Niccolò Machiavelli

 

Andria

 

 

ATTO  QUINTO

 

Scena prima

Chremete, Simo

 

Chremete:  Tu hai, o Simone, assai conosciuta l'amicitia mia verso di te; io ho corsi assai periculi: fa' fine [1] di pregarmi. Mentre che io pensavo di compiacerti, io sono stato per affogare questa mia figluola.

Simo:  Anzi, hora ti priego io et suplico, o Chremete, che appruovi coi facti questo benefitio cominciato con le parole.

Chremete:  Guarda quanto tu sia, per questo tuo desiderio, ingiusto! Et pure che tu faccia quello desideri [2] , non observi alcuno termine di benignità né pensi quello che tu prieghi: che se tu lo pensassi, tu cesseresti di agra­varmi con queste ingiurie. [3]

Simo:  Con quali?

Chremete:  Ha! domandine tu? Non mi hai tu forzato che io dia per donna una mia figluola ad uno giovane occupato nello amore d'altri et alieno al tucto dal tòrre mogle? Et hai voluto con lo affanno et dolore della mia figluola medicare il tuo figluolo. Io volli, quando egli era bene; hora non è bene; habbi patienza. Costoro dicono che colei è cittadina atheniese et ne ha hauto uno figluolo: lascia stare noi.

Simo:  Io ti priego, per lo amore di Dio, che tu non creda a costoro: tutte queste cose sono finte et trovate per amore di queste noze. Come fia tolta la cagione per che fanno queste cose, e' non ci fia più standolo alcuno.

Chremete:  Tu erri: io vidi una fantesca et Davo, che si dicevano villania.

Simo:  Io lo so.

Chremete:  Et da dovero, perché nessuno sapeva che io fussi presente.

Simo:  Io lo credo; et è un pezo che Davo mi dixe che volevono fare questo, et hoggi te lo volli dire, et dimentica'melo.

 

 

Scena seconda

Davo, Chremete, Simo, Dromo

 

Davo:  Hora voglo io stare con l'animo riposato...

Chremete:  Ecco Davo a te.

Simo:  Onde esce egli?

Davo:  ...parte per mia cagione, parte per cagione di questo forestiero.

Simo:  Che ribalderia è questa?

Davo:  Io non vidi mai huomo venuto più a tempo di questo.

Simo:  Chi loda questo scelerato?

Davo:  Ogni cosa è a buon porto.

Simo:  Tardo io di parlargli?

Davo:  Egli è il padrone: che farò io?

Simo:  Dio ti salvi, huom da bene!

Davo:  O Simone, o Chremete nostro, ogni cosa è ad ordine.

Simo:  Tu hai facto bene.

Davo:  Manda per lei a tua posta.

Simo:  Bene veramente! e' ci mancava questo! Ma rispondimi: che faccenda havevi tu quivi?

Davo:  Io?

Simo:  Sì.

Davo:  Di' tu a me?

Simo:  A te dich'io.

Davo:  Io vi entrai hora...

Simo:  Come s'io domandassi quanto è ch'e' vi entrò!

Davo:  ...col tuo figluolo.

Simo:  Ho! Pamphilo è dentro?

Davo:  Io sono in su la fune. [4]

Simo:  Ho! non dicesti tu ch'egli havieno quistione insieme?

Davo:  Et hanno.

Simo:  Come è egli così in casa?

Chremete:  Che pensi tu che faccino? E' si azuffano.

Davo:  Anzi, voglo, o Cremete, che tu intenda da me una cosa indegna: egli è venuto hora uno certo vechio, che pare huom cauto et è di buona presenza, con uno volto grave da prestargli fede.

Simo:  Che di' tu di nuovo?

Davo:  Niente veramente, se non quello che io ho sentito dire da lui: che costei è cittadina atheniese.

Simo:  O! Dromo! Dromo!

Davo:  Che cosa è?

Simo:  Dromo!

Davo:  Odi un poco.

Simo:  Se tu mi di' più una parola... Dromo!

Davo:  Odi, io te ne priego.

Dromo:  Che vuoi?

Simo:  Porta costui di peso in casa.

Dromo:  Chi?

Simo:  Davo.

Dromo:  Perché?

Simo:  Perché mi piace: portalo via!

Davo:  Che ho io facto?

Simo:  Portalo via!

Davo:  Se tu truovi che io ti abbia dette le bugie, ammazami.

