Niccolò Machiavelli

 

Andria

 

 

ATTO  QUARTO

 

Scena prima

Carino, Pamphilo, Davo

 

Carino:  (a parte) È ella cosa degna di memoria [1] o credibile che sia tanta pazia nata in alcuno che si rallegri del male d'altri et degli incommodi d'altri cerchi i commodi suoi? Ah! non è questo vero? Et quella sorte d'huomini è pessima, che si vergognano negare una cosa quando sono richiesti; poi, quando ne viene il tempo, forzati da la necessità, si scuoprono [2] et temono. Et pure la cosa gli sforza a negare, et alhora usano parole sfacciate: — Chi se' tu? Che hai tu a fare meco? Perché ti ho io a dare le mia cose? Odi tu: io ho ad volere meglo a me! —. Et se tu gli domandi dove è la fede, e' non si vergognono di niente; et prima, quando non bisognava, si vergognorno. Ma che farò io? Androllo io a trovare per dolermi seco di questa ingiuria? Io gli dirò villania. Et se un mi dicessi: — Tu non farai nulla! — io gli darò pure questa molestia et sfogherò l'animo mio.

Pamphilo:  Carino, io ho rovinato imprudentemente te et me, se Dio non ci provede.

Carino:  Così, «imprudentemente»? Egli ha trovata la scusa! Tu m'hai observata la fede!

Pamphilo:  O perché?

Carino:  Credimi tu anchora ingannare con queste tua parole?

Pamphilo:  Che cosa è cotesta?

Carino:  Poi che io dixi d'amarla, ella ti è piaciuta. De! misero a me, che io ho misurato l'animo tuo con l'animo mio !

Pamphilo:  Tu t'inganni.

Carino:  Questa tua allegreza non ti sarebbe paruta intera, se tu non mi ha vessi nutrito et lattato d'una falsa speranza: habbitela.

Pamphilo:  Che io l'habbia? Tu non sai in quanti mali io sia rinvolto et in quanti pensieri questo mio manigoldo m'habbi messo con i suoi consigli.

Carino:  Maraviglitene tu? Egli ha imparato da te.

Pamphilo:  Tu non diresti cotesto, se tu conoscessi me et lo amore mio.

Carino:  Io so che tu disputasti assai con tuo padre: et per questo ti accusa, che non ti ha potuto hoggi disporre a menarla.

Pamphilo:  Anzi, vedi come tu sai i mali mia! Queste noze non si facevano, et non era alcuno che mi volessi dare mogie.

Carino:  Io so che tu se' stato forzato da te stesso.

Pamphilo:  Sta' un poco saldo [3] : tu non lo sai anchora.

Carino:  Io so che tu l'hai a menare.

Pamphilo:  Perché mi ammazi tu? Intendi questo: costui non cessò mai di persuadere, di pregarmi, che io dicessi a mio padre di essere contento di menarla, tanto che mi condusse a dirlo.

Carino:  Chi fu cotesto huomo?

Pamphilo:  Davo.

Carino:  Davo?

Pamphilo:  Davo manda sozopra ogni cosa.

Carino:  Per che cagione?

Pamphilo:  Io non lo so, se non che io so bene che Dio è adirato meco, poi che io feci a suo modo.

Carino:  E ita così la cosa, Davo?

Davo:  Si, è.

Carino:  Che di' tu, scelerato? Idio ti dia quel fine che tu meriti! Dimmi un poco: se tutti i suoi nimici gli havessino voluto dare mogle, harebbongli loro dato altro consiglo?

Davo:  Io sono stracco, ma non lasso [4].

Carino:  Io lo so.

Davo:  E' non ci è riuscito per questa via, enterreno [5] per una altra: se già tu non pensi che, poi che la prima non riuscì, questo male non si possa guarire.

Pamphilo:  Anzi, credo che, ogni poco che tu ci pensi, che d'un paio di noze tu me ne farai dua.

Davo:  O Pamphilo, io sono obligato in tuo servitio sforzarmi con le mani et co' piè, dì et nocte, et mettermi ad periculo della vita per giovarti. E' s'appartiene poi a te perdonarmi, se nasce alcuna cosa fuora di speranza, et s'egli occorre cosa poco prospera, perché io harò facto il meglo che io ho saputo; o veramente tu ti truovi uno altro che ti serva meglo, et lascia andare me.

Pamphilo:  Io lo desidero; ma rimettimi nel luogo dove tu mi traesti.

