Niccolò Machiavelli

Dell'arte della guerra


Libro secondo
(continuazione)

         COSIMO  E' mi pare che questo ragionamento vi abbia alquanto trasportato, perché, non avendo voi ancora dichiarati i modi con i quali s'esercitano le battaglie, voi avete ragionato dell'esercito intero e delle giornate.
         FABRIZIO  Voi dite la verità; e veramente ne è stata cagione l'affezione che io porto a questi ordini, e il dolore che io sento veggendo che non si mettono in atto; nondimanco non dubitate ch' io tornerò a segno. Come io v'ho detto la prima importanza che è nell'esercizio delle battaglie, è sapere tenere bene le file. Per fare questo è necessario esercitargli in quegli ordini che chiamano chiocciole. E perché io vi dissi che una di queste battaglie debbe essere di quattrocento fanti armati d'armi gravi, io mi fermerò sopra questo numero. Deonsi adunque ridurre in ottanta file a cinque per fila. Di poi, andando o forte o piano, annodargli insieme e sciorli; il che come si faccia, si può dimostrare più con i fatti che con le parole. Di poi e meno necessario, perché ciascuno che e pratico negli eserciti sa come questo ordine proceda, il quale non è buono ad altro che all'avvezzare i soldati a tenere le file. Ma vegnamo a mettere insieme una di queste battaglie. Dico che si dà loro tre forme principali. La prima, la più utile, è farla tutta massiccia e darle la forma di due quadri; la seconda è fare il quadro con la fronte cornuta; la terza è farla con uno vacuo in mezzo che chiamano piazza. Il modo del mettere insieme la prima forma può essere di due sorti. L'una è fare raddoppiare le file: cioè, che la seconda fila entri nella prima, la quarta nella terza, la sesta nella quinta, e così successive; tanto che, dove ell'erono ottanta file a cinque per fila, diventino quaranta file a dieci per fila. Di poi farle raddoppiare un'altra volta nel medesimo modo, commettendosi l'una fila nell'altra; e così restono venti file a venti uomini per fila. Questo fa due quadri incirca, perché, ancora che sieno tanti uomini per un verso quanti per l'altro, nondimeno di verso le teste si congiungono insieme, che l'uno fianco tocca l'altro; ma per l'altro verso sono distanti almeno due braccia l'uno dall'altro, di qualità che il quadro è più lungo dalle spalle alla fronte, che dall'uno fianco all'altro. E perché noi abbiamo oggi a parlare più volte delle parti davanti, di dietro e da lato di queste battaglie e di tutto l'esercito insieme, sappiate che, quando io dirò o testa o fronte, vorrò dire le parti dinanzi; quando dirò spalle, la parte di dietro; quando dirò fianchi, le parti da lato. I cinquanta veliti ordinarii della battaglia non si mescolano con l'altre file, ma, formata che è la battaglia, si distendono per i fianchi di quella. L'altro modo di mettere insieme la battaglia è questo; e perché egli è migliore che il primo, io vi voglio mettere davanti agli occhi appunto com'ella si debbe ordinare. Io credo che voi vi ricordiate di che numero d'uomini, di che capi ella è composta e di che armi armata. La forma adunque che debbe avere questa battaglia, è, come io dissi, di venti file a venti uomini per fila: cinque file di picche in fronte e quindici file di scudi a spalle, due centurioni stieno nella fronte e due dietro alle spalle, i quali facciano l'ufficio di quegli che gli antichi chiamavano tergiduttori, il connestabole con la bandiera e con il suono stia in quello spazio che è tra le cinque file delle picche e le quindici degli scudi; de' capidieci, ne stia, sopr'ogni fianco di fila, uno, in modo che ciascuno abbia a canto i suoi uomini; quegli che saranno a mano manca, in su la man destra; quelli che sieno a mano destra, in su la man manca. Li cinquanta veliti stieno a' fianchi e a spalle della battaglia. A volere ora che, andando per l'ordinario i fanti, questa battaglia si metta insieme in questa forma, conviene ordinarsi così: fare di avere ridotti i fanti in ottanta file a cinque per fila, come poco fa dicemmo, lasciando i veliti o dalla testa o dalla coda, pure ch'egli stieno fuora di quest'ordine; e debbesi ordinare che ogni centurione abbia dietro alle spalle venti file, e sia dietro a ogni centurione immediate cinque file di picche, e il resto scudi. Il connestabole stia con