Niccolò Machiavelli

La vita di Castruccio Castracani da Lucca


(parte III)

         I Fiorentini, avendo occupato San Miniato, consigliorono quello fusse da fare: o andare a Pisa o a trovare Castruccio e misurata la difficultà dell'uno partito e dell'altro, si risolverno andare a investirlo. Era il fiume d'Arno tanto basso che si poteva guadare, ma non però in modo che a' fanti non bisognassi bagnarsi infino alle spalle e ai cavagli infino alle selle. Venuto pertanto la mattina de' dì dieci di giugno, i Fiorentini, ordinati alla zuffa, feciono cominciare a passare parte della loro cavalleria e una battaglia di diecimila fanti. Castruccio, che stava parato e intento a quello che egli aveva in animo di fare, con una battaglia di cinquemila fanti e tremila cavagli gli assaltò; né dette loro tempo a uscire tutti fuora delle acque, che fu alle mani con loro, e mille fanti espediti mandò su per la riva dalla parte di sotto d'Arno e mille di sopra. Erano e' fanti de' Fiorentini aggravati dalle acque e dalle armi, né avevano tutti superato la grotta del fiume. I cavagli, passati che ne furono alquanti, per avere rotto el fondo d'Arno, ferono il passo agli altri difficile; perché, trovando il passo sfondato, molti rimboccavano addosso al padrone; molti si ficcavano talmente nel fango che non si potevano ritirare. Onde veggendo i capitani fiorentini la difficultà del passare da quella parte, li feciono ritirare più alti su per il fiume, per trovare il fondo non guasto e la grotta più benigna che gli ricevessi. Ai quali si opponevano quegli fanti che Castruccio aveva su per la grotta mandati; i quali armati alla leggiera con rotelle e dardi di galea in mano, con grida grandi, nella fronte e nel petto gli ferivano: tale che i cavagli dalle ferite e dalle grida sbigottiti, non volendo passare avanti, addosso l'uno all'altro si rimboccavano. La zuffa intra quegli di Castruccio e quegli che erano passati fu aspra e terribile; e da ogni parte ne cadeva assai; e ciascuno s'ingegnava con quanta più forza poteva di superare l'altro. Quegli di Castruccio gli volevono rituffare nel fiume; i Fiorentini gli volevono spignere, per dare luogo agli altri che, usciti fuora della acqua, potessero combattere; alla quale ostinazione si aggiugnevano i conforti de' capitani. Castruccio ricordava ai suoi ch'egli erano quelli inimici medesimi che non molto tempo innanzi avevono vinti a Serravalle; e i Fiorentini rimproveravono i loro che gli assai si lasciassino superare da' pochi. Ma veduto Castruccio che la battaglia durava, e come i suoi e gli avversarii erano già stracchi, e come da ogni parte ne era molti feriti e morti, spinse innanzi un'altra banda di cinquemila fanti, e condotti che gli ebbe alle spalle de' suoi che combattevano, ordinò che quelli davanti si aprissino e, come se si mettessino in volta, l'una parte in su la destra e l'altra in su la sinistra si ritirasse. La quale cosa fatta, dette spazio a' Fiorentini di farsi innanzi e guadagnare alquanto di terreno. Ma venuti alle mani i freschi con gli affaticati, non stettono molto che gli spinsono nel fiume. Intra la cavalleria dell'uno e dell'altro non vi era ancora vantaggio, perché Castruccio, conosciuta la sua inferiore, aveva comandato ai condottieri che sostenessino solamente el nimico, come quello che sperava superare i fanti, e, superati, potere poi più facilmente vincere i cavagli; il che gli succedette secondo il disegno suo. Perché, veduti i fanti inimici essersi ritirati nel fiume, mandò quel resto della sua fanteria alla volta de' cavagli inimici; i quali con lance e con dardi ferendogli, e la cavalleria ancora con maggior furia premendo loro addosso, gli missono in volta. I capitani fiorentini, vedendo la difficultà che i loro cavagli avevano a passare, tentorono far passare le fanterie dalla parte di sotto del fiume, per combattere per fianco le genti di Castruccio. Ma sendo le grotte alte e di sopra occupate dalle genti di quello, si provorono in vano. Messesi pertanto el campo in rotta, con gloria grande e onore di Castruccio; e di tanta moltitudine non ne campò el terzo. Furono presi di molti capi; e Carlo, figliuolo del re Ruberto, insieme con Michelagnolo Falconi e Taddeo degli Albizzi, commissarii fiorentini, se ne fuggirono a Empoli. Fu la preda grande, la uccisione grandissima, come in uno tanto conflitto si può estimare; perché dello esercito fiorentino ne morì ventimila dugentotrentuno, e di quegli di Castruccio mille cinquecento settanta.