Davo:  Io lo farò.

Pamphilo:  Ei bisogna hora.

Davo:  Hem! Ma sta' saldo, io sento l'uscio di Glicerio.

Pamphilo:  E' non importa a te.

Davo:  Io vo pensando.

Pamphilo:  Hem? hor ci pensi?

Davo:  Io l'ho già trovato.

 

 

Scena seconda

Miside, Pamphilo, Carino, Davo

 

Miside:  Come io l'harò trovato, io procurerò [6] per te et ne merrò meco il tuo Pamphilo; ma tu, anima mia, non ti voler macerare.

Pamphilo:  O Miside!

Miside:  Che è? O Pamphilo, io t'ho trovato appunto.

Pamphilo:  Che cosa è?

Miside:  La mia padrona mi ha comandato che io ti prieghi che, se tu l'ami, che tu la vadia a vedere.

Pamphilo:  U! Ha! ch'io son morto. Questo male rinnuova. [7] (a Davo) Tieni tu con la tua opera così sospeso me et lei? La [8] manda per me, perché la sente che si fanno le noze.

Carino:  Da le quali facilmente tu ti saresti potuto abstenere, se costui se ne fussi abstenuto.

Davo:  (a parte) Se costui non è per sé medesimo adirato, aizalo!

Miside:  (a Pamphilo) Per mia fé, cotesta è la cagione; et però [9] è ella maninconosa.

Pamphilo:  Io ti giuro, o Miside, per tutti gl'Iddei, che io non la abandonerò mai, non se io credessi che tutti gli huomini mi avessino a diventare nimici. Io me la ho cerca, la mi è tocca; [10] i costumi s'affanno: morir possa qualunque vuole che noi ci separiamo! Costei non mi fia tolta sed non da la morte.

Miside:  Io risucito.

Pamphilo:  L'oraculo d'Apolline non è più vero che questo. Se si potrà fare che mio padre creda che non sia mancato per me [11] che queste noze si faccino, io l'harò caro; quanto che no, io farò le cose alla abandonata et vorrò ch'egli intenda che manchi da me. (a Carino) Chi ti paio io?

Carino:  Infelice come me.

Davo:  Io cerco d'un partito. [12]

Carino:  Tu se' valente huomo.

Pamphilo:  Io so quel che tu cerchi.

Davo:  Io te lo darò facto in ogni modo.

Pamphilo:  E' bisogna hora.

Davo:  Io so già quello che io ho a fare.

Carino:  Che cosa è?

Davo:  Io l'ho trovato per costui, non per te, acciò che tu non ti inganni.

Carino:  E' mi basta.

Pamphilo:  Dimmi quello che tu farai.

Davo:  Io ho paura che questo dì non mi basti a farlo, non che mi avanzi tempo a dirlo. Orsù, andatevi con Dio: voi mi date noia.

Pamphilo:  Io andrò a vedere costei.

Davo:  Ma tu dove n'andrai?

Carino:  Vuoi tu ch'io ti dica il vero?

Davo:  Tu mi cominci una historia da capo.

Carino:  Quel che sarà di me?

Davo:  Eh! o! imprudente! Non ti basta egli che, s'io differisco queste noze uno dì, che io lo do a te?

Carino:  Nondimeno...

Davo:  Che sarà?

Carino:  Ch'io la meni.

Davo:  Uccellaccio!

Carino:  Se tu puoi fare nulla, fa' di venire qui.

Davo:  Che vuoi tu ch'io venga? Io non ho nulla...

Carino:  Pure, se tu havessi qualche cosa...

Davo:  Orsù, io verrò!

Carino:  ...Io sarò in casa.

Davo:  Tu, Miside, aspettami un poco qui, tanto che io peni a uscire di casa. Miside:  Perché?

Davo:  Così bisogna fare.

Miside:  Fa' presto!

Davo:  Io sarò qui hora.

 

Scena terza

Miside, Davo

 

Miside:  (sola) Veramente e' non ci è boccone del netto. [13] O Idii! io vi chiamo in testimonio che io mi pensavo che questo Pamphilo fussi alla padrona mia un sommo bene, sendo amico, amante et huom parato a tutte le sua vogle: ma ella, misera, quanto dolore pigla per suo amore! In modo che io ci veggo dentro più male che bene. Ma Davo esce fuora. (a Davo) Oimè! che cosa è questa? dove porti tu il fanciullo?

