Niccolò Machiavelli

 

Lettere

 

 

 

1513

 

Edizione di riferimento

      Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971

Edizione di riferimento per le lettere aggiunte segnalate dalla dicitura bis accanto al numero:

      Niccolò Machiavelli, Opere, vol. II a cura di Corrado Vivanti, Biblioteca della Pléiade, Einaudi, Torino 1999.

 

 

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Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 13 marzo 1513

Magnifico viro Francisco Vittorio oratori fiorentino dignissimo apud Summum Pontificem. Rome.

Magnifice vir. Come da Pagolo Vettori harete inteso, io sono uscito di prigione con la letitia universale di questa città, non obstante che per l'opera di Pagolo et vostra io sperassi il medesimo; di che vi ringrazio. Né vi replicherò la lunga historia di questa mia disgrazia; ma vi dirò solo che la sorte ha fatto ogni cosa per farmi questa ingiuria: pure, grazia di Iddio, ella è passata. Spero non incorrere più, sì perché sarò più cauto, sì perché i tempi saranno più liberali, et non tanto sospettosi.

Voi sapete in che grado si truova messer Totto nostro. Io lo raccomando a voi et a Pagolo generalmente. Desidera solo, lui et io, questo particulare: di essere posto in tra i familiari del papa; et scritto nel suo rotolo, et haverne la patente; di che vi preghiamo.

Tenetemi, se è possibile, in memoria di N. S., che, se possibile fosse, mi cominciasse a adoperare, o lui o suoi, a qualche cosa, perché io crederrei fare honore a voi et utile a me. Die 13 Marzii 1512.

Vostro Niccolò Machiavelli, in Firenze

 

 

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Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 15 marzo 1513

Al mio caro chompare Nicolo di M. Bernardo Machiavelli.  In Firenze.

Compare mio charo. Da otto mesi in qua io ho avuto e maggiori dolori che io havessi mai in tempo di mia vita, e di quelli anchora che voi non sapete; nondimeno non ho havuto il maggiore, che quando intexi voi essere preso, perché subito iudicai che sanza errore o causa havessi havere tortura, chome è riuscito. Duolmi non vi havere potuto aiutare, chome meritava la fede havevi in me, e mi dette dispiacere assai quando Totto vostro mi mandò la staffetta, et io non vi pote' giovare in choxa alchuna. Fecilo chome fu creato il papa, et non li domandai altra gratia che la liberatione vostra, la quale ho molto charo fussi seguita prima. Hora, compare mio, quello vi ho a dire per questa è che voi facciate buon cuore a questa persecutione, chome havete facto all'altre vi son sute fatte, e speriate che, poiché le chose sono posate e che la fortuna di costoro supera ogni fantasia e discorso, di non havere a stare sempre in terra; et che poi siate libero da tutti e confini, se io harò a stare qui, che non lo so, voglo vegnate a starvi qua a piacere, quel tempo vorrete. Scriverrovi, quando harò l'animo posato, se ci ho a stare, di che dubito, perché credo saranno huomini d'altra qualità non sono io che ci vorranno stare, e io harò patientia a tutto.

Filippo nostro è giunto qui hoggi, che è venuto in poste da Poggibonzi in quatro dì, stracho, rotto, rovinato, e questa sera non è suto possibile entri dal Papa, perché messer Giovanni Chavalchanti non l'ha lasciato. Né ho a dire altro che rachomandarmi a voi.

Franciscus

Romae, die 15 Martii 1512.

 

 

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Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 18 marzo 1513

Magnifico viro Francisco Vittorio oratori florentino apud Summum Pontificem.

Rome.

Magnifico oratore. La vostra lettera tanto amorevole mi ha fatto sdimenticare tutti gli affanni passati; et, benché io fussi più che certo dell'amore che mi portate, questa lettera mi è suta gratissima. Ringraziovi quanto posso, et priego Iddio che con vostro utile et bene mi dia facultà di potervene essere grato, perché io posso dire che tutto quello che mi avanza di vita riconoscerlo dal magnifico Giuliano et da Pagolo vostro. Et quanto al volgere il viso alla Fortuna, voglio che habbiate di questi miei affanni questo piacere, che gli ho portati tanto francamente, che io stesso me ne voglio bene, et parmi essere da più che non credetti; et se parrà a questi patroni nostri non mi lasciare in terra, io l'harò caro, et crederrò portarmi in modo che gli haranno ancora loro cagione di haverlo per bene; quando e' non paia, io mi viverò come io ci venni, che nacqui povero, et imparai prima a stentare che a godere. Et se vi fermerete costà, mi verrò a passar tempo con voi, quando me ne consigliate. Et per non essere più lungo, mi raccomando a voi et a Pagolo, al quale non scrivo, per non sapere che me gli dire altro.

Io communicai il capitolo di Filippo a certi amici comuni, quali si rallegrorno che fosse giunto costì a salvamento. Dolsonsi bene della poca estimazione o conto che tenne messer Giovanni Cavalcanti; et, pensando donde questo caso potesse nascere, hanno trovato che il Brancaccino disse a messer Giovanni, che Filippo haveva in commessione dal fratello di raccomandare alla Santità del papa Giovanni di ser Antonio, et per questo non lo volle ammettere; et biasimorno molto Giuliano che havesse messo questo scandolo, quando non fosse vero; et se gli era vero, biasimorno Filippo che pigliasse certe cure disperate: sì che avvertitelo che un'altra volta sia più cauto. Et dite a Filippo che Niccolò degli Agli lo tronbetta per tutto Firenze, et non so donde si nasca; ma, sanza rispetto et sanza perdonare a nulla, gli dà carico in modo, che nonn-è huomo che non se ne maravigli. Sì che avvertite Filippo che, se sa le cagioni di questa inimicitia, la medichi in qualche modo; et pure hieri mi trovò, et haveva una listra in mano, dove erano notate tutte le cicale da Firenze, et mi disse che le andava soldando che dicessino male di Filippo, per vendicarsi. Io ve ne ho voluto avvisare, acciò che ne lo avvertiate, et mi raccomandiate a lui.

Tutta la conpagnia si raccomanda a voi, cominciandosi da Tomaso del Bene, et andando insino a Donato nostro; et ogni dì siamo in casa qualche fanciulla per rihavere le forze, et pure hieri stemo a vedere passare la processione in casa la Sandra di Pero; et così andiamo temporeggiando in su queste universali felicità, godendoci questo resto della vita, che me la pare sognare. Valete. In Firenze, addì 18 di Marzo 1512.

Niccolò Machiavelli

 

 

199

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 30 marzo 1513

Compare mio caro. Poi che fu creato questo nuovo pontefice, ho avuto 2 lettere da voi e 2 da messer Totto vostro, el quale mi richiede di quello voi m'havevi ricerco pella prima vostra: che io opperassi che lui fussi scripto in sul ruotolo tra e familiari del papa. La qual cosa da Sua Santità havéno obtenuta; ma per il numero grande n'haveva presi, né lui né infiniti altri son suti aprovati dalla Camera, perché dicono e chierici che si guastano gl'ufici, ché tanto numero di familiari, e quali tutti possano expedire e benefici senza pagamento, fa che gl'ufici non rendono. Nondimeno, passata questa furia che si fa in principio, tenterò di nuovo e ci farò quella opera mi fia possibile. Son certo, compare, che tra voi medesimo direte chom'io mi sia assai dibatuto, trovatomi poi per sorte alla creatione d'un papa fiorentino, imbasciadore, e non habbi tanto caldo che io possa fare scrivere un familiare. Il che confesserò esser vero e procedere in gran parte da me, che non so essere in modo impronto da fare utile a me e alli altri. Questa mia imbasceria cominciò havere infortunio alla porta, dove voi fusti presente. Per il cammino sempre stetti in sospecto che papa Julio non morissi, et havere a esser facto prigione e rubato. Giunsi qua et lo trovai in termine da non li potere parlare, perché lui non voleva. Morì; fu creato papa Leone, chosa per la città in pubblico, et in particolare pe' cittadini d'essa, da dovere essere honorevole et utile. Nondimeno a me fia di spesa al certo, e credo, quando crederrò rifarmi, che un altro resterà in questo luogo. Chosì io ci harò messo d'honore, e ducati 500 di capitale. Nondimeno, chome sapete, a ogni cosa mi accomodo; e sempre mi sforzerò di fare bene a ogni huomo, e segua poi che vuole; e anchora che non habbi imparato da giovane a stentare, da vecchio m'assetterò a quello potrò. Io son di quelli che, anchora che vi chonfortassi a volgere il viso alla fortuna, nondimeno lo so meglio persuadere a altri che a me medesimo, perché nella prospera fortuna non mi lievo, ma nell'adversa mi avilisco e d'ogni chosa dubito; e se vi parlassi crederrei farvi chapace dubitare con ragione. A me pare che, di questo pontificato, la città habbi tracto questo: che doverrà stare sicura drento e fuori. E chosì m'ho acconcio questo grillo nel cervello; e, chome vi ho decto qualche altra volta, io non voglio andare più discorrendo con ragione, perché spesso mi son trovato ingannato, e hora più che mai nella electione di questo nostro papa, nella quale andavo discorrendo, cardinale per cardinale, chi lo dovessi fare e ne trovavo tanti pochi, chi per un chonto et chi per un altro, che mi pareva impossibile a pensare potessi riuscire. Oltre a questo, giovane, povero, con parenti assai, con uno stato in mano da essere formidabile, parevami che Hispagna havessi a volere un papa più debole; lo imperatore il medesimo. Consideravo essere stato electo Julio per danari, nondimeno vile et con pochi parenti; Siena per vecchiaia non haver voluto in quel tempo; Napoli anchor che fussi vechio, perché aveva troppi parenti. Nondimeno tutti questi mia discorsi e ragione mi sono fallite. È creato papa col consenso di tutti e cardinali, con approvatione dell'oratore cesareo, spagnuolo et veneto, e quali si vedevano rallegrarsi da cuore; con letitia universale di tutto il popolo romano; con unione et buona gratia d'Orsini et Colonnesi; e dopo la electione 4 giorni, per fare le sue felicità più cumulate, gli dà in mano Santa Croce et Santo Severino, capi del concilio; e oltre a questo s'intende, per lettera di Ruberto, il Christianissimo essersene rallegrato grandemente, et haver detto che, sendo electo questo papa buono, darebbe opera che le cose si quietassino, e lui non mancherebbe in chosa alcuna dalla parte sua. Sì che, Nicholò mio, vedete quello fa la buona sorte, della quale chi manca, chome fo io, bisogna facci poche imprese, o per meglio dire nessuna; la qual regola ho usato seguitare; ma qualche volta da altri sono costrecto a fare quello che per me medesimo fuggirei. Spero non stare molto a rivedervi, e fo pensiero consumare questo resto del tempo mi avanza in villa, dalla quale confesso essere stato pel passato alieno; ma hora ho disposto fare il chontrario. Et dove sarò, o in villa, o in Firenze, o qui, sarò, chome sono stato, sempre vostro. Duolmi potervi pocho offerire, perché non posso né mai pensai havere a potere assai. El chavallo vostro vi pagherò alla tornata, che credo a ogni momento sarà presta.

Racchomandatemi a tutti gli amici, et maxime a Giovanni Machiavelli e a Donato; né altro per questa. A voi mi rachomando.

Roma, die 30 marcii 1513. Franciscus orator

 

 

200

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 9 aprile 1513

Magnifico oratori apud Summum Pontificem Francisco Victorio.

Romae.

Magnifice domine orator.

 

Et io che del colore mi fui accorto

Dissi: Come verrò se tu paventi,

Che suoli al mio dubbiare esser(e) conforto?

 

Questa vostra lettera mi ha più sbigottito che la fune, et duolmi di ogni oppinione che voi habbiate che mi alteri, non per mio conto, che mi sono acconcio a non desiderare più cosa alcuna con passione, ma per vostro. Priegovi che voi imitiate gli altri, che con inprontitudine et astutia, più che con ingegno et prudenza, si fanno luogo; et quanto a quella novella di Totto, la mi dispiace, se la dispiace a voi. Per altro io non ci penso, et se non si può rotolare, voltolisi; et per sempre vi dico, che di tutte le cose vi richiedessi mai, che voi non ne pigliate briga alcuna, perché io, non le havendo, non ne piglierò passione alcuna.

Se vi è venuto a noia il discorrere le cose, per vedere molte volte succedere e casi fuora de' discorsi et concetti che si fanno, havete ragione, perché il simile è intervenuto a me. Pure, se io vi potessi parlare, non potre' fare che io non vi empiessi il capo di castellucci, perché la Fortuna ha fatto che, non sapendo ragionare né dell'arte della seta et dell'arte della lana, né de' guadagni né delle perdite, e' mi conviene ragionare dello stato, et mi bisogna o botarmi di stare cheto, o ragionare di questo. Se io potessi sbucare del dominio, io verrei pure anch'io sino costì a domandare se il papa è in casa; ma fra tante grazie, la mia per mia straccurataggine restò in terra. Aspetterò il settembre.

Io intendo che il cardinale de' Soderini fa un gran dimenarsi col pontefice. Vorrei che mi consigliassi, se vi paressi che fosse a proposito gli scrivessi una lettera, che mi raccomandassi a sua Santità; o se fosse meglio che voi facessi a bocca questo offitio per mia parte con il cardinale; o vero se fosse da non fare né l'una né l'altra cosa, di che mi darete un poco di risposta.

Quanto al cavallo, voi mi fate ridere ad ricordarmelo, perché me lo havete a pagare quando me ne ricorderò, et non altrimenti.

Il nostro arcivescovo a questa hora debba essere morto; che Iddio habbi l'anima sua et di tutti e sua. Valete.

In Firenze, addì 9 di Aprile 1513.

Niccolò Macniavelli, quondam segretario

 

 

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Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 9 aprile 1513 Spectabili viro Nicolao de Maclavellis.

Niccolò, compare caro. In otto giorni ho havuto due vostre, et ancora che io vi havessi detto non volere più ghiribizzare, né discorrere con ragione, nondimeno questi nuovi accidenti mi havevono fatto mutare di proposito, ma non lo posso fare questa volta, perché sono sollecitato, ché questo fante vuole partire; riserberommi a farlo con altra. Solo vi dirò questo: che se è vera la triegua tra Francia et Spagna, bisogna di necessità fare conclusione che il re cattolico non sia quello huomo che è predicato in astutia et in prudentia, overo che gatta ci covi, et che quello si è detto più volte sia entrato a questi principi nel cervello, et che Spagna, Francia et lo imperatore disegnino dividersi questa misera Italia. Et se qualcuno che trita le cose dicesse non potesse essere, non gli crederrei; et più presto mi accosterei con chi la misura più alla grossa, la qual misura si è veduta più volte a nostri dì riuscire.

Se io non pensassi a' casi vostri, non penserei a' miei, et voglio vi persuadiate questo: che quando vi vedessi essere accresciuto in honore et utile, non ne farei manco conto che se in me proprio venisse tal benifitio. Et ho rivolto meco medesimo se è bene parlare di voi al cardinale di Volterra, et mi risolvo di no, perché, ancora che esso si travagli assai, et sia in fede appresso al papa per quello che apparisce di fuori, pure ci ha di molti Fiorentini contrarii, et se vi mettesse avanti non credo fosse a proposito; né ancora so se lui lo facesse volentieri, che sapete con quante cautele proccede. Inoltre a questo, io non so come io fussi atto instrumento tra voi e lui, perché mi ha fatto qualche buona dimostratione di amore, ma non come harei creduto; et a me pare di questa conservatione di Piero Soderini con una parte haverne accquistata mala gratia, et con l'altra poco grado; nondimeno, a me basta havere satisfatto alla città et all'amicitia tenevo con lui, et a me medesimo.

Se io mi harò a fermare qui, Pagolo sarà delli Otto: potrete ottenere licentia di venirci, et vedremo se potremo tanto ciurmare, che ci riesca di menarci in qualche cosa; et se non ci riuscirà, non ci mancherà trovare una fanciulla che ho vicina a casa, da passare tempo con essa; e questo mi pare il modo che s'ha a pigliare, et presto ne sareno chiari.

Francesco Vettori, oratore in Roma Addì 9 di Aprile 1513.

 

 

202

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 16 aprile 1513

Magnifico viro Francisco Victorio oratori florentino apud Summum Pontificem, patrono et benefactori suo. Rome.

Magnifico oratore. Sabato passato vi scrissi, et, benché io non habbia che dirvi né che scrivervi, non ho voluto che passi questo sabato che io non vi scriva.

La brigata, che voi sapete quale è, pare una cosa smarrita, perché non ci è colombaia che ci ritenga, et tutti i capi di essa hanno hauto un bollore. Tomaso è diventato strano, zotico, fastidioso, misero, di modo che vi parrà alla tornata vostra trovare uno altro huomo; et vi voglio dire quel che mi è intervenuto. E' comperò della settimana passata sette libre di vitella, et mandolla a casa Marione. Dipoi, per parerli havere speso troppo, et volendo trovare chi concorresse alla spesa, andava limosinando chi vi andasse a desinare seco. Pertanto, mosso da compassione, vi andai con dua altri, i quali gli accattai ancora io. Desinamo, et venendo al fare del conto toccò 14 soldi per uno. Io non ne havevo allato se non dieci: restò havere da me 4 soldi; et ogni dì me li richiede, et pure hiersera ne fece quistione meco in sul Ponte Vecchio. Non so se vi parrà che gl'habbia il torto; ma questa è una favola all'altra cosa che fa.

A Girolamo del Guanto morì la moglie, et stette 3 o 4 dì come un barbio intronato: dipoi è rinvizzolito, et rivuol tòrre donna, et ogni sera siamo in sul panchino de' Capponi a ragionare di questo sponsalitio. El conte Orlando è guasto di nuovo d'un garzone raugieo et non se ne può haver copia. Donato ha aperto un'altra bottega del corno dove faccino le colombe, et va tutto dì dalla vecchia alla nuova et sta come una cosa balorda, et hora se ne va con Vincenzio, hora con Piero, hora con quello suo garzone, hor con quell'altro; nondimento io non ho mai veduto che sia adirato col Riccio. Non so già donde questo nasca; alcuno crede che sia più a suo proposito, alcun altro che la sorte; io per me non ne saprei cavare construtto. Philippo di Bastiano è tornato in Firenze, e duolsi del Brancaccino terribilmente, ma in genere, et per ancora non è venuto ad alcuno particulare: venendovi, ve ne aviserò, acciò possiate advertirlo.

 

Però se alcuna volta io rido o canto,

Follo perché io non ho se non questa una

Via da sfogare il mio acerbo pianto.

 

Se gli è vero che Jacopo Salviati et Matteo Strozzi habbino hauto licentia, voi rimarrete costì persona publica; et poiché Jacopo non vi rimane, di questi che vengono io non veggo chi vi possa rimanere, et mandarne voi; di modo che io mi presuppongo che voi starete costì quanto vorrete. La Magnificenzia di Giuliano verrà costì, et troverretela volta naturalmente a farmi piacere; el cardinale di Volterra quello medesimo; di modo che io non posso credere, che essendo maneggiato il caso mio con qualche destrezza, che non mi riesca essere adoperato a qualche cosa, se non per conto di Firenze, almeno per conto di Roma et del pontificato; nel qual caso io doverrei essere meno sospetto; et come io sappia che voi siate fermo costì, et a voi paia, ché altrimenti non sono per muovermi, et potendo senza incorrere qua in pregiuditii, io me ne verrei costì; né posso credere, se la S. di Nostro Sig.re cominciasse a adoperarmi, che io non facessi bene a me, et utile et honore a tutti li amici mia.