         Ma la fortuna, inimica alla sua gloria, quando era tempo di dargli vita, gliene tolse, e interruppe quelli disegni che quello molto tempo innanzi aveva pensato di mandare ad effetto, né gliene poteva altro che la morte impedire. Erasi Castruccio nella battaglia tutto el giorno affaticato, quando, venuto el fine di essa, tutto pieno di affanno e di sudore, si fermò sopra la porta di Fucecchio, per aspettare le genti che tornassino dalla vittoria, e quelle con la presenzia sua ricevere e ringraziare, e parte, se pure cosa alcuna nascesse dai nimici che in qualche parte avessino fatto testa, potere essere pronto a rimediare; giudicando lo officio d'uno buono capitano essere montare il primo a cavallo e l'ultimo scenderne. Donde che, stando esposto a uno vento che il più delle volte a mezzo dì si leva di in su Arno, e suole essere quasi sempre pestifero, agghiacciò tutto; la quale cosa non essendo stimata da lui, come quello che a simili disagi era assuefatto, fu cagione della sua morte. Perché la notte seguente fu da una grandissima febbre assalito; la quale andando tuttavia in augumento, ed essendo il male da tutti e' medici giudicato mortale, e accorgendosene Castruccio chiamò Pagolo Guinigi e gli disse queste parole: - Se io avessi creduto, figliuolo mio, che la fortuna mi avesse voluto troncare nel mezzo del corso il cammino per andare a quella gloria che io mi avevo con tanti miei felici successi promessa, io mi sarei affaticato meno e a te arei lasciato, se minore stato, meno inimici e meno invidia. Perché, contento dello imperio di Lucca e di Pisa, non arei soggiogati e' Pistolesi e con tante ingiurie irritati e' Fiorentini; ma, fattomi e l'uno e l'altro di questi dua popoli amici, arei menata la mia vita, se non più lunga, al certo più quieta, e a te arei lasciato lo stato, se minore, sanza dubbio più sicuro e più fermo. Ma la fortuna, che vuole essere arbitra di tutte le cose umane, non mi ha dato tanto giudicio che io l'abbia potuta prima conoscere, né tanto tempo che io l'abbi potuta superare. Tu hai inteso, perché molti te lo hanno detto e io non l'ho mai negato, come io venni in casa di tuo padre ancora giovanetto e privo di tutte quelle speranze che deono in ogni generoso animo capire, e come io fui da quello nutrito e amato più assai che se io fussi nato del suo sangue; donde che io, sotto el governo suo, divenni valoroso e atto a essere capace di quella fortuna che tu medesimo hai veduta e vedi. E perché, venuto a morte, ei commisse alla mia fede te e tutte le fortune sue, io ho te con quello amore nutrito, ed esse con quella fede accresciute, che io era tenuto e sono. E perché non solamente fussi tuo quello che da tuo padre ti era stato lasciato, ma quello ancora che la fortuna e la virtù mia si guadagnava, non ho mai voluto prendere donna, acciò che lo amore de' figliuoli non mi avesse a impedire che in alcuna parte non mostrassi verso del sangue di tuo padre quella gratitudine che mi pareva essere tenuto di mostrare. Io ti lascio pertanto uno grande stato; di che io sono molto contento; ma perché io te lo lascio debole e infermo, io ne sono dolentissimo. E' ti rimane la città di Lucca, la quale non sarà mai bene contenta di vivere sotto lo imperio tuo. Rimanti Pisa, dove sono uomini di natura mobili e pieni di fallacia; la quale ancora che sia usa in varii tempi a servire, nondimeno sempre si sdegnerà di avere uno signore lucchese. Pistoia ancora ti resta, poco fedele, per essere divisa, e contro al sangue nostro dalle fresche ingiurie irritata. Hai per vicini e' Fiorentini, offesi e in mille modi da noi ingiuriati e non spenti; ai quali sarà