Thomas Barindgton Macaulay

Niccolò Machiavelli

Nota: testo della prefazione dell’edizione del volume Machiavelli Minore, collana La vita e le vite, Vetrina minima, della casa editrice O.E.T. (Organizzazione editoriale tipografica, a cura di Ernesto Brunetta, Bottega dell’Antiquario Roma), edito a Roma probabilmente nel 1946 (la copia in mio possesso è datata dal presumibile primo proprietario G.B. 5/III/1947)

Thomas Babington Macaulay (il nome dell’edizione economica in oggetto è sbagliato) nacque a Rothley Temple, nel Leicestershire il 25 ottobre 1800 e morì a Londra il 28 dicembre 1859, nono figlio del filantropo evangelico Zachary Macaulay, conservatore e antischiavista, ragazzo prodigio durante gli anni di studio al Trinity College di Cambridge, dove entrò nel 1818.

Scrisse nel 1842 i Canti di Roma antica, nel 1843 un volume di Saggi critici e storici, e soprattutto la storia d’Inghilterra, cui lavorò dal 1839, i cui primi due volumi furono pubblicati nel 1848, il terzo nel 1855 e l’ultimo postumo nel 1861. Dal gusto un po’ teatrale nel presentare fatti e personaggi e dallo stile eloquente e colorito, fresco e un po’ teatrale, ma poco esatto sul piano storico anche a causa di una certa dose di pregiudizi di cui è imbevuto.

N.B. Il traduttore dell’edizione in oggetto non è indicato e per noi è sconosciuto

Parte prima

Noi dubitiamo possa esistere nella storia letteraria un nome tanto detestato come quello dell’uomo il cui carattere e i cui scritti ci proponiamo di esaminare. I termini con cui generalmente viene descritto lo dipingono come il Tentatore, il Genio del Male, lo scopritore dell’ambizione e della vendetta, il vero inventore dello spergiuro. Sembrerebbe che prima della pubblicazione del suo fatale Principe, non vi fossero mai stati un ipocrita, un tiranno o un traditore, una virtù simulata o un conveniente delitto.

Uno scrittore ci assicura, con gravità, che Maurizio di Sassonia ha imparato da questo esecrabile volume tutta la sua politica fraudolenta. Un altro ci fa notare che da quando il volume è stato tradotto in turco, i sultani si sono abbandonati più di prima all’usanza di strangolare i loro fratelli. Il nostro sciocco Lord Lyttelton accusa il povero fiorentino dei numerosi tradimenti dei Duchi di Guisa e del massacro di San Bartolomeo.

Parecchi autori hanno insinuato che il complotto contro Giacomo I, detto delle Polveri, debba essere attribuito prima di tutto alle sue dottrine, e sono del parere che la sua effigie avrebbe dovuto sostituire quella di Guy Faux nelle processioni con cui la nobile gioventù inglese commemorava annualmente la preservazione dei Tre Stati.

La Chiesa di Roma ha messo all’indice le sue opere, e i nostri compatrioti non hanno tardato a dimostrare le loro opinioni in merito. Del suo cognome hanno fatto un epiteto di briccone, e del suo nome di battesimo un sinonimo di Diavolo.

Veramente è quasi impossibile per chi non abbia una conoscenza della storia e della letteratura italiane, leggere il famoso trattato che ha suscitato tanto biasimo intorno al nome del Machiavelli senza provare orrore e sgomento. Una tale manifestazione di nuda malvagità priva di vergogna, una tale fredda, cosciente e scientifica atrocità, sembrano appartenere piuttosto a un dèmone che al più depravato degli uomini. I principii che uno scellerato ribaldo vorrebbe difficilmente accennare al suo più fidato complice, o perfino ammettere lui stesso senza cercare di mascherarli con qualche attenuato sofisma, sono espressi senza la benchè minima circonlocuzione, e considerati come assiomi fondamentali di tutta la scienza politica.

Non è strano che i lettori comuni debbano considerare l’autore di tale libro come il più depravato e sfrontato degli esseri umani. Le persone più sagge sono sempre state propense a considerare con grande diffidenza gli angeli e i demoni della moltitudine, e nel caso presente molte circostanze hanno portato persino gli osservatori superficiali a chiedere giustizia della decisione del volgo. È noto come il Machiavelli sia stato per tutta la vita un repubblicano zelante. Nello stesso anno in cui compose il suo manuale sull’arte di governare fu imprigionato e torturato per causa della pubblica libertà.

Sembra inconcepibile che il martire della libertà abbia agito deliberatamente come apostolo della tirannia. Parecchi eminenti scrittori hanno cercato perciò di scoprire in questo suo gesto sfortunato un qualche significato occulto, più conforme al carattere e alla condotta dell’autore di quanto non appaia a prima vista.

Una ipotesi è che il Machiavelli intendesse praticare sul giovane Lorenzo de’ Medici un inganno simile a quello che pare abbia impiegato Sunderland nei confronti di Giacomo II, cioè che egli incitasse il suo allievo a misure violente e perfide quale mezzo più sicuro per avvicinare il momento della liberazione e della vendetta. Un’altra supposizione, che Bacone sembra sostenere, è che il trattato sia semplicemente un pezzo di forte ironia, con l’intenzione di prevenire le nazioni contro le arti degli ambiziosi. Sarebbe facile dimostrare che nessuna di queste soluzioni si accorda a molti passi dello stesso Principe.

Ma la confutazione più decisiva è quella che viene fornita da altri lavori del Machiavelli. In tutti i suoi scritti pubblicati, o in quelli che la ricerca di compilatori ha scoperto nel corso di tre secoli, nelle sue commedie, destinate al divertimento della moltitudine, nei suoi Commenti su Livio scritti per la lettura dei più entusiastici patrioti di Firenze, o nella sua storia dedicata a uno dei più amabili e stimabili papi, nei suoi pubblici messaggi e nelle sue note private, la stessa deviazione dal principio morale per cui il Principe è stato così severamente censurato è più o meno evidente. Noi dubitiamo che sia possibile trovare in tutti i suoi molti volumi una sola espressione che indichi come la dissimulazione ed il tradimento gli abbiano fato l’impressione di azioni infamanti.

Dopo di che sembrerebbe ridicolo dire che noi conosciamo pochi scrittori i quali mostrino tanta elevatezza di sentimento, un così puro e caldo zelo per il bene comune, e un così giusto punto di vista sui doveri e sui diritti dei cittadini come il Machiavelli. Eppure è così. E persino dallo stesso Principe noi possiamo scegliere molti passaggi che sostengono questa nostra tesi. A un lettore della nostra epoca e del nostro paese questa contraddizione è a prima vista inspiegabile.

Tutto l’uomo sembra esser un enigma, un grottesco insieme di qualità antitetiche: egoismo e generosità, crudeltà e benevolenza, perfidia e semplicità, abietta infamia e romantico eroismo. Una frase è tale che un provato diplomatico vorrebbe difficilmente scriverla nell’impartire istruzioni alla sua spia più fidata: la seguente sembra estratta da un tema sulla morte di Leonida composta da un appassionato scolaro. Un atto di astuta perfidia e un atto di devozione patriottica suscitano in lui lo stesso genere e lo stesso grado di rispettosa ammirazione. La sensibilità morale dello scrittore sembra esser a volte morbosamente ottusa e a volte morbosamente acuta. Due caratteri del tutto dissimili sono riuniti in lui. Essi sono l’ordito e la trama della sua mente; e la loro combinazione, come quella dei fili variegati in una seta screziata, dà a tutta la tessitura un aspetto smagliante e sempre cangiante.

La spiegazione avrebbe potuto esser più facile se si fosse trattato di un uomo molto debole o molto viziato di mente. Ma evidentemente egli non fu né l’uno né l’altro. I suoi lavori provano, al di là di tutte le contraddizioni, che il suo intelletto era forte, il suo gusto puro e il suo senso del ridicolo squisitamente acuto.

Tutto ciò è strano, eppure il più strano vien dopo. Ad ogni modo vi è ragione di pensare che quelli tra cui viveva non vedessero alcunché di ripugnante o di incoerente nei suoi scritti. Rimangono abbondanti prove dell’alta stima di cui la sua persona e i suoi lavori erano fatti segno dai suoi contemporanei più rispettabili. Clemente VIII patrocinò la pubblicazione proprio di quei libri che nella generazione seguente il Concilio di Trento considerò inadatti alla lettura dei Cristiani. Alcuni membri del partito democratico censurarono lo scrittore per ave dedicato il Principe ad un mecenate che portava il nome impopolare dei Medici. Ma per quelle dottrine immorali che in seguito suscitarono tanta severa censura, non sembra siano state sollevate obbiezioni. Il grido contro di esse fu per la prima volta alzato da oltr’Alpe, e pare sia stato udito in Italia con sgomento. Per quanto ci è noto, il primo veniva da un nostro connazionale, il cardinale Pole. L’autore dell’Anti-Machiavelli fu un Protestante francese.

È quindi nel senso morale degli italiani di quel tempo che noi dobbiamo cercare la vera spiegazione di ciò che sembra misterioso nella vita e negli scritti di questo notevole uomo.

Siccome si tratta di un soggetto che suggerisce molte interessanti considerazioni, sia politiche che metafisiche, noi chiediamo scusa di volerlo discutere in tutta la sua estensione.

Durante i tenebrosi e disastrosi secoli che seguirono la caduta dell’Impero Romano, l’Italia conservò, più di qualsiasi altra parte dell’occidente europeo, le tracce dell’antica civiltà. La notte che era scesa su di lei era la notte di un’estate artica; l’aurora cominciò a riapparire prima che dall’orizzonte fossero svaniti gli ultimi riflessi del tramonto. Era il tempo dei Merovingi francesi e della Eptarchìa Sassone in cui l’ignoranza e la ferocia sembravano fare del loro peggio. Tuttavia persino allora le provincie napoletane, riconoscendo l’autorità dell’Impero d’Oriente, conservarono qualcosa della cultura e della raffinatezza orientali. Roma, protetta dal carattere sacro del suo pontificato, godeva, almeno relativamente, di una certa sicurezza e riposo. Persino in quelle regioni in cui i sanguinari Longobardi avevano fissato la loro monarchia vi erano molta più ricchezza, istruzione, benessere materiale e ordine sociale di quanti ve ne fossero in Gallia, in Britannia e in Germania.

