Niccolò Machiavelli

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio

 

 

Capitolo 23

Quanto i Romani nel giudicare i sudditi per alcuno accidente

che necessitasse tale giudizio fuggivano la via del mezzo.

 

"Iam Latio is status erat rerum, ut neque pacem neque bellum pati possent". Di tutti gli stati infelici, è infelicissimo quello d'uno principe o d'una republica che è ridotto in termine che non può ricevere la pace o sostenere la guerra: a che si riducono quegli che sono dalle condizioni della pace troppo offesi; e dall'altro canto, volendo fare guerra, conviene loro o gittarsi in preda di chi gli aiuti o rimanere preda del nimico. Ed a tutti questi termini si viene, pe' cattivi consigli e cattivi partiti, da non avere misurato bene le forze sue, come di sopra si disse. Perché quella republica o quel principe che bene le misurasse, con difficultà si condurrebbe nel termine si condussono i Latini: i quali, quando non dovevano accordare con i Romani, accordarono; e quando ei non dovevano rompere loro guerra, la ruppono: e così seppono fare in modo, che la inimicizia ed amicizia de' Romani fu loro equalmente dannosa. Erano, dunque, vinti i Latini ed al tutto afflitti, prima da Manlio Torquato, e dipoi da Cammillo: il quale, avendogli costretti a darsi e rimettersi nelle braccia de' Romani, ed avendo messo la guardia per tutte le terre di Lazio, e preso da tutte gli statichi; tornato in Roma, referì al Senato come tutto Lazio era nelle mani del Popolo romano. E perché questo giudizio è notabile, e merita di essere osservato, per poterlo imitare quando simili occasioni sono date a' principi, io voglio addurre le parole di Livio, poste in bocca di Cammillo; le quali fanno fede e del modo che i Romani tennono in ampliare, e come ne' giudizi di stato sempre fuggirono la via del mezzo, e si volsono agli estremi. Perché uno governo non è altro che tenere in modo i sudditi che non ti possano o debbano offendere: questo si fa o con assicurarsene in tutto, togliendo loro ogni via da nuocerti, o con benificarli in modo, che non sia ragionevole ch'eglino abbiano a desiderare di mutare fortuna. Il che tutto si comprende, e prima per la proposta di Cammillo, e poi per il giudizio dato dal Senato sopra quella. Le parole sue furono queste: "Dii immortales ita vos potentes huius consilii fecerunt, ut, sit Latium an non sit, in vestra manu posuerint. Itaque pacem vobis, quod ad Latinos attinet, parare in perpetuum, vel saeviendo vel ignoscendo potestis. Vultis crudelius consulere in dedititios victosque? licet delere omne Latium. Vultis, exemplo maiorum, augere rem romanam, victos in civitatem accipiendo? materia crescendi per summam gloriam suppeditat. Certe id firmissimum imperium est, quo obedientes gaudent. Illorum igitur animos, dum expectatione stupent, seu poena seu beneficio praeoccupari oportet". A questa proposta successe la diliberazione del Senato: la quale fu secondo le parole del Consolo, che, recatosi innanzi, terra per terra, tutti quegli ch'erano di momento, o e' gli benificarono o e' gli spensono, faccendo ai beneficati esenzioni, privilegi, donando loro la città, e da ogni parte assicurandogli; di quegli altri sfasciarono le terre, mandoronvi colonie, ridussongli in Roma, dissiparongli talmente che con l'armi e con il consiglio non potevono più nuocere. Né usarono mai la via neutrale in quelli, come ho detto, di momento. Questo giudizio debbono i principi imitare. A questo dovevano accostarsi i Fiorentini, quando nel 1502 si ribellò Arezzo, e tutta la Val di Chiana: il che se avessono fatto, arebbero assicurato lo imperio loro, e fatto grandissima la città di Firenze, e datogli quegli campi che per vivere gli mancono. Ma loro usorono quella via del mezzo, la quale è dannosissima nel giudicare gli uomini; e parte degli Aretini confinarono, parte ne condennarono; a tutti tolsono gli onori e gli loro antichi gradi nella città; e lasciarono la città intera. E se alcuno cittadino nelle diliberazioni consigliava che Arezzo si disfacesse; a quegli che pareva essere più savi, dicevano come e' sarebbe poco onore della republica disfarla, perché e' parrebbe che Firenze mancasse di forze da tenerli. Le quali ragioni sono di quelle che paiono e non sono vere; perché con questa medesima ragione non si arebbe a ammazzare uno parricida, uno scelerato e scandoloso, sendo vergogna di quel principe mostrare di non avere forze da potere frenare uno uomo solo. E non veggono, questi tali che hanno simili opinioni, come gli uomini particularmente ed una città tutta insieme pecca tal volta contro a uno stato, che, per esemplo agli altri, per sicurtà di sé, non ha altro rimedio uno principe che spegnerla. E l'onore consiste nel potere e sapere gastigarla, non nel potere con mille pericoli tenerla: perché quel principe che non gastiga chi erra, in modo che non possa più errare, è tenuto o ignorante o vile. Questo giudizio che i Romani dettero, quanto sia necessario si conferma ancora per la sentenza che dettero de' Privernati. Dove si debbe, per il testo di Livio, notare due cose: l'una, quello che di sopra si dice, ch'e' sudditi si debbono o benificare o spegnere: l'altra, quanto la generosità dell'animo, quanto il parlare il vero giovi, quando egli è detto nel conspetto di uomini prudenti. Era ragunato il Senato romano per giudicare de' Privernati, i quali, sendosi ribellati, erano di poi per forza ritornati sotto la ubbidienza romana. Erano mandati dal popolo di Priverno molti cittadini per impetrare perdono dal Senato; ed essendo venuti al conspetto di quello, fu detto a uno di loro da uno de' Senatori, "quam poenam meritos Privernates censeret". Al quale il Privernate rispose: "Eam, quam merentur qui se libertate dignos censent". Al quale il Consolo replicò: "Quid si poenam remittimus vobis, qualem nos pacem vobiscum habituros speremus?". A che quello rispose: "Si bonam dederitis, et fidelem et perpetuam,si malam, haud diuturnam". Donde la più savia parte del Senato, ancora che molti se ne alterassono, disse: "se audivisse vocem et liberi et viri; nec credi posse ullum populum, aut hominem, denique in ea conditione cuius eum poeniteat diutius quam necesse sit, mansurum. Ibi pacem esse fidam, ubi voluntarii pacati sint, neque eo loco ubi servitutem esse velint, fidem sperandam esse". Ed in su queste parole, deliberarono che i Privernati fossero cittadini romani, e de' privilegi della civilità gli onorarono, dicendo: "eos demum qui nihil praeterquam de libertate cogitant, dignos esse, qui Romani fiant". Tanto piacque agli animi generosi questa vera e generosa risposta; perché ogni altra risposta sarebbe stata bugiarda e vile. E coloro che credono degli uomini altrimenti, massime di quegli che sono usi o a essere o a parere loro essere liberi, se ne ingannono; e sotto questo inganno pigliano partiti non buoni per sé, e da non satisfare a loro. Di che nascano le spesse ribellioni, e le rovine degli stati. Ma per tornare al discorso nostro, conchiudo, e per questo e per quel giudizio dato de' Latini: quando si ha a giudicare cittadi potenti e che sono use a vivere libere, conviene o spegnerle o carezzarle; altrimenti, ogni giudizio è vano. E debbesi fuggire al tutto la via del mezzo, la quale è dannosa, come la fu ai Sanniti quando avevano rinchiusi i Romani alle Forche Gaudine; quando non vollero seguire il parere di quel vecchio, che consigliò che i Romani si lasciassero andare onorati, o che si ammazzassero tutti; ma pigliando una via di mezzo, disarmandogli e mettendogli sotto il giogo, gli lasciarono andare pieni d'ignominia e di sdegno. Talché poco dipoi conobbono con loro danno la sentenza di quel vecchio essere stata utile, e la loro diliberazione dannosa: come nel suo luogo più a pieno si discorrerà.

 

 

Capitolo 24

Le fortezze generalmente sono molto più dannose che utili.

