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Edizione di riferimento:
Machiavelli, Opere, vol. II Lettere e Commissarie Introduzioni e note a cura di Corrado Vivanti, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 1999.
Ponticelli, 22 giugno 1502.
Magnifici et Excelsi Signori, commendatione premissa etc. Noi ci troviamo questa sera ad Ponticelli dove aviamo trovato messer Pietro aportatore [1], uomo dello illustrissimo duca Valentino; et da epso aviamo inteso la ce lere et felice Victoria di quel signore dello stato d’Urbino, benché lo avamo inteso di là dal Ponte ad Sieve da un frate et ci maravigliamo assai che vostre Signorie non ne avessino notitia, non avendo però cavalcato quel frate con diligentia.
Questo messer Pietro ci mostra el duca suo avere per certo il duca d’Urbino essersi salvato nelle terre di vostre Signorie et per questo mandarlo costà adciò che vostre Signorie, per lo amore et benivolentia che sua Excellentia tiene con epse, ne lo compiaccino; abbiamoli detto non credere che quello Signore si fussi messo in luogo vostro, sapiendo la benivolentia comune con el duca Valentino. Dice partí iarsera ad 3 ore di nocte et volere essere costí ad dí domattina; vostre Signorie sapientissime daranno ogni occasione ad questo messer Pietro di fare tale relatione, che noi facciamo quello per che andiamo et siamo bene visti. Mostra avere notitia dello animo del signore suo, buono verso vostre Signorie et non bene contento de’ successi di chi vi offende [2], come vostre Signorie meglio sapranno ritrarre da lui.
Domattina saremo ad cavallo di buona ora, benché dubitiamo che li cavalli aviamo non ci servino male; perché questa sera sono molto strachi et la via che ci resta è lunga et cattiva, perché ne andremo ritti ad Urbino.
El modo di questa Victoria è tucto fondato su la prudentia di questo signore el quale, essendo vicino ad 7 miglia ad Camerino, sanza mangiare o bere, s’appresentò ad Cagli, che era discosto circa miglia 35, et nel medesimo tempo lasciò adsediato [3] Camerino et vi fece fare correrie; sí che notino vostre Signorie questo stratagemma et tanta celerità coniunta con una extrema felicità.
Apud Ponticellum, die 22 iunii 1502.
Franciscus Soderinus Episcopus.
Firenze, 23 giugno 1502.
Episcopo Soderino Oratori apud Illustrissimum Ducem Valentinensem. Die xxiii iunii 1502.
Reverende in Christo pater etc. Questa mattina ad ore X è arrivato qui uno uomo della Excellentia del duca con sue lectere per le quali ricerca da noi che, passando per li paesi nostri il duca di Urbino, lo voliamo ritenere etc. Et poco innanzi avamo ricevuto dal capitano di Bagno lo incluso adviso, di che noi mandiamo a sua Excellentia lo originale et più li significhiamo avere, per tucto il dominio nostro, expedito cavallari et lectere per fare questo effecto. Parci che, allo adrivar vostro, voi dobbiate rallegrarvi seco dello acquisto facto et farli fede del buono animo nostro et offerire et promettere che tucto quello che ci sarà possibile non se ne mancherà in modo alcuno. Noi rispondiamo alla Excellentia del duca et abbiamo commisso al cavallaro nostro che, potendo esser prima là che la Signoria vostra, avanzi tempo; quanto che non, dia alla Signoria vostra et la lectera del duca et la sua; et quello ne sequirà quanto bisogna. Non contiene altro che rallegrarsi della Victoria et monstrare desiderio di farli piacere; et le provisioni si sono facte per compiacerli in ogni luogo. Bene valete.
Firenze, 24 giugno 1502.
Domino Francisco Soderino Episcopo volaterrano. Die 24 iunii 1502.