il suono e con la bandiera in quello spazio che è tra le picche e gli scudi del secondo centurione, e occupino i luoghi di tre scudati. Degli capidieci, venti ne stieno ne' fianchi delle file del primo centurione in sulla man sinistra, e venti ne stieno ne' fianchi delle file dell'ultimo centurione in sulla man destra. E avete ad intendere che il capodieci che ha a guidare le picche, debbe avere la picca; e quegli che guidano gli scudi, deono avere l'armi simili. Ridotte adunque in questo ordine le file e volendo nel camminare ridurle in battaglia per fare testa, tu hai a fare che si fermi il primo centurione con le prime venti file, ed il secondo seguiti di camminare e, girandosi in su la man ritta, ne vada lungo i fianchi delle venti file ferme, tanto che si attesti con l'altro centurione, dove si fermi ancora egli, e il terzo centurione seguiti di camminare, pure girando in su la man destra, e lungo i fianchi delle file ferme, cammini tanto che si attesti con gli altri due centurioni: e, fermandosi ancora egli, l'altro centurione seguiti con le sue file, pure piegando in su la destra lungo i fianchi delle file ferme, tanto ch'egli arrivi alla testa degli altri, e allora si fermi; e subito due de' centurioni soli si partino dalla fronte e vadino a spalle della battaglia, la quale viene fatta in quel modo e con quello ordine appunto che poco fa ve la dimostrammo. I veliti si distendino per i fianchi di essa, secondo che nel primo modo si dispose; il quale modo si chiama raddoppiargli per retta linea; questo si dice raddoppiargli per fianco. Quel primo modo è più facile, questo è più ordinato e vien più appunto e meglio lo puoi a tuo modo correggere; perché in quello conviene ubbidire al numero, perché cinque ti fa dieci, dieci venti, venti quaranta, tal che, con il raddoppiare per diritto tu non puoi fare una testa di quindici né di venticinque, né di trenta, né di trentacinque, ma ti bisogna andare dove quel numero ti mena. Eppure occorre ogni dì, nelle fazioni particolari, che conviene fare testa con secento o ottocento fanti, in modo che il raddoppiare per linea retta ti disordinerebbe. Però mi piace più questo; e quella difficultà che vi è più, conviene con la pratica e con l'esercizio facilitarla. Dicovi, adunque, com'egl'importa più che cosa alcuna avere i soldati che si sappiano mettere negli ordini tosto, ed è necessario tenergli in queste battaglie, esercitarvegli dentro e fargli andare forte o innanzi o indietro, passare per luoghi difficili sanza turbare l'ordine, perché i soldati che sanno fare questo bene sono soldati pratichi, e, ancora che non avessero mai veduti nimici in viso, si possono chiamare soldati vecchi. E al contrario, quegli che non sanno tenere questi ordini, se si fussero trovati in mille guerre si deono sempre istimare soldati nuovi. Questo è quanto al mettergli insieme quando sono nelle file piccole, camminando. Ma messi che sono, e poi, essendo rotti per qualche accidente che nasca o dal sito o dal nimico, a fare che in uno subito si riordinino, questa è la importanza e la difficultà e dove bisogna assai esercizio ed assai pratica, e dove gli antichi mettevano assai studio. È necessario pertanto fare due cose: prima, avere questa battaglia piena di contrassegni; l'altra, tenere sempre questo ordine: che quegli medesimi fanti stieno sempre in quelle medesime file. Verbigrazia, se uno ha cominciato a stare nella seconda, ch'egli stia di poi sempre in quella; e non solamente in quella medesima fila, ma in quello medesimo luogo; a che osservare, come ho detto, sono necessarii gli assai contrassegni. In prima, è necessario che la bandiera sia in modo contrassegnata che, convenendo con l'altre battaglie, ella si conosca da loro. Secondo, che il connestabole e i centurioni abbiano pennacchi in testa, differenti e conoscibili; e, quello che importa più, ordinare che si conoscano i capidieci. A che gli antichi avevano tanta cura, che, non ch'altro avevano scritto nella celata il numero chiamandoli primo, secondo, terzo, quarto, ecc. E non erano ancora contenti a questo; ché de' soldati ciascuno aveva scritto nello scudo il numero della fila e il numero del luogo che in quella fila gli toccava. Sendo dunque gli uomini contrassegnati così e assuefatti a stare tra