Simo:  Io non ti odo. Io ti farò diventare dextro. [5]

Davo:  Egli è pure vero.

Simo:  Tu lo legherai et guardera'lo. Odi qua, mettigli un paio [6] di ferri: fallo hora et, se io vivo, io ti mosterrò, Davo, innanzi che sia sera, quello che importa, ad te ingannare il padrone, et a colui il padre.

Chremete:  Ha! non essere sì crudele.

Simo:  O Chremete, non ti incresce egli di me per la ribalderia di costui, che ho tanto dispiacere per questo figluolo? Orsù, Pamphilo! Esci, Pamphilo! Di che ti vergogni tu?

 

 

Scena terza

Pamphilo, Simo, Chremete

 

Pamphilo:  Chi mi vuole? Oimè! egli è mio padre.

Simo:  Che di' tu, ribaldo?

Chremete:  Digli come sta la cosa, sanza villania.

Simo:  E' non se gli può dire cosa che non meriti. (a Pamphilo) Dimmi un poco: Glicerio è cittadina?

Pamphilo:  Così dicono.

Simo:  O gran confidenza! Forze che pensa quel che risponde? Forse che si vergogna di quel ch'egli ha facto? Guardalo in viso, e' non vi si vede alcuno segno di vergogna. È egli possibile che sia di sì corrotto animo, che vogla costei fuora delle leggi et del costume de' cittadini, con tanto obbrobrio?

Pamphilo:  Misero a me!

Simo:  Tu te ne se' aveduto hora? Cotesta parola dovevi tu dire già quando tu inducesti l'animo tuo a fare in qualunque modo quello che ti aggradava: pure alla fine ti è venuto detto quello che tu se'. Ma perché mi macero et perché mi crucio io? Perché affiggo io la mia vechiaia per la pazia di costui? Voglo io portare le pene de' peccati suoi? Habbisela, tengasela, viva con quella!

Pamphilo:  O padre mio!

Simo:  Che padre! Come che [7] tu habbi bisogno di padre, che hai trovato, a dispetto di tuo padre, casa, mogie, figluoli et chi dice ch'ella è cittadina atheniese. Habbi nome Vinciguerra.

Pamphilo:  Possoti io dire dua parole, padre?

Simo:  Che mi dirai tu?

Chremete:  Lascialo dire.

Simo:  Io lo lascio: dica!

Pamphilo:  Io confesso che io amo costei et, s'egli è male, io confesso fare male, et mi ti getto, o padre, nelle braccia; imponimi che carico tu vuoi: se tu vuoi che io meni mogle et lasci costei, io lo sopporterò il meglo che io potrò. Solo ti priego di questo, che tu non creda che io ci habbi facto venire questo vechio, et sia contento ch'io mi iustifichi et che io lo meni qui alla tua presenza.

Simo:  Che tu lo meni?

Pamphilo:  Sia contento, padre.

Chremete:  Ei domanda il giusto: contentalo.

Pamphilo:  Compiacimi di questo.

Simo:  Io sono contento, pure che io non mi truovi ingannato da costui. (Pamphilo esce)

Chremete:  Per uno gran peccato ogni poco di suplicio [8] basta ad uno padre.

 

Scena quarta

Crito, Chremete, Simo, Pamphilo
 

Crito:  (a Pamphilo) Non mi pregare; una [9] di queste cagioni basta a farmi fare ciò che tu vuoi: tu, il vero et il bene che voglo a Glicerio.

Chremete:  Io veggo Critone Andrio? Certo egli è desso.

Crito:  Dio ti salvi, Cremete!

Chremete:  Che fai tu così hoggi, fuora di tua consuetudine, in Athene?

Crito:  Io ci sono a caso. Ma è questo Simone?

Chremete:  Questo è.

Simo:  Domandi tu me? Dimmi un poco: di' tu che Glicerio è cittadina?

Crito:  Neghilo tu?

Simo:  Se' tu così qua venuto preparato? [10]

Crito:  Perché?

Simo:  Domandine tu? Credi tu fare queste cose sanza esserne gastigato? Vieni tu qui ad ingannare i giovanetti imprudenti et bene allevati et andare con promesse pascendo l'animo loro?

Crito:  Se' tu in te?

Simo:  Et vai raccozando insieme amori di meretrici et noze?

Pamphilo:  (a parte) Heimè! io ho paura che questo forestiero non si pisci sotto. [11]

Chremete:  Se tu conoscessi costui, o Simone, tu non penseresti cotesto; costui è uno buono huomo.

