Thomas Babington Macaulay

macaul1 - Macaulay - Introduzione al Machiavelli

Niccolò Machiavelli

Nota: testo della prefazione dell’edizione del volume Machiavelli Minore, collana La vita e le vite, Vetrina minima, della casa editrice O.E.T. (Organizzazione editoriale tipografica, a cura di Ernesto Brunetta, Bottega dell’Antiquario Roma), edito a Roma probabilmente nel 1946 (la copia in mio possesso è datata dal presumibile primo proprietario G.B. 5/III/1947)

parte seconda

Ogni epoca ed ogni nazione presentano alcuni difetti caratteristici, che prevalgono quasi generalmente in tutti, che difficilmente una persona ha scrupolo di evitare, e che persino i moralisti più severi condannano debolmente. Le seguenti generazioni cambiano il tipo della loro morale, con i loro cappelli e le loro vetture; prendono sotto il loro patrocinio qualche altra qualità di debolezza e si sorprendono della depravazione dei loro antenati. E questo non è tutto. La posterità, quell’alta corte d’appello, che non si stanca mai di decantare la sua propria giustizia ed il suo discernimento, agisce, in queste occasioni, come un dittatore romano dopo un ammutinamento generale. Vedendo che i delinquenti sono troppo numerosi per esser tutti puniti, ne sceglie a caso alcuni per far sopportare loro l’intero castigo di una offesa in cui essi non sono più profondamente implicati ci quelli che si salvano. Se la decimazione sia un metodo conveniente o meno di esecuzione militare, noi non lo sappiamo; ma protestiamo solennemente contro l’introduzione di un tale principio nella filosofia della storia.

Nell’attuale esempio la sorte è toccata al Machiavelli; un uomo la cui pubblica condotta era retta ed onorevole, i cui punti di vista di moralità, dove differivano da quelli dei suoi contemporanei differivano in meglio, e la cui unica colpa era quella che, avendo adottato alcune massime generalmente accettate in quel tempo, le aveva espresse più luminosamente, e con maggior forza di qualsiasi altro scrittore.

Avendo ora, speriamo, chiarito sotto certi aspetti il carattere personale del Machiavelli, veniamo a considerare i suoi lavori.

La corrispondenza politica del Machiavelli, pubblicata per la prima volta nel 1767, è senza dubbio autentica e di alto valore. Le disgraziate circostanze in cui il suo paese venne a trovarsi durante la maggior parte della sua vita pubblica diedero un incoraggiamento straordinario al talento diplomatico. Dal momento in cui Carlo VIII discese dalle Alpi, tutto il carattere della politica italiana si cambiò.

I governi della Penisola cessarono di formare un sistema indipendente. Tolti dalla loro vecchia orbita per l’attrazione di corpi maggiori che si avvicinavano a loro, essi divennero semplici satelliti della Francia e della Spagna. Tutte le loro controversie, interne ed esterne, furono decise sotto l’influenza straniera. Le lotte di fazioni opposte non erano come prima disputate nelle sale del Senato o nelle piazze, ma nelle anticamere di Luigi e di Ferdinando. In queste circostanze, la prosperità degli Stati italiani dipendeva molto di più dall’abilità dei loro agenti all’estero che dalla condotta di quelli cui era affidato il governo della nazione. L’ambasciatore doveva spiegare funzioni molto più delicate che non trasmettere ordini cavallereschi, introdurre viaggiatori, o presentare i suoi fratelli con l’omaggio della sua alta considerazione. Egli era un avvocato cui era affidata la tutela degli interessi più cari dei suoi clienti, una spia coperta da un carattere inviolabile.

Invece di provvedere alla dignità di quelli che egli rappresentava con una maniera riservata, e con uno stile ambiguo, egli doveva tuffarsi in tutti gli intrighi della corte presso cui risiedeva, scoprire e adulare ogni debolezza del principe che governava i suoi padroni, della favorita che governava il principe, e del lacchè che governava la favorita. Egli doveva complimentare l’amante e corrompere il confessore, lodare o supplicare, ridere o piangere,, adattarsi ad ogni capriccio, mettere a tacere ogni sospetto, fare tesoro di ogni allusione, essere in ogni cosa, osservare ogni cosa, sopportare tutto. Per quanto progredita fosse l’arte dell’intrigo politico in Italia, erano tempi quelli in cui era necessario impiegata intera.

In queste ardue ambascerie il Machiavelli fu frequentemente impiegato. Egli fu a trattare con il Re dei Romani e con il Duca Valentino. Fu due volte ambasciatore alla corte di Roma, e tre volte a quella di Francia. In queste missioni ed in molte altre di minore importanza si impegnò con grande abilità. I suoi messaggi formano una delle più divertenti e istruttive collezioni esistenti. Noi non ci troviamo di fronte a quei gerghi misteriosi e così comuni nei moderni documenti di stato che sono il linguaggio convenzionale dei ladri politici e degli imbroglioni. La narrazione è chiara e scritta piacevolmente; le osservazioni sugli uomini e sulle cose sono intelligenti e assennate. Le conversazioni sono portate in un modo animato e caratteristico.

