Thomas Babington Macaulay

macaul1 - Macaulay - Introduzione al Machiavelli

Niccolò Machiavelli

Nota: testo della prefazione dell’edizione del volume Machiavelli Minore, collana La vita e le vite, Vetrina minima, della casa editrice O.E.T. (Organizzazione editoriale tipografica, a cura di Ernesto Brunetta, Bottega dell’Antiquario Roma), edito a Roma probabilmente nel 1946 (la copia in mio possesso è datata dal presumibile primo proprietario G.B. 5/III/1947)

Thomas Babington Macaulay (il nome dell’edizione economica in oggetto è sbagliato) nacque a Rothley Temple, nel Leicestershire il 25 ottobre 1800 e morì a Londra il 28 dicembre 1859, nono figlio del filantropo evangelico Zachary Macaulay, conservatore e antischiavista, ragazzo prodigio durante gli anni di studio al Trinity College di Cambridge, dove entrò nel 1818.

Scrisse nel 1842 i Canti di Roma antica, nel 1843 un volume di Saggi critici e storici, e soprattutto la storia d’Inghilterra, cui lavorò dal 1839, i cui primi due volumi furono pubblicati nel 1848, il terzo nel 1855 e l’ultimo postumo nel 1861. Dal gusto un po’ teatrale nel presentare fatti e personaggi e dallo stile eloquente e colorito, fresco e un po’ teatrale, ma poco esatto sul piano storico anche a causa di una certa dose di pregiudizi di cui è imbevuto.

N.B. Il traduttore dell’edizione in oggetto non è indicato e per noi è sconosciuto

Parte prima

Noi dubitiamo possa esistere nella storia letteraria un nome tanto detestato come quello dell’uomo il cui carattere e i cui scritti ci proponiamo di esaminare. I termini con cui generalmente viene descritto lo dipingono come il Tentatore, il Genio del Male, lo scopritore dell’ambizione e della vendetta, il vero inventore dello spergiuro. Sembrerebbe che prima della pubblicazione del suo fatale Principe, non vi fossero mai stati un ipocrita, un tiranno o un traditore, una virtù simulata o un conveniente delitto.

Uno scrittore ci assicura, con gravità, che Maurizio di Sassonia ha imparato da questo esecrabile volume tutta la sua politica fraudolenta. Un altro ci fa notare che da quando il volume è stato tradotto in turco, i sultani si sono abbandonati più di prima all’usanza di strangolare i loro fratelli. Il nostro sciocco Lord Lyttelton accusa il povero fiorentino dei numerosi tradimenti dei Duchi di Guisa e del massacro di San Bartolomeo.

Parecchi autori hanno insinuato che il complotto contro Giacomo I, detto delle Polveri, debba essere attribuito prima di tutto alle sue dottrine, e sono del parere che la sua effigie avrebbe dovuto sostituire quella di Guy Faux nelle processioni con cui la nobile gioventù inglese commemorava annualmente la preservazione dei Tre Stati.

La Chiesa di Roma ha messo all’indice le sue opere, e i nostri compatrioti non hanno tardato a dimostrare le loro opinioni in merito. Del suo cognome hanno fatto un epiteto di briccone, e del suo nome di battesimo un sinonimo di Diavolo.

Veramente è quasi impossibile per chi non abbia una conoscenza della storia e della letteratura italiane, leggere il famoso trattato che ha suscitato tanto biasimo intorno al nome del Machiavelli senza provare orrore e sgomento. Una tale manifestazione di nuda malvagità priva di vergogna, una tale fredda, cosciente e scientifica atrocità, sembrano appartenere piuttosto a un dèmone che al più depravato degli uomini. I principii che uno scellerato ribaldo vorrebbe difficilmente accennare al suo più fidato complice, o perfino ammettere lui stesso senza cercare di mascherarli con qualche attenuato sofisma, sono espressi senza la benchè minima circonlocuzione, e considerati come assiomi fondamentali di tutta la scienza politica.

Non è strano che i lettori comuni debbano considerare l’autore di tale libro come il più depravato e sfrontato degli esseri umani. Le persone più sagge sono sempre state propense a considerare con grande diffidenza gli angeli e i demoni della moltitudine, e nel caso presente molte circostanze hanno portato persino gli osservatori superficiali a chiedere giustizia della decisione del volgo. È noto come il Machiavelli sia stato per tutta la vita un repubblicano zelante. Nello stesso anno in cui compose il suo manuale sull’arte di governare fu imprigionato e torturato per causa della pubblica libertà.