più grato lo avviso della morte mia, che non sarebbe lo acquisto di Toscana. Negli principi di Milano e nello imperadore non puoi confidare, per essere discosto, pigri, e gli loro soccorsi tardi. Non dei pertanto sperare in alcuna cosa, fuora che nella tua industria e nella memoria della virtù mia e nella reputazione che ti arreca la presente vittoria, la quale se tu saprai con prudenza usare, ti darà aiuto a fare accordo con i Fiorentini, al quale, sendo sbigottiti per la presente rotta, doverranno con desiderio condescendere. I quali dove io cercavo di farmi inimici, e pensavo che la inimicizia loro mi avessi a recare potenza e gloria, tu hai con ogni forza a cercare di fartegli amici, perché la amicizia loro ti arrecherà securtà e commodo. E` cosa in questo mondo di importanza assai cognoscere se stesso, e sapere misurare le forze dello animo e dello stato suo; e chi si cognosce non atto alla guerra, si debbe ingegnare con le arti della pace di regnare. A che è bene, per il consiglio mio, che tu ti volga, e t'ingegni per questa via di goderti le fatiche e pericoli miei; il che ti riuscirà facilmente, quando stimi essere veri questi miei ricordi. E arai ad avere meco duoi oblighi: l'uno, che io ti ho lasciato questo regno; l'altro, che io te lo ho insegnato mantenere.
         Di poi fatti venire quegli cittadini che di Lucca, di Pisa e di Pistoia seco militavano, e raccomandato a quegli Pagolo Guinigi, e fattigli giurare obedienza, si morì; lasciando, a tutti quegli che lo avevano sentito ricordare, di sé una felice memoria, e a quegli che gli erano stati amici tanto desiderio di lui, quanto alcuno altro principe che mai in qualunche altro tempo morissi. Furono le esequie sue celebrate onoratissimamente, e sepulto in San Francesco in Lucca. Ma non furno già la virtù e la fortuna tanto amiche a Pagolo Guinigi, quanto a Castruccio; perché non molto di poi perdé Pistoia, e appresso Pisa, e con fatica si mantenne il dominio di Lucca, il quale perseverò nella sua casa infino a Pagolo suo pronipote.
         Fu adunque Castruccio, per quanto si è dimostro, uno uomo non solamente raro ne' tempi sua, ma in molti di quegli che innanzi erono passati. Fu della persona più che l'ordinario di altezza, e ogni membro era all'altro rispondente; ed era di tanta grazia nello aspetto e con tanta umanità raccoglieva gli uomini, che non mai gli parlò alcuno che si partisse da quello mal contento. I capegli suoi pendevano in rosso, e portavagli tonduti sopra gli orecchi; e sempre, e d'ogni tempo, come che piovesse o nevicasse, andava con il capo scoperto.
         Era grato agli amici, agli inimici terribile, giusto con i sudditi, infedele con gli esterni; né mai potette vincere per fraude, che e' cercasse di vincere per forza; perché ei diceva che la vittoria, non el modo della vittoria, ti arrecava gloria.
         Niuno fu mai più audace a entrare ne' pericoli, né più cauto a uscirne; e usava di dire che gli uomini debbono tentare ogni cosa, né di alcuna sbigottire, e che Dio è amatore degli uomini forti, perché si vede che sempre gastiga gli impotenti con i potenti.
         Era ancora mirabile nel rispondere e mordere, o acutamente o urbanamente; e come non perdonava in questo modo di parlare ad alcuno, così non si adirava quando non era perdonato a lui. Donde si truovono di molte cose dette da lui acutamente, e molte udite pazientemente.
         Avendo egli fatto comperare una starna uno ducato, e riprendendolo uno amico, disse Castruccio: - Tu non la comperresti per più che uno soldo. - E dicendogli lo amico che ei diceva il vero, rispose quello: - Uno ducato mi vale molto meno.
