare. Costui o e’ non harà altro impedimento o rispecto che ’l vostro in Italia ‒ et qui non è rimedio, perché tucte le forze, tucti e provedimenti, non vi salverieno; ‒ o egli harà degli altri impedimenti, come si vede che gli ha ‒ et qui fia rimedio o non rimedio, secondo che voi vorrete o non vorrete. Et el rimedio è fare d’essere in tale ordine di forze che gli habbi in ogni sua deliberatione ad havere rispecto ad voi come ad gli altri di Italia, et non dare animo, con lo stare disarmati, ad uno potente di chiedervi ad el re in preda, né dare occasione ad el re che vi habbi ad lasciare fra e perduti, ma fare in modo che vi habbi ad stimare, né altri habbi opinione di subiugarvi. Considerate hora e Vinitiani. Qui non bisogna affaticarsi molto: ogni huomo sa l’ambitione loro, et che debbono havere da voi cento octantamila ducati, et che gli aspetton tempo, et che gli è meglio spendergli per fare loro guerra che dargli loro perché vi offendino con epsi. Passiamo al papa et al duca suo. Questa parte non ha bisognio di comento: ogni huomo sa la natura et l’appetito loro quale e’ sia, et el procedere loro come gli è facto, et che fede si può dare o ricevere. Dirò sol questo, che non si è concluso con loro anchora appuntamento alcuno; et dirò più là, che non è rimaso per noi. Ma poniamo che si concludessi domani; io vi ho detto che quelli signori vi fieno amici, che non vi potranno offendere, et di nuovo ve ’l dico; perché fra gli huomini privati le leggi, le scripte, e pacti, fanno observare la fede, et fra e signori la fanno solo observare l’armi. Et se voi dicessi: ‒ Noi ricorrereno ad el re, ‒ e’ mi pare anche havervi decto questo, che tuctavia el re non fia in attitudine ad difendervi, perché tuctavia non sono quelli medesimi tempi; né sempre si può metter mano in su la spada d’altri, et però è bene haverla allato et cignersela quando el nimico è discosto, che altri non è poi a∙ttempo et non truova rimedio.

E’ si debbe molti di voi ricordare quando Gonstantinopoli fu preso dal Turcho. Quello imperadore previde la sua ruina: chiamò e suoi cittadini; non potendo con le sue entrate ordinarie provedersi, expose loro e periculi, monstrò loro e rimedi; e’ se ne feciono beffe. La obsedione venne. Quelli cittadini che havéno prima poco stimato e ricordi del loro signore, come sentirno sonare le artiglerie nelle lor mura, et fremere lo exercito de’ nimici, corsono piangiendo allo ’mperadore co’ grenbi pieni di danari; e quali lui cacciò via dicendo: ‒ Andate ad morire con cotesti danari, poiché voi non havete voluto vivere sanza epsi. ‒ Ma e’ non bisogna che io vadia in Grecia per li exempli, havendogli in Firenze. Di septembre nel ’500, el Valentino partì con gli exerciti suoi da Roma, né si sapeva se doveva passare in Toscana, o in Romagna. Stette sospesa tucta questa città per trovarsi sprovista, et ciascun pregava Dio che ci dessi tempo; ma, come e’ ci mostrò le spalle per alla volta di Pesero, et che’ periculi non si viddono presenti, si entrò in una confidentia temeraria, di modo che non si possé mai persuadervi ad vincere alcuno provedimento; né manchò che non vi fussi posto innanzi, et così ricordati et predetti tucti e periculi, che dipoi vennono: e quali voi, obstinati, non credesti; infino a∙ttanto che in questo luogo, ragunati ad 26 dì d’aprile lo anno ’501, sentisti la perdita di Faenza et vedesti le lacrime del vostro gonfaloniere, che pianse sopra la incredulità et dureza vostra, et vi constrinse ad havere compassione di voi medesimi.

Né fusti a∙ttempo, perché dove, havendolo vinto innanzi sei mesi, se ne sarebbe facto fructo, vincendolo sei dì innanzi, possé operare poco per la salute vostra. Perché, a’ quattro dì di maggio voi sentisti ad Firenzuola essere lo exercito inimico; trovossi in confusione la città; cominciasti ad sentire e meriti della dureza vostra: vedesti ardere le vostre case, predare la roba, ammazare e vostri subditi, menarli prigioni, violare le vostre donne, dare el guasto alle possessioni vostre, sanza posservi fare alcun rimedio. Et coloro che, sei mesi innanzi, non havén voluto concorrere ad pagare venti ducati, ne fu tolti loro 200, et e venti pagorno in ogni modo. Et quando voi ne dovevi accusare la incredulità et obstinatione vostra, voi ne accusavi la malitia de’ cittadini et ambitione degli optimati, come coloro che, errando sempre, non vorresti mai havere errato, et, quando vedete el sole, non credete mai che gli habbia ad piovere.

