Niccolò Machiavelli

 

Lettere

 

 

 

1515

 

Edizione di riferimento

      Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971

Edizione di riferimento per le lettere aggiunte segnalate dalla dicitura bis accanto al numero:

      Niccolò Machiavelli, Opere, vol. II a cura di Corrado Vivanti, Biblioteca della Pléiade, Einaudi, Torino 1999.

 

 

 

219

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 5 gennaio 1514

Magnifico oratori florentino Francisco Victorio benefattori suo observandissimo.

Magnifico oratore. Egli è per certo gran cosa a considerare quanto gli huomini sieno ciechi nelle cose dove e' peccono, et quanto e' sieno acerrimi persecutori de' vizii che non hanno. Io vi potrei addurre in exemplis cose greche, latine, hebraiche, caldee, et andarmene sino ne' paesi del Sophi et dei Prete Janni, et addurreve'li, se li exempli domestichi et freschi non bastassino. Io credo che ser Sano sarebbe possuto venirvi in casa dall'un giubbileo all'altro, et che mai Filippo harebbe pensato che vi desse carico alcuno; anzi gli sarebbe parso che voi dipigneste ad usar seco, et che la fosse proprio pratica conforme ad uno ambasciadore, il quale, essendo obbligato ad infinite contenenze, è necessario habbia de' diporti et delli spassi; et questo di ser Sano gli sarebbe parso che quadrasse appunto, et con ciascuno harebbe laudato la prudenza vostra, et commendatovi insino al cielo di tale electione. Dall'altro canto, io credo che se tutto il bordello di Valenza vi fosse corso per casa, non sarebbe stato mai possibile che il Brancaccio ve ne havesse ripreso, anzi vi harebbe di questo più commendato che se vi havesse sentito innanzi al papa orare meglio che Demosthene.

Et se voi havessi voluto vedere la ripruova di questa ragione, vi bisognava, senza che loro havessino saputo delli ammonimenti l'uno dell'altro, che voi havessi fatto vista di credere loro, et volere observare i loro precepti. Et serrato l'uscio alle puttane, et cacciato via ser Sano, et ritiratovi al grave, et stato sopra di voi cogitativo, e' non sarebbono a verun modo passati quattro dì, che Filippo harebbe cominciato a dire: Che è di ser Sano? Che vuol dire che non ci capita più? Egli è male che non ci venga; a me pare egli uno huomo dabbene: io non so quel che queste brigate si cicalano, et parmi che egli habbia molto bene i termini di questa corte, et che sia una utile bazzicatura. Voi doverreste, ambasciadore, mandare per lui. Il Brancaccio non vi dico se si sarebbe doluto et maravigliato della absenzia delle dame, et se non ve lo havessi detto, mentre che egli havessi tenuto vòlto il culo al fuoco, come harebbe fatto Filippo, e' ve lo harebbe detto in camera da voi a lui. Et per chiarirvi meglio, bisognava che in tal vostra disposizione austera io fussi capitato costì, che tocco et attendo a femmine: subito avvedutomi della cosa, io harei detto: Ambasciadore, voi ammalerete; e' non mi pare che voi pigliate spasso alcuno; qui non ci è garzoni, qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa?

Magnifico oratore, e' non ci è se non pazzi; et pochi ci sono che conoschino questo mondo, et che sappino che chi vuol fare a modo d'altri non fa mai nulla, perché non si truova huomo che sia di un medeximo parere. Cotestoro non sanno che chi è tenuto savio il dì, non sarà mai tenuto pazzo la notte; et che chi è stimato huomo da bene, et che vaglia, ciò che e' fa per allargare l'animo et vivere lieto, gli arreca honore et non carico, et in cambio di essere chiamato buggerone o puttaniere, si dice che è universale, alla mano et buon compagno. Non sanno anche che dà del suo, et non piglia di quel d'altri, et che fa come il mosto mentre bolle, che dà del sapore suo a' vasi che sanno di muffa, et non piglia della muffa de' vasi.

Pertanto, signore oratore, non habbiate paura della muffa di ser Sano, né de' fracidumi di mona Smeria, et seguite gli instituti vostri, et lasciate dire il Brancaccio, che non si avvede che egli è come un di quelli forasiepi, che è il primo a schiamazzare et gridare, et poi, come giugno la civetta, è il primo preso. Et Filippo nostro è come uno avvoltoio, che quando non è carogne in paese, vola cento miglia per trovarne una; et come egli ha piena la gorga, si sta su un pino et ridesi delle aquile, astori, falconi et simili, che per pascersi di cibi delicati si muoiono la metà dell'anno di fame. Sì che, magnifico oratore, lasciate schiamazzare l'uno, et l'altro empiersi il gozzo, et voi attendete alle faccende vostre a vostro modo.

In Firenze, addì 5 di gennaio 1513.

Niccolò Machiavelli

 

 

220

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 18 gennaio 1514

Spettabili viro Nicholò Machiavelli.

In Firenze

Compare carissimo. Io lodai sempre lo ingegno vostro e approvai il iudicio et nelle pichole chose et nelle grande;

ma il discorso che mi fate per questa ultima lettera sopra Filippo et il Branchaccio m'è in pochi giorni riuscito in facto, perché chome voi m'havete conosciuto, io credo più a altri che a me medesimo, e sempre voglo prima contentare ogni altro che me. E per questo, mosso dalle persuasioni mi facevono, chome vi scripsi per l'altra lettera, mi disposi a credere loro e feci intendere in buon modo a ser Sano che quando Jacopo Gianfiglazi mi scrivessi più choxa alchuna manderei per lui, et che non durassi faticha a venirmi a trovare; in modo che lui, che è in queste cose astuto assai, chonobbe molto bene quello volevo dire. Chosì ordinai a dua femmine che ci solevono venire spesso che non venissino se non le facevo chiamare, perché c'era venuto un mio parente, al quale portavo reverentia né volevo le vedessi.

Stetti in questo modo circa octo giorni che qui non capitava se non qualche uno per sua faccende et uno Donato Bossi, che fa professione di grammatico, con un viso austero et strano; et mai parla d'altro, se non donde è decto un vocabolo e donde si forma un nome et se il verbo s'ha a mettere in principio della clausula o in fine, e di simil' chose di pocho momento et che danno fastidio assai a chi le ode: e io non facevo altro che domandarlo di queste favole, ad ciò havessi causa parlarne più liberamente; e anchora che tal vita mi rincrescessi, la sopportavo il meglo potevo, perché Filippo e Giuliano s'achorgessino dell'errore loro. La qual choxa intervenne presto, ché una sera, standoci al fuoco, Giuliano chominciò a dire che io doverrei invitare una certa vicina ho qui et che il non la chiamare una sera a cena dimonstrava salvaticheza, la quale da molti è interpretata in mala parte, et li huomini che stanno tanto in sul tirato sono tenuti strani et salvatichi.

Ma è necessario vi narri la conditione di questa donna, perché possiate considerare a che fine l'uno et l'altro di loro mi confortavano a invitarla. Chome altra volta v'ho scripto, l'habitatione mia, anchor sia molto vicina al Palazo, è un pocho fuor di mano et in via non molto frequentata e chon vicini di bassa sorte: pure, accanto a essa, in una casa assai conveniente, habita una donna vedova romana et di buon parentado, che è stata et è buona compagna, e benché sia oltre d'età, ha una figla di circa anni 20 la quale è bella per excellentia, et ha facta et fa qualche faccenda; ha anchora un figlo d'età d'anni 14, polito et gentile, ma di buon' chostumi et honesto chome si conviene a quella etate. E perché le case son vicine et li orti entrono l'uno nell'altro, non s'è possuto fare non si pigli qualche praticha con decta donna pure al largo; e spesso è venuta a ricercharmi di favore col papa o chol governatore, et io in quello ho possuto l'ho aiutata, perché alle vedove e pupilli siamo tenuti. Questa dunque vedova mi persuadeva Giuliano che io dovessi chiamare a cena; et Filippo rispetto a quel fanciulletto ribadiva, allegando l'exemplo d'Alexandro Nasi, che altra volta che fu a Roma lo vicitava spesso e sempre la sera d'invernata lo trovava achompagnato da qualche vicino, e chon più altre ragione, chome sapete usa fare. Tanto mi seppe e lui e Giuliano dire, che io achonsenti' facessino quello paressi loro.

Erano, quando facemmo tale ragionamento insieme, circa a hore dua di nocte: né credecti però che chiamassino la sera questi vicini; e però quando loro si partirono da me, mi posi a scrivere una lettera a' S.ri Dieci et ero in su fantasia per ordinarla in modo, che io non scoprissi però loro tutti e disegni di N. S. perché non sapevo se li piaceva, e anchora non volevo fussi tanto asciutta che loro judicassino o che io qua fussi pocho diligente o di pocho ingegno, o vero non tenessi quello conto di loro che s'appartiene, maxime sendo loro per ogni qualità e primi huomini della città nostra. Et mentre ero in su questo ghiribizo, comparse la vicina colla figla e 'l figlo e davantaggio un fratello d'essa che veniva quasi per custode di questa brigata. La quale chome hebbi veduta, ricevetti chon quello più piacevole modo mi concede la natura, ché vi potete essere acorto che simili achoglienze liete et parole adulatorie non chaschono in me: pure mi sforzai e fini' la lettera in brieve conclusione, col dire bixognava a volere fare iudicio aspettare la resolutione de' Svizeri della dieta della epifania.

Chosì Giuliano colla figla femmina si messe a cianciare, e Filippo col maschio, e io per dare loro più commodità chiamai la vedova e il fratello da canto e li cominciai a domandare di certo piato hanno, ad ciò che, occupati in questo parlare, dessino tempo a coloro, e intanto anchora fussi l'hora della cena. Né potevo però fare che qualche volta non porgessi l'orechio a quello diceva Giuliano alla Constantia, che chosì à nome, ch'erano le più suave parole che voi udissi mai, lodandola della nobiltà, della bellezza, del parlare e di tutte le parte si può lodare una donna. Filippo anchora chol maschio non si stava con certe parolette acomodate, chol domandare se studiava, se havea maestro e, per entrare più a drento, interrogava se dormiva chon esso, in modo che spesso il vergognoso fanciullo abassava il viso sanza risponderli. Venne il tempo della cena, la quale facemmo allegramente: dopo essa ci ponemmo al fuoco, dove consumammo il tempo in dir novelle, in fare a propositi, in bisticci o a che è buona la pagla. Ma haresti riso, ché, poco avanti cena, per interrompere non dirò la nostra ma la loro quiete, ci capitò Piero del Bene, el quale harei desiderato non fussi entrato in camera; ma non so dispiacere né simulare, in modo che lui entrò; ma, acortosi essere racholto da Filippo e Giuliano con mala cera, stette pocho a partirsi. Passammo questa sera dolcemente, e circa a mezza nocte le vicine si partirono, e noi, restati, n'andammo a dormire.

Ma, Niccolò mio, non posso fare non mi dogga con esso voi, che per volere contentare li amici sono diventato quasi prigione di questa Costantia. Prima veniva quando una femmina e quando un'altra e io non ponevo loro affectione; nondimeno con esse passavo fantasia. È venuta questa, che ardirò di dire che voi non vedesti mai più bella femmina colli ochi, né più galante; la quale havevo ben veduta prima, ma discosto, ma sendosi poi appressata, m'è tanto piaciuta che non posso pensare a altri che a lei: e perché ho veduto qualche volta innamorato voi e intexo quanta passione havete portata, fo quanta resistentia posso in questo principio: non so se sarò tanto forte e dubito di no, e quello seguirà in questo caso vi scriverrò.

Ho visto e capitoli dell'opera vostra, e mi piacciono oltre a modo; ma se non ho il tutto, non voglo fare judicio resoluto.

A Donato scripsi della settimana passata quanto mi ochorreva sopra il caso suo: nondimeno, se li achade altro, non mancherò. È ben vero che il caso di maestro Manente è più facile, perché lui vinse nello squittino e questo è certo.

Filippo non appruova che voi diciate si getti alle charogne, perché dice sempre haver volute chose perfecte, et che voi siate quello che vi mettete ogni choxa avanti sanza distintione.

Havevo pensato far questa lettera più lunga, ma per fretta l'ho abarlonzata, ché leggo tanto volentieri le vostre lettere, che mi par ogni dì mille di rispondervi per haverne da voi, al quale mi rachomando. Christo vi guardi.

Francesco Vettori oratore in Roma

A dì 18 di Gennaio 1513.