         Avendo intorno uno adulatore, e per dispregio avendogli sputato addosso, disse lo adulatore: - I pescatori, per prendere un piccolo pesce, si lasciono tutti bagnare dal mare, io mi lascerò bene bagnare da uno sputo per pigliare una balena. - Il che Castruccio non solo udì pazientemente, ma lo premiò.
         Dicendogli alcuno male, ché e' viveva troppo splendidamente, disse Castruccio: - Se questo fussi vizio, non si farebbe sì splendidi conviti alle feste de' nostri santi.
         Passando per una strada, e vedendo uno giovanetto che usciva di casa una meretrice tutto arrossito per essere stato veduto da lui, gli disse: - Non ti vergognare quando tu n'esci, ma quando tu v'entri.
         Dandogli uno amico a sciogliere uno nodo accuratamente annodato, disse: - O sciocco, credi tu ch'io voglia sciòrre una cosa che, legata, mi dia tanta briga?
         Dicendo Castruccio a uno el quale faceva professione di filosofo: - Voi siete fatti come i cani, che vanno sempre dattorno a chi può meglio dare loro mangiare; - gli rispose quello: - Anzi, siamo come e' medici, che andiamo a casa coloro che di noi hanno maggiore bisogno.
         Andando da Pisa a Livorno per acqua, e sopravvenendo uno temporale pericoloso, per il che turbandosi forte Castruccio, fu ripreso da uno di quegli che erano seco di pusillanimità, dicendo di non avere paura di cosa alcuna, al quale disse Castruccio che non se ne maravigliava, perché ciascuno stima l'anima sua quello che ella vale.
         Domandato da uno come egli avessi a fare a farsi stimare, gli disse: - Fa, quando tu vai a uno convito, che e' non segga uno legno sopra uno altro legno.
         Gloriandosi uno di avere letto molte cose, disse Castruccio: - E' sarebbe meglio gloriarsi di averne tenute a mente assai.
         Gloriandosi alcuno che, bevendo assai, non si inebriava, disse: - E' fa cotesto medesimo uno bue.
         Aveva Castruccio una giovane con la quale conversava dimesticamente, di che sendo da uno amico biasimato, dicendo massime che egli era male che e' si fusse lasciato pigliare ad una donna: - Tu erri, - disse Castruccio, - io ho preso lei, non ella me.
         Biasimandolo ancora uno, che egli usava cibi troppo dilicati, disse: - Tu non spenderesti in essi quanto spendo io. - E dicendogli quello che e' diceva el vero, gli soggiunse: - Adunque tu sei più avaro che io non sono ghiotto.
         Sendo invitato a cena da Taddeo Bernardi lucchese, uomo ricchissimo e splendidissimo, e, arrivato in casa, mostrandogli Taddeo una camera parata tutta di drappi e che aveva il pavimento composto di pietre fine, le quali, di diversi colori diversamente tessute, fiori e fronde e simili verzure rappresentavano, ragunatosi Castruccio assai umore in bocca, lo sputò tutto in sul volto a Taddeo. Di che turbandosi quello, disse Castruccio: - Io non sapevo dove mi sputare che io ti offendessi meno.
         Domandato come morì Cesare, disse: - Dio volesse che io morissi come lui!
         Essendo una notte in casa d'uno de' suoi gentili uomini, dove erano convitate assai donne a festeggiare, e ballando e sollazzando quello più che alle qualità sua non conveniva, di che sendo ripreso da uno amico, disse: - Chi è tenuto savio di dì, non sarà mai tenuto pazzo di notte.
         Venendo uno a domandargli una grazia, e faccendo Castruccio vista di non udire, colui se gli gittò ginocchioni in terra; di che riprendendolo Castruccio, disse quello: - Tu ne sei cagione, che hai gli orecchi ne' piedi. - Donde che conseguì doppia più grazia che non domandava.
         Usava dire che la via dello andare allo inferno era facile, poiché si andava allo ingiù e a chiusi occhi.
         Domandandogli uno una grazia con assai parole e superflue, gli disse Castruccio: - Quando tu vuoi più cosa alcuna da me, manda uno altro.