Simo:  Sia buono a suo modo: debbesegli credere ch'egli è appunto venuto hoggi nel dì delle noze et non è venuto prima mai?

Pamphilo:  (a parte) Se io non havessi paura di mio padre, io gl'insegnerei la risposta.

Simo:  Spione!

Crito:  Heimè!

Chremete:  Così è fatto costui, Crito; lascia ire.

Crito:  Sia facto come e' vuole: séguita di dirmi ciò che vuole, egli udirà ciò che non vuole; io non prezo et non curo coteste cose, imperò che si può intendere se quelle cose che io ho dette sono false o vere, perché uno atheniese, per lo adrieto, havendo rotto la sua nave, rimase con una sua figloletta in casa il padre di Crisyde, povero et mendico.

Simo:  Egli ha ordito una favola da capo. [12]

Chremete:  Lascialo dire.

Crito:  Impediscemi egli così?

Chremete:  Séguita.

Crito:  Colui che lo ricevette era mio parente; quivi io udi' dire da lui come egli era cittadino atheniese; et quivi si morì.

Chremete:  Come haveva egli nome?

Crito:  Ch'io ti dica il nome sì presto? Phania.

Chremete:  O! Hu!

Crito:  Veramente io credo ch'egli havessi nome Phania: ma io so questo certo, ch'e' si faceva chiamare Ramnusio. [13]

Chremete:  O Giove!

Crito:  Queste medesime cose, o Cremete, sono state udite da molti altri in Andro.

Chremete:  (a parte) Dio vogla che sia quello che io credo! (A Crito) Dimmi urn poco: diceva egli che quella fanciulla fussi sua?

Crito:  No.

Chremete:  Di chi dunque?

Crito:  Figluola del fratello.

Chremete:  Certo, ella è mia.

Crito:  Che di' tu?

Simo:  Che di' tu?

Pamphilo:  (a parte) Riza gli orechi, Pamphilo!

Simo:  Che credi tu?

Chremete:  Quel Fania fu mio fratello.

Simo:  Io lo conobbi et sòllo.

Chremete:  Costui, fuggendo la guerra mi venne in Asia drieto, et, dubitando di lasciare qui la mia figluola, la menò seco; dipoi non ne ho mai inteso nulla, sed non hora.

Pamphilo:  L'animo mio è sì alterato che io non sono in me per la speranza, per il timore, per la allegreza, veggendo uno bene sì repentino.

Simo:  Io mi rallegro in molti modi che questa tua si sia ritrovata.

Pamphilo:  Io lo credo, padre.

Simo:  Ma e' mi resta uno scrupolo che mi fa stare di mala vogla.

Pamphilo:  Tu meriti di essere odiato con questa tua religione. [14]

Crito:  Tu cerchi cinque piè al montone!

Chremete:  Che cosa è?

Simo:  Il nome non mi riscontra.

Crito:  Veramente da piccola la si chiamò altrimenti.

Chremete:  Come, Crito? Ricorditene tu?

Crito:  Io ne cerco.

Pamphilo:  (a parte) Patirò io che la smemorataggine di costui mi nuoca, potendo io per me medesimo giovarmi? O Cremete, che cerchi tu? La si chiamava Passibula.

Crito:  La è epsa!

Chremete:  La è quella!

Pamphilo:  Io glene ho sentito dire mille volte.

Simo:  Io credo che tu, o Cremete, creda che noi siamo tutti allegri.

Chremete:  Così mi aiuti Idio, come io lo credo.

Pamphilo:  Che manca, o padre?

Simo:  Già questa cosa mi ha facto ritornare nella tua gratia.

Pamphilo:  O piacevole padre! Cremete vuole che la sia mia mogle, come la è!

Chremete:  Tu di' bene, se già tuo padre non vuole altro.

Pamphilo:  Certamente.

Simo:  Cotesto.

Chremete:  La dota di Pamphilo voglo che sia dieci talenti.

Pamphilo:  Io l'accepto.

Chremete:  Io vo a trovare la figluola. O Crito mio, vieni meco, perché io non credo che la mi riconosca.

Simo:  Perché non la fai tu venire qua?

Pamphilo:  Tu di' bene: io commetterò a Davo questa faccenda.

Simo:  Ei non può.

Pamphilo:  Perché non può?

Simo:  Egli ha uno male di più importanza.

Pamphilo:  Che cosa ha?

Simo:  Egli è legato.