Come v’interviene hora: et non pensate che in octo giorni el Valentino può essere con lo exercito in sul nostro, et e Vinitiani in dua giorni; non considerate che el re è appiccato co’ Svizeri in Lombardia, et che non ha ancor ferme le cose sua né con la Magna né con Spagna, et che gli è al di sotto nel Reame. Né vedete la deboleza vostra ad stare così, né la variatione della fortuna. Gli altri sogliono diventare savi per li periculi de’ vicini: voi non rinsavite per gli vostri, non prestate fede ad voi medesimi, non conosciete el tempo che voi perdete et che voi havete perduto. El quale voi piangerete anchora, et sanza fructo, se non vi mutate di opinione; perché io vi dico che la Fortuna non muta sententia, dove non si muta ordine; né e cieli vogliono o possono sostenere una cosa che voglia ruinare ad ogni modo. Il che io non posso credere che sia, veggiendovi Fiorentini liberi, et essere nelle mani vostre la vostra libertà. Alla quale credo che voi harete quelli respetti che ha hauto sempre chi è nato libero et desidera viver libero.

1503 Marzo Contione

Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati

Lucio Furio Cammillo, dopo l’aver vinto i popoli del Lazio, i quali più volte si erano ribellati da’ Romani, tornatosene a Roma, se ne entrò in Senato e propose quello si dovesse fare delle terre e città de’ Latini. Le parole che gli usò e la sentenza che ne diede il Senato è questa, quasi ad verbum come la pone Livio: ‒ Padri coscritti, quello che in Lazio si doveva fare con la guerra e con le armi, tutto per la benignità degli Dei e per la virtù dei soldati nostri ha avuto il fine suo. Sono morti appresso Preda ed Astura gli eserciti inimici; tutte le terre e città dei Latini ed Anzio città de’ Volsci, o prese per forza o a patti, si guardano per voi. Restaci ora a consultare, perché spesso ribellandosi e’ ci mettono in pericolo, come noi dobbiamo per l’avvenire assicurarcene, o con incrudelire verso di loro, o con il perdonare loro liberamente. Iddio vi ha fatti al tutto potenti di potere deliberare se il Lazio debba mantenersi o no, potere in perpetuo assicurarvene. Pensate adunque se voi volete acerbamente correggere quelli che vi si sono dati, e se volete rovinare del tutto il Lazio, e fare di quel paese una solitudine, donde più volte avete tratto eserciti ausiliarii ne’ pericoli vostri, e se volete con l’esempio de’ maggiori vostri accrescere la repubblica romana, facendo venire ad abitare in Roma quelli che eglino avevano vinti; e così vi è dato occasione di accrescere gloriosamente la città. Ma io vi ho solo a dire questo: quello imperio essere fermissimo che ha i sudditi fedeli e al suo principe affezionati; ma quello che si ha a deliberare, bisogna deliberare presto, avendo voi tanti popoli sospesi tra la speranza e la paura, quali bisogna trarre di questa ambiguità e preoccuparli o con pena o con premio. L’ufficio mio è stato operare in modo che sia in vostro arbitrio: il che ho fatto. A voi sta ora deliberarne quello che torni comodità e utile della repubblica. ‒ I principi del Senato laudarono la relazione del consolo, ma essendo causa diversa nella città e terre ribellate, dissero non si potere consigliare in genere, ma sì in particolare di ciascuna; ed essendo dal Consolo proposta la causa di ciascuna delle terre, fu deliberato per i senatori che i Lanuvini fussero cittadini romani, e renduto loro le cose sacre toltegli nella guerra; fecero medesimamente cittadini romani gli Aricini, Nomentani e Pedani; e ai Tusculani furono servati i loro privilegi, e la colpa della loro ribellione fu rivoltata in pochi de’ più sospetti. Ma i Veliterni furono gastigati crudelmente per essere antichi cittadini romani, e ribellatisi molte volte; però fu disfatta la loro città, e tutti i cittadini di essa mandati ad abitare a Roma. Ad Anzio, per assicurarsene, mandarono abitatori nuovi, al loro proposito; tolsero loro tutte le navi, e interdissero loro che non ne potessero fare delle altre. Puossi per questa deliberazione considerare, come i Romani nel giudicare di queste loro terre ribellate pensarono che bisognasse o guadagnare la fede loro con i benefizi, o trattarli in modo che mai più ne potessero dubitare; e per questo giudicarono dannosa ogni altra via di mezzo che si pigliasse. E venendo dipoi al giudizio, usarono l’uno e l’altro termine, beneficando quelli che si poteva sperare di riconciliarli; e quelli altri, di chi non si sperava, trattando in modo che mai per alcun tempo potessero nuocere. E a questo ultimo i Romani avevano due modi: l’uno era di rovinare le città e mandare gli abitatori ad abitare a Roma; l’altro, o spogliarle degli abitatori vecchi e mandarvi dei nuovi, o lasciandovi i vecchi, mettervi tanti dei nuovi che i vecchi non potessero mai né macchinare, né deliberare alcuna cosa contro il Senato. I quali due modi dello assicurarsi usarono ancora in questo giudizio, disfacendo Veliterno, e mandando nuovi abitatori in Anzio. Io ho sentito dire che la istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi, e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda; e chi serve mal volentieri e chi serve volentieri; e chi si ribella ed è ripreso. Se alcuno non credesse questo, si specchi in Arezzo l’anno passato e in tutte le terre della Valdichiana, che fanno una cosa molto simile a quella de’popoli latini: quivi si vede la rebellione e di poi il riacquisto, come qui; ancora che nel modo del ribellarsi e del racquistare vi sia differenza assai, pure è simile la ribellione e il riacquisto. Dunque se vero è che le istorie sieno la maestra delle azioni nostre, non era male per chi aveva a punire e giudicare le terre di Valdichiana pigliare esempio e imitare coloro che sono stati padroni del mondo, massime in un caso dove e’ vi insegnano appunto come vi abbiate a governare; perché come loro fecero giudizio differente per esser differente il peccato di quelli popoli, così dovevi fare voi, trovando ancora nei vostri ribellati differenza di peccati. E se voi dicessi: noi l’abbiamo fatto; direi che si fusse fatto in parte, ma che sia mancato nel più e nel meglio. Io giudico ben giudicato che a Cortona, Castiglione, il Borgo, Foiano si siano mantenuti i capitoli, siano vezzeggiati e vi siate ingegnati riguadagnarli con i beneficii, perché io li fo simili a Lanuvini, Aricini, Nomentani, Tusculani e Pedani, de’ quali nacque da’ Romani un simile giudizio. Ma io non approvo che gli Aretini, simili ai Veliterni ed Anziani, non siano stati trattati come loro. E se il giudizio de’ Romani merita di esser commendato, tanto il vostro merita di esser biasimato. I Romani pensarono una volta che i popoli ribellati si debbano o beneficare o spegnere e che ogni altra via sia pericolosissima. A me non pare che voi agli Aretini abbiate fatto nessuna di queste cose, perché ei non si chiama benefizio, ogni dì farli venire a Firenze, avere tolto loro gli onori, vendere loro le possessioni, sparlarne pubblicamente, avere tenuti loro soldati in casa. Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare e’ cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che li tengano sotto, e non si governare in modo con loro che negli impedimenti e guerre che vi fussero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo che all’incontro di quello nimico che vi assaltasse. La esperienza se ne vidde nel mille quattrocento novantotto, che ancora non si era ribellato, né era tanto incrudelito verso questa città; nondimeno, venendo le genti de’ Viniziani in Bibbiena, voi aveste ad impegnare in Arezzo, per tenerlo fermo, le genti del duca di Milano e il conte Ranuccio con la compagnia. Di che se voi non avessi dubitato, ve ne potevi servire in Casentino contro a’ nimici; e non bisognava levare Paolo Vitelli di quello di Pisa per mandarlo in Casentino: il che, forzandovi a fare la poca fede degli Aretini, vi fece portare assai più pericolo e molta più spesa non avreste fatto, se fussero stati fedeli. Talché raccozzato quello che si vide allora, quello che si è veduto poi, e il termine in che voi gli tenete, e’ si può sicuramente fare questo giudizio, che come voi fussi assaltati (di che Iddio guardi), o Arezzo si ribellerebbe, o e’ vi darebbe tale impedimento guardarlo che la tornerebbe spesa insopportabile alla città.