 

E' parrà forse a questi savi de' nostri tempi cosa non bene considerata, che i Romani, nel volere assicurarsi de' popoli di Lazio e della città di Priverno, non pensassono di edificarvi qualche fortezza, la quale fosse uno freno a tenergli in fede; sendo, massime, un detto in Firenze, allegato da' nostri savi, che Pisa e l'altre simili città si debbono tenere con le fortezze. E veramente, se i Romani fussono stati fatti come loro, egli arebbero pensato di edificarle; ma perché gli erano d'altra virtù, d'altro giudizio, d'altra potenza, e' non le edificarono. E mentre che Roma visse libera, e che la seguì gli ordini suoi e le sue virtuose constituzioni, mai n'edificò per tenere o città o provincie, ma salvò bene alcuna delle edificate. Donde veduto il modo del procedere de' Romani in questa parte, e quello de' principi de' nostri tempi, mi pare da mettere in considerazione, s'egli è bene edificare fortezze, o se le fanno danno o utile a quello che l'edifica. Debbesi, adunque, considerare come le fortezze si fanno o per difendersi dagl'inimici o per difendersi da' suggetti. Nel primo caso le non sono necessarie; nel secondo, dannose. E cominciando a rendere ragione perché, nel secondo caso, le siano dannose, dico che quel principe o quella republica che ha paura de' sudditi suoi e della rebellione loro, prima conviene che tale paura nasca da odio che abbiano i suoi sudditi seco; l'odio, da' mali suoi portamenti; i mali portamenti nascono o da potere credere tenergli con forza, o da poca prudenza di chi gli governa: ed una delle cose che fa credere potergli forzare, è l'avere loro addosso le fortezze; perché e' mali trattamenti, che sono cagione dell'odio, nascono in buona parte per avere quel principe o quella republica le fortezze: le quali, quando sia vero questo, di gran lunga sono più nocive che utili. Perché in prima, come è detto, le ti fanno essere più audace e più violento ne' sudditi; dipoi, non vi è quella sicurtà, dentro, che tu ti persuadi: perché tutte le forze, tutte le violenze che si usono per tenere uno popolo, sono nulla, eccetto che due; o che tu abbia sempre da mettere in campagna uno buono esercito, come avevano i Romani, o che gli dissipi, spenga, disordini e disgiunga, in modo che non possano convenire a offenderti. Perché, se tu gl'impoverisci, "spoliatis arma supersunt"; se tu gli disarmi, "furor arma ministrat"; se tu ammazzi i capi, e gli altri segui d' ingiuriare, rinascono i capi, come quelli della Idra, se tu fai le fortezze, le sono utili ne' tempi di pace, perché ti dànno più animo a fare loro male ma ne' tempi di guerra sono inutilissime, perché le sono assaltate dal nimico e da' sudditi, né è possibile che le faccino resistenza ed all'uno ed all'altro. E se mai furono disutili, sono, ne' tempi nostri, rispetto alle artiglierie; per il furore delle quali i luoghi piccoli e dove altri non si possa ritirare con gli ripari, è impossibile difendere, come di sopra discorremo.

Io voglio questa materia disputarla più tritamente. O tu, principe, vuoi con queste fortezze tenere in freno il popolo della tua città; o tu, principe, o republica, vuoi frenare una città occupata per guerra. Io mi voglio voltare al principe, e gli dico: che tale fortezza, per tenere in freno i suoi cittadini, non può essere più inutile per le cagioni dette di sopra; perché la ti fa più pronto e men rispettivo a oppressargli; e quella oppressione gli fa sì disposti alla tua rovina, e gli accende in modo, che quella fortezza, che ne è cagione, non ti può poi difendere. Tanto che un principe savio e buono, per mantenersi buono, per non dare cagione né ardire a' figliuoli di diventare tristi, mai non farà fortezza, acciocché quelli, non in su le fortezze, ma in su la benivolenza degli uomini si fondino. E se il conte Francesco Sforza, diventato duca di Milano, fu riputato savio, e nondimeno fece in Milano una fortezza, dico che in questo ei non fu savio, e lo effetto ha dimostro come tale fortezza fu a danno, e non a sicurtà de' suoi eredi. Perché giudicando mediante quella vivere sicuri, e potere offendere i cittadini e sudditi loro, non perdonarono a alcuna generazione di violenza; talché, diventati sopra modo odiosi, perderono quello stato come prima il nimico gli assaltò: né quella fortezza gli difese, né fece loro nella guerra utile alcuno, e nella pace aveva fatto loro danno assai. Perché se non avessono avuto quella, e se per poca prudenza avessono agramente maneggiati i loro cittadini, arebbono scoperto il pericolo più tosto, e sarebbonsene ritirati; e arebbono poi potuto più animosamente resistere allo impeto francioso, co' sudditi amici sanza fortezza, che, con quelli inimici, con la fortezza: le quali non ti giovano in alcuna parte; perché, o le si perdono per fraude di chi le guarda, o per violenza di chi le assalta, o per fame. E se tu vuoi che le ti giovino, e ti aiutino ricuperare uno stato perduto, dove ti sia rimasa solo la fortezza; ti conviene avere uno esercito, con il quale tu possa assaltare colui che ti ha cacciato: e quando tu abbi questo esercito, tu riaresti lo stato in ogni modo, eziandio la fortezza non vi fosse; e tanto più facilmente, quanto gli uomini ti fossono più amici che non ti erano avendogli male trattati per l'orgoglio della fortezza. E per isperienza si è visto, come questa fortezza di Milano, né agli Sforzeschi né a' Franciosi, ne' tempi avversi dell'uno e dell'altro, non ha fatto a alcuno di loro utile alcuno, anzi a tutti ha arrecato danno e rovine assai, non avendo pensato, mediante quella, a più onesto modo di tenere quello stato. Guidubaldo duca di Urbino, figliuolo di Federigo, che fu ne' suoi tempi tanto stimato capitano, sendo cacciato da Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro VI, dello stato; come dipoi, per uno accidente nato, vi ritornò, fece rovinare tutte le fortezze che erano in quella provincia, giudicandole dannose. Perché, sendo quello amato dagli uomini, per rispetto di loro non le voleva; e, per conto de' nimici, vedeva non le potere difendere, avendo quelle bisogno d'uno esercito in campagna, che le difendesse: talché si volse a rovinarle. Papa Iulio, cacciati i Bentivogli di Bologna fece in quella città una fortezza; e dipoi faceva assassinare quel popolo da uno suo governatore: talché quel popolo si ribellò; e subito perdé la fortezza; e così non gli giovò la fortezza; e l'offese, intanto che, portandosi altrimenti, gli arebbe giovato. Niccolò da Castello, padre de' Vitelli, tornato nella sua patria donde era esule, subito disfece due fortezze vi aveva edificate papa Sisto IV, giudicando, non la fortezza, ma la benivolenza del popolo lo avesse a tenere in quello stato. Ma di tutti gli altri esempli il più fresco ed il più notabile in ogni parte ed atto a mostrare la inutilità dello edificarle e l'utilità del disfarle, è quello di Genova, seguito ne' prossimi tempi. Ciascuno sa come, nel 1507, Genova si ribellò da Luigi XII re di Francia, il quale venne personalmente e con tutte le forze sue a riacquistarla; e ricuperata che la ebbe, fece una fortezza, fortissima di tutte le altre delle quali al presente si avesse notizia: perché era, per sito e per ogni altra circunstanza, inespugnabile, posta in su una punta di colle che si estende nel mare, chiamato da' Genovesi Codefà; e, per questo, batteva tutto il porto e gran parte della città di Genova. Occorse poi, nel 1512, che, sendo cacciate le genti franciose d'Italia, Genova, nonostante la fortezza, si ribellò, e prese lo stato di quella Ottaviano Fregoso; il quale con ogni industria, in termine di sedici mesi, per fame la espugnò. E ciascuno credeva, e da molti n'era consigliato, che la conservasse per suo refugio in ogni accidente; ma esso, come prudentissimo, conoscendo che non le fortezze, ma la volontà degli uomini mantenevono i principi in stato, la rovinò. E così, sanza fondare lo stato suo in su la fortezza, ma in su la virtù e prudenza sua, lo ha tenuto e tiene. E dove a variare lo stato di Genova solevano bastare mille fanti, gli avversari suoi lo hanno assaltato con diecimila, e non lo hanno potuto offendere. Vedesi adunque per questo, come il disfare la fortezza non ha offeso Ottaviano, ed il farla non difese il re. Perché, quando ei potette venire in Italia con lo esercito, ei potette ricuperare Genova, non vi avendo fortezza; ma quando ei non potette venire in Italia con lo esercito, ei non potette tenere Genova, avendovi la fortezza. Fu, adunque, di spesa a il re il farla, e vergognoso il perderla; a Ottaviano, glorioso il riacquistarla, ed utile il rovinarla.