Pamphilo:  O padre, ei non è legato a ragione.

Simo:  Io volli così.

Pamphilo:  Io ti priego che tu faccia che sia sciolto.

Simo:  Che si sciolga!

Pamphilo:  Fa' presto!

Simo:  Io vo in casa.

Pamphilo:  O allegro et felice questo dì!

 

 

Scena quinta

Carino, Pamphilo

 

Carino:  Io torno a vedere quel che fa Pamphilo... Ma eccolo!

Pamphilo:  Alcuno forse penserà che io pensi che questo non sia vero, ma e' mi pare [15] pure che sia vero. Però credo io che la vita degli Iddei sia sempiterna, perché i piaceri loro non sono mai loro tolti: perché io sarei, sanza dubio, immortale, se cosa alcuna non sturbassi questa mia allegreza. Ma chi vorrei sopra ogni altro riscontrare [16] per narrargli questo?

Carino:  Che allegreza è questa di costui?

Pamphilo:  Io veggo Davo; non è alcuno che io desideri vedere più di lui, perché io so che solo costui si ha a rallegrare da dovero della allegreza mia.

 

 

Scena sesta

Davo, Pamphilo, Carino

 

Davo:  (cercando attorno) Pamphilo dove è?

Pamphilo:  O Davo!

Davo:  Chi è?

Pamphilo:  Io Sono.

Davo:  O Pamphilo!

Pamphilo:  Ha! tu non sai quello mi è accaduto.

Davo:  Veramente no: ma io so bene quello che è accaduto a me.

Pamphilo:  Io lo so anch'io.

Davo:  Egli è usanza degli huomini che tu habbi prima saputo il male mio che io il tuo bene.

Pamphilo:  La mia Glicerio ha ritrovato suo padre.

Davo:  O! la va bene.

Carino:  (a parte) Hem?

Pamphilo:  Il padre è grande amico nostro.

Davo:  Chi?

Pamphilo:  Cremete.

Davo:  Di' tu il vero?

Pamphilo:  Né ci è più dificultà di haverla io per donna.

Carino:  (a parte) Sogna costui quelle cose ch'egli ha vegghiando volute?

Pamphilo:  Ma del fanciullo, o Davo?

Davo:  Ha! sta' saldo: tu se' solo amato dagl'Idii.

Carino:  (a parte) Io sono franco, [17] se costui dice il vero. Io gli voglo parlare.

Pamphilo:  Chi è questo? O Carino! Tu ci se' arrivato a tempo.

Carino:  O! la va bene.

Pamphilo:  O! hai tu udito?

Carino:  Ogni cosa. Hor fa' di ricordarti di me in queste tua prosperità. Cremete è hora tutto tuo, et so che farà quello che tu vorrai.

Pamphilo:  Io lo so; et perché sarebbe troppo aspettare ch'egli uscissi fuora, séguitami, perch'egli è in casa con Glicerio. Tu, Davo, vanne in casa et sù­bito manda qua chi la meni via. Perché stai? perché non vai?

Davo:  (al pubblico) O voi, non aspectate che costoro eschino fuora. Drento si sposerà et drento si farà ogni altra cosa che manchassi. Andate, al nome di Dio, et godete!

 

Finis

 

Note

_______________________________

 

[1] fa' fine: smetti.

[2] Et ... desideri: pur di ottenere quello che desideri.

[3] di ... ingiurie: di farmi dei torti in continuazione.

[4] Io ... fune: allude al tormento della corda, cui lo stesso Segretario fiorentino fu sottoposto nel febbraio del 1513.

[5] Io ... dextro: in Terenzio: «ego iam te commotum reddam»: ti farò ballare io. Machiavelli traduce l'espressione con una forma idiomatica; dextro significa agile.

[6] un paio: uno alle mani e un altro ai piedi.

[7] Come che: come se.

[8] ogni poco di suplicio: il castigo più leggero.

[9] una: una sola.

[10] preparato: ammaestrato.

[11] io ... sotto: temo che non stia ben saldo. Terenzio aveva scritto «metuo ut substet».

[12]d a capo: fin dal principio.

[13] si faceva chiamare Ramnusio: diceva di essere di Ramnunte, cittadina dell'Attica.

[14] religione: scrupoli.

[15] mi pare: mi va.

[16] riscontrare: incontrare.

[17] sono franco: sono salvo. Può godere anche lui delle nozze.

 

 

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Ultimo aggiornamento  15 agosto, 2004