questi termini, è facil cosa, disordinati che fussono, tutti riordinarli subito; perché, ferma che è la bandiera, i centurioni e i capidieci possono giudicare a occhio il luogo loro, e, ridottisi i sinistri da sinistra, i destri da destra con le distanze loro consuete, i fanti, guidati dalla regola loro e dalle differenze de'contrassegni, possono essere subito ne' luoghi propri; non altrimenti che, se tu scommetti le doghe d'una botte che tu abbi contrassegnata prima, con facilità grandissima la riordini; che non l'avendo contrassegnata, è impossibile a riordinarla. Queste cose con la diligenza e con l'esercizio s'insegnano tosto e tosto s'imparano, e, imparate, con difficultà si scordano; perché gli uomini nuovi sono guidati da' vecchi, e con il tempo una provincia con questi esercizi diventerebbe tutta pratica nella guerra. È necessario ancora insegnare loro voltarsi in un tempo e fare, quando egli accaggia, de' fianchi e delle spalle fronte, e della fronte fianchi e spalle. Il che è facilissimo, perché basta che ogni uomo volti la sua persona verso quella parte che gli è comandato; e dove voltano il volto, quivi viene ad essere la fronte. Vero è che quando si voltano per fianco, gli ordini tornano fuora della proporzione loro, perché dal petto alle spalle v'è poca distanza, e dall'un fianco all'altro v'è assai distanza il che è tutto contro all'ordine ordinario delle battaglie. Però conviene che la pratica e la discrezione gli rassetti. Ma questo è poco disordine, perché facilmente per loro medesimi vi rimediano. Ma quello che importa più, e dove bisogna più pratica, è quando una battaglia si vuole voltare tutta come s'ella fusse un corpo solido. Qui conviene avere gran pratica e gran discrezione, perché, volendola girare, verbigrazia, in su la man manca, bisogna che si fermi il corno manco e, quegli che sono più propinqui a chi sta fermo, camminino tanto adagio, che quegli che sono dritto non abbiano a correre, altrimenti ogni cosa si confonderebbe. Ma perché egli occorre sempre, quando uno esercito cammina da luogo a luogo, che le battaglie che non sono poste in fronte, hanno' a combattere non per testa ma o per fianco o a spalle, in modo che una battaglia ha in uno subito a fare del fianco o delle spalle testa (e volendo che simili battaglie in tale caso abbiano la proporzione loro, secondo che di sopra si è dimostro, è necessario che ell'abbiano le picche da quel fianco che abbia ad essere testa e i capidieci, centurioni e connestabole, a quello ragguaglio, ne' luoghi loro) però, a volere fare questo, nel metterle insieme vi bisogna ordinare le ottanta file di cinque per fila, così; mettere tutte le picche nelle prime venti file, e, de' capidieci d'esse, metterne cinque nel primo luogo e cinque nell'ultimo; l'altre sessanta file, che vengono dietro, sono tutte di scudi che vengono ad essere tre centurie. Vuolsi adunque che la prima e ultima fila d'ogni centuria sieno capidieci; il connestabole con la bandiera e con il suono stia nel mezzo della prima centuria degli scudi; i centurioni in testa d'ogni centuria ordinati. Ordinati così, quando volessi che le picche venissono in sul fianco manco, voi gli avete a raddoppiare centuria per centuria dal fianco ritto; se volessi ch'elle venissero dal fianco ritto, voi le avete a raddoppiare dal manco. E così questa battaglia torna con le picche sopr'un fianco, con i capidieci da testa e da spalle, con i centurioni per testa e il connestabole nel mezzo. La quale forma tiene andando; ma, venendo il nimico e il tempo ch'ella voglia fare del fianco testa, non si ha se non a fare voltare il viso a tutti i soldati verso quel fianco dove sono le picche; e torna allora la battaglia con le file e con i capi in quel modo si è ordinata di sopra; perché da' centurioni in fuora tutti sono ne' luoghi loro, e i centurioni subito e sanza difficultà vi entrano. Ma quando ell'abbia, camminando per testa, a combattere a spalle, conviene ordinare le file in modo che, mettendole in battaglia, le picche vengano da dietro; e a fare questo non s'ha a tenere altro ordine se non che, dove, nello ordinare la battaglia, per l'ordinario ogni centuria ha cinque file di picche davanti, le abbia di dietro, e in tutte l'altre parti osservare l'ordine che io dissi prima.