Reverende in Christo pater etc. Dopo la partita vostra vi si scripse apposta per nostro cavallaro et vi si decte notitia dello adrivar qua d’uno servitore del duca Valentinese con lectere sue; per le quali noi subito facemo quelle expeditione che furono necessarie. Et questa mattina, avendo lectere da Roma de’ xxii dí, ci pare ad proposito farvi intendere che la despositione del papa in questa perdita delle cose nostre non si potrebbe monstrare megliore, faccendo intendere alli oratori franzesi che sono là et ad chi vi è per noi quanto lui sia alieno da questa cosa, essendo contro alla volontà del Cristianissimo, che per tal cagione per cosa del mondo né lui, né il duca, né sua soldati farebbono contra di noi; aggiugnendo, quando noi tenessimo più conto di lui et del duca che non si è facto per il passato, et servassimo la capitulatione facta seco l’anno passato, anche sua Signoria terrebbe buon conto di noi et della città, et anche molto maggiore che di Vitellozo et di alcun altro. In che però non si ristrinse ad veruno particulare et fassi coniectura per li sopradecti che l’andata di messer Troccio [4] in Francia sia fra le altre cose causata ancor da questo. Et parendoci da assecondare questa dispositione et accrescerla, ve ne abbiamo dato notitia ad fine che nelle pratiche vostre costi voi possiate regolare et ordinar meglio tucti e’ parlari vostri. Et perché noi non sappiamo appunto qual sia la causa della chiamata vostra, non possiamo determinatamente commettervi alcuna cosa. Parci bene ad proposito che, movendosi di condocta di nuove imprese, di nuovi restringimenti, voi con le parole ne dimonstriate buona dispositione in noi per dargliene speranza; con conditione però di non mutare animo nelle cose di Francia, né de’ rebelli o alterare questo governo pensare ad alcuna cosa. Intendiamo bene che nelle cose che si potessino disegnare la difficultà ha ad essere in su li particulari; et iudichiamo sarebbe stato bene, avanti la partita vostra, aver digrossata questa materia in ciascuna cosa, ma la brevità del tempo non ce lo comportava; et noi lo obmettemo più facilmente, avendo tempo, per essere il duca quello che ha ad proporre, avendoci ricerchi etc. Di che nascerà dilatione et arassi tempo ad poterla risolvere et venirne più ad particulare. Bene valete.
24 e 26 giugno 1502
Firenze, 26 giugno 1502.
Reverendo Episcopo volaterrano. Die 26 iunii 1502.
Reverende in Christo pater etc. Due volte vi abbiamo scripto dopo la partita vostra: prima a di 23 per la venuta di Piero de Oviedo, mandato dalla Excellentia del duca, et dapoi a dí 24 per nostro cavallaro. Né da voi si ha ancora alcuno adviso, di che ci maravigliamo assai; pure interpretiamo questa dilatione in bene.
Et benché, senza vostre lectere, noi non avessimo cagione di scrivervi molto, tuctavolta, ritornandosene il predecto Piero, non voliamo mancare dirvi che alla venuta sua qua si feciono tucte quelle provisioni et per lectere et per uomini che li furono possibili; et le risposte che se ne sono avute le ha tucte viste il predecto Piero. Quello che si è poi ritracto da Bagno lo vedrete per la inclusa copia. Et di più vi diciamo avere avuto lectere da Castrocaro per le quali ci significava esser passato là da quelli confini a dí xxii il figliuolo del Prefecto [5] che andava ad trovare San Piero ad Vincula [6] et appresso esser suto ritenuto certo genovese di non molto conto; et vedesi molto bene che la dilatione messa ad venir qua è suto causa di non fare molti effecti. Di tucto ci pare dobbiate parlare alla Excellentia del duca, excusar noi, far fede del buono animo et volontà nostra et commendare l’uomo della diligentia usata, perché in verità ha facto vivamente tucto quello che dovea. Abbiamo di nuovo ad dirvi avere stanocte lectere da Parma da Amerigo Antinori et da Piero Soderini da Milano et intendiamo già esser partite 200 lance, [7] le quali stasera saranno ad Anzuola [8]. Abbiamo anche dapoi lectere da Lione et si ritrae, dopo la partita del re da Lione a dí 20, dovea giovedì passato, che fumo a’ 23, partire da Granopoli [9] et venirne alla volta di Italia sanza soggiornar punto [10]. Le cose in Val di Chiana dopo la perdita di Cortona si stanno cosi. Attendiamo con desiderio da voi qualche adviso et la cagione per la quale noi vi mandamo costà, ricerchi dalla Excellentia di cotesto signore. Bene valete.