Ma vegnamo alle republiche che fanno le fortezze non nella patria, ma nelle terre che le acquistano. Ed a mostrare questa fallacia, quando e' non bastasse lo esemplo detto, di Francia e di Genova, voglio mi basti Firenze e Pisa: dove i Fiorentini fecero le fortezze per tenere quella città; e non conobbero che una città stata sempre inimica del nome fiorentino, vissuta libera, e che ha alla rebellione per rifugio la libertà, era necessario, volendola tenere, osservare il modo romano; o farsela compagna, o disfarla. Perché la virtù delle fortezze si vide nella venuta del re Carlo; al quale si dettono o per poca fede di chi le guardava o per timore di maggiore male: dove, se le non fussono state, i Fiorentini non arebbero fondato il potere tenere Pisa sopra quelle, e quel re non arebbe potuto per quella via privare i Fiorentini di quella città; e i modi con gli quali si fusse mantenuta infino a quel tempo, sarebbono stati per avventura sufficienti conservarla, e sanza dubbio non arebbero fatto più cattiva prova che le fortezze. Conchiudo adunque, che, per tenere la patria propria, la fortezza è dannosa; per tenere le terre che si acquistono, le fortezze sono inutili: e voglio mi basti l'autorità de' Romani, i quali, nelle terre che volevano tenere con violenza, smuravano, e non muravano. E chi contro a questa opinione mi allegasse negli antichi tempi Taranto, e ne' moderni Brescia, i quali luoghi mediante le fortezze furono recuperati dalla ribellione de' sudditi, rispondo che alla ricuperazione di Taranto, in capo di uno anno, fu mandato Fabio Massimo con tutto lo esercito, il quale sarebbe stato atto a ricuperarlo eziandio se non vi fusse stata la fortezza, e se Fabio usò quella via, quando la non vi fusse stata, ne arebbe usata un'altra che arebbe fatto il medesimo effetto. Ed io non so di che utilità sia una fortezza che, a renderti la terra, abbia bisogno, per la ricuperazione d'essa, d'uno esercito consolare e d'uno Fabio Massimo per capitano. E che i Romani l'avessono ripresa in ogni modo, si vede per l'esemplo di Capova; dove non era fortezza, e per virtù dello esercito la riacquistarono. Ma vegnamo a Brescia. Dico, come rade volte occorre quello che occorse in quella rebellione, che la fortezza che rimane nelle forze tua, sendo ribellata la terra, abbi uno esercito grosso e propinquo, come era quel de' Franciosi: perché, sendo monsignor di Fois, capitano del re, con lo esercito a Bologna, intesa la perdita di Brescia, sanza differire ne andò a quella volta, ed in tre giorni arrivato a Brescia, per la fortezza riebbe la terra. Ebbe, pertanto, ancora la fortezza di Brescia, a volere che la giovasse, bisogno d'un monsignor di Fois, e d'uno esercito francioso che in tre dì la soccorresse. Sì che lo esemplo di questo, allo incontro delli esempli contrari, non basta; perché assai fortezze sono state, nelle guerre de' nostri tempi, prese e riprese con la medesima fortuna che si è ripresa e presa la campagna, non solamente in Lombardia, ma in Romagna, nel regno di Napoli, e per tutte le parti d'Italia. Ma, quanto allo edificare fortezze per difendersi da' nimici di fuori, dico che le non sono necessarie a quelli popoli ed a quelli regni che hanno buoni eserciti; ed a quegli che non hanno buoni eserciti, sono inutili: perché i buoni eserciti sanza le fortezze sono sofficienti a difendersi; le fortezze sanza i buoni eserciti non ti possono difendere. E questo si vede per isperienza di quegli che sono stati e ne' governi e nell'altre cose tenuti eccellenti; come si vede de' Romani e degli Spartani: che, se i Romani non edificavano fortezze, gli Spartani, non solamente si astenevano da quelle, ma non permettevano di avere mura alle loro città; perché volevono che la virtù dell'uomo particulare, non altro defensivo, gli difendesse. Dond'è che, sendo domandato uno Spartano da uno Ateniese, se le mura di Atene gli parevano belle, gli rispose: - Sì, s'elle fussono abitate da donne -. Quello principe, adunque, che abbi buoni eserciti, quando in sulle marine e alla fronte dello stato suo abbia qualche fortezza che possa qualche dì sostenere el nimico infino che sia a ordine, sarebbe cosa utile, qualche volta, ma non è necessaria. Ma quando il principe non ha buono esercito, avere le fortezze per il suo stato, o alle frontiere, gli sono o dannose o inutili: dannose, perché facilmente le perde, e perdute gli fanno guerra; o, se pure le fussono sì forti che il nimico non le potessi occupare, sono lasciate indietro dallo esercito inimico, e vengono a essere di nessuno frutto; perché i buoni eserciti, quando non hanno gagliardissimo riscontro, entrano ne' paesi inimici sanza rispetto di città o di fortezze che si lascino indietro; come si vede nelle antiche istorie, e come si vede fece Francesco Maria, il quale, ne' prossimi tempi, per assaltare Urbino si lasciò indietro dieci città inimiche, sanza alcuno rispetto. Quel principe, adunque, che può fare buono esercito, può fare sanza edificare fortezze; quello che non ha lo esercito buono, non debbe edificarle. Debbe bene afforzare la città dove abita, e tenerla munita, e bene disposti i cittadini di quella, per potere sostenere tanto uno impeto inimico, o che accordo o che aiuto esterno lo liberi. Tutti gli altri disegni sono di spesa ne' tempi di pace, ed inutili ne' tempi di guerra. E così, chi considererà tutto quello ho detto, conoscerà i Romani, come savi in ogni altro loro ordine, così furono prudenti in questo giudizio de' Latini e de' Privernati; dove, non pensando a fortezze, con più virtuosi modi e più savi se ne assicurarono.

 

 

Capitolo 25

Che lo assaltare una città disunita, per occuparla

mediante la sua disunione, è partito contrario.

 

Era tanta disunione nella Republica romana intra la Plebe e la Nobilità, che i Veienti, insieme con gli Etrusci, mediante tale disunione, pensarono potere estinguere il nome romano. Ed avendo fatto esercito, e corso sopra i campi di Roma, mandò il Senato, loro contro, Gaio Manilio e Marco Fabio; i quali avendo condotto il loro esercito propinquo allo esercito de' Veienti, non cessavano i Veienti, e con assalti e con obbrobri, offendere e vituperare il nome romano: e fu tanta la loro temerità ed insolenzia, che i Romani, di disuniti diventarono uniti; e venendo alla zuffa, gli ruppano e vinsono. Vedesi pertanto, quanto gli uomini s'ingannano, come di sopra discorremo, nel pigliare de' partiti; e come molte volte credono guadagnare una cosa, e la perdono. Credettono i Veienti, assaltando i Romani disuniti, vincergli; e quello assalto fu cagione della unione di quegli, e della rovina loro. Perché la cagione della disunione delle republiche il più delle volte è l'ozio e la pace; la cagione della unione è la paura e la guerra. E però, se i Veienti fussono stati savi, eglino arebbero, quanto più disunita vedevon Roma, tanto più tenuta da loro la guerra discosto, e con l'arti della pace cerco di oppressargli. Il modo è cercare di diventare confidente di quella città che è disunita; ed infino che non vengono all'armi, come arbitro maneggiarsi intra le parti. Venendo alle armi, dare lenti favori alla parte più debole; sì per tenergli più in su la guerra, e fargli consumare; sì perché le assai forze non gli facessero dubitare tutti, che tu volessi opprimergli e diventare loro principe. E quando questa parte è governata bene, interverrà, quasi sempre, che l'arà quel fine che tu ti hai presupposto. La città di Pistoia, come in altro discorso ed a altro proposito dissi, non venne sotto alla Republica di Firenze con altra arte che con questa: perché sendo quella divisa, e favorendo i Fiorentini ora l'una parte ora l'altra, sanza carico dell'una e dell'altra la condussono in termine, che, stracca in quel suo vivere tumultuoso, venne spontaneamente a gittarsi in le braccia di Firenze. La città di Siena non ha mai mutato stato, col favore de' Fiorentini, se non quando i favori sono stati deboli e pochi. Perché, quando ei sono stati assai e gagliardi, hanno fatto quella città unita alla difesa di quello stato che regge. Io voglio aggiugnere ai soprascritti uno altro esemplo. Filippo Visconti, duca di Milano, più volte mosse guerra a' Fiorentini, fondatosi sopra le disunioni loro, e sempre ne rimase perdente; talché gli ebbe a dire, dolendosi delle sue imprese, come le pazzie de' Fiorentini gli avevano fatto spendere inutilmente due milioni d'oro. Restarono adunque, come di sopra si dice, ingannati i Veienti e gli Toscani da questa opinione, e furano alfine in una giornata superati da' Romani. E così per lo avvenire ne resterà ingannato qualunque per simile via e per simile cagione crederrà oppressare uno popolo.