         COSIMO Voi avete detto, se bene mi ricorda, che questo modo dello esercizio è per potere poi ridurre queste battaglie insieme in uno esercito, e che questa pratica serve a potere ordinarsi in quello. Ma s'egli occorresse che questi quattrocento cinquanta fanti avessono a fare una fazione separata, come gli ordineresti ?
         FABRIZIO Dee, chi gli guida, allora giudicare dove egli vuole collocare le picche, e quivi porle. Il che non repugna in parte alcuna all'ordine soprascritto; perché, ancora che quello sia il modo che si osserva per fare la giornata insieme con l'altre battaglie, nondimeno non è regola che serve a tutti quegli modi nelli quali ti occorresse averti a maneggiare. Ma nel mostrarvi gli altri due modi, da me preposti, di ordinare le battaglie, sodisfarò ancora più alla domanda vostra; perché o e' non si usano mai, o e' si usano quando una battaglia è sola e non in compagnia dell'altre. E per venire al modo di ordinarla con due corna, dico che tu dèi ordinare le ottanta file a cinque per fila in questo modo: porre là in mezzo uno centurione, e, dopo lui, venticinque file che sieno di due picche in su la sinistra e di tre scudi in su la destra, e dopo le prime cinque, sieno posti nelle venti sequenti venti capidieci, tutti tra le picche e gli scudi, eccetto che quelli che portano le picche, i quali possono stare con le picche. Dopo queste venticinque file così ordinate si ponga un altro centurione: il quale abbia dietro a sé quindici file di scudi. Dopo questi il connestabole in mezzo del suono e della bandiera; il quale ancora abbia dietro a sé altre quindici file di scudi. Dopo queste si ponga il terzo centurione, e abbia dietro a sé venticinque file, in ognuna delle quali sieno tre scudi in su la sinistra e due picche in su la destra, e dopo le cinque prime file sieno venti capidieci posti tra le picche e gli scudi. Dopo queste file sia il quarto centurione. Volendo pertanto di queste file così ordinate fare una battaglia con due corna, si ha a fermare il primo centurione con le venticinque file che gli sono dietro. Di poi si ha a muovere il secondo centurione con le quindici file scudate che gli sono a spalle,e volgersi a mano ritta e, su per il fianco ritto delle venticinque file, andare tanto ch'egli arrivi alla quintadecima fila, e qui fermarsi. Di poi si ha a muovere il connestabole con le quindici file degli scudati che gli sono dietro, e, girando pure in su la destra, su per il fianco destro delle quindici file mosse prima cammini tanto ch'egli arrivi alla testa loro, e quivi si fermi. Di poi muova il terzo centurione con le venticinque file e con il quarto centurione che era dietro e, girando pure in su la ritta, cammini su per il fianco destro delle quindici file ultime degli scudati e non si fermi quando è alla testa di quelle, ma seguiti di camminare, tanto che l'ultime file delle venticinque sieno al pari delle file di dietro. E, fatto questo, il centurione che era capo delle prime quindici file degli scudati, si lievi donde era e ne vadia a spalle nello angulo sinistro. E così tornerà una battaglia di venticinque file ferme, a venti fanti per fila, con due corna, sopr'ogni canto della fronte uno; e ciascuno arà dieci file a cinque per fila, e resterà uno spazio tra le due corna, quanto tengono dieci uomini che volgano i fianchi l'uno all'altro. Sarà tra le due corna il capitano; in ogni punta di corno uno centurione. Sarà ancora di dietro in ogni canto uno centurione. Fieno due file di picche e venti capidieci da ogni fianco. Servono queste due corna a tenere tra quelle l'artiglierie, quando questa battaglia ne avesse con seco, e i carriaggi. I veliti hanno a stare lungo i fianchi sotto le picche. Ma a volere ridurre questa battaglia cornuta con la piazza, non si dee fare altro che, delle quindici file di venti per fila, prenderne otto e porle in su la punta delle due corna; le quali allora di corna diventano spalle della piazza. In questa piazza si tengono i carriaggi; stavvi il capitano e la bandiera; ma non già l'artiglierie, le quali si mettono o nella fronte o lungo i fianchi. Questi sono i modi che si possono tenere da una battaglia, quando, sola, dee passare per i luoghi sospetti. Nondimeno la battaglia soda, sanza corna e sanza piazza è meglio. Pure, volendo assicurare i disarmati, quella cornuta è necessaria. Fanno i Svizzeri ancora molte forme di battaglie, tra le quali ne fanno una a modo di croce, perché negli spazi che sono tra i rami di quella tengono sicuri dall'urto de' nimici i loro scoppiettieri. Ma perché simili battaglie sono buone a combattere da per loro e la intenzione mia è mostrare come più battaglie unite insieme combattono, non voglio affaticarmi altrimenti in dimostrarle.
