Niccolò Machiavelli

Clizia


Atto secondo

Scena prima
Nicomaco solo

Nicomaco:   Che domine ho io stamani intorno agli occhi? E' mi pare avere e bagliori, che non mi lasciono vedere lume e iersera io arei veduto el pelo nell'uovo. Are' io beuto troppo? Forse che sì. O Dio, questa vecchiaia ne viene con ogni mal mendo! Ma io non sono ancora sì vecchio, ch'io non rompessi una lancia con Clizia. E' egli però possibile che io mi sia innamorato a questo modo? E, quello che è peggio, mogliama se ne è accorta, ed indovinasi perch'io voglia dare questa fanciulla a Pirro. Infine, e' non mi va solco diritto. Pure, io ho a cercare di vincere la mia. Pirro! o Pirro! vien' giù, esci fuora!


Scena seconda
Pirro, Nicomaco

Pirro:       Eccomi!
Nicomaco:     Pirro, io voglio che tu meni questa sera moglie in ogni modo.
Pirro:       Io la merrò ora.
Nicomaco:    Adagio un poco! A cosa, a cosa, disse 'l Mirra. E' bisogna anche fare le cose in modo che la casa non vadia sottosopra. Tu vedi: mogliama non se ne contenta, Eustacchio la vuole anch'egli, parmi che Cleandro lo favorisca, e' ci si è volto contro Iddio e 'l diavolo. Ma sta' tu pur forte nella fede di volerla; non dubitare, ch'io varrò per tutti loro, perché, al peggio fare, io te la darò a loro dispetto, e chi vuole ingrognare, ingrogni!
Pirro:       Al nome di Dio, ditemi quel che voi volete che io facci.
Nicomaco:   Che tu non ti parta di quinci oltre, acciò che, s'io ti voglio, che tu sia presto.
Pirro:      Così farò, ma mi era scordato dirvi una cosa.
Nicomaco:  Quale?
Pirro:     Eustachio è in Firenze.
Nicomaco:   Come, in Firenze? Chi te l'ha detto?
Pirro:    Ser Ambruogio, nostro vicino in villa, e mi dice che entrò dentro alla porta iarsera con lui.
Nicomaco:   Come, iersera? Dove è egli stato stanotte?
Pirro:    Chi lo sa?
Nicomaco:   Sia, in buon'ora. Va' via, fa' quello ch'io t'ho detto. Sofronia arà mandato per Eustachio, e questo ribaldo ha stimato più le lettere sue che le mie, che gli scrissi che facessi mille cose, che mi rovinano, se le non si fanno. Al nome di Dio, io ne lo pagherò! Almeno sapessi io dove egli è e quel che fa! Ma ecco Sofronia, che esce di casa.


Scena terza
Sofronia, Nicomaco

Sofronia:    Io ho rinchiusa Clizia e Doria in camera. E' mi bisogna guardare questa povera fanciulla dal figliuolo, dal marito, da' famigli: ognuno l'ha posto il campo intorno.
Nicomaco:   Ove si va?
Sofronia:    Alla messa.
Nicomaco:   Ed è pur carnesciale: pensa quel che tu farai di quaresima!
Sofronia:    Io credo che s'abbia a fare bene d'ogni tempo, e tanto è più accetto farlo in quelli tempi che gli altri fanno male. Ma e' mi pare che, a fare bene, noi ci facciamo da cattivo lato!
Nicomaco:   Come? Che vorresti tu che si facessi?
Sofronia:    Che non si pensassi a chiacchiere; e, poiché noi abbiamo in casa una fanciulla buona, d'assai, e bella, abbiamo durato fatica ad allevarla, che si pensi di nolla gittare or via; e, dove prima ogni uomo ci lodava, ogni uomo ora ci biasimerà, veggendo che noi la diano ad uno ghiotto, sanza cervello, e non sa fare altro che un poco radere, che è un'arte che non ne viverebbe una mosca!
Nicomaco:   Sofronia mia, tu erri. Costui è giovane, di buono aspetto (e, se non sa, è atto a imparare), vuol bene a costei: che son tre gran parte in uno marito, gioventù, bellezza ed amore. A me non pare che si possa ire più là, né che di questi partiti se ne truovi ad ogni uscio. Se non ha roba, tu sai che la roba viene e va; e costui è uno di quegli, che è atto a farne venire; ed io non lo abbandonerò, perch'io fo pensiero, a dirti il vero, di comperarli quella casa, che per ora ho tolta a pigione da Damone, nostro vicino, ed empierolla di masserizie; e di più, quando mi costassi quattrocento fiorini, per metterliene...
Sofronia:    Ah, ah, ah!
Nicomaco:   Tu ridi?
Sofronia:    Chi non riderebbe? Dove liene vuoi tu mettere?
Nicomaco:   Sì, che vuoi tu dire? ... per metterliene in su 'n una bottega, non sono per guardarvi.
Sofronia:    È egli possibile però che tu voglia con questo partito strano tôrre al tuo figliuolo più che non si conviene, e dare a costui più che non merita? Io non so che mi dire: io dubito che non ci sia altro, sotto.
Nicomaco:   Che vuoi tu che ci sia?
Sofronia:   Se ci fussi chi non lo sapessi, io glielo direi; ma, perché tu lo sai, io non te lo dirò.
Nicomaco:   Che so io?
Sofronia:   Lasciamo ire! Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe con questa dote o con minore maritarla meglio?
Nicomaco:   Sì credo. Nondimeno, e' mi muove l'amore, ch'io porto all'una ed all'altro, che avendoceli allevati tutti a dua, mi pare da benificarli tutti a dua.
Sofronia:   Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio, tuo fattore?
Nicomaco:   Sì, ho; ma che vuoi tu che la faccia di cotestui, che non ha gentilezza veruna ed è uso a stare in villa fra' buoi e tra le pecore? Oh! se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.
Sofronia:   E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze delli uomini consistono in avere qualche virtù, sapere fare qualche cosa, come sa Eustachio, che è uso alle faccende in su' mercati, a fare masserizia, ad avere cura delle cose d'altri e delle sua, ed è uno uomo, che viverebbe in su l'acqua: tanto che tu sai che gli ha un buono capitale. Pirro, dall'altra parte, non è mai se non in sulle taverne, su pe' giuochi, un cacapensieri, che morrebbe di fame nello Altopascio!
Nicomaco:   Non ti ho io detto quello che io li voglio dare?
Sofronia:   Non ti ho io risposto che tu lo getti via? Io ti concludo questo, Nicomaco, che tu hai speso in nutrir costei, ed io ho durato fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io voglio ancora io intendere come queste cose hanno ad andare: o io dirò tanto male e commetterò tanti scandoli, che ti parrà essere in mal termine, che non so come tu ti alzi el viso. Va', ragiona di queste cose con la maschera!
Nicomaco:   Che mi di' tu? Se' tu impazata? Or mi fa' tu venir voglia di dargliene in ogni modo; e, per cotesto amore, voglio io che la meni stasera, e merralla, se ti schizzassino gli occhi!
Sofronia:   O la merrà, o e' non la merrà.
Nicomaco:   Tu mi minacci di chiacchiere; fa' ch'io non dica. Tu credi forse che io sia cieco, e che io non conosca e giuochi di queste tua bagatelle? Io sapevo bene che le madre volevano bene a' figliuoli, ma non credevo che le volessino tenere le mani alle loro disonestà!
Sofronia:   Che di' tu? Che cosa è disonesta?
Nicomaco:   Deh! non mi fare dire. Tu m'intendi, ed io t'intendo. Ognuno di noi sa a quanti dì è san Biagio. Facciamo, per tua fé, le cose d'accordo, che, se noi entriamo in cetere, noi sareno la favola del popolo.
Sofronia:   Entra in che cetere tu vuoi. Questa fanciulla non s'ha a gittar via, o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.
Nicomaco:   Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome non sognava! Tu se' una soffiona, e se' piena di vento!
Sofronia:   Al nome d'Iddio, io voglio ire alla messa! Noi ci rivedreno.
Nicomaco: Odi un poco: sarebbeci modo a raccapezzare questa cosa, e che noi non ci facessimo tenere pazzi?
Sofronia:   Pazzi no, ma tristi sì.
Nicomaco:   E' ci sono in questa terra tanti uomini dabbene, noi abbiamo tanti parenti, e' ci sono tanti buoni religiosi! Di quello che noi non siamo d'accordo noi, domandianne loro, e per questa via o tu o io ci sgarereno.
Sofronia:   Che? vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?
Nicomaco:   Se noi non vogliamo t"rre amici o parenti, togliamo uno religioso, e non si bandiranno; e rimettiamo in lui questa cosa in confessione.
Sofronia:   A chi andremo?
Nicomaco:   E' non si può andare ad altri che a fra' Timoteo, che è nostro confessoro di casa, ed è uno santerello, ed ha fatto già qualche miracolo.
Sofronia:   Quale?
Nicomaco:   Come, quale? Non sai tu che, per le sue orazioni, mona Lucrezia di messer Nicia Calfucci, che era sterile, ingravidò?
Sofronia:   Gran miracolo, un frate fare ingravidare una donna! Miracolo sarebbe se una monaca la facessi ingravidare ella!
Nicomaco:   E' egli possibile che tu non mi attraversi sempre la via con queste novelle?
Sofronia:   Io voglio ire alla messa, e non voglio rimettere le cose mia in persona.
Nicomaco:   Orsù, va' e torna: io ti aspetterò in casa.(Io credo che sia bene non si discostare molto, perché non trafugassino Clizia in qualche lato).


Scena quarta
Sofronia sola

Sofronia:   Chi conobbe Nicomaco uno anno fa, e lo pratica ora, ne debbe restare maravigliato, considerando la gran mutazione, che gli ha fatta, perché soleva essere uno uomo grave, resoluto, respettivo. Dispensava il tempo suo onorevolmente, e si levava la mattina di buon'ora, udiva la sua messa, provedeva al vitto del giorno; dipoi, s'egli aveva faccenda in piazza, in mercato, o a' magistrati, e' le faceva; quanto che no, o e' si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e' si ritirava in casa nello scrittoio, dove raguagliava sue scritture, riordinava suoi conti; dipoi, piacevolmente con la sua brigata desinava; e, desinato, ragionava con il figliuolo, ammunivalo, davagli a conoscere gli uomini, e con qualche essemplo antico e moderno gl'insegnava vivere; andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende o in diporti gravi ed onesti; venuta la sera, sempre l'Avemaria lo trovava in casa: stavasi un poco con esso noi al fuoco, se gli era di verno; dipoi, se n'entrava nello scrittoio, a rivedere le faccende sue; alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era uno essemplo a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare. E così andavano le cose ordinate e liete. Ma, dipoi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si straccurano, e poderi si guastono, e trafichi rovinano; grida sempre, e non sa di che, entra ed esce di casa ogni dì mille volte, sanza sapere quello che si vada faccendo; non torna mai ad ora, che si possa cenare o desinare a tempo; se tu gli parli, o e' non ti risponde, o e' ti risponde non a proposito. I servi, vedendo questo, si fanno beffe di lui, il figliuolo ha posto giù la reverenzia, ognuno fa a suo modo, ed infine niuno dubita di fare quello che vede fare a lui: in modo che io dubito, se Iddio non ci remedia, che questa povera casa non rovini. Io voglio pure andare alla messa, e raccomandarmi a Dio quanto io posso. Io veggo Eustachio e Pirro che si bisticciano: be' mariti che si apparecchiano a Clizia!


Scena quinta
Pirro, Eustachio

Pirro: Che fa' tu in Firenze, trista cosa?
Eustachio: Io non l'ho a dire a te.
Pirro: Tu se' così razzimato! Tu mi pari un cesso ripulito!
Eustachio: Tu hai sì poco cervello, che io mi maraviglio ch'e fanciulli non ti gettino drieto e sassi.
Pirro: Presto ci avvedremo chi arà più cervello, o tu o io.
Eustachio: Priega Iddio che 'l padrone non muoia, che tu andrai un dì accattando!
Pirro: Hai tu veduto Nicomaco?
Eustachio: Che ne vuoi tu sapere, se io l'ho veduto o no?
Pirro: E' toccherà bene a te a saperlo, che se e' non si rimuta, se tu non torni in villa da te, e' vi ti farà portare a' birri.
Eustachio: E' ti dà una gran briga questo mio essere in Firenze!
Pirro: E' dà più briga ad altri che a me.
Eustachio: E però ne lascia el pensiero ad altri.
Pirro: Pure le carne tirano.
Eustachio: Tu guardi, e ghigni.
Pirro: Guardo che tu saresti el bel marito.
Eustachio: Orbè, sai quello ch'io ti voglio dire? Ed anche il duca murava! Ma, s'ella prende te, la sarà salita in su' muricciuoli. Quanto sarebbe meglio che Nicomaco la affogassi in quel suo pozzo! Almeno la poverina morrebbe ad uno tratto.
Pirro: Doh! villan poltrone, profumato nel litame! Part'egli avere carni da dormire allato a sì dilicata figlia?
Eustachio: Ell'arà bene carni teco! che, se la sua trista sorte te la dà, o ella in uno anno diventerà puttana, o ella si morrà di dolore: ma del primo ne sarai tu d'accordo seco, che, per uno becco pappataci, tu sarai desso!
Pirro: Lasciamo andare! Ognuno aguzzi e sua ferruzzi: vedreno a chi e' dirà meglio. Io me ne voglio ire in casa, ch'io t'arei a rompere la testa.
Eustachio: Ed io mi tornerò in chiesa.
Pirro: Tu fai bene a non uscire di franchigia!


Canzona

Quanto in cor giovenile è bello amore,
tanto si disconviene
in chi degli anni suoi passato ha il fiore.
Amore ha sua virtute agli anni uguale
e nelle fresche etati assai s'onora,
e nelle antiche poco o nulla vale.
Sì che, o vecchi amorosi, el meglio fora
lasciar l'impresa a' giovinetti ardenti,
ch'a più forte opra intenti,
far ponno al suo signor più largo onore.

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© 1998 - by prof. Giuseppe Bonghi
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data ultima modifica: 07 gennaio, 2010