 

 

Capitolo 26

Il vilipendio e l'improperio genera odio

contro a coloro che l'usano, sanza alcuna loro utilità.

 

Io credo che sia una delle grandi prudenze che usono gli uomini, astenersi o dal minacciare o dallo ingiuriare alcuno con le parole: perché l'una cosa e l'altra non tolgono forze al nimico; ma l'una lo fa più cauto, l'altra gli fa avere maggiore odio contro di te, e pensare con maggiore industria di offenderti. Vedesi questo per lo esemplo de' Veienti, de' quali nel capitolo superiore si è discorso; i quali alla ingiuria della guerra, aggiunsono, contro a' Romani, l'obbrobrio delle parole; dal quale ogni capitano prudente debbe fare astenere i suoi soldati; perché le sono cose che infiammano ed accendano il nimico alla vendetta, ed in nessuna parte lo impediscono, come è detto, alla offesa; tanto che le sono tutte armi che vengono contro a te. Di che ne seguì già uno esemplo notabile in Asia: dove Gabade, capitano de' Persi, essendo stato a campo a Amida più tempo, ed avendo deliberato, stracco dal tedio della ossidione, partirsi; levandosi già con il campo, quegli della terra, venuti tutti in su le mura, insuperbiti della vittoria, non perdonarono a nessuna qualità d'ingiuria, vituperando, accusando, e rimproverando la viltà e la poltroneria del nimico. Da che Gabade irritato, mutò consiglio; e ritornato alla ossidione tanta fu la indegnazione della ingiuria, che in pochi giorni gli prese e saccheggiò. E questo medesimo intervenne a' Veienti: a' quali, come è detto, non bastando il fare guerra a' Romani, ancora con le parole gli vituperarono, ed andando infino in su lo steccato del campo a dire loro ingiuria, gl'irritarono molto più con le parole che con le armi: e quegli soldati che prima combattevano mal volentieri, costrinsero i Consoli a appiccare la zuffa, talché i Veienti portarono la pena, come gli antedetti, della contumacia loro. Hanno dunque i buoni principi di eserciti, ed i buoni governatori di republica, a fare ogni opportuno rimedio, che queste ingiurie e rimproveri non si usino o nella città o nello esercito suo, né infra loro, né contro al nimico: perché, usati contro al nimico, ne riescono gl'inconvenienti soprascritti; infra loro, farebbero peggio, non vi si riparando, come vi hanno sempre gli uomini prudenti riparato. Avendo le legioni romane, state lasciate a Capova, congiurato contro a' Capovani, come nel suo luogo si narrerà; ed essendone di questa congiura nata una sedizione, la quale fu poi da Valerio Corvino quietata, intra le altre constituzioni che nella convenzione si fece ordinarono pene gravissime a coloro che rimproverassero mai a alcuni di quegli soldati tale sedizione. Tiberio Gracco, fatto, nella guerra di Annibale, capitano sopra certo numero di servi che i Romani, per carestia d'uomini, avevano armati, ordinò, intra le prime cose, pena capitale a qualunque rimproverasse la servitù a alcuno di loro. Tanto fu stimato dai Romani, come di sopra si è detto, cosa dannosa il vilipendere gli uomini ed il rimproverare loro alcuna vergogna; perché non è cosa che accenda tanto gli animi loro, né generi maggiore isdegno, o da vero o da beffe che si dica: "Nam facetiae asperae, quando nimium ex vero traxere, acrem sui memoriam relinquunt".

 

 

Capitolo 27

Ai principi e republiche prudenti debbe bastare vincere;

perché, il più delle volte, quando e' non basta, si perde.

 

Lo usare parole contro al nimico poco onorevoli, nasce il più delle volte da una insolenzia che ti dà o la vittoria o la falsa speranza della vittoria; la quale falsa speranza fa gli uomini non solamente errare nel dire, ma ancora nello operare. Perché questa speranza, quando la entra ne' petti degli uomini, fa loro passare il segno; e perdere, il più delle volte, quella occasione dell'avere uno bene certo, sperando di avere un meglio incerto. E perché questo è un termine che merita considerazione, ingannandocisi dentro gli uomini molto spesso, e con danno dello stato loro, e' mi pare da dimostrarlo particularmente con esempli antichi e moderni, non si potendo con le ragioni così distintamente dimostrare. Annibale, poi ch'egli ebbe rotti i Romani a Canne, mandò suoi oratori a Cartagine a significare la vittoria, e chiedere sussidi. Disputossi in Senato di quello che si avesse a fare. Consigliava Annone, uno vecchio e prudente cittadino cartaginese, che si usasse questa vittoria saviamente in fare pace con i Romani, potendola avere con condizioni oneste, avendo vinto; e non si aspettasse di averla a fare dopo la perdita: perché la intenzione de' Cartaginesi doveva essere, mostrare a' Romani come e' bastavano a combatterli; ed avendosene avuto vittoria, non si cercasse di perderla per la speranza d'una maggiore. Non fu preso questo partito; ma fu bene poi, dal Senato cartaginese, conosciuto savio, quando la occasione fu perduta. Avendo Alessandro Magno già preso tutto l'oriente, la republica di Tiro, nobile in quelli tempi, e potente per avere la loro città in acqua come i Viniziani, veduta la grandezza di Alessandro, gli mandarono oratori a dirli, come volevano essere suoi buoni servidori e darli quella ubbidienza voleva, ma che non erano già per accettare né lui né sue genti nella terra; donde sdegnato Alessandro, che una città gli volesse chiudere quelle porte che tutto il mondo gli aveva aperte, gli ributtò, e, non accettate le condizioni loro vi andò a campo. Era la terra in acqua, e benissimo, di vettovaglie e di altre munizioni necessarie alla difesa, munita: tanto che Alessandro, dopo quattro mesi, si avvide che una città gli toglieva quel tempo alla sua gloria che non gli avevano tolto molti altri acquisti; e diliberò di tentare lo accordo, e concedere loro quello che per loro medesimi avevano domandato. Ma quegli di Tiro, insuperbiti, non solamente non vollero accettare lo accordo, ma ammazzarono chi venne a praticarlo. Di che Alessandro sdegnato, con tanta forza si misse alla ispugnazione, che la prese, disfece, ed ammazzò e fece schiavi gli uomini.

Venne, nel 1512, uno esercito spagnuolo in sul dominio fiorentino per rimettere i Medici in Firenze, e taglieggiare la città, condotti da cittadini d'entro, i quali avevano dato loro speranza, che, subito fussono in sul dominio fiorentino, piglierebbero l'armi in loro favore; ed essendo entrati nel piano, e non si scoprendo alcuno, ed avendo carestia di vettovaglie, tentarono l'accordo: di che insuperbito il popolo di Firenze, non lo accettò: donde ne nacque la perdita di Prato, e la rovina di quello stato.