 

 

221

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 4 febbraio 1514

Magnifico oratori florentino Francisco Vittorio apud Summum Pontificem benefactori suo.

Magnifico oratore. Io tornai hieri di villa et Pagolo vostro mi dette una vostra lettera de' 23 del passato, che rispondeva ad una mia di non so quando, della quale io presi gran piacere, veggendo che la Fortuna vi è suta tanto amorevole, che l'ha saputo sì ben fare, che Filippo et il Brancaccio siano diventati con voi una anima in due corpi, overo due anime in un corpo, per non errare. Et quando io penso dal principio al fine di questa loro et vostra historia, che in verità, se io non havessi perduto le mie bazzicature, io l'harei inserta in fra le memorie delle moderne cose, et mi pare che la sia così degna di recitarla ad un principe, come cosa che io habbia udita questo anno. E' mi pare vedere il Brancaccio raccolto in su una seggiola a seder basso per considerar meglio il viso della Gostanza, et con parole et con cenni, et con atti et con risi, et dimenamento di bocca et di occhi et di spurghi, tutto stillarsi, tutto consumarsi, et tutto pendere dalle parole, dallo anhelito, dallo sguardo, et dallo odore, et da' soavi modi et donnesche accoglienze della Gostanza.

 

Volsimi da man dextra, et viddi il Casa

che a quel garzone era più presso al segno,

in gote un poco, et con la zucca rasa.

 

Io lo veggo gestire, et hora recarsi in su un fianco et hora in su l'altro; veggolo qualche volta scuotere il capo in su le mozze et vergognose risposte del giovane; veggolo, parlando seco, hora fare l'uffizio del padre, hora del preceptore, hora dello innamorato; et quel povero giovinetto stare ambiguo del fine a che lui lo voglia condurre: et hora dubita dell'honore suo, hora confida nella gravità dell'huomo, hora ha in reverenzia la venusta et matura presenzia sua. Veggo voi, signor oratore, essere alle mani con quella vedova et quel suo fratello et havere uno occhio a quel garzone, il ritto però, et l'altro a quella fanciulla, et uno orecchio alle parole della vedova et l'altro al Casa et al Brancaccio; veggovi rispondere generalmente loro, et all'ultime parole, come Eccho; et infine tagliare e ragionamenti, et correre al fuoco con certi passolini presti et lunghi un dito, un poco chinato in su le reni. Veggo, alla giunta vostra, Filippo, il Brancaccio, il garzone, la fanciulla rizzarsi; et voi dite: — Sedete, state saldi, non vi movete, seguite i vostri ragionamenti — et doppo molte cerimonie, un poco domestiche et grassette, riporsi ognuno a sedere, et entrare in qualche ragionamento piacevole. Ma sopratutto mi pare vedere Filippo, quando Piero del Bene giunse; et se io sapessi dipignere, vel manderei dipinto, perché certi atti suoi familiari, certe guardature a traverso, certe posature sdegnose non si possono scrivere. Veggovi a tavola, veggo gestire il pane, i bicchieri, la tavola et i trespoli, et ognuno menare, o vero stillare letizia, et in fine traboccare tutti in un diluvio d'allegrezze. Veggo infine Giove incathenato innanzi al carro, veggo voi innamorato; et perché quando il fuoco si appicca nelle legne verdi egli è più potente, così la fiamma essere in voi maggiore, perché ha trovato maggiore resistenza. Qui mi sarebbe lecito esclamare come quel terenziano: « O coelum, o terram, o maria Neptunni ». Veggovi combattere in fra voi, et quia non bene conveniunt, nec in una sede morantur maiestas et amor, vorresti hora diventare cigno per farle in grembo uno huovo, hora diventare oro perché la vi se ne portasse seco nella tasca, hora uno animale, hora uno altro, pure che voi non vi spicasse da lei.

Et perché voi vi sbigottite in su lo exemplo mio, ricordandovi quello mi hanno fatto le freccie d'Amore, io sono forzato a dirvi come io mi sono governato seco. In effetto io l'ho lasciato fare et seguitolo per valli, boschi, balze et campagne, et ho trovato che mi ha fatto più vezzi che se io lo havessi straziato. Levate dunque i basti, cavategli il freno, chiudete gli occhi, et dite: Fa' tu, o Amore, guidami tu, conducimi tu: se io capiterò bene, fiano le laude tue; se male, fia tuo il biasimo: io sono tuo servo: non puoi guadagnare più nulla con straziarmi, anzi perdi, straziando le cose tue. Et con tali et simili parole, da fare trapanare un muro, potrete farlo pietoso. Sì che, padron mio, vivete lie to: non vi sbigottite, mostrate il viso alla fortuna, et seguite quelle cose che le volte de' cieli, le condizioni de' tempi et degli huomini vi recano innanzi, et non dubitate che voi romperete ogni laccio et supererete ogni difficultà. Et se voi gli volesse fare una serenata, io mi offero a venire costì con qualche bel trovato per farla innamorare.

Questo è quanto mi occorre per risposta della vostra. Di qua non ci è che dirvi, se non prophezie et annunzii di malanni: che Iddio, se dicono le bugie, gli facci annullare; se dicono il vero, gli converta in bene. Io quando sono in Firenze mi sto fra la bottega di Donato del Corno et la Riccia, et parmi a tutti a due essere venuto a noia, et l'uno mi chiama impacciabottega, et l'altra impacciacasa. Pure con l'uno et con l'altro mi vaglio come huomo di consiglio, et per insino a qui mi è tanto giovato questa reputazione, che Donato mi ha lasciato pigliare un caldo al suo focone, et l'altra mi si lascia qualche volta baciare pure alla sfuggiasca. Credo che questo favore mi durerà poco, perché io ho dato all'uno et all'altro certi consigli, et non mi sono mai apposto, in modo che pure hoggi la Riccia mi disse in un certo ragionamento che la faceva vista di havere con la sua fante: Questi savi, questi savi, io non so dove si stanno a casa; a me pare che ognuno pigli le cose al contrario.

Oratore magnifico, vedete dove diavolo io mi truovo. Vorreimi pure mantenere costoro; et per me non ci ho rimedio: se a voi, o a Filippo, o al Brancaccio ne occorresse alcuno, mi sarebbe grato me lo scrivessi. Valete.

Addì 4 di Febbraio 1513.

Niccolò Machiavelli in Firenze

 

 

222

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 9 febbraio 1514

Spectabili viro Niccolò Machiavelli etc.

A dì 9 di Febraio 1513.

Compar mio caro. Non risponderò in questo principio a l'ultima ho da voi, ma seguirò dove io lasciai, che credo fussi in sul repugnare all'amore quanto potevo. Né credete pensassi che non bene conveniant maiestas et amor, perché a me pare havere più maiestà quando sono Francesco in Firenze, che hora qui sendo oratore. Ma consideravo che ho 40 anni, ho donna, ho figluole maritate e da marito; non ho però roba da gittare; ma che sarebbe ragionevole che tutto quello potessi rispiarmare lo serbassi pelle figluole; e quanto vile choxa sia lasciarsi vincere alla voluptà, et che chostei era qui vicina, et che in essa spenderei, e ogni giorno n'harei mille fastidi; oltre a questo, per essere bella et giovane et galante, havevo a pensare che, chome piaceva a me, piacerebbe anchora a altri e d'altra qualità non sono io, in modo la potrei godere pocho et ne starei in continua gelosia: et coosì andandomi raggirando questi pensieri pel capo, fermai il proposito levarmela in tutto dall'animo; e in questa fantasia stetti dua giorni, e già mi pareva essere confirmato in modo da non esser rimosso di mia oppenione. Accadde che, il terzo giorno, la madre venne a parlarmi, da sera, e menò seco la figla; « e io ch'arei giurato / Difendermi da huom coperto d'arme, / Con parole et con atti fu' legato ». La madre parlò di sua faccende, poi s'uscì di camera, e me la lasciò sola al fuoco; né io potetti fare non parlassi seco e li tochassi le mani e 'l collo: e mi parve sì bella e sì piacevole che tutti e propositi havevo facto, m'uscirono del capo, e deliberai darmi in preda a essa, e che mi governassi et guidassi chome li pareva. Né vi voglo dire quello sia subcesso poi: basta che mi è achaduto e fastidi et gelosie più non stimavo. La spesa è bene insino a qui stata minore, ma l'animo è stato sempre in angustia. E quanto più li parlo, più li vorrei parlare, e quanto più la veggo, più la vorrei vedere. Pure mi è venuto a proposito, che Piero, mio nipote, ci sia venuto: perché prima veniva in chasa a cena come li pareva, hora non vien più; e potrebbesi anchora spegnere il fuoco, che non credo però sia apichato in modo che questa aqua non lo debba extinguere. Ma, Nicolò mio, voi non vedesti mai colli ochi la più bella choxa: grande, ben proportionata, più presto grassa che magra, biancha, con un colore vivo, un viso non so se è affilato o tondo, basta che mi piace; galante, piacevole, motteggievole, sempre ride, pocho accurata di sua persona, sanza aque o lisci in sul viso: dell'altre parte non voglo dire nulla, perché non l'ho provate quanto desiderrei.

Né crediate però che in su questo non habbi havuto da Filippo e Giuliano qualche riprensione o voglam dire amorevole monitione; e io ho risposto loro quello mi par sia vero: che mai è da riprendere uno quando tu pensi che lui conosca d'errare; perché questo non è altro che acrescerli passione, né per quello si ritrahe o rimuove dall'errore. È apunto ochorso che Filippo è inchappato in quello reprendeva me; ma il suo è un factore d'uno orafo che, a suo iudicio, mai fu visto simil choxa, ma è segnato per l'hoste, cioè pel maestro della botega: pure, Filippo ha dato intorno alle buche e tentato il guado. E io che so che sono questi Romani, mi sono sforzato, avanti vada molti passi in là, ritrarlo, né ho possuto, insino ch'el maestro l'ha minacciato e li harebbe facto male, se non che lui, impaurito, non che guardi più il fanciullo, ma apena passa per Banchi dove è la sua botega. E' bixognarà metta il campo a rocha più debole et che habbi mancho guardia; e per questo è di continuo alle mani con ser Sano, in modo che Giuliano, che è schifo di questa cosa, si guarda dall'andare chon lui per Roma: et chome sono in chasa sempre hanno parole insieme et eleggono per giudice un mio cancelliere alto quanto Piero Ardinghelli, ma non molto introdocto in simil' pratiche, perché ha più presto atteso a exercitare la mano che altro, che è la prima choxa si ricercha in uno scrittore.

A chi vive l'intervengono diversi casi; e però non mi maraviglo che la Riccia sopra ira habbi biasimato il consiglo de'  savi: né credo per questo non vi porti amore, et che non v'apra quando volete; perché la reputarei ingrata, dove insino a hora l'ho iudicata humana et gentile. Et son certo che Anton Francesco non l'ha facta superba; el quale mandò qui un suo frate, per un benificio, che m'ha decto che lui non dorme più a casa sua, ma a uno orto presso a Bernardo Rucellai, che si chiama la Riccia, e lo fa per havere più commodità di studiare; ma quando la Riccia vi serrassi l'uscio adosso, atterretevi al Riccio di Donato, el quale non si muta colla fortuna, ma ha nervo e schiena e va più drieto alli amici bassi che alti.

E per ragionare del Riccio, non voglio dimenticare Donato. Io sempre sono stato più rispiarmatore de' danari d'altri che de' mia, e però non ho usata la sua commessione. Io vorrei che Donato intendessi da Jacopo Gianfiglazi, se lui crede che Lorenzo lo facci imborsare chome mi promisse: se lo crede, non entriamo in spendere più che quello s'è speso insino a hora; se non lo crede, usereno questi remedi che lui mi scrive. Et chome fia imborsato, pensereno al farlo vedere; e credo ci riuscirà, siché pensate se vi piace questo modo, ché io farò quello vorrete. Né altro v'ho a dire per questa. Christo vi guardi.

Francesco Vectori oratore in Roma

 

 

223

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 25 febbraio 1514

Magnifico oratori florentino Francisco Vettorio apud S. Pontificem suo observandissimo.

Rome.

Magnifico oratore. Io hebbi una vostra lettera dell'altra settimana, et sono indugiatomi ad hora a farvi risposta, perché io desideravo intendere meglio il vero di una novella che io vi scriverrò qui dappiè: poi risponderò alle parti della vostra convenientemente. Egli è accaduto una cosa gentile, o vero, a chiamarla per il suo diritto nome, una metamorfosi ridicola, et degna di esser notata nelle antiche carte. Et perché io non voglio che persona si possa dolere di me, ve la narrerò sotto parabole ascose.

Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia, una sera in fra l'altre ne' passati giorni, sonata l'Ave Maria della sera, veggendo il tempo tinto, trarre vento, et piovegginare un poco (tutti segni da credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si cacciò in piedi un paio di scarpette grosse, cinsesi un carnaiuolo, tolse un frugnuolo, una campanella al braccio, et una buona ramata. Passò il ponte alla Carraia, et per la via del Canto de' Mozzi ne venne a Santa Trinita, et entrato in Borgo Santo Appostolo, andò un pezzo serpeggiando per quei chiasci che lo mettono in mezzo; et non trovando uccelli che lo aspettassino, si volse dal vostro battiloro, et sotto la Parte Guelfa attraversò Mercato, et per Calimala Francesca si ridusse sotto il Tetto de' Pisani; dove guardando tritamente tutti quei ripostigli, trovò un tordellino, il quale con la ramata, con il lume, et con la campanella fu fermo da lui, et con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone sotto la spelonca, dove alloggiava il Panzano, et quello intrattenendo et trovatogli la vena larga et più volte baciatogliene, gli risquittì dua penne della coda et infine, secondo che gli più dicono, se lo messe nel carnaiuolo di drieto.

Ma perché il temporale mi sforza a sbucare di sotto coverta, et le parabole non bastano, et questa metaphora più non mi serve, volle intendere il Brancaccio chi costui fosse, il quale gli disse, verbigrazia, essere Michele, nipote di Consiglio Costi. Disse allhora il Brancaccio: — Sia col buono anno, tu sei figliuolo di uno huomo dabbene, et se tu sarai savio, tu hai trovata la ventura tua. Sappi che io sono Filippo da Casavecchia, et fo bottega nel tal lato; et perché io non ho danari meco, o tu vieni, o tu mandi domattina a bottega, et io ti satisfarò. — Venuta la mattina, Michele, che era più presto cattivo che dappoco, mandò un zana a Filippo con una poliza richiedendoli il debito, et ricordandoli l'obbligo; al quale Filippo fece un tristo viso, dicendo: — Chi è costui, o che vuole? io non ho che fare seco; digli che venga a me. — Donde che, ritornato il zana a Michele, et narratogli la cosa, non si sbigottì di niente il fanciullo, ma animosamente andato a trovare Filippo, gli rimproverò i benefici ricevuti, et li concluse che se lui non haveva rispetto ad ingannarlo, egli non harebbe rispetto a vituperarlo; tale che parendo a Filippo essere impacciato, lo tirò drento in bottega, et li disse: — Michele, tu sei stato ingannato; io sono un huomo molto costumato, et non attendo a queste tristizie; sì che egli è meglio pensare come e' si habbi a ritrovare questo inganno, et che chi ha ricevuto piacere da te, ti ristori, che entrare per questa via, et senza tuo utile vituperare me. Però farai a mio modo; andra'tene a casa, et torna domani a me, et io ti dirò quello a che harò pensato. — Partissi il fanciullo tutto confuso; pure, havendo a ritornare, restò paziente. Et rimasto Filippo solo, era angustiato dalla novità della cosa, et scarso di partiti, fluctuava come il mare di Pisa quando una libecciata gli soffia nel forame. Perché e' diceva: Se io mi sto cheto, et contento Michele con un fiorino, io divento una sua vignuola, fummi suo debitore, confesso il peccato, et di innocente divento reo: se io niego senza trovare il vero della cosa, io ho a stare al paragone di un fanciullo, hommi a giustificare seco, ho a giustificare gli altri; tutti i torti fieno i mia. Se io cerco di trovarne il vero, io ne ho a dare carico a qualcuno, potrei non ivi apporre, farò questa inimicizia, et con tutto questo non sarò giustificato.

Et stando in questa ansietà, per manco tristo partito prese l'ultimo; et fugli in tanto favorevole la fortuna, che la prima mira che pose, la pose al vero brocco, et pensò che il Brancaccio gli havesse fatto questa villania, pensando che egli era macchiaiuolo, et che altre volte gli haveva fatto delle natte quando lo botò a' Servi. Et andò in su questo a trovare Alberto Lotti, verbigrazia, et narratoli il caso, et dectoli l'oppenione sua, et pregatolo havesse a sé Michele, che era suo parente, vedesse se poteva riscontrare questa cosa. Giudicò Alberto, come pratico et intendente, che Filippo havesse buono occhio, et promessoli la sua opera francamente, mandò per Michele, et abburattatolo un pezzo, li venne a questa conclusione: — Darebbet'egli il cuore, se tu sentissi favellare costui che ha detto di essere Filippo, di riconoscerlo alla boce? — A che il fanciullo replicato di sì, lo menò seco in Santo Hilario, dove e' sapeva il Brancaccio si riparava, et facendogli spalle, havendo veduto il Brancaccio che si sedeva fra un monte di brigate a dir novelle, fece che il fanciullo se gli accostò tanto, che l'udì parlare; et girandosegli intorno, veggendolo il Brancaccio, tutto cambiato se li levò dinanzi; donde a ciascuno la cosa parse chiara, di modo che Filippo è rimaso tutto scarico, et il Brancaccio vituperato. Et in Firenze in questo carnasciale non si è detto altro, se non: — Se' tu il Brancaccio, o se' il Casa? —; « et fuit in toto notissima fabula coelo ». Io credo che habbiate hauto per altre mani questo avviso, pure io ve l'ho voluto dire più particulare, perché mi pare così mio obbligo.

Alla vostra io non ho che dirvi, se non che seguitiate l'amore totis habenis, et quel piacere che voi piglierete hoggi, voi non lo harete a pigliare domani; et se la cosa sta come voi me l'havete scritta, io ho più invidia a voi che al re di Inghilterra. Priegovi seguitiate la vostra stella, et non ne lasciate andare un iota per cosa del mondo, perché io credo, credetti, et crederrò sempre che sia vero quello che dice il Boccaccio: che gli è meglio fare et pentirsi, che non fare et pentirsi.

Addì 25 di Febbraio 1513.

Niccolò Machiavelli in Firenze

 

 

224

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, febbraio-marzo 1514

Io non voglio lasciare indreto di darvi notizia del modo del procedere del magnifico Lorenzo, che è suto infino ad qui di qualità, che gli ha ripieno di buona speranza tutta questa città; et pare che ciascuno cominci ad riconoscere in lui la felice memoria del suo avolo. Perché sua M.tia è sollecita alle facciende, liberale et grato nella audienza, tardo et grave nelle risposte. El modo del suo conversare è di sorte, che si parte dagli altri tanto, che non vi si riconosce drento superbia; né si mescola in modo, che per troppa familiarità generi poca reputatione. Con e giovani suoi equali tiene tale stilo, che non gli aliena da sé, né anche dà loro animo di fare alcuna giovinile insolentia. Fassi in summa et amare et reverire, più tosto che temere; il che quanto è più difficile ad observare, tanto è più laudabile in lui.

L'ordine della sua casa è tosi ordinato, che anchora vi si veggha assai magnificenza et liberalità, nondimeno non si parte da la vita civile; talmente che in tucti e progressi suoi extrinseci et intrinseci non vi si vede cosa che offenda, o che sia reprensibile; di che ciascuno pare ne resti contentissimo. Et benché io sappia che da molti intenderete questo medesimo, mi è parso di scrivervelo, perché col testimone mio ne prendiate quel piacere che ne prendiamo tutti noi altri, e quali continuamente l'observiamo, et possiate, quando ne habbiate occasione, farne fede per mia parte alla santità di Nostro Signore.

 

 

225

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 16 aprile 1514

Magnifico oratori Francisco Victorio etc.

Sarà egli però, doppo mille anni, cosa reprehensibile che io vi scriva altro che favole? Credo di no; et però a me pare, posposto ogni rispetto irragionevole, da pregarvi che voi mi sviluppiate una matassa che io ho nella testa.

Io veggo il re di Spagna, il quale, poi che egli entrò in Italia, è stato sempre il primo motore di tutte le confusioni cristiane, posto in mezzo, al presente, di molte difficoltà. Parmi prima che non faccia per lui che Italia stia con questo viso, et che non possa comportare in essa tanta potenza et della Chiesa et de' Svizzeri, parendoli havere più timore dello stato di Napoli hora, che quando ci erano i Francesi, perché tra Milano et Napoli era allhora il papa il quale non doveva lasciare insignorire del reame i Francesi, per non rimanere in mezzo; ma hora infra il papa, Svizzeri et lui non ci è mezzo veruno. Parmi ancora che stando le cose di là da' monti in guerra non faccia per lui, perché non sempre può riuscire la guerra tavolata, come l'anno passato. Et sarebbe necessario a lungo andare, che il re di Francia o vincesse o perdesse; nell'uno et nell'altro di questo non v'è la sicurtà di Spagna; et quando non nascesse una terza cosa, che si straccassino, potrieno voltarsi tutti a' danni della cagione del loro male, perché è da credere ch'e suoi tranelli sieno conosciuti, et che gli habbino cominciato a generare fastidio et odio nelli animi delli amici et de' nemici.

Concludo adunque, le cose nell'essere presente non faccendo per lui, conviene s'ingegni variarle. A volere variare quelle d'Italia con sua maggiore securtà, conviene che cavi li Svizzeri di Milano, et non vi metta Francia. In questo egli ha due difficultà, l'una come sanza Francia egli ne possa cavare li Svizzeri, l'altra chi egli v'habbia a mettere. Perché considerato il primo caso, io non credo che Francia convenga mai di venire con tutte le sue forze in Lombardia, se non a rimanere padrone; et quando i patti fussero, o pure che vi venisse, o per darlo al secondo figliuolo del re Filippo, come suo genero, o ad altri, non so, trovandosi più potente di forze, se non fosse sempre un babbione, come se lo osservasse, né so come Spagna si possa fidare di questa promessa. Che Svizzeri se ne possino cavare senza Francia, io credo che ciascuno dirà di no, perché, considerato chi e' sono, dove e' sono, quanti e' sono, et animo che gli hanno preso, giudicherà senza le forze di quel re che sia impossibile trarnegli. La seconda difficultà del darlo, alla Chiesa non credo lo dia, a' Veneziani tanto meno, per sé proprio non può pigliarlo. Potrebbelo dare, come si dice, al nipote che è più ragionevole; tamen non vi è veruna sicurtà sua, perché viene per hora a darlo all'imperadore; et, come l'imperadore si vedesse governatore di Milano, li verrebbe subito voglia di diventare imperadore d'Italia, et comincierebbesi da Napoli, dove e Tedeschi hebbono prima ragione che gli Spagnuoli.

Dipoi ci veggo, quando si pigli per l'arciduca contro alla voglia de' Svizzeri, difficultà nel tenerlo, et massime senza l'armi di Francia, perché se Svizzeri non potranno sostenere la piena quando la verrà la lasceranno passare, et subito che la sia passata, vi rientrerranno; perché sanno che se un duca non vi tiene sempre ventimila fanti et seimila cavalli almeno, non vi starà mai sicuro da loro; et a tener questi, Spagna et l'imperadore non bastano. Di qui nasce che Svizzeri, non obstante le pratiche che sentono tenersi che si habbia a dare quel ducato all'arciduca, stanno duri contro a Francia; et di queste pratiche non mostrano curarsi, perché gli stimano che altri che Francia non possa tenere quel ducato contro alla loro voglia, et però si oppongono a Francia, et delli altri si fanno beffe.

Vorrei pertanto, signore oratore, che voi in prima mi rispondessi, se questi mia presupposti vi paiono veri, et quando vi paino, voi me gli risolviate, et se voi vorrete intendere la resoluzione mia, ve ne scriverrò a lungo molto volentieri.

Sono offiziali di Monte il magnifico Lorenzo, Lorenzo Strozzi, Lorenzo Pitti, Ruberto de' Ricci et Mattio Cini. Non hanno fatto uffiziali di vendite, resta la conposizione a loro, et io ho a capitare loro alle mani con nove fiorini di decima, et quattro et mezzo d'arbitrio, che me ne va l'anno in 40 fiorini et ne ho 90 d'entrata o meno. Io mi arrabatto qua il meglio che posso. Se a voi paresse di scrivere una lettera ad alcuno di questi ufiziali, et fare loro fede della mia impossibilità, me ne rimetto a voi. Al magnifico non bisogna scrivere, perché non vi si raguna; basta a uno o dua di quelli altri. Addì 16 di Aprile 1514.

Niccolò Machiavegli in Firenze

 

 

226

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

 

Firenze, 20 aprile 1514

Domino Giovanni di Francesco Vernacci. In Pera.

Carissimo Giovanni. Io ho dua tue lettere in questo ultimo, per le quali mi commetti vegga di ritrarre quelli danari della monaca dal Monte, ad che, come prima si potrà, attenderò; perché se non passa l'ottava di Pasqua, non posso attendere, per non si potere andare a munisteri. Attenderovvi poi, et del seguito te ne darò notitia.

Io vedrò con Lorenzo et con altri, se io ti potrò indirizzare faccienda alcuna; et potendosi, lo intenderai.

Egli è uno artefice ricchissimo, che ha una sua figliuola un pocho zoppa, ma bella per altro, buona et d'assai; et secondo li altri artefici è di buone genti, perché ha li ufitii. Io ho pensato che quando e' ti desse dumila fiorini contanti di suggello, et promectesseti aprirti una bottega d'arte di lana et farviti compagno et governatore, per adventura sarebbe el bisogno tuo, pigliandola per moglie, perché io crederei che ti avanzassi 1500 fiorini, et che con quelli e con lo aiuto del suocero tu potessi farti honore et bene. Io ne ho ragionato così al largo, et mi è parso scrivertene ad ciò che tu ci pensi, et per il primo me ne advisi, et parendoti me ne dia commissione. Christo ti guardi.

In Firenze, addì 20 d'Aprile 1514.

Niccolò Machiavegli

 

Potrebbesi fare che tu stessi due o tre anni ad menarla, se tu volessi stare qualche tempo di costà.

 

 

227

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 16 maggio 1514

Spectabili viro Niccolò Machiavelli etc.

Addì 16 di Maggio 1514.

[...] De' presuppositi che voi fate ne appruovo qualcuno in tutto, et qualcuno varia un poco dalla mia fantasia. Appruovo il primo: che il re di Spagna, poi che entrò in Italia, sia stato causa al tenerla sempre in guerra, et questo habbia fatto, perché parendoli havere il regno di Napoli in puntelli, come ci ha veduto alcuno più grande di lui, ha temuto che non li tolga quello stato et ha messo sospetto ad altri, per havere conpagni ad abbassare quello che ha veduto grande. Non mi pare già che egli habbia havere quel medeximo o maggior sospetto al presente del papa et de' Svizzeri, che haveva de' Franzesi, perché i Franzesi erono in su l'arme gagliardi, et stavonvi sempre; haveano parte nel regno: egli l'haveva loro usurpato con fraude et tranelli, et poteva pensare che di continuo pensassono al rihaverlo, ancora che il papa fosse in mezzo, per il quale non si faceva che il regno di Napoli et il ducato di Milano fosse in mano di un medesimo. Potevasi presupporre che il papa era desideroso di acquistare alla Chiesa imperio, et segni se ne sono visti in modo, che facilmente poteva nascere conventione tra i Franzesi et il papa, che gli aiutassono pigliare quel regno, et l'odio havevano i Franzesi contro gli Spagnuoli era tale da credere vi havessino a prestare orecchi. Hora il papa non può cacciare gli Spagnuoli del regno per sé medeximo, ma ha bisogno de' Svizzeri, i quali vogliono assai danari; hagli a condurre dal principio di Italia nella fine di essa, et bisogna che la preparatione si vegga; non ha parte nel regno; è huomo disideroso di quiete; non ha l'arme in mano da sé, ma bisogna si fidi di altri, ancora che habbia il magnifico Juliano. Egli non è sino a qui experto; non ha soldati proprii, et bisogna adoperi de' soldati condotti: se saranno Colonnesi, non gli terranno mai quello stato, perché non vorranno; se saranno Orsini, i Colonnesi che combatteranno per la factione, gli faranno tale resistentia, che sarà impossibile faccia progresso. Et per questo concludo che Spagna haveva più paura di Francia quando era signore di Milano, che non ha al presente del papa con i Svizzeri.

Vengo bene nell'oppenion vostra, che per Spagna non faccia la guerra di là da' monti tra Francia et Inghilterra, et che disideri posarla per le ragioni ne dite, le quali mi satisfanno assai. Credo ancora che vorrebbe le cose di Italia variassero, maxime quelle di Milano, et che vorrebbe trarne il presente duca di stato, che sarebbe trarne i Svizzeri, et non vi mettere Francia. Et credo che egli non vorrebbe venire a rottura con li Svizzeri, né vorrebbe entrare in possessione con l'aiuto di Francia, perché dubiterebbe di quello che dite voi, che Francia venendo gagliardo in pigliare quello stato, non lo ritenesse poi per sé. Né è da credere voglia che questo stato venga in mano della Chiesa, né in mano de' Viniziani, né che pensi poterlo pigliare et tenere per sé: non che non vi fosse la volontà, ma sa che harebbe contro i Svizzeri, lo imperatore, et tutti i popoli. Ma egli fa un conto, che il re dia la sua seconda genita a Ferrando suo nipote, et per dote le ragioni di Milano, et che si obblighi con tante genti aiutarne cacciare il presente duca; et questo pensa habbia acconsentire lo imperadore, et credo li riuscirà. Disegna poi, che come questo accordo si scuopre, che il presente duca impaurisca, et che suoi governatori, i quali sono tutti imperiali, li persuadino a pigliare accordo, et che egli, senza aspettare guerra, et senza che genti habbiano a venire di Francia, habbia a consegnare le fortezze in mano a Ferrando detto, et che li popoli habbiano accettare le genti sue, et così senza guerra diventare signore di quello stato; et assai diventa egli, quando lo pigli il nipote, che ha x anni, et egli lo ha allevato et assueto sotto huomini spagnuoli, et pensa haverlo a governare, maxime insino che harà 20 anni. Et credo che così come il presente duca contenta i Svizzeri con danari, ancora egli farà il medeximo, et che questo giovane habbia havere favorevole la parte guelfa, havendo le ragioni di Francia et la figlia per moglie, et la parte ghibellina, essendo nipote dello imperatore; et benché conosca l'animo dell'imperatore vòlto a guerra et instabile, et sappia che, se governasse Milano, gli verrebbe voglia di pigliare Napoli, non crede che questo possa seguire, perché pensa havere egli a governare questo putto; et essendo nutrito appresso di lui, pare conveniente che habbia ministri spagnuoli, i quali insino non si saprà governare da sé, lo manterranno in questa oppenione; né teme de' Svizzeri, i quali accorderà con danari. Oltre a questo, quello stato harà in favore Francia, che gli è vicina, et quella parte di Alamagna che tiene lo imperatore. Hora, conpare mio, se voi mi domandassi se queste cose che Spagna si persuade sono ragionevoli, vi direi di no; nondimeno, come voi mi scriveste anno, che me ne ricordo, questo Cattolico, con tutti i gran progressi che gli ha fatti, io lo tengo più presto fortunato che savio; et perché meglio questo si possa vedere, examineremo un poco le actioni sue publiche, et lasceremo quelle ha fatte in Spagna et contro a' Mori, perché di queste non ho vera notizia; parleremo di quello che voi et io ci ricordiamo.

Nel '94, egli, per rihavere Perpignano, s'accordò con il re Carlo, non curò il parentado, non curò l'honore che la Casa d'Aragona perdesse un regno, non pensò che accrescendo il re di Francia di uno stato sì grande come il regno di Napoli, era facil cosa diventasse tanto gagliardo da poterli ritorre Perpignano, et dell'altre cose. Avveddesi poi dell'errore che haveva fatto; et non curando della fede, poi che Francia hebbe preso Napoli, si accordò con l'imperatore et con il papa, con Milano et Vinitiani, né pensò a quello che accadde, che questi altri si accorderebbono et la guerra rimarrebbe addosso a lui, come gli intervenne; ma l'aiutò la fortuna, ché il re Carlo morì. Seguì il presente re, volle venire a pigliare Milano, che era pigliare una porta del regno: egli non lo impedì, né lo prohibì pure con parole. Prese Milano, et facilmente poteva pigliare Italia; egli non si impacciò di niente, né quando il papa tiranneggiava Roma, né quando il Valentino distruggeva et saccheggiava Italia. Venne volontà al re di Francia pigliare Napoli, et egli si accordò di haverne la metà, et poteva pensare che essendo i Franzesi sì forti in Italia, l'havessero a cacciare di quella parte che gli toccava. Il mal governo de' Franzesi et la prudentia di Consalvo fece che riuscì il contrario; et con arte, inganni et promesse fece al re di Francia quello che non seppe fare a lui. Lasciollo dipoi pigliare Genova, nel qual tempo, se voleva seguire, pigliava il regno et tutto il resto di Italia. Fecesi l'accordo di Cambrai, Spagna acconsentì, et poteva facilmente conprendere che se Francia vinceva, poteva ciò che voleva; se i Vinitiani vincevano, era il medeximo, et l'uno et l'altro era per nuocerli. Ma come Francia hebbe vinto, gli parve essere in pericolo, et contro a ragione, perché haveva visto segni che egli non voleva passare i termini suoi. Pure seguì in questo suo pensiero, et messe sospetto al papa, et offerse esserli fautore, et cominciò aiutarlo solo con trecento lance; et non contentava il papa, et faceva contro il re. Il papa perdé, et se messer Gianiacopo seguiva la vittoria, il regno di Napoli era perduto. Di nuovo si accordò con il papa, et seguinne la rotta di Ravenna, et allhora il regno non haveva rimedio: furonli favorevole la fortuna et le discordie che erono tra Sanseverino et Trivulzio; nondimeno, non contento a questo, con un capo più presto da stare in camera che in campo, essendo egli lontano mille miglia, rimesse su il viceré, il quale gli ha messo due volte quell'exercito in sul tavoliere, donde, se era rotto, ne seguiva la perdita degli stati suoi, come quando venne a Firenze dove portò pericolo et non faceva per il re rimettere un cardinale, che ha dependere dal papa, in casa: l'altra, questo anno, a Vicentia, quando si condusse in luogo, che altro che la poca patientia di Bartolomeo d'Alviano non lo poteva aiutare. Ma l'anno passato, quando egli fece la triegua, non dette egli un'altra volta in mano al re di Francia Italia? Né gli seppe essere amico né inimico. Sì che, chi considerrà bene le actioni sue, lo giudicherà fortunato, et che ogni cosa gli sia successa bene; ma che l'habbi cominciate da prudente, questo nessuno di buona mente potrà giudicare.

Conpare mio, io so che questo re et questi principi sono huomini come voi et io, et so che noi facciamo di molte cose a caso, e di quelle che ci inportano bene assai, et così è da pensare che faccino loro. Questo re di Spagna ama assai Ferrando suo nipote, et gli vorrebbe dare uno stato in Italia, et la volontà lo traporta in modo, che non vede tutti i pericoli ne' quali entra. Oltre a questo, chi è uso a vincere non gli pare mai potere perdere. Sommi ricordato di uno altro suo errore. Egli fece ogni opera che papa Leone fosse fatto papa, et così haveva dato ordine alli suoi agenti, quando intendeva che Giulio era ammalato; né avvertiva che faceva un papa de' più nobili fosse in corte, di più stato et di più riputatione, et che il regno di Napoli sempre era stato molestato da' pontefici: et si haveva a sforzare fosse eletto un papa della faction sua, ma debole. Et come l'hebbe aiutato far papa, fece la triegua con Francia, senza fargliene pure intendere una parola, che non fu altro che cominciare a perdersi il benifitio gli haveva fatto. Et così, chi andasse examinando bene, ritroverrebbe delli altri, i quali non ho hora in fantasia.