Ci troviamo alla presenza di uomini che durante i venti anni pieni di avvenimenti forgiarono i destini d’Europa. Il loro spirito e la loro follia, la loro irritabilità e la loro allegria ci sono esposte. Siamo ammessi a sorprendere le loro chiacchiere, e ad osservare i loro gesti familiari. È interessante e curioso riconoscere, in circostanze che eludono l’attenzione degli storici, l’infermiccia violenza e l’astuzia grossolana di Luigi XII; la futilità rumorosa di Massimiliano, unita ad una smania impotente di celebrità; avventato eppure timido, ostinato eppure volubile; sempre affrettato eppure sempre in ritardo; la feroce e altera energia che diede dignità alle eccentricità di Giulio II; i modi dolci e graziosi che mascherano l’insaziabile ambizione e l’implacabile odio di Cesare Borgia.

Noi abbiamo menzionato Cesare Borgia. È impossibile non soffermarci per un momento sul nome di un uomo in cui la moralità politica d’Italia era così fortemente personificata, parzialmente mescolata con i tratti più duri di un carattere spagnolo. In due importanti occasioni Machiavelli fu ammesso nella sua società; uno, al momento in cui la sua splendida scelleratezza raggiunse il massimo trionfo, quando cioè egli colse in trappola e schiacciò in un colpo tutti i suoi rivali più formidabili; ed ancora quando, sfinito da malattia e soprattutto dalla disgrazia che nessuna prudenza umana avrebbe potuto scongiurare, divenne prigioniero del più mortale nemico della sua casa.

Queste interviste tra il più grande teorico ed il più grande statista pratico dell’epoca sono pienamente descritte nella corrispondenza, e ne formano forse la parte più interessante. Da alcuni passaggi del Principe, e forse anche da qualche vaga tradizione, molti scrittori hanno supposto una unione, tra questi notevoli uomini, molto più stretta di quella che sia realmente stata. L’ambasciatore è stato persino accusato di suggerire i delitti commessi dall’astuto e crudele tiranno. Ma dai documenti ufficiali è evidente che la loro relazione, per quanto in apparenza amichevole, era in realtà ostile. Non può esser messo in dubbio, tuttavia, che l’immaginazione del Machiavelli fosse fortemente impessionata e che le sue teorie sul governo fossero influenzate dalle osservazioni che egli fece sul carattere singolare e sulle fortune ugualmente singolari di un uomo che, in circostanze svantaggiose, aveva compiuto tali gesta; che, quando la sensualità nelle sue innumerevoli forme, non stimolava più a lungo il suo sazio desiderio, trovava un eccitamento più durevole e più potente nella sua intensa sete di dominio e di vendetta; che seppe emergere primo principe e generale della sua epoca dall’apatia e dal lusso della porpora romana; che sebbene educto ad una professione pacifica seppe formare un esercito valoroso con la feccia di un popolo non agguerrito; che dopo aver acquistato la sovranità distruggendo i suoi nemici acquistò popolarità distruggendo gli strumenti che l’avevano servito; che incominciò ad impiegare, per scopi più sani, il potere che aveva raggiunto con i mezzi più atroci; che non tollerò nelle sfere del suo ferreo dispotismo altro predatore ed oppressore all’infuori di lui; che infine cadde tra le imprecazioni frammiste al rimpianto di un popolo del quale il suo genio era stato l’ammirazione, ed avrebbe potuto essere la salvezza. Alcuni dei delitti del Borgia, che a noi sembrano abominevoli, non avrebbero fatto, per le cause che abbiamo già considerato, uguale impressione di orrore ad un italiano del quindicesimo secolo. Del resto il sentimento patriottico ha anche potuto indurre il Machiavelli a considerare con una certa indulgenza e con rincrescimento la memoria dell’unico condottiero che avrebbe potuto difendere l’indipendenza d’Italia contro i predatori confederati di Cambrai.

Questo fatto produsse nel Machiavelli una forte impressione. Infatti l’espulsione dei tiranni stranieri e la restaurazione dell’età dell’oro che aveva preceduto l’irruzione di Carlo VIII erano progetti che a quel tempo affascinavano tutte le menti superiori d’Italia. Questa magnifica visione incantò la grande ma sregolata mente di Giulio II. Attirò l’attenzione del frivolo Leone X che la divideva tra manoscritti e intingoli, pittori e falchi. Suggerì il generoso tradimento di Morone. Comunicò una transitoria energia alla mente debole e al debole corpo dell’ultimo Sforza. Eccitò per un momento un’onesta ambizione nel perfido cuore del Pescara. La ferocia e l’insolenza non facevano parte dei vizi della nazione. Per le crudeltà di politici commesse per grandi scopi su vittime illustri, il codice morale degli italiani era molto indulgente. Ma benchè gli italiani avessero potuto ricorrere alla barbarie come ad un espediente, non vi ricorrevano come ad uno stimolo.