Io non vi scrivo questo, perché io desideri troppo le cose, né perché io voglia che voi pigliate per mio amore né un carico, né uno disagio, né uno spendio, né una passione di cosa alcuna; ma perché voi sappiate l'animo mio, et, potendomi giovare, sappiate che tutto il bene mio ha ad essere sempre vostro et della casa vostra, dalla quale io riconosco tutto quello che mi è restato. A dì 16 d'aprile 1513.

Niccolò Machiavelli in Firenze

 

 

203

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 21 aprile 1513

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis.

Desta'mi questa mattina a buon'ora, et subito cominciai a pensare che 4 fiorini, erano suti posti d'arbitrio a noi fratelli, et 4 altri a Bernardo nostro, erano troppi, maxime considerate le altre poste di maggiori ricchezze quanto sieno basse; et examinando lo stato mio resto in questa cosa confuso. Non fo traffico di ragione alcuna, non ho tanta entrata che appena possa vivere, ho figliuole femmine che vogliono dota, nello stato non mi sono exercitato in modo ne abbia tratto, non mostro né in nel vestire né in altre cose apparenti suntuosità, ma più presto meschinità; non si può dire ancora che io sia stretto in modo che per questa via possa congregare danari, perché se ho a pagare uno, non voglio mi habbi a domandare il pagamento; se compero cosa alcuna, sempre la compero più che gli altri. Potrebbemi essere detto che l'hanno posto in su l'oppinione che Bernardo sia ricco, et senza figliuoli, et in su le faccende veggono fare a' miei fratelli. Questo per certo non doveva nuocere a me, et molto bene, se havevano questa fantasia, dovevono dividere le poste. Io non offesi mai alcuno né in fatti né in parole, né in pubblico né in privato, et in questi officiali maxime haveva tanta confidentia, che in ogni cosa mi sarei rimesso a loro giuditio. Et risolvomi a questo: che lo essersi inpacciato Pagolo a buon fine, di trarre il gonfaloniere di palazzo, et io di salvarlo quanto potevo, ci nuoca grandemente, perché tutti quelli che erono amici di quello stato, vogliono male a Pagolo, che hanno il torto quando si intendesse bene il vero; tutti quelli che sono amici di questo vogliono male a me, parendo loro che, se Piero Soderini fosse morto, non potesse dare loro molestia alcuna; et così pensando, mi proponeva, et nelle gravezze et in ogni cosa, d'havere a essere mal trattato, in modo che, mi spiccai da questo pensiero. Et entrai in su queste gran girandole et accordi et triegue che a questi giorni sono seguite, et non me le potevo assettare nel cervello, (accendo questi duoi fondamenti: il primo, che li Vinitiani havessono fatto accordo con Francia d'havere a essere a mezzo maggio a ordine con 1000 lance et 1200 cavalli leggieri, et 10 mila fanti, et il re a quel tempo havesse a mandare in Italia 1000 lance et 10 mila fanti, fare guerra allo stato di Milano, il quale preso, havesse a essere di Francia, et li Venitiani havessero Brescia, Crema et Bergamo, et in canbio di Cremona, Mantova; l'altro, che fosse ferma triegua tra Francia et Spagna per uno anno solo di là da' monti, con promessione fatta per Spagna, che Inghilterra et lo imperadore intra due mesi la ratificheranno.

Stando ferme et vere et la conventione et la tregua, vorrei potessimo andare insieme dal Ponte Vecchio per la via de' Bardi insino a Cestello et discorrere che fantasia sia quella di Spagna, perché per Francia veggo quasi tutto fermo a suo benifitio; per i Vinitiani ancora, essendo ridotti nel termine sono, il medesimo; et benché si potesse dire il re di Francia in questa impresa del ducato di Milano o vincerà o perderà, se perde, li Vinitiani perderanno con lui, se vincerà resterà potentissimo, e non havendo osservato loro la fede altra volta, farà il medesimo questa. A che si risponde che, se perderà, loro si ridurranno a difendere Padova et Trevigi come sono soliti, et presumono riesca loro; se vincerà, forse osserverà loro la fede, et se non l'osserverà, medesimamente da lui difenderanno Padova et Trevigi. Oltre a questo, loro si consumano, et come diciamo noi, muoiono di tisico; et chi è uso a essere grande, malvolentieri può stare basso, et per tornare al grado suo si mette a pericolo. In questo modo sarà facil cosa che in pochi giorni riacquistino et gli stati persi et l'honore et la riputatione; et stando con questa febbre, come sono stati già tre anni continui, si conducono a morte. Et se il re sarà sì potente che non curi di osservare loro la fede, è da presumere che ne andranno acconpagnati dal resto di Italia, et questa commune miseria farà la loro più sopportabile.

Ma vegniamo a Spagna, il quale ha preso tutto il reame di Navarra, difeso Pampalona, et mostro più presto di essere con i Franzesi superiore, che altrimenti; presa contro loro la guerra in Italia fuori della confederatione, per dubbio, secondo ha detto, che Francia non occupi il regno di Napoli et doppo questo tutta Italia; et nondimeno fa poi una triegua dove per lui non è se non danno, et è pure tenuto huomo experto et astuto. E perché noi non sappiamo bene, per le lettere rare et avvisi incerti ci vengono, se egli è debole o gagliardo al presente, si può dire che se egli è gagliardo non giuochi la ragione del giuoco a lasciare crescere il nimico, quando l'ha ridotto in termine da darli le conditioni; se è debole, egli non può sostenere la guerra, et Inghilterra et lo imperadore gli manchino sotto, doveva accordarlo in tutto et darli lo stato di Milano, il quale, per lo exercito ha in quel luogo, si può dire sia in sua mano, et Francia l'harebbe ricevuto da lui in benefitio et non accadeva convenisse con li Vinitiani, né bisognava mandasse in Lonbardia exercito da fare paura al resto di Italia, né accadeva facesse spese, davali la fede di non procedere più oltre. Ma a questo modo conduce uno exercito in Italia, piglia lo stato per forza, diventa per la vittoria insolente, non ha obbligo con lui, ricordasi delle ingiurie, non gli ha dato fede, finirà la triegua, et potrallo ragionevolmente offendere, vendicarsi, privarlo del regno di Napoli, et dipoi di quello di Castiglia.

Dirà alcuno: il re di Spagna ha acquistato in questa guerra il regno di Navarra, cosa che assai disiderava, et che gli guarda tutta la Spagna, et dove prima tutto il giorno temeva che i Franzesi con quella adherentia facilmente non li saltassono addosso, hora i Franzesi hanno a temere che egli a suo piacere non possa assaltare la Francia; et considerando che egli non è sì potente da potere reggere alle spese di uno exercito in Francia et di un altro in Italia, ha voluto con questa triegua liberarsi dalla guerra di casa, et tutto quello li bisognava spendere in due parti, lo farà in una, in modo che l'exercito suo in Italia fia gagliardo. Oltre a questo, il duca di Milano, Svizzeri, il papa con li suoi adherenti, considerato il pericolo portano, se Francia in Lonbardia è vittorioso, tutti aiuteranno lo exercito suo et di danari et di genti, in modo che Francia rimarrà con vergogna, et egli in questo mezzo harà solidato il regno di Navarra, et poi verrà a qualche conpositione.

Se il Re Catholico la intendesse a questo modo, io vi confesso che io non lo stimerei di quella prudentia l'ho giudicato sino ad hora, perché egli può molto bene havere inteso per la experientia dell'anno passato, che lo exercito suo non è per fare giornata con i Franzesi, maxime havendo a' soldi somma di fanti alamanni, come hanno; può ancora sapere che lo stato di Milano è suto corso, guasto, arso, et depredato et da' Svizzeri et dallo exercito suo; può presumere che in quello gli huomini siano malissimo contenti, et disiderino mutatione; può credere che in quello stato sia pochissimi danari per le ragioni sopradette, et quelli pochi, che il duca non gli possa havere per essere giovane, et nello stato nuovo et debole. Li Svizzeri non si moveranno se non hanno danari. Il papa et altri collegati, intendendo questa triegua, né sapendo la causa perché è fatta, staranno sospesi, et haranno poca fede in sua Maestà, e più presto cercheranno l'accordo con Francia. Li Vinitiani batteranno quello stato dal canto loro; le buone fortezze si tengono per Francia; Genova sta malcontenta: in modo si può stimare che, come Francia volta il viso inverso Italia, sùbito al romore l'exercito spagnuolo s'habbia a partire, et tutte le terre di Lombardia a ribellare, et il nuovo duca a fuggire. Né può ancora fare fondamento che lo imperadore habbia a tenere i Vinitiani, perché ha dato di sé tanti evidenti segni, che non solo il re di Spagna, tenuto tanto sagace, ma ogni ben grosso doverrebbe essere chiaro quello che sua Maestà possa fare. Et però, conpare mio, è necessario che qui sia qualche cosa sotto che non si intende; et io stei più che due hore nel letto oltre all'usato per investigare quello potesse essere, et non mi risolvetti a nulla fermo. Leva'mi et scrissi, perché quando vi viene a proposito mi diciate quello credete sia stata la fantasia di Spagna in questa triegua; et io approverrò il giuditio vostro, perché, a dirvi il vero senza adulatione, l'ho trovato in queste cose più saldo che di altro huomo, con il quale habbia parlato; et a voi mi raccomando.

Francesco Vettori orator Rome

Die 21 aprilis 1513.

 

 

204

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 29 aprile 1513

Magnifice orator mihi plurimum honorande etc. Voi vorresti sapere per questa vostra lettera de' 21, quello io creda habbi mosso Spagna ad fare questa tregua con Francia, non vi parendo che ci sia drento el suo da nessun verso, in modo che, giudicando da l'un canto el Re savio, da l'altro parendovi habbi fatto errore, sete forzato ad credere che ci sia sotto qualche cosa grande, che voi per hora, né altri non intende. Et veramente el vostro discorso non potrebbe essere né più trito né più prudente; né credo in questa materia si possa dire altro. Pure, per parere vivo e per ubbidirvi, dirò quello mi occorre. A me pare, che questa dubitatione vostra, pro maiori parte sia fondata in su la prudenza di Spagna. Ad che io rispondo, non potere negare che quel re non sia savio; non di manco ad me è egli parso più astuto et fortunato che savio. Io non voglio repetere l'altre sua cose, ma verrò ad questa impresa ultimamente fatta contro ad Francia in Italia, avanti che Inghilterra fussi scoperto, nella quale impresa ad me parse et pare, non obstante che l'habbi hauto el fine contrario, che mettessi sanza necessità ad periculo tutti li stati suoi, il che fu sempre partito temerario in ogni huomo. Dico sanza necessità, perché lui haveva visto pe' segni dello anno dinanzi, dopo tante iniurie che 'l papa haveva fatte ad Francia, di assaltarli li amici, voluto farli ribellare Genova, et così dopo tante provocationi, che lui proprio haveva fatte ad Francia, di mandare le genti sue con quelle della Chiesa a' danni de' sua raccomandati; nondimanco sendo Francia vittorioso, havendo fugato el papa, spogliatolo di tutti e suoi eserciti, possendo cacciarlo di Roma, et Spagna da Napoli, non lo havere voluto fare; ma havere volto l'animo ad lo accordo, donde Spagna non poteva temere di Francia; né viene ad essere savia la ragione si allegassi per lui, che lo facessi per assicurarsi del Regno, veggiendo Francia non ci havere volto l'animo, per essere stracco e pieno di rispetti, e quali era per haverli sempre, perché sempre el papa non doveva volere che Napoli ritornassi ad Francia, et sempre Francia doveva havere rispetto al papa et timore della unione dell'altre potenze: il che sempre era per tenerlo indreto.

Et chi dicessi Spagna dubitava che, non si unendo lui con el papa ad fare guerra ad Francia, el papa non si unissi per sdegno con Francia ad fare guerra ad lui, sendo el papa huom rotto et indiavolato come era, et però fu constrecto pigliare simil partito, risponderei che Francia sempre sarebbe più presto convenuto in quelli tempi con Spagna che con el papa, quando havessi possuto convenire o con l'uno o con l'altro, sì perché la vittoria era più certa, e non ci si haveva a menare armi, sì perché allhora Francia si teneva sommamente infuriato dal papa e non da Spagna, et per valersi di quella iniuria et satisfare alla Chiesa del Concilio, sempre harebbe abbandonato el papa; di modo che ad me pare, che in quelli tempi Spagna potessi essere o mediatore d'una ferma pace, o compositore d'uno accordo securo per lui. Nondimanco, e' lasciò indreto tutti questi partiti, et prese la guerra, per la quale poteva temere che con una giornata ne andassino tutti li stati suoi, come e' temé quando e' la perdé ad Ravenna, che subito dopo la nuova della rotta ordinò di mandare Consalvo ad Napoli, ch'era come per lui perduto quel Regno, et lo stato di Castiglia li tremava sotto; né doveva mai credere che Svizzeri lo vendicassino et assicurassino, et li rendessino la reputatione persa, come advenne; talché, se voi considerrete tutti e maneggi di quelle cose, vedrete in Spagna astutia et buona fortuna più tosto che sapere o prudenza; et come e' si vede in uno grande simile errore, e' si può presumere che ne facci mille. Né crederrò mai che sotto questo partito hora da lui preso ci possa essere altro che quello che si vede, perché io non beo paesi, né voglio in queste cose mi muova veruna autorità sanza ragione. Pertanto concludo, che possa havere errato, quando sieno veri e discorsi vostri, et intesala male et conclusala peggio.

Ma lasciamo questa parte et facciamolo prudente, et discorriamo questo partito come d'uno savio. Parmi che ad volere fare tale presupposto et rettamente ritrovare la verità della cosa, bisogni sapere se questa tregua è suta fatta dopo la morte del pontefice et absuntione del nuovo, o prima, perché forse si farebbe qualche differenza. Ma poi che io non lo so, presupporrò che la sia fatta prima. Se io vi domandassi addunque quello che voi vorresti che Spagna havessi facto, trovandosi ne' termini si trovava, mi risponderesti quello che mi scrivete: cioè che lui havessi in tutto facto pace con Francia, restituitogli la Lombardia, per obligarselo et per toni cagione di condurre armi in Italia, et per tale via assicurarsene. Ad che io rispondo, che, ad discorrere questa cosa bene, si ha ad notare, che Spagna fecie quella impresa contro ad Francia per la speranza haveva di batterlo, facciendo nel papa, in Inghilterra et nello imperadore più fondamento che non ha poi in facto veduto da farvi, perché dal papa e' presuppose trarre danari assai; credette che lo 'mperadore facessi una offesa gagliarda verso Borgogna, et che Inghilterra, sendo giovane et danaroso, et ragionevolmente cupido di gloria, qualunque volta e' fussi imbarcato, havessi ad venire potentissimo talmente che Francia, et in Italia et ad casa, havessi ad pigliare le conditioni da lui, delle quali cose non gliene è riuscita veruna, perché dal papa ha tratto danari nel principio et a stento, et in questo ultimo non solum non li dava danari, ma ogni dì cercava di farlo rovinare, et teneva praticha contro di lui; da lo 'mperadore non è uscito altro che le gite di Monsignore di Gursa et sparlamenti et sdegni; da Inghilterra, gente debole incompatibile con le sua. Di modo che, se non fussi lo adquisto di Navarra, che fu facto innanzi che Francia fussi in campagna, e' rimaneva l'uno et l'altro di quelli exerciti vituperato, ancora che non ne habbino riportato se non vergogna, perché l'uno non è uscito mai dalle machie di Fonterabi, l'altro si ritirò in Pampalona, et con fatica la difese; di modo che, trovandosi Spagna stracco in mezo di questa confusione d'amici, da' quali non che potessi sperare meglio, anzi temere ogni dì peggio, perché tutti tenevono ogni dì strette pratiche d'accordo con Francia, et veggiendo da l'altra parte Francia reggiere alla spesa, per accordato co' Vinitiani, et sperare ne' Svizeri, ha iudicato sia meglio prevenire con el Re, in quel modo ha possuto, che stare in tanta incertitudine et confusione, et in una spesa ad lui insopportabile perché io ho inteso di buono luogo, che chi è in Spagna scrive quivi non essere danari né ordine da haverne, et che l'exercito suo era solum di comandati, e' quali anche cominciavono ad non lo ubbidire. Et credo che disegno suo sia suto con questa tregua o fare conoscere a' collegati l'errore loro, et fargli più pronti alla guerra, havendo promessa la ratificazione, ecc., o levarsi la guerra da casa et da tanta spesa et periculo perché se ad tempo nuovo Pampalona havessi spuntato, e' perdeva la Castiglia in ogni modo. Et quanto alle cose d'Italia, potrebbe Spagna, forse più che il ragionevole, fondare in su le sue genti; ma non credo già che facci fondamento né in su Svizeri, né in sul papa, né in su lo 'mperadore più che si bisogni, et che pensi che qua el mangiare insegni bere ad lui et ad li altri Italiani. Et credo che non habbi facto più stretto accordo con Francia di darli el ducato etc., sì per non lo havere trovato seco, sì etiam per non lo havere iudicato utile partito per lui: per che io dubito che Francia non lo havessi facto, per non si fidare né di lui né delle sue armi, perché harebbe creduto che Spagna no 'l facessi per accordarsi seco, ma per guastarli li accordi con gli altri.

Quanto ad Spagna, io non ci veggo nella pace per lui, per hora, alcuna utilità, perché Francia diventava in Italia in ogni modo potente, in qualunque modo e' s'entrassi in Lombardia. Et se per adquistarla li fussino bastate l'armi spagnole, ad tenerla li bisognava mandarci le sua, et grossamente, le quali potevano dare e medesimi sospetti ad li Italiani et ad Spagna, che daranno quelle che venissino ad adquistarla per forza; et della fede et degli oblighi non si tiene hoggi conto, talché Spagna per questa ragione non ci vedeva securtà, et da l'altra parte ci vedeva questa perdita, perché o e' faceva questa pace con Francia, con el consenso de' confederati, o no: volendola fare con el consenso, e' la giudicava impossibile per non si potere adcordare papa et Francia et Vinitiani et imperadore. Havendola dunque ad fare contro al consenso loro, ci vedeva per lui una perdita manifesta, perché si sarebbe adcostato ad uno Re, faccendolo potente, che ogni volta ne havessi occasione, si sarebbe più ricordato delle iniurie vechie, che de' benifitii nuovi, et imitatosi contro tutti e potenti Italiani et fuora, perché, essendo stato lui solo el provocatore di tutti contro ad Francia, et havendogli poi lasciati, sarebbe suta troppa grande iniuria. Donde di questa pace fatta come voi vorresti, e' vedeva surgere la grandeza del Re di Francia certa, lo sdegno de' confederati contro di lui certo, et la fede di Francia dubia, in su la quale sola bisognava si riposassi, perché havendo facto Francia potente et li altri sdegnosi, li bisognava stare seco, et li huomini savi non si rimettono mai, se non per necessità, ad discretione d'altri. Donde io concludo, che gli habbi facto più securo partito fare tregua, perché con epsa e' dimostra a' collegati l'errore loro; fa che non si possono dolere, dando loro tempo ad ratificarla; levasi la guerra di casa; mette in disputa et in garbuglio di nuovo le cose di Italia, dove e' vede che è materia ancora da disfare et osso da rodere. Et, come io dixi di sopra, spera che 'l mangiare insegni bere ad ogniuno et ha ad credere che al papa, ad lo Imperadore et a' Svizeri non piaccia la grandeza de' Vinitiani et Francia in Italia, et se non fieno bastanti ad tenerli che non occupi la Lombardia, iudica che sieno bastanti seco ad tenerli che non passino più oltre, et crede che 'l papa per questo se gli habbi ad gittare in grembo, perché e' può presummere che 'l papa non possa convenire co' Vinitiani, né con suoi adherenti rispetto alle cose di Romagna. Et così con questa tregua e' vede la vittoria di Francia dubia, non si ha ad fidare di lui, et non ha da dubitare della alienatione de' confederati perché o lo 'mperadore et Inghilterra la ratificheranno, o no: se la ratificano, e' penseranno come questa tregua habbi ad giovare ad tutti, se non la ratificano, e' doverrebbono diventare più prompti ad la guerra, et con altre forze che l'anno passato assaltare Francia, et in ogniuno di questi casi Spagna ci ha lo intento suo. Dico di nuovo, addunque, el fine di Spagna essere stato questo: o costringere lo 'mperadore et Inghilterra ad fare guerra dadovero, o con la reputatione loro, con altri mezi che con l'armi, posar le cose ad suo vantaggio; et in ogni altro partito vedeva periculo, o seguitando la guerra o faccendo la pace, et però prese una via di mezo, di che ne potessi nascere guerra o pace.

Se voi havere notato e consigli et progressi di questo cattolico Re, voi vi maraviglierete meno di questa tregua. Questo Re, come voi sapete, da poca et debole fortuna è venuto a questa grandeza, et ha hauto sempre ad combattere con stati nuovi et subditi dubii, et uno dei modi con che li stati nuovi si tengono, et li animi dubii o si fermano o si tengono sospesi et irresoluti, è dare di sé grande expectatione, tenendo sempre li huomini sollevati con lo animo nel considerare che fine habbino ad havere e partiti et le 'mprese nuove. Questa necessità questo Re la ha conosciuta et usatala bene; di qui sono nati li assalti d'Affrica, la divisione del Reame, et tutte queste altre intraprese varie, et sanza vederne el fine, perché el fine suo non è tanto quello od questo, o quella vittoria, quanto è darsi reputatione ne' populi, et tenerli sospesi colla multiplicità delle faccende. Et però lui fu sempre animoso datore di principii, a' quali e' dà poi quel fine che li mette innanzi la sorte, o che la necessità l'insegna: et insino ad qui e' non si è possuto dolere né della sorte né dello animo. Provo questa mia opinione con la divisione fecie con Francia del Regno di Napoli, della quale doveva credere certo ne havessi ad nascere guerra intra lui et Francia, sanza saperne el fine ad mille miglia, né poteva credere haverlo ad rompere in Puglia, in Calavria et al Garigliano. Ma a·llui bastò cominciare, per darsi quella reputatione, sperando o con fortuna o con arte andare avanti, et sempre, mentre viverà, ne andrà di travaglio in travaglio, sanza considerarne altrimenti el fine.

Tutte le sopra dette cose io le ho discorse presupponendo la vita di Iulio; ma quando egli havessi inteso la morte dell'uno et la vita dell'altro, credo harebbe facto quello medesimo, perché se in Iulio e' non poteva confidare, per essere instabile, rotto, furioso et misero, in questo e' non può sperare extraordinariamente, per essere savio. Et se Spagna ha prudenza, non lo ha ad muovere l'interessi contratti in minoribus, perché allora egli ubbidiva, hora comanda; giuocava quel d'altri, ora giuoca el suo; faceva per lui la guerra, hor fa la pace; et debba credere Spagna, che la Santità di N. S. non voglia mescolare inter Christianos né sua danari né sua armi, nisi coactus, et credo che ognuno harà rispetto ad sforzarlo.

Io so che questa lettera vi ha ad parere uno pescie pastinaca, né del sapore vi credevi. Scusimi lo essere io alieno con l'animo da tutte queste pratiche, come ne fa fede lo essermi riducto in villa, et discosto da ogni viso humano, et per non sapere le cose che vanno adtorno, in modo che io ho ad discorrere al buio, et ho fondato tutto in su li advisi mi date voi. Però vi prego, mi habbiate per scusato; et raccomandatemi costà ad ognuno, e in spetie ad Pagolo vostro, quando non sia ancora partito.

Florentie, die 29 aprilis 1513.

Compater N. M.

 

 

204 bis

(minuta)

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 29 aprile 1 513 .

Ihesus Maria.

Magnifice orator mihi plurimum onorande. Io nel mezo di tutte le mia felicità non ebbi mai cosa che mi dilettassi tanto quanto e ragionamenti vostri, perché da quelli sempre imparavo qualche cosa; pensate adunque, trovandomi ora discosto da ogn'altro bene, quanto mi sia suta grata la lettera vostra, alla quale non manca altro che la vostra presenzia et il suono della viva voce; e mentre la ho letta, che la ho letta piú volte, ho sempre sdimenticato le infelici condizioni mia, e parmi essere ritornato in quelli maneggi, dove io ho invano tante fatiche durate e speso tanto tempo. E benché io sia botato non pensare piú a cose di stato né ragionarne, come ne fa fede l'essere io venuto in villa, et avere fuggito la conversazione, nondimanco, per rispondere alle domande vostre, io sono forzato rompere ogni boto, perché io credo essere piú obligato alla antica amicizia tengo con voi, che ad alcuno altro obligo io avessi fatto ad alcuna persona; massime faccendomi voi tanto onore, quanto nel fine di questa lettera mi fate, che, a dirvi la verità, io ne ho preso un poco di vanagloria, sendo vero quod non parum sit laudari a laudato viro. Dubito bene che le cose mie non vi abbino a parere dello antico sapore, d'il che voglio mi scusi lo avere col pensiero in tutto queste pratiche abbandonate, et appresso non ne intendere delle cose che corrono alcuno particulare. E voi sapete come le cose si possono bene indicare al buio, e massime queste; pure ciò che io vi dirò sarà o fondato sopra 'l fondamento del discorso vostro, o in su' presupposti miei, e quali se fieno falsi voglio me ne scusi la preallegata cagione.

Voi vorresti sapere quello che io creda che abbi mosso Spagna a fare questa tregua con Francia, non vi parendo che ci sia drento el suo, discorrendo bene ogni cosa da tutti e versi; in modo che, giudicando da l'un canto el re savio, da l'altro parervi che li abbi fatto errore, sete forza-to a credere che ci sia sotto qualche cosa grande, che voi per ora, né altri, non intendete. E veramente el vostro discorso non potrebbe essere né piú trito né piú prudente, né credo in questa materia si possa dire altro. Pure, per parere vivo e per ubbidirvi, dirò quello mi occorre. A me pare che nessuna cosa vi facci stare tanto sospeso, quanto il presupposto che fate della prudenzia de Spagna. A che io vi rispondo che Spagna parse sempre mai a me piú astuto e fortunato, che savio e prudente. Io non voglio repetere piú le sue cose in lungo, ma venire a questa impresa fatta contro a Francia in Italia, avanti che Inghilterra movessi o che credessi al certo che li avessi a muovere, ne la quale impresa a me parve e pare, non ostante che l'abbi auto el fine contrario, che mettessi sanza necessità a periculo tutti li stati suoi, il che è cosa temeriissima in uno prencipe. Dico sanza necessità, perché egli aveva visto pe' segni dello anno dinanzi, dopo tante iniurie che 'l papa aveva fatte a Francia, di assaltarli li amici, voluto farli ribellare Genova, e cosí, dopo tante provocazioni che lui aveva fatte a Francia, di mandare le genti sue con quelle della Chiesa a' danni de' suoi raccomandati, nondimanco sendo Francia vittoriosa, avendo fugato el papa, e spogliatolo, distrutti e sua eserciti, possendo cacciarlo di Roma, e Spagna da Napoli, non lo avere voluto fare, ma avere volto l'animo a lo accordo; donde Spagna non poteva temere di Francia; né è savia la cagione che si allegassi per lui, che lo facessi per assicurarsi del regno, veggendo Francia non ci avere volto l'animo per essere stracco e pieno di rispetti. E se Spagna dicessi: Francia non venne innanzi allora perché gli ebbe el tale et el tale rispetto, che un'altra volta non gli arebbe auti; rispondo che tutti quelli rispetti che li ebbe allora era per averli sempre, perché sempre el papa non doveva volere che Napoli ritornassi a Francia, e sempre Francia doveva avere rispetto al papa et all'altre potenzie, che non si unissino, veggendolo ambizioso. E s'uno dicessi: Spagna dubitava, che non si unendo con el papa a fare guerra a Francia, el papa non si unissi con Francia per sdegno a fare guerra a lui, sendo el papa uomo rotto et indiavolato come era, e però fu costretto pigliare simil partito; che risponderei? che Francia sempre s'arebbe piú presto convenuto con Spagna che con el papa, quando avessi in quelli tempi possuto convenire o con l'uno o con l'altro, sí perché la vittoria era piú certa, e non ci si aveva a menare arme; sí perché allora Francia si teneva sommamente iniuriato dal papa, e non da Spagna, e per valersi di quella iniuria e satisfare a la Chiesa del concilio, sempre arebbe abbandonato el papa; di modo che a me pare che in quelli tempi Spagna potessi essere o mediatore d'una ferma pace, o compositore d'uno accordo sicuro per lui. Nondimanco e' lasciò indreto tutti questi partiti, e prese la guerra, per la quale poteva temere che con una giornata ne andassino tutti li stati suoi, come e' temé quando e' la perdé a Ravenna, che subito dopo la nuova della rotta, ordinò di mandare Consalvo a Napoli, ch'era come per lui perduto quel regno, e lo stato di Castiglia li tremava sotto. Né doveva mai credere che svizeri lo vendicassino et assicurassino, e li rendessino la reputazione persa, come avvenne; in modo che, se voi considerrete tutta quella azione e maneggi di quelle cose, vedrete nel re di Spagna astuzia e buona fortuna, piú tosto che sapere o prudenzia; e come io veggo fare ad uno uno errore, io presuppongo che ne faccia mille; né crederrò mai che sotto questo partito ora da lui preso ci possa essere altro che quello che si vede, perché io non beo paesi, né voglio in queste cose mi muova nessuna autorità sanza ragione. Pertanto io voglio concludere, che Spagna possa avere errato et intesala male e conclusala peggio.

Ma lasciamo questa parte, e facciàllo prudente, discorriamolo come partito di savio. Dico addunque, faccendo tale presupposto, che a voler nettamente ritrovare la verità di questa cosa, mi bisognerebbe sapere se questa tregua è suta fatta dopo la nuova della morte del pontefice et assunzione del nuovo, o prima, perché forse ci si farebbe qualche differenzia; ma poiché io non lo so, io discorrerò presupponendo che la sia fatta prima. Se io vi domandassi addunque quello che voi vorresti che Spagna avessi fatto, trovandosi ne' termini si trovava, mi risponderesti quello mi scrivete; cioè che gli avessi potuto far pace con Francia, restituitogli el ducato per obligarselo e per torli cagione di condurre arme in Italia. A che io rispondo, che, a discorrere questa cosa bene, si ha a notare che lui fece quella impresa contro a Francia per la speranza aveva di batterlo, farcendo per avventura nel papa, in Inghilterra e nello imperadore più fondamento che non ha poi in fatto veduto da farvi; perché dal papa e' presuppose trarre danari assai; dallo 'mperadore credeva venissi contro al re qualche offesa gagliarda; credeva che Inghilterra, sendo giovane e danaroso e ragionevolmente cupido di gloria, qualunque volta e' fussi imbarcato, avessi a venire potentissimo, talemente che Francia in tutto avessi et in Italia et a casa, a pigliare le condizioni da lui; delle quali cose non gliene è riuscita veruna, perché dal papa ha tratto danari nel principio, ma a stento; et in questo ultimo non solum non li dava danari, ma ogni dí cercava di farlo ruinare, e teneva pratiche contro di lui; da lo 'mperadore non è uscito altro che la gita di Mons. di Gursa, e sparlamenti e sdegni; da Inghilterra gente debole, incompatibile con le sue; di modo che, se non fussi lo acquisto di Navarra, che fu fatto innanzi che Francia Bassi in campagna, e' rimaneva l'uno e l'altro di quello esercito vituperato, ancora che non n'abbino riportato se non vergogna, perché l'uno non uscí mai delle machie di Fonterabi, l'altro si ritirò in Pampalona e con fatica la difese; di modo che, trovandosi Spagna stracco in mezo di questa confusione d'amici, da' quali, non che e' potessi sperare meglio, anzi ogni di peggio, perché tutti tenevano strette pratiche d'accordo con Francia, e veggendo da l'altra parte Francia reggere a la spesa, accordato co' viniziani, e sperare ne' svizeri, ha giudicato che sia meglio prevenire con el re in quel modo ha possuto, che stare in tanta incertitudine e confusione, et in una spesa a lui insopportabile; perché io ho inteso di buono luogo, che chi è in Spagna scrive quivi non essere danari né ordine da averne e che l'esercito suo era solum di comandati, e quali ancora cominciavono a non lo ubbidire; e credo che 'l fondamento suo sia suto levarsi la guerra da casa, e da tanta spesa, perché se a tempo nuovo Pampalona avessi spuntato, e' perdeva la Castiglia in ogni modo, e non è ragionevole che voglia correre piú questo periculo. E quanto alle cose d'Italia, potrebbe fondare forse piú che 'l ragionevole in su le sue genti, ma non credo già che facci fondamento né in su svizeri, né in sul papa, né in su lo 'mperadore piú che si bisogni, e che pensi che qua el mangiare insegni bere a lui et agli altri italiani; e credo che non abbi fatto piú stretto accordo con Francia, di darli el ducato lui, come voi dite che doveva fare, per non lo avere trovato, et anche per non lo iudicare piú utile partito; perché io credo che forse Francia non lo arebbe fatto, perché di già doveva avere accordato co' viniziani, e poi per non si fidare né di lui, né delle sua armi, arebbe creduto che lui non facessi per accordarsi seco, ma per guastarli li accordi con altri. Quanto a Spagna, io non ci veggo veruna utilità, perché Francia diventava in Italia ad ogni modo potente, in qualunque modo e' s'entrassi nel ducato. E se ad acquistarlo li fussino bastate l'armi spagnuole, a tenerlo li bisognava mandarci le sua, e grossamente, le quali potevono dare e medesimi sospetti a l'italiani et a Spagna, che daranno quelle che venissino ad acquistarlo per forza; e della fede e delli oblighi non si tiene oggi conto. Sí che Spagna non ci vede securtà per questo conto, e da l'altra parte ci vedeva questa perdita, perché o e' faceva questa pace con Francia con el consenso de' confederati, o no; con el consenso, e' la giudicava impossibile, per non si potere accordare papa e Francia e viniziani e imperadore, tale che a volerla fare d'accordo co' confederati era un sogno. Avendola dunque a fare contro al consenso loro, ci vedeva una perdita manifesta per lui, perché e' si sarebbe accostato ad uno re, faccendolo potente, che ogni volta che ne avessi occasione ragionevolmente si doveva ricordare piú delle iniurie vechie che de' benifici nuovi; et irritatosi contro tutti i potenti italiani, e fuori d'Italia, perché essendo stato lui solo el provocatore di tutti contro ad Francia, che li avessi dipoi lasciati, sarebbe suta troppa grande iniuria. E però di questa pace fatta, come voi vorresti che l'avessi fatta, e' vedeva la grandeza del re di Francia certa, lo sdegno de' confederati contra di lui certo, e la fede di Francia dubbia, in su la quale solo bisognava che si riposassi, perché avendo fatto lui potente e gli altri sdegnosi, bisognava che li stessi con Francia; et e principi savi non si rimettono mai, se non per necessità, a discrezione d'altri. Sí che io concludo ch'egli abbi iudicato piú securo partito fare tregua, perché con questa tregua e' mostra a' collegati l'errore loro, fa che non si possono dolere, e dà loro tempo a disfarla se la non piace loro, avendo promesso che ratificheranno; levasi la guerra di casa, e mette in disputa et in garbuglio di nuovo le cose d'Italia, dove e' vede che è materia da disfare ancora, et osso da rodere; e come e' disse di sopra, spera che 'l mangiare insegni bere ad ognuno, et ha a credere che al papa et a lo 'mperadore, et a svizeri non piaccia la grandeza de' viniziani e Francia in Italia, e giudica, se costoro non fieno bastanti a tenere Francia che non occupi la Lombardia, e' saranno almeno bastanti seco a tenerlo, che non vadino piú avanti; e che 'l papa per questo se li abbi a gittare tutto in grembo; perché e' può presummere che il papa non possi convenire con e viniziani né con loro aderenti, rispetto alle cose di Romagna. E cosí con questa tregua e' vede la vittoria di Francia dubbia, non si ha a fidare di Francia, e non ha da dubitare della alterazione de' confederati; perché o lo 'mperadore e Inghilterra la ratificheranno o no: se la ratificano, e' penseranno come questa tregua abbia a giovare a tutti, e non a nuocere; se non la ratificano, e' doverrebbono diventare piú pronti a la guerra, e con maggiore forze e piú ordinate che l'anno passato venire a' danni di Francia; et in ogni uno di questi casi Spagna ci ha lo intento suo. Credo pertanto ch'el fine suo sia stato questo, e che creda con questa tregua, o costrignere lo 'mperadore et Inghilterra a fare guerra da dovero, o con la reputazione loro, con altri mezi che con l'armi, posarle a suo vantaggio. Et io ogni altro partito vedeva periculo, cioè, o seguitando la guerra, o faccendo la pace contro alla volontà loro; e però prese una via di mezo, di che ne potessi nascere guerra e pace.

Se voi avete notato el procedere di questo re, voi vi maraviglierete meno di questa tregua. Questo re da poca e debole fortuna è venuto a questa grandeza, et ha auto sempre a combattere con stati nuovi e sudditi dubii. Et uno de' modi con che li stati nuovi si tengono, e li animi dubii o si fermano o si tengono sospesi et irresoluti, è dare di sé grande espettazione, tenendo sempre li uomini sollevati con l'animo, nel considerare che fine abbino ad avere e partiti e le 'mprese nuove. Questa necessità questo re la ha conosciuta et usatala bene, da la quale è nato la guerra di Granata, li assalti d'Affrica, l'entrata nel reame e tutte queste altre intraprese varie, e sanza vederne el fine, perché el fine suo non è quello acquisto o quella vittoria, ma è darsi reputazione ne' populi sua e tenerli sospesi con la multiplicità delle facende; e però è animoso datore di principii, a' quali e' dà dipoi quel fine che li mette innanzi la sorte e che la necessità l'insegna; et infino a qui e' non si è possuto dolere né della sorte, né dello animo. Provovi questa mia opinione con la divisione che fe-ce con Francia del regno di Napoli, della quale e' doveva sapere certo ne avessi a nascere guerra intra lui e Francia, sanza saperne el fine a mille miglia; né poteva credere averli a rompere in Puglia et in Calavria et al Garegliano. Ma a lui bastò cominciare per darsi quella reputazione, sperando, come è seguito, o con fortuna o con inganno andare avanti. E quale che li ha fatto, sempre farà, et il fi-ne di tutti questi giochi vi dimosterrà cosí essere el vero.

