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Edizione di riferimento:
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.
Era tornato el duca Valentino di Lombardia, dove era ito ad scusarsi con il re Luigi di Francia di molte calunnie li erano state date da’ Fiorentini per la rebellione d’Arezo et dell’altre terre di Val di Chiana, et venutosene in Imola, dove disegnava fare alto con le sue genti et fare la impresa contro ad messer Giovanni Bentivogli, tyranno in Bologna, perché voleva ridurre quella città sotto el suo dominio et farla capo del suo ducato di Romagna. La quale cosa sendo intesa da e Vitegli et gli Orsini et altri loro seguaci, parse loro come el duca diventassi troppo potente, et che fussi da temere che, occupata Bologna, e’ non cercassi di spegnerli per rimanere solo in su l’armi in Italia. Et sopra questo feciono alla Magione, nel Perugino, una dieta, dove convennono el Cardinale, Pagolo et duca di Gravina Orsini, Vitelloxo Vitegli, Oliverotto da Fermo, Giampagolo Baglioni, tyranno di Perugia, et messer Antonio da Venafro, mandato da Pandolfo Petrucci, capo di Siena; dove si disputò della grandeza del duca et dello animo suo, et come egli era necessario frenare l’appetito suo, altrimenti si portava pericolo insieme con gli altri di non ruinare; et deliberorno di non abbandonare e Bentivogli et cercare di guadagnarsi e Fiorentini; et nell’uno luogo et nell’altro mandorno loro huomini, promettendo ad l’uno aiuto, l’altro confortando ad unirsi con loro contro ad el comune inimico.
Ouesta dieta fu nota sùbito per tucta Italia; et quelli populi che sotto el duca stavano male contenti, intra e quali era gli Urbinati, presono speranza di potere innovare le cose. Donde nacque che, sendo così sospesi gli animi, per certi da Urbino fu disegnato di occupare la rocca di San Leo, che si teneva per il duca. E quali presono la occasione da questo. Adfortificava el castellano quella rocca; et, faccendovi condurre legnami, appostorno e congiurati che certe trave che si trainavano nella rocca fussino sopra el ponte, ad ciò che, impedito, non potessi essere alzato da quegli di drento. Et preso tale occasione, armati saltorno in sul ponte et, di quindi, nella rocca. Per la quale presa, sùbito che la fu sentita, si ribellò tucto quello stato et richiamò el duca vechio, presa speranza non tanto per la occupatione della rocha, quanto per la dieta della Magione, mediante la quale e’ pensavono essere aiutati. E quali, intesa la rebellione d’Urbino, pensorno che non fussi da perdere quella occasione et, ragunate loro genti, si feciono innanzi per expugnare, se alcuna terra di quello stato fussi restata in mano del duca; et di nuovo mandorno ad Firenze ad sollecitare quella republica ad volere essere con loro ad spegnere questo comune incendio, mostrando el partito vinto et una occasione da non ne aspectare un’altra. Ma e Fiorentini, per l’odio havevono con e Vitegli et Orsini per diverse cagioni, non solo non si adherirno loro, ma mandorno Nicholò Machiavegli, loro secretario, ad offerire al duca ricepto et aiuto contro ad questi suoi nuovi inimici. El quale si trovava pieno di paura in Imola, perché in un tracto et fuori d’ogni sua opinione, sendogli diventati inimici e soldati sua, si trovava con una guerra propinqua et disarmato. Ma, ripreso animo in su l’oferta de’ Fiorentini, disegnò temporeggiare la guerra con quelle poche genti che haveva et con pratiche di accordi, et parte preparare aiuti. E quali preparò in dua modi: mandando ad el re di Francia per gente, et parte soldando qualunque huomo d’arme et altro che in qualunque modo facessi el mestiere ad cavallo; et ad tucti dava danari. Non obstante questo, e nimici si feciono innanzi, et ne vennono verso Fossombrone, dove havéno facto testa alcune gienti del duca; le quali da’ Vitegli et Orsini furno ropte. La quale nuova fecie che ’l duca si volse tucto ad vedere se posseva fermare questo humore con le pratiche di accordo; et essendo grandissimo simulatore, non manchò di alcuno oficio ad fare intendere loro come eglino havieno mosso l’armi contro ad colui che ciò che haveva acquistato voleva che fussi loro, et come gli bastava havere el titulo del principe, ma che voleva che ’l principato fussi loro. Et tanto gli persuase che mandorno el signor Pagolo al duca ad tractare accordo, et fermorno l’arme. Ma el duca non fermò già e provedimenti suoi, et con ogni sollecitudine ingrossava di cavalli et fanti; et perché tali provedimenti non apparissino, mandava le genti seperate per tucti e luoghi di Romagna..