Non possono, pertanto, i principi, che sono assaltati, fare il maggiore errore, quando lo assalto è fatto da uomini di gran lunga più potenti di loro, che recusare ogni accordo, massime quando egli è offerto: perché non sarà mai offerto sì basso, che non vi sia dentro in qualche parte il bene essere di colui che lo accetta, e vi sarà parte della sua vittoria. Perché e' doveva bastare al popolo di Tiro, che Alessandro accettasse quelle condizioni ch'egli aveva prima rifiutate ed era assai vittoria la loro, quando con l'arme in mano avevano fatto condiscendere uno tanto uomo alla voglia loro. Doveva bastare ancora al popolo fiorentino, che gli era assai vittoria, se lo esercito spagnuolo cedeva a qualcuna delle voglie di quello e le sue non adempiva tutte: perché la intenzione di quello esercito era mutare lo stato in Firenze, levarlo dalla divozione di Francia, e trarre da lui danari. Quando di tre cose e' ne avesse avute due, che son l'ultime, ed al popolo ne fusse restata una, che era la conservazione dello stato suo, ci aveva dentro ciascuno qualche onore e qualche satisfazione: né si doveva il popolo curare delle due cose, rimanendo vivo; né doveva volere, quando bene egli avesse veduta maggiore vittoria, e quasi certa, mettere quella in alcuna parte a discrezione della fortuna, andandone l'ultima posta sua: la quale qualunque prudente mai arrischierà se non necessitato. Annibale, partito d'Italia, dove era stato sedici anni glorioso, richiamato da' suoi Cartaginesi a soccorrere la patria, trovò rotto Asdrubale e Siface; trovò perduto il regno di Numidia e ristretta Cartagine intra i termini delle sue mura, alla quale non restava altro refugio che esso e lo esercito suo. Conoscendo come quella era l'ultima posta della sua patria, non volle prima metterla a rischio, ch'egli ebbe tentato ogni altro rimedio; e non si vergognò di domandare la pace, giudicando, se alcuno rimedio aveva la sua patria, era in quella e non nella guerra: la quale sendogli poi negata, non volle mancare, dovendo perdere, di combattere; giudicando potere pur vincere, o, perdendo, perdere gloriosamente. E se Annibale, il quale era tanto virtuoso ed aveva il suo esercito intero, cercò prima la pace che la zuffa, quando ei vidde che, perdendo quella, la sua patria diveniva serva, che debbe fare un altro di manco virtù e di manco isperienza di lui? Ma gli uomini fanno questo errore, che non sanno porre termini alle speranze loro; ed in su quelle fondandosi, sanza misurarsi altrimenti, rovinano.

 

 

Capitolo 28

Quanto sia pericoloso a una republica o a uno principe

non vendicare una ingiuria fatta contro al publico o contro al privato.

 

Quello che facciano fare gli sdegni agli uomini, facilmente si conosce per quello che avvenne ai Romani quando ei mandarono i tre Fabii oratori a' Franciosi, che erano venuti a assaltare la Toscana, ed in particulare Chiusi. Perché, avendo mandato il popolo di Chiusi per aiuto a Roma contro a' Franciosi, i Romani mandarono ambasciadori a' Franciosi, i quali, in nome del Popolo romano, significassero loro che si astenessero di fare guerra a' Toscani. I quali oratori, sendo in su 'l luogo, e più atti a fare che a dire, venendo i Franciosi ed i Toscani alla zuffa, si messero in tra i primi a combattere contro a quelli: onde ne nacque che, essendo conosciuti da loro, tutto lo sdegno avevano contro a' Toscani, volsero contro a' Romani. Il quale sdegno diventò maggiore, perché, avendo i Franciosi per loro ambasciadori fatto querela con il Senato romano di tale ingiuria, e domandato che in soddisfazione del danno fussino loro dati i soprascritti Fabii, non solamente non furono consegnati loro, o in altro modo gastigati, ma venendo i comizi, furono fatti Tribuni con potestà consolare. Talché, veggendo i Franciosi quelli onorati che dovevano essere puniti, ripresono tutto essere fatto in loro dispregio e ignominia; ed accesi di sdegno e d'ira, vennero a assaltare Roma, e quella presono, eccetto il Campidoglio. La quale rovina nacque ai Romani solo per la inosservanza della giustizia; perché, avendo peccato i loro ambasciatori "contra ius gentium", e dovendo esserne gastigati, furono onorati. Però è da considerare quanto ogni republica ed ogni principe debbe tenere conto di fare simile ingiuria, non solamente contro a una universalità, ma ancora contro a uno particulare. Perché, se uno uomo è offeso grandemente o dal publico o dal privato e non sia vendicato secondo la soddisfazione sua; se e' vive in una republica, cerca, ancora che con la rovina di quella, vendicarsi; se e' vive sotto un principe, ed abbi in sé alcuna generosità, non si acquieta mai, in fino che in qualunque modo si vendichi contro a di colui, come che egli vi vedesse, dentro, il suo proprio male.

Per verificare questo, non ci è il più bello né il più vero esemplo che quello di Filippo re di Macedonia, padre d'Alessandro. Aveva costui in la sua corte Pausania, giovane bello e nobile, del quale era inamorato Attalo, uno de' primi uomini che fusse presso a Filippo ed avendolo più volte ricerco che dovesse acconsentirgli, e trovandolo alieno da simili cose, diliberò di avere con inganno e per forza quello che, per altro verso, vedea di non potere avere. E fatto uno solenne convito, nel quale Pausania e molti altri nobili baroni convennero, fece, poi che ciascuno fu pieno di vivande e di vino, prendere Pausania, e, condottolo allo stretto, non solamente per forza sfogò la sua libidine, ma ancora, per maggiore ignominia, lo fece da molti degli altri in simile modo vituperare. Della quale ingiuria Pausania si dolse più volte con Filippo; il quale, avendolo tenuto un tempo in speranza di vendicarlo, non solamente non lo vendicò, ma prepose Attalo al governo d'una provincia di Grecia: donde che Pausania, vedendo il suo nimico onorato e non gastigato, volse tutto lo sdegno suo, non contro a quello che gli aveva fatto ingiuria, ma contro a Filippo che non lo aveva vendicato. Ed una mattina solenne, in su le nozze della figliuola di Filippo, ch'egli aveva maritata a Alessandro di Epiro, andando Filippo al tempio, a celebrarle, in mezzo de' due Alessandri, genero e figliuolo, lo ammazzò. Il quale esemplo è molto simile a quello de' Romani, e notabile a qualunque governa: che mai non debbe tanto poco stimare un uomo, che ei creda, aggiugnendo ingiuria sopra ingiuria, che colui che è ingiuriato non pensi di vendicarsi con ogni suo pericolo e particulare danno.

 

 

Capitolo 29

La fortuna acceca gli animi degli uomini, quando

la non vuole che quegli si opponghino a' disegni suoi.