Tutte le sopradette cose io ho discorse, presupponendo che vivessi papa Julio; ma quando egli avessi inteso la morte sua e la vita di questo, arebbe fatto el medesimo, perché se in Julio e' non poteva confidare per essere instabile, rotto, impetuoso et avaro, in questo e' non può confidare per essere savio. E se Spagna ha punto di prudenza, non lo ha a muovere alcuno benifizio che li abbi fatto in minoribus, né alcuna coniunzione abbino auti insieme, perché allora egli ubbidiva, ora comanda; giucava quello d'altri, ora gioca el suo; faceva per lui e garbugli, or fa la pace.

 

 

205

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 20 giugno 1513

Magnifico oratori Francisco Victorio apud Summum Pontificem.

Magnifico oratore. Io vi scrissi più settimane fa in risposta di un discorso vostro circa la tregua fatta intra Francia et Spagna. Non ho dipoi hauto vostre lettere, né io ve ne ho scritte, perché intendendo come voi eri per tornare, aspettavo di parlarvi a bocca. Ma intendendo hora come il ritornar vostro è raffreddo et che voi siate per avventura per stare qualche dì costà, mi è parso da rivicitarvi con questa lettera, et ragionarvi con quella tutte quelle cose che io vi ragionerei se voi foste qua. Et benché a me convenga scagliare, per essere discosto da' segreti et dalle faccende, tamen non credo possa nuocere alcuna oppenione che io habbi delle cose, né a me, dicendola a voi, né a voi, udendola da me.

Voi havere veduto che successo ha hauto per hora la impresa che Francia ha fatta in Italia, quale è suta contraria a tutto quello si credeva, overo si temeva per li più; et puossi questo evento connumerare in tra le altre felicità grandi, che ha havute la Santità del papa et quella magnifica casa. Et perché io credo che l'uffizio di un prudente sia in ogni tempo pensare quello li potesse nuocere et prevedere le cose discosto, et il bene favorire, et al male opporsi a buon'hora, mi sono messo nella persona del papa, et ho esaminato tritamente quello di che io potrei temere adesso, et che rimedii ci farei, i quali vi scriverrò, rimettendomi a quel discorso di coloro, che lo possono fare meglio di me, per intendere le cose più appunto.

A me parrebbe, se io fussi il pontefice, stare tutto fondato in su la fortuna, insino a tanto che non si fosse fatto uno accordo, per il quale le armi si havessino a posare o in tutto o in maggior parte. Né mi parrebbe essere sicuro delli Spagnuoli, quando in Italia loro havessino meno rispetti che non hanno hora; né securo de' Svizzeri, quando non havessino havere rispetto a Francia o a Spagna; né di alcuno altro, che fosse prepotente in Italia. Così, per adverso, non temerei di Francia, quando si stesse di là da' monti, o quando e' ritornasse in Lombardia d'accordo meco. Et pensando al presente alle cose dove le si truovono, io dubiterei così di un nuovo accordo, come di una nuova guerra. Quanto alla guerra che mi facesse ritornare in quelli sospetti, ne' quali si era pochi dì sono, non ci è per hora altro dubbio, se non se Francia havesse una gran vittoria con li Inghilesi. Quanto allo accordo, sarebbe quando Francia accordasse con Inghilterra o con Spagna sanza me. Et pensando io come l'accordo di Inghilterra sia facile o no, et così quello di Spagna, giudico, se quello di Inghilterra fosse difficile, questo di Spagna essere possibile et ragionevole; et se non ci si ha l'occhio, temo assai che insperato e' non giunga altrui addosso, come giunse la triegua infra loro. Le ragioni che mi muovono son queste. Io credetti sempre et credo che a Spagna piacesse et piaccia vedere il re di Francia fuora di Italia, ma quando con l'armi sue, et con la reputatione sua propria elli lo potesse cacciare; né credetti mai, né credo che quella vittoria, che anno i Svizzeri hebbono con Francia, li sapesse al tutto di buono. Questa mia oppenione è fondata in sul ragionevole, per rimanere il papa et i Svizzeri in Italia troppo potenti, et in su qualche ritratto, donde io ho inteso che Spagna si dolse anco del papa, parendoli che gli havesse data a' Svizzeri troppa autorità; et tra le ragioni che gli feciono fare triegua con Francia, credo che fosse questa. Hora se quella vittoria prima gli dispiacque, questa seconda che hanno havuta i Svizzeri credo li piaccia meno, perché e' vede se essere in Italia solo, vedeci e Svizzeri con riputazion grande, vedeci un papa giovane, ricco et ragionevolmente desideroso di gloria, et di non fare meno pruova di sé che habbino fatta e suoi antecessori, vedelo con fratelli et nipoti senza stato. Debbe pertanto ragionevolmente temere di lui, che, accostandosi con Svizzeri, e' non li sia tolto il suo; né ci si può vedere molti ostacoli, quando il papa lo volesse fare. Et lui non ci può provvedere più securamente, che fare accordo con Francia, dove facilmente si guadagnerebbe Navarra, et darebbe a Francia uno stato difficile a tenere per la vicinità de' Svizzeri; et alli Svizzeri torrebbe l'adito di potere passare facilmente in Italia; et al papa quella commodità di potersi valere di loro; il quale accordo, trovandosi Francia ne' termini si truova, doverrebbe essere, non che rifiutato, ma cerco da lui.

Pertanto, se io fussi il pontefice, et giudicando che questo potesse intervenire, io vorrei o sturbarlo, o esserne capo; et pare a me che le cose si truovino in termine che facilmente si potesse concludere una pace tra Francia e Spagna, papa et Viniziani. Io non ci metto né e Svizzeri, né lo Imperadore, né Inghilterra, perché io giudico che Inghilterra sia per lasciarsi governare da Spagna; né veggo come lo Imperadore possa essere d'accordo con i Viniziani o come Francia si possa convenire con li Svizzeri; et però io lascio costoro, et piglio quelli dove l'accordo resta più sopportabile. Et parrebbemi che tale accordo facesse assai per tutti a quattro costoro; perché a' Viniziani doverrebbe bastare godere Verona, Vicenza, Padova et Trevigi; al re di Francia la Lombardia; al papa il suo; a Spagna il reame. Et a condurre questo si farebbe solum ingiuria ad un duca di Milano posticcio, et a' Svizzeri e allo Imperadore, i quali si lascerebbono addosso a Francia, et lui, per guardarsi da loro, harebbe sempre a tenere la corazza indosso, il che farebbe che tutti gli altri sarebbono sicuri di lui, et gli altri guarderebbono l'un l'altro. Pertanto io veggo in questo accordo securtà grande et facilità, perché infra loro sarebbe una comune paura de' Tedeschi, che sarebbe la mastrice loro che gli terrebbe appiccati insieme, né sarebbe fra loro cagioni di querele, se non ne' Viniziani, che harebbono patienzia.

Ma, pigliandola per altra via, io non ci veggo securtà veruna, perché io sono d'oppinione, et non me ne credo ingannare, che, poi che il re di Francia sarà morto, e' penserà alla impresa di Lombardia, et questo sarà sempre cagione di tenere l'armi fuora; senza che io credo che Spagna la calerà a questi altri in ogni modo; et se la prima vettoria de' Svizzeri li fece fare triegua, questa seconda li farà far pace, né stimo pratiche che tenga, né cose che dica, né promesse che faccia; la quale pace, quando la facesse, sarebbe pericolosissima, faccendola senza participazione d'altri. Valete.

Florentie, die 20 Junii 1513.

Niccolò Machiavelli

 

 

206

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

 

Firenze, 26 giugno 1513

Domino Giovanni di Francesco Vernacci.

In Constantinopoli.

Carissimo Giovanni. Io ho ricevute più tue lettere, et ultimamente una di aprile passato, per le quali et per l'altre ti duoli di non havere mie lettere; a che ti rispondo, che io ho havuto dopo la tua partita tante brighe, che non è maraviglia che io non ti habbia scritto, anzi è piuttosto miracolo che io sia vivo, perché mi è suto tolto l'uffitio, et sono stato per perdere la vita, la quale Iddio et la innocentia mia mi ha salvata; tutti gli altri mali, et di prigione et d'altro ho sopportato: pure io sto, con la gratia di Iddio, bene, et mi vengo vivendo come io posso, et così mi ingegnerò di fare, sino che i cieli non si mostrino più benigni.

Tu mi hai scripto più volte ch'io vegga d'acconciare le gravezze del tuo podere; ad che ti dico come e' bisogna che tu ci sia, et non si passa tempo di cosa che si habbi ad fare, perché sempre sarai ad tempo. La Marietta et tutti noi siamo sani, et tu attenderai ad stare sano acciò possa prevalerti in qualche cosa. Lorenzo Machiavegli si duole di te, et dice che tu non gli scrivi chiaro, perché della metà de' panni che ti restono in mano, tu di' che li hai venduti alla posta et creduti ad non so chi, et non gli scrivi e pregi, et colui a chi tu scrivi haverli creduti, dice che non è buona detta; per tanto, io ti prego che tu scriva le cose chiare: et adbonda più tosto nello scrivere troppo che nel poco, ad ciò che ad ragione e' non si possa dolere di te.

Saluta el consolo da mia parte et digli come io hebbi la sua lettera, et ch'io sono vivo et sano. Et non ho altro di buono. Christo ti guardi. Addì 26 di giugno 1513.

Niccolò Machiavegli in Firenze

 

 

207

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 27 giugno 1513

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis.

 Conpare carissimo. Io non vi ho risposto a una vostra havuta circa un mese et mezzo fa, perché speravo partirmi di settimana in settimana, et potere parlare con voi alla mia tornata et di quella et di molte altre cose desideravo. Sono ancora in questa sospensione, et conoscerete non mi sono ingannato da quello vi scrissi nel principio che fu creato questo papa. Io mi sono ricordato di voi più volte, quando parlamo di uno amico nostro, che voi mi confortavi a non havere fede in lui, et stare largo quanto io poteva, che forse sarebbe stato a proposito mio haverlo fatto. Nondimeno, come voi sapete et l'havete provato in voi medesimo, è difficile mutarsi di natura: a me sarebbe inpossibile fare male a nessuno, et seguane che vuole.

Io starò quassù tanto quanto vorrà il papa: et, quando voglia, più volentieri tornerò. Et infino che Jacopo non ha detto volersi partire, non è mai passata settimana che io non habbia domandata al papa licentia. Hora che egli dice non ci volere stare (nondimeno non si parte), mi è tagliata la via a domandarla più, in modo mi sto senza faccenda nessuna, et attendiamo a fare, il Brancaccio et io, come facevo a Trento, et duolmi solo non ci siate voi, ché questo buon tempo non ci sarebbe cavato di corpo; et vinca poi chi vuole, o Franzesi o Svizzeri; e se non basta questo, venga il Turco con tutta l'Asia, e colminsi per un tratto tutte le profetie, ché, a dirvi il vero, io vorrei che quello che ha essere fosse presto, et oltre a quello ho visto, vedrei volentieri più là.

Ma, per tornare una volta alla lettera vostra vecchia, et poi a questa nuova, io confesso che in quella voi vi apponeste et io mi ingannavo; perché io mi persuadeva che Spagna non havesse fatto triegua cosa semplice, ma che ci fosse qualche cosa sotto, et non era però vero, come la experientia ha mostro, conforme a quello dicevi. Però la lettera vostra mi piaccque allhora, et molto più mi piace hora, et l'appruovo. Conosco ancora discorrete molto bene per questa ultima, et approverrei in tutto la vostra oppinione, se io non stimassi tanto i Svizzeri, quanto io fo; li quali in questa ultima battaglia meco hanno accquistato tanto, che io non so quale exercito si possa loro opporre. Conosco essere vero quello che voi dite, che l'accordo tra Spagna et Francia sarà hora più facile, perché havendo Francia una sete incredibile di Lonbardia, et Spagna un timore grandissimo di non perdere il Regno, et parendo loro che gli Svizzeri siano diventati troppo potenti, et dubitando della grandezza del papa congiunta con loro, non sarà conventione che tra loro medeximi non fermino. Ma quando voi congiugnete il papa, Francia, Hispagna et Vinitiani, a' Vinitiani prima si vede il papa dubbio nell'haversi a fidare di Francia, et lasciare li Svizzeri, che loro, indegnati seco, il quale credano sia loro obbligato, non si gittassino in tutto a Francia; et egli non si curando della fede, come fanno i Franzesi, pensasse con il mezzo loro, non solo la Lombardia, ma tutta Italia accquistare. Ma poniamo che della fede non si habbia a dubitare: non vi pare necessario rimuovere il duca di quello stato? A questo non bisognano exerciti, et come i Svizzeri lo intendono, scendono, et difenderannolo da ognuno. Aggiungo ancora che io non fo sì facile, benché segua l'accordo di Francia et di Spagna, quello di Inghilterra, né mi persuado che Spagna ne possa tanto disporre. Né ancora quello dello imperatore et Vinitiani seguirebbe sì presto, perché egli sta là tra quelli monti, et non dubitando di sé, sempre minaccia altri, et gli accordi suoi gli tiene poco. Et se voi mi domandaste: Che vorresti tu hora facesse il papa? vi risponderei: tutto il contrario di quello fa; perché non resta di spendere, et io non vorrei restasse di congregare per ogni via et ogni verso; vorrei tenere ben contenti li Svizzeri in fatti, et gli altri in parole, perché a tutti vorrei usare tanti buoni termini et tante buone parole quanto fosse possibile; se io dubitassi d'accordo tra Francia et Spagna, mi sforzerei romperlo; et in fine non vorrei intervenire in accordo alcuno se non fosse generale, né questo crederrei fosse molto difficile, perché, dato che Francia non si possa contentare senza la Lombardia, che lo credo certo, si potrebbe concedergliene, et che desse una pensione a' Svizzeri, che potete pensare che poi hanno cominciato a trarre tributo di quello stato, non vorranno stare patienti a non l' havere; né penseranno Francia sarà sì grande che non ci osserverà, ancora che prometta, perché hanno preso tanto animo, et tanto confidano nelle forze loro, che pensano potere battere qualunque sorte di huomini et ogni principe, et la experientia se ne è vista di qualità, che io non consiglierei mai il papa che facesse accordo senza loro.

Ma, conpare mio caro, noi andiamo girandolando tra' cristiani et lasciamo da canto il Turco, il quale fia quello che, mentre questi principi trattano accordi, farà qualche cosa che hora pochi vi pensano. Egli bisogna che sia huomo da guerra et capitano per eccellentia: vediesi che ha posto il fine suo nel regnare, la fortuna gli è favorevole, ha soldati tenuti seco in factione, ha danari assai, ha paese grandissimo, non ha obstacolo alcuno, ha coniunctione con il Tartaro, in modo che io non mi farei maraviglia che avanti passasse uno anno egli havesse dato a questa Italia una gran bastonata, et facesse uscire di passo questi preti; sopra che non voglio dire altro per hora.

Ho speranza che non passerà xv giorni che potremo parlare insieme di questa et di molte altre cose; et perché voi et io non haremo faccenda, credo [non] ci rincrescerà il parlarne.

Francesco Vettori oratore in Roma

Addì 27 di giugno 1513.

 

 

208

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 12 luglio 1513

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis.

Compare mio caro. Ancora che, come vi ho scritto, mi paia spesso che le cose non procedino con ragione, et per questo giudichi superfluo il parlarne, discorrerne et disputarne, nondimeno chi è assueto in un modo insino in 40 anni, mal volentieri si può ritrarre et ridurre a altri costumi, a altri ragionamenti et pensieri; et però per tutte le cause, et maxime per questa, disiderrei essere con voi, et vedere se noi potessimo rassettare questo mondo, et, se non il mondo, almeno questa parte qua, il che mi pare molto difficile ad assettare nella fantasia, sì che, quando si havesse a venire al fatto, crederrei fosse impossibile.

Noi habbiamo a pensare che ciascuno di questi nostri principi habbia un fine, et perché a noi è impossibile sapere il segreto loro, bisogna lo stimiamo dalle parole, dalle dimostrazioni, et qualche parte ne immaginiamo. Et cominciando al papa, diremo che il fine suo sia mantenere la Chiesa nella riputatione l'ha trovata, non volere che diminuisca di stato, se già quello che gli diminuisse non lo consegnasse a' sua, cioè a Giuliano et Lorenzo, a' quali in ogni modo pensa dare stati. Questo giuditio, che egli voglia mantenere la Chiesa nelli suoi stati et preminentie, lo fo in su le parole gli ho udito dire, lo fo ancora in su le dimostrationi ha fatte; perché, havendo occupato Giulio Parma et Piacenza senza alcuno giusto titolo, et havendole riprese vacante il pontificato il duca di Milano, non pensò prima cosa nessuna il papa, che a rihaverle; et secondo il giuditio mio andava a perdere, come gli dissi qualche volta, et mi pareva considerarla bene, perché, essendo queste terre sute occupate in sede vacante, a lui non era suto vergogna; ma gli sarebbe ben vergogna il ripigliarle et haverle poi o per forza o per conventione a ristituire, come era conveniente seguisse. Et gli dicevo: O la triegua tra Francia et Spagna è semplice di là da' monti, come noi intendiamo, o vero è uno accordo et conventione di ogni cosa. Se è conventione, non può essere altrimenti, se non che Francia rihabbia il ducato di Milano; et se Spagna gli ha consentito questo senza vostra participatione, è conveniente li habbia acconsentito ancora Parma et Piacenza; et per questo venendo a' Franzesi, o per forza o per amore l'harete a rendere, perché Spagna vorrà così. Se la triegua è semplice, quando i Franzesi verranno, gli Spagnuoli vorranno difendere Milano, et si opporranno. Nello opporsi, o perderanno o vinceranno; se vincono, rivorranno ad ogni modo queste terre, et si terranno male satisfatti di voi, dicendo che, quando il duca era per affogare, gli havete posto il piede in su la gola, et rivolute queste terre, et toltogli la riputatione con li popoli; se perdono, il re le rivorrà. Se le rendete d'accordo, è vergogna; se le volete difendere, entrate in guerra con Francia, che si ha a credere non gli habbiate a potere resistere.

Egli udiva queste ragioni, nondimeno seguiva il suo proposito. Che voglia dare stato a' parenti, lo mostra che così hanno fatto li papi passati Calisto, Pio, Sixto, Innocentio, Alessandro et Giulio; et chi non l'ha fatto, è restato per non potere. Oltre a questo, si vede che questi suoi a Firenze pensano poco, che è segno che hanno fantasia a stati che sieno fermi et dove non habbino a pensare continuo a dondolare huomini, Non voglio entrare in consideratione quale stato disegni, perché in questo muterà proposito, secondo la occasione.