Erano intanto anchora venute cinquecento lancie franzese; et benché si trovassi già sì forte che potessi con guerra aperta vendicarsi contro a’ suoi inimici, nondimancho pensò che fussi più securo et più utile modo ingannarli et non fermare per questo le pratiche dello accordo. Et tanto si travaglò la cosa che fermò con loro una pace, dove confermò loro le condocte vechie, decte loro quattromila ducati di presente, promisse non offendere e Bentivogli, et fecie con messer Giovanni parentado, et di più che non gli potessi constringere ad venire personalmente ad la presenza sua più che ad loro si paressi. Da l’altra parte loro promessono restituirli el ducato d’Urbino et tucte l’altre cose occupate da loro, et servirlo in ogni sua expeditione, né sanza sua licenza fare guerra ad alcuno o condursi con alcuno.
Facto questo accordo, Guidubaldo, duca d’Urbino, di nuovo si fuggì et ritornossi ad Vinegia, havendo prima facto ruinare tucte le forteze di quello stato, perché, confidandosi ne’ populi, non voleva che quelle forteze, ch’egli non credeva potere defendere, el nimico occupassi, et mediante quelle tenessi in freno gli amici sua. Ma el duca Valentino, facta questa conventione, havendo partite tucte le sua genti per tucta la Romagna, con gli huomini d’arme franzesi, ad l’uscita di novembre, si partì da Imola et ne andò ad Cesena, dove stette molti giorni ad praticare con mandati de’ Vitegli et degli Orsini, che si trovavono con le loro genti nel ducato d’Urbino, quale impresa di nuovo si dovessi fare. Et non concludendo alcuna cosa, Liverotto da Fermo fu mandato ad offerirli che, se voleva fare la ’mpresa di Toscana, ch’erano per farla; quanto che no, andrebbono ad la expugnatione di Sinigaglia. Al quale rispose el duca che in Toscana non voleva muover guerra, per essergli e Fiorentini amici, ma che era bene contento andassino ad Sinigaglia. Donde nacque che, non molti dì poi, venne adviso come la terra si era loro arresa, ma che la rocca non si era voluta arrendere loro, perché il castellano la voleva dare alla persona del duca et non ad altro; et però lo confortavono ad venire innanzi.
Al duca parve la occasione buona et da non dare ombra, sendo chiamato da loro et non andando da sé. Et, per assicuragli più, licenzò tucte le genti franzese, che se ne tornorno in Lombardia, excepto che cento lance di monsignore di Ciandales, suo cognato. Et, partito intorno ad mezo dicembre da Cesena, sene andò ad Fano, dove, con tucte quelle astutie et sagacità possé, persuase a’ Vitegli et ad gli Orsini che l’aspectassino in Sinigaglia, mostrando loro come tale salvaticheza non poteva fare l’accordo loro né fedele né diuturno, et che era huomo che si voleva potere valere dell’arme et del consiglo degli amici. Et benché Vitellozo stessi assai renitente, et che la morte del fratello gli havessi insegnato come e’ non si debba offendere un principe et dipoi fidarsi di lui, nondimancho, persuaso da Paulo Orsino, suto con doni et con promesse corropto da el duca, consentì ad aspettarlo. Donde che il duca, la sera davanti (che fu a dì 30 di dicembre nel 1502) che doveva partire da Fano, comunicò el disegno suo ad octo sua de’ più fidati, intra e quali fu don Michele et monsignore d’Euna, che fu poi cardinale, et commisse loro che, sùbito che Vitellozo, Pagolo Orsino, duca di Gravina et Oliverotto li fussino venuti ad lo incontro, che ogni dua di loro mettessino in mezo uno di quelli, consegnando l’huomo certo ad gli huomini certi, et quello intractenessino infino drento in Sinigaglia, né gli lasciassino partire fino che fussino pervenuti ad lo alloggiamento et presi. Ordinò apresso che tucte le genti sua ad cavallo et ad piè, ch’erano meglo che 2000 cavagli et diecimila fanti, fussino ad el fare del giorno, la mattina, in sul Metauro, fiume discosto ad Fano cinque miglia, dove aspectassino la persona sua. Trovatosi adunque l’ultimo dì di dicembre in sul Metauro con queste genti, fecie cavalcare innanzi circa 500 cavagli; poi mosse tucte le fanterie, dopo le quali la persona sua con tucto el resto delle genti d’arme.
Fano et Sinigaglia sono dua città della Marcha poste in su la riva del mare Adriatico, distante l’una da l’altra 15 migla, tale che chi va verso Sinigagla ha in su la man dextra e monti; le radice de’ quali in tanto alcuna volta si ristringono col mare che da loro ad l’acque resta un brevissimo spatio, et dove più si allargono non adgiugne la distantia al termine di dua migla. La città di Sinigagla da queste radice de’ monti si discosta poco più che il tirare d’uno archo, et da la marina è distante meno d’uno miglo. Ad canto ad questa corre un picciolo fiume, che le bagna quella parte delle mura che inverso Fano riguardano. La strada, pertanto, che propinqua ad Sinigaglia arriva, viene per buono spatio di cammino lungo e monti, et, giunta ad el fiume che passa lungo Sinigagla, si volta in su la man sinistra lungo la riva di quello; tanto che, andato per spatio d’una arcata, arriva ad un ponte, el quale passa quel fiume et quasi attesta con la porta ch’entra in Sinigagla non per recta linea ma transversalmente. Avanti ad la porta è un borgo di case con una piaza, davanti alla quale l’argine del fiume da l’uno de’ lati fa spalle.