 

Davo:  O Miside, hora bisogna che la tua astutia et audacia sia prompta.

Miside:  Che vuoi tu fare?

Davo:  Pigla questo fanciullo, presto, et pòllo [14] innanzi all'uscio nostro.

Miside:  In terra?

Davo:  Raccogli pagla et vincigle [15] della via, et mettiglene sotto.

Miside:  Perché non fai tu questo da te?

Davo:  Per potere giurare al padrone di non lo havere posto.

Miside:  Intendo; ma dimmi: come se' tu diventato sì religioso?

Davo:  Muoviti presto, acciò che tu intenda dipoi quel ch'io voglo fare. O Giove!

Miside:  Che cosa è?

Davo:  Ecco il padre della sposa: io voglo lasciare il primo partito.

Miside:  Io non so che tu ti di'.

Davo:  Io fingerò di venire qua da man dritta: fa' d'andare secondando il parlare mio dovunque bisognerà.

Miside:  Io non intendo cosa che tu ti dica; ma io starò qui, acciò, se bisograssi l'opera mia, io non disturbi alcuno vostro commodo.

 

Scena quarta

Chremete, Miside, Davo

 

Chremete:  (a parte) Io ritorno per comandare che mandino per lei, poi che io ho ordinato tutte le cose che bisognano per le noze... Ma questo che è? Per mia fé, ch'egli è un fanciullo! (a Miside) O donna, ha'lo tu posto qui?

Miside:  (a parte) Ove è ito colui?

Chremete:  Tu non mi rispondi?

Miside:  (a parte) Hei, misera a me! ché non è in alcun luogo! Ei mi ha lasciata qui sola et èssene ito. [16]

Davo:  O Dii, io vi chiamo in testimonio: che romore è egli in mercato! Quanta gente vi piatisce! [17] Et anche la ricolta [18] è cara. Io non so altro che mi dire.

Miside:  Perché mi hai tu lasciata qui così sola?

Davo:  Hem? che favola è questa? O Miside, che fanciullo è questo? Chi l'ha recato qui?

Miside:  Se' tu impazato? Di che mi domandi tu?

Davo:  Chi ne ho io a dimandare, che non ci veggo altri?

Chremete:  Io mi maraviglo che fanciullo sia questo.

Davo:  Tu m'hai a rispondere ad quel ch'io ti domando. Tirati in su la man ritta.

Miside:  Tu impani; non ce lo portasti tu?

Davo:  Guarda di non mi dire una parola fuora di quello che io ti domando.

Miside:  Tu bestemmi.

Davo:  Di chi è egli? Di', ch'ognuno oda.

Miside:  De' vostri.

Davo:  Ha! ha! io non mi maraviglo se una meretrice non ha vergogna.

Chremete:  Questa fantesca è da Andro, come mi pare.

Davo:  Paiamovi noi però huomini da essere così uccellati?

Chremete:  Io sono venuto a tempo.

Davo:  Presto, leva questo fanciullo di qui! Sta' salda; guarda di non ti partire di qui!

Miside:  GI'Idii ti sprofondino, [19] in modo mi spaventi!

Davo:  Dico io a te o no?

Miside:  Che vuoi?

Davo:  Domandimene tu ancora? Dimmi: chi è cotesto bambino?

Miside:  Nol sai tu?

Davo:  Lascia ire quel ch'io so: rispondi a quello che io ti domando.

Miside:  È de' vostri.

Davo:  Di chi nostri?

Miside:  Di Pamphilo.

Davo:  Come di Pamphilo?

Miside:  O perché no.

Chremete:  (a parte) Io ho ragionevolmente fuggite queste noze.

Davo:  O scelerateza notabile!

Miside:  Perché gridi tu?

Davo:  Non vidi io che vi fu hieri recato in casa?

Miside:  O audacia d'huomo!

Davo:  Non vidi io una donna con uno involgime sotto?

Miside:  Io ringratio Dio che, quando ella partorì, v'intervennono molte donne da bene.

Davo:  Non so io per che cagione si è facto questo? — Se Cremete vedrà il fanciullo innanzi all'uscio, non gli darà la figluola! — Tanto più gliene darà egli!

Chremete:  (a parte) Non farà, per Dio!

Davo:  Se tu non lievi via cotesto fanciullo, io rinvolgerò te et lui nel fango.

Miside:  Per Dio, che tu se' obliàco!

Davo:  L'una bugia nasce da l'altra. Io sento già susurrare che costei è cittadina atheniese...