Doppo il papa verremo allo inperatore, il quale, ancora che non habbia mai mostro havere gran forza, nondimeno è stato riputato da tutti li principi, che a me bisogna in questo caso dare il cervello mio prigione a giudicarne quello che gli altri. Dirò adunque che la fantasia di costui et il fine suo sia stato di travagliare, et entrare di guerra in guerra, et hoggi essere d'accordo con quello et domani con quell'altro; favorire il Concilio, disfavorirlo, tanto che egli per qualche via, la quale non l'ha determinata, venga al disegno suo di possedere Roma, e tutto quello possiede la Chiesa, come vero et legittimo imperatore. Et questo giudico dalle parole sue, le quali ha dette me presente et ancora a altri, et dalle dimostrationi ancora, ché si vede ha tentato più volte il re di Francia di questo; dallo havere favorito il Concilio, et poi, dubitando che Francia non facesse un papa a suo modo, mutato consiglio, accostatosi con papa Giulio. Sì che egli mi pare che di questo suo fine se ne possa dare giuditio risoluto.

Che fine habbia il re di Spagna credo che pochi vi si possino ingannare, perché pensa mantenersi nel governo di Castiglia, pensa assicurarsi che non li possa essere tolto il regno di Napoli; et perché l'una cosa et l'altra non si può fare senza danari, pensa essere tanto stimato et temuto in Italia, che possa da tutti li potentati di essa trarre danari, per valersene a questo suo disegno.

Inghilterra ancora dirò che il fine che l'ha indotto a fare guerra a Francia sia il sospetto non diventasse troppo grande; et poiché l'ha una volta offeso, vorrebbe diminuirlo tanto, che non havesse per tempo alcuno da temerne, et se fosse possibile ne vorrebbe spiccare la Normandia.

Li Svizzeri, i quali io stimo sopra tutti li re, hanno il fine loro di potere venire in Italia a posta loro, che il duca di Milano stia quasi con loro et trarne ogni anno grossa pensione, et non volere vicini, i quali habbiano a temere, ma più presto siano per essere temuti loro da' vicini; et la riputatione et la gloria li muove assai. Né mi extenderò in mostrare le ragioni che mi muovano a credere che Spagna, Inghilterra et li Svizzeri habbiano lo intento dico di sopra, perché è cosa tanto chiara che sarebbe superflua a parlarne.

Vinitiani, Ferrara, Mantova, Fiorentini, Sanesi, Lucchesi et questi simili hanno il fine loro quasi noto: volere mantenere quello hanno, et raccquistare quello hanno perduto; ma in fatto possono poco operare.

Hora, conpar mio, io vorrei che, stante tutte queste cose, voi mi assettassi con la penna una pace; et so bene che se ciascuno di questi principi volesse stare fermo in su quello dico di sopra, che tra essi non conchiuderebbe accordo altri che Iddio. Ma se qualcuno calasse in una parte, et quello in una altra, si potrebbe forse trovare qualche modo, nel quale io sono irresoluto; però ne domando il parere vostro. Et perché potrebbe essere che voi presupponessi il fine di questi principi altrimenti di quello non fo io, harò caro ne diciate vostra oppinione; et se vi paressi fatica rispondere in una volta, rispondiate in dua o tre, ché sempre vedrò volontieri vostre lettere, et con esse mi passerò tempo; perché havete a pensare che la maggior faccenda che io habbia è lo starmi, perché il leggere mi è venuto in fastidio, havendo letto, poi che io ci sono, tutti li libri haveva un cartolaio ben grosso, che me gli ha prestati a uno per volta.

Per l'ordinario qui sarà hora per uno imbasciatore poche faccende, ché prima s'haveva a intrattenere molti cardinali, et hora non fia necessario, perché dal papa si intenderà quello ti vorrà dire. Oltre di questo, ci sono stati tanti oratori, et ci sono ancora, che a me, essendo il più giovane, è tocco a vedere quello si fa; et per l'ordinario sapete fuggo le cerimonie quanto posso.

Francesco Vettori oratore Addì 12 di luglio 1513.

 

 

209

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

 

Firenze, 4 agosto 1513

Domino Giovanni di Francesco Vernacci. In Levante.

Carissimo Giovanni. Io ti scrissi circa un mese fa, et dixiti quanto mi occorreva, et in particulari la cagione perché non ti havevo scripto per lo addreto. Credo la harai hauta, però non repricherò altrimenti.

Ho dipoi hauta una littera tua de' dì 26 di maggio, alla quale non mi occorre che dirti altro, se non che noi siamo tuti sani: et la Marietta fecie una bambina, la quale si morì in capo di 3 dì. Et la Marietta sta bene.

Io ti scripsi per altra come Lorenzo Machiavegli non si teneva satisfacto di te, et in particulare delli advisi, perché diceva lo havevi advisato di rado et suspeso, da non cavare delle tue lettere nessuna cosa certa. Confortoti per tanto ad scrivere ad quelli con chi tu hai ad fare, in modo chiaro, che, quando eglino hanno una tua lettera, e' paia loro essere costì, in modo scriva loro particularmente le cose. Et quanto al mandarti altro, mi ha detto che se non sbriga cotesta faccienda in tucto et se ne reduce al netto, che non vuole intraprendere altro.

Egli è venuto costà uno Neri del Benino, cognato di Giovanni Machiavegli, al quale Giovanni ha dato panni; et però non ci è ordine che facessi con altri. Et Filippo li vuole vendere in su la mostra.

Attendi ad stare sano, et bada alle facciende, ché so che se tu starai sano, et farai tuo debito, che non ti è per mancare cosa alcuna. Io sto bene del corpo, ma di tucte l'altre cose male. Et non mi resta altra speranza che Idio che mi aiuti, et in fino ad qui non mi ha abandonato ad fatto.

Raccomandami alla memoria del consolo Juliano Lapi mille volte, e digli che io sono vivo. Et non mi resta altro. Christo ti guardi.

Addì 4 d'agosto 1513.

Niccolò Machiavegli in Firenze

 

210

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

Roma, 5 agosto 1513

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis.

Se io serbassi copia delle lettere scrivo, subito, conpare mio caro, che io hebbi la vostra, sarei corso a guardare lo exemplo, et stato maravigliato di essere suto tanto smemorato, che nella principal cosa doveva scrivere habbia mancato; et mi ricorda havermi distinto nel cervello il fine di tutti questi principi cristiani che travagliono, et dato a Francia il medesimo che voi, et ordinatone la ragione, che più volte che havea potuto a suo piacere occupare tutta Italia, non l'havea fatto. Donde sia proceduto questo, o da mala fortuna sua, o da poca diligentia mia, o da poco cervello, credo a voi non l'havere scritto; et siamo d'accordo che il fine suo sia di rihavere la Lombardia, et poi posare. Et in verità li discorsi vostri sono tanto ordinati et tanto prudenti, quanto essere potessono; et l'accordo che voi dite mi piacerebbe assai, et crederrei che tra il Papa, Francia et Spagna et ancora con li Vinitiani si potesse concludere. Ma veggo difficoltà grande in Inghilterra, né posso credere che un re giovane, animoso, ricco, habbia fatto una impresa sì grande, condotta tanta gente di qua dal mare, speso in fanti et in navilii somma grossa di danari, et poi per le persuasioni del papa et d'Ispagna s'habbia a ritirare con vergogna con una pensione. Crederrei bene che quando Spagna gliene facesse intendere per da vero, mostrandoli che, quando non si ritirasse, haverli a essere inimico, che allhora egli cederebbe. Ma non credo già che Spagna sia per fare questo, perché, essendo intercesse tante gravi inimicitie tra Spagna et Francia, non vorrà mai il Cattolico spiccarsi in tutto da Inghilterra, perché non si fiderà di Francia, né confiderà che la potentia et la autorità del papa sia tanta che lo possa difendere dalla potentia di Francia, aggiunto maxime che potrebbe cascarli qualche sospetto nella mente che il papa non aspirasse al reame, et stimasse condurlo con il favore di Francia. Et andando bene considerando questa materia, non truovo chi sia per fare ritirare gli Inghilesi, i quali hanno il modo a campeggiare questo anno, questo altro, et poi quello altro, se non i Svizzeri, et loro credo sarebbono per scoprirsi in favore di Francia ogni volta che egli volesse lasciare la Lombardia; né fa per loro distruggere in tutto un reame di Francia, del quale hanno tratto tante commodità, et sono per trarre. Et quando fossono d'accordo il papa, Francia, Spagna et Svizzeri, Spagna si verrebbe a scoprire manco contro Inghilterra, perché li Svizzeri soli basterebbono; et essendo ancora in conpagnia de' Svizzeri, gli parrebbe essere più sicuro di Francia et ancora del papa, perché parrebbe che li Svizzeri dovessono essere il temperamento fra loro di chi non volesse stare a' termini. Et li Vinitiani ancora, se rihavessono Brescia et Bergamo, resterebbono più che contenti. Allo imperatore rimarrebbe Verona, et restando solo, né havendo dove gittarsi, bisognerebbe stesse patiente. Il duca di Milano riharebbe tutte le sue terre, ancora Piacenza et Parma, et simile il duca di Ferrara; né bisognerebbe temere de' Svizzeri, i quali harebbono da l'un canto i Franzesi, dall'altro tutta Italia, et gli Spagnuoli che ci fossero, de' quali è forzato il Re Cattolico tenerci sempre buon numero, rispetto alla volubilità de' popoli del regno. Né è da dubitare di quello mi scrive il Casa, essere vostra fantasia che li Svizzeri non si unischino con il resto de' Tedeschi, perché, lasciamo andare la inimicitia che è tra loro, poniamo da parte le offese hanno fatte alla Casa d'Austria, loro hanno tanto cervello che conoscono benissimo la grandezza dello imperatore, et mai acconsentiranno farlo maggiore; né è d'havere dubbio habbino a mettere colonie, perché non sono in tanto numero, come sapete, da poterlo fare; alloro basta dare una rastrellatura, toccare danari et ritornarsi a casa. Et se voi mi dicessi: Si potrìa mutare imperatore, et gli Svizzeri imparare alle spese di altri, ve lo confesserei; ma le cose del mondo sono poco stabili, et io vorrei pensare a una pace per qualche anno et non lunga, perché non ci riuscirebbe. Diretemi hora quello che io credo, che Francia non è per lasciare Milano; a che io vi rispondo, che gli Inghilesi non sono per lasciarlo riposare, et i Svizzeri il medeximo, et Spagna ancora sotto accqua lavorerà, né il papa, che adopererà quello potrà di bene, harà modo a rimediarci. Et in conclusione, se il Cristianissimo fosse contento a lasciare Lombardia, veggo tutta Italia in pace, et alla morte del re catholico tornare il regno in un figliolo del re Federigo, et ridursi Italia ne' primi termini; senza questo modo, non so trovare stiva, che Francia et Italia non patiscano assai; et temo che Iddio non voglia gastigare noi miseri cristiani, et in mentre che i principi nostri sono tutti irritati l'uno contro all'altro, et modo nessuno si vede a comporli, che questo nuovo Signore Turco non ci esca addosso et per terra et per mare, et faccia uscire questi preti di letii, et gli altri huomini di delitie; et quanto più presto fosse, tanto meglio, che non potresti credere quanto malvolentieri mi accomodo alle satievolezze di questi preti, non dico del papa, il quale, se non fosse prete, sarebbe un gran principe.

Io non vi voglio dire altro per questa, che raccomandarmi a voi et pregarvi mi scriviate; et ogni novellaccia vostra mi piacerà. Iddio v'aiuti.

Franciscus Victorius orator Rome Die 5 Augusti 1513.

 

 

211

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

S. Andrea in Percussina, 10 agosto 1513

Magnifico oratori apud Summum Pontificem Francisco Victorio patrono suo.

Signore ambasciadore. Voi non volete che questo povero re di Francia rihabbi la Lombardia, et io vorrei. Dubito che 'l vostro non volere, et il mio volere non habbino uno medesimo fondamento d'una naturale affectione o passione, che facci a voi dire no et a me sì. Voi adhonestate il vostro no col mostrare esserci più difficultà nel condurre la pace, quando il re habbi a tornare in Lombardia; io ho mostro, per adhonestare il mio sì, non essere così la verità, et dipoi che la pace presa per quel verso che io dico, sarà più secura et più ferma.

Et venendo di nuovo a' particulari, per rispondere a questa lettera vostra de' cinque, dico come io sono con voi, che ad Inghilterra harà sempre a parere strano essere venuto in Francia con tanto apparato, et haversi a ritirare: e' conviene pertanto che questo ritiramento sia fondato in su qualche necessità. Io giudicavo che la fussi assai necessità quella a che lo potessi costrignere Spagna et il papa, et giudicavo et giudico, che trovando Inghilterra da l'un canto la impresa difficile, da l'altro veggendo la volontà di costoro, che fusse facil cosa disporlo; et se ne restassi malcontento, mi pareva a pproposito, perché tanto più veniva o verrebbe a restare debole el re di Francia, el quale, essendo in tra gl'Inghilesi e' Svizeri inimici o sospetti, non potrebbe pensare ad occupare quel d'altri, anzi harebbe a pensare che altri havessi a mantenerli el suo; et il re di Spagna harebbe in questo caso la intentione sua fornita, perché io credo che oltre all'assicurarsi de' suoi stati, egli habbi pensato, come l'armi sue possino restare il gallo d'Italia; e in questo modo resterebbono; perché, non possendo Francia rispetto a' sospetti d'Inghilterra et la inimicitia de' Tedeschi, mandare grossa gente in Lombardia, li converrebbe adoperare l'armi spagnole in ogni modo. Né veggo perché e Svizeri soli sieno quelli che possino costringere l'Inghilesi a cedere, perché io non credevo né che possino, né che voglino servire Francia se non come stipendiarii, perché, sendo poveri et non confinando con Inghilterra, conviene a Francia pagarli et di molto fructo; perché e' può soldare lanzichinet, et trarne quella medesima utilità; et Inghilterra ne ha havere la medesima paura. Et se voi mi dicessi che Inghilterra può fare che Svizeri assaltino Francia in Borgogna, rispondo che questo è un modo che offende Francia; et a volere che Inghilterra cali, bisogna trovare un modo che offenda Inghilterra. Né voglio già che Spagna et il papa muovino l'armi cóntroli, ma voglio che l'abbandonino da l'un canto, da l'altro li mostrino che la cagione perché si faceva guerra a Francia era per rispetto alla Chiesa, et hora, che si è per desistere da offenderla, che non sono per offendere lui; et crederrei al tutto che senza medicina più gagliarda e' fussi per ritirarsi, havendo massime trovato, come io ho detto più volte, et trovando la 'mpresa di Francia dubbia; et ha Inghilterra a pensare, che se viene a giornata et perdela, che potrebbe essere che ne potrebbe cosí perdere el regno come Francia. E se voi mi dicessi: E' manderà danari grossamente a' Tedeschi et farà assaltare Francia da un'altra banda, rispondo a questo con la oppinione che è stata sempre, che vorrà, et per superbia et per gloria, spendere e sua danari nelle sua genti: et dipoi quelli che mandassi a lo imperadore sarebbano gittati via, et e Svizeri ne vorrebbono troppi. Credo ancora che la confidenza in fra Spagna et Francia possa nascere facilmente, perché per Spagna non fa distruggere el re di Francia per questa via; et Francia ne ha veduto un saggio, che nel mezo de' sua maggiori pericoli egli è cessato dall'armi; et tanto più ne confiderebbe Francia, quando per opera sua si vedessi restituito in Lombardia; et e benefitii nuovi sogliono fare sdimenticare le iniurie vecchie. Da l'altra parte, non harebbe da temere Spagna d'un re vecchio, stracco, infermiccio, posto tra gl'Inghilesi e' Tedeschi, l'un sospetto et l'altro nimico; né harebbe bisogno che solo l'autorità del papa lo difendessi, perché li basterebbe tenere nutrita quella nimicitia. Pertanto io non veggo, volendo condurre questa pace per quel verso che io vi scrissi, maggiori difficultà che per quel verso che scrivete voi; anzi se vantaggio ci è, io veggo vantaggio nella mia. Da l'altro canto, io non veggo nella parte vostra alcuna sicurtà, ma nella parte mia se ne vede qualcuna, di quelle però che si possono trovare in questi tempi.

Chi vuoi vedere se una pace è o duratura o secura, debbe intra l'altre cose examinare chi restono per quella malcontenti e da quella mala contentezza loro quello che ne possa nascere. Considerando pertanto la pace vostra, veggo rimanere in quella malcontenti Inghilterra, Francia et imperadore, perché ciascuno non ha di questi adempiuto il fine suo. Nella mia rimane malcontento Inghilterra, Svizzeri et imperadore per le medesime cagioni. Le male contentezze della vostra possono causare facilmente la rovina d'Italia et di Spagna; perché, subito che questa pace è fatta, non ostante che Francia l'habbi approvata, et Inghilterra non l'habbi ributtata, l'uno et l'altro di questi dua remuteranno fine et fantasia; e dove Francia desiderava tornare in Italia, et quell'altro domare Francia, si volgeranno alla vendetta contro a Italia et contro a Spagna; et la ragione vuole che faccino un secondo accordo fra loro, dove e' non haranno veruna dificultà in cosa che voglino fare, quando Francia si voglia scoprire, perché l'imperadore col favore d'Inghilterra e di Francia salta l'altro dì in Castiglia, passa in Italia a sua posta, facci ripassare Francia; et così in un sùbito questi tre insieme possono turbare et rovinare ogni cosa. Né·llarmi spagnuole et svizere, né i danari del papa sono bastanti a tenere questa piena, perché quelli tre harebbono troppi danari et troppe armi. Et è ragionevole che Spagna vegga questi pericoli, et che gli voglia evitare in ogni modo; perché Francia in questa pace non ha cagione veruna d'amarlo, et occasione grande d'offenderlo; la quale occasione Francia non sarebbe per lasciarla in alcun modo. Et però, se Spagna ha punto d'occhio di provedere le cose discosto, non è per consentirla, né per praticarla tanto, ché la verrebbe ad essere una pace, che susciterebbe una guerra maggiore et più pericolosa. Ma, facendosi una pace come io vi scrissi, dove rimanessino malcontenti Inghilterra, imperadore et Svizzeri, non potreno questi malcontenti, o uniti o di per sé, con facilità offendere li altri collegati, perché Francia, et di qua et di là da' monti, resterebbe come una sbarra, et farebbe, con il favore degl'altri, tale oppositione, che' collegati resterebbano sicuri, né quell'altri si metterebbono a fare alcuna impresa, veggendovi difficultà; et non rimarebbe cosa alcuna per la quale e collegati havessino a dubitare l'uno dell'altro, per havere, come io vi ho scritto più volte, ciascuno di loro la intentione sua fornita, et l'inimici sì potenti et sì pericolosi, che li terrebbono incatenati insieme.

Vedesi nella pace vostra un altro pericolo gravissimo per la Italia, el quale è che, ogni volta che si lascerà in Milano un duca debole, la Lombardia non fia di quel duca, ma de' Svizeri. Et quando mille volte quelli tre malcontenti della vostra pace non si muovessino, mi pare che questa vicinanza de' Svizzeri inporti troppo et meriti d'esser meglio considerata, che la non si considera. Né credo, come voi dite, che non sieno per muoversi, perché li harebbono rispetto a Francia, perché gl'harebbono el resto d'Italia contro, et perché basti loro dare una rastrellata e andare via; prima, perché Francia, come di sopra dissi, harà desiderio di vendicarsi, et havendo ricevuto iniuria da tutta Italia, harà caro di vederla ruinare, et più tosto sotto il mantello darà loro danari, et adcenderà questo fuoco, che altrimenti. Quanto alla unione delli altri Italiani, voi mi fate ridere: prima, perché non ci fia mai unione veruna a fare ben veruno; et se pure e' fussino uniti e capi, e' non sono per bastare, sì per non ci essere armi che vagliono un quattrino, dagli Spagnuoli in fuora, et quelli per essere pochi non possono essere bastanti; secondo, per non essere le code unite co' capi; né prima moverà cotesta generatione un passo per qualche accidente che nasca, che si farà a gara a diventare loro.