Havendo, pertanto, deliberato e Vitegli et gli Orsini di aspectare il duca et personalmente honorarlo, per dare luogo ad le gente sue havevono ritirate le loro in certe castella discosto da Sinigagla sei migla, et solo havéno lasciato in Sinigagla Liverotto con la sua banda, ch’era mille fanti et 150 cavalli, e quali erano alloggiati in quel borgo che di sopra si dice. Ordinate così le cose, el duca Valentino ne veniva verso Sinigagla; et, quando arrivò la prima testa de’ cavagli al ponte, non lo passorno, ma, fermisi, volsono le groppe de’ cavalli l’una parte al fiume, l’altra alla campagna, et si lasciorno una via nel mezo donde le fanterie passavano; le quali, sanza fermarsi, entravano nella terra. Vitellozo, Pagolo et duca di Gravina in su muletti ne andorno incontro al duca, accompagnati da pochi cavagli; et Vitellozo, disarmato, con una cappa foderata di verde, tucto aflicto come se fussi conscio della sua futura morte, dava di sé, conosciuta la virtù dello huomo et la passata sua fortuna, qualche ammiratione. Et si dice che, quando e’ si partì da le sua genti per venire ad Sinigagla et andare contro al duca, ch’e’ fece come una ultima dipartenza con quelle, et ad li suoi capi raccomandò la sua casa et le fortune di quella, et e nipoti admunì che non della fortuna di casa loro, ma della virtù de’ loro patri et de’ loro zìi si ricordassino.
Arrivati adunque questi tre davanti al duca, et salutatolo umanamente, furno da quello ricevuti con buono volto, et sùbito da quelli ad chi era commesso fussino observati furno messi in mezo. Ma, veduto el duca come Liverotto vi mancava (el quale era rimasto con le sue genti ad Sinigaglia et attendeva, innanzi alla piaza del suo alloggiamento sopra el fiume, a tenerle nello ordine et exercitarle in quello), adciennò con l’ochio a don Michele, al quale la cura di Liverotto era demandata, che provedessi in modo che Liverotto non schappassi. Donde don Michele cavalcò avanti et, giunto da Liverotto, li dixe come e’ non era tempo da tenere le genti insieme fuora dello alloggiamento, perché sarebbe tolto loro da quelli del duca; et però lo confortava ad alloggiarle et venire seco ad incontrare el duca. Et havendo Liverotto exeguito tale ordine, sopraggiunse el duca et, veduto quello, lo chiamò. Al quale Liverotto havendo facto reverenza, si adcompagnò con gli altri; et, entrati in Sinigagla, et scavalcati tucti ad lo alloggiamento del duca, et entrati seco in una stanza secreta, furno dal duca facti prigioni. El quale sùbito montò ad cavallo, et comandò che fussino svaligiate le genti di Liverotto et degli Orsini. Quelle di Liverotto furno tucte messe ad sacho, per essere propinque; quelle degli Orsini et Vitegli, sendo discosto et havendo presentito la ruina de’ loro patroni, hebbono tempo ad mettersi insieme; et, ricordatosi della virtù et disciplina di casa vitellesca, strecte insieme, contro alla vogla del paese et degli huomini inimici, si salvorno. Ma e soldati del duca, non sendo contenti del sacco delle gente di Liverotto, cominciorno ad sacheggiare Sinigagla; et, se non fussi che il duca con la morte di molti represse la insolentia loro, l’harebbono sacheggiata tucta.
Ma, venuta la nocte et fermi e tumulti, al duca parve di fare admazare Vitellozo et Liverotto; et, conductogli in uno luogo insieme, gli fe’ strangolare. Dove non fu usato da alcuno di loro parole degne della loro passata vita, perché Vitellozo pregò che si supplicassi al papa che gli dessi de’ suoi peccati indulgentia plenaria, et Liverotto tucta la colpa delle iniurie facte al duca, piangendo, rivolgeva adosso ad Vitellozo. Pagolo et el duca di Gravina Orsini fumo lasciati vivi per infino che il duca intese che ad Roma el papa haveva preso el cardinale Orsino, l’arcivescovo di Firenze et messer Iacopo da Sancta Crocie: dopo la quale nuova, a dì 18 di giennaio, ad Castel della Pieve furno anchora loro nel medesimo modo strangolati.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2010 |