Ciò che maggiormente distingueva l’Italia dai paesi vicini era l’importanza che la popolazione della città, fin dai tempi più antichi, andava acquistando. Alcune città formate in luoghi selvaggi e remoti tra quanti erano sfuggiti al furore dei barbari, conservarono la loro libertà, dapprima restando nell’ombra, finchè più tardi divennero capaci di conservarla con la forza. Altre sembravano aver conservato, sotto tutte le varie dinastie d’invasori, Odoacre e Teodorico, Narsete e Alboino, le istituzioni municipali che erano state loro conferite dalla politica liberale della Grande Repubblica. Nelle province in cui il governo centrale era troppo debole sia per proteggere che per opprimere, queste istituzioni acquistarono più presto stabilità e vigore. I cittadino, difesi dalle loro mura, governati da propri magistrati e da proprie leggi locali, godevano una considerevole parte di indipendenza repubblicana.

Così sorse un forte spirito democratico. I Sovrani Carolingi erano troppo stupiti per vincerlo. La generosa politica di Ottone il Grande lo incoraggiò. Avrebbe potuto forse venire soppresso mediante una stretta coalizione tra Chiesa e Impero. Fu protetto e rinvigorito, invece, dai loro continui dissidi. Nel dodicesimo secolo raggiunse il suo massimo vigore, e dopo un lungo ed incerto conflitto, esso trionfò sull’abilità e sul coraggio dei principi svevi.

L’aiuto del potere papale contribuì non poco alla vittoria dei Guelfi. Tuttavia il successo non sarebbe stato di grande portata se l’unico risultato fosse stato quello di sostituire una servitù morale ad una servitù politica, innalzando i Papi a spese dei Cesari. Fortunatamente la pubblica opinione italiana aveva per lungo tempo contenuto i semi di libere opinioni, che ora si erano sviluppati rapidamente sotto l’influenza feconda delle istituzioni libere. Il popolo aveva osservato troppo lungamente, e troppo da vicino, tutto il meccanismo della Chiesa, i suoi santi e i suoi miracoli, le sue grandi pretensioni ed il suo splendido cerimoniale, le sue benedizioni senza valore e le sue maledizioni innocue, per poter essere ingannato. Stava dietro le scene sulle quali gli altri fissavano i loro sguardi con stupore, con terrore infantile e con interesse. Vedeva la montatura del macchinario e la fabbricazione dei tuoni. Vedeva le facce al naturale e udiva le voci naturali degli attori.

Le nazioni lontane consideravano il papa quale vice reggente dell’Onnipotente, Oracolo del Santissimo, arbitro di quelle decisioni e dispute di teologi e di re in cui nessun cristiano poteva far appello. Gli italiani erano a conoscenza delle follie della sua gioventù e di tutte le arti disoneste impiegate per raggiungere il potere. Sapevano quante volte avesse usato le chiavi la Chiesa per liberarsi dai più sacri impegni, per impinguare le tasche delle sue cortigiane e dei suoi nipoti. Seguivano con riguardosa riverenza le dottrine e i riti della religione dominante, ma pur chiamandosi cattolici avevano cessato di essere papisti. Quelle armi spirituali, che portavano terrore nei palazzi e nei campi dei più prodi sovrani, provocavano solo il loro scherno. Quando Alessandro III obbligò il nostro Enrico II a sottoporsi alla sferza davanti alla tomba di un suddito ribelle, egli stesso era un esule. I romani apprendendo che il papa concepiva disegni contro le loro libertà, lo cacciarono, e benchè solennemente promettesse di dedicarsi nel futuro alle sole funzioni spirituali, si rifiutarono di riammetterlo in città.

In qualsiasi altra parte d’Europa una larga e potente classe privilegiata calpestava il popolo e sfidava il governo. Ma nelle più fiorenti parti d’Italia i nobili feudali erano diventati relativamente insignificanti. In alcuni distretti si misero sotto la protezione di repubbliche potenti cui non erano in grado di opporsi, e a poco a poco si confusero colla massa dei borghesi. In altri l’influenza della nobiltà esistette, ma fu esercitata da capi di stati Transalpini. I nobili italiani non furono principi minuscoli, ma cittadini eminenti. Invece di rafforzare le loro fortezze situate sulle montagne abbellirono coi loro palazzi le piazze principali. Le condizioni sociali negli stati napoletani, e in parte di quelli pontifici, assomigliavano di più a quelle che esistevano nelle grandi monarchie europee. Ma i governi di Lombardia e di Toscana, attraverso i loro mutamenti, conservarono un carattere differente.

Un popolo quando è riunito in una città è più formidabile per i suoi governanti di quando è disperso in una vasta estensione di campagna. I Cesari più arbitrari hanno trovato necessario nutrire e divertire a spese delle province gli abitanti delle loro capitali, difficili ad esser governati. I cittadini di Madrid hanno più d’una volta assediato il loro sovrano nel suo palazzo e gli hanno estorto le più umilianti concessioni. I sultani sono stati sovente costretti a propiziarsi la feroce canaglia di Costantinopoli con la testa di qualche Visir impopolare. Per la stessa ragione vi era una certa nota di democrazia nelle monarchie ed aristocrazie del nord d’Italia.

Così la libertà, invero parzialmente, e transitoriamente, ritornò in Italia, e con la libertà vennero il commercio e il dominio, la scienza e il gusto, e tutti gli agi e gli ornamenti della vita. Le Crociate da cui gli abitanti degli altri paesi guadagnarono solamente reliquie e ferite, portarono alle nascenti repubbliche dell’Adriatico e del Tirreno un grande aumento di ricchezza, di dominio e di sapere. La posizione morale e geografica le mise in grado di trar vantaggio dal barbaro Occidente, e dalla civiltà dell’Oriente. Le loro navi percorrevano tutti i mari. Le loro fabbriche sorgevano su ogni costa. I loro agenti di cambio si erano stabiliti in ogni città. Le industrie fiorivano. Vennero istituite le banche. Le operazioni commerciali furono facilitate da molte utili e belle invenzioni. Noi dubitiamo che un altro paese d’Europa, forse eccettuato il nostro, abbia raggiunto oggi un grado di civiltà e di prosperità uguale a quello che quattrocento anni fa era in alcune parti d’Italia. Gli storici difficilmente scendono a quei particolari da cui solamente si posson trarre le reali condizioni di una società. Per questo motivo la posterità è troppo sovente ingannata dalle vaghe iperboli dei poeti e dei rètori, che confondono lo splendore di una corte con la felicità di un popolo.

Fortunatamente Giovanni Villani ci ha dato un’ampia e precisa relazione su Firenze nella prima metà del quattordicesimo secolo. Le entrate della Repubblica ammontavano a trecento mila fiorini, somma che, deducendo il deprezzamento dei metalli preziosi, equivale ad almeno seicentomila sterline. La cifra era maggiore di quella che l’Inghilterra e l’Irlanda, due secoli fa, pagavano annualmente ad Elisabetta, e secondo i calcoli che abbiamo visto, era maggiore anche di quella che il Gran Duca di Toscana percepisce attualmente da un territorio molto più vasto.

L’industria della lana, da sola, era composta di 200 fabbriche e di trentamila operai. La vendita delle stoffe produceva annualmente, in media, 1.200.000 fiorini, ciò che equivale a due milioni e mezzo di sterline. quattrocento mila fiorini venivano annualmente coniati. Ottanta banche facevano le operazioni commerciali non solamente di Firenze ma di tutta l’Europa. Le operazioni di queste istituzioni erano qualche volta di tale entità da sorprendere persino i contemporanei dei Baring e dei Rotschild. Due banche prestarono ad Edoardo III d’Inghilterra oltre trecentomila marchi, nel tempo in cui il marco conteneva più argento di 50 scellini odierni e quando il valore dell’argento era quattro volte di più dell’attuale. La città con i suoi dintorni aveva 170 mila abitanti. Nelle varie scuole circa 10.000 ragazzi imparavano a leggere; 1.200 studiavano l’aritmetica, 600 ricevevano una istruzione superiore. Il progresso dell’elegante letteratura e delle arti era proporzionato alla prosperità pubblica.

Sotto i dispotici successori di Augusto tutti i campi dell’ingegno si erano convertiti in lande deserte in cui restavano tracce degli antichi confini, tracce di antiche culture, ma che non producevano né fiori né frutti. Venne il diluvio dei barbari. Questo spazzò via tutti i confini. Cancellò tutti i segni della precedente cultura. Ma fertilizzò devastando. Quando si ritrasse, il deserto divenne come il giardino del Signore, lieto da ogni parte, ridente, felice, traboccante tutto con spontanea abbondanza di cose luminose o fragranti o nutrienti. Un nuovo linguaggio, caratterizzato da una semplice dolcezza e da una semplice energia, raggiunse la perfezione. Nessuna lingua ha mai fornito più smaglianti e più vividi colori alla poesia, e poco dopo apparve un poeta che seppe impiegarli.

Al principio del 14° secolo nacque la Divina Commedia, che senza confronto è il più grande lavoro di immaginazione apparso dopo il poema di Omero. La generazione successiva non produsse, invero, un secondo Dante, ma si distinse particolarmente per la sua attività intellettuale in genere. Lo studio degli scrittori latini non fu mai completamente abbandonato in Italia. Il Petrarca introdusse una più profonda, liberale ed elegante cultura e comunicò ai suoi connazionali quell’entusiasmo per le lettere, per la storia e per le antichità romane che divise il suo cuore con una donna insensibile e con una più insensibile musa. Il Boccaccio richiamò la loro attenzione ai più sublimi ed eleganti modelli della Grecia.

Da allora l’ammirazione per gli scienziati, e per i genii, divenne quasi un’idolatria del popolo italiano. Re e repubbliche, cardinali e dogi, gareggiavano tra loro nell’onorare e lodare il Petrarca. Ambasciate di Stati rivali sollecitarono l’onore del suo insegnamento. La sua incoronazione agitò la Corte di Napoli ed il popolo di Roma come avrebbe potuto farlo il più importante avvenimento politico. Raccogliere libri e antichità, istituire cattedre, proteggere uomini di scienza, divenne quasi una moda universale tra i grandi. Lo spirito delle ricerche letterarie si alleò con quello delle imprese commerciali.

Ogni luogo dove i principi, i mercanti di Firenze estendevano il loro traffico gigantesco, dai bazar del Tigri ai monasteri del Clyde (fiume della Scozia, ndr.) fu rovistato per scoprire medaglie e manoscritti. L’architettura, la pittura e la scultura erano munificamente incoraggiate, e sarebbe difficile nominare un eminente personaggio italiano del periodo di cui parliamo, che, qualunque sia stato il suo carattere, non abbia almeno mostrato amore per le lettere e le arti.

Cultura e pubblica prosperità continuarono a progredire assieme. Entrambe raggiunsero il loro vertice all’epoca di Lorenzo il Magnifico. Noi non possiamo fare a meno di citare lo splendido passaggio, con cui il Tucidide Toscano (Francesco Guicciardini, ndr.) descrive lo stato d'Italia in quel periodo: "Ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno nei luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni più fertili, né sottoposta ad altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori e di ricchezza, ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti principi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla serietà e maestà della religione, fioriva d’uomini pregiatissimi nell’amministrazione delle cose pubbliche e d’ingegni molto nobili in tutte le scienze ed in qualunque arte preclara ed industriosa".