Chremete:  (a parte) Heimè!

Davo:  ...et che, forzato da le leggi, la torrà per donna.

Miside:  A! U! per tua fé, non è ella cittadina?

Chremete:  (a parte) Io sono stato per incappare in uno male da farsi beffe di me.

Davo:  Chi parla qui? O Cremete, tu vieni a tempo. Odi!

Chremete:  Io ho udito ogni cosa.

Davo:  Hai udito ogni cosa?

Chremete:  Io ho udito certamente il tutto da principio.

Davo:  Hai udito, per tua fé? Ve' che scelerateza! Egli è necessario mandare costei al bargello! [20] Questo è quello. Non credi di uccellare Davo!

Miside:  O miser' a me! O vechio mio, io non ho detto bugia alcuna.

Chremete:  Io so ogni cosa. Ma Simone è drento?

Davo:  È.

Miside:  Non mi toccare, ribaldo! io dirò bene a Glicerio ogni cosa.

Davo:  O pazerella! tu non sai quello che si è facto.

Miside:  Che vuoi tu che io sappia?

Davo:  Costui è il suocero et in altro modo non si poteva fare che sapessi quello che noi volavamo.

Miside:  Tu me lo dovevi dire innanzi.

Davo:  Credi tu che vi sia differenza, o parlare da quore, secondo che ti detta la natura, o parlare con arte?

 

 

Scena quinta

Crito, Miside, Davo

 

Crito:  (a parte) E' si dice che Crisyde habitava in su questa piaza, la quale ha voluto più tosto arichire qui inhonestamente, che vivere povera honestamente nella sua patria. Per la sua morte i suoi beni ricaggiono [21] a me... Ma io veggo chi io ne potrò domandare. Dio vi salvi!

Miside:  Chi veggo io? E questo Crito, consobrino [22] di Crisyde? Egli è esso.

Crito:  O Miside, Dio ti salvi!

Miside:  Et Crito sia salvo!

Crito:  Così Crisyde, he?

Miside:  Ella ci ha veramente rovinate.

Crito:  Voi che fate? In che modo state qui? Fate voi bene?

Miside:  Oimè! Noi? Come dixe colui: — Come si può — poiché, come si vorrebbe, non possiamo.

Crito:  Glicerio che fa? Ha ella anchora trovato qui i suoi parenti?

Miside:  Dio il volessi!

Crito:  O! non ancora? Io ci sono venuto in male punto, ché, per mia fé, se io lo havessi saputo, io non ci harei mai messo un piede. Costei è stata tenuta, sempre mai tenuta sorella di Crisyde, et possiede le cose sua; hora, sendo io forestiero, quanto mi sia utile muovere una lite, mi ammuniscono gli exempli degli altri. Credo anchora che costei harà qualche amico et difensore, perché la si partì di là grandicella, che griderranno che io sia uno spione [23] et che io vogla con bugie aquistare questa heredità; oltra di questo non mi è lecito spogliarla.

Miside:  Tu se' uno huom da bene, Crito, et ritieni il tuo costume antico.

Crito:  Menami a lei, ché io la voglo vedere, poiché io sono qui.

Miside:  Volentieri.

Davo:  (a parte) Io andrò drieto a costoro, perch'io non voglo che in questo tempo il vechio mi vegga.

 

Note

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[1] degna di memoria: memorabile.

[2] si scuoprono: si rivelano.

[3] Sta' un poco saldo: sii un po' paziente.

[4] Io ... lasso: sono stanco ma non stremato.

[5] enterreno: entreremo.

[6] procurerò: provvederò.

[7] rinnuóva: ricomincia.

[8] La: ella, cioè Glicerio.

[9] però: perciò.

[10] tocca: toccata in sorte.

[11] per me: per colpa mia.

[12] d'un partito: un'idea.

[13] non ... netto: non esiste un boccone del tutto pulito.

[14] pòllo: ponilo.

[15] vincigle: ramoscelli di vinco, giunchi, così da formare con la paglia una cuna.

[16] èssene ito: se ne è andato.

[17] vi piatisce: litiga.

[18] la ricolta: il raccolto.

[19] sprofondino: estirpino.

[20] al bargello: alla polizia.

[21] ricaggiono: ricadono.

[22] consobrino: cugino da parte di madre.

[23] spione: calunniatore.

 

 

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Ultimo aggiornamento  15 agosto, 2004