Quanto al bastar loro dare una rastrellata et andar via, vi dico che voi non vi riposiate né confortiate altri che si riposi in su simile oppinioni, et vi prego che voi consideriate le cose degl'huomini come l'esser creduto et le potentie del mondo, et maxime della repubblica, come le creschino; et vedrete come agl'huomini prima basta potere difendere se medesimo et non esser dominato da altri; da questo si sale poi a offendere altri et a volere dominare altri. A' Svizeri bastò prima difendersi da' Duchi d'Austria, la quale difesa li cominciò a fare stimare in casa loro; dipoi bastò loro difendersi dal duca Carlo, il che dette nome fuora di casa loro; dipoi è bastato loro pigliare li stipendii da altri, per mantenere la iuventù loro in su la guerra, et honorarsi. Questo ha dato loro più nome, hagli fatti più audaci per haver considerato et conosciuto più provincie et più huomini; et ancora ha misso loro nell'animo uno spirito ambitioso et una volontà di volere militare per loro. Et Pellegrino Lorini mi disse già che quando si vennono con Beumonte a Pisa, spesso havieno ragionamento seco della virtù della militia loro, et che l'era simile a quella de' Romani, et quale era la cagione che non potessino fare un dì come e Romani; vantavansi d'haver dato a Francia tutte le vittorie haveva haute fino a quel dì, et che non sapevano perché e' non potessino un giorno combattere per loro proprii. Hora è venuta questa occasione, et loro l'hanno presa; et sono entrati in Lombardia sotto nome di rimettervi questo duca, et in fatto son duca loro. Alla prima occasione e' se ne insignoriscono in tutto, spegnendo la stirpa ducale et tutta la nobiltà di quello stato; alla seconda scorreranno tutta Italia per loro, faccendo el medesimo effetto. Pertanto io concludo, che non sia per bastar loro dare una rastrellata, et tornarsene, anzi si ha da temere maravigliosamente di loro.

Io so che a questa mia opinione è contrario uno naturale difetto degl'huomini: prima, di voler vivere dí per dì; l'altra di non credere che possa essere quel che non è stato; l'altra, far sempremai conto d'uno ad un modo. Per questo non fia nessuno che consigli, che si pensi di cavare e Svizeri di Lonbardia, per rimettervi Francia, perché non vorranno correre e presenti pericoli che si correrebbe a tentarlo, né crederranno e futuri mali, né penseranno di potersi fidare di Francia. Compar mio, questo fiume tedescho è sì grosso, che gl'ha bisogno d'un argine grosso a tenerlo. Quando Francia non fussi mai stato in Italia, et che voi non fussi freschi in su la insolentia, sazievolare et taglia franzese, le quali son quelle che vi sturbano questa deliberatione, voi saresti già corsi in Francia a pregarlo che venissi in Lombardia; perché e remedii a questa piena bisogna farli hora, avanti che si abbarbino in questo stato, et che comincino a gustare la dolcezza del dominare. Et se vi si appiccano, tutta Italia è spazzata, perché tutti e malcontenti li favoriranno et faranno scala alla loro grandezza, et alla ruina d'altri; et ho paura di loro soli, et non di loro et dello imperadore, come vi ha scritto el Casa, ancora che sarebbe facil cosa che s'unissino, perché così come l'imperatore è stato contento che corrino la Lombardia et diventino signori di Milano, che non pareva ragionevole in verun modo, per le medesime ragioni che voi mi scrivete, così non obstante quele, potrieno loro contentarsi che lui facessi in Italia qualche progresso.

Signore ambasciadore, io vi scrivo più per satisfarvi, che perché io sappia quelo che io mi dica; et però vi prego che per la prima vostra voi mi advisiate come stia questo mondo, et quel che i pratichi et quel che si speri et quel che si tema, se voi volete che in queste materie gravi io possa tenervi el fermo, altrimenti vi beccherete un testamento d'asino, o qualcuna di quelle cose simili al Biancaccino. Raccomandomi a voi.

Addì x d'agosto 1513.

Niccolò Machiavelli in villa

 

 

212

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 20 agosto 1513

Spectabili viro Niccolò Machiavelli.

Conpare mio caro. Ancora che di ogni materia che scriverrete sempre m'habbia a dilettare, o grave o iocosa che la sia, nondimeno, per satisfarvi, comincerò a rispondere all'ultima parte della vostra lettera, nella quale mi ricercate vi scriva come sta questo mondo, quello si pratichi, o quello si speri et tema; et vi dirò come le cose al presente stanno, benché, se voi andate qualche volta, hora che siate in villa, a San Casciano, lo dovete intendere quivi. Dirovvi ancora quello tanto che io saprò si pratichi; quello si speri o tema lascerò da parte, perché una cosa temo o spero io, un'altra voi, un'altra Filippo, et così credo facciano i principi, et di questo non si possa dare resoluto giuditio.

Cominceremo adunque al papa, et diremo quello egli faccia et pratichi. L'offitio suo è non si intricare in guerre, ma mettersi di mezzo et conporre et sedare quelle che sono nate tra' principi; et questo egli ha fatto dal principio che fu creato insino ad hora; et se Francia havesse voluto fare con le parole quello ha fatto con fatti, il papa, non che altro, harebbe proceduto con le censure contro a chi l'havesse voluto offendere. Ma Francia ha mandato qua per la speditione de' benefici; dall'altro canto non ha mai cerco l'absolutione, né detto volere rinuntiare al Concilio Pisano, et accostarsi al Lateranense; in modo che, qualunque volta il papa ha voluto parlare di lui, sempre tutti questi cardinali, tutti questi oratori hanno reclamato et detto che, insino che il re è scismatico, non è conveniente si tratti nulla in suo favore, et che loro hanno presa la difesa della Chiesa, et mentono di essere aiutati, a volere dare exemplo che quella truovi altra volta, accadendo, chi la voglia difendere. Il Papa a questo non ha possuto replicare, et hora non fa altro con questo inbasciatore che è qui, se non sollecitarlo che segua questo effetto, per potere aiutare che quello negotio non vadia sottosopra. Ha fatto ancora et fa opera che i Vinitiani facciano triegua con lo inperatore, acciò che in Italia l'armi si posino, et che il duca di Milano, essendo sicuro per hora da' Franzesi, et per la triegua non temendo de' Venitiani, potesse lasciare ritornare gli Spagnuoli nel reame; ma questo effetto non gli è ancora riuscito, et lega nessuna non ha fatta, né intelligentia, se non che, veduti i Svizzeri sì potenti, séguita nel dare loro 20 mila ducati l'anno, come faceva papa Giulio.

Il re di Spagna, doppo la triegua fatta con Francia, dall'un canto ha havuto paura che Francia non torni grande in Italia; dall'altro che Inghilterra et i Svizzeri non facciano triegua in Francia, et havendoli abbandonati in su la inportantia, non havere a stare sicuro di loro. Et per queste cause non rimosse li Spagnuoli di Lonbardia, quando veniva l'exercito franzese, et ha sempre decto volere rompere a Francia, perché la triegua non dura, essendo Francia suto il primo a ronperla; et se le cose de' Franzesi vanno al di sotto, sarà possibile muova qualche piccola cosa, per tornare in fede, maxime con Inghilterra.

Il re di Francia ha contro uno exercito di 40 mila Inglesi, li quali assediono Tarroana, et egli non ha ordine di soccorrerla, perché non ha insieme il terzo di gente che li Inghilesi, et non vuole commettere alla fortuna un regno, et fidasi nel tempo. Dall'altra parte i Svizzeri, a' 20 di questo, si partono in numero di 20 mila per assaltare o verso Borgogna o verso Lione; hanno artiglierie assai et 1000 cavalli dallo inperatore. Francia pratica con loro accordo con promettere le fortezze di Milano, et per ancora non vogliono udire niente. Confidasi in lasciare scorrerli i campi et difendere le terre, che genti non ha da opporre loro. Li danari con che si pagono escono dallo inperatore, il quale ha havuto questo anno da Inghilterra, in una lega feciono, ducati 135 mila per fare rompere a Francia.

Inghilterra non perdona né a spesa, né a fatica; et è a Tarroana in persona, et non pratica altro se non volere distruggere Francia.

Li Svizzeri hanno dicapitati forse quattordici che tenevono la parte di Francia, et forse trenta ne sono fuggiti, le case de' quali hanno arse et confiscati li beni; et vedesi che come hanno prenduta Italia, vogliono ancora prendere parte di Francia. Hanno pensione ordinaria ducati 60 mila da Milano et 20 mila dal papa.

Lo imperatore fa come suole, di guerra in guerra, et di pratica in pratica. Al presente vuole rihavere la Borgogna, et manda sue genti contra a Francia. Voleva ancora pigliare Padova, dove, come sapete, è stato Burgense et il viceré qualche giorno per accanparsi; et vista la difficultà, non l'hanno fatto, et forse vi lasceranno del pelo; et si partono, et fanno conto fermarsi per un tempo a Vicenza. Pratica nondimeno d'accordo con Francia et con li Vinitiani; et come vi dico, è suo costume muovere una guerra, et con il nimico attaccare pratica d'accordo et di amicitia.

Il duca di Milano, se ha punto di cervello, credo che gli paia essere come li nostri re delle feste che pensono la sera haversi a tornare quelli huomini erono prima. Pure, si lascia portare da questa sua fortuna a balzelloni, et aspetta quello fanno gli altri. Pensa hora che il papa li renda Parma et Piacenza. Il duca di Ferrara pensa rihavere Reggio dal papa; i Fiorentini Pietrasanta da' Lucchesi: et circa a queste cose, ogni huomo si industria, pratica et si becca il cervello. Questo è quanto io so, et se in nulla mancassi, lo ingegno vostro supplisca, che son certo m'havete ricerco di questo, non perché non sappiate il medeximo, ma per vedere se si riscontra.

Doppo questo, compare, vi voglio rispondere alla prima parte della lettera, nella quale voi mostrate dubitare che una naturale affectione o passione possa fare ingannare o voi o me. A che io vi rispondo che non ho affectione alcuna alla parte contro a Francia, né passione alcuna che mi muova; et sapete, che avanti si ragionasse del Concilio a Pisa, che io sempre teneva la parte franzese, perché credevo che con quella Italia havesse a far meglio, et la città nostra s'havesse a riposare; il che ho sempre preposto ad ogni altra cosa, perché sono huomo quieto, di miei piaceri et di mie fantasie, et tra gli altri piaceri piglio, questo è il maggiore: di vedere la città nostra star bene. Amo generalmente tutti gli huomini di quella, le leggi, li costumi, le mura, le case, le vie, le chiese et il contado, né posso havere il maggior dispiacere che pensare quella havere a tribolare et quelle cose, che di sopra dico, havere andare in ruina. Et però vedendo poi come ci governamo male in quella materia del Concilio, et quanto i Franzesi si partirono mal satisfatti, cominciai a dubitare che la vittoria loro non havesse a essere la rovina nostra, et che non pensassero tractare noi come una Brescia; et monsignor di Fois, giovane et crudele, mi faceva più paura, et per questo mi rivolsi. Nondimeno sempre che si ragionava d'accordo con loro, perché mi pareva ci assicurassimo di quel pericolo, lo consentivo, et confortavolo. Sono successe poi le cose come sapete; et vi potrei mostrare uno scritto feci a papa Leone doppo pochi dì che fu eletto, nel quale concludevo che la maggior sicurtà potesse havere Italia, et la più certa pace, era lasciare ripigliare lo stato di Milano a' Franzesi, et lo confortavo a farci ogni opera. Sì che la oppinion mia non è fondata in su passioni, né ancora credo sia la vostra, perché vi ho visto sempre non stare ostinato, ma cedere alla fortuna, cedere alle ragioni. Et se voi mi dicessi: Se tu eri 4 mesi fa in una oppenione, perché sei poi mutato? vi direi che allhora non haveva visto li Svizzeri in ogni modo volere difendere quello stato, non haveva visto Inghilterra muovere contro a Francia con tanto exercito et tanta spesa quanto ha fatto, et così molte altre cose sono seguite; né mi pareva allhora fermare Italia insieme, ma vedea in quel partito manco male; così anco hora non credo che mi riesca con la mia pace assettare in tutto queste nostre cose, ma mi pare fermarle un poco.

Et, per venire alle ragioni vostre, voi dite che crederreste che Inghilterra dovesse cedere all'autorità del papa et di Spagna, quando gli mostrassono così essere a proposito; il che io vi cederei, se la guerra che egli fa a Francia fosse aiutata da nessuno di questi; ma faccendola solo, perché vorreste voi che l'autorità di questi l'havesse a rimuovere dall'impresa? Un principe che fa una guerra può essere fatto desistere da essa in due modi: prima, quando i compagni l'abbandonano; secondo, quando non solo lo lasciano, ma gli sono contro, et vogliono essere in favore dell'inimico. Inghilterra non ha per conpagni in questa guerra Spagna, né il papa, ma ha lo imperatore et i Svizzeri; et però se i Svizzeri il lasciassono, la impresa sua diventerebbe difficile, et per questo se ne potrebbe tòrre giù; et se non solo lo lasciassero, ma ancora li fossero contro, sarebbe forzato a ritirarse nell'isola. Et per questo Francia altro frutto farebbe de' Svizzeri, che de' Lanzichinecchi, perché, oltre allo havere soldati, leverebbe compagni al nimico. Né vi confesso però che egli possa havere tanti Alamanni quanti voi credete, perché l'imperatore il prohibisce, in modo che i signori della Magna, et così le terre franche, si guardano di lasciarvi andare loro huomini. Et che sia vero, in tanti sospetti et fatti che ha havuto Francia, che crediate ha voluto spendere, non ha possuto congregare più che x mila fanti, et di quelli vi sono pochissimi Alamanni, et quelli pochi sono del paese basso, che non hanno quelli medeximi ordini né quelle medesime forze che Lanzichinecch. Et crediate che questo re giovane, che gli pare muovere guerra giusta, non si ritrarrà da questa impresa con parole, il quale ha preso tanto animo, che a questi giorni, quando venne di Cales per congiugnersi con l'esercito suo a Tarroana, havendo in compagnia fanti 8000 et 1900 cavalli, passò presso allo esercito franzese a tre miglia, che erano fanti x mila, et lance 1500, et gli mandò a invitare a battaglia, et loro ricusorono; ché, come sapete, è gran cosa havere la guerra in casa, et ogni piccolo movimento ti fa perdere l'animo et t'avvilisce, come la experientia ogni giorno mostra. E se bene, come dite, una giornata gli potesse fare portare pericolo del regno suo, egli stima che la medesima gli potesse in gran parte fare accquistare quello di Francia; ancora che in questo forse si inganni, pure si vede che è in questa ostinatione, né perdona per questo a' danari, et sta in su la superbia di volere spendere il suo da sé nelle sua genti, et offerisce dopo quelli darne delli altri a' Svizzeri. Né mi pare che Spagna in modo niuno si possa fidare di Francia, et restare solo in sul dire: - Io gli ho fatti benefici, di sorte che le ingiurie passate debbono essere dimenticate; perché se gli potesse fare beneficii senza offendere altri, io ne verrei con voi, perché harebbe amici et lui et gli altri; ma offendendo, nel rimetterlo in Lombardia, Inghilterra, Svizzeri et lo imperatore, non veggo modo havesse sicurtà alcuna. Et quando bene Francia non l'offendesse, non si curerebbe fosse offeso da altri, et li piacerebbe indebolisse per potersi ripigliare Napoli, che crediate gli duole, né harebbe per male ancora si disordinasse in Castiglia.

Sono nella medexima oppinione che voi, che chi vuole vedere se una pace è duratura et sicura, debbe examinare, intra le prime cose, chi resta di quella malcontento, et considerare quello possa seguire dalla mala contentezza. A me pare che nella pace disegnavo io, potessero restare meno mali contenti che nella vostra, et potessino fare meno alterazione, perché ancora che Inghilterra non havesse havuto il fine suo interamente, nondimeno l'haveva in parte; et un giovane che stima assai nella prima speditione la gloria, gli sarebbe paruto cosa egregia che si fosse detto, che havesse constretto Francia a cedere la Lonbardia, la quale mostrava havere tanto a cuore quanto Parigi; et per questo mi persuado che mai sarebbe potuto accordarsi con Francia, perché, oltre al non essere malcontento, quando bene fosse, non fa per lui, perché, essendo posto là fuori del mondo, sa bene che il congiugnersi con Francia non sarebbe altro che farlo grande, et a lui non potrebbe toccare parte; et quando bene volesse, non gli sarìa comportato da' suoi, per la inimicitia naturale tra l'una et l'altra natione; et vedemo, anno, non potersi conportare con li Spagnuoli, con i quali non hanno tanta inimicitia. Et da questo si può considerare come si comporterieno con li Franzesi.

Restano dunque soli malcontenti di questa pace mia il re di Francia et lo imperatore: il re, se non vecchio, infermo, et per l'adversa fortuna invilito; lo imperatore instabile, senza danari, et con poca riputatione; et benché habbia questa fantasia del temporale della Chiesa, nondimeno non gli sarebbe sì facile a succedere che fosse da temerne molto, ancora che Francia lo volesse aiutare; il quale si ha a pensare che ha speso tanto, che durerebbe fatica a provvedere a' danari ha bisogno l'imperatore a questa impresa. Sarebbonci poi li Svizzeri, gli Spagnuoli, questo resto di Italiani, i quali, se bene qualche volta hanno fatto cattiva pruova, la potrebbono ancora far buona, perché queste cose non stanno ferme, et habbiamo visto le genti franzese in Italia, tanto ardite et invicte, nondimeno in questa ultima rotta fuggire senza conbattere et hora temere gli Inghilesi, che sono venticinque anni non hebbono guerra, et loro sono stati 20 anni in su l'armi. Sono hora [...] Ferrara, Mantova, Bartolomeo d'Alviano, questi Colonnesi [...]nari non sono questi Italiani da mettere in tutto per ferri rotti. [...] considerare assai la cosa de' Svizzeri, [...] il ducato di Milano, posto che loro glie ne lasciassono (il che a mio giuditio non sarà mai) per questo fosse riparato alla inondazione loro. Ma considerato et veduto li Franzesi sì straccurati, tanto mali trattatori di popoli, ancora che [...] nella maggiore grandezza loro, da 20 mila Svizzeri senza danari sono stati cacciati di quello stato.