Se io vi ho a dire come la intendo, a me non pare che faccia per Spagna il fare questo parentado: et prima, Spagna non ha in mano lo stato, ma l'ha il presente duca; bisogna dunque che accordi con Francia che egli habbia ad aiutargliene ripigliare, perché per sé medesimo non è atto, essendosi vista la pruova che i Svizzeri l'hanno difeso da maggiore esercito del suo; né può sperare tale aiuto dallo imperatore, che possa sperare con esso havere a entrare in possessione dello stato, perché egli non ha tanta gente, né tanti danari che possa ostare a' Vinitiani sbattuti et rovinati, non che ad aiutare altri. Se Francia l'aiuta, ha la parte nello stato, et ne diventerà signore; et, come voi dite, se non è un babbione, lo riterrà per sé, né gli darà noia quello che dicono molti, che per sicurtà Spagna vorrà la figlia in mano, perché saprà bene che a una figlia di cinque anni non li sarà fatto altro che honore et carezze; et vendicherassi di Spagna con quelle medexime arti è stato offeso da lui più volte. Non fa per Spagna ancora trarre questa voce fuori, di volere fare questo parentado, con il quale impaurisce tutta Italia, et se in essa fosse niente di virtù, non è però sì debole di gente d'arme, né di danari, che con condurre 6mila Svizzeri, che sarebbono presto, non si potesse rovinare questo exercito spagnuolo, che non ha in fatti più che 3mila a.ppiè et 600 lance; et se l'exercito si rovinasse, sarebbe facile a cacciarlo del regno, né egli potrebbe a questo fare riparo presto, et Francia, che ha le genti in ordine, starebbe a vedere il giuoco et se ne riderebbe. Vedesi ancora che Spagna ha sempre amato assai questo suo viceré, et per errore che habbia fatto non l'ha gastigato, ma più presto fattolo più grande, et puossi pensare, come molti dicono, che sia suo figlio, et che habbia fantasia lasciarlo re di Napoli. Se mette questo suo nipote in Milano, questo altro suo disegno è rotto, perché egli sarà sì grande, che, non che Napoli, dove harà molte ragioni, gli sarà facile pigliare tutto il resto di Italia. Non voglio parlare se per Francia fa questo parentado o no, perché egli mi pare condotto dalla forza, perché ha avuto già più anni tante spese et così mala sorte, che credo non vegga l'hora da essere fuori di guerra.

Francesco Vettori

 

 

228

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 10 giugno 1514

Magnifico oratori florentino Francisco Victorio apud Summum Pontificem. Rome.

Magnifico oratore. Io ricevei due vostre lettere essendo in villa, dove con la mia brigata mi truovo, che me le mandò Donato da parte del Brancaccio. Feci a quelle quella risposta mi parve conveniente, et circa a' miei casi privati, et circa lo amore vostro et le altre cose. Ma venendo dua dì sono in Firenze, io le sdimenticai, di modo che, parendomi fatica a riscriverle, ve le manderò un'altra volta. Et per hora vi scriverrò questa, acciò che sappiate che le vostre sono arrivate salve; et brevemente vi dirò come io non sono venuto costì, tenuto da quelle cagioni che voi hora mi chiarite, le quali mi intendevo prima per me stesso.

Starommi dunque così tra' miei pidocchi, senza trovare huomo che della servitù mia si ricordi, o che creda che io possa essere buono a nulla. Ma egli è impossibile che io possa stare molto così, perché io mi logoro, et veggo, quando Iddio non mi si mostri più favorevole, che io sarò un dì forzato ad uscirmi di casa, et pormi per ripetitore o cancelliere di un connestabole, quando io non possa altro, o ficcarmi in qualche terra deserta ad insegnare leggere a' fanciulli, et lasciare qua la mia brigata, che facci conto che io sia morto; la quale farà molto meglio senza me, perché io le sono di spesa, sendo avvezzo a spendere, et non potendo fare senza spendere. Io non vi scrivo questo, perché io voglia che voi pigliate per me o disagio o briga, ma solo per sfogarmene, et per non vi scrivere più di questa materia, come odiosa quanto ella può.

De amore vestro, io vi ricordo che quelli sono straziati dallo Amore, che quando e' vola loro in grembo, lo vogliono o tarpare o legare. A costoro, perché egli è fanciullo et instabile, e' cava gli occhi, le fegate et il cuore. Ma quelli che quando e' viene godano seco et lo vezzeggiano, et quando e' se ne va lo lasciano ire, et quando e' torna lo accettono volentieri, et sempre sono da lui honorati et carezzati, et sotto il suo imperio trionfano. Pertanto, compare mio, non vogliate regolare uno che vola, né tarpare chi rimette per una penna mille; et goderete.

Addì x di Giugno 1514.

Niccolò Machiavelli in Firenze

 

 

229

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 27 luglio 1514

Spectabili viro Nicolò Machiavelli etc.

A' dì 27 di Luglio 1514.

Compar mio. Non vi maraviglate che io non v'habbi risposto a una vostra de' 10 di giugno, perché aspettavo quella che voi dicevi haver lasciato in villa, e poi vi volevo rispondere. Oltre a questo, voi in essa mi parevi fuor di modo aflicto, e io non potevo consolarvi, chome harei desiderato e chome desidero, perché non sarebbe charicho né faticha né incomodo che per voi non piglassi. E anchora che per la mia vi dicessi il rispecto havevo havuto a non vi chiamare qua su, vi dicho per questa che, quando crediate sia a vostro proposito, non guardiate a quello, e vegnate liberamente chome se venissi in chasa vostra. Perché, anchora che a me chaschino più dubbii nella mente che a tutti gli altri huomini, nondimeno mi guardo da offendere nessuno; e seguita poi che vuole.

Per la vostra de' 22 di questo, intendo quello mi scrivete circa a Donato; però io vi voglo replicare tutto quello ho operato in questo caso, e perché domandavo la lettera de' cento ducati. Un anno fa Donato mi scripse che desiderava essere imborsato; e chosì per sua parte ricerchai il magnifico Juliano, lui ne scripse a Lorenzo, né so che effecto si facessi la lettera, se non che Donato mi ricerchava del medesimo; in modo che io, stimando che la lettera di Juliano non facessi fructo, ne chiesi una al cardinale de' Medici. Promisse farla; ma intanto Lorenzo venne qui, di dicembre passato, e alhora feci che 'l cardinale gnene parlò, e anchora io, lui promisse liberamente farlo imborsare.

Successe poi che Donato e anchor voi pensasti che era meglo farne dare, dicendo che in questo spenderesti ducati cento. Io, che non confidavo in una lettera semplice del cardinale, ne conferi' con quello amico sapete, dicendoli: — Quando ci riesca, ne caveremo ducati cento. — Lui dixe: — Fa' che 'l cardinale me ne dia commessione, e lascia poi fare a me. — In modo che la feci dare, non una volta, ma dua; e alhora vi domandai per lettera quando era il tempo che tochassi la minore al nostro gonfalone. Il tempo era lungo, chome sapete: in modo che alhora non si poté fare niente.

Cominciai dipoi a ricordare a' Signori, e trovai l'amico non volto chome prima. Dubitai non diffidassi de' cento, con pensare che, havendogli havere da me, farei a sicurtà. E però scripsi a Donato, che ordinassi ch'e danari fussino qui. Né questo feci perché, anchor che io sia povero, non habbi modo a spendere cento ducati per uno amico, ma solo per poterli dire: Ecco qui la lettera d'aviso al tal banco, che mi paghi e danari a posta mia. E acadde apunto ch'una mattina che l'amico desinava mecho, venne una lettera di Donato chon una inclusa a Piero del Bene e chompagnia. Domandòmi che lettera fussi, e io gnene dissi. E subito mandai uno a portare la lettera a' Beni, a domandare se me la pagassino quando volessi. Loro risposono che la pagherebbono ogni volta, ma che non volevono stare ubrigati dua mesi, ma bastava loro stare ubrigati sei dì. Questa risposta non li satisfece; se bene io li dixi: — Io mi farò dare danari, e quando la chosa fia condocta, li havete, — non li piaque, chome quello che non li voleva havere haver da me. E io in facto non ero per tochare e danari, insino l'effecto non fussi seguìto; perché non voglo che sia mai huomo che pensi che per simil conto mi voglia valere né far fare nessuno. A me bastava solo ch'e Beni dicessino che mi pagherieno e cento ducati sempre, intra sei mesi, che io li volessi; et io harei potuto monstrare all'amico mio questo, forse si saria satisfacto. Ma loro me li volevono dare contanti; il che non era il bixogno. Nientedimeno il chaxo è qui. Di nuovo rapicherò questo filo; se lui vorrà scrivere in nome del cardinale, in buona hora; se non, harò a ogni modo una lettera del cardinale a Lorenzo, e una ne scriverrò io, e vedremo che effecto farà. Non biasimerei però che Donato facessi chostì qualche opera col magnifico Juliano, che crederrei fussi a proposito. E pensate che di quello potrò fare non ho a manchare; sono tutto vostro e suo. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome

 

 

230

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 3 agosto 1514 A Francesco Vettori in Roma.

Voi, compare, mi havete con più avvisi dello amor vostro di Roma tenuto tutto festivo, et mi havete levato dallo animo infinite molestie, con leggere et pensare a' piaceri et alli sdegni vostri, perché l'uno non sta bene senza l'altro. Et veramente la Fortuna mi ha condotto in luogo, che io ve ne potrei rendere iusto ricompenso; perché, standomi in villa, io ho riscontro in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più. Harei, come voi a me, a dire i principii di questo amore, con che reti mi prese, dove le tese, di che qualità furno; et vedresti che le furono reti d'oro, tese tra fiori, tessute da Venere, tanto soavi et gentili, che benché un cuor villano le havesse potute rompere, nondimeno io non volli, et un pezzo mi vi godei dentro, tanto che le fila tenere sono diventate dure, et incavicchiate con nodi irresolubili. Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei. Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi et gravi; non mi diletta più leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne; tutte si sono converse in ragionamenti dolci; di che ringrazio Venere et tutta Cipri. Pertanto se vi occorre da scrivere cosa alcuna della dama, scrivetelo, et dell'altre cose ragionerete con quelli che le stimono più, et le intendono meglio, perché io non ci ho mai trovato se non danno, et in queste sempre bene et piacere. Valete.

Ex Florentia, die iii Augusti 1514.

Vostro Niccolò Machiavelli

 

 

231

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 3 dicembre 1514

Spectabili viro Nicolò di M. Bernardo Machiavelli.

In Firenze.

Addì iii di Dicembre 1514.

Compar mio caro, non vi maravigliate, che, benché siate « spectatus satis, et donatus iam rude, quaeram iterum te antiquo includere ludo »; perché non lo fo se non per provare se vi potessi giovare. Potrestimi dire havere hauto da me da un tempo in qua di molte parole, alle quali effecti non sono conrisposti; a che io ho la scusa facile, che non havendo potuto giovare a me, non vi potete iustamente maravigliare non habbi giovato a voi, et credo siate chiaro che la volontà buona non è mancata.

Io voglio al presente mi rispondiate a quello vi domanderò; et prima vi fo questo presupposito: che il papa desiderà mantenere la Chiesa in quella dignità spirituale et temporale che l'ha trovata, et in quella iurisdictione, et più presto accrescerla. Fo poi questo altro: che il re di Francia voglia a ogni modo far forza di rihavere lo stato di Milano, et che i Vinitiani siano conlegati con lui in quel modo erano l'anno passato. Presuppongo che lo Imperatore, il Catholico et i Svizzeri sieno uniti a difenderlo: ricercovi quel che debbe fare il papa, secondo l'oppinion vostra. Se si unisce con Francia, quello che può sperare da lui, vincendo, et quello che può temere, se perde; quello che può temere delli avversarii, sendo unito con lui; se si unisce con quelli altri, quello può temere di Francia, vincendo, et quello può sperare o temere delli avversarii, se vincono; se sta neutrale, quello può temere di Francia vincendo, o di questi altri quando vincessino loro. Se vi pare ancora, appiccandosi dallo Imperatore et Cattolico, che facci per loro ingannarlo, et accordarsi con Francia; se giudichereste in ultimo, che quando e Venitiani lasciassero Francia et si accordassero con questi altri, che per il papa facesse unirsi insieme con loro, per tenere che Francia non venisse in Italia.

Son certo che la dimanda mia è difficile, et che io l'ho explicata più presto confusa che altrimenti. Voi, con la prudentia vostra et ingegno et pratica, saprete meglio intendere quello che ho voluto dire, che io non ho saputo scrivere. Et vorrei mi discorressi in modo questa materia, che voi pensassi che lo scritto vostro l'havesse a vedere il papa; et non pensate che ne voglia fare honore a me, perché vi prometto mostrarla per vostra, quando iudichi a proposito; né io mi dilettai mai tòrre l'honote et la roba a nessuno, maxime a voi, il quale amo come me medeximo. Havete ad intendere, circa a quanto dico di sopra, che la triegua tra Francia et Spagna finisce al principio di aprile, et che ancora che Inghilterra habbia parentado et pace con Francia, pure si può pensare, benché di questo non si habbia certezza, che la grandezza sua in Italia non li piacerà. Examinate tutto, et vi conosco di tale ingegno, che, ancora che siano due anni passati vi levasti da bottega, non credo habbiate dimenticato l'arte.

A Donato mi raccomandate, et ditegli che il cavaliere de' Vespucci spesso mi ha raccomandato la faccenda sua, et che io penso provar di nuovo, et se non mi riuscirà, che m'arà per scusato. Cristo vi guardi. Rispondete quanto più presto tanto meglio.

Francesco Vettori oratore in Roma

 

 

232

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

S. Andrea in Percussina, 4 dicembre 1514

Francisco Vettorio oratori florentino apud S. Pontificem.

Magnifice orator. Presentium exhibitor erit Niccolaus Tafanus amicus noster. Causa vie est soror, quam olim cuidam Jhoanni matrimonio tradidit; qui licet anuli vinculo etiam astrictus fuerit, tamen omni spreto iuramento, spretisque coniugalibus legibus, istuc se transtulit, ubi diu commoratus est et moratur, oblitus matrimoni et uxoris. Desiderat igitur hic noster horum alterum: aut Johannes secum ad uxorem huc accedat, aut illam, portione dotis quam accepit restituta, ordine repudiet; existimat enim omnia istic agi facillime posse, ubi Vicarius Christi degit. Super hoc igitur opem auxiliumque imploramus tuum, rogamusque ut maritum illum infidum arcessas, et ea auctoritate qua polles, cogas, adeo ut duobus Niccolais hoc valde efflagitantibus satisfiat. Movet enim nos cum justitia, quae causam hanc nostram fovet, tum presentis viri, totius familie alacritas, qua nichil est in hoc nostro rure suavius.

Sed de Tafano satis. Quod autem ad me pertinet, si quid agam scire cupis, omnem mee vitae rationem ab eodem Tafano intelliges, quam sordidam ingloriamque, non sine indignatione, si me ut soles amas, cognosces. Quo magis crucior atque angor, quod videam ut inter tot tantasque Magnifice Domus felicitates et urbis, soli michi Pergama restant.

Ex Percussino, iiii die Decembris 1514.

Nicolaus Maclavellus

 

 

233

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 10 dicembre 1514

A Francesco Vettori oratore a Roma. Niccolò Machiavelli addì 10 di dicembre 1514 more florentino.

 

Voi mi domandate qual partito potesse pigliare la Santità di Nostro Signore, volendo mantenere la Chiesa nella reputatione che l'ha trovata, quando Francia con l'adherenza di Inghilterra et Venitiani volesse in ogni modo recuperare lo stato di Milano, et dall'altro canto e Svizzeri, Spagna et imperatore fossero uniti a difenderlo. Questa è in effetto la più inportante domanda vostra: perché tutte l'altre dependono da questa, et di necessità è, declararle volendo, declarare questa bene. Io non credo sia stato venti anni fa il più grave articolo di questo, né so cosa delle passate sì difficile ad intendere, sì dubbia ad iudicare, et sì pericolosa a risolvere et seguire: pure, sendo forzato da voi, io entrerrò in questa materia, disputandola fedelmente almeno, se non suffitientemente.

Quando un principe vuole conoscere quale fortuna debbino havere dua che conbattino insieme, conviene prima misuri le forze et la virtù dell'uno et dell'altro. Le forze, in questa parte di Francia et di Inghilterra, sono quelle preparationi che si dicono fanno quelli re per questo accquisto, come è assaltare i Svizzeri in Borgogna con ventimila persone, assaltare Milano con maggior numero, et con vie maggiore numero assaltare la Navarra per tumultuare et variare gli stati di Spagna, fare una grossa armata in mare et assaltare Genova o il regno, o dove altrove venga loro bene. Et queste preparationi che io dico, sono possibili a questi duoi re, et a volere vincere necessarie; et però io le presuppongo vere. Et benché e' sia nell'ultimo quesito vostro, et si potesse pensare che Inghilterra si spiccasse da Francia, dispiacendogli la sua grandezza in Italia, io voglio questa parte disputarla hora, perché quando si spiccasse Inghilterra da lui, sarebbe fornita ogni quistione. Io credo che la cagione perché Inghilterra si impiastrasse con Francia, fosse per vendicarsi contro a Spagna delle ingiurie fatteli nella guerra di Francia; el quale sdegno è suto ragionevole, né veggo cosa che così presto possa cancellare questo, et spegnere l'amore della affinità contracta intra quelli duoi re: né mi muove l'antica inimicitia delli Inglesi et Franzesi, che muove molti, perché i popoli vogliono quello che i re, et non i re quello che i popoli. Quanto a darli briga la potenza di Francia in Italia, converrebbe questo dovesse nascere, o per invidia o per timore: la invidia potrebbe essere quando anco Inghilterra non havesse dove honorarse, et havesse da rimanere otioso; ma potendo anco egli farsi glorioso in Spagna, la cagione della invidia cessa. Quanto al timore, havete ad intendere che molte volte si accquista stato, et non forze, et se considererete bene, vedrete come al re di Francia nello accquistare terre in Italia, quanto ad Inghilterra, è uno accquistare stato et non forze; perché con tanto exercito potrà egli assaltare quella isola senza stati in Italia, quanto con essi; et quanto alle diversioni per havere Milano, ne ha Francia a temere più, havendo uno stato infido, et non sendo spenti li Svizzeri da muoverli con danari contro di lui, i quali trovandosi offesi da quello, gli sarebbono inimici daddovero, et non come l'altra volta. Et perché e' potrebbe anco essere che, accquistando Francia Milano, Inghilterra mutasse lo stato di Castiglia, potrebbe Inghilterra con lo accquisto suo offendere più Francia, che Francia con lo accquisto di Milano lui, per le ragioni dette. Pertanto io non veggo perché Inghilterra in questo primo impeto della guerra si habbi a spiccare da Francia, et però affermo quelle unioni et preparationi di forze di sopra scritte essere necessarie et possibili. Restaci e Venitiani, che sono di quello momento alle cose di questi duoi re, che sono le forze di Milano a quella altra banda, le quali giudico poche et deboli, et da poter essere ritenute dalla metà delle genti che si truovano in Lombardia. Considerando hora e difensori di Milano, veggo i Svizzeri atti a mettere duoi exerciti insieme da potere conbattere con quelli franzesi che venissero in Borgogna, et con quelli che venissero inverso Italia, perché se in questo caso si uniscono tutti i Svizzeri, et che siano con li Cantoni i Grigioni et Vallesi, possono mettere insieme più che ventimila huomini per banda. Quanto allo imperadore, perché io non so quello si facesse mai, io non voglio discorrere quello che hora e' potesse fare. Ma raccozzato Spagna, imperadore, Milano et Genova, non credo possino passare quindicimila persone da guerra, non ci potendo Spagna sumministrare nuove forze, aspettando la guerra in casa. Quanto al mare, se non manca loro danari, credo che fra i Genovesi et Spagna potranno fare armata da temporeggiare in qualche parte con quella degli avversarii. Credo pertanto che queste sieno le forze dell'uno et dell'altro.

Volendo al presente vedere donde la vittoria potesse pendere, dico che quelli re, per essere danarosi, possono tenere lungo tempo gli exerciti insieme; quelli altri, per essere poveri, non possono; di modo che, considerato l'armi, l'ordine et il danaio dell'uno et dell'altro, credo che si possa dire che se si viene subito a giornata, la vittoria starà dalla parte di Italia; se si temporeggia la guerra, che la se n'andrà di là. Dicesi, et pare ragionevole, che, conosciuta e Svizzeri questa difficultà, et per venire a giornata presto, voglino scontrare gli eserciti franzesi in su' monti di Savoia, acciò che quelli o, volendo passare, sieno forzati ad azzuffarsi o, non s'azzuffando, tornare indrieto, per la strettezza del sito et penuria di vettovaglie. Se questo può riuscire loro, bisognerebbe, a giudicarlo, essere perito del paese et della guerra; nondimanco dirò questo: che mai nelle cose antiche ho trovato essere riuscito ad alcuno tenere i passi, ma ho ben visti molti havere lasciati i passi et aspettato i nimici suoi ne' luoghi larghi, giudicando potere meglio difendersi, et con meno disordine esperimentare la fortuna della guerra. Et benché ci fosse qualche ragione da mostrare donde questo viene, le voglio lassare indrieto per non essere necessario a questo proposito discorrerle. Considerato adunque tutto, veggo per questa banda di qua solo una speranza: venire a giornata presto, la quale anco potrebbono perdete. Per la parte di Francia veggo etiam potere vincere la giornata, et conducendo la guerra in lungo, non la potere perdere; et veggo per la parte di qua, intra gli altri, nel maneggio della guerra duoi pericoli manifesti, l'uno che i Franzesi con l'armata loro, o per forza o d'accordo non entrino nel Genovese o nel Toscano, dove subito che fossero, tutto il paese di Lombardia sarebbe per loro, et di molti altri che vivono, chi paurosi et chi mal contenti, correrebbero loro sotto, di qualità che i Franzesi, trovando da essere ricevuti, potrebbono dondolare, et straccare i Svizzeri a loro piacere. L'altro pericolo è che quelli Cantoni che sono a' confini di Borgogna, a' quali toccherà tutto il pondo della guerra che si farà da quella parte, se la veggono durare troppo, non forzino gli altri a fare accordo con Francia. Di questo mi fa dubitare assai lo exemplo di Carlo duca di Borgogna, il quale gli havea, da quella parte guerreggiando et scorrendo, in modo stracchi, che gli mandarono il foglio bianco, et harebbegli spacciati in tutto, se non si fosse ad un tratto obbligato alla giornata. Et perché alcuno spera o teme che i Svizzeri per poca fede potrebbero voltarsi et accordarsi con il re et dare in preda questi altri, di questo io non ne dubito, perché e' combattono hora per l'anbitione loro, et se non è hora una delle soprascritte necessità che gli sforzi, credo che saranno nella guerra fedeli.

Se adunque la Santità del papa è forzata a pigliare partito, et pigli questa banda di qua, io veggo la victoria dubbia per le ragioni dette di sopra, et perché l'accessione sua non gli assicura in tutto, perché, se la toglie commodità et reputatione a' Franzesi, la non dà a quelli altri forze che bastino a potere tenere i Franzesi; perché havendo il re grossa armata in mare, et li Venitiani potendo anco loro armare qualche cosa, harebbe tanto che guardare, et di sopra et di sotto, il papa le sue marine, che le sue genti et le vostre qui a fatica basterebbero. Può bene essere che sua Santità fugga un pericolo prexente, quando loro se ne volessero assicurare, et truova ancora una presente utilità, potendo al prexente honorare i suoi. Se Sua Santità piglia la volta di Francia, quando e' si faccia in modo cauto che si possa senza pericolo aspettarlo, io giudico la vittoria certa, perché, potendo mettere per la via dell'armata in Toscana grossa gente insieme con la sua, farebbe in un subito tanto tumulto in Lombardia con le genti che i Venitiani vi havessero; ne seguiterebbe che gli Svizzeri et Spagnuoli non potrieno sostenere dua diversi exerciti da diversi lati, né difendersi dalla rebellione de' populi che sarebbe subitanea, in modo che io non veggo chi si potesse per questo tòrre la vittoria al re.

Desiderate, oltre di questo, intendere di chi fosse meno grave al papa l'amicitia o di Francia o de' Svizzeri, quando l'uno et l'altro vincesse con l'amicitia sua. Rispondo che io credo che da' vincitori Svizzeri et loro collegati et amici sarebbe al papa osservata la fede promessa per hora, et gli stati dati: ma, dall'altro canto, harebbe a sopportare i fastidii del vincitore; et perché io non riconoscerei vincitore se non i Svizzeri, harebbe a sopportare le ingiurie loro, le quali sarebbono subito di due sorte: l'una è per torli danari et l'altra amici, perché quelli danari che i Svizzeri dicono di non volere hora faccendo la guerra, crediate che gli vorranno in ogni modo, finita che la fia, et comincerannosi da questa taglia, la quale fia grave, et per parere honesta, et per paura di non gli irritare nel principio della caldezza della vittoria loro, non sarà loro negata. Credo, anzi sono certo, che il Duca di Ferrara, Lucchesi et simili, correranno a farsi loro raccomandati. Come e' ne hanno preso uno, actum erit de libertate Italiae, perché ogni giorno sotto mille colori taglieggeranno et prederanno, et varieranno stati, et quello che giudicheranno non potere fare hora, aspetteranno il tempo a farlo. Né si fidi alcuno che non pensino a questo, perché gli è necessario che ci pensino, et quando e' non vi pensassero, ve gli farà pensare l'ordine delle cose; che è che l'uno accquisto, l'una victoria dà sete dell'altra. Né si maravigli veruno che non habbino preso Milano apparentemente, et non habbino proceduto più oltre che potevano, perché il modo del governo loro, come egli è disforme in casa agli altri, così è disforme fuori, et ha per riscontro tutte le historie antiche; perché, se insino a qui e' si hanno fatto compagni, per lo avvenire e' si faranno raccomandati et censuarii, non si curando di comandarli né di maneggiarli particularmente, ma solo basta che gli stieno per loro nelle guerre, et che paghino loro l'annuale pensione; le quali cose e' si manterranno con la reputatione dell'armi di casa, et con il gastigare chi deviasse da questo. Per questa via, et presto, se tengono questa spugna, daranno le leggi a voi, al papa et a qualunque altro principe italiano; et quando voi vedete che pigliano una protectione, sciatis quod prope est aestas. Et se voi dicessi: — A cotesto fia rimedio, perché noi ci uniremo contro di loro, — vi dico che questo sarebbe un secondo errore et secondo inganno, perché l'unione di assai capi contro ad uno è difficile a farla, et poi, fatto che l'è, difficile a tenerla.

Dovvi per exemplo Francia, contro al quale havea congiurato ognuno, tamen subito Spagna fece triegua, et i Vinitiani gli diventarono amici, i Svizzeri l'assalirono tiepidamente, lo imperadore non si rividde mai, et infino Inghilterra si congiunse con lui; perché se quello, contro a chi è congiurato, è di tanta virtù, che non ne vadia subito in fumo, come feciono e Venitiani, troverrà sempre in molte oppinioni rimedio, come ha trovato Francia, et come si vedea harebbero trovato i Venitiani se potevano sostenere dua mesi quella guerra. Ma la debolezza loro non potette aspettare la disunione de' collegati, il che non interverrebbe a' Svizzeri, i quali sempre troverranno, o con Francia o con lo imperadore o con Spagna o con li potenti di Italia, modo, o da non li lasciare unire tutti, o pure, unendosi, a disgiungerli. Io so che di questa oppinione molti se ne faranno beffe, et io ne dubito tanto, et tanto la credo, che, se a' Svizzeri riesce il tenere questa piena, et noi viviamo ancora insieme sei anni, spero ricordarvelo.

Volendo voi dunque sapere da me quello che il papa può temere de' Svizzeri vincendo, et essendo loro amico, concludo che può dubitare delle subite taglie, et in brieve tempo della servitù sua et di tutta Italia, sine spe redemptionis, sendo republica, et armata senza esemplo di alcuno altro principe o potentato. Ma se sua Santità fosse amico di Francia, et vincesse, credo gli osserverebbe medeximamente le conventioni, quando le fossono convenienti, et non di sorte che la troppa voglia havesse fatto chiedere troppo al papa, et concedere troppo al re; credo che non taglieggierebbe la Chiesa, ma voi, et doverrebbe havere riguardo a lei rispetto alla conpagnia di Inghilterra, et a' Svizzeri, che non rimarrebbano morti tutti, et a Spagna, che, quando bene e' fosse cacciato da Napoli, restando vivo, sarebbe di qualche consideratione. Però parrebbe ragionevole che volesse dal suo la Chiesa reputata et amica, et così li Venitiani. In somma, in ogni evento di queste vittorie, veggo la Chiesa havere a stare a discretione d'altri, et però io giudico sia meglio stare a discretione di quelli che sieno più ragionevoli, et che per altri tempi havesse conosciuti, et non di quelli che, per non gli conoscere bene, io non sapessi ancora quello che si volessero.

Se quella banda da chi la Santità di nostro Signore si adherisse, perdesse, io temerei di ridurmi in ogni extrema necessità, et di fuga, et di exilio, et di ogni cosa di che può temere un papa; et però quando uno è forzato a pigliare uno de' duoi partiti, debbe, intra l'altre cose, considerare dove la trista fortuna di qualunque di quelli ti può ridurre, et sempre debbe pigliare quella parte, quando l'altre cose fossero pari, che habbi il fine suo, quando fosse tristo, meno acerbo. Senza dubbio meno acerba sarebbe la perdita con Francia amica, che con gli altri amici; perché, se sua Santità ha Francia amica, et perda, e' le rimane lo stato di Francia, che può tenere un pontefice honorato, resta con una fortuna, che per la potenza di quel regno può risurgere in mille modi, resta in casa sua, et dove molti papi hanno tenuta la loro sede. Se egli è con quelli altri et perda, e' conviene vadia o in Svizzerìa a morirsi di fame, o nella Magna ad essere deriso, o in Spagna ad essere expilato, tale che non è comparatione dal male che si tira drieto la cattiva fortuna dell'uno a quello dell'altro.

Lo stare neutrale non credo che fosse mai ad alcuno utile, quando egli habbia queste conditioni: che sia meno potente di qualunque di quelli che conbattono, et che egli habbia gli stati mescolati con gli stati di chi conbatte; et havete ad intendere prima, che non è cosa più necessaria ad un principe che governarse in modo con li sudditi, et con gli amici et vicini, che non diventi o odioso, o contemnendo, et se pure egli ha a lasciare uno di questi duoi, non stimi l'odio, ma guardisi dal disprezzo. Papa Giulio non si curò mai di essere odiato, pure che fosse temuto et reverito; et con quello suo timore messe sottosopra il mondo, et condusse la Chiesa dove la è. Et io vi dico che chi sta neutrale conviene che sia odiato da chi perde, et disprezzato da chi vince; et come di uno si comincia a non tenere conto, et stimato inutile amico, et non formidabile inimico, si può temere che gli sia fatta ogni ingiuria, et disegnato sopra di lui ogni rovina; né mancano mai al vincitore le iustificationi, perché, havendo li suoi stati mescolati, è forzato ricevere ne' porti hora questo et hora quello, riceverli in casa, sovvenirli di alloggiamento, di vettovaglia: et sempre ognuno penserà di essere ingannato, et occorreranno infinite cose che causeranno infinite querele; et quando bene nel maneggiare la guerra non ne nascesse alcuna, che è inpossibile, ne nasce doppo la vittoria, perché li minori potenti, et che hanno paura di te, subito corrono sotto il vincitore, et dànno a quello occasione di offenderti. Et chi dicesse: — Egli è il vero, e' ci potrebbe essere tolto questo, et mantenutoci quello, — rispondo che gli è meglio perdere ogni cosa virtuosamente, che parte vituperosamente, né si può perdere la parte che il tutto non triemi. Chi considera pertanto gli stati tutti della Santità di Nostro Signore, et dove sieno, et quali sieno i minori potenti che ci si includino, et chi sieno quelli che combattono, giudicherà Sua Santità essere di quelli che a nessuno modo possa tenere questa neutralità, et che l'habbi, pigliando simil partito, a rimanere inimica di chi vince et di chi perde, et che ognuno desideri fare male: l'uno per vendetta et l'altro per guadagno.

Voi mi domandate ancora se, quando il papa si accordasse con gli Svizzeri, imperadore et Spagna, e' facesse per Spagna et imperadore ingannarlo et adherirsi a Francia. Io credo che l'accordo infra Spagna et Francia sia inpossibile, et che non si possa fare senza consentimento di Inghilterra; et che Inghilterra non possa farlo se non contro a Francia, et per questo Francia non possa ragionarne, perché, essendo quel re giovane et in su la boria della guerra, non ha dove voltarse con l'armi, se non o in Francia o in Spagna: et come la pace di Francia metterà guerra in Spagna, così la pace di Spagna metterebbe guerra in Francia. Però il re di Francia, per non si perdere Inghilterra, per non tirare addosso a sé quella guerra et per havere mille cagioni di odiare Spagna, non è per porgere gli orecchi alla pace, che, se Francia o volesse o potesse farla, la sarebbe fatta, tanti partiti a danno d'altri gli debbe havere messi innanzi quel re, in modo che, quanto si appartenesse a Spagna, io credo che il papa potrebbe ragionevolmente dubitare di ogni cosa; ma, quanto si appartenesse a Francia, ne possa stare sicuro. Et quanto allo imperadore, per essere vario et instabile, si può temere di ogni mutatione, o faccia o non faccia per lui, come quello che sempre in queste variationi è vissuto et nutrito. Se Vinitiani si adherissino a questa parte di qua, sarebbe di gran momento, non tanto per conto dell'accessione delle loro forze, quanto per rimanere questa banda più schietta inimica di Francia, a che adherendosi ancora il papa, troverrebbero li Franzesi, et nello scendere et nello appiccarsi in Italia, infinite difficultà. Ma io non credo che i Venetiani piglino questo partito, perché io credo che gli habbino hauti migliori patti da Francia, che non harebbono da questi altri, et havendo seguito una fortuna franzese, quando era presso che spenta, non pare ragionevole l'habbino hora ad abbandonare che la è per resurgere, ma temo che non dieno parole, come sogliono a loro proposito.

Concludo adunque, per venire al fine di questo discorso, che, essendo più riscontri di vittoria dalla parte franzese, che da questi altri, et potendo il papa con l'accessione sua dare la victoria a Francia certa, et non a questi altri; che, sendo meno formidabile et più sopportabile Francia amico et vincitore, che questi altri; et essendo meno dura la perdita con Francia amico, che con questi altri; che, non potendo sicuramente stare neutrale; che la Santità di Nostro Signore debbe o adherirsi a Francia, o vero adherirsi a questi altri, quando vi si adherissono ancora li Venitiani, et non altrimenti.

 

 

234

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 15 dicembre 1514

Spectabili viro Nicolò Machiavelli.

In Firenze.

A dì 15 di dicembre 1514

Compare caro. Dopo un lungo silentio, in dua giorni passati ho tre vostre: una che mi domandate stamettìo [1] azurro per un paio di chalze, el quale vi manderò domani, né ricercherò per chi lo voglate, chè mi satisfarò del contentarvi; l'altra, latina, me la doveva portare un Tafano, amico vostro. E donde sia proceduto, non m'è chapitato inanzi, ma me l'à facta dare a un bottegaio, che la pose in mano a un mio famiglo: duolmi non l'havere visto, e per aiutarlo per amor vostro, e per intendere il modo del vivere vostro, di che vi rimettete a lui: faronne cerchare, et se lo ritroverrò, anchora che sia di pocha auctorità, gli monstrerò che la vostra lettera gli gioverà. L'altra che mi risponde a' quesiti vi feci, hebbi hieri. Anchora non l'ho monstra a monsignor de' Medici, el quale mi commisse ve li facessi: credo gli satisfarà, perché satisfa anchora a me: quando l'harò monstra, vi risponderò quello mi dirà.

Pluries cum Paulo fratre meo qui te plurimum diligit, de te loquutus sum. Is, ut spero, intra mensem redibit, et ab illo scire poteris quantum tibi tribuam, et quantum de te cogitem. Sed, crede mihi, fatis agimur. Legi, superioribus diebus, librum Pontani De Fortuna, noviter impressum, quem ipse ad Consalvum magnum direxit: in quo aperte ostendit nihil valere ingenium neque prudentiam neque fortitudinem neque alias virtutes, ubi fortuna desit. Rome, de hac re, quotidie experimentum videmus. Aliquos enim cognoscimus ignobiles, sine literis, sine ingenio, in summa esse auctoritate. Tamen acquiescendum est; et presertim tu hoc facere debes, qui malorum non es ignarus, et qui graviora passus es. Dabit Deus his quoque finem. Ego hic vivo et valeo, non penitus tamen. Strumma quod in collo, ut scis, habeo, in dies crescit, animique dubius sum an resecandum sit. Pontifici Maximo et reliquis nostris Medicibus sum, meo iudicio, satis gratus; tamen nihil ab illis peto. De salario, mihi secundum leges concesso, sumptus facio, et mense finito nihil ex illo mihi reliqui est. Ab amore emancippatus sum: in gratiam cum libris redii, et cum lusoriis cartis.

Ho richiesto il magnifico Lorenzo della faccenda di Donato, che non pensassi né voi né lui me l'havessi dimentichato. E lui m'ha promesso, alla tornata, farlo ritirare, et che insino a qui non s'è ritirato alchuno; et che tutti quelli che sono seduti o veduti havéno voto. Ma voi et Donato mi facesti entrare a promettere a quello amico, che pensa a ogni modo, chome la chosa riesce, trarne, anchor che non ci duri faticha, perché le lettere lui l'ha scripte, ma io l'ho domandate; et col magnifico Lorenzo ho facta l'opera io et tanto calda quanto ho possuto. Nondimeno lui sa che io ho quella lettera di Piero del Bene de' cento frati, perché gnene monstrai, per farlo andare, e sa ch'ella non dura se non sei mesi, che sono presso alla fine. Et non vorrei che lui, pensando non havere a esser di meglo, s'ingegnassi guastare, che sapete quanto è facile. Però, quando a Donato paressi farla rifare, me ne rimetto in lui; faccendoli sempre intendere che un quattrino non se ne tocherà, insino che l'effetto non è seguito. E anche poi c'ingegneremo rispiarmare, se fia possibile. Ma a non volere che impedisca, bixogna poter monstrare la lettera; che, non è anchora dua giorni, me lo ricordò. Vostro danno che anchora non potessi tirar tucto a vostro tempo; pure potevi qualchosa, e vi lasciasti uscire e tordi di mano. Né altro v'ò ha dire, se non che mi rachomando a voi e alli altri Machiavelli. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome

 

 

235

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 20 dicembre 1514

Magnifico oratori florentino Francisco Vittorio apud Summum Pontificem. Romae.

Magnifico oratore. Poiché voi mi havete messo in zurlo [2], se io vi straccherò con lo scrivere, dite: Habbimi il danno, ché gli scrissi. Io dubito che non vi paressi nella risposta che io feci a' quesiti vostri, che io passassi troppo asciutto quella parte della neutralità; et così quella dove io haveva a disputare quello dovessi temere dal vincitore, quando quella parte a chi e' si adherisse perdesse; perché nell'una et nell'altra pareva da considerare molte cose. Però io mi sono rimesso a riscrivervi sopra quella medexima materia. Et, quanto alla neutralità, il quale partito mi pare sentire approvare da molti, a me non può piacere, perché io non ho memoria, né in quelle cose che ho vedute, né in quelle che ho lette, che fosse mai buono, anzi è sempre suto pernitiosissimo, perché si perde al certo; et benché le ragioni voi le intendiate meglio di me, pure io ve le voglio ricordare.

Voi sapete che l'ofizio principale di ogni principe è guardarsi dallo essere odiato o disprezzato, fugere in effetto contemptum et odium: qualunque volta e' fa questo bene, conviene che ogni cosa proceda bene. Et questa parte bisogna osservarla così nelli amici come ne' sudditi; et qualunque volta un principe non fugit saltem contenptum, egli è spacciato. A me pare che lo stare neutrale intra due che combattono, non sia altro che cercare di essere odiato et disprezzato, perché sempre uno di quelli vi fia che li parrà che tu sia, per li beneficii ricevuti da lui, o per antica amicizia tenuta seco, obbligato a seguire la fortuna sua, et quando tu non te li adherisci, concepe odio contro di te. Quello altro ti disprezza, perché ti scuopre timido et poco risoluto, et subito pigli nome di essere inutile amico et non formidabile inimico; di modo che qualunque vince ti offende senza rispetto. Et Tito Livio in due parole nella bocca di Tito Flamminio dà questa sentenzia, quando disse alli Achei, che erano persuasi da Antioco a stare neutrali: « Nichil magis alienum rebus vestris est; sine gratia, sine dignitate premium victoris eritis ». È necessario, ancora, che, nel maneggiarsi la guerra infra quelli due, naschino infinite cagioni d'odio contro di te; perché il più delle volte il terzo è posto in lato, che può in molti modi disfavorire et favorire hor l'uno hor l'altro. Et sempre in poco tempo, dal di che la guerra è appiccata, tu se' condotto in termine, che quella declarazione che tu non hai voluto fare apertamente et con grazia, tu sei costretto a farla segretamente, et senza grado; et quando tu non la faccia, si crede per qualunque di loro che tu l'habbia fatta.

Et quando la fortuna fosse tanto prospera in favore del neutrale, che, maneggiandosi la guerra, non nascesse mai cagioni giuste di odio con alcuno di loro, conviene che naschino poi, finita la guerra, perché tutti gli offesi da quello che è suto terzo, et tutti i paurosi di lui ricorrendo sotto al vincitore, gli danno cagione di odio et di scandolo seco. Et chi replicasse che il papa, per la reverenzia della persona et per l'autorità della Chiesa, è in un altro grado, et harà sempre refugio a salvarsi, risponderei che tal replica merita qualche consideratione, et che vi si può fare su qualche fondamento: nondimanco e' non è da fidarsene, anzi credo che, a volersi consigliare bene, non sia da pensarvi, perché simile speranza non facesse pigliare tristo partito; perché tutte le cose che sono state io credo che possano essere; et io so che si sono visti de' pontefici fuggire, exiliare, perseguitare, et extrema pati, come e signori temporali, et ne' tempi che la Chiesa nello spirituale haveva più riverenza che non ha hoggi. Se la Santità dunque di Nostro Signore penserà dove sieno posti li stati suoi, chi sono coloro che combattino insieme, chi sieno quelli che possono rifuggire sotto al vincitore, io credo che sua Santità non potrà punto riposarsi in su lo stare neutrale, et che la penserà che per lei si faccia più adherirsi in ogni modo; si che, quanto alla neutralità, a dichiararla più largamente che l'altra volta, io non vi ho da dire altro. Et quanto a quello che potesse temere da chi vincesse et superasse quella parte con chi e' si accostasse, non ne dirò altro, perché di sopra è detto tutto.

Io credo che vi parrà per la mia lettera che io vi scrissi, che io habbia penduto da Francia, et che chi la leggesse potrebbe dubitare che l'affectione non mi portasse in qualche parte; il che mi dispiacerebbe, perché io mi ingegnai sempre di tenere il giudizio saldo, maxime in queste cose, et non lo lasciare corrompere da una vana gara, come fanno molti altri: et perché, se io ho alquanto penduto da Francia, e' non mi pare essere ingannato, io voglio di nuovo discorrervi in brievi parole quello che mi muove, che sarà quasi uno epilogo di quello che io vi scrissi. Quando due potenti contendono insieme, a volere giudicare chi debbe vincere, conviene, oltre al misurare le forze dell'uno et dell'altro, vedere in quanti modi può tornare la vittoria all'uno et in quanti all'altro. A me non pare che per la parte di qua ci sia se non venire a giornata subito, et per la parte di Francia ci siano tutti li altri maneggi, come largamente vi scrissi. Questa è la prima cagione che mi fa credere più a Francia che a costoro. Appresso, se io mi ho a dichiarare amico dell'uno de' dua, et io vegga che, accostandomi ad uno, io gli dia la vettoria certa, et accostandomi con l'altro, gliene dia dubbia, credo che sarà sempre da pigliare la certa, posposto ogni obbligo, ogni interesso, ogni paura, et ogni altra cosa che mi dispiacesse. Et io credo che, accostandosi il papa a Francia, non ci sarìa disputa; accostandosi a questi altri, ce ne sarebbe assai per quelle ragioni che allhora scrissi. Oltre di questo, tutti gli huomini savii, quando possono non giucare tutto il loro, lo fanno volentieri; et, pensando al peggio che ne può riuscire, considerano nel male dove è manco male; et perché le cose della fortuna sono tutte dubbie, si accostano volentieri a quella fortuna che, faccendo il peggio che la sa, habbia il fine suo meno acerbo. Ha la Santità di Nostro Signore due case, l'una in Italia, l'altra in Francia. Se la s'accosta con Francia la ne giuoca una, se con questi altri la le giuoca tutte a dua. Se la è nimica a Francia et quello vinca, è constretta a seguire la fortuna di questi altri, et ire in Svizzerìa a morirsi di fame, o nella Magna a vivere disperato, o in Spagna ad essere espilato et rivenduto. Se si acosta con Francia et perda, rimangli Francia, resta in casa sua, et con un regno a sua divotione che è un papato, et con un principe che, o per accordo o per guerra, può in mille modi resurgere. Valete. Et mille volte a voi mi raccomando.

Die xx Decembris MDXIIII.

Niccolò Machiavegli in Firenze

 

 

236

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 20 dicembre 1514 Magnifico viro Francisco Victorio etc.

Magnifice orator. Poi che io hebbi scritto l'alligata, ricevei la vostra de' 15, circa alla quale risponderò solo alla parte pertinente a Donato, al quale io lessi il capitolo, et subito si riempié di tanta speranza che la camicia non gli tocca le anche. Perché lui è deliberato, che per ottenere questa grazia non si faccia risparmi di cosa alcuna, fece rifare la lettera a' Beni, per la quale fra sei mesi futuri vi sarà pagato a vostra posta cento ducati. Et mi ha detto che, oltre a questi, quando bisogni degli altri, che non si risparmi cosa alcuna, né si riguardi a nulla. Le lettere fieno incluse in questa; varretevene a' tempi et per il consueto di tali lettere. Circa il risparmiarli o no, Donato non voleva che io ve ne scrivessi cosa alcuna: pure io, come da me, ve lo ricordo, massime che mi pare che l'opera dell'amico non bisogni più in alcuna parte, perché non occorrendo più havere a scrivere in questa materia, mi pareva che non potesse né nuocere né giovare. Pure Donato non vuole che si pensi a questo, né che si guardi a nulla, purché gli esca una volta di plebeo.

Io vi ringrazio di nuovo di tutte l'opere et di tutti i pensieri che voi havete hauti per mio amore. Non ve ne prometto ricompenso, perché non credo mai più potere far bene né a me né ad altri. Et se la fortuna havesse voluto che i Medici, o in cosa di Firenze o di fuora, o in cose loro particolari o pubbliche, mi havessino una volta comandato, io sarei contento. Pure io non mi diffido ancora affatto. Et quando questo fussi, et io non mi sapessi mantenere, io mi dorrei di me; ma quello che ha ad essere, fia. Et conosco ogni dì, che gli è vero quello che voi dite, che scrive il Pontano: et quando la fortuna ci vuole cacciare, la ci mette innanzi o presente utilità o presente timore, o l'uno et l'altro insieme; le quali due cose credo che sieno le maggiori nimiche habbia quell'opinione che nelle mie lettere io ho difesa. Valete.

Die 20 Decembris 1514.

Niccolò Machiavelli, in Firenze

 

 

237

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 30 dicembre 1514

Spectabili viro Nicholò Machiavelli, in Firenze.

A dì 30 di Dicembre 1514.

Ecce iterum mihi bella movet violenta cupido, compater, ecce iterum torqueor igne novo.

 

Veramente che Ovidio dixe bene che l'amore procedeva da otio. Io, che non ho faccenda, vorrei fare chome Mino da Siena, e sto tanto ochupato in questo, che non vi riscrivo chome sarebbe il debito mio. L'una et l'altra lettera vostra circa e quesiti vi feci, hanno visto il Papa e il Cardinale di Bibbiena e Medici, e tutti si sono maraviglati dello ingegno e lodato il iudicio. E anchora che non se ne chavi altro che parole, et per la mala sorte, et perché io non sono huomo che sappi aiutare gl'amici, nondimeno, esser in buona oppenione delli huomini grandi qualche volta vi potrebbe giovare. Io volevo contradire a qualche ragione delle vostre, per passar tempo et darvi materia di scrivere; ma ochupato, chome dicho di sopra, ho posto da chanto lo scripto che havevo chominciato; e forse lo finirò un'altra volta, e manderovelo.

Io non so se havesti il panno per le chalze, che lo mandai pel prochaccio, e ordinai lo lasciassi a chasa Simon chavallaro, e poi a Filippo del Benino che ve lo facessi intendere: né da·llui ne ho resposta, in modo dubito non l'habbiate havuto. Sì che rinvenitelo, che non vorrei per niente, in una choxa m'havete chiesto da cento anni in qua, mancharvi.

Hebbi la vostra sopra il caso di Donato, et la sua a' Beni, chon l'ordine di Piero. Diteli che Lorenzo m'ha promesso, chome torna, ritirarlo, e poi farlo vedere. Se lo farà, la experienza lo monstrerrà. A me ha promesso chosì, e avanti si parta, gnene ricorderò: e perché voi mi chonoscete, lo potete far certo, che se non me l'havessi promesso, non lo direi, perché mio chostume non è empiere li amici di vane speranze. A' danari chon l'amico fareno il meglo potreno: che, anchora non s'habbi adoperare, sendo privato di speranza potrebbe cerchare d'impedire. E però lo terrò chon qualche apicho, che credo sia chosì a proposito. Né per questa ho da dire altro. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome

 

Note

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[1] stamettìo o stametto: panna di lana finissimo

[2] frenesia

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 04 marzo 2005