Se voi potete al presente essere assaltati o no, e se egli è chi disegni sopra Arezzo o no, avendone io sentito ragionare, non lo voglio lasciare indietro. E lasciando di discorrere di quei timori che potete avere da’ principi oltramontani, ragioniamo della paura che ci è più propinqua. Chi ha osservato Cesare Borgia, detto il duca Valentino, vede che lui, quanto a mantenere gli stati ch’egli ha, non ha mai disegnato fare fondamento in su amicizie italiane, avendo sempre stimato poco i Viniziani, e voi meno: il che quando sia vero, conviene che e’ pensi di farsi tanto stato in Italia che lo faccia sicuro per se medesimo e che faccia da un altro potentato l’amicizia sua desiderabile. E quando questo sia lo animo suo, e che egli aspiri allo imperio di Toscana, come più propinquo ed atto a farne un regno con gli stati che tiene (e che gli abbia questo disegno si giudica di necessità, sì per le cose sopraddette, e sì per l’ambizione sua, sì etiam per avervi dondolato in sull’accordare, e non avere mai voluto concludere con voi alcuna cosa), resta ora vedere se gli è il tempo accomodato a colorire questi suoi disegni. E’ mi ricorda aver udito dire al cardinale de’ Soderini che fra le altre laudi che si potevano dare di grande uomo al papa e al duca, era questa: che siano conoscitori della occasione e che la sappiano usare benissimo: la quale opinione è approvata dalla esperienza delle cose condotte da loro con la opportunità. E se si avesse a disputare se gli è ora tempo opportuno e sicuro a stringervi, direi di no; ma considerato che il duca non può aspettare il partito vinto, per restargli poco di tempo, rispetto alla brevità della vita del pontefice; è necessario che gli usi la prima occasione se gli offerisce, e che commetta della causa sua buona parte alla fortuna.