Io sono di quelli che temo i Svizzeri grandemente, ma non fo già conto possano diventare altri Romani, come parlorono con Pellegrino, perché, se voi leggerete bene la Politica, et le republiche che sono state, non troverrete che una republica, come quella divulsa, possa fare progresso; et mi pare che se ne sia veduto di loro l'exemplo, che hora facilmente potevano pigliare tutta la Lonbardia, non l'hanno fatto, perché dicono non fa per loro, perché, come vedete, quelli che hanno presi insino ad hora, gli hanno fatti conpagni et non sudditi. Conpagni non vogliono più, perché non vogliono havere a dividere le pensioni in più parti; sudditi non fa per loro tenere, perché sarieno in discordia del governarli, et oltre a questo gli harieno a guardare con spesa, et per questo vogliono più presto pensione. Vedesi ancora tra loro essere cominciata disunione, come ho scritto di sopra. Nondimeno, conpare, non è per questo mio dire che io non dubiti assai di loro, perché le cose non mi riescono secondo la ragione, ma non ci so già vedere il rimedio, se il tempo già non lo tira seco; et interviene molte volte che una republica quando è picciola è unita, cresciuta, poi, non è la medexima.

Et per concludere, tutto quello vi scrivo, lo fo perché habbiate causa di rispondermi; et mi duole non ne potere parlare a bocca, come disidererei; et non ho altro che dire, se non raccomandarmi a voi.

Addì 20 d'Agosto 1513.

Francesco Vettori oratore

 

 

213

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 25 agosto 1513

Magnifico oratori florentino Francisco Vectori apud Summum Pontificem.

Magnifico oratore. Perché io so quanto voi amate Donato nostro del Corno, et anche lui lo sa, ci siamo risoluti insieme con sicurtà darvi un poco di briga, per vedere se per il mezzo del signor Juliano si potesse satisfarli in questa imborsatione che si ha a fare dello squittinio. Voi sapete con quanto favore Donato fu habilitato dal detto signor Juliano ad quello li bisognava ad potere ire ad partito, il che fu quodammodo con ammiratione di ciascuno; il che conviene nascessi da grande affectione che Juliano li porta, o da gran merito; e circa questo merito io ne so qualcosa, il quale è suto di sorte, che si può con più sicurtà et per voi et per ciascuno ricordare la causa di Donato a sua S.ria. Et perché e' non si è fatto nulla, se non si ordina che sia imborsato et poi veduto, ci pare per hora, sendo li accoppiatori in su lo imborsare, di ricercare che Donato sia imborsato. Et però Donato scrive l'alligata ad sua S.ria et ricordali semplicemente il senso suo, rimettendosi a voi a bocca: sì che noi vi preghiamo siate contento dare a sua S.ria di vostra mano l'alligata letera, et dipoi ricercarli che scriva et commetta ad uno o dua accoppiatori, che imborsino Donato a' primi. Io diceva dua ad ciò che s'intendessi più ferma la sua volontà; ma in qualunque modo li scriva, conviene che la lettera sia espressa comandatoria ch'e' voglia così, perché sapete gente schizzinosa che ci è: et se la non è calda noi ce n'anderemo in repliche, et Donato rimarrebbe in vergogna et danno. Et perché Donato confida in M. Francesco Pepi, potrete ordinare che uno de' dua a chi la scrive sia messer Francesco: et la lettera manderete a Donato, ad ciò che lui la usi a più suo vantaggio.

Se io non sapessi quanto voi siete ofizioso et affectionato con gli amici, io durerei fatica in pregarvi; et così farebbe Donato. Bastivi che lui dice riconoscere in maggior parte questo benefitio da voi. Sono a li vostri comandi.

Addì 25 d'Agosto 1513.

Vostro Nicolò Machiavegli in Firenze

 

 

214

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 26 agosto 1513

Magnifico viro Francisco Victorio oratori Romae apud Summum Pontificem.

Signore ambasciadore. Questa vostra lettera de' 20 mi ha sbigottito, perché l'ordine di essa, la moltitudine delle ragioni, et tutte le altre sue qualità mi hanno in modo implicato, che io restai nel principio smarrito et confuso; et se io non mi fossi nel rileggerla un poco rassicurato, io davo cartaccia, et rispondevovi a qualche altra cosa. Ma nel praticarla mi è intervenuto come alla volpe, quando la vedde il leone, che la prima volta fu per morire di paura, la seconda si fermò a guardarlo drieto ad un cespuglio, la terza gli favellò; et così io, rassicuratomi nel praticarla, vi risponderò.

Et quanto allo stato delle cose del mondo io ne traggo questa conclusione: che noi siamo governati da così fatti principi, che hanno, o per natura o per accidente, queste qualità: noi habbiamo un papa savio, et per questo grave et rispettivo; uno imperadore instabile et vario; un re di Francia sdegnoso et pauroso; un re di Spagna taccagno et avaro; un re di Inghilterra ricco, feroce et cupido di gloria; e Svizzeri, bestiali, vittoriosi et insolenti; noi altri di Italia poveri, ambitiosi et vili; gli altri re, io non li conosco. In modo che, considerato queste qualità con le cose che di presente corrono, io credo al frate che diceva « Pax, pax, et non erit pax », et cedovi che ogni pace è difficile, così la vostra come la mia. Et se voi volete che nella mia sia più difficultà, io sono contento; ma io voglio che voi ascoltiate patientemente dove io dubito che voi vi inganniate, et dove e' mi pare essere certo che voi vi inganniate. Dove io dubito è prima, che voi facciate questo re di Francia nonnulla troppo presto, et questo re di Inghilterra una gran cosa. A me non pare ragionevole che Francia non habbia più, che diecimila fanti, perché del paese suo, quando non habbia Tedeschi, ne può fare assai, et se non sono pratichi come i Tedeschi, sono pratichi come gli Inghilesi. Quello che me lo fa credere è che io veggo questo re di Inghilterra con tanta furia, con tanto exercito, con tanta voglia di sbarbicolarlo (come dicono i Sanesi) non havere ancora preso Tarroana, un castello come Empoli, in sul primo assalto, et ne' tempi che le genti procedono con tanta furia questo solo a me basta a non temere tanto Inghilterra, et non stimare sì poco Francia. Et penso io che questo procedere lento di Francia sia electione et non paura, perché gli spera, non pigliando Inghilterra piede in quello stato, et venendone il verno, che sia forzato o a tornarsi nell'isola, o a stare in Francia con pericolo. Sento che quelli luoghi sono paludosi et senza uno arboro, di modo che debbono di già patire assai: et però credevo io che non fosse tanta fatica al papa et a Spagna disporre Inghilterra. Appresso, non havere voluto Francia renunziare al Concilio mi fa stare in quella oppinione di sopra detta, perché, se fosse tanto afflitto, egli harebbe bisogno di ognuno, et vorrebbe star bene con ognuno.

Delli danari che Inghilterra ha mandato a' Svizzeri, io lo credo, ma per le mani dello imperadore io me ne maraviglio, perché io crederrei che gli havessi voluti spendere ne' sua, et non ne' Svizzeri. Et non posso assettarmi nel capo come questo imperadore sia sì poco considerato, o il resto della Magna sì straccurato, che possino patire che li Svizzeri venghino in tanta reputatione. Et quando io veggo che gli è in fatto, io triemo a giudicare una cosa, perché questo interviene contro ad ogni giuditio che potesse fare uno huomo. Non so anco come possa essere che i Svizzeri habbino potuto havere il castello di Milano et non lo voluto, perché a me pare che, havendo quello, egli havessino la intentione loro fornita; et che dovesse più tosto fare quello, che andare a pigliare la Borgogna per lo imperadore. Dove io credo che voi vi inganniate al tutto, è ne' casi de' Svizzeri, circa il temerne più o meno. Perché io giudico che se ne habbia a temere eccessivamente; et il Casa sa, et molti amici mia, con i quali soglio ragionare di queste cose, sanno, come io stimavo poco e Vinitiani, etiam nella maggior grandezza loro, perché a me pareva sempre molto maggior miracolo che eglino havessino acquistato quello imperio et che lo tenessino, che se lo perdessino. Ma la rovina loro fu troppo honorevole, perché quello che fece un re di Francia harebbe fatto un duca Valentino, o qualunque capitano existimato, che fosse surto in Italia, et havesse comandato a 15 mila persone. Quel che mi moveva era il modo del proceder loro senza capitani o soldati proprii. Hora quelle ragioni, che non mi facieno temere di loro, mi fa temere de' Svizzeri. Né so quello si dica Aristotile delle republiche divulse; ma io penso bene quello che ragionevolmente potrebbe essere, quello che è, et quello che è stato; et mi ricorda havere letto che i Lucumoni tennono tutta l'Italia insino all'Alpe, et insino che ne furono cacciati di Lombardia da' Galli. Se gli Etoli et gli Achei non ferno progresso, nacque più da' tempi che da loro, perché gli hebbono sempre addosso un re di Macedonia potentissimo che non gli lasciò uscire del nidio, et, doppo lui, e Romani; sì che e' fu più la forza d'altri, che l'ordine loro, che non li lasciò ampliare. Or e' non vogliono fare sudditi, perché non vi veggono dentro il loro: dicono così hora, perché non ve lo veggono hora; ma, come io vi dissi per l'altra, le cose procedono gradatim, et spesso gli huomini si inducono per necessità a fare quello che non era loro animo di fare, et il costume delle populationi è ire adagio. Considerato dove la cosa si truova, eglino hanno già in Italia tributarii un ducato di Milano et un papa; questi tributi e' gli hanno messi ad entrata, et non ne vorranno mancare, et quando e' venga tempi che uno ne manchi, la reputeranno ribellione, et sieno di fatto in su le picche, et vincendo la gara, penseranno d'assicurarsene, et, per far questo, metteranno più qualche briglia a chi gli haranno domo, et così a ppoco appoco vi entrerrà tutto.

Né vi fidate punto di quelle armi che voi dite che in Italia potrebbono pure un dì fare qualche frutto, perché questo è impossibile: prima, rispetto a loro, che sarebbono più capi et disuniti, né si vede che si potesse dare loro capo che gli tenesse uniti; secondo, rispetto a' Svizzeri. Et havete a intendere questo, che gli migliori exerciti che sieno, sono quelli delle populationi armate, né a loro può obstare se non exerciti simili a loro. Ricordatevi delli exerciti nominati; troverrete Romani, Lacedemonii, Atheniesi, Etoli, Achei, sciami d'oltramontani, et troverrete coloro che hanno fatto gran fatti, havere armati le popolationi loro, come Nino gli Assirii, Ciro i Persi, Alessandro i Macedoni. In exemplis ritruovo solo Annibale et Pirro, che con exerciti collettitii feciono gran cose. Il che naccque dalla eccessiva virtù de' capi, et era di tanta reputatione, che metteva in quelli exerciti misti quel medeximo spirito et ordine che si truova nelle popolationi. Et se voi considerate le perdite di Francia et le vittorie sue, voi vedrete lui havere vinto mentre ha havuto a conbattere con Italiani et Spagnuoli, che sono stati exerciti simili a' suoi; ma hora che li ha a combattere con le popolationi armate, come sono li Svizzeri et li Inghilesi, ha perduto et porta pericolo di non perdere più. Et questa rovina di Francia per li huomini intendenti sempre si è vista, giudicandola da non havere lui fanti proprii, et havere disarmati i suoi popoli: il che fu contro ad ogni attione et ogni instituto di chi è stato tenuto prudente et grande. Ma questo non è stato defetto de' reali passati, ma del re Luigi, et da lui in qua. Sì che non vi fondate in su armi italiane, che non sieno o semplice come le loro, o che, miste, faccino un corpo come il loro.

Et quanto alle divisioni o disunioni che voi dite, non pensate che le faccino effetto, in mentre che le loro leggi si osserveranno, che sono per osservarle un pezzo; perché quivi non può essere, né surgere capi che habbino coda, et li capi senza coda si spengono presto et fanno poco effetto. Et quelli che gli hanno morti, sarà stato qualcuno che in magistrato, o altrimenti harà voluto per modi estraordinarii favorire le parti franzesi, che sieno suti scoperti et morti, ché non sono là di altro momento nello stato che qua, quando si impicca parecchi per ladro. Io non credo già che faccino uno imperio come e Romani, ma io credo bene che possino diventare arbitri di Italia per la propinquità et per li disordini et cattive conditioni nostre; et perché questo mi spaventa, io ci vorrei rimediare, et se Francia non basta, io non ci veggo altro rimedio et voglio cominciare hora a piangere con voi la rovina et servitù nostra, la quale, se non sarà né hoggi né domane, sarà a' nostri dì; et l'Italia harà questo obbligo con papa Giulio et con quelli che non ci rimediono, se hora ci si può rimediare. Valete.

Addì 26 d'Agosto 1513, in Firenze.

Niccolò Machiavelli

 

 

215

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 23 novembre 1513

Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli.

In Firenze.

Compar mio charo. Io ho usato con voi tanta sobrietà chol chalamo, chome dice Christofano Sernigi, che io non ho tenuto a mente dove io ero. Vuolmi bene ricordare, che l'ultima hebbi da voi chominciava dalla novella del Lione e della golpe, della quale ho ricercho un pocho tra le mie lettere, e non la trovando presto, ho pensato non ne cerchare più. Perché in verità, io non vi risposi alhora, perché dubitai non intervenissi a voi e a me chome è intervenuto qualche volta a me e al Panzano, che habbiamo chominciato a giucare con carte vechie e triste, et mandato per le nuove; et quando el messo è tornato con esse, a l'un di noi dua sono manchati danari. Chosì noi parlavammo di comporre e principi, e loro del continuo giucavano: in modo che dubitai che, mentre consumavammo le lettere nel comporli, a qualchuno di loro non manchassino e danari. E poi che fermammo lo scrivere, s'è visto qualchoxa: e anchora che la festa non sia finita, pure pare un pocho ferma; et io credo che sia bene, insino ch'ella non si strigne, non ne parlare.

E per questa lettera ho facto pensiero scrivervi qual sia la vita mia in Roma. Et mi par conveniente farvi noto, la prima choxa, dove habito, perché mi sono tramutato, né sono più vicino a tante cortigiane, quanto ero questa state. La stanza mia si chiama San Michele in Borgo, che è molto vicina al Palazo e alla Piaza di San Piero: ma è in luogo un pocho solitario, perché è inverso il monte chiamato dalli antiqui el Janicolo. La casa è assai buona e ha molte habitationi, ma pichole; et è volta al vento oltramontano, in modo ci è una aria perfecta.

Dalla chasa s'entra in chiesa, la quale, per essere io religioso come voi sapete, mi viene molto a proposito. È vero che la chiesa più presto s'adopera a passeggiare che altro, perché non vi si dice mai messa né altro divino uficio, se non una volta in tutto l'anno. Della chiesa s'entra in uno orto, che soleva essere pulito et bello, ma hora in gran parte è guasto: pur si va del continuo rassettando. Dell'orto si sagle in sul monte Janicolo, dove si può andare per viottoli e vigne a solazo, sanza esser veduto da nessuno; e in questo luogo, secondo li antiqui, erono li orti di Nerone, di che si vedono le vestigie. In questa chasa sto con nove servidori, e oltre a questi il Brancaccio, un cappellano e uno scriptore, e sette chavalli, e spendo tutto il salario ho largamente. Nel principio ci venni, cominciai a volere vivere lauto e delicato, con invitare forestieri, dare 3 o 4 vivande, mangiare in argenti e simil' choxe; acorsimi poi che spendevo troppo, et non ero di meglo niente; in modo che feci pensiero non invitare nessuno et vivere a un buono ordinario: li argenti restitui' a chi me li haveva prestati, sì per non li havere a guardare, sì anchora perché spesso mi richiedevono parlassi a N. S. per qualche loro bixogno: facevolo, et non erono serviti; in modo diterminai di scaricarmi di questa faccenda et non dare molestia né charicho a nessuno, perché non havessi a essere dato a me.

La mattina, in questo tempo, mi lievo a 16 hore, et, vestito, vo insino a Palazo; non però ogni mattina, ma, delle due o tre, una. Quivi, qualche volta, parlo venti parole al Papa, dieci al cardinale de' Medici, sei al magnifico Juliano; et se non posso parlare a llui, parlo a Piero Ardinghelli, poi a qualche imbasciadore che si truova per quelle camere; e intendo qualchoxetta, pure di poco momento. Facto questo, me ne torno a casa; excepto che, qualche volta, desino col cardinale de' Medici. Tornato, mangio con li mia, e qualche volta, un forestiero o dua che vengono da loro, chome dire ser Sano o quel ser Tommaxo che era a Trento, Giovanni Rucellai o Giovan Girolami. Dopo mangiare giucherei, se havessi chon chi; ma non havendo, passeggio pella chiesa e per l'orto. Poi chavalcho un pochetto fuori di Roma, quando sono belli tempi. A nocte torno in casa; et ho ordinato d'havere historie assai, maxime de' Romani, chome dire Livio chon lo epitoma di Lucio Floro, Salustio, Plutarcho, Appiano Alexandrino, Cornelio Tacito, Svetonio, Lampridio et Spartiano, et quelli altri che scrivono delli imperatori, Herodiano, Ammiano Marcellino et Procopio: et con essi mi passo tempo; et considero che imperatori ha sopportati questa misera Roma che già fece tremare il mondo, et che non è suta maravigla habbi anchora tollerati dua pontefici della qualità sono suti e passati. Scrivo, de' 4 dì una volta, una lettera a' Signori X, e dico qualche novella stracha et che non rilieva, ché altro non ho che scrivere, per le cause che per voi medesimo intendete. Poi me ne vo a dormire, quando ho cenato e decto qualche novelletta chol Branchaccio e chon M. Giovambatista Nasi, el quale si sta meco spesso. Il dì delle feste odo la messa, e non fo chome voi che qualche volta la lasciate indrieto. Se voi mi domandassi se ho nessuna cortigiana, vi dico che da principio ci venni, n'hebbi chome vi scrissi; poi, impaurito dell'aria della state, mi sono ritenuto. Nondimeno n'havevo aveza una, in modo che spesso ci viene per se medesima, la quale è assai ragionevole di belleza, et nel parlare piacevole. Ho anchora in questo luogo, benché sia solitario, una vicina che non vi dispiacerebbe; e benché sia di nobil parentado, fa qualche faccenda.

Nicolò mio, a questa vita v'invito; e se ci verrete mi farete piacere, e poi ce ne torneremo chostì insieme. Qui voi non harete altra faccenda che andar vedendo, e poi tornarvi a chasa, a moteggiare e ridere. Né voglo crediate che io viva da imbasciadore, perché io volli sempre essere libero. Vesto quando lungo e quando corto, chavalcho solo, cho' famigli a piè, et quando chon essi a cavallo. A casa cardinali non vo mai, perché non ho a visitare se non Medici, e qualche volta Bibbiena, quando è sano. Et dica ognuno quello che vuole; e se io non li satisfò, rivochinmi; ché in conclusione io me ne voglo tornare a capo uno anno, et esser stato in chapitale, venduto le veste et chavalli; et del mio non ci vorrei mettere, se io potessi. E voglo mi crediate una cosa, che la dico sanza adulatione: anchor che qui mi sia travaglato pocho, nondimeno il chonchorso è sì grande, che non si può fare non si pratichi assai huomini: in effecto a me ne satisfanno pochi, né ho trovato huomo di miglore iudicio di voi. Sed fatis trahimur: ché, quando parlo in lungo a certi, quando leggo le lor lettere, sto da me medesimo admirato sieno venuti in grado alchuno, che non sono se non cerimonie, bugie et favole, et pochi ne sono che eschino fuori dell'ordinario. Bernardo da Bibbiena, hora cardinale, in verità ha gentile ingegno, et è huomo faceto e discreto, et ha durato a' suoi dì gran faticha: nondimeno, hora è malato; è stato chosì tre mesi, né so se sarà più quel soleva. Et così spesso ci afatichiamo per posarci, e non riesce: e però stiamo allegri, e segua che vuole. E ricordatevi che io sono al piacere vostro, et che mi rachomando a voi, a Filippo e Giovanni Machiavelli, a Donato, a messer Ciaio. Non altro. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator

Die 23 Novembris 1513, Rome.