Essi si rivoltarono con disgusto contro le atrocità degli stranieri che sembravano amare il sangue per sé stesso, che non paghi di assoggettare, erano impazienti di distruggere; che provavano un piacere diabolico nel radere al suolo le magnifiche città, nel tagliare la gola a nemici che chiedevano pietà o nel soffocare a migliaia un popolo inerme in quelle caverne dove si era rifugiato per salvarsi. Queste erano le scene che giornalmente eccitavano il terrore e il disgusto di un popolo tra cui, fino a poco prima, il peggio, che un soldato avesse da temere in una battaglia campale era la perdita del proprio cavallo o le spese del suo riscatto. La bestiale intemperanza della Svizzera, l’avarizia ingorda della Spagna, la dissolutezza della Francia, si abbandonarono alla violazione dell’ospitalità, della decenza e dell’amore, e la cieca durezza comune a questi invasori li rese oggetto di odio mortale.

Le ricchezze accumulate durante secoli di prosperità e di riposo si dileguarono rapidamente. L’intelligenza superiore del popolo oppresso lo rese più acutamente sensibile alla degradazione politica. La letteratura ed il gusto mascherarono ancora con smunte grazie e con falso splendore l’irreparabile rovina. Il ferro non era ancora entrato nell’anima. Non era ancora venuto il tempo in cui l’eloquenza sarebbe stata ridotta al silenzio, e la ragione accecata; quando l’arpa del poeta venne appesa ai salici dell’Arno e la mano destra dei pittori dimenticò la sua arte. Eppure fin d’allora un occhio sagace avrebbe visto che genio e sapere non sarebbero sopravvissuti a lungo; che i grandi uomini i cui pregi illustrarono quel periodo melanconico si erano formati sotto l’influenza di giorni felici, e non avrebbero lasciato dietro di loro dei successori. I tempi che rifulgono di grande splendore nella storia letteraria non sono sempre quelli cui lo spirito umano deve di più. Di ciò possiamo esser convinti paragonando la generazione che li segue con quella che li precede. I primi frutti maturati sotto un cattivo sistema provengono spesso da semi seminati sotto un buon sistema. Così fu, in una certa misura, al tempo di Augusto. Così fu all’epoca di Raffaello e Ariosto, di Aldo Manuzio e di Vida.

Il Machiavelli compiangeva profondamente le disgrazie del suo paese, ne discerneva chiaramente la causa e il rimedio. Era il sistema militare che aveva estinto valore e disciplina e reso le ricchezze del popolo italiano una facile preda dell’aggressore straniero. Lo scrittore progettava il piano ugualmente caro al suo cuore e al suo intelletto, di abolire l’uso delle truppe mercenarie, e di organizzare una milizia nazionale.

Gli sforzi che fece per realizzare questo grande progetto dovrebbero da soli riscattare il suo nome dal biasimo. Sebbene la sua professione e le abitudini fossero pacifiche, egli studiava con intensa assiduità la guerra, e si rese padrone di tutti i suoi dettagli. Il Governo fiorentino entrò nelle sue vedute, fu nominato un consiglio di guerra, furono decretate leve militari. L’infaticabile ministro andò di luogo in luogo per sperimentare l’esecuzione del suo disegno. I tempi erano, sotto un certo aspetto favorevoli agli esperimenti.

La tattica militare aveva subìto una grande rivoluzione. La cavalleria non era più considerata la forza preponderante dell’esercito. Le ore che un cittadino poteva risparmiare dalla sua occupazione ordinaria, se non erano sufficienti a familiarizzarlo con armi speciali, potevano renderlo utile come soldato di fanteria. Il terrore del giogo straniero, del saccheggio, del massacro, dell’incendio aveva vinto quella ripugnanza alle questioni militari generata comunemente in una grande città dall’industria e dal quieto vivere. Per un certo tempo il progetto promise bene. Le nuove truppe assolvettero rispettabilmente il loro compito sui campi di battaglia.

Il Machiavelli considerava con soddisfazione il successo di questo piano, e incominciò a sperare che gli eserciti d’Italia avrebbero potuto ancora una volta diventare formidabili contro i barbari del Tago e del Reno. Ma la marea venne prima che le barriere che avrebbero dovuto contrastarla fossero innalzate. Per qualche tempo Firenze fu considerata particolarmente fortunata. Carestia e armi e pestilenza aveva devastato le fertili pianure e le città situate sul Po. Tutte le maledizioni che avevano colpito Tiro sembravano esser cadute su Venezia. I suoi mercanti in lontani paesi si dolevano per la perduta grandezza. Si avvicinava il tempo in cui le alghe marine avrebbero ricoperto di nuovo il silenzioso Rialto e il pescatore avrebbe lavato le sue reti negli arsenali deserti. Napoli era stata quattro volte conquistata e riconquistata da tiranni ugualmente indifferenti al suo benessere e solo ugualmente avidi del suo bottino.