[Frammento sulla riforma dello stato in Firenze]

Io credo che tucti quegli che amano uno comune vivere approverranno, degli stati che sono stati mai in Firenze, il Gonfalonieri per assai tempo et il Consiglo Grande. Et per questo io farei l’una et l’altra di queste due cose sanza pensarci. Vero è che il modo del fare l’uno et l’altro può essere vario, perché ad uno piacerebbe il numero antico di mille, ad un altro meno numero. Questo mi darebbe poca briga, pure che non fussi excluso alcuno ad venirvi. Et quanto al Gonfalonieri che si riavesse per questa prima volta a fare, si potrebbe o farlo fare al Consiglo del Comune in questo modo, che si havesse a trarre 20 electionarii che eleggiessino venti cittadini del numero loro, et mandassinsi a ppartito in fra loro, et quelli che vincessino il partito per la metà si mandassino in Consiglo, et quello che riavessi più fave fussi il Gonfalonieri; potrebbe ancora Vostra Signoria, nel fare la riforma, eleggiere lei per sua autorità questo Gonfalonieri. Facte queste due cose, bisognerebbe pensare ad agli altri modi della Republica, dove io credo che sarebbe qualche dificultà. Pure, io, di quelli ordini che ci sono al presente, io ne lascerei et accrescerei alcuno, et alcuno ne spegnerei. Quelli che io spegnessi sarebbono el Consiglo del Popolo et del Comune, perché in loro luogo è il Consiglo Grande; quelli ch’io...

Relazione di una visita fatta per fortificare Firenze

Noi vedemmo prima, cominciando a Monte Uliveto, tutto quel disegno che si era ragionato di mettere dentro questi monti che soprastanno al di là d’Arno, e lo considerammo tutto infino a Ricorboli. Parve al capitano questa una grande impresa, e che la facesse molti buoni effetti, pure disse che a farla non bisognava avere né fretta, né necessità, e che bisognava assai gente a guardarla, ma che se ne trarrebbe questo bene, che uno esercito tutto vi si potrebbe raddurre senza dare affanno all’abitato della città. Considerato il di sopra, ci parve di restringerci alle mura, pure a quelle che fasciano il di là d’Arno, per intendere da lui come quelle, non le murando, si potessero far forti. E prima ci cominciammo dalla porta di S. Niccolò, e parve al capitano che quella porta, con tutto il borgo infino alla porta S. Miniato (per essere quel sito fitto tutto sotto al monte), non si potesse tenere o difendere in alcun modo, e quello che è peggio, non si può far forte. Di modo che si giudica essere necessario escluderlo dalla città, e non solamente abbandonarlo, ma disfarlo. E però gli pare da muovere un muro dalla prima torre, che è sopra la porta a S. Miniato, e così a sgimbesci guidarlo verso Arno, tanto che si appunti con Arno appunto sotto alle mulina di S. Niccolò, e in su l’angolo fra il muro nuovo e il vecchio fare un baluardo che batta la faccia del muro vecchio e del nuovo, e nel mezzo del muro nuovo la porta con i suoi baluardi e rivellini, secondo che oggi si usano fare forti. Fatto questo, come si è detto, vorrebbe spianare tutte quelle case che restano dietro in quel borgo.

Dopo questo disegno, seguitammo il cammino, ed andati lungo il muro di fuori circa dugento braccia, saliti che fummo in sul colmo del poggio, dove è una torre alta, giudicò che fusse da fare quivi un baluardo gagliardo, abbassando quella torre e tirandosi più in fuori circa a sessanta braccia, tanto che si abbracciassero certe casette che gli sono a dirimpetto. Fa questo baluardo una fortezza grande in quel luogo, perché e’ batte tutti i colli all’intorno, difende la debolezza di quelle mura che di sotto e di sopra si aggiungono seco insino a S. Giorgio, e spaventa qualunque da quella parte disegnasse campeggiarci.