         COSIMO E' mi pare avere assai bene compreso il modo che si dee tenere a esercitare gli uomini in queste battaglie; ma, se mi ricorda bene, voi avete detto come, oltre alle dieci battaglie, voi aggiugnevi al battaglione mille picche estraordinarie e cinquecento veliti estraordinarii. Questi non gli vorresti voi descrivere ed esercitare?
         FABRIZIO Vorrei, e con diligenza grandissima. E le picche eserciterei almeno bandiera per bandiera, negli ordini delle battaglie, come gli altri; perché di questi io mi servirei più che delle battaglie ordinarie in tutte le fazioni particolari, come è fare scorte, predare, e simili cose. Ma i veliti gli eserciterei alle case sanza ridurli insieme; perché, sendo l'ufficio loro combattere rotti, non è necessario che convenghino con li altri negli esercizi comuni, perché assai sarebbe esercitargli bene negli esercizi particolari. Deonsi adunque, come in prima vi dissi né ora mi pare fatica replicarlo, fare esercitare i suoi uomini in queste battaglie, in modo che sappiano tenere le file, conoscere i luoghi loro, tornarvi subito quando o nimico o sito gli perturbi; perché, quando si sa fare questo facilmente s'impara poi il luogo che ha a tenere una battaglia e quale sia l'ufficio suo negli eserciti. E quando uno principe o una republica durerà fatica e metterà diligenza in questi ordini e in queste esercitazioni, sempre avverrà che nel paese suo saranno buoni soldati, ed essi sieno superiori a loro vicini e saranno quegli che daranno e non riceveranno le leggi dagli altri uomini. Ma, come io vi ho detto, il disordine nel quale si vive fa che si straccurano e non si istimano queste cose; e però gli eserciti nostri non son buoni, e se pure ci fusse o capi o membra naturalmente virtuosi, non la possono dimostrare.
         COSIMO Che carriaggi vorresti voi che avesse ciascuna di queste battaglie?
         FABRIZIO La prima cosa, io non vorrei che né centurione né capodieci avesse da ire a cavallo; e se il connestabole volesse cavalcare, vorrei ch'egli avesse mulo e non cavallo. Permettere' gli bene due carriaggi e uno a qualunque centurione e due ad ogni tre capidieci, perché tanti ne alloggiamo per alloggiamento, come nel suo luogo direno; talmente che ogni battaglia verrebbe avere trentasei carriaggi; i quali vorrei portassono di necessità le tende, i vasi da cuocere, scure e pali di ferro in sufficienza per fare gli alloggiamenti e, di poi, se altro potessono, a commodità loro.
         COSIMO Io credo che i capi da voi ordinati in ciascuna di queste battaglie sieno necessarii; nondimeno io dubiterei che tanti comandatori non si confondessero.