La sola Firenze, tuttavia, doveva sopportare la degradazione e l’estorsione, sottomettersi a ordini di potenze straniere, comprare e ricomprare ad un prezzo enorme ciò che già era suo, ringraziare per essere stata offesa, chiedere perdono per esser nel suo diritto. Infine fu privata perfino del beneficio di questo riposo infamante e servile. Le sue istituzioni militari e politiche furono spazzate via. I Medici ritornarono, al seguito d’invasori stranieri, dal loro lungo esilio. La politica del Machiavelli fu abbandonata; e i suoi servizi pubblici ricompensati con la povertà, l’imprigionamento e la tortura.

Lo statista decaduto era ancora attaccato al suo progetto con uguale ardore. Allo scopo di difenderlo da alcune obiezioni popolari, e di confutare alcuni errori predominanti della scienza militare, scrisse il suo settimo libro sull’Arte della Guerra. L’eccellente lavoro è in forma di dialogo. Le opinioni dello scrittore sono messe in bocca di Fabrizio Colonna, un potente patrizio dello Stato Pontificio, e un ufficiale di grandi meriti acquistati al servizio del Re di Spagna. Egli visita Firenze, mentre è diretto dalla Lombardia ai suoi possedimenti. Viene invitato ad incontrarsi con qualche amico nella casa di Cosimo Rucellai, un amabile e compìto giovane, la cui morte precoce il Machiavelli sentitamente deplora.

Dopo aver partecipato ad un elegante rinfresco essi si ritirano, per il caldo, nel più ombreggiato luogo del giardino. Fabrizio è colpito dalla vista di alcune piante non comuni. Il suo ospite gli spiega che sebbene queste piante nei tempi moderni siano rare, sono frequentemente ricordate dai classici e che suo nonno, come molti altri italiani, si divertiva a praticare gli antichi metodi di giardinaggio. Fabrizio esprime il suo dispiacere che coloro che negli ultimi tempi affettano i modi degli antichi romani, scelgano, per imitarli, le loro più futili occupazioni. Ciò porta la conversazione sulla disciplina militare, e sul miglior modo di restaurarla. L’istituzione della milizia fiorentina è abilmente difesa; e parecchi miglioramenti vengono suggeriti nei loro particolari.

Gli svizzeri e gli spagnoli erano a quel tempo considerati come i migliori soldati d’Europa. Il battaglione svizzero consisteva di soldati armati di picca, e aveva una certa somiglianza con la falange greca. Gli spagnoli, come i soldati di Roma, erano armati con spade e scudi. Le vittorie di Flaminio e di Emilio sui re di Macedonia sembravano provare la superiorità delle armi usate dalle legioni. Lo stesso esperimento era stato recentemente rifatto con uguale risultato nella battaglia di Ravenna, uno di quei terribili giorni nei quali la follìa e la malvagità umana portano tutta la devastazione di una carestia o di una peste.

In quel memorabile conflitto la fanteria d’Aragona, i vecchi compagni di Consalvo, abbandonati dai loro alleati, tagliarono un passaggio attraverso il fitto delle picche imperiali, ed effettuarono una felice ritirata, in faccia ai gendarmi di De Foix e alla rinomata artiglieria d’Este. Fabrizio, o piuttosto il Machiavelli, propone di combinare i due sistemi, di armare le linee avanzate con picche, allo scopi di respingere la cavalleria e quelle successive di spada, arma adatta ad ogni scopo. Attraverso il lavoro l’autore esprime la più alta ammirazione per la scienza militare degli antichi Romani, e il più grande disprezzo per i sistemi in voga tra i comandanti italiani della precedente generazione.

Egli preferisce la fanteria alla cavalleria, e i campi fortificati alle città fortificate. È propenso a sostituire i movimenti rapidi e gli scontri decisivi alle operazioni lente e dilatorie dei suoi connazionali. Dà pochissima importanza alla invenzione della polvere da sparo. Sembra infatti pensare che ciò possa difficilmente produrre qualche cambiamento nel modo di armare e disporre le truppe. Comunque la testimonianza generale degli storici sembra provare che la cattiva costruzione e le cattive munizioni dell’artiglieria di quel tempo la rendessero utile in un assedio ma di poco valore sui campi di battaglia.

Della tattica di Machiavelli non ci avventuriamo a dare una opinione; ma siamo certi che il suo libro sia genialissimo ed interessante. Come commentario della storia del suo tempo, è inestimabile. La ingegnosità, la grazia, la perspicacia dello stile, e l’eloquenza e l’animazione di certi passaggi danno piacere persino ai lettori che non hanno interesse per questo soggetto.

Il Principe ed i Discorsi su Livio furono scritti dopo la caduta del Governo repubblicano. Il primo fu dedicato al giovane Lorenzo de’ Medici. Questo fatto sembra abbia disgustato i contemporanei dello scrittore molto di più delle dottrine che negli ultimi tempi hanno reso il nome del lavoro abominevole, e fu considerato come indizio di apostasia politica.