Quando leggiamo questa giusta e splendida descrizione difficilmente ci persuadiamo di leggere dello stesso tempo in cui gli annali d’Inghilterra e di Francia ci presentano solamente uno spettacolo pauroso di povertà, di barbarie e d’ignoranza. Dall’oppressione di padroni analfabeti e dalla sofferenza di contadini abbrutiti, è splendido rivolgersi agli opulenti ed illuminati Stati d’Italia: alle vaste e magnifiche città, ai porti, agli arsenali, alle ville, ai musei, alle biblioteche, ai mercati pieni di ogni articolo di benessere o di lusso, alle fabbriche formicolanti di operai, agli Appennini coperti di ricche colture fino alla loro sommità, al Po che recava le messi della Lombardia, ai granai di Venezia, e riportava sete del Bengala e pellicce della Siberia ai palazzi di Milano.

Con particolare piacere ogni mente colta riposa sulla bella, felice e gloriosa Firenze; nelle sale risonanti della gaiezza del Pulci; nel luogo dove brillava la lampada di mezzanotte del Poliziano, sulle statue cui l’occhio ardente di Michelangelo giovane si rivolse col desiderio di eguagliarle nei giardini in cui Lorenzo meditò i meravigliosi canti per la danza di Maggio delle vergini etrusche. Ohimè, per la bella città! Ohimè, per l’intelligenza, per la scienza, il genio e l’amore!

 "Le donne e i cavalier, gli affanni, gli agi,

che ne ‘nvogliava amore e cortesia,

Là dove i cuor son fatti sì malvagi."

                                  (Dante, Purgatorio, XIV)

Era venuto il tempo in cui tutte le sette fiale dell’Apocalisse dovevano esser versate e scosse su questi ameni luoghi un tempo di carneficina, di carestia, di miseria, d’infamia, di schiavitù, di disperazione!

Negli Stati italiani, come in molti esseri naturali, la decrepitezza prematura fu il castigo di una precoce maturità, la loro grandezza precoce e il loro precoce declino devono essere attribuiti principalmente alla stessa causa: la preponderanza che le città avevano raggiunto nel sistema politico.

In una comunità di cacciatori o di pastori ogni uomo diviene facilmente, quando è necessario un soldato. Le sue occupazioni ordinarie sono perfettamente cònsone a tutti i doveri del servizio militare. Per quanto una spedizione sia lontana egli trova facile trasportare con sé quanto occorre per il suo sostentamento. Tutto il popolo è un esercito; tutto l’anno è una marcia. Queste furono le condizioni sociali che facilitarono le conquiste gigantesche di Attila e di Tamerlano.

Ma un popolo che vive della coltivazione della terra si trova in una situazione molto differente. Il contadino è legato alla terra che lavora. Una lunga campagna sarebbe rovinosa per lui. Tuttavia le sue occupazioni sono tali da dare ancora al suo corpo la forza necessaria ad un soldato. L’agricoltura non richiede, almeno nella sua infanzia, una cura ininterrotta. In alcuni determinati periodi dell’anno, il contadino è quasi del tutto disoccupato e può senza danno allontanarsi il tempo necessario per una breve spedizione. Le legioni di Roma durante le prime guerre furono formate appunto così. La stagione in cui la presenza dei contadini non è richiesta era sufficiente per una breve incursione e per una battaglia. Queste operazioni, troppo frequentemente interrotte per dare risultati decisivi, servivano però a tenere nel popolo un grado di disciplina e di coraggio che lo rendeva non solamente sicuro, ma formidabile. Gli arcieri e gli alabardieri del Medioevo, che con un approvvigionamento sufficiente per 40 giorni, lasciavano i campi per la guerra, erano truppe di questo genere.

Ma quando il commercio e le industrie cominciano a fiorire si verifica un grande cambiamento. Le abitudini sedentarie al banco e al telaio rendono insopportabili le fatiche e le privazioni di guerra. L’occupazione dei commercianti e degli artigiani richiede la loro costante attenzione e presenza. In una tale comunità resta poco tempo superfluo; ma generalmente resta molto denaro superfluo. Alcuni membri della società vengono quindi assoldati per alleviare agli altri un compito incompatibile con le loro abitudini ed occupazioni.

La storia della Grecia è a questo proposito come per molti altri, il migliore commentario della storia d’Italia.

Cinquecento anni prima dell’èra Cristiana i cittadini delle repubbliche situate sul mare Egeo formavano forse la migliore milizia che fosse mai esistita. Quando la prosperità e la raffinatezza progredirono, il sistema soffrì un’alterazione graduale. Gli Stati del mar Egeo furono i primi a coltivare il commercio e le arti ed i primi in cui l’antica disciplina decadde. Ottanta anni dopo la battaglia di Platea, le truppe mercenarie manovravano ovunque per assedi e battaglie. Al tempo di Demostene era quasi impossibile persuadere od obbligare un ateniese ad arruolarsi per combattere in un paese lontano. Le leggi di Licurgo proibivano commercio e industria. Gli spartani quindi continuarono a formare una forza nazionale molto tempo dopo che i loro vicini avevano cominciato ad assoldare le milizie. Ma il loro spirito militare decadde con le loro singole istituzioni. Nel secondo secolo la Grecia aveva una sola nazione di guerrieri, i selvaggi montanari dell’Etolia che erano almeno di dieci generazioni più indietro dei loro connazionali per civiltà e per intelligenza.

Tutte le cause che produssero questi effetti tra i greci agirono anche più fortemente sugli italiani moderni. Invece di una potenza come Sparta, di natura guerriera, essi avevano tra loro uno stato ecclesiastico di natura pacifica. Dove vi sono numerosi schiavi ogni uomo libero è indotto da pressanti ragioni a famigliarizzarsi con l’uso delle armi. Gli Stati italiani non brulicavano come quelli della Grecia di migliaia di questi nemici interni. Infine, la maniera con cui le operazioni militari erano condotte durante i tempi della prosperità d’Italia riuscivano particolarmente sfavorevoli alla formazione di una milizia efficiente.

Uomini coperti di ferro dalla testa ai piedi, armati di lance poderose e montati su cavalli di razza, erano considerati la forza di un esercito. La fanteria era in confronto considerata di nessun valore ed era trascurata al punto di diventare realmente tale. Questa tattica mantenne il suo prestigio per secoli nella maggior parte d’Europa. Che i soldati appiedati potessero sostenere la carica di una cavalleria pesante era ritenuto del tutto impossibile, finchè, verso la fine del quindicesimo secolo, i rozzi montanari svizzeri sciolsero l’incanto e stupirono i più sperimentati generali sostenendo il temuto urto con una impenetrabile foresta di picche.

L’esercizio della lancia greca, della spada romana o della moderna baionetta si può acquistare con una certa facilità. Ma un breve esercizio giornaliero per molti anni non può abituare un uomo a sopportare una poderosa armatura e a maneggiare un’arma troppo pesante. In tutta l’Europa questo importantissimo ramo di guerra divenne una professione a sé.

Al di là delle Alpi, invero, per quanto fosse una professione, esso non fu generalmente considerato un mestiere. Era il dovere ed il divertimento di una casta classe di signori del paese. Era il servizio con cui essi tenevano le loro terre, e il diversivo con cui, in assenza di risorse mentali, riempivano le ore di ozio. Ma negli Stati del Nord d’Italia, come abbiamo già fatto osservare, la crescente potenza delle città, quando non aveva distrutto questa classe di uomini, aveva completamente cambiato le loro abitudini. Quivi perciò l’uso d’impiegare mercenari era divenuto generale al tempo in cui in altri paesi era ancora sconosciuto.

Quando la guerra divenne il mestiere di una classe particolare, la misura meno pericolosa che rimanesse ad un governo sarebbe stata quella di formare di questa classe un esercito permanente. È quasi impossibile per gli uomini che passano la loro vita al servizio di uno stato non sentire interesse per la sua grandezza: Le sue vittorie sono le loro vittorie. Le sue sconfitte sono le loro sconfitte. Il contratto perde una parte del suo carattere mercantile. I servizi del soldato sono considerati come il risultato di uno zelo patriottico, la sua paga un tributo della gratitudine nazionale. Tradire la potenza che lo impiega, o semplicemente esser negligente nell’eseguire il suo servizio, è ai suoi occhi il più atroce e degradante delitto.

Quando i principi e le repubbliche d’Italia cominciarono ad assoldare le truppe mercenarie la misura più prudente sarebbe stata quella di formare delle istituzioni militari in ogni stato. Disgraziatamente non fu fatto così. I guerrieri mercenari della Penisola, invece di esser attaccati al servizio di un solo stato, erano considerati di proprietà comune. Il rapporto tra lo stato e i suoi difensori era ridotto ad un puro e semplice traffico. L’avventuriero portava il suo cavallo, la sua arma, la sua forza e la sua esperienza sul mercato. Se il Re di Napoli o il Duca di Milano o il Papa o il Signore di Firenze concludeva l’affare, per lui era questione completamente indifferente. Egli stava solo per la paga più alta e per l'impegno di maggior durata. Quando la campagna per la quale era stato contrattato era finita, non vi era né legge né scrupolo che gli impedisse di volgere istantaneamente le sue armi contro l’ultimo padrone. Il soldato era interamente disgiunto dal cittadino e dal suddito.

Ne seguirono conseguenze naturali. Lasciata alla condotta di uomini che non amavano quelli che difendevano né odiavano quelli contro cui si battevano, che erano sovente legati da vicoli più forti all’esercito contro cui combattevano che allo stato che servivano, che ci perdevano se terminava il conflitto e guadagnavano dal prolungarsi di questo, la guerra cambiò completamente carattere. Ogni uomo scendeva in campo sapendo che tra pochi giorni avrebbe potuto ricevere la paga della potenza contro cui in quel momento era impiegato, e che avrebbe combattuto al lato del suo nemico contro il suo attuale alleato.

Il più forte interesse ed i più vivi sentimenti concorrevano a mitigare le ostilità di quelli che erano stati fin poco prima fratelli d’arme, e che avrebbero potuto ben presto diventare, ancora una volta, fratelli d’arme. La loro comune professione era un patto d’unione da non esser dimenticato nemmeno quando erano impegnati al servizio di parti contendenti. Da qui risultarono operazioni languide ed indecise oltre ogni esempio della storia, marce e contromarce, spedizioni fatte a scopo di saccheggio ed assedi e capitolazioni senza spargimento di sangue, combattimenti del pari incruenti, che formano la storia militare d’Italia durante il corso di due secoli. Potenti eserciti combattono dall’alba al tramonto. Una grande vittoria è ottenuta. Migliaia di prigionieri sono presi; quasi mai una vita è perduta.