         FABRIZIO Cotesto sarebbe quando non si referissono a uno, ma, referendosi, fanno ordine; anzi sanza essi è impossibile reggersi; perché uno muro il quale da ogni parte inclini, vuole piuttosto assai puntegli e spessi, ancora che non così forti, che pochi, ancora che gagliardi, perché la virtù d'uno solo non rimedia alla rovina discosto. E però conviene che negli eserciti, e tra ogni dieci uomini, sia uno di più vita, di più cuore o almeno di più autorità, il quale con lo animo, con le parole, con lo esemplo tenga gli altri fermi e disposti al combattere. E che queste cose da me dette sieno necessarie in uno esercito, come i capi, le bandiere, i suoni, si vede che noi l'abbiamo tutte ne' nostri eserciti; ma niuna fa l'ufficio suo. Prima, i capidieci, a volere che facciano quello per che sono ordinati, è necessario abbia, come ho detto, ciascuno distinti i suoi uomini, alloggi con quegli faccia le fazioni, stia negli ordini con quegli; perché collocati ne' luoghi loro sono come uno rigo e temperamento a mantenere le file diritte e ferme, ed è impossibile ch'elle disordinino o, disordinando, non si riduchino tosto ne' luoghi loro. Ma noi oggi non ce ne serviamo ad altro che a dare loro più soldo che agli altri e a fare che facciano qualche fazione particolare. Il medesimo ne interviene delle bandiere, perché si tengono piuttosto per fare bella una mostra, che per altro militare uso. Ma gli antichi se ne servivano per guida e per riordinarsi, perché ciascuno, ferma che era la bandiera, sapeva il luogo che teneva presso alla sua bandiera e vi ritornava sempre. Sapeva ancora come, movendosi e stando quella, avevano a fermarsi o a muoversi. Però è necessario in uno esercito che vi sia assai corpi, e ogni corpo abbia la sua bandiera e la sua guida; perché, avendo questo, conviene ch'egli abbia assai anime e, per consequente, assai vita. Deono adunque i fanti camminare secondo la bandiera, e la bandiera muoversi secondo il suono; il quale suono, bene ordinato, comanda allo esercito; il quale, andando con i passi che rispondano a' tempi di quello, viene a servare facilmente gli ordini. Onde che gli antichi avieno zufoli, pifferi e suoni modulati perfettamente; perché, come chi balla procede con il tempo della musica e, andando con quella, non erra, così uno esercito, ubbidendo nel muoversi a quel suono, non si disordina. E però variavano il suono, secondo che volevano variare il moto e secondo che volevano accendere o quietare o fermare gli animi degli uomini. E come i suoni erano varii, così variamente gli nominavano. Il suono dorico generava costanzia, il frigio furia; donde che dicono che, essendo Alessandro a mensa e sonando uno il suono frigio, gli accese tanto l'animo, che misse mano all'armi. Tutti questi modi sarebbe necessario ritrovare; e quando questo fusse difficile, non si vorrebbe almeno lasciare indietro quegli che insegnassono ubbidire al soldato; i quali ciascuno può variare e ordinare a suo modo, pure che con la pratica assuefaccia gli orecchi de' suoi soldati a conoscerli. Ma oggi di questo suono non se ne cava altro frutto in maggiore parte, che fare quel rumore.
         COSIMO Io disidererei intendere da voi, se mai con voi medesimo l'avete discorso, donde nasca tanta viltà e tanto disordine e tanta negligenza, in questi tempi, di questo esercizio.
         FABRIZIO Io vi dirò volentieri quello che io ne pensi. Voi sapete come degli uomini eccellenti in guerra ne sono stati nominati assai in Europa, pochi in Africa e meno in Asia. Questo nasce perché queste due ultime parti del mondo hanno avuto uno principato o due, e poche republiche; ma l'Europa solamente ha avuto qualche regno e infinite republiche. Gli uomini diventono eccellenti e mostrano la loro virtù, secondo che sono adoperati e tirati innanzi dal principe loro, o republica o re che si sia. Conviene pertanto che, dove è assai potestadi, vi surga assai valenti uomini; dove ne è poche, pochi. In Asia si truova Nino, Ciro, Artaserse, Mitridate, e pochissimi altri che a questi facciano compagnia. In Affrica si nominano, lasciando stare quella antichità egizia, Massinissa, Iugurta, e quegli capitani che dalla republica cartaginese furono nutriti; i quali ancora, rispetto a quegli d'Europa, sono pochissimi; perché in Europa sono gli uomini eccellenti sanza numero e tanti più sarebbero, se insieme con quegli si nominassono gli altri che sono stati dalla malignità del tempo spenti perché il mondo è stato più virtuoso dove sono stati più Stati che abbiano favorita la virtù o per necessità o per altra umana passione. Sursero adunque in Asia pochi uomini, perché quella provincia era tutta sotto uno regno, nel quale, per la grandezza sua, stando esso la maggior parte del tempo ozioso, non poteva nascere uomini nelle faccende eccellenti. All'Affrica intervenne il medesimo; pure vi se ne nutrì più, rispetto alla republica cartaginese. Perché delle republiche esce più uomini eccellenti che de' regni, perché in quelle il più delle volte si onora la virtù, ne' regni si teme; onde ne nasce che nell'una gli uomini virtuosi si nutriscono, nell'altra si spengono. Chi considererà adunque la parte d'Europa la troverrà essere stata piena di republiche e di principati, i quali, per timore che l'uno aveva dell'altro, erano constretti a tenere vivi gli ordini militari e onorare coloro che in quegli più si prevalevano. Perché in Grecia oltre al regno de' Macedoni erano assai republiche, e in ciascuna di quelle nacquero uomini eccellentissimi. In Italia erano i Romani, i Sanniti, i Toscani, i Galli Cisalpini. La Francia e la Magna era piena di republiche e di principi la Ispagna quel medesimo. E benché a comparazione de' Romani se ne nomi nino pochi altri, nasce dalla malignità degli scrittori, i quali seguitano la fortuna, e a loro il più delle volte basta onorare i vincitori. Ma egli non è ragionevole che tra i Sanniti e i Toscani, i quali combatterono cento cinquanta anni col popolo romano prima che fussero vinti non nascessero moltissimi uomini eccellenti. E così medesimamente in Francia e in Ispagna. Ma quella virtù che gli scrittori non celebrano negli uomini particolari, celebrano generalmente ne' popoli, dove esaltano infino alle stelle l'ostinazione che era in quegli per difendere la libertà loro. Sendo adunque vero che, dove sia più imperii, surga più uomini valenti, seguita di necessità che, spegnendosi quelli, si spenga di mano in mano la virtù, venendo meno la cagione che fa gli uomini virtuosi. Essendo pertanto di poi cresciuto l'imperio romano, e avendo spente tutte le republiche e i principati d'Europa e d'Affrica e in maggior parte quelli dell'Asia, non lasciò alcuna via alla virtù, se non Roma. Donde ne nàcque che cominciarono gli uomini virtuosi a essere pochi in Europa come in Asia; la quale virtù venne poi in ultima declinazione, perché, sendo tutta la virtù ridotta in Roma, come quella fu corrotta, venne a essere corrotto quasi tutto il mondo; e poterono i popoli Sciti venire a predare quello Imperio il quale aveva la virtù d'altri spenta e non saputo mantenere la sua. E benché poi quello Imperio, per la inundazione di quegli barbari, si dividesse in più parti, questa virtù non vi è rinata; l'una, perché si pena un pezzo a ripigliatte gli ordini quando sono guasti; l'altra, perché il modo del vivere d'oggi, rispetto alla cristiana religione non impone quella necessità al difendersi, che anticamente era; perché, allora, gli uomini vinti in guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro vita miseramente; le terre vinte o si desolavano o ne erano cacciati gli abitatori, tolti loro i beni, mandati dispersi per il mondo; tanto che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria. Da questo timore spaventati, gli uomini tenevano gli esercizi militari vivi e onoravano chi era eccellente in quegli. Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta; de' vinti, pochi se ne ammazza; niuno se ne tiene lungamente prigione, perché con facilità si liberano. Le città, ancora ch'elle si sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne' beni loro, in modo che il maggior male che si tema è una taglia; talmente che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari e stentare tuttavia sotto quegli, per fuggire quegli pericoli de' quali temono poco. Di poi queste provincie d'Europa sono sotto pochissimi capi, rispetto allora; perché tutta la Francia obedisce a uno re, tutta l'Ispagna a un altro, l'Italia è in poche parti, in modo che le città deboli si difendono con lo accostarsi a chi vince, e gli stati gagliardi, per le cagioni dette, non temono una ultima rovina.
         COSIMO E' si sono pur vedute molte terre andare a sacco, da venticinque anni in qua, e perdere de' regni, il quale esemplo doverrebbe insegnare agli altri vivere e ripigliare alcuno degli ordini antichi.