Sembra inconcepibile che il martire della libertà abbia agito deliberatamente come apostolo della tirannia. Parecchi eminenti scrittori hanno cercato perciò di scoprire in questo suo gesto sfortunato un qualche significato occulto, più conforme al carattere e alla condotta dell’autore di quanto non appaia a prima vista.

Una ipotesi è che il Machiavelli intendesse praticare sul giovane Lorenzo de’ Medici un inganno simile a quello che pare abbia impiegato Sunderland nei confronti di Giacomo II, cioè che egli incitasse il suo allievo a misure violente e perfide quale mezzo più sicuro per avvicinare il momento della liberazione e della vendetta. Un’altra supposizione, che Bacone sembra sostenere, è che il trattato sia semplicemente un pezzo di forte ironia, con l’intenzione di prevenire le nazioni contro le arti degli ambiziosi. Sarebbe facile dimostrare che nessuna di queste soluzioni si accorda a molti passi dello stesso Principe.

Ma la confutazione più decisiva è quella che viene fornita da altri lavori del Machiavelli. In tutti i suoi scritti pubblicati, o in quelli che la ricerca di compilatori ha scoperto nel corso di tre secoli, nelle sue commedie, destinate al divertimento della moltitudine, nei suoi Commenti su Livio scritti per la lettura dei più entusiastici patrioti di Firenze, o nella sua storia dedicata a uno dei più amabili e stimabili papi, nei suoi pubblici messaggi e nelle sue note private, la stessa deviazione dal principio morale per cui il Principe è stato così severamente censurato è più o meno evidente. Noi dubitiamo che sia possibile trovare in tutti i suoi molti volumi una sola espressione che indichi come la dissimulazione ed il tradimento gli abbiano fato l’impressione di azioni infamanti.

Dopo di che sembrerebbe ridicolo dire che noi conosciamo pochi scrittori i quali mostrino tanta elevatezza di sentimento, un così puro e caldo zelo per il bene comune, e un così giusto punto di vista sui doveri e sui diritti dei cittadini come il Machiavelli. Eppure è così. E persino dallo stesso Principe noi possiamo scegliere molti passaggi che sostengono questa nostra tesi. A un lettore della nostra epoca e del nostro paese questa contraddizione è a prima vista inspiegabile.

Tutto l’uomo sembra esser un enigma, un grottesco insieme di qualità antitetiche: egoismo e generosità, crudeltà e benevolenza, perfidia e semplicità, abietta infamia e romantico eroismo. Una frase è tale che un provato diplomatico vorrebbe difficilmente scriverla nell’impartire istruzioni alla sua spia più fidata: la seguente sembra estratta da un tema sulla morte di Leonida composta da un appassionato scolaro. Un atto di astuta perfidia e un atto di devozione patriottica suscitano in lui lo stesso genere e lo stesso grado di rispettosa ammirazione. La sensibilità morale dello scrittore sembra esser a volte morbosamente ottusa e a volte morbosamente acuta. Due caratteri del tutto dissimili sono riuniti in lui. Essi sono l’ordito e la trama della sua mente; e la loro combinazione, come quella dei fili variegati in una seta screziata, dà a tutta la tessitura un aspetto smagliante e sempre cangiante.

La spiegazione avrebbe potuto esser più facile se si fosse trattato di un uomo molto debole o molto viziato di mente. Ma evidentemente egli non fu né l’uno né l’altro. I suoi lavori provano, al di là di tutte le contraddizioni, che il suo intelletto era forte, il suo gusto puro e il suo senso del ridicolo squisitamente acuto.

Tutto ciò è strano, eppure il più strano vien dopo. Ad ogni modo vi è ragione di pensare che quelli tra cui viveva non vedessero alcunché di ripugnante o di incoerente nei suoi scritti. Rimangono abbondanti prove dell’alta stima di cui la sua persona e i suoi lavori erano fatti segno dai suoi contemporanei più rispettabili. Clemente VIII patrocinò la pubblicazione proprio di quei libri che nella generazione seguente il Concilio di Trento considerò inadatti alla lettura dei Cristiani. Alcuni membri del partito democratico censurarono lo scrittore per ave dedicato il Principe ad un mecenate che portava il nome impopolare dei Medici. Ma per quelle dottrine immorali che in seguito suscitarono tanta severa censura, non sembra siano state sollevate obbiezioni. Il grido contro di esse fu per la prima volta alzato da oltr’Alpe, e pare sia stato udito in Italia con sgomento. Per quanto ci è noto, il primo veniva da un nostro connazionale, il cardinale Pole. L’autore dell’Anti-Machiavelli fu un Protestante francese.