Urbino, 26 giugno 1302.
Magnificis Decemviris Libertatis et Baliae Reipublicae florentinae
Dominis suis precipuis.
Magnifici Domini etc. Questa mattina ad Mercatello per [...] [11] cavallaro avemo una di vostre Signorie de’ 23, et subito lo mandamo via con le lettere ad la Excellentia del duca, adciò che tanto più presto vedessi el vostro buono animo et la vostra diligentia; et noi appresso ci conferimo in questa terra avanti l’ora di vespro; et il Signore ci fece adloggiare in vescovado con el vescovo della terra. Et incontro alla porta ci avea mandato messer Agabito [12], suo secretario, et uno messer Francesco, suo cameriere; essendo noi fuora di abito [13], sanza fare altra demostratione, che da principio, intesa la venuta, parve disegnassi entrassimo di nocte; et li dua detti non c’incontrorono perché, tenendosi serrate le porte per ogni respetto, maxime che e’ soldati non entrino, avemo noi ad dare la volta et entrare per la porta vicina alla forteza: et così non ci trovorono questi dua se non ad casa. Et factoci buona adcoglienza da parte del duca, dissono che quando fussi tempo verrebbono per noi, come vennono circa le dua ore di nocte, et andamo in palazo dove è alloggiato el duca, solo con pochi de’ sua - et el più del tempo si tiene la porta serrata et bene guardata.
Fumo con sua Excellentia per spatio di dua ore: et proposto quanto avamo in commissione et rallegratici del nuovo adquisto secondo le lettere di vostre Signorie, monstrò vederci volentieri et avere cara la venuta nostra per lo amore, dice, portava alla città et il desiderio d’essere bene unito con quella. Ringratiò delle congratulationi, ad giugnendo che crederrebbe che il suo augumento vi fussi ancora più grato se voi sapessi avere facto verso di lui quello avate promisso et si conveniva [14]. Poi cominciò ad dolersi di tucte le cose occorse da la venuta sua dello anno passato insino ad questo dí, il che non si replicherà perché sapiamo più volte sono sute dette queste cose et risposto come facemo ancora noi. Ma nulla pareva che si adpiccassi [15], tenendo fermo che voi fussi quelli avessi mancato della fede et dato causa ad tucti e’ disordini che feciono e’ soldati con no li avere dato la prestanza [16] et le artiglierie, come avate promesso. Ora dice che, sendo venuto quella volta solo per avere la vostra amicitia et potersi in quella riposare, et benché voi aviate mancato, volendo fare questa ultima prova, mandò ad chiedere uomini per potere conferire la sua intentione: la quale era unirsi con voi, volendo; et non volendo, che voleva essere scusato con Dio et con li uomini se cercassi adsicurarsi dello stato vostro per qualunque modo e’ possessi; perché non giudicava potere stare securo nelli stati suoi, confinando con voi tanto paese quanto fa, se non fussi bene adsicurato; et più, quando vi disponessi ad questo, ve ne conseguirebbe tanto benifitio quanto di amicitia potessi tenere. Et in questa sententia si distese assai, monstrando che conobbe bene lo anno passato che fu in sua potestà non solo rimettere li usciti [17], ma darvi un bastone ad el governo et un cane [18], nonché altro.