         Avendolo uno uomo simile con una lunga orazione infastidito, e dicendogli nel fine: - Io vi ho forse, troppo parlando, stracco -; - Non hai, - disse - perché io non ho udito cosa che tu abbia detto.
         Usava dire di uno che era stato uno bel fanciullo e di poi era un bello uomo, come egli era troppo ingiurioso, avendo prima tolti i mariti alle mogli e ora togliendo le moglie a' mariti.
         A uno invidioso che rideva, disse: - Ridi tu perché tu hai bene o perché uno altro ha male?
         Sendo ancora sotto lo imperio di messer Francesco Guinigi e dicendogli uno suo equale: - Che vuoi tu che io ti dia, e làsciamiti dare una ceffata? - rispose Castruccio: - Uno elmetto.
         Avendo fatto morire uno cittadino di Lucca, il quale era stato cagione della sua grandezza, ed essendogli detto che egli aveva fatto male ad ammazzare uno de' suoi amici vecchi, rispose che e' se ne ingannavano, perché aveva morto uno nimico nuovo.
         Lodava Castruccio assai gli uomini che toglievano moglie e poi non la menavano, e così quegli che dicevano di volere navigare e poi non navigavano.
         Diceva maravigliarsi degli uomini che, quando ei comperano uno vaso di terra o di vetro, lo suonano prima, per vedere se è buono, e poi nel torre moglie erano solo contenti di vederla.
         Domandandolo uno, quando egli era per morire, come e' voleva essere seppellito, rispose: - Con la faccia volta in giù, perché io so che, come io sono morto, andrà sottosopra questo paese.
         Dimandato se, per salvare l'anima, ei pensò mai di farsi frate, rispose che no, perché gli pareva strano che fra' Lazzero ne avessi a ire in paradiso e Uguccione della Faggiuola nello inferno.
         Dimandato quando era bene mangiare a volere stare sano, rispose: - Se uno è ricco, quando egli ha fame; se uno è povero, quando ei può.
         Vedendo un suo gentiluomo che si faceva da uno suo famiglio allacciare, disse: - Io priego Dio che tu ti faccia anche imboccare.
         Vedendo che uno aveva scritto sopra alla casa sua in lettere latine, che Dio la guardassi dai cattivi, disse: - E' bisogna che non vi entri egli.
         Passando per una via dove era una casa piccola che aveva una porta grande, disse: - Quella casa si fuggirà per quella porta.
         Sendogli significato come uno forestiero aveva guasto uno fanciullo, disse: - E' deve essere uno perugino.
         Dimandando egli qual terra aveva la fama de' giuntatori e barattieri, gli fu risposto: - Di Lucca - che per natura erono tutti, eccetto el Buontura.
         Disputando Castruccio con uno imbasciadore del re di Napoli per conto di robe di confinati, e alterandosi alquanto, e dicendogli lo 'mbasciadore: - Dunque non hai tu paura del re? - rispose: - è egli buono o cattivo questo vostro re? - E rispondendo quegli che egli era buono, replicò Castruccio: - Perché vuoi tu adunque che io abbi paura degli uomini buoni?
         Potrebbonsi raccontare delle altre cose assai dette da lui, nelle quali tutte si vedrebbe ingegno e gravità, ma voglio che queste bastino in testimonio delle grandi qualità sua.
         Visse quarantaquattro anni, e fu in ogni fortuna principe. E come della sua buona fortuna ne appariscono assai memorie, così volle che ancora della cattiva apparissino; per che le manette, con le quali stette incatenato in prigione, si veggono ancora oggi fitte nella torre della sua abitazione, dove da lui furono messe acciò facessino sempre fede della sua avversità. E perché vivendo ei non fu inferiore né a Filippo di Macedonia padre di Alessandro, né a Scipione di Roma, ei morì nella età dell'uno e dell'altro; e sanza dubbio arebbe superato l'uno e l'altro se, in cambio di Lucca, egli avessi avuto per sua patria Macedonia o Roma.

prima parteseconda parte


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data ultima modifica: 07 gennaio, 2010