Arrivammo dipoi alla porta a S. Giorgio, la quale gli pare da abbassarla, e farvi un baluardo tondo, e la uscita per fianco, come si costuma. Passata questa porta, pure di fuori circa a cento cinquanta braccia, si trova un certo biscanto di muro, dove il muro muta cammino, e gira in su la ritta. Quivi gli parrebbe da fare o una casamatta, o un baluardo tondo che battesse per fianco. Ed avete ad intendere, che egli intende che in ogni luogo dove sono mura si faccia fossi, perché dice quelli essere le prime difese delle terre. Passati più oltre, circa ad altre cento cinquanta braccia, dove sono certi barbacani, gli pare da fare un altro baluardo, il quale quando si facesse gagliardo, e tirassesi bene innanzi, si potrebbe fare, senza fare il baluardo del biscanto sopraddetto. Passato questo luogo, si trova una torre, la quale gli pare da ingrossarla ed abbassarla, e fare in modo che di sopra vi si possano maneggiare due pezzi di artiglierie grosse: e così fare a tutte le altre torri che si trovano; e dice che per essere fitte l’una sotto l’altra, che le fanno una fortezza grande, non tanto per il ferire per fianco, ma per fronte: perché dice, che ragionevolmente le città hanno ad avere più artiglierie che non si può trainare dietro un esercito; e ogni volta che voi ne potete piantare più contro il nemico, che il nemico non ne può piantare contro a voi, gli è impossibile che vi offenda; perché le più artiglierie vincono le meno; in modo che, potendo porre grosse artiglierie sopra tutte le vostre torri spesse, di necessità ne seguita che il nimico vi può con difficultà offendere. Seguitando il cammino nostro, arrivammo dove si comincia a scendere verso la porta S. Piero Gattolino. Fermossi quivi il capitano, e per considerare meglio tutto quel sito dalla porta a S. Giorgio a quivi, entrammo per il podere di Bartolommeo Bartolini, e veduto ogni cosa, pensò un nuovo modo di fortificare tutta quella parte, che è dalla porta detta di S. Giorgio a dove noi eravamo, senza avere a fare quelli baluardi che di sopra si sono detti. E questo nuovo modo è a muovere un muro proprio da quel principio della china che va verso S. Piero Gattolino, girando in su la sinistra verso la porta a S. Giorgio, e andare secondo le piagge di quelle vallette, e capitare con esso alla porta a S. Giorgio, e il muro vecchio che rimarrebbe dentro, gittarlo a terra. Sarebbe questo muro nuovo, da dove e’ comincia a dove e’ finisce, andando per linea retta, circa a braccia cinquecento, e dove si discostasse più dal muro vecchio non sarebbero braccia dugento. Farebbe questi beni: e’vi difenderebbe meglio quella parte, perché quel muro vecchio è disutile, e questo sarebbe nuovo e utile; il muro vecchio per aver dietro la grotta repente non si può riparare, e questo si riparerebbe, che avrebbe il piano; verrebbe più innanzi a battere i colli che sono all’intorno, tale che i nimici lo potrebbero difficilmente battere, e il vecchio facilmente si batte; risparmierebbe la spesa dei fossi, perché le ripe gli servirebbero per fossi; risparmierebbe le spese di tutti quelli baluardi che si debbono fare nel muro vecchio, perché basterebbe fare nel muro nuovo certe offese per fianco di non molta spesa: tanto che si stima che si spenderebbe quasi meno a venire con questa parte di muro innanzi, che con fossi e baluardi affortificare il muro vecchio.

Considerato questo sito, ritornammo al muro e scendemmo verso S. Piero Gattolino: e gli parve, che alla penultima torre trenta braccia, e tutte le altre torri, come è detto, s’ingrossino ed abbassino. Fargli che la porta a S. Piero Gattolino si abbassi, e che vi si faccia un baluardo che l’abbracci in modo tutta, che la batta il muro di verso S. Giorgio e di verso S. Friano. Considerato dipoi quanto il colle di S. Donato a Scopeto è addosso alle mura, che sono dalla porta S. Piero Gattolino ad una porta rimurata che va in Camaldoli, gli parrebbe che tutto il muro che è fra queste due porte, cioè fra S. Piero Gattolino e la rimurata, si gittasse in terra, e se ne facesse un altro nuovo tra l’una porta e l’altra, che si discostasse dal vecchio nel più largo braccia dugento, per discostarsi più da quel colle, dove, per esser dentro assai ortacci, non si farebbe altro danno che avere a guastare un monastero delle monache di S. Niccolò.

Seguimmo dipoi il cammino verso S. Friano: e’ gli parrebbe da fare alla penultima torre di verso S. Friano un baluardo che venisse in fuora quindici braccia più che la torre; la porta a S. Friano farla con un baluardo gagliarda, le torri insino ad Arno ingrossarle ed abbassarle. In sul canto del muro che guarda in Arno, dove è un mulino, fare un baluardo che abbracciasse il mulino e battesse per tutto.

Scendemmo di quivi in Arno, e andando lungo il muro verso il ponte alla Carraia, gli parrebbe che quel muro si empiesse di cannoniere che tirassino basso a traverso ad Arno, e dove è quel chiusino, farvi una torretta, che più per bel parere che per altro, sputasse per fianco.

Ed avendo nella forma soprascritta considerato tutte le mura d’Oltrarno, e i colli che sono loro appresso, lo dimandammo di quelle mura verso il Prato, che il colle d’Uliveto scuopre, e di quelle di S. Giorgio che scuopre S. Donato a Scopeto, e di quelle della Giustizia che scuopre S. Miniato, che tutte da quei colli si potettero considerare: disse non importare niente, perché, parte per essere discosto, parte per potersi riparare con ripari a traverso, facilmente il nimico da quella parte non vi può offendere.