 

 

216

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 10 dicembre 1513

Magnifico oratori florentino Francischo Vectori apud Summum Pontificem, patrono et benefattori suo.

Romae.

Magnifico ambasciatore. « Tarde non furon mai gratie divine ». Dico questo, perché mi pareva haver perduta no, ma smarrita la gratia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi, et ero dubbio donde potessi nascere la cagione. Et di tucte quelle che mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi havessi ritirato da scrivermi, perché vi fussi suto scripto che io non fussi buono massaio delle vostre lettere; et io sapevo che, da Filippo et Pagolo in fuora, altri per mio conto non l'haveva viste. Honne rihauto per l'ultima vostra de' 23 del passato, dove io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente et quietamente voi exercitate cotesto offizio publico; et io vi conforto a seguire così, perché chi lascia e sua cornmodi per li commodi d'altri, so perde e sua, et di quelli non li è saputo grado. Et poiché la Fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto et non le dare briga, et aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agl'huomini; et allhora starà bene a voi durare più fatica, veghiare più le cose, et a me partirmi di villa et dire: eccomi. Non posso pertanto, volendovi rendere pari gratie, dirvi in questa mia lettera altro che qual sia la vita mia, et se voi giudichate che sia a barattarla con la vostra, io sarò contento mutarla.

Io mi sto in villa, et poi che seguirno quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozarli tutti, 20 dì a Firenze. Ho infino a qui uccellato a' tordi di mia mano. Levavomi innanzi dì, inpaniavo, andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo el Geta quando e' tornava dal porto con e libri d'Amphitrione; pigliavo el meno dua, el più sei tordi. Et così stetti tutto novembre [1]; dipoi questo badalucco, ancora che dispettoso et strano, è mancato con mio dispiacere; et qual la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole et vommene in un mio boscho che io fo tagliare, dove sto dua hore a rivedere l'opere del giorno passato, et a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co' vicini. Et circa questo bosco io vi harei a dire mille belle cose che mi sono intervenute, et con Frosino da Panzana et con altri che voleano di queste legne. Et Fruosino in spetie mandò per certe cataste senza dirmi nulla, et al pagamento mi voleva rattenere 10 lire, che dice haveva havere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa Antonio Guicciardini. Io cominciai a fare el diavolo; volevo accusare el vetturale, che vi era ito per esse, per ladro; tandem Giovanni Macchiavelli vi entrò di mezzo, et ci pose d'accordo. Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene et certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno me ne prese una catasta. Io promessi a tutti; et manda'ne una a Tommaso, la quale tornò in Firenze per metà, perché a rizzarla vi era lui, la moglie, le fante, e figliuoli, che paréno el Gabburra quando el giovedì con quelli suoi garzoni bastona un bue. Di modo che, veduto in chi era guadagno, ho detto agl'altri che io non ho più legne; et tutti ne hanno fatto capo grosso, et in spetie Batista, che connumera questa tra l'altre sciagure di Prato.

Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, et di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio et simili: leggo quelle loro amorose passioni et quelli loro amori, ricordomi de' mia, godomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in su la strada nell'hosteria, parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro, intendo varie cose, et noto varii gusti et diverse fantasie d'huomini. Vienne in questo mentre l'hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa et paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugniaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dì giuocando a criccha, a trichetach, et poi dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte un quattrino et siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. Cosa rinvolto entra questi pidocchi traggo el cervello di muffa, et sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi transferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversatione ho fatto capitale, et composto uno opusculo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitationi di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale spetie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono. Et se vi piacque mai alcuno mio ghiribizo, questo non vi doverrebbe dispiacere; et a un principe, et maxime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto; però io lo indrizzo alla Magnificenza di Giuliano. Philippo Casavecchia l'ha visto; vi potrà ragguagliare in parte et della cosa in sé, et de' ragionamenti ho hauto seco, anchor che tuttavolta io l'ingrasso et ripulisco.

Voi vorresti, magnifico ambasciadore, che io lasciassi questa vita et venissi a godere con voi la vostra. Io lo farò in ogni modo, ma quello che mi tenta hora è certe mia faccende che fra 6 settimane l'harò fatte. Quello che mi fa stare dubbio è che sono costì quelli Soderini, e quali io sarei forzato, venendo costì, vicitarli et parlar loro. Dubiterei che alla tornata mia io non credessi scavalcare a casa, et scavalcassi nel Bargiello, perché, ancora che questo stato habbi grandissimi fondamenti et gran securtà, tamen egli è nuovo, et per questo sospectoso, né ci manca de' saccenti, che, per parere come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto, et lascierebbono el pensiero a me. Pregovi mi solviate questa paura, et poi verrò infra el tempo detto a trovarvi a ogni modo.

Io ho ragionato con Filippo di questo mio opusculo, se gli era ben darlo o non lo dare; et, sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. El non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e' non fussi, non ch'altro, letto, et che questo Ardinghelli si facessi honore di questa ultima mia faticha. El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, et lungo tempo non posso star così che io non diventi per povertà contennendo, appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; et per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gl'ho né dormiti né giuocati; et doverrebbe ciascheduno haver caro servirsi d'uno che alle spese d'altri fussi pieno di experienzia. Et della fede mia non si doverrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; et chi è stato fedele et buono 43 anni, che io ho, non debbe potere mutare natura; et della fede et della bontà mia ne è testimonio la povertà mia.

Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia, et a voi mi raccomando. Sis felix.

Die x Decembris 1513.

Niccolò Machiavelli in Firenze

 

 

217

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

 

Firenze, 19 dicembre 1513

Magnifico oratori Francisco Victori Reipublice Florentine apud Summum Pontificem.

Magnifico oratore. Io vi scrissi 8 o 10 dì sono, et risposi alla vostra de' 23 del passato, et dissivi, circa al venir mio costà, quello che mi teneva sospeso. Attendo la oppinione vostra et dipoi seguirò quello che da voi sarò consigliato.

La presente vi scrivo per conto di Donato nostro del Corno. Voi sapete e casi sua come stanno, et la lettera che nel principio trasse dalla M.tia di Giuliano ad el magnifico Lorenzo. Morì dipoi M. Francesco Pepi, che haveva presa in collo questa causa, onde restò Donato quasi che privo di speranza. Pur, per non si abbandonare, noi andamo, Donato et io, a trovare Jacopo Gianfigliazzi, el quale ci ha promesso gagliardamente di non lasciare a fare cosa alcuna: et pure dua dì fa, con la lettera che voi gli scrivete, di questa materia li ripariamo, et lui ci promesse meglio che prima, et ci concluse che per di qui a mezzo gennaio non ci si penserebbe, per haversi a fare l'altre imborsationi prima. Et domandandogli noi se li pareva che si traessi di nuovo lettere da Giuliano, disse che non sarebbe se non bene, ma che si voleva indugiarla all'ultimo per haverla in sul fatto, perché, havendoli hora, la sarebbe al tempo vecchia, et bisognerebbe rifarsi da capo. Pertanto e' bisognerà fare di havere al tempo questa lettera; et, quando voi non havessi tratto quella di che voi scrivesti ultimamente a Donato, la potrete lasciar passare. Quando fussi tratta, bisognerà pensare poi in sul fatto che si havessi a fare.

A noi pare, fondati in sulla sapienza di quella che si trasse in prima, che una lettera, senza che ci sia chi ricordi, sia un favore morto. Però noi giudicavamo necessario che si operassi costì, quando fussi possibile, che ser Niccolò Michelozzi havessi questa commissione da Giuliano qui, lo ricordassi a Lorenzo, o per lettera che Juliano li scrivessi o per lettera che e' gli scrivessi Piero Ardinghelli in nome di Juliano; perché ogni scusa che havessi ser Niccolò, se li farebbe ricordare ne' debiti tempi questa materia. Et perché noi pensiamo che a Piero Ardinghelli fussi facile condurre questa cosa, vi facciamo intendere che voi ce lo affatichiate dietro, con prometterli che ne sarà di meglio quello che voi giudicherete bisogni offerirli; et Donato ve ne farà honore. Et a questo non mancherà modo, perché lui sa come la M.tia di Giuliano ha fatto a favorire maestro Manente, et qualchuno altro che Giuliano vuole che sieno serviti; et così bisogna che e favori di Donato naschino: et se Piero vorrà, credo si possa haver tutto. Pertanto a noi pare, che si usi questa medicina di Piero, et che tutti e favori, che hanno a venire venghino dalli 8 a' 15 di gennaio perch'è Piero in sul fatto per le cagioni dette. Et perché voi sappiate ogni cosa et veggiate se Donato merita di essere messo nel numero delli affetionati servitori della Ill.ma Casa de' Medici, sappiate che circa uno dì poi che furno tornati in Firenze, Donato portò alla M.tia di Giuliano cinquecento ducati (se li era prestato gratis, et senza esserne richiesto) de' quali ne è ancora creditore. Questo non vi si dice perché voi lo diciate ad alcuno, ma perché, sapendolo, voi pigliate questa impresa con più animo.

Donato et io non facciamo forza di affaticharvi et riaffaticarvi in questa cosa, perché, sapendo quanto siate officioso amico, crediamo, richiedendovi, farvi piacere, et però lui ad un tratto vi si raccomanda et scusa, quando pure bisognassi, et ciò che vi si scrive vi si dirà per nostra opinione, ma sempre si approveranno tutti e modi, che da voi saranno presi come più prudenti.

Quelli quattro versi, che voi scrivete del Riccio nel principio della lettera di Donato, noi li dicemmo a mente a Giovanni Machiavelli: et in cambio del Machiavello et del Pera vi adnestamo Giovanni Machiavelli. Lui ne ha fatto un capo come una cesta; et dice che non sa dove voi havete trovato chi tocchi, et che ve ne vuole scrivere in ogni modo; et per un tratto Philippo et io ne havemo un piacere grande.

E' si trova in questa nostra città, calamita di tutti i ciurmatori del mondo, un frate di S. Francesco, che è mezzo romito, el quale, per haver più credito nel predicare, fa professione di profeta; et hier mattina in Santa Croce, dove lui predica, dixe multa magna et mirabilia: che avanti che passassi molto tempo, in modo che chi ha 90 anni lo potrà vedere, sarà un papa iniusto, creato contro ad un papa iusto, et harà seco falsi profeti, et farà cardinali, et dividerà la Chiesia; item, che il re di Francia si haveva adnichilare, et uno della casa di Raona ad predominare Italia. La città nostra haveva a ire a fuoco et a·ssacco, le chiese sarebbono abbandonate et ruinate, i preti dispersi, et tre anni si haveva a stare senza divino offitio. Moria sarebbe et fame grandissima; nella città non haveva a rimanere 10 huomini, nelle ville non harebbe a rimanere dua. Era stato 18 anni un diavolo in uno corpo humano, et detto messa. Che bene dua milioni di diavoli erano scatenati per essere ministri della sopradetta cosa, et che egli entravano in di molti corpi che morivano, et non lasciavano putrefare quel corpo, acciò che falsi propheti et religiosi potessono fare resuscitare morti, et essere creduti. Queste cose mi sbigottirono hieri in modo, che io haveva andare questa mattina a starmi con la Riccia, et non vi andai; ma io non so già, se io havessi hauto a starmi con il Riccio, se io havessi guardato a quello. La predica io non la udi', perché io non uso simili pratiche, ma la ho sentita recitare così da tutto Firenze.

Raccomandomi a voi, il quale saluterete il Casa da mia parte, et ditegli, che se non tiene altri modi che si habbia tenuti qui, ch' e' perderà il credito con cotesti garzoni, come e' l'ha perduto con questi. Valete.

Addì 19 di Dicembre 1513.

Niccolò Machiavelli in Firenze

 

 

218

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

 

Roma, 24 dicembre 1513

Spectabili viro Niccolò di Messer Bernardo Machiavegli.

In Firenze.

A dì 24 di Dicembre 1513.

Compar mio caro. Se io non ho risposto presto a una vostra de' 10, e forse non rispondo hora chosì a proposito, ne sono causa il Chasavechia et il Branchaccio che ogni dì mi perturbano la mente in ricordarmi la degnità della città e quello si convegna a l'uficio mio. Voi sapete che io mi diletto un pocho delle femmine e più per stare a cianciare con esse che ad altro effetto, perché sono horamai tanto oltre che pocho altro posso fare che parlare; sapete anchora quanto Filippo habbi l'animo alieno da esse. E avanti che lui ci venissi, perché l'habitatione mia è alquanto fuori di mano, spesso qualche cortigiana veniva a vicitarmi per vedere la chiesa e l'orto apichati cholla chasa dove habito. Non mi acorsi, quando Filippo gionse, mandare a significare loro che non fussino tanto ardite che ci capitassino, in modo che, dua giorni appresso lo arrivare suo, apunto in su l'hora del desinare, ne capitò una in camera, che da' famigli, secondo il consueto, era stata lasciata venire liberamente, e giunta quivi si pose a sedere chome se fussi in casa sua, in modo che io non la seppi licentiare né ricoprire la choxa chon Filippo, el quale gl'aperse adosso un paio d'ochi admirativi e sdegnosi. Ponemmoci a tavola e lei a luogo suo. Desinammo, parlammo e, dopo il mangiare, lei, secondo il consueto, per l'orto a spasso se n'andò. Restammo Filippo et io, il quale mi volle cominciare a fare una oratione colle parti sua, et in questo modo aperse la bocha: — Voi non harete per male, magnifico oratore, che sendo io insino da pueritia... — ma io, cognoscendo che l'orazione haveva a essere lunga e vedendo quello voleva dire, lo interoppi con dire che in quelle poche parole havevo compreso la intentione sua, et che non volevo iustificarmi né udire sua correctione, perché ero vixuto insino a qui libero et sanza respecto alchuno, et chosì volevo fare questo resto del tempo che ci havevo a vivere. In modo che, pur mal volentieri, ha aconsentito che le femmine ci venghino a lor piacere.

Ma hora vi voglo dire la perturbatione m'ha dato il Branchaccio. Credo vi sia noto quanta Jacopo Gianfiglazi mi sia amico, e per molti respecti ho causa non solo d'amarlo ma d'observarlo. Quando lui fu qui imbasciadore, mi commisse certa sua causa, la quale non achade dirvi: e stimando forse havessi più faccenda non ho, commesse a ser Sano che me la ricordassi. Lui per questo quasi ogni settimana è venuto per parlarmi di questa materia e qualche volta a desinare mecho. Giuliano poi che ha visto venirlo, una volta et due et tre, m'ha cominciato a dire che ser Sano è huomo infame et che in Banchi li è suto domandato da qualche mercante di buona fama che praticha io habbi chon esso, et che io mi doverrei guardare da simili pratiche: in modo che, a volermi excusare, sono stato forzato a narrarli per ordine tutta la trama tra Jacopo Gianfiglazi e lui. Sì che, compar mio, vedete dove io mi truovo e chome ò a rendere ragione di ciò che parlo e d'ogni huomo che mi viene a parlare: e voglo che mi diciate vostra oppenione, chi vi pare che mi riprenda con più ragione o Filippo o Giuliano, e quali non di meno ho chari: et chon tutte le loro monitioni et reprensioni non resterò che non faccia quello mi verrà a proposito.

Voi mi scrivete, et anchora Filippo me l'ha decto, che havete composta certa opera di stati. Se voi me la manderete, l'harò chara; et anchora che non sia drento, iudico che sia conveniente iudichi la chosa vostra: non di meno, in quello mancharà la sufficienza et il iudicio, suplirrà l'amore et la fede: e quando l'harò vista dirò mia oppenione del presentarla al magnifico Juliano o no, secondo mi parrà.

El respecto che voi havete a venire qui mi pare facile a resolvere, perché se voi andrete a vedere una volta il cardinale de' Soderini non vi sarà posto cura. Piero ha fermo l'animo suo, né credo havessi caro esser vicitato et maxime da voi, et se voi nol vicitassi non credo vi fussi imputato a ingratitudine; perché sono ito examinando, né truovo che lui o suoi v'habbino facto tale beneficio che habbiate loro havere obligo se non ordinario. L'uficio non l'havesti da loro, cominciasti a essere adoperato tre anni avanti che lui fussi Gonfaloniere: in quello poi vi adoperò lo servisti chon fede, né di quello ricevesti altro premio che ordinario. Et però quando habbiate a venire, non voglo che simil respecto vi ritenga, perché d'una semplice vicitatione non sarete notato, et quando ve n'abstenessi, non sarete da nessuno reputato ingrato.

E per la lettera vostra e da Filippo intendo che voi, sendo asueto a faccende et a guadagnare, con dificultà vi riducete a starvi e logorarvi le vostre poche entrate, perché havete pure anchora qualche vogla, chome io: siamo iti examinando, et qui a Roma non troviamo choxa a proposito vostro. È stato qualche ragionamento che 'l cardinale de' Medici habbi a essere facto legato in Francia, sopra che ho pensato, quando sia facto, parlare, per essere voi stato là et havere qualche praticha in quella corte et notitia de' chostumi loro. Se riuscirà, col nome di Dio; se non riuscirà, non haremo perduto choxa alchuna.

Chome voi m'harete mandato quello tractato, vi dirò se mi pare vegnate a presentarlo.

Hora vegnamo a Donato, el quale desidero assai sia compiaciuto, e questo non credo durar faticha a farlo credere a voi et allui. Chome io li scripsi, chiesi lettera et fuori del generali a Juliano, per lui, et me la promisse largamente: e perché Piero non è molto presto allo scrivere per le occupationi assai che ha, vi tenni uno che vi stette tanto la scripse; e perché spacciava una staffetta feci fare una coverta a Donato in mio nome e ordinai la lasciassi a Piero che la mandassi: maraviglomi non sia venuta; parleronne di nuovo a Juliano, et entrerrò in quel modo mi dite con Piero; ma non vorrei che per Donato arrogessimo danno a danno, cioè che havessi a donare e non li riuscissi, perché con non so che modo haremo a chiarirci che lui sia imborsato.

Datemi notitia chome è ita la chosa di maestro Manente ad ciò possa richiedere Juliano et Piero di simil modo, et pensate che io non ho a restare a fare choxa alchuna, pure che io li possa giovare.

Racomandatemi a Filippo, a Giovanni Machiavelli, e li fate mia scusa che qualche volta, per assettare un verso, s'esce qualchosa della verità, né credecti li havessi a tornare alli orechi, e se l'ho offeso gnene domando perdono.

El Casa è qui nella provincia sua, e credo farà qualche utile per la scarsella e anchora pel corpo, perché con tre carlini condurrà di buone choxe: hanno spesso diferentia lui et il Branchaccio, et io ho a mettermi di mezo a comporli.

Del romito non v'ho rispondere perché, chome dite, Firenze è fondato sotto un planeta che simili huomini vi corrono, e sonvi uditi volentieri. Né altro v'ho a dire per questa, che rachomandarmi a voi. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator

 

Note

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[1] abbiamo corretto in novembre accettando la versione di autorevoli critici e di altre edizioni.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 04 marzo 2005