Risposesi alle querele convenientemente: et che da voi non era mancato el servare le promesse, ma che quelli sinixtri modi che furono servati significorono che si tenessi sí poco conto della città, che la sua benivolentia anche non fussi molto stimata; et quanto al desiderare l’amicitia vostra, voi non desiderate manco la sua per la stima faciavate di lui et de’ suoi stati et della Sanctità di nostro Signore. Et per questo ci avate mandato con tanta celerità: adciò che tanto più presto satisfacessi al desiderio suo et che ci facessi particularmente intendere quello voleva dire, adciò, vostre Signorie sapendolo, sua Excellentia potessi conosciere quanto lo stimavate.
Sua Signoria, sanza molto circuito di parole, dixe: «Io voglio intendere prima con chi io ho ad tractare la nostra compositione, dipoi ne voglio avere da voi buona securtà, et se questo si fa, mi arete sempre ad tucti e’ vostri propositi; se non si fa, io sarò constrecto seguitare la ’mpresa et adsicurarmi ad ogni modo di voi per non restare io in periculo. Che troppo mi bene conosco che la città vostra non ha buono animo verso di me, anzi mi lacera come un assassino; et hanno cerco darmi grandissimi carichi et con el papa et con el re di Francia».
Questa ultima parte si negò et confutò; l’altra ricercamo ci dichiarassi meglio. Dixe: «Io so bene siate prudente et m’intendete, pure ve lo ridirò in breve parole: questo governo non mi piace et non mi posso fidare di lui; bisognia lo mutiate et mi facciate cauto [19] della observantia di quello mi promettessi; altrimenti voi intenderete presto presto che io non voglio vivere ad questo modo. Et se non mi vorrete amico, mi proverrete inimico».
Risposesi che la città aveva migliore governo che la potessi trovare, et, satisfaciendosene lei, se ne possevano satisfare etiam li amici suoi. Et quanto alla observantia della fede, non credeva lei che in Italia fussi chi ne potessi monstrare migliori documenti, anzi che ne avessi tanto patito quanto lei; et che sua Excellentia deliberassi una volta essere quello buono amico che diceva et che troverrebbe buon riscontro.
Tornò sempre in su le medesime cose: et che con lui non poteva essere altra forma di compositione, né altra fede; et per cosa li dicessimo, non si mosse mai da questo. Et dolendoci noi che questo non era quello per che stimavamo essere chiamati, né era secondo la expectatione di cotesta città, ci dimandò ridendo: «Et che credavate voi, per vostra fé, che io volessi da voi altro che iustificarmi?» etc. Dicemoli che, atteso la grandeza dello animo suo et giudicando noi che la amicitia et l’observantia vostra facessi per lui, aspectavamo volessi cominciare ad farvi qualche grande benifitio, quale conosciavamo essere in sua potestà, maxime essendo el signore Vitellozo suo uomo. Rispose questo: «Non aspettate voi che io cominci ad farvi benifitio, perché non solo non lo avete meritato, ma lo avete demeritato; egli è bene vero che Vitellozo è mio uomo, ma io vi giuro etc. che del tractato d’Arezo [20], io non seppi mai nulla. Non sono già stato male contento di co sa aviate perduta, anzi ne ho auto piacere, et cosí arò se seguiterà più avanti» [21]. Et dicendo noi: «Che cagione vi aviamo noi dato che’ vostri condottieri et vostre genti ci abbino ad offendere?», dixe: «Vitellozo lo fa per vendicarsi [22], et altre mia genti non si sono mescolate; anzi delle vostre terre che mi si sono volute dare io non le ho acceptate; ma risolvetevi presto perché qui non posso io tenere el mio excercito, sendo questo luogo di montagna, che troppo sarebbe danneggiato; et tra voi et mei non ha ad essere mezo [23]: o bisogna mi siate amici, o nimici». Et questa fu l’ultima conclusione et quello che ci parve possere ritrarre di tutti e’ ragionamenti, quali furono molto lunghi.
Et nel discorso sua Excellentia monstrò che per le male vostre provisioni et le forze debole et la disunione con male governo, Vitellozo solo bastava ad sforzarvi, tanto più adgiugnendovi le forze sue; et che non pensava di torvi niente del vostro, come non voleva di quello di persona, non essendo lui per tiranneggiare, ma per spegnere e’ tiranni. Et replicando noi della provisione et apparati contrarii con quello che lui diceva, et le genti franzese et il risentirsi che faceva el re, lui sempre dixe che intendeva le cose franzese al pari di uomo di Italia et che sapeva non si gabbava, ma che bene voi resteresti gabbati. Onde, vi sto non potere farli dire altro né muoverlo di questa opinione, giudicando che questi sùbiti et grandi successi lo possono avere mutato di quello perché ci avea chiamato [24] etc, non ci parendo questo per nulla conrispondente ad le sue lettere, et per dare tempo ad vostre Signorie di pensare bene ad questa sua proposta, et per vedere se in questa notte volessi fare migliore conclusione, dicemo non volere pigliare questo per risposta, ma che ci volessi pensare su stanotte et domani saremo seco per possere dare adviso certo ad vostre Signorie.
Dixe non era per mutarsi, che ci aveva pensato adsai; pure che dopo mangiare saremo seco domani, che anche noi pensassimo al bene nostro et al contento suo. Et cosí ci licentiamo con poca satisfactione nostra, vedendo che fine avessi questa chiamata. Et arendoci che queste cose importino assai, et che il modo del procedere di costoro è di essere altrui prima in casa che se ne sia alcuno adveduto (come è intervenuto ad questo Signore passato, del quale si è prima sentito la morte, che la malattia [25]), sanza mettere tempo in mezo, domani spacciereno con questo et se aremo ritracto più avanti.
Intendendo che nelle terre di questo illustrissimo et ex cellentissimo Signore erano ritenuti circa 43 muli fiorentini, ricercamo li volessi fare liberare; rispose: «Le robe sono salve e se vorrete intendervi meco, sarete contenti et non perderete nulla, ma per ora non si possono liberare».
Siamo ad dì 25 ad ore 20 et ancora questo Signore non ci ha facto chiamare. Ma ci è stato ad vicitare li signori Iulio et Paulo Orsini, e’ quali, con mostrare affectione alla città, assai confortarono fare qualche bene con questo Signore; et rispondendo essere qua per questo et che per noi non mancherebbe, riandorono quasi le medesime cose del mutare costí governo et assicurare el duca. Fuli [26] risposto come di sopra et più galiardamente. Ma loro mostrono avere assai notitia delle cose vostre et vi fanno sí deboli che ad ogni modo abbiamo ad pigliare quelle leggi vi saranno date da loro; o vero sottometterci ad el re di Francia, della cui amicitia parlando noi securamente, dissono: «Credete voi che siamo pazi et che avessimo facto una tale impresa, se il re non ce l’avessi consentita? Benché, quando non ce l’avessi consentita, la aremo prima expedita [27] che lui lo sapessi»; et che quella Maestà stimava più el duca et casa Orsina, sua fedelissimi, che non faceva voi; però ad cosa facta si contenterebbe di quello che loro, et maxime che li darebbono quello che le Signorie vostre [28], et sarebbono le cose del re in altra fermeza. Et contraddicendo noi questo vivamente, dixono che ser Pepo [29] et altri loro uomini erano certificati della mente del re et di Roano; e’ quali, benché da principio non avessino consentito, dipoi, monstro per costoro el periculo delle cose todesche, dopo una consulta di tre dì, avevono detto loro: «Andate et fate presto quello volete, perché io non posso negare le genti promesse a’ fiorentini; ma le manderò adagio et vi darò tempo». Et perché io mi trovai ad Bles [30] quando vi era ser Pepo et ve lo lasciai ributtato et sbattuto, se li mostrò che il re non posseva avere mutato volontà sanza causa et che lo vedrebbono presto et per le sue genti et per la sua presentia. Dixono: «Uno di noi ha ad restare ingannato, ma sarete quello voi; et noi pure verreno avanti et già siamo signori d’una gran parte del vostro contado et non vi resterà terra nessuna; et aviamo tanto exercito et tanta artiglieria che, quando bene verranno le genti franzese, le aranno di gratia lasciare voi et adcostarsi ad noi». Et monstrando che ’l duca come amico et come iusto non ci lascierebbe cavalcare [31] dalle sua genti, dixono: «Voi vedete pure quello fa Vitellozo, suo soldato: et vedrete quello faremo noi che saremo prima in su e’ vostri terreni che non sarete voi et non sarete perciò ritenuti», inferendo [32] che la deliberatione fussi facta et fuxi proxima; et di questo vollono mettere pegno un corsiere di 50 ducati. Insomma, costoro monstrorono alla scoperta la ’mpresa essere deliberata contro alle vostre Signorie et essere in procinto di cavalcare, faccendola vinta et sí facile che né voi né il re ad pena lo abbino ad sentire innanzi; dicendo che sapranno cavalcare 40 miglia per dí per trovarsi in su le porti [33].