Una battaglia campale sembra esser stata in realtà meno pericolosa di un ordinario tumulto civile.

Il coraggio non è ormai più necessario nemmeno al carattere militare. Gli uomini invecchiano sui campi di battaglia ed acquistano la più alta fama per i loro fatti d’arme, senza esser mai chiamati a far fronte ad un serio pericolo. Le conseguenze politiche sono troppo note. La parte del mondo più ricca e più illuminata rimase, così, indifesa agli assalti di barbari invasori, alla brutalità della Svizzera, all’insolenza della Francia e della crudele rapacità dell’Aragona. Gli effetti morali che ne seguirono furono anche più notevoli.

Tra le nazioni rozze che si trovavano al di là delle Alpi il valore era assolutamente indispensabile. Senza questo nessuno poteva essere eminente, pochi potevano essere sicuri. La viltà quindi era considerata come la più nefanda vergogna. Tra gli italiani raffinati, arricchiti dal commercio, governati da leggi e appassionati alle lettere, ogni cosa veniva ottenuta con la superiorità dell’intelligenza. Le loro guerre, più pacifiche della pace dei loro vicini, richiedevano piuttosto doti civili che militari. Per cui, mentre negli altri paesi il coraggio costituiva il punto d’onore, l’ingegnosità era il punto d’onore in Italia.

Da questi principî vennero dedotti, con processi strettamente analoghi, due sistemi opposti di adeguata moralità. Nella maggior parte d’Europa i vizi propri ad un’indole timida e che sono la difesa naturale della debolezza, cioè la frode e l’ipocrisia, erano considerati come i più disonorevoli. Mentre, d’altra parte, l’eccesso di spirito altero e ardito era considerato con indulgenza e persino con rispetto. Gli italiani consideravano invece con uguale indulgenza quei delitti che richiedevano dominio di sé stesso, tatto, rapida osservazione, fervida immaginazione e profonda conoscenza della natura umana.

Così un principe come il nostro Enrico V sarebbe stato l’idolo del Nord. Le follie della sua gioventù, l’egoistica e desolata ambizione della sua maturità, i Lollardi arrostiti a lento fuoco, i prigionieri di guerra massacrati sul campo di battaglia, le investiture e le astuzie ecclesiastiche mantenute per un altro secolo, la terribile eredità di una guerra irragionevole e senza speranza lasciata ad un popolo cui nulla importava del suo esito, ogni cosa fu dimenticata, eccetto la vittoria di Agincourt!

Francesco Sforza, d’altra parte, fu il modello dell’eroe italiano. Egli fece, di chi si serviva di lui e dei suoi rivali, degli strumenti. Egli prima sottomise i suoi aperti nemici con l’aiuto di alleati sleali; si armò quindi contro i suoi alleati con il bottino preso dai suoi nemici. Con la sua incomparabile scaltrezza si elevò dalla situazione precaria e dipendente di avventuriero militare al primo trono d’Italia. A un tale uomo fu perdonato: vuota amicizia, inimicizia ingenerosa, violazione di fede. Tali sono gli errori opposti che commettono gli uomini, quando la loro moralità non è una scienza, ma un gusto; quando essi abbandonano gli eterni principî per delle associazioni accidentali.

Noi abbiamo spiegato il nostro pensiero con un esempio peso dalla storia. Ne prendiamo un altro dalla letteratura. Otello uccide sua moglie; dà ordine di uccidere il suo luogotenente; e finisce con l’uccidersi. Eppure non perde mai la stima e l’affetto dei lettori del Nord, il suo spirito ardente ed intrepido lo redime di tutto. L’ingenua fiducia con cui ascolta chi lo consiglia, il tormento con cui si ritrae inorridito dai pensieri vergognosi, la tempesta di passione in cui commette i suoi delitti e l’altero ardimento con cui li riconosce, danno un interesse straordinario al suo carattere. Iago al contrario è oggetto di generale disgusto.

Molti sono portati a sospettare che Shakespeare sia stato sedotto da una esagerazione che non gli è abituale, ed abbia dipinto un mostro che non ha precedenti nella natura umana. Ora, noi sospettiamo che un uditorio italiano del quindicesimo secolo avrebbe provato sentimenti diversi. Otello non avrebbe ispirato altro che disgusto e disprezzo. La follìa con cui egli si fida delle professioni di amicizia di un uomo i cui piani egli ha ostacolato, la credulità con cui egli prende gratuite asserzioni e circostanze frivole per prove irrefutabili, la violenza con cui egli tace la discolpa fino a che questa non può far altro che aggravare la sua disgrazia, avrebbe eccitato l’orrore e il disgusto degli spettatori. La condotta di Iago l’avrebbero sicuramente condannata, ma l’avrebbero condannata come noi condanniamo quella della sua vittima. Un certo interesse e rispetto si sarebbe mescolato alla disapprovazione. La prontezza dell’intelligenza di Iago, la chiarezza del suo giudizio, la destrezza con cui egli penetra nell’indole degli altri e occulta la propria gli avrebbero assicurato una certa porzione della loro stima.

Tale era la diversità tra gli Italiani e i loro vicini. Una differenza analoga esisteva tra i greci del secondo secolo prima di Cristo e i loro padroni romani. I conquistatori, coraggiosi e risoluti, fedeli ai loro impegni e fortemente influenzati dal sentimento religioso, erano, allo stesso tempo, ignoranti, arbitrari e crudeli. Nel popolo vinto erano depositate le arti, la scienza e la letteratura del mondo occidentale. Nella poesia, nella filosofia, nella pittura, nell’architettura, nella scultura, i greci non avevano rivali. I loro modi erano raffinati, le loro percezioni acute, il loro ingegno pronto; erano tolleranti, affabili, umani. Ma di coraggio e di sincerità erano quasi completamente privi. I rozzi guerrieri che li avevano sottomessi si consolavano della loro inferiorità intellettuale facendo notare che scienza e gusto sembravano aver reso gli uomini atei, codardi e schiavi. La differenza continuò per lungo tempo ad essere fortemente marcata, e fornì un ammirabile soggetto al sarcasmo di Giovenale.

Il cittadino di uno stato italiano era il greco del tempo di Giovenale e il greco del tempo di Pericle riuniti in un uomo solo. Come il primo egli era timido ed arrendevole, astuto e senza scrupoli. Ma come il secondo, aveva una patria sua, la cui prosperità ed indipendenza gli erano care. Se la sua reputazione era diminuita da qualche abietto delitto, era, d’altra parte, nobilitata da un patriottismo e da una onorevole ambizione.

Un vizio autorizzato dall’opinione pubblica è semplicemente un vizio. Il male termina in sé stesso. Un vizio condannato dall’opinione pubblica produce un effetto pernicioso sui caratteri. Il primo è una malattia circoscritta, il secondo una infermità di tutto il corpo. Quando la reputazione del colpevole è perduta, egli molto sovente, per disperazione abbandona ogni avanzo della sua virtù. Un Signore delle montagne scozzesi, che un secolo fa (all’inizio del ‘700, ndr.) viveva di tributi estorti ai suoi vicini, commetteva lo stesso delitto per cui Wild venne giustiziato a Tyburn tra gli evviva di 200 mila persone. Ma non vi può esser dubbio che egli fosse molto meno depravato di Wild. Le gesta per cui la signora Brownrigg fu impiccata scompaiono nel nulla se si confrontano con la condotta del romano che faceva divertire il pubblico con un paio di centinaia di gladiatori. Eppure probabilmente noi saremmo in errore se supponessimo che tale romano avesse un’indole tanto crudele come quella della signora Brownrigg.

Nel nostro paese una donna compromette la sua situazione in società con ciò che in un uomo è comunemente considerata un’onorifica distinzione o, nel peggiore dei casi, come un peccato veniale. La conseguenza è nota. La reputazione morale di una dona è sovente più macchiata da un semplice passo falso che quella di un uomo da venti anni di tresche. L’antichità classica ci fornirebbe argomenti anche più decisivi, se possibile, di quelli che abbiamo riferito.

Noi dobbiamo applicare questo principio al caso che abbiamo di fronte a noi. L’abitudine di dissimulare e di mentire, senza dubbio contrassegnano un uomo della nostra epoca e del nostro paese, come un individuo del tutto spregevole e rotto a ogni vizio. Ma in nessun modo ne consegue che un simile giudizio sarebbe esatto nel caso di un italiano del medioevo. Al contrario, noi troviamo sovente in lui quegli errori che siamo usi a considerare come indizi sicuri di una mente depravata, uniti a grandi e buone qualità come la generosità, la benevolenza, il disinteresse. Da una tale situazione sociale Palamede, nei mirabili dialoghi di Hume, avrebbe potuto trarre esempi per la sua teoria tanto più sorprendenti di quelli fornitigli da Fourli. Queste non sono, ben lo sappiamo, le lezioni che gli storici generalmente amano impartire con molta attenzione o che i lettori desiderano imparare maggiormente. Ma non per questo sono inutili.

Come Filippo dispose le sue truppe a Cheronea, dove Annibale attraversò le Alpi, se la Regina Maria di Scozia fece saltare in aria Darley giacente infermo nella sua casa solitaria, o se Siquier sparò contro Carlo XII, e oltre diecimila domande della stessa natura, non sono in se stesse importanti. La ricerca può divertirci, ma il risultato non aumenta il nostro sapere. Legge invece bene la storia solo chi nota le forze che, in date circostanze, hanno il potere d’influenzare i sentimenti e le opinioni degli uomini, per cui sovente i vizi diventano virtù, i paradossi assiomi, ed egli impara così a distinguere ciò che è accidentale e transitorio nella natura umana, da ciò che è essenziale ed immutabile.

Al riguardo nessuna storia suggerisce riflessioni più importanti di quella degli stati di Toscana e di Lombardia. Il carattere dello statista italiano sembra, a prima vista, una collezione di contraddizioni, un fantasma così mostruoso come la portinaia dell’Inferno di Milton, metà divinità e metà rettile, maestà e bellezza in alto, strisciante e vile serpente in basso. Noi vediamo un uomo i cui pensieri e le cui parole non hanno relazione fra loro; che non esita mai a giurare quando vuole sedurre, che non vuole mai un pretesto quando ha intenzione di tradire. La sua crudeltà scaturisce non dall’ardore del sangue o dall’insania di una forza non controllata, ma dalla profonda e fredda meditazione. Le sue passioni, come eserciti bene addestrati, sono impetuose con regola, e nella loro furia più impetuosa non dimenticano mai la disciplina a cui sono state abituate. Tutta la sua anima è occupata da un vasto e complicato disegno ambizioso. Tuttavia il suo aspetto, il suo linguaggio non mostrano altro che una filosofica moderazione. Odio e vendetta corrodono il suo cuore; mentre il suo sguardo è un cordiale sorriso, il suo gesto una carezza familiare. Egli non mette mai in sospetto l’avversario con piccole provocazioni. Il suo proposito è svelato solo quando è compiuto. Il suo viso è sereno, il suo parlare cortese, finchè viene sopita ogni vigilanza, finchè un punto vitale è esposto, finchè la mira sicura è stata presa; e allora egli colpisce, per la prima ed ultima volta.