Veduta tutta la parte di Oltrarno, venimmo di qua dal fiume e cominciammoci dalla porticciuola delle Mulina del Prato; e prima gli facemmo considerare via Gora, come quelle case si appiccano con il muro che risponde ad Arno, dipoi passammo la porta, ed entrammo nella gora dei Medici, ed andammo in fino alla fine, ed entrammo in su quel getto, ovvero terrazzo, che è in testa della gora. Parvegli quello luogo da poterlo fare fortissimo, facendo un baluardo che abbracciasse tutte le mulina, del quale la muraglia che guarda il di dentro di verso l’orto della gora si potrebbe fare sottile, perché non può essere battuta; fare ancora nella punta bassa dell’orto della gora, dove io dico essere quel terrazzo, un altro baluardo che per fianco rispondesse a quello, e per fronte battesse Arno a traverso. Dice che, fatto questo, non si potrebbero mai i nimici accostare per esservi la gora che fa fosso, e per potere essere combattuti da fronte e dai fianchi da’ baluardi, e di dietro dalle artiglierie, che fussero nella parte di là dal fiume. E così le case di via Gora non vengono a fare a quella parte debolezza. Parrebbegli da spianare di sopra la volta del risciacquatoio della Pescaia, che è propinqua a quel baluardo del terrazzo, acciocché sopra a quella si potesse piantare due pezzi di artiglieria. Oltre di quello, perché le case che sono dal terrazzo al ponte della Carraia sono signore del fiume, vorrebbe torre loro questa signoria, facendo un muro che le coprisse; perché, dice, che, rispetto ai tradimenti, non è bene che le genti private siano signori di quella parte. Disse che la porticciuola delle Mulina verrebbe dal baluardo a essere difesa.

Considerata e disposta questa parte, ci partimmo dalla porta delle Mulina, e andammo lungo le mura di fuora insino al canto che arriva a Mugnone, dove gira poi il muro in su la man ritta verso la porta al Prato. Parrebbegli da fare un gagliardissimo baluardo in su quel canto, che difendesse e verso le mulina e verso la porta al Prato; vorrebbe che Mugnone, e quivi e dovunque passa, si riducesse ad uso di un fosso, e in quello luogo dal canto alla porta al Prato vorrebbe che si facesse un muro lungo Mugnone, che sostenesse il terreno dalla parte sinistra, e dipoi presso il baluardo in su quel canto attraverso a Mugnone si facesse un rattenitoio d’acqua, da poterlo scallare e turare secondo il bisogno; e lungo il muro che è dal baluardo alla porticciuola delle Mulina, farvi un fosso, e mettervi parte di Mugnone, e poi quando il fosso arriva alle Mulina, torcesse verso Arno, e la sboccatura si murasse da ogni parte; vorrebbe che tutte le altezze che vi sono sopra quel muro, che sono certe creste che avanzano i merli, si riducessero al pari de’ merli. Parrebbegli che la porta al Prato si abbassasse e si fortificasse con un baluardo, come si è detto di quelle d’Oltrarno.

Andammone dipoi alla porta a Faenza, e tutte le torrette di mezzo vuole si abbassino e riducansi a merli, e s’ingrossino ovvero si allarghino, di sopra massimamente, perché vi possino giuocare duoi pezzi d’artiglierie. E perché dalla porta a Faenza e al Prato è assai spazio, gli pare da ridurre una di quelle torri di mezzo ad uso di baluardo, ingrossandola tanto, che se gli potesse mettere le artiglierie da basso.

Di quivi andammo alla porta a S. Gallo, la quale si faccia forte come le altre, e in una di quelle torri fare un poco di baluardo: e perché quivi Mugnone comincia ad andare lungo le mura, gli pare che, volendolo ridurre a uso di fosso, si facesse lassù alto, dove gli stesse meglio, un poco di ritegno, acciocché le acque giù stillate entrassero nel luogo de’ fossi. Volle il capitano vedere quel colle che è dirimpetto alla porta a S. Gallo: dove venuto, disse che i nemici avevano quivi un forte e bello alloggiamento, ma che non poteva fare altro male alla città se non tenere in quel luogo il nimico sicuro.

Andammone dipoi alla porta a Pinti, la quale si debbe afforzare come le altre, facendo fra quelle e S. Gallo di una di quelle torri di mezzo un poco di baluardo simile a quello che delle altre due porte dicemmo.

Partiti dalla porta a Pinti, e iti lungo le mura circa a seicento braccia, si trova un canto, dove è una torre che ha tre canti e il muro piega forte in su la man ritta verso la porta alla Croce, e dal canto alla porta alla Croce è circa quattrocento braccia, e però gli pare che quivi in sul canto si faccia un grosso baluardo, che si tiri più innanzi che la torre trenta braccia o più, che guardi bene quelli due tratti di muri, ed offenda per fronte gagliardamente la campagna.

Venimmo dipoi alla Croce, la quale si debbe affortificare come le altre: e di quivi partiti per lungo le mura, si trova una torre che è dirimpetto all’Agnolo Raffaello, la quale vorrebbe si ingrossasse bene, per fare più difese al luogo propinquo ad Arno.