Stamani, per staffecta, son venuti qui messer Cornelio Galanti, uomo de’ Vitelli, et ser Pepo di Pandolfo, né s’intende quello portino, perché questo Signore è molto solitario et segreto. Bisogna dire o che sieno venuti per sollecitare el duca ad unirsi con loro, o ad conferire delle lettere et dello araldo [34]. Non lascieremo già dire che, volendo quelli signori di sopra facci toccare con mano che il re non si curava delle cose vostre, dixono: «Perché non si fa el re intendere al duca che vi può con una lettera levare da questa briga?» Dicemo lo aveva facto, et farebbe di nuovo, et che vedrebbono presto il re non era uomo da giucarsi né la fede né li amici.
Dicono questi dua che ’l campo de’ nimici pensava d’entrare in Casentino et riuscire al Ponte ad Sieve et che il campo vostro era resoluto [35]; et si ridevono de’ condottieri et de’ soldati nostri, et che si era perso tucta quella parte da Arezo in qua, et che fra pochi dí si sentirebbe dell’altra. Et messer Cornelio accertò che Vitellozo scriveva lettere «ex pontificiis castris».
Questo Signore ha un campo vicino qui ad 3 miglia ad uno luogo detto [.. .] [36] nel quale dicono essere circa 400 uomini d’arme, 300 cavalli leggieri et 3 mila fanti; et altri 2000 ne ha che sono venuti di Romagna con messer Romiro [37]; un altro campo è intorno ad Camerino et tuctavia debbe dare el guasto [38], nel quale dicono essere più che 3000 fanti, circa 150 lance et altrettanti cavalli leggieri; et tucto dí dicono le fanterie venire da più bande perché ne comanda assai et poi fa scielta delle migliori et pagali; et fassi stima che, tra di qua et in Toscana, possa mettere insieme 16 mila persone, benché loro dichino di 20 et 25 mila.
Dello stato del Prefecto [39] non si fa dubbio che non lo possa avere ad sua posta, avendo auto questo con tanta celerità et sanza riservo di nessuna forteza.
Questo Signore è molto splendido et magnifico, et nelle armi è tanto animoso che non è sí gran cosa che non li paia piccola; et per gloria et per adquistare stato mai si riposa, né conoscie fatica o periculo. Giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi benevolere a’ suoi soldati; ha cappati [40] e’ migliori uomini d’Italia: le quali cose lo fanno victorioso et formidabile, adgiunto con una perpetua fortuna.