Egli non possiede, né dà valore, al coraggio militare, vanto del bestiale tedesco, del frivolo e loquace francese, del romantico ed arrogante spagnolo. Egli schiva il pericolo, non perché sia insensibile alla vergogna, ma perché, nella società in cui vive, la timidezza ha cessato di essere una vergogna. Offendere apertamente è, secondo lui, altrettanto male che offendere segretamente, ed è molto meno redditizio. Per lui i mezzi più onorevoli sono quelli più sicuri, più spediti e più oscuri. Non può comprendere come un uomo possa avere scrupolo d’ingannarlo se egli non ha scrupolo di distruggerlo. Considererebbe pazzia dichiarare aperta ostilità ad un rivale che può pugnalare in un amichevole abbraccio o avvelenare con un’ostia consacrata.

Eppure quest’uomo pieno di quei vizi che noi consideriamo come i più ripugnanti – traditore, ipocrita, codardo, assassino – non era in alcun modo privo di quelle virtù che noi generalmente consideriamo indice di superiorità di carattere. Per coraggio civile, perseveranza, presenza di spirito, quei barbari guerrieri che erano i primi nei campi di battaglia o sulla breccia, gli erano del tutto inferiori. Persino i pericoli che egli scansava con prudenza quasi pusillanime non confusero mai le sue percezioni, non paralizzarono mai le sue facoltà inventive, non strapparono mai un segreto dalla sua pronta lingua e dalla sua imperscrutabile fronte. Sebbene nemico pericoloso e ancor più pericoloso complice, egli governava con giustizia. Con tante slealtà nella sua politica,, vi era un grado straordinario di equità nel suo intelletto. Indifferente alla verità nelle transazioni della vita, egli era onestamente dedito alla verità delle ricerche speculative. La crudeltà senza scopo non era nella sua natura.

Al contrario, dove non era in gioco uno scopo politico, la sua disposizione era dolce ed umana. La suscettibilità dei suoi nervi e l’attività della sua immaginazione lo rendevano propenso a simpatizzare con il sentimento degli altri ed a trovar piacere nella carità e nelle cortesie della vita sociale. Sempre disposto a commettere azioni che potrebbero far sospettare una mente malata in tutte le sue facoltà, aveva invece una sensibilità squisita per il sublime naturale e morale, per ogni concezione gentile ed elevata. L’abitudine agli intrighi meschini e alle dissimulazioni avrebbero potuto renderlo incapace di vedute ampie e generali, se l’ampiezza dei suoi studi non avesse neutralizzato ogni tendenza alla grettezza. Conobbe i più acuti godimenti dello spirito, l’eloquenza e la poesia. Le belle arti si avvantaggiarono tanto per la severità dei suoi giudizi che per la liberalità del suo mecenatismo.

I ritratti dei più notevoli italiani di quel tempo sono perfettamente in armonia con questa descrizione: Fronti ampie e maestose, sopracciglia marcate e scure, ma non corrugate, occhi in cui la calma penetrante, senza esprimer nulla, sembra discernere ogni cosa; guance pallide per le lunghe meditazioni e le abitudini sedentarie; labbra formate con femminea delicatezza ma compresse con decisione più che virile, denotano il carattere di uomini intraprendenti e perspicaci; abili nello scoprire i propositi altrui e nel celare i propri; che debbono aver avuto formidabili nemici ed alleati pericolosi, ma che allo stesso tempo erano miti ed equanimi, e che possedevano una mente aperta e sottile che li avrebbe resi eminenti sia nella vita attiva che in quella contemplativa, e adatti sia a governare che ad istruire l’umanità.

 

Nota: testo della prefazione dell’edizione del volume Machiavelli Minore, collana La vita e le vite, Vetrina minima, della casa editrice O.E.T. (Organizzazione editoriale tipografica, a cura di Ernesto Brunetta, Bottega dell’Antiquario Roma), edito a Roma probabilmente nel 1946 (la copia in mio possesso è datata dal presumibile primo proprietario G.B. 5/III/1947)

parte seconda

Ogni epoca ed ogni nazione presentano alcuni difetti caratteristici, che prevalgono quasi generalmente in tutti, che difficilmente una persona ha scrupolo di evitare, e che persino i moralisti più severi condannano debolmente. Le seguenti generazioni cambiano il tipo della loro morale, con i loro cappelli e le loro vetture; prendono sotto il loro patrocinio qualche altra qualità di debolezza e si sorprendono della depravazione dei loro antenati. E questo non è tutto. La posterità, quell’alta corte d’appello, che non si stanca mai di decantare la sua propria giustizia ed il suo discernimento, agisce, in queste occasioni, come un dittatore romano dopo un ammutinamento generale. Vedendo che i delinquenti sono troppo numerosi per esser tutti puniti, ne sceglie a caso alcuni per far sopportare loro l’intero castigo di una offesa in cui essi non sono più profondamente implicati ci quelli che si salvano. Se la decimazione sia un metodo conveniente o meno di esecuzione militare, noi non lo sappiamo; ma protestiamo solennemente contro l’introduzione di un tale principio nella filosofia della storia.

Nell’attuale esempio la sorte è toccata al Machiavelli; un uomo la cui pubblica condotta era retta ed onorevole, i cui punti di vista di moralità, dove differivano da quelli dei suoi contemporanei differivano in meglio, e la cui unica colpa era quella che, avendo adottato alcune massime generalmente accettate in quel tempo, le aveva espresse più luminosamente, e con maggior forza di qualsiasi altro scrittore.

Avendo ora, speriamo, chiarito sotto certi aspetti il carattere personale del Machiavelli, veniamo a considerare i suoi lavori.

La corrispondenza politica del Machiavelli, pubblicata per la prima volta nel 1767, è senza dubbio autentica e di alto valore. Le disgraziate circostanze in cui il suo paese venne a trovarsi durante la maggior parte della sua vita pubblica diedero un incoraggiamento straordinario al talento diplomatico. Dal momento in cui Carlo VIII discese dalle Alpi, tutto il carattere della politica italiana si cambiò.

I governi della Penisola cessarono di formare un sistema indipendente. Tolti dalla loro vecchia orbita per l’attrazione di corpi maggiori che si avvicinavano a loro, essi divennero semplici satelliti della Francia e della Spagna. Tutte le loro controversie, interne ed esterne, furono decise sotto l’influenza straniera. Le lotte di fazioni opposte non erano come prima disputate nelle sale del Senato o nelle piazze, ma nelle anticamere di Luigi e di Ferdinando. In queste circostanze, la prosperità degli Stati italiani dipendeva molto di più dall’abilità dei loro agenti all’estero che dalla condotta di quelli cui era affidato il governo della nazione. L’ambasciatore doveva spiegare funzioni molto più delicate che non trasmettere ordini cavallereschi, introdurre viaggiatori, o presentare i suoi fratelli con l’omaggio della sua alta considerazione. Egli era un avvocato cui era affidata la tutela degli interessi più cari dei suoi clienti, una spia coperta da un carattere inviolabile.

Invece di provvedere alla dignità di quelli che egli rappresentava con una maniera riservata, e con uno stile ambiguo, egli doveva tuffarsi in tutti gli intrighi della corte presso cui risiedeva, scoprire e adulare ogni debolezza del principe che governava i suoi padroni, della favorita che governava il principe, e del lacchè che governava la favorita. Egli doveva complimentare l’amante e corrompere il confessore, lodare o supplicare, ridere o piangere,, adattarsi ad ogni capriccio, mettere a tacere ogni sospetto, fare tesoro di ogni allusione, essere in ogni cosa, osservare ogni cosa, sopportare tutto. Per quanto progredita fosse l’arte dell’intrigo politico in Italia, erano tempi quelli in cui era necessario impiegata intera.

In queste ardue ambascerie il Machiavelli fu frequentemente impiegato. Egli fu a trattare con il Re dei Romani e con il Duca Valentino. Fu due volte ambasciatore alla corte di Roma, e tre volte a quella di Francia. In queste missioni ed in molte altre di minore importanza si impegnò con grande abilità. I suoi messaggi formano una delle più divertenti e istruttive collezioni esistenti. Noi non ci troviamo di fronte a quei gerghi misteriosi e così comuni nei moderni documenti di stato che sono il linguaggio convenzionale dei ladri politici e degli imbroglioni. La narrazione è chiara e scritta piacevolmente; le osservazioni sugli uomini e sulle cose sono intelligenti e assennate. Le conversazioni sono portate in un modo animato e caratteristico.

Ci troviamo alla presenza di uomini che durante i venti anni pieni di avvenimenti forgiarono i destini d’Europa. Il loro spirito e la loro follia, la loro irritabilità e la loro allegria ci sono esposte. Siamo ammessi a sorprendere le loro chiacchiere, e ad osservare i loro gesti familiari. È interessante e curioso riconoscere, in circostanze che eludono l’attenzione degli storici, l’infermiccia violenza e l’astuzia grossolana di Luigi XII; la futilità rumorosa di Massimiliano, unita ad una smania impotente di celebrità; avventato eppure timido, ostinato eppure volubile; sempre affrettato eppure sempre in ritardo; la feroce e altera energia che diede dignità alle eccentricità di Giulio II; i modi dolci e graziosi che mascherano l’insaziabile ambizione e l’implacabile odio di Cesare Borgia.

Noi abbiamo menzionato Cesare Borgia. È impossibile non soffermarci per un momento sul nome di un uomo in cui la moralità politica d’Italia era così fortemente personificata, parzialmente mescolata con i tratti più duri di un carattere spagnolo. In due importanti occasioni Machiavelli fu ammesso nella sua società; uno, al momento in cui la sua splendida scelleratezza raggiunse il massimo trionfo, quando cioè egli colse in trappola e schiacciò in un colpo tutti i suoi rivali più formidabili; ed ancora quando, sfinito da malattia e soprattutto dalla disgrazia che nessuna prudenza umana avrebbe potuto scongiurare, divenne prigioniero del più mortale nemico della sua casa.

