Niccolò Machiavelli

Il Principe

Edizione di riferimento

- Niccolò Machiavelli, Il Principe, e pagine dei Discorsi e delle Istorie, a cura di Luigi Russo, ed. Sansoni, Firenze 1967;

Capitolo X

In che modo si debbino misurare le forze di tutti i principati

Quomodo omnium principatuum vires perpendi debeant

1. - Conviene avere, nello esaminare le qualità di questi principati, un'altra considerazione: cioè, se uno principe ha tanto stato che possa, bisognando, per sé medesimo reggersi, o vero se ha sempre necessità della defensione di altri. E, per chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi, che possono, o per abundanzia di uomini, o di denari, mettere insieme un esercito iusto, e fare una giornata con qualunque li viene ad assaltare; e cosí iudico coloro avere sempre necessità di altri, che non possono comparire contro al nimico in campagna, ma sono necessitati rifuggirsi drento alle mura e guardare quelle. Nel primo caso, si è discorso; e per lo avvenire diremo quello ne occorre. Nel secondo caso non si può dire altro, salvo che confortare tali principi a fortificare e munire la terra propria, e del paese non tenere alcuno conto. E qualunque arà bene fortificata la sua terra, e circa li altri governi con li sudditi si fia maneggiato come di sopra è detto e di sotto si dirà, sarà sempre con grande respetto assaltato; perché li uomini sono sempre nimici delle imprese dove si vegga difficultà, né si può vedere facilità assaltando uno che abbi la sua terra gagliarda e non sia odiato dal populo.

2. - Le città di Alamagna sono liberissime, hanno poco contado, et obediscano allo imperadore quando le vogliono, e non temono né quello né altro potente che e abbino intorno; perché le sono in modo fortificate, che ciascuno pensa la espugnazione di esse dovere essere tediosa e difficile. Perché tutte hanno fossi e mura conveniente; hanno artiglierie a sufficienzia; tengono sempre nelle cànove publiche da bere e da mangiare e da ardere per uno anno; et oltre a questo, per potere tenere la plebe pasciuta e sanza perdita del pubblico, hanno sempre in comune per uno anno da potere dare loro da lavorare in quelli esercizii che sieno el nervo e la vita di quella città e delle industrie de' quali la plebe pasca. Tengono ancora li esercizii militari in reputazione, e sopra questo hanno molti ordini a mantenerli.

3. - Uno principe, adunque, che abbi una città forte e non si facci odiare, non può essere assaltato; e, se pure fussi chi lo assaltassi, se ne partirà con vergogna; perché le cose del mondo sono sí varie, che elli è quasi impossibile che uno potessi con li eserciti stare uno anno ozioso a campeggiarlo. E chi replicasse: se il populo arà le sue possessioni fuora, e veggale ardere, non ci arà pazienza, et il lungo assedio e la carità propria li farà sdimenticare el principe; respondo che uno principe potente et animoso supererà sempre tutte quelle difficultà, dando ora speranza a' sudditi che el male non fia lungo, ora timore della crudeltà del nimico, ora assicurandosi con destrezza di quelli che li paressino troppo arditi. Oltre a questo, el nimico, ragionevolmente, debba ardere e ruinare el paese in sulla sua giunta e ne' tempi, quando li animi delli uomini sono ancora caldi e volenterosi alla difesa; e però tanto meno el principe debbe dubitare, perché, dopo qualche giorno, che li animi sono raffreddi, sono di già fatti e' danni, sono ricevuti e' mali, e non vi è più remedio; et allora tanto più si vengono a unire con il loro principe, parendo che lui abbia con loro obbligo sendo loro sute arse le case, ruinate le possessioni, per la difesa sua. E la natura delli uomini è, cosí obbligarsi per li benefizii che si fanno, come per quelli che si ricevano. Onde, se si considerrà bene tutto, non fia difficile a uno principe prudente tenere prima e poi fermi li animi de' sua cittadini nella obsidione, quando non li manchi da vivere né da difendersi.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 03 ottobre 2011