         FABRIZIO Egli è quello che voi dite; ma se voi noterete quali terre sono ite a sacco, voi non troverrete ch'elle sieno de' capi degli stati, ma delle membra: come si vede che fu saccheggiata Tortona e non Milano, Capova e non Napoli, Brescia e non Vinegia, Ravenna e non Roma. I quali esempli non fanno mutare di proposito chi governa, anzi gli fa stare più nella loro opinione di potersi ricomperare con le taglie; e per questo non vogliono sottoporsi agli affanni degli esercizi della guerra, parendo loro, parte non necessario, parte uno viluppo che non intendono. Quegli altri che sono servi, a chi tali esempli doverrebbero fare paura, non hanno potestà di rimediarvi; e quegli principi, per avere perduto lo stato, non sono più a tempo, e quegli che lo tengono, non sanno e non vogliono; perché vogliono sanza alcuno disagio stare con la fortuna e non con la virtù loro; perché veggono che, per esserci poca virtù, la fortuna governa ogni cosa, e vogliono che quella gli signoreggi, non essi signoreggiare quella. E che questo che io ho discorso sia vero, considerate la Magna; nella quale, per essere assai principati e republiche, vi è assai virtù, e tutto quello che nella presente milizia è di buono, depende dallo esemplo di quegli popoli; i quali, sendo tutti gelosi de' loro stati, temendo la servitù (il che altrove non si teme) tutti si mantengono signori e onorati. Questo voglio che basti avere detto a mostrare le cagioni della presente viltà, secondo l'opinione mia Non so se a voi pare il medesimo, o se vi fusse nata, per questo ragionare, alcuna dubitazione.
         COSIMO Niuna; anzi rimango di tutto capacissimo. Solo disidero, tornando alla materia principale nostra, intendere da voi come voi ordineresti i cavagli con queste battaglie, e quanti e come capitanati e come armati.
         FABRIZIO E vi pare forse che io gli abbia lasciati indietro; di che non vi maravigliate, perché io sono per due cagioni per parlarne poco: l'una, perché il nervo e la importanza dello esercito è la fanteria; l'altra, perché questa parte di milizia è meno corrotta che quella de' fanti; perché, s'ella non è più forte dell'antica, ell'è al pari. Pure si è detto, poco innanzi, del modo dello esercitargli. E quanto allo armargli, io gli armerei come al presente si fa, così i cavagli leggieri come gli uomini d'arme. Ma i cavagli leggieri vorrei che fussero tutti balestrieri con qualche scoppiettiere tra loro; i quali, benché negli altri maneggi di guerra sieno poco utili, sono a questo utilissimi: di sbigottire i paesani e levargli di sopra uno passo che fusse guardato da loro, perché più paura farà loro un scoppiettiere che venti altri armati. Ma, venendo al numero, dico che,avendo tolto, a imitare la milizia romana, io non ordinerei se non trecento cavagli utili per ogni battaglione; de' quali vorrei ne fusse centocinquanta uomini d'arme e centocinquanta cavagli leggieri; e darei a ciascuna di queste parti uno capo, faccendo poi tra loro quindici capidieci per banda, dando a ciascuna uno suono e una bandiera. Vorrei che ogni dieci uomini d'arme avessero cinque carriaggi e, ogni dieci cavalli leggieri, due; i quali, come quegli de' fanti, portassero le tende, i vasi, e le scure e i pali e, sopravanzando, gli altri arnesi loro. Né crediate che questo sia disordine, vedendo ora come gli uomini d'arme hanno al loro servizio quattro cavagli, perché tale cosa è una corruttela; perché si vede nella Magna quegli uomini d'arme essere soli con il loro cavallo; solo avere, ogni venti, uno carro che porta loro dietro le cose loro necessarie. I cavagli de' Romani erano medesimamente soli; vero è che i triarii alloggiavano propinqui alla cavalleria, i quali erano obligati a sumministrare aiuto a quella nel governo de' cavagli; il che si può facilmente imitare da noi, come nel distribuire degli alloggiamenti vi si mostrerà. Quello, adunque, che facevano i Romani, e quello che fanno oggi i Tedeschi, possiamo fare ancora noi; anzi, non lo faccendo, si erra. Questi cavagli, ordinati e descritti insieme col battaglione, si potrebbero qualche volta mettere insieme, quando si ragunassono le battaglie, e fare che tra loro facessero qualche vista d'assalto, il quale fussi più per riconoscersi insieme, che per altra necessità. Ma sia per ora detto di questa parte abbastanza; e discendiamo a dare forma a uno esercito per potere presentare la giornata al nimico e sperare di vincerla; la quale cosa è il fine per il quale si ordina la milizia e tanto studio si mette in quella.


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Ultimo aggiornamento07 gennaio, 2010