Queste interviste tra il più grande teorico ed il più grande statista pratico dell’epoca sono pienamente descritte nella corrispondenza, e ne formano forse la parte più interessante. Da alcuni passaggi del Principe, e forse anche da qualche vaga tradizione, molti scrittori hanno supposto una unione, tra questi notevoli uomini, molto più stretta di quella che sia realmente stata. L’ambasciatore è stato persino accusato di suggerire i delitti commessi dall’astuto e crudele tiranno. Ma dai documenti ufficiali è evidente che la loro relazione, per quanto in apparenza amichevole, era in realtà ostile. Non può esser messo in dubbio, tuttavia, che l’immaginazione del Machiavelli fosse fortemente impessionata e che le sue teorie sul governo fossero influenzate dalle osservazioni che egli fece sul carattere singolare e sulle fortune ugualmente singolari di un uomo che, in circostanze svantaggiose, aveva compiuto tali gesta; che, quando la sensualità nelle sue innumerevoli forme, non stimolava più a lungo il suo sazio desiderio, trovava un eccitamento più durevole e più potente nella sua intensa sete di dominio e di vendetta; che seppe emergere primo principe e generale della sua epoca dall’apatia e dal lusso della porpora romana; che sebbene educto ad una professione pacifica seppe formare un esercito valoroso con la feccia di un popolo non agguerrito; che dopo aver acquistato la sovranità distruggendo i suoi nemici acquistò popolarità distruggendo gli strumenti che l’avevano servito; che incominciò ad impiegare, per scopi più sani, il potere che aveva raggiunto con i mezzi più atroci; che non tollerò nelle sfere del suo ferreo dispotismo altro predatore ed oppressore all’infuori di lui; che infine cadde tra le imprecazioni frammiste al rimpianto di un popolo del quale il suo genio era stato l’ammirazione, ed avrebbe potuto essere la salvezza. Alcuni dei delitti del Borgia, che a noi sembrano abominevoli, non avrebbero fatto, per le cause che abbiamo già considerato, uguale impressione di orrore ad un italiano del quindicesimo secolo. Del resto il sentimento patriottico ha anche potuto indurre il Machiavelli a considerare con una certa indulgenza e con rincrescimento la memoria dell’unico condottiero che avrebbe potuto difendere l’indipendenza d’Italia contro i predatori confederati di Cambrai.

Questo fatto produsse nel Machiavelli una forte impressione. Infatti l’espulsione dei tiranni stranieri e la restaurazione dell’età dell’oro che aveva preceduto l’irruzione di Carlo VIII erano progetti che a quel tempo affascinavano tutte le menti superiori d’Italia. Questa magnifica visione incantò la grande ma sregolata mente di Giulio II. Attirò l’attenzione del frivolo Leone X che la divideva tra manoscritti e intingoli, pittori e falchi. Suggerì il generoso tradimento di Morone. Comunicò una transitoria energia alla mente debole e al debole corpo dell’ultimo Sforza. Eccitò per un momento un’onesta ambizione nel perfido cuore del Pescara. La ferocia e l’insolenza non facevano parte dei vizi della nazione. Per le crudeltà di politici commesse per grandi scopi su vittime illustri, il codice morale degli italiani era molto indulgente. Ma benchè gli italiani avessero potuto ricorrere alla barbarie come ad un espediente, non vi ricorrevano come ad uno stimolo.

Essi si rivoltarono con disgusto contro le atrocità degli stranieri che sembravano amare il sangue per sé stesso, che non paghi di assoggettare, erano impazienti di distruggere; che provavano un piacere diabolico nel radere al suolo le magnifiche città, nel tagliare la gola a nemici che chiedevano pietà o nel soffocare a migliaia un popolo inerme in quelle caverne dove si era rifugiato per salvarsi. Queste erano le scene che giornalmente eccitavano il terrore e il disgusto di un popolo tra cui, fino a poco prima, il peggio, che un soldato avesse da temere in una battaglia campale era la perdita del proprio cavallo o le spese del suo riscatto. La bestiale intemperanza della Svizzera, l’avarizia ingorda della Spagna, la dissolutezza della Francia, si abbandonarono alla violazione dell’ospitalità, della decenza e dell’amore, e la cieca durezza comune a questi invasori li rese oggetto di odio mortale.

Le ricchezze accumulate durante secoli di prosperità e di riposo si dileguarono rapidamente. L’intelligenza superiore del popolo oppresso lo rese più acutamente sensibile alla degradazione politica. La letteratura ed il gusto mascherarono ancora con smunte grazie e con falso splendore l’irreparabile rovina. Il ferro non era ancora entrato nell’anima. Non era ancora venuto il tempo in cui l’eloquenza sarebbe stata ridotta al silenzio, e la ragione accecata; quando l’arpa del poeta venne appesa ai salici dell’Arno e la mano destra dei pittori dimenticò la sua arte. Eppure fin d’allora un occhio sagace avrebbe visto che genio e sapere non sarebbero sopravvissuti a lungo; che i grandi uomini i cui pregi illustrarono quel periodo melanconico si erano formati sotto l’influenza di giorni felici, e non avrebbero lasciato dietro di loro dei successori. I tempi che rifulgono di grande splendore nella storia letteraria non sono sempre quelli cui lo spirito umano deve di più. Di ciò possiamo esser convinti paragonando la generazione che li segue con quella che li precede. I primi frutti maturati sotto un cattivo sistema provengono spesso da semi seminati sotto un buon sistema. Così fu, in una certa misura, al tempo di Augusto. Così fu all’epoca di Raffaello e Ariosto, di Aldo Manuzio e di Vida.

Il Machiavelli compiangeva profondamente le disgrazie del suo paese, ne discerneva chiaramente la causa e il rimedio. Era il sistema militare che aveva estinto valore e disciplina e reso le ricchezze del popolo italiano una facile preda dell’aggressore straniero. Lo scrittore progettava il piano ugualmente caro al suo cuore e al suo intelletto, di abolire l’uso delle truppe mercenarie, e di organizzare una milizia nazionale.

Gli sforzi che fece per realizzare questo grande progetto dovrebbero da soli riscattare il suo nome dal biasimo. Sebbene la sua professione e le abitudini fossero pacifiche, egli studiava con intensa assiduità la guerra, e si rese padrone di tutti i suoi dettagli. Il Governo fiorentino entrò nelle sue vedute, fu nominato un consiglio di guerra, furono decretate leve militari. L’infaticabile ministro andò di luogo in luogo per sperimentare l’esecuzione del suo disegno. I tempi erano, sotto un certo aspetto favorevoli agli esperimenti.

La tattica militare aveva subìto una grande rivoluzione. La cavalleria non era più considerata la forza preponderante dell’esercito. Le ore che un cittadino poteva risparmiare dalla sua occupazione ordinaria, se non erano sufficienti a familiarizzarlo con armi speciali, potevano renderlo utile come soldato di fanteria. Il terrore del giogo straniero, del saccheggio, del massacro, dell’incendio aveva vinto quella ripugnanza alle questioni militari generata comunemente in una grande città dall’industria e dal quieto vivere. Per un certo tempo il progetto promise bene. Le nuove truppe assolvettero rispettabilmente il loro compito sui campi di battaglia.

Il Machiavelli considerava con soddisfazione il successo di questo piano, e incominciò a sperare che gli eserciti d’Italia avrebbero potuto ancora una volta diventare formidabili contro i barbari del Tago e del Reno. Ma la marea venne prima che le barriere che avrebbero dovuto contrastarla fossero innalzate. Per qualche tempo Firenze fu considerata particolarmente fortunata. Carestia e armi e pestilenza aveva devastato le fertili pianure e le città situate sul Po. Tutte le maledizioni che avevano colpito Tiro sembravano esser cadute su Venezia. I suoi mercanti in lontani paesi si dolevano per la perduta grandezza. Si avvicinava il tempo in cui le alghe marine avrebbero ricoperto di nuovo il silenzioso Rialto e il pescatore avrebbe lavato le sue reti negli arsenali deserti. Napoli era stata quattro volte conquistata e riconquistata da tiranni ugualmente indifferenti al suo benessere e solo ugualmente avidi del suo bottino.

La sola Firenze, tuttavia, doveva sopportare la degradazione e l’estorsione, sottomettersi a ordini di potenze straniere, comprare e ricomprare ad un prezzo enorme ciò che già era suo, ringraziare per essere stata offesa, chiedere perdono per esser nel suo diritto. Infine fu privata perfino del beneficio di questo riposo infamante e servile. Le sue istituzioni militari e politiche furono spazzate via. I Medici ritornarono, al seguito d’invasori stranieri, dal loro lungo esilio. La politica del Machiavelli fu abbandonata; e i suoi servizi pubblici ricompensati con la povertà, l’imprigionamento e la tortura.

Lo statista decaduto era ancora attaccato al suo progetto con uguale ardore. Allo scopo di difenderlo da alcune obiezioni popolari, e di confutare alcuni errori predominanti della scienza militare, scrisse il suo settimo libro sull’Arte della Guerra. L’eccellente lavoro è in forma di dialogo. Le opinioni dello scrittore sono messe in bocca di Fabrizio Colonna, un potente patrizio dello Stato Pontificio, e un ufficiale di grandi meriti acquistati al servizio del Re di Spagna. Egli visita Firenze, mentre è diretto dalla Lombardia ai suoi possedimenti. Viene invitato ad incontrarsi con qualche amico nella casa di Cosimo Rucellai, un amabile e compìto giovane, la cui morte precoce il Machiavelli sentitamente deplora.

Dopo aver partecipato ad un elegante rinfresco essi si ritirano, per il caldo, nel più ombreggiato luogo del giardino. Fabrizio è colpito dalla vista di alcune piante non comuni. Il suo ospite gli spiega che sebbene queste piante nei tempi moderni siano rare, sono frequentemente ricordate dai classici e che suo nonno, come molti altri italiani, si divertiva a praticare gli antichi metodi di giardinaggio. Fabrizio esprime il suo dispiacere che coloro che negli ultimi tempi affettano i modi degli antichi romani, scelgano, per imitarli, le loro più futili occupazioni. Ciò porta la conversazione sulla disciplina militare, e sul miglior modo di restaurarla. L’istituzione della milizia fiorentina è abilmente difesa; e parecchi miglioramenti vengono suggeriti nei loro particolari.

Gli svizzeri e gli spagnoli erano a quel tempo considerati come i migliori soldati d’Europa. Il battaglione svizzero consisteva di soldati armati di picca, e aveva una certa somiglianza con la falange greca. Gli spagnoli, come i soldati di Roma, erano armati con spade e scudi. Le vittorie di Flaminio e di Emilio sui re di Macedonia sembravano provare la superiorità delle armi usate dalle legioni. Lo stesso esperimento era stato recentemente rifatto con uguale risultato nella battaglia di Ravenna, uno di quei terribili giorni nei quali la follìa e la malvagità umana portano tutta la devastazione di una carestia o di una peste.