Venimmo alla porta alla Giustizia, dove gli pare da abbattere il Tempio e tutti quelli imbratti che sono intorno a quella parte, e fare quivi un grossissimo baluardo, acciocché possa difendere gagliardamente quella entrata d’Arno. Vorrebbe ancora, che la torre della munizione, che è propinqua alla porta, si abbassasse e ingrossasse, acciocché fusse ancora più gagliarda quella parte.

Provvisione per la istituzione dell’ufficio

de’ Cinque Provveditori

delle mura della città di Firenze

Considerato e nostri magnifici et excelsi Signori quanto sia utile alli stati et alle republiche che i loro cittadini et qualunque altro habitante dentro alle mura della loro città viva securo sanza haver alcuno sospecto di alcuno exercito che possa facilmente assalirla et expugnarla, et veggiendo le conditioni de’ presenti tempi essere tali che tucti quelli che sono principi prudenti le città loro et il loro imperio fortificano; et piglato exemplo da la prudentia di costoro et da la infelicità di quelli che, per non essersi affortificati, hanno le loro città et stati veduto ruinare et sacheggiare; et parendo loro infino ad questo presente giorno che questa loro città sia vivuta a discretione di quelli che la havessino potuta assalire; per fuggire per lo advenire questo sospecto et pericolo, et per imitare quelli che prudentemente et virtuosamente lo hanno fuggito; havuto sopra ciò maturo consiglo di più loro savi, prudenti et amorevoli cittadini, invocato prima il nome dello onnipotente Iddio et della sua gloriosa Madre sempre Vergine et di san Giovanni Batista, advocato et protectore di questa inclita città, providdono et ordinorono:

Che, per virtù della presente provisione, per lo advenire si crei di tempo in tempo un magistrato in quello modo et con quella autorità, che di sotto si dirà.

Debbino i nostri excelsi Signori, dopo la finale conclusione di questa, creare cinque cittadini di 35 anni forniti, habili ad gli uficii et necti di spechio, 4 per le septe arte maggiori et per tucta la città et uno per le minore arti; i quali cittadini così deputati, un dì appresso dopo la pubblicatione loro, debbino giugiurare l’uficio loro nelle mani del cancelliere delle Tracte, et debbino stare in uficio uno anno, da cominciare il dì haranno giurato decto uficio et da finire come segue; et, finito decto anno, possino i nostri excelsi Signori, che pe’ trmpi saranno, prorogarli in decto uficio d’anno in anno, o tucti o parte di loro, come a loro Signori parrà et piacerà,.

Possino decti cinque uficiali fare ogni deliberatione per 4 di loro d’accordo, sendo tucti a cinque in Firenze; et, essendo absenti alcuni di loro per pubbliche cagioni, bastino tre di loro d’accordo; et, vacandone alcuni o per absentia o per altra cagione, possine i nostri Signori, che pe’ tempi saranno, sostituire lo scambio ad quelli o a quello che manchassi.

Non habbino decti uficiali divieto da alcuno uficio o magistrato, et similmente non habbino alcuno salario, ma solamente sieno contenti a quelle mancie in quelli tempi et quante hanno al presente gli spettabili Octo di Pratica. Il luogo loro nelle publiche cerimonie, quando i magistrati convengono insieme, sia immediate dopo il magistrato de’ Conservadori di leggie.

Sieno tenuti i nostri excelsi Signori dare a decti uficiali uno de’ loro tavolaccini, per servirsene alla porta della loro audienza.

Possine decti uficiali eleggiere il cancelliere, il proveditore et altri ministri in quello modo et con quello salario, che a decti uficiali parrà et piacerà.

Il titulo et nome di decti uficiali sia i « Cinque Procuratori delle mura della città di Firenze ».

Habbino per insegna nel loro suggiello san Giovanni Batista, advocato et protectore della nostra città.

Debbino i nostri excelsi Signori consegnare a decti uficiali uno luogo per la residenza loro, dove alloro Signorie parrà et piacerà.

Habbino detti uficiali tutta quella autorità che ha il popolo di Firenze in tucto quello che si appartiene et riguarda al fortificare di detta città di Firenze, et in tucte quelle cose che sono dependente et connesse a detta fortificatione. Et medesimamente habbino quanta autorità ha il popolo di Firenze contro alle persone et beni di qualunque alli loro ordini et deliberationi controafacessi.

Sia tenuto il depositario de’ nostri excelsi Signori, presente et pe’ tempi existente, de’ danari si troverrà in mano del comune di Firenze per qualunque cagione, pagare tucti quelli che li saranno stantiati da decti uficiali insieme con i nostri excelsi Signori, in quel modo appunto che si stantiano al presente i danari dal magistrato degli spettabili Octo della Praticha.