 

Se e' si considererà bene come procedono le cose umane, si vedrà molte volte nascere cose e venire accidenti, a' quali i cieli al tutto non hanno voluto che si provvegga. E quando, questo che io dico, intervenne a Roma, dove era tanta virtù, tanta religione e tanto ordine, non è maraviglia che gli intervenga molto più spesso in una città o in una provincia che manchi delle cose sopradette. E perché questo luogo è notabile assai, a dimostrare la potenza del cielo sopra le cose umane, Tito Livio largamente e con parole efficacissime lo dimostra: dicendo come, volendo il cielo a qualche fine, che i Romani conoscessono la potenza sua, fece prima errare quegli Fabii che andarono oratori a' Franciosi, e, mediante l'opera loro, gli concitò a fare guerra a Roma; dipoi ordinò, che, per reprimere quella guerra, non si facesse in Roma alcuna cosa degna del Popolo romano; avendo prima ordinato che Cammillo, il quale poteva essere solo unico remedio a tanto male, fusse mandato in esilio a Ardea; dipoi, venendo i Franciosi verso Roma, coloro che, per rimediare allo impeto de' Volsci ed altri finitimi loro inimici, avevano creato molte volte uno Dittatore, venendo i Franciosi, non lo crearono. Ancora nel fare la elezione de' soldati, la fecioro debole e sanza alcuna istraordinaria diligenza; e furono tanto pigri al pigliare l'arme, che a fatica furono a tempo a scontrare i Franciosi sopra il fiume di Allia, discosto a Roma dieci miglia. Quivi i Tribuni posero il loro campo, sanza alcuna consueta diligenza; non prevedendo il luogo prima, e non si circundando con fossa e con isteccato, non usando alcuno rimedio umano e divino; e nello ordinare la zuffa, fecero gli ordini radi e deboli: in modo che né i soldati né i capitani fecero cosa degna della romana disciplina. Combattessi poi sanza alcuno sangue; perché ei fuggirono prima che fussono assaltati, e la maggior parte se n'andò a Veio, l'altra si ritirò a Roma; i quali, sanza entrare altrimenti nelle case loro, se ne entrarono in Campidoglio: in modo che il Senato, sanza pensare di difendere Roma, non chiuse, non che altro, le porte; e parte se ne fuggì, parte con gli altri se ne entrarono in Campidoglio. Pure, nel difendere quello, usarono qualche ordine non tumultuario; perché ei non aggravarono quello di gente inutile; messonvi tutti i frumenti che poterono, acciocché potessono sopportare l'ossidione; e della turba inutile de' vecchi, delle donne e de' fanciugli, la maggior parte se ne fuggì nelle terre circunvicine, il rimanente restò in Roma in preda de' Franciosi. Talché, chi avesse letto le cose fatte da quel popolo tanti anni innanzi, e leggessi dipoi quelli tempi, non potrebbe a nessuno modo credere che fusse stato uno medesimo popolo. E detto che Tito Livio ha tutti e' sopradetti disordini, conchiude dicendo: "Adeo obcaecat animos fortuna, cum vim suam ingruentem refringi non vult". Né può più essere vera questa conclusione: onde gli uomini che vivono ordinariamente nelle grandi avversità o prosperità, meritano manco laude o manco biasimo. Perché il più delle volte si vedrà quelli a una rovina ed a una grandezza essere stati convinti da una commodità grande che gli hanno fatto i cieli, dandogli occasione, o togliendogli, di potere operare virtuosamente.

Fa bene la fortuna questo, che la elegge uno uomo, quando la voglia condurre cose grandi, che sia di tanto spirito e di tanta virtù, che ei conosca quelle occasioni che la gli porge. Così medesimamente, quando la voglia condurre grandi rovine, ella vi prepone uomini che aiutino quella rovina. E se alcuno fusse che vi potesse ostare, o la lo ammazza o la lo priva di tutte le facultà da potere operare alcuno bene. Conoscesi questo benissimo per questo testo, come la fortuna, per fare maggiore Roma, e condurla a quella grandezza venne, giudicò fussi necessario batterla (come a lungo nel principio del seguente libro discorrereno), ma non volle già in tutto rovinarla. E per questo si vede che la fece esulare, e non morire, Cammillo; fece pigliare Roma, e non il Campidoglio; ordinò che i Romani, per riparare Roma, non pensassono alcuna cosa buona; per difendere poi il Campidoglio, non mancarono di alcuno buono ordine. Fece, perché Roma fusse presa, che la maggior parte de' soldati che furono rotti a Allia, se ne andorono a Veio; e così, per la difesa della città di Roma, tagliò tutte le vie. E nell'ordinare questo, preparò ogni cosa alla sua ricuperazione; avendo condotto uno esercito romano intero a Veio, e Cammillo a Ardea, da potere fare grossa testa, sotto uno capitano non maculato d'alcuna ignominia per la perdita, ed intero nella sua riputazione per la recuperazione della patria sua.

Sarebbeci da addurre in confermazione delle cose dette qualche esemplo moderno; ma, per non gli giudicare necessari, potendo questo a qualunque satisfare, gli lascereno indietro. Affermo, bene, di nuovo,questo essere verissimo, secondo che per tutte le istorie si vede, che gli uomini possono secondare la fortuna e non opporsegli; possono tessere gli orditi suoi, e non rompergli. Debbono, bene, non si abbandonare mai; perché, non sappiendo il fine suo, e andando quella per vie traverse ed incognite, hanno sempre a sperare, e sperando non si abbandonare, in qualunque fortuna ed in qualunque travaglio si truovino.

 

Capitolo 30

Le republiche e gli principi veramente potenti

non comperono l'amicizie con danari,

ma con la virtù e con la riputazione delle forze.

 

Erano i Romani assediati nel Campidoglio, e ancora ch'eglino aspettassono il soccorso da Veio e da Cammillo, sendo cacciati dalla fame, vennono a composizione con i Franciosi di ricomperarsi certa quantità d'oro; e sopra tale convenzione pesandosi di già l'oro, sopravvenne Cammillo con lo esercito suo: il che fece, dice lo istorico, la fortuna, "ut Romani auro redempti non viverent". La quale cosa non solamente è notabile in questa parte, ma etiam nel processo delle azioni di questa Republica; dove si vede che mai acquistarono terre con danari, mai feciono pace con danari, ma sempre con la virtù dell'armi: il che non credo sia mai intervenuto a alcuna altra republica. Ed intra gli altri segni per gli quali si conosce la potenza d'uno stato forte, è vedere come egli vive con gli vicini suoi. E quando ei si governa in modo che i vicini, per averlo amico, sieno suoi pensionari, allora è certo segno che quello stato è potente: ma quando detti vicini, ancora che inferiori a lui, traggono da quello danari, allora è segno grande della debolezza di quello.

Legghinsi tutte le istorie romane, e vedrete come i Massiliensi, gli Edui, i Rodiani, Ierone siracusano, Eumene e Massinissa regi, i quali tutti erano vicini ai confini dello imperio romano, per avere l'amicizia di quello concorrevono a spese ed a tributi ne' bisogni d'esso, non cercando da lui altro premio che lo essere difesi. Al contrario si vedrà negli stati deboli: e cominciandoci dal nostro di Firenze, ne' tempi passati, nella sua maggiore riputazione, non era signorotto in Romagna che non avessi da quello provvisione; e di più la dava a' Perugini, a' Castellani, e a tutti gli altri suoi vicini. Che se questa città fusse stata armata e gagliarda, sarebbe tutto ito per il contrario; perché molti, per avere la protezione di essa, arebbono dato danari a lei; e cerco, non di vendere la loro amicizia, ma di comperare la sua. Né sono in questa viltà vissuti soli i Fiorentini, ma i Viniziani, ed il re di Francia, il quale, con un tanto regno, vive tributario di Svizzeri, e del re d'Inghilterra. Il che tutto nasce dallo avere disarmati i popoli suoi, ed avere più tosto voluto, quel re e gli altri prenominati, godersi un presente utile, di potere saccheggiare i popoli, e fuggire uno immaginato più tosto che vero pericolo, che fare cose che gli assicurino, e faccino i loro stati felici in perpetuo. Il quale disordine, se partorisce qualche tempo qualche quiete, è cagione col tempo di necessità, di danni e rovine irrimediabili. E sarebbe lungo raccontare quante volte i Fiorentini, Viniziani, e questo regno, si sono ricomperati in su le guerre, e quante volte ei si sono sottomessi a una ignominia; a che i Romani una sola volta furono per sottomettersi. Sarebbe lungo raccontare quante terre i Fiorentini ed i Viniziani hanno comperate: di che si è veduto poi il disordine, e come le cose che si acquistano con l'oro, non si sanno difendere con il ferro. Osservarono i Romani questa generosità e questo modo di vivere, mentre che ei vissono liberi; ma poi che gli entrarono sotto gl'imperadori, e che gl'imperadori cominciarono a essere cattivi, ed amare più l'ombra che il sole, cominciarono ancora essi a ricomperarsi, ora dai Parti, ora dai Germani, ora da altri popoli convicini: il che fu principio della rovina di tanto Imperio.

Procedono, pertanto, simili inconvenienti dallo avere disarmati i tuoi popoli: di che ne risulta uno altro, maggiore, che quanto il nimico più ti si appressa, tanto ti truova più debole. Perché chi vive ne' modi detti di sopra, tratta male quelli sudditi che sono dentro allo imperio suo, e bene quegli che sono in su i confini dello imperio suo, per avere uomini ben disposti a tenere il nimico discosto. Da questo nasce che, per tenerlo più discosto, ei dà provvisione a quelli signori e popoli che sono propinqui ai confini suoi. Donde nasce che questi stati così fatti fanno un poco di resistenza in sui confini, ma, come il nimico gli ha passati, ei non hanno rimedio alcuno. E non si avveggono, come questo modo del loro procedere è contro a ogni buono ordine. Perché il cuore e le parti vitali d'uno corpo si hanno a tenere armate, e non le estremità d'esso; perché sanza quelle si vive, e, offeso questo, si muore: e questi stati tengono il cuore disarmato, e le mani e li piedi armati.

Quello che abbia fatto questo disordine a Firenze, si è veduto, e vedesi ogni dì: e come uno esercito passa i confini, e che gli entra dentro propinquo al cuore, non truova più alcuno rimedio. De' Viniziani si vide, pochi anni sono, la medesima pruova; e se la loro città non era fasciata dalle acque, se ne sarebbe veduto il fine. Questa isperienza non si è vista sì spesso in Francia, per essere quello sì gran regno, ch'egli ha pochi inimici superiori: nondimanco, quando gli Inghilesi, nel 1513, assaltarono quel regno, tremò tutta quella provincia: ed il re medesimo, e ciascuno altro, giudicava che una rotta sola gli potessi tôrre il regno e lo stato. Ai Romani interveniva il contrario; perché, quanto più il nimico s'appressava a Roma, tanto più trovava potente quella città a resistergli. E si vide nella venuta d'Annibale in Italia, che, dopo tre rotte e dopo tante morti di capitani e di soldati, ei poterono, non solo sostenere il nimico, ma vincere la guerra. Tutto nacque dallo avere bene armato il cuore, e delle estremità tenere meno conto. Perché il fondamento dello stato suo era il popolo di Roma, il nome latino, le altre terre compagne in Italia, e le loro colonie; donde ei traevano tanti soldati, che furono sufficienti con quegli a combattere e tenere il mondo. E che sia vero, si vede per la domanda che fece Annone cartaginese a quelli oratori d'Annibale dopo la rotta di Canne, i quali avendo magnificato le cose fatte da Annibale, furono domandati da Annone, se del popolo romano alcuno era venuto a domandare pace, e se del nome latino e delle colonie alcuna terra si era ribellata dai Romani; e negando quegli l'una e l'altra cosa, replicò Annone: - Questa guerra è ancora intera come prima -.

Vedesi, pertanto, e per questo discorso, e per quello che più volte abbiamo altrove detto, quanta diversità sia, dal modo del procedere delle republiche presenti, a quello delle antiche. Vedesi ancora, per questo, ogni dì, miracolose perdite e miracolosi acquisti. Perché, dove gli uomini hanno poca virtù, la fortuna mostra assai la potenza sua; e, perché la è varia, variano le republiche e gli stati spesso; e varieranno sempre, infino che non surga qualcuno che sia della antichità tanto amatore, che la regoli in modo, che la non abbia cagione di mostrare, a ogni girare di sole, quanto ella puote.

 

Capitolo 31

Quanto sia pericoloso credere agli sbanditi.

 

E' non mi pare fuori di proposito ragionare, intra questi altri discorsi, quanto sia cosa pericolosa credere a quelli che sono cacciati della patria sua, essendo cose che ciascuno dì si hanno a praticare da coloro che tengono stati; potendo, massime, dimostrare questo con uno memorabile esemplo addotto da Tito Livio nelle sue istorie, ancora che sia fuora del presupposto suo. Quando Alessandro Magno passò con lo esercito suo in Asia, Alessandro di Epiro, cognato e zio di quello, venne con gente in Italia, chiamato dagli sbanditi Lucani, i quali gli dettono speranza che potrebbe, mediante loro, occupare tutta quella provincia. Donde che quello, sotto la fede e speranza loro venuto in Italia fu morto da quelli, sendo loro promessa la ritornata nella patria dai loro cittadini, se lo ammazzavano. Debbesi considerare, pertanto, quanto sia vana e la fede e le promesse di quelli che si truovano privi della loro patria. Perché, quanto alla fede, si ha a estimare che, qualunque volta e' possano per altri mezzi che per gli tuoi rientrare nella patria loro, che lasceranno te ed accosterannosi a altri, nonostante qualunque promesse ti avessono fatte. E quanto alle vane promesse e speranze, egli è tanta la voglia estrema che è in loro di ritornare in casa, che ei credono naturalmente molte cose che sono false e molte a arte ne aggiungano: talché, tra quello che ei credono e quello che ei dicono di credere, ti riempiono di speranza talmente che, fondatoti in su quella, o tu fai una spesa in vano o tu fai una impresa dove tu rovini.

Io voglio per esemplo mi basti Alessandro predetto, e di più Temistocle ateniese; il quale, essendo fatto ribello, se ne fuggì in Asia a Dario; dove gli promisse tanto, quando ei volessi assaltare la Grecia, che Dario si volse alla impresa. Le quali promesse non gli potendo poi Temistocle osservare, o per vergogna o per tema di supplizio, avvelenò sé stesso. E se questo errore fu fatto da Temistocle, uomo eccellentissimo, si debbe stimare che tanto più vi errino coloro che, per minore virtù, si lasceranno più tirare dalla voglia e dalla passione loro. Debbe, adunque, uno principe andare adagio a pigliare imprese sopra la relazione d'uno confinato, perché il più delle volte se ne resta o con vergogna o con danno gravissimo. E perché ancora rade volte riesce il pigliare le terre di furto, e per intelligenzia che altri avesse in quelle, non mi pare fuora di proposito discorrerne nel sequente capitolo; aggiugnendovi con quanti modi i Romani le acquistavano.

 

 

Capitolo 32

In quanti modi i Romani occupavano le terre.

 