In quel memorabile conflitto la fanteria d’Aragona, i vecchi compagni di Consalvo, abbandonati dai loro alleati, tagliarono un passaggio attraverso il fitto delle picche imperiali, ed effettuarono una felice ritirata, in faccia ai gendarmi di De Foix e alla rinomata artiglieria d’Este. Fabrizio, o piuttosto il Machiavelli, propone di combinare i due sistemi, di armare le linee avanzate con picche, allo scopi di respingere la cavalleria e quelle successive di spada, arma adatta ad ogni scopo. Attraverso il lavoro l’autore esprime la più alta ammirazione per la scienza militare degli antichi Romani, e il più grande disprezzo per i sistemi in voga tra i comandanti italiani della precedente generazione.

Egli preferisce la fanteria alla cavalleria, e i campi fortificati alle città fortificate. È propenso a sostituire i movimenti rapidi e gli scontri decisivi alle operazioni lente e dilatorie dei suoi connazionali. Dà pochissima importanza alla invenzione della polvere da sparo. Sembra infatti pensare che ciò possa difficilmente produrre qualche cambiamento nel modo di armare e disporre le truppe. Comunque la testimonianza generale degli storici sembra provare che la cattiva costruzione e le cattive munizioni dell’artiglieria di quel tempo la rendessero utile in un assedio ma di poco valore sui campi di battaglia.

Della tattica di Machiavelli non ci avventuriamo a dare una opinione; ma siamo certi che il suo libro sia genialissimo ed interessante. Come commentario della storia del suo tempo, è inestimabile. La ingegnosità, la grazia, la perspicacia dello stile, e l’eloquenza e l’animazione di certi passaggi danno piacere persino ai lettori che non hanno interesse per questo soggetto.

Il Principe ed i Discorsi su Livio furono scritti dopo la caduta del Governo repubblicano. Il primo fu dedicato al giovane Lorenzo de’ Medici. Questo fatto sembra abbia disgustato i contemporanei dello scrittore molto di più delle dottrine che negli ultimi tempi hanno reso il nome del lavoro abominevole, e fu considerato come indizio di apostasia politica.

Tuttavia disperando il Machiavelli della libertà di Firenze, sembra preferisse sopportare qualsiasi forma di governo che potesse preservare almeno l’indipendenza di questa. La distanza che vi è tra la democrazia e il dispotismo – Soderini e Lorenzo – sembrava svanire paragonandola con la differenza tra la precedente e l’attuale situazione d’Italia, tra la sicurezza, l’opulenza e il riposo che aveva goduto sotto i governanti nazionali, e la miseria in cui era piombata dall’anno fatale in cui il primo tiranno straniero era disceso dalle Alpi. La nobile e patetica esortazione con cui il Principe si conclude mostra come l’autore sentisse profondamente questo soggetto.

Il Principe descrive il progresso di un uomo ambizioso, i Discorsi il progresso di un popolo ambizioso. Gli stessi principî che spiegano nel primo lavoro l’elevazione di un individuo, sono applicati nel secondo alla più lunga durata e agli interessi più complessi di una società. A uno statista moderno, la forma dei Discorsi può apparire puerile. In verità Livio non è uno storico su cui si può fare molto affidamento, anche quando egli abbia mezzi considerevoli d’informazione, e la sua prima Deca, cui il Machiavelli si è limitato, ha diritto a poco più di credito della nostra cronaca di Re Britannici che hanno regnato prima dell’invasione romana. Ma il suo commentatore gli è in debito solo di alcuni testi che egli avrebbe potuto con eguale facilità estrarre dalla Volgata o dal Decamerone. L’intero sviluppo del pensiero è originale.

Sulla singolare immoralità che ha reso il Principe impopolare, e che quasi ugualmente visibile è nei Discorsi, abbiamo già espresso la nostra opinione. Abbiamo cercato di mostrare che essa apparteneva piuttosto all’epoca anziché all’uomo, che era un’infezione parziale e che non implicava in nessun modo una depravazione generale. Tuttavia, noi non possiamo negare che essa sia una grande macchia, e che diminuisca considerevolmente il piacere che sotto altri aspetti questi lavori offrono ad ogni spirito intelligente.

Infatti è impossibile concepire una più sana e vigorosa costituzione d’intelletto di quella indicata da questi lavori. Le qualità dello statista, pratiche e speculative, sembrano esser mescolate nella mente dello scrittore con una rara e squisita armonia. La perizia nei particolari della questione non è stata acquistata a spese delle sue facoltà generali. Essa non ha reso la sua mente meno comprensiva; ma è servita a correggere le sue teorie, e a dare ad esse un carattere più vivo e pratico che così largamente le distingue dalle vaghe teorie della maggior parte dei filosofi politici.

Ogni uomo che ha visto il mondo sa che nulla è tanto inutile come una massima generale. Se essa è molto morale e molto vera può servire ad un ragazzo di scuola per copiarla. Se come quelle di Rochefoucauld è brillante e bizzarra può essere un motto eccellente per un componimento. Ma solo poche, invero, delle molte sagge massime che sono state pronunciate dal tempo dei Sette Savi di Grecia a quello del povero Riccardo, hanno prevenuto una sola azione insensata. Noi diamo la più alta e particolare lode ai precetti del Machiavelli, dicendo che essi possono venir usati con frequenza nella vita, non tanto perché siano giusti o più profondi di quelli che potrebbero esser tratti da altri autori, quanto perché essi possono esser più prontamente applicati ai problemi reali.

Vi sono alcuni errori in questi lavori. Ma sono errori che uno scrittore, nella situazione del Machiavelli, avrebbe potuto difficilmente potuto evitare. Essi sorgono, in massima parte da un unico difetto che sembra, secondo noi, pervadere il suo intero sistema. Nel suo progetto politico i mezzi sono stati considerati più profondamente dei fini. Il grande principio, che la società e le leggi esistono solo allo scopo di aumentare l’insieme del benessere privato, non è riconosciuto con sufficiente chiarezza. Il bene del corpo, dissimile dal bene delle membra e non sempre compatibile con esso, sembra esser l’oggetto che egli si propone. Di tutti i sofismi politici questo ha avuto l’azione più vasta e più nociva.

Nei piccoli stati della Grecia, la stretta unione e la mutua dipendenza dei cittadini insieme alla severità delle leggi di guerra tendevano ad incoraggiare una opinione che, in quelle circostanze, avrebbe potuto difficilmente esser considerata falsa. Gli interessi di ogni individuo erano inseparabilmente legati a quelli dello stato. Una invasione avrebbe distrutto il suo campo di grano, la sua vigna, lo avrebbe scacciato dalla propria casa e obbligato ad affrontare le durezze della vita militare. La pace gli restituiva la sicurezza e l’agiatezza. La vittoria raddoppiava il numero dei suoi schiavi. Una sconfitta avrebbe fatto forse di lui stesso uno schiavo.

Quando Pericle, nella guerra del Peloponneso, disse agli Ateniesi che se il loro paese trionfava, le loro perdite private sarebbero state prontamente risarcite; ma che se i loro eserciti avessero mancato il successo, ognuno di loro probabilmente sarebbe stato probabilmente rovinato, non diceva altro che la verità. Parlava ad uomini cui il tributo delle città vinte avrebbe fornito cibo e vestiario, dato il lusso dei bagni e i divertimenti dei teatri; cui la grandezza del paese conferiva dignità e davanti a cui i membri di comunità meno prospere tremavano, a uomini che in caso di un cambiamento della fortuna nazionale, sarebbero stati privati per lo meno di ogni agiatezza e di ogni distinzione della quale godevano.

Esser trucidati sulle rovine fumanti della loro città, esser trascinati in ceppi ad un mercato di schiavi, vedersi strappare i propri figli, ed uno di questi esser mandato a lavorare nelle cave di Sicilia, ed un altro come guardiano di un harem a Persepoli: queste erano le conseguenze frequenti e probabili di una calamità nazionale, onde tra i Greci il patriottismo divenne un principio o piuttosto una passione indomabile. I loro legislatori e i loro filosofi anzi, pensando a dare forza e grandezza alo Stato, stimarono di dare una sufficiente felicità al popolo. Gli scrittori dell’impero romano vivevano sotto despoti che avevano sottomesso al loro dominio un centinaio di nazioni fuse insieme, e i cui giardini avrebbero coperto i piccoli stati di Flio e di Platea. Eppure continuavano ad impiegare lo stesso linguaggio, parlando con affettazione del dovere di sacrificare ogni cosa al paese cui essi non dovevano nulla.

Cause simili a quelle che avevano influenzato i Greci operarono potentemente sul carattere meno vigoroso e meno audace degli italiani. Essi pure erano membri di piccole comunità. Ognuno era profondamente interessato al benessere della società cui apparteneva; ognuno era partecipe della sua prosperità o della sua povertà, della sua gloria o della sua vergogna. Tanto più all’epoca del Machiavelli. I pubblici eventi avevano apportato immense somme di denaro ai cittadini privati. Gli invasori nordici avevano portato l’indigenza nei loro deschi, l’infamia nei loro letti, il fuoco ai loro tetti, e il coltello alle loro gole. Era naturale che un uomo, vivendo in tempi come questi, dovesse dare maggiore importanza a quelle misure che rendono una nazione formidabile di fronte ai loro vicini, e sottovalutare quelle che la rendono prospera all’interno.

Nulla è più notevole, nei trattati politici del Machiavelli della onestà mentale che essi indicano. Ciò si osserva quasi con ugual forza tanto dove l’autore è nel giusto che dove è in errore. Egli non avanza mai una falsa opinione perchè è nuova o splendida perché può rivestirla con una frase felice, o difenderla con un sofisma ingegnoso. I suoi errori sono subito spiegati portandoci alle circostanze in cui egli si trovava. Evidentemente essi non furono voluti; erano sulla sua via e potevano essere difficilmente evitati. Tali sbagli sono quelli che commette necessariamente un precursore di qualsiasi scienza.

A questo proposito è divertente paragonare il Principe e i Discorsi con lo Spirito delle leggi. Montesquieu gode forse di una fama più vasta che non qualsiasi altro scrittore dell’Europa moderna. Qualche cosa senza dubbio si deve ai suoi merito, ma molto di più alla sua fortuna. A lui toccò la bella sorte di un Valentino. Egli infatti attirò l’attenzione della Francia al momento in cui essa si stava destando da un lungo letargo di fanatismo politico e religioso; e per conseguenza divenne un favorito. L’inglese di quel tempo considerava un francese che parlasse di controlli costituzionali e di leggi fondamentali come un prodigio non meno sorprendente di un porco sapiente o di un bimbo musicale. Specioso ma superficiale, ricercatore di effetti, indifferente alla verità, desideroso di costruire un sistema, ma disattento nel raccogliere quei materiali coi quali solamente si può costruire un sistema sano e duraturo, creava teorie con tanta rapidità e con tanta poca consistenza come una casa di carta, non ancora progettata e già completa, non ancora completa e già soffiata via e già dimenticata.