Allocuzione fatta ad un magistrato

Excelsi Signori, magnifico Pretore, venerabili Collegi, egregii Doctori et honorevoli Magistrati. Ciascuno delle Prestanze vostre può havere veduto come io, non per mia volontà, ma per expresso comandamento de’ nostri excelsi Signori sono venuto a parlare dinanzi ad voi. Il che mi alleggierisce assai lo animo, perché, come, sendoci per me medesimo venuto, io meritavo di essere biasimato come presuntuoso, così, sendo constrecto dal comandamento di questi excelsi Signori, merito di essere, non già laudato, ma almeno scusato come ubbidiente. Et benché la inesperienzia mia sia grande, la potenza et autorità loro è tanta, che la può molto più in me che non può quella.

Non posso nondimanco fare che io non habbi dispiacere di essere redotto a parlare di quelle cose che io non ho notitia, né veggo altro rimedio ad satisfare a me et a voi, che essere brevissimo, acciò che nel parlare poco faccia meno errori et manco v’infastidisca. Né credo anchora che il parlare lungamente sia conveniente, perché, havendo ad parlare della iustitia davanti ad huomini giustissimi, pare cosa più tosto superflua che necessaria. Pure, per satisfare a questa cerimonia et anticha consuetudine, dico come gli antichi poeti, i quali furono quelli che, secondo i Gentili, cominciorno a dare le leggi al mondo, referiscono che gli huomini erano nella prima età tanto buoni, che gli Idei non si vergognorno di descendere di cielo et venire insieme con loro ad habitare la terra. Dipoi, mancando le virtù et surgendo i vitii, cominciorno a poco a poco a ritornarsene in cielo; et l’ultimo che si partì di terra fu la Iustitia. Questo non mostra altro, sed non la necessità che gli huomini hanno di vivere sotto le leggi di quella; mostrando che, benché gli huomini fussino diventati ripieni di tucti i vitii et col puzo di quegli havessino cacciati gl’altri Idei, nondimanco si mantenevono giusti. Ma, con il tempo, mancando anchora la Iustitia, mancò con quella la pace: donde ne nacquono le ruine de’ regni et delle republiche. Questa Iustitia, andatasene in cielo, non è mai poi tornata ad habitare universalmente in tra gli huomini, ma sì bene particularmente in qualche città; la quale, mentre ve è stata ricevuta, la ha facta grande et potente. Questa exaltò lo stato de’ Greci et de’ Romani; questa ha facto di molte republiche et regni felici questa anchora ha qualche volta habitato la nostra patria et la ha acresciuta et mantenuta, et hora anche la mantiene et acresce. Questa genera nelli stati et ne’ regni unione; la unione, potenza et mantenimento di quelli, questa defende i poveri et gli impotenti, reprime i richi et i potenti, humilia i superbi et gli audaci, frena i rapaci et gli avari, gastiga gli insolenti, et i violenti disperge, questa genera negli stati quella equalità, che, ad volerli mantenere, è in uno stato desiderabile. Questa sola virtù è quella che in fra tucte l’altre piace a Dio. Et ne ha mostri particulari segni, come dimostrò nella persona di Traiano, il quale, anchora che pagano et infedele, fu ricevuto, per intercessione di san Gregorio, innel numero degli electi suoi, non per altri meriti, che per havere, sanza alcuno rispecto, administrato iustitia. Di che Dante nostro, con versi aurei et divini, fa pienissima fede, dove dice:

Ivi era effigïata l’alta gloria

del principe romano, il cui valore

mosse Gregorio alla sua gran victoria.

Io dico di Traiano imperadore;

et una vedovella gl’era al freno,

di lacrime atteggiata et di dolore.

Intorno ad lui parea calcato et pieno

di cavalieri, et l’aquile dello oro

sovra esso al vento muover si vedièno.

La vedovella in fra tucti costoro

parea dicer: Signor(e), fanne vendetta

del mio figliuol, che è morto, onde io m’accoro.

Et ei dicer a lei: Hora ti aspecta

tanto ch’io torni. ‒ Et ella: O signor mio

sí come donna, in cui dolor si affrecta

se tu non torni? Et ei: Chi fia dove io

la ti farà. ‒ Et ella: L’altrui bene

che giova ad te, se tu il metti in oblio? ‒

Et lui dicer adlora: Omai conviene

ch’io solva mio dovere anzi ch’io muoia:

giustitia il vuole et pietà mi ritiene.

Versi, come io dixi, veramente degni di essere scripti in oro; per i quali si vede quanto Idio ama et la iustitia et la pietà. Dovete pertanto, prestantissimi cittadini, et voi altri che sete preposti ad giudicare, chiudervi gl’ochi, turarvi gl’orechi, legarvi le mani, quando voi habbiate ad vedere nel iudicio o amici o parenti, o a sentire preghi o persuasioni non ragionevoli, o ad ricevere cosa alcuna, che vi corrompa l’animo, et vi devii da le pie et giuste operationi. Il che se farete, quando la Giustitia non ci sia, tornerà ad habitare in questa città; quando la ci sia, ci starà volentieri, né le verrà vogla di tornarsene in cielo: et così, insieme con lei, farete questa città et questo stato glorioso et perpetuo. Et però, a questo io vi conforto, et per il debito dello ofitio vostro ve lo protesto. Et voi, ser [...], ne sarete rogato.

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Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2010