Tuttavia disperando il Machiavelli della libertà di Firenze, sembra preferisse sopportare qualsiasi forma di governo che potesse preservare almeno l’indipendenza di questa. La distanza che vi è tra la democrazia e il dispotismo – Soderini e Lorenzo – sembrava svanire paragonandola con la differenza tra la precedente e l’attuale situazione d’Italia, tra la sicurezza, l’opulenza e il riposo che aveva goduto sotto i governanti nazionali, e la miseria in cui era piombata dall’anno fatale in cui il primo tiranno straniero era disceso dalle Alpi. La nobile e patetica esortazione con cui il Principe si conclude mostra come l’autore sentisse profondamente questo soggetto.

Il Principe descrive il progresso di un uomo ambizioso, i Discorsi il progresso di un popolo ambizioso. Gli stessi principî che spiegano nel primo lavoro l’elevazione di un individuo, sono applicati nel secondo alla più lunga durata e agli interessi più complessi di una società. A uno statista moderno, la forma dei Discorsi può apparire puerile. In verità Livio non è uno storico su cui si può fare molto affidamento, anche quando egli abbia mezzi considerevoli d’informazione, e la sua prima Deca, cui il Machiavelli si è limitato, ha diritto a poco più di credito della nostra cronaca di Re Britannici che hanno regnato prima dell’invasione romana. Ma il suo commentatore gli è in debito solo di alcuni testi che egli avrebbe potuto con eguale facilità estrarre dalla Volgata o dal Decamerone. L’intero sviluppo del pensiero è originale.

Sulla singolare immoralità che ha reso il Principe impopolare, e che quasi ugualmente visibile è nei Discorsi, abbiamo già espresso la nostra opinione. Abbiamo cercato di mostrare che essa apparteneva piuttosto all’epoca anziché all’uomo, che era un’infezione parziale e che non implicava in nessun modo una depravazione generale. Tuttavia, noi non possiamo negare che essa sia una grande macchia, e che diminuisca considerevolmente il piacere che sotto altri aspetti questi lavori offrono ad ogni spirito intelligente.

Infatti è impossibile concepire una più sana e vigorosa costituzione d’intelletto di quella indicata da questi lavori. Le qualità dello statista, pratiche e speculative, sembrano esser mescolate nella mente dello scrittore con una rara e squisita armonia. La perizia nei particolari della questione non è stata acquistata a spese delle sue facoltà generali. Essa non ha reso la sua mente meno comprensiva; ma è servita a correggere le sue teorie, e a dare ad esse un carattere più vivo e pratico che così largamente le distingue dalle vaghe teorie della maggior parte dei filosofi politici.

Ogni uomo che ha visto il mondo sa che nulla è tanto inutile come una massima generale. Se essa è molto morale e molto vera può servire ad un ragazzo di scuola per copiarla. Se come quelle di Rochefoucauld è brillante e bizzarra può essere un motto eccellente per un componimento. Ma solo poche, invero, delle molte sagge massime che sono state pronunciate dal tempo dei Sette Savi di Grecia a quello del povero Riccardo, hanno prevenuto una sola azione insensata. Noi diamo la più alta e particolare lode ai precetti del Machiavelli, dicendo che essi possono venir usati con frequenza nella vita, non tanto perché siano giusti o più profondi di quelli che potrebbero esser tratti da altri autori, quanto perché essi possono esser più prontamente applicati ai problemi reali.

Vi sono alcuni errori in questi lavori. Ma sono errori che uno scrittore, nella situazione del Machiavelli, avrebbe potuto difficilmente potuto evitare. Essi sorgono, in massima parte da un unico difetto che sembra, secondo noi, pervadere il suo intero sistema. Nel suo progetto politico i mezzi sono stati considerati più profondamente dei fini. Il grande principio, che la società e le leggi esistono solo allo scopo di aumentare l’insieme del benessere privato, non è riconosciuto con sufficiente chiarezza. Il bene del corpo, dissimile dal bene delle membra e non sempre compatibile con esso, sembra esser l’oggetto che egli si propone. Di tutti i sofismi politici questo ha avuto l’azione più vasta e più nociva.

Nei piccoli stati della Grecia, la stretta unione e la mutua dipendenza dei cittadini insieme alla severità delle leggi di guerra tendevano ad incoraggiare una opinione che, in quelle circostanze, avrebbe potuto difficilmente esser considerata falsa. Gli interessi di ogni individuo erano inseparabilmente legati a quelli dello stato. Una invasione avrebbe distrutto il suo campo di grano, la sua vigna, lo avrebbe scacciato dalla propria casa e obbligato ad affrontare le durezze della vita militare. La pace gli restituiva la sicurezza e l’agiatezza. La vittoria raddoppiava il numero dei suoi schiavi. Una sconfitta avrebbe fatto forse di lui stesso uno schiavo.