Il Machiavelli sbaglia soltanto perché la sua esperienza, acquistata in una società del tutto particolare, non poteva sempre metterlo in grado di calcolare l’effetto di istituzioni differenti da quelle di cui aveva osservato il funzionamento. Montesquieu sbaglia perché ha una bella cosa da dire ed è risoluto a dirla. Se i fenomeni che si trovano davanti a lui non convengono al suo caso, tutta la storia deve essere travisata. Se nulla di ciò che è stato stabilito da testimonianza autentica può esser strappato o reciso, e adattato alle sue ipotesi arbitrarie, egli ci ammannisce qualche mostruosa favola sul Siam o sul Batam o sul Giappone, narrata da scrittori – al cui confronto Luciano e Gulliver sono veritieri – doppiamente bugiardi perché viaggiatori e perché gesuiti.

Proprietà di pensiero e proprietà di dizione si trovano in generale insieme. L’oscurità e l’affettazione sono le due pecche maggiori di uno stile. L’oscurità d’espressione deriva in genere da confusione d’idee; e il desiderare di abbagliare ad ogni costo produce con facilità sofismi nei ragionamenti. La mente assennata e sincera del Machiavelli si mostra da sè nel suo linguaggio luminoso, virile e forbito. Lo stile di Montesquieu, invece, indica in ogni pagina un vivace ma guasto intelletto. Ogni artificio di espressione, dalla concisione misteriosa di un oracolo alla volubilità di un bellimbusto parigino, è impiegato per mascherare l’errore di alcune posizioni e la banalità di altre. Le assurdità sono fatte brillare in epigrammi; e gli assiomi sono nascosti in enigmi. Difficilmente, il più forte occhio può sostenere il bagliore che illumina alcune parti, o penetrare nell’ombra in cui se ne celano altre.

I lavori politici di Machiavelli traggono un interesse particolare dall’accorata serietà che manifesta ogniqualvolta tocca i temi connessi alle calamità del paese nativo. È difficile concepire una situazione più dolorosa di quella di un grande uomo condannato a osservare la lenta agonia di un paese esausto, a curarlo durante gli alternati attacchi di insensibilità e di frenesia che precedono la dissoluzione, a vedere i sintomi di vitalità sparire ad uno ad uno, finchè non resta altro che freddo, buio e corruzione. A questo compito triste e ingrato fu chiamato Machiavelli.

Nell’energico linguaggio del profeta, egli era "pazzo per la visione che i suoi occhi videro": discordia nel Consiglio, effeminatezza in guerra, libertà soffocata, commercio decadente, onore nazionale contaminato, un popolo istruito e fiorente dato in preda alla ferocia di selvaggi ignoranti. Sebbene le sue opinioni non siano sfuggite al contagio dell’immoralità politica che era comune tra i suoi connazionali, la sua disposizione naturale sembrava piuttosto ferma ed impetuosa anziché pieghevole ed artificiosa. Quando la miseria e la degradazione di Firenze e l’oltraggioso insulto che egli stesso sostenne gli ritornano in mente, la prudenza di linguaggio della sua professione e della sua nazione si cambia in amarezza, disprezzo ed ira. Parla come un uomo nauseato dai tempi calamitosi e dal popolo abietto tra cui gli tocca vivere. Si strugge per la forza e la gloria dell’antica Roma, per i fasci di bruto, per la spada di Scipione, per la gravità della sedia curule e per le pompe cruente del sacrificio trionfale. Sembra esser ritornato ai giorni in cui 800 mila guerrieri italiani balzarono in armi alla voce di una invasione gallica. Respira tutto lo spirito di quegli intrepidi ed alteri patrizi che dimenticarono i più cari legami della natura per il dovere nazionale, che considerarono con sdegno gli elefanti e l’oro di Pirro, e ascoltarono con imperturbabilità le terribili notizie di Canne.

Come un tempi antico, deformato da una barbara architettura di una ulteriore età, il suo carattere acquista interesse dalle stesse circostanze che lo umiliano. Le proporzioni originali sono rese più sorprendenti dal contrasto che esse presentano con le meschine e discordanti soprastrutture.

L’influenza dei sentimenti che noi abbiamo descritto non appariva solo nei suoi scritti. Il suo entusiasmo, vedendo preclusa la via che egli si era prescelta, sembra trovare sbocco in una disperata leggerezza. Godeva di un piacere vendicativo nel vilipendere le opinioni di una società che egli disprezzava. Dimenticò quella misura che doveva appartenere ad un uomo così famoso nelle lettere e nella politica. L’amarezza sarcastica della sua conversazione disgustò quelli che erano più propensi ad accusare la sua scostumatezza anziché la loro propria degenerazione, e che non erano in grado di comprendere quelle passioni, che sono nascoste nelle celie degli sventurati e nelle follie dei saggi.

Restano ancora da considerare i lavori storici del Machiavelli. Della Vita di Castruccio Castracani, ci occuperemo brevemente. Difficilmente avrebbe richiamato la nostra attenzione se non avesse attratto l’opinione pubblica più di quanto lo meriti. Pochi libri, infatti, potrebbero essere più interessanti di un’attenta e giudiziosa relazione fatta da una tale penna sull’illustre principe di Lucca, il più eminente tra i capi italiani, che come Pisistrato e gelone acquistarono un potere che si faceva più sentire che vedere, e basato non sulla legge o sui codici, ma sul favore del pubblico e sulle loro grandi qualità personali. Un tale lavoro ci mostrerebbe la vera natura di quella specie di sovranità tanto singolare e tanto spesso incompresa, che i Greci denominavano tirannia e che, modificata in qualche modo dal sistema feudale, riapparve negli stati di Lombardia e di Toscana. Ma questa piccola composizione del Machiavelli non è in alcun modo storia. Non ha pretese di fedeltà. È difficilmente più autentica della novella di Belfagor, ed è molto più scialba.

L’ultimo grande lavoro di questo illustre uomo è stato la storia della sua città natale. Essa fu scritta per ordine del papa che, come capo della casa de’ Medici, era allo stesso tempo il Signore di Firenze. I caratteri di Cosimo, di Piero, e di Lorenzo sono tuttavia trattati con una libertà ed imparzialità che fanno ugualmente onore allo scrittore ed al suo mecenate. Le miserie e le umiliazioni di dipendenza, il pane divenuto più amaro di ogni altro cibo, le scale più dolorose di ogni altra ascesa non hanno domato lo spirito del Machiavelli. Il posto più corrotto, di una professione corrotta, non ha depravato il cuore generoso di Clemente.

La Storia non sembra esser frutto di molta diligenza nelle ricerche. Indubbiamente ci sono delle inesattezze, ma è elegante, vivace e pittoresca, superiore a qualsiasi altra nella lingua italiana. Secondo noi il lettore ne riporta una viva e fedele impressione del carattere nazionale e dei costumi, più che da una narrazione esatta. La verità è che il libro appartiene piuttosto all’antica che alla moderna letteratura. È nello stile, non di Davila o di Clarendon, ma di Erodoto e di Tacito, e le storia classiche possono esser chiamate romanzi fondati sui fatti. La relazione, senza dubbio, in tutti i suoi punti principali, è intrinsecamente vera. Ma i numerosi e piccoli incidenti che aumentano l’interesse, le parole, i gesti, gli sguardi sono evidentemente forniti dall’immaginazione dell’autore. Lo stile degli ultimi tempi è differente. Una narrazione più esatta viene resa dallo scrittore. Tuttavia è da dubitare se essa dia ai lettori nozioni più esatte. I migliori ritratti sono quelli in cui vi è una leggera sfumatura di caricatura; e non siamo sicuri che le storie migliori non siano quelle in cui un poco di esagerazione o di narrazione romanzata è giudiziosamente impiegata. Qualche volta l’esattezza è perduta; ma nell’effetto si è guadagnato molto. Le linee più deboli sono trascurate; ma i grandi tratti caratteristici rimangono impressi per sempre.

La Istoria termina con la morte di Lorenzo de’ Medici. Il Machiavelli pare intendesse continuarla fino all’ultimo periodo. Ma la sua morte impedì l’esecuzione del suo disegno; e il melanconico compito di ricordare la desolazione e la vergogna d’Italia toccò al Guicciardini.

Il Machiavelli visse abbastanza a lungo per vedere il principio dell’ultimo sforzo per la libertà fiorentina. Subito dopo la sua morte fu finalmente stabilita la monarchia, ma non una monarchia simile a quella di cui Cosimo aveva posto le basi profonde nella costituzione e nel sentimento dei suoi cittadini, e che Lorenzo aveva abbellito con i trofei di ogni scienza e di ogni arte; bensì una odiosa tirannia, orgogliosa e volgare, crudele e debole, intollerante e lasciva.

Il carattere di Machiavelli era fastidioso ai nuovi padroni d’Italia; e quelle parti della sua teoria che erano in stretta correlazione con le loro abitudini giornaliere offrirono un pretesto per diffamare la sua memoria. I suoi lavori vennero rappresentati sotto falsa luce dagli studiosi, fraintesi dagli ignoranti, censurati dalla Chiesa, coperti di contumelie, con il rancore di una virtù simulata, dai prediletti di un vile dispotismo e dai sacerdoti di una vile superstizione. Il nome dell’uomo il cui genio ha illuminato tutti i misteri della politica, e al patriottismo del quale un popolo oppresso doveva la sua ultima speranza di emancipazione e di rivendicazione, passò come un detto d’infamia. Per più di duecento anni le sue ossa giacquero inonorate.

Finalmente un nobile inglese (1) pagò l’ultimo tributo del grandissimo statista di Firenze. Nella Chiesa di Santa Croce venne eretto un monumento alla sua memoria, contemplato con riverenza da tutti quelli che sanno distinguere la virtù di una grande mente nelle corruzioni di un periodo degenerato; e che sarà avvicinato anche con più profondo omaggio quando lo scopo cui la sua vita pubblica si era votata sarà raggiunto: quando il giogo straniero sarà spezzato, quando una seconda Pròcida vendicherà i torti di Napoli, quando un Cola di Rienzo più felice restaurerà le fortune di Roma, quando le strade di Firenze e di Bologna risuoneranno ancora del loro antico grido di guerra: Popolo, popolo; muoiano i tiranni.

 

Nota

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[1] Il monumento a Machiavelli si trova nella parte destra della navata centrale di Santa Croce, vicino al 4° altare ed è opera di Innocenzo Spinazzi del 1787 e porta la nota iscrizione "Tanto nomini nullum par elogium"; sul sarcofago si trova la figura allegorica della Diplomazia.

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Ultimo aggiornamento: 10 dicembre, 2011