Essendo i Romani tutti volti alla guerra, fecero sempremai quella con ogni vantaggio, e quanto alla spesa, e quanto a ogni altra cosa che in essa si ricerca. Da questo nacque che si guardarono da il pigliare le terre per ossidione; perché giudicavano questo modo di tanta spesa e di tanto scommodo, che superassi di gran lunga la utilità che dello acquisto si potessi trarre: e per questo pensarono che fosse meglio e più utile soggiogare le terre per ogni altro modo che assediandole, donde in tante guerre ed in tanti anni ci sono pochissimi esempli di ossidioni fatte da loro. I modi, adunque, con i quali gli acquistavano le città. erano o per espugnazione o per dedizione. La espugnazione era o per forza e violenza aperta, o per forza mescolata con fraude. La violenza aperta era o con assalto, sanza percuotere le mura (il che loro chiamavano "aggredi urbem corona" perché con tutto lo esercito circundavono la città, e da tutte le parti la combattevano); e molte volte riuscì loro che in uno assalto pigliarono una città, ancora che grossissima, come quando Scipione prese Cartagine Nuova in Ispagna; o, quando questo assalto non bastava, si dirizzavano a rompere le mura con arieti, o con altre loro machine belliche: o ei facevano una cava, e per quella entravano nella città (nel quale modo presono la città de' Veienti); o, per essere equali a quegli che difendevano le mura, facevono torri di legname, o ei facevono argini di terra appoggiati alle mura di fuori, per venire all'altezza d'esse sopra quegli. Contro a questi assalti, chi difendeva la terra, nel primo caso, circa lo essere assaltato intorno intorno, portava più subito pericolo, ed aveva più dubbi rimedi: perché, bisognandogli in ogni luogo avere assai difensori, o quegli ch'egli aveva non erano tanti che potessero o sopperire per tutto o cambiarsi; o, se potevano, non erano tutti di equale animo a resistere, e da una parte che fusse inchinata la zuffa, si perdevano tutti. Però occorse, come io ho detto, che molte volte questo modo ebbe felice successo. Ma quando non riusciva al primo, non lo ritentavono molto, per essere modo pericoloso per lo esercito; perché, distendendosi in tanto spazio, restava per tutto debole a potere resistere a una eruzione che quelli di dentro avessono fatta; ed anche si disordinavano e straccavano i soldati; ma per una volta ed allo improvviso tentavano tale modo. Quanto alla rottura delle mura, si opponevano, come ne' presenti tempi, con ripari. E per resistere alle cave, facevano una contracava, e per quella si opponevano al nimico, o con le armi o con altri ingegni: intra i quali era questo, che gli empievano dogli di penne, nelle quali appiccavano il fuoco, ed accesi gli mettevano nella cava, i quali con il fumo e con il puzzo impedivano la entrata a' nimici. E se con le torre gli assaltavano, s'ingegnavano con il fuoco rovinarle. E quanto agli argini di terra, rompevano il muro da basso, dove lo argine s'appoggiava, tirando dentro la terra che quegli di fuori vi ammontavano; talché, ponendosi di fuora la terra, e levandosi di drento, veniva a non crescere l'argine. Questi modi di espugnare non si possono lungamente tentare: ma bisogna o levarsi da campo o cercare per altri modi vincere la guerra; come fe' Scipione, quando, entrato in Africa, avendo assaltato Utica e non gli riuscendo pigliarla, si levò da campo, e cercò di rompere gli eserciti cartaginesi: ovvero volgersi alla ossidione, come fecero a Veio, Capova, Cartagine e Ierusalem e simili terre, che per ossidione occuparono. Quanto allo acquistare le terre per violenza furtiva, occorre come intervenne di Palepoli, che per trattato di quelli di dentro i Romani la occuparono. Di questa sorte espugnazioni, dai Romani e da altri ne sono state tentate molte, e poche ne sono riuscite: la ragione è che ogni minimo impedimento rompe il disegno, e gl'impedimenti vengano facilmente. Perché, o la congiura si scuopre innanzi che si venga allo atto, e scuopresi non con molta difficultà, sì per la infedelità di coloro con chi la è communicata, sì per la difficultà del praticarla, avendo a convenire con i nimici, e con chi non ti è lecito, se non sotto qualche colore, parlare. Ma quando la congiura non si scoprisse nel maneggiarla, vi surgono poi, nel metterla in atto, mille difficultà. Perché, o se tu vieni innanzi al tempo disegnato, o se tu vieni dopo, si guasta ogni cosa: se si lieva uno romore fortuito, come l'oche del Campidoglio, se si rompe un ordine consueto; ogni minimo errore, ogni minima fallacia che si piglia, rovina la impresa. Aggiungonsi a questo le tenebre della notte, le quali mettono più paura a chi travaglia in quelle cose pericolose. Ed essendo la maggiore parte degli uomini che si conducono a simili imprese, inesperti del sito del paese, e de' luoghi dove ei sono menati, si confondono, inviliscono ed implicano per ogni minimo e fortuito accidente, ed ogni immagine falsa è per fargli mettere in volta. Né si trovò mai alcuno che fosse più felice in queste ispedizioni fraudolente e notturne, che Arato Sicioneo; il quale, quanto valeva in queste, tanto nelle diurne ed aperte fazioni era pusillanime: il che si può giudicare fosse più tosto per una occulta virtù che era in lui, che perché in quelle naturalmente dovesse essere più felicità. Di questi modi, adunque, se ne pratica assai, pochi se ne conduce alla pruova, e pochissimi ne riescono.

Quanto allo acquistare le terre per dedizione, o le si danno volontarie, o forzate. La volontà nasce, o per qualche necessità estrinseca che gli costringe a rifuggirtisi sotto, come fece Capova ai Romani, o per desiderio di essere governati bene, sendo allettati da il governo buono che quel principe tiene in coloro che se gli sono, volontari, rimessi in grembo, come fecero i Rodiani, i Massiliensi ed altre simile cittadi, che si dettono al Popolo romano. Quanto alla dedizione forzata, o tale forza nasce da una lunga ossidione, come di sopra è detto; o la nasce da una continova oppressione di scorrerie, di predazioni, ed altri mali trattamenti; i quali volendo fuggire, una città si arrende. Di tutti i modi detti, i Romani usarono più questo ultimo che nessuno; ed attesono per più che quattrocento cinquanta anni a straccare i vicini con le rotte e con le scorrerie, e pigliare, mediante gli accordi, riputazione sopra di loro, come altre volte abbiamo discorso. E sopra tale modo si fondarono sempre, ancora che gli tentassino tutti; ma negli altri trovarono cose o pericolose o inutili. Perché nella ossidione è la lunghezza e la spesa; nella espugnazione, dubbio e pericolo; nelle congiure, la incertitudine. E viddono che con una rotta di esercito inimico acquistavano un regno in un giorno; e, nel pigliare per ossidione una città ostinata, consumavano molti anni.

 

 

Capitolo 33

Come i Romani davano agli loro capitani degli eserciti le commissioni libere.

 

Io estimo che sia da considerare, leggendo questa liviana istoria, volendone fare profitto, tutti e' modi del procedere del Popolo e Senato romano. Ed intra le altre cose che meritano considerazione, sono: vedere con quale autorità ei mandavano fuori i loro Consoli, Dittatori ed altri capitani degli eserciti; de' quali si vede l'autorità essere stata grandissima, ed il Senato non si riservare altro che l'autorità di muovere nuove guerre e di confirmare le paci; e tutte l'altre cose rimetteva nello arbitrio e potestà del Consolo. Perché, deliberata ch'era dal Popolo e dal Senato una guerra, verbigrazia contro a' Latini, tutto il resto rimettevano nello arbitrio del Consolo, il quale poteva o fare una giornata o non la fare, e campeggiare questa o quell'altra terra, come a lui pareva. Le quali cose si verificano per molti esempli, e massime per quello che occorse in una espedizione contro a' Toscani. Perché, avendo Fabio consolo vinto quelli presso a Sutri, e disegnando con lo esercito dipoi passare la selva Cimina ed andare in Toscana, non solamente non si consigliò col Senato, ma non gliene dette alcuna notizia, ancora che la guerra fusse per aversi a fare in paese nuovo, dubbio e pericoloso. Il che si testifica ancora per le deliberazioni che allo incontro di questo furono fatte dal Senato: il quale avendo intesa la vittoria che Fabio aveva avuta, e dubitando che quello non pigliasse partito di passare per le dette selve in Toscana, giudicando che fosse bene non tentare quella guerra e correre quel pericolo, mandò a Fabio due Legati a fargli intendere non passasse in Toscana; i quali arrivarono ch'e' vi era già passato, ed aveva avuta la vittoria, ed in cambio di impeditori della guerra tornarono ambasciadori dello acquisto e della gloria avuta. E chi considererà bene questo termine, lo vedrà prudentissimamente usato; perché, se il Senato avesse voluto che un Consolo procedessi nella guerra di mano in mano, secondo che quello gli commetteva, lo faceva meno circunspetto e più lento: perché non gli sarebbe paruto che la gloria della vittoria fusse tutta sua, ma che ne participasse il Senato, con el consiglio del quale ei si fusse governato. Oltra di questo, il Senato si obligava a volere consigliare una cosa che non se ne poteva intendere; perché, nonostante che in quello fossono tutti uomini esercitatissimi nella guerra nondimeno, non essendo in sul luogo e non sappiendo infiniti particulari che sono necessari sapere, a volere consigliare bene, arebbono, consigliando, fatti infiniti errori. E per questo ei volevano che il Consolo per sé facesse, e che la gloria fosse tutta sua; lo amore della quale giudicavano che fusse freno e regola a farlo operare bene. Questa parte si è più volentieri notata da me, perché io veggo che le republiche de' presenti tempi, come è la Viniziana e Fiorentina, la intendono altrimenti; e se gli loro capitani, provveditori o commessari hanno a piantare una artiglieria, lo vogliono intendere e consigliare. Il quale modo merita quella laude che meritano gli altri, i quali tutti insieme le hanno condotte ne' termini in che al presente si truovano.

 

 

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© 1998 - by prof. Giuseppe Bonghi

data ultima modifica: 03 luglio, 2004