Siamo ad ore tre; et il duca ci ha facto chiamare et replicato quasi le medesime cose, concludendo che non può né vuole stare in questa ambiguità, ma desidera essere vostro amico, in che vuole le dua cose dette [41]; et non avendo ad essere amico, vuole essere inimico aperto. Et per assicurarsi et per avere risposta da vostre Signorie non ha voluto consentire più che 4 dì. Et benché stretto da noi, non li ha voluto prolungare per nulla: onde, benché avessimo disegnato tornarcene tucti ad dua, veduto el corto termine, non parendo poterlo fare ad me, s’è preso partito che Niccolò venga costí con quella presteza può ad farvi intendere el progresso di questi tractati; non perché lui possa referire altro che quello si dice questa lettera, ma per possere, mediante la sua venuta, tirare questa cosa in più lungheza un dí, se fia possibile. Et il cavallaro si manda con questa adciò che voi subito possiate consultarla et, alla giunta sua, darne resposta. Et restando appicato alcuna pratica, le Signorie vostre mi mandino un compagno perché io non sono per potere né per volere solo un tale carico.
Hanno, come io ritraggo, questi signori Orsini oggi combattuto assai el duca per farlo rompere con voi; non lo ha consentito, ma vuole prima intendere lo animo vostro: et fia questo poco tempo. Et però avanzino tempo le Signorie vostre, alle quali ci raccomandiamo umilmente.
Urbini, die 26 iunii ante lucem.
La non è riveduta.
E. V. Ex. D.
Servitor
Franciscus Soderinus
episcopus Volaterranum.
Note
________________________
[1] Pietro de Oviedo, messaggero del Valentino
[2] Riferimento ai Vitelli e ai Baglioni
[3] assediato
[4] Francisco Troches, segretario del Papa
[5] Francesco Maria della Rovere, figlio di Giovanna da Montefeltro
[6] Cardinale Giuliano della Rovere, futuro Papa Giulio II, designato erede del Ducato di Urbino
[7] La prima parte del contingente armato mandato dai Francesi in aiuto di Firenze per la rivolta di Arezzo.
[8] Anzuola: Anzola, si trova sulla via Emilia.
[9] Grenoble
[10] Senza fare soste prolungate
[11] lacuna nell’originale
[12] Agapito Gerardini
[13] senza le vesti da cerimonia, ma non si capisce bene dal contesto perché avrebbero dovuto indossarle dovendo ancora entrare in città, a meno che non si intenda: essendo noi ancora fuori dall’abitato.
[14] il pagamento della condotta.
[15] si concludesse
[16] la parte di denaro che di solito si anticipava ai soldati condotti (Rezasco).
[17] rimettere in città i fuorusciti, cioè i Medici
[18] imporvi un governo rigoroso e un cane da guardia.
[19] mi diate assicurazione
[20] Di ciò che Vitellozzo aveva trattato ad Arezzo.
[21] Se Vitellozzo seguiterà nell’impresa
[22] Della morte data da Firenze al fratello Paolo
[23] vie di mezzo
[24] Il successo ottenuto con la conquista del Ducato di Urbino gli aveva fatto abbandonare l’idea per cui ci aveva fatti venire
[25] Di Guidubaldo è giunta prima la notizia della rovina che quella dell’attacco (a dimostrazione della rapidità delle sue decisioni e del successo delle sue azioni.
[26] Fuli: Fu loro
[27] expedita: effettuata
[28] Con le nuove conquiste sarebbero in grado di dare al re di Francia ciò che questi si attendeva da Firenze.
[29] Pepo da Corvaia, rappresentante di Siena in Francia
[30] A Blois Franchesco Soderini era stato con Luca degli Albizzi durante le lunghe trattative che avevano preceduto l’accordo di aprile
[31] subire scorrerie
[32] Traendo conseguenza
[33] alle porte di Firenze.
[34] un araldo del re di Francia.
[35] disciolto
[36] lacuna nell’originale
[37] Ramiro de Lorqua, Luogotenente del Valentino in Romagna.
[38] guastare il territorio facendo scorrerie
[39] Giovanni della Rovere, signore di Senigallia.
[40] Ha assoldato i migliori condottieri d’Italia.
[41] le due cose dette in precedenza: pagamento di una condotta e un governo di cui possa fidarsi
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