Quando Pericle, nella guerra del Peloponneso, disse agli Ateniesi che se il loro paese trionfava, le loro perdite private sarebbero state prontamente risarcite; ma che se i loro eserciti avessero mancato il successo, ognuno di loro probabilmente sarebbe stato probabilmente rovinato, non diceva altro che la verità. Parlava ad uomini cui il tributo delle città vinte avrebbe fornito cibo e vestiario, dato il lusso dei bagni e i divertimenti dei teatri; cui la grandezza del paese conferiva dignità e davanti a cui i membri di comunità meno prospere tremavano, a uomini che in caso di un cambiamento della fortuna nazionale, sarebbero stati privati per lo meno di ogni agiatezza e di ogni distinzione della quale godevano.

Esser trucidati sulle rovine fumanti della loro città, esser trascinati in ceppi ad un mercato di schiavi, vedersi strappare i propri figli, ed uno di questi esser mandato a lavorare nelle cave di Sicilia, ed un altro come guardiano di un harem a Persepoli: queste erano le conseguenze frequenti e probabili di una calamità nazionale, onde tra i Greci il patriottismo divenne un principio o piuttosto una passione indomabile. I loro legislatori e i loro filosofi anzi, pensando a dare forza e grandezza alo Stato, stimarono di dare una sufficiente felicità al popolo. Gli scrittori dell’impero romano vivevano sotto despoti che avevano sottomesso al loro dominio un centinaio di nazioni fuse insieme, e i cui giardini avrebbero coperto i piccoli stati di Flio e di Platea. Eppure continuavano ad impiegare lo stesso linguaggio, parlando con affettazione del dovere di sacrificare ogni cosa al paese cui essi non dovevano nulla.

Cause simili a quelle che avevano influenzato i Greci operarono potentemente sul carattere meno vigoroso e meno audace degli italiani. Essi pure erano membri di piccole comunità. Ognuno era profondamente interessato al benessere della società cui apparteneva; ognuno era partecipe della sua prosperità o della sua povertà, della sua gloria o della sua vergogna. Tanto più all’epoca del Machiavelli. I pubblici eventi avevano apportato immense somme di denaro ai cittadini privati. Gli invasori nordici avevano portato l’indigenza nei loro deschi, l’infamia nei loro letti, il fuoco ai loro tetti, e il coltello alle loro gole. Era naturale che un uomo, vivendo in tempi come questi, dovesse dare maggiore importanza a quelle misure che rendono una nazione formidabile di fronte ai loro vicini, e sottovalutare quelle che la rendono prospera all’interno.

Nulla è più notevole, nei trattati politici del Machiavelli della onestà mentale che essi indicano. Ciò si osserva quasi con ugual forza tanto dove l’autore è nel giusto che dove è in errore. Egli non avanza mai una falsa opinione perchè è nuova o splendida perché può rivestirla con una frase felice, o difenderla con un sofisma ingegnoso. I suoi errori sono subito spiegati portandoci alle circostanze in cui egli si trovava. Evidentemente essi non furono voluti; erano sulla sua via e potevano essere difficilmente evitati. Tali sbagli sono quelli che commette necessariamente un precursore di qualsiasi scienza.

A questo proposito è divertente paragonare il Principe e i Discorsi con lo Spirito delle leggi. Montesquieu gode forse di una fama più vasta che non qualsiasi altro scrittore dell’Europa moderna. Qualche cosa senza dubbio si deve ai suoi merito, ma molto di più alla sua fortuna. A lui toccò la bella sorte di un Valentino. Egli infatti attirò l’attenzione della Francia al momento in cui essa si stava destando da un lungo letargo di fanatismo politico e religioso; e per conseguenza divenne un favorito. L’inglese di quel tempo considerava un francese che parlasse di controlli costituzionali e di leggi fondamentali come un prodigio non meno sorprendente di un porco sapiente o di un bimbo musicale. Specioso ma superficiale, ricercatore di effetti, indifferente alla verità, desideroso di costruire un sistema, ma disattento nel raccogliere quei materiali coi quali solamente si può costruire un sistema sano e duraturo, creava teorie con tanta rapidità e con tanta poca consistenza come una casa di carta, non ancora progettata e già completa, non ancora completa e già soffiata via e già dimenticata.

Il Machiavelli sbaglia soltanto perché la sua esperienza, acquistata in una società del tutto particolare, non poteva sempre metterlo in grado di calcolare l’effetto di istituzioni differenti da quelle di cui aveva osservato il funzionamento. Montesquieu sbaglia perché ha una bella cosa da dire ed è risoluto a dirla. Se i fenomeni che si trovano davanti a lui non convengono al suo caso, tutta la storia deve essere travisata. Se nulla di ciò che è stato stabilito da testimonianza autentica può esser strappato o reciso, e adattato alle sue ipotesi arbitrarie, egli ci ammannisce qualche mostruosa favola sul Siam o sul Batam o sul Giappone, narrata da scrittori – al cui confronto Luciano e Gulliver sono veritieri – doppiamente bugiardi perché viaggiatori e perché gesuiti.

Proprietà di pensiero e proprietà di dizione si trovano in generale insieme. L’oscurità e l’affettazione sono le due pecche maggiori di uno stile. L’oscurità d’espressione deriva in genere da confusione d’idee; e il desiderare di abbagliare ad ogni costo produce con facilità sofismi nei ragionamenti. La mente assennata e sincera del Machiavelli si mostra da sè nel suo linguaggio luminoso, virile e forbito. Lo stile di Montesquieu, invece, indica in ogni pagina un vivace ma guasto intelletto. Ogni artificio di espressione, dalla concisione misteriosa di un oracolo alla volubilità di un bellimbusto parigino, è impiegato per mascherare l’errore di alcune posizioni e la banalità di altre. Le assurdità sono fatte brillare in epigrammi; e gli assiomi sono nascosti in enigmi. Difficilmente, il più forte occhio può sostenere il bagliore che illumina alcune parti, o penetrare nell’ombra in cui se ne celano altre.

I lavori politici di Machiavelli traggono un interesse particolare dall’accorata serietà che manifesta ogniqualvolta tocca i temi connessi alle calamità del paese nativo. È difficile concepire una situazione più dolorosa di quella di un grande uomo condannato a osservare la lenta agonia di un paese esausto, a curarlo durante gli alternati attacchi di insensibilità e di frenesia che precedono la dissoluzione, a vedere i sintomi di vitalità sparire ad uno ad uno, finchè non resta altro che freddo, buio e corruzione. A questo compito triste e ingrato fu chiamato Machiavelli.

Nell’energico linguaggio del profeta, egli era "pazzo per la visione che i suoi occhi videro": discordia nel Consiglio, effeminatezza in guerra, libertà soffocata, commercio decadente, onore nazionale contaminato, un popolo istruito e fiorente dato in preda alla ferocia di selvaggi ignoranti. Sebbene le sue opinioni non siano sfuggite al contagio dell’immoralità politica che era comune tra i suoi connazionali, la sua disposizione naturale sembrava piuttosto ferma ed impetuosa anziché pieghevole ed artificiosa. Quando la miseria e la degradazione di Firenze e l’oltraggioso insulto che egli stesso sostenne gli ritornano in mente, la prudenza di linguaggio della sua professione e della sua nazione si cambia in amarezza, disprezzo ed ira. Parla come un uomo nauseato dai tempi calamitosi e dal popolo abietto tra cui gli tocca vivere. Si strugge per la forza e la gloria dell’antica Roma, per i fasci di bruto, per la spada di Scipione, per la gravità della sedia curule e per le pompe cruente del sacrificio trionfale. Sembra esser ritornato ai giorni in cui 800 mila guerrieri italiani balzarono in armi alla voce di una invasione gallica. Respira tutto lo spirito di quegli intrepidi ed alteri patrizi che dimenticarono i più cari legami della natura per il dovere nazionale, che considerarono con sdegno gli elefanti e l’oro di Pirro, e ascoltarono con imperturbabilità le terribili notizie di Canne.

Come un tempi antico, deformato da una barbara architettura di una ulteriore età, il suo carattere acquista interesse dalle stesse circostanze che lo umiliano. Le proporzioni originali sono rese più sorprendenti dal contrasto che esse presentano con le meschine e discordanti soprastrutture.

L’influenza dei sentimenti che noi abbiamo descritto non appariva solo nei suoi scritti. Il suo entusiasmo, vedendo preclusa la via che egli si era prescelta, sembra trovare sbocco in una disperata leggerezza. Godeva di un piacere vendicativo nel vilipendere le opinioni di una società che egli disprezzava. Dimenticò quella misura che doveva appartenere ad un uomo così famoso nelle lettere e nella politica. L’amarezza sarcastica della sua conversazione disgustò quelli che erano più propensi ad accusare la sua scostumatezza anziché la loro propria degenerazione, e che non erano in grado di comprendere quelle passioni, che sono nascoste nelle celie degli sventurati e nelle follie dei saggi.

Restano ancora da considerare i lavori storici del Machiavelli. Della Vita di Castruccio Castracani, ci occuperemo brevemente. Difficilmente avrebbe richiamato la nostra attenzione se non avesse attratto l’opinione pubblica più di quanto lo meriti. Pochi libri, infatti, potrebbero essere più interessanti di un’attenta e giudiziosa relazione fatta da una tale penna sull’illustre principe di Lucca, il più eminente tra i capi italiani, che come Pisistrato e gelone acquistarono un potere che si faceva più sentire che vedere, e basato non sulla legge o sui codici, ma sul favore del pubblico e sulle loro grandi qualità personali. Un tale lavoro ci mostrerebbe la vera natura di quella specie di sovranità tanto singolare e tanto spesso incompresa, che i Greci denominavano tirannia e che, modificata in qualche modo dal sistema feudale, riapparve negli stati di Lombardia e di Toscana. Ma questa piccola composizione del Machiavelli non è in alcun modo storia. Non ha pretese di fedeltà. È difficilmente più autentica della novella di Belfagor, ed è molto più scialba.

L’ultimo grande lavoro di questo illustre uomo è stato la storia della sua città natale. Essa fu scritta per ordine del papa che, come capo della casa de’ Medici, era allo stesso tempo il Signore di Firenze. I caratteri di Cosimo, di Piero, e di Lorenzo sono tuttavia trattati con una libertà ed imparzialità che fanno ugualmente onore allo scrittore ed al suo mecenate. Le miserie e le umiliazioni di dipendenza, il pane divenuto più amaro di ogni altro cibo, le scale più dolorose di ogni altra ascesa non hanno domato lo spirito del Machiavelli. Il posto più corrotto, di una professione corrotta, non ha depravato il cuore generoso di Clemente.

La Storia non sembra esser frutto di molta diligenza nelle ricerche. Indubbiamente ci sono delle inesattezze, ma è elegante, vivace e pittoresca, superiore a qualsiasi altra nella lingua italiana. Secondo noi il lettore ne riporta una viva e fedele impressione del carattere nazionale e dei costumi, più che da una narrazione esatta. La verità è che il libro appartiene piuttosto all’antica che alla moderna letteratura. È nello stile, non di Davila o di Clarendon, ma di Erodoto e di Tacito, e le storia classiche possono esser chiamate romanzi fondati sui fatti. La relazione, senza dubbio, in tutti i suoi punti principali, è intrinsecamente vera. Ma i numerosi e piccoli incidenti che aumentano l’interesse, le parole, i gesti, gli sguardi sono evidentemente forniti dall’immaginazione dell’autore. Lo stile degli ultimi tempi è differente. Una narrazione più esatta viene resa dallo scrittore. Tuttavia è da dubitare se essa dia ai lettori nozioni più esatte. I migliori ritratti sono quelli in cui vi è una leggera sfumatura di caricatura; e non siamo sicuri che le storie migliori non siano quelle in cui un poco di esagerazione o di narrazione romanzata è giudiziosamente impiegata. Qualche volta l’esattezza è perduta; ma nell’effetto si è guadagnato molto. Le linee più deboli sono trascurate; ma i grandi tratti caratteristici rimangono impressi per sempre.

La Istoria termina con la morte di Lorenzo de’ Medici. Il Machiavelli pare intendesse continuarla fino all’ultimo periodo. Ma la sua morte impedì l’esecuzione del suo disegno; e il melanconico compito di ricordare la desolazione e la vergogna d’Italia toccò al Guicciardini.

Il Machiavelli visse abbastanza a lungo per vedere il principio dell’ultimo sforzo per la libertà fiorentina. Subito dopo la sua morte fu finalmente stabilita la monarchia, ma non una monarchia simile a quella di cui Cosimo aveva posto le basi profonde nella costituzione e nel sentimento dei suoi cittadini, e che Lorenzo aveva abbellito con i trofei di ogni scienza e di ogni arte; bensì una odiosa tirannia, orgogliosa e volgare, crudele e debole, intollerante e lasciva.

Il carattere di Machiavelli era fastidioso ai nuovi padroni d’Italia; e quelle parti della sua teoria che erano in stretta correlazione con le loro abitudini giornaliere offrirono un pretesto per diffamare la sua memoria. I suoi lavori vennero rappresentati sotto falsa luce dagli studiosi, fraintesi dagli ignoranti, censurati dalla Chiesa, coperti di contumelie, con il rancore di una virtù simulata, dai prediletti di un vile dispotismo e dai sacerdoti di una vile superstizione. Il nome dell’uomo il cui genio ha illuminato tutti i misteri della politica, e al patriottismo del quale un popolo oppresso doveva la sua ultima speranza di emancipazione e di rivendicazione, passò come un detto d’infamia. Per più di duecento anni le sue ossa giacquero inonorate.

Finalmente un nobile inglese (1) pagò l’ultimo tributo del grandissimo statista di Firenze. Nella Chiesa di Santa Croce venne eretto un monumento alla sua memoria, contemplato con riverenza da tutti quelli che sanno distinguere la virtù di una grande mente nelle corruzioni di un periodo degenerato; e che sarà avvicinato anche con più profondo omaggio quando lo scopo cui la sua vita pubblica si era votata sarà raggiunto: quando il giogo straniero sarà spezzato, quando una seconda Pròcida vendicherà i torti di Napoli, quando un Cola di Rienzo più felice restaurerà le fortune di Roma, quando le strade di Firenze e di Bologna risuoneranno ancora del loro antico grido di guerra: Popolo, popolo; muoiano i tiranni.

 

Nota

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[1] Il monumento a Machiavelli si trova nella parte destra della navata centrale di Santa Croce, vicino al 4° altare ed è opera di Innocenzo Spinazzi del 1787 e porta la nota iscrizione "Tanto nomini nullum par elogium"; sul sarcofago si trova la figura allegorica della Diplomazia.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

1998 - Ultimo aggiornamento: 04 gennaio, 2010