È quindi nel senso morale degli italiani di quel tempo che noi dobbiamo cercare la vera spiegazione di ciò che sembra misterioso nella vita e negli scritti di questo notevole uomo.

Siccome si tratta di un soggetto che suggerisce molte interessanti considerazioni, sia politiche che metafisiche, noi chiediamo scusa di volerlo discutere in tutta la sua estensione.

Durante i tenebrosi e disastrosi secoli che seguirono la caduta dell’Impero Romano, l’Italia conservò, più di qualsiasi altra parte dell’occidente europeo, le tracce dell’antica civiltà. La notte che era scesa su di lei era la notte di un’estate artica; l’aurora cominciò a riapparire prima che dall’orizzonte fossero svaniti gli ultimi riflessi del tramonto. Era il tempo dei Merovingi francesi e della Eptarchìa Sassone in cui l’ignoranza e la ferocia sembravano fare del loro peggio. Tuttavia persino allora le provincie napoletane, riconoscendo l’autorità dell’Impero d’Oriente, conservarono qualcosa della cultura e della raffinatezza orientali. Roma, protetta dal carattere sacro del suo pontificato, godeva, almeno relativamente, di una certa sicurezza e riposo. Persino in quelle regioni in cui i sanguinari Longobardi avevano fissato la loro monarchia vi erano molta più ricchezza, istruzione, benessere materiale e ordine sociale di quanti ve ne fossero in Gallia, in Britannia e in Germania.

Ciò che maggiormente distingueva l’Italia dai paesi vicini era l’importanza che la popolazione della città, fin dai tempi più antichi, andava acquistando. Alcune città formate in luoghi selvaggi e remoti tra quanti erano sfuggiti al furore dei barbari, conservarono la loro libertà, dapprima restando nell’ombra, finchè più tardi divennero capaci di conservarla con la forza. Altre sembravano aver conservato, sotto tutte le varie dinastie d’invasori, Odoacre e Teodorico, Narsete e Alboino, le istituzioni municipali che erano state loro conferite dalla politica liberale della Grande Repubblica. Nelle province in cui il governo centrale era troppo debole sia per proteggere che per opprimere, queste istituzioni acquistarono più presto stabilità e vigore. I cittadino, difesi dalle loro mura, governati da propri magistrati e da proprie leggi locali, godevano una considerevole parte di indipendenza repubblicana.

Così sorse un forte spirito democratico. I Sovrani Carolingi erano troppo stupiti per vincerlo. La generosa politica di Ottone il Grande lo incoraggiò. Avrebbe potuto forse venire soppresso mediante una stretta coalizione tra Chiesa e Impero. Fu protetto e rinvigorito, invece, dai loro continui dissidi. Nel dodicesimo secolo raggiunse il suo massimo vigore, e dopo un lungo ed incerto conflitto, esso trionfò sull’abilità e sul coraggio dei principi svevi.

L’aiuto del potere papale contribuì non poco alla vittoria dei Guelfi. Tuttavia il successo non sarebbe stato di grande portata se l’unico risultato fosse stato quello di sostituire una servitù morale ad una servitù politica, innalzando i Papi a spese dei Cesari. Fortunatamente la pubblica opinione italiana aveva per lungo tempo contenuto i semi di libere opinioni, che ora si erano sviluppati rapidamente sotto l’influenza feconda delle istituzioni libere. Il popolo aveva osservato troppo lungamente, e troppo da vicino, tutto il meccanismo della Chiesa, i suoi santi e i suoi miracoli, le sue grandi pretensioni ed il suo splendido cerimoniale, le sue benedizioni senza valore e le sue maledizioni innocue, per poter essere ingannato. Stava dietro le scene sulle quali gli altri fissavano i loro sguardi con stupore, con terrore infantile e con interesse. Vedeva la montatura del macchinario e la fabbricazione dei tuoni. Vedeva le facce al naturale e udiva le voci naturali degli attori.

Le nazioni lontane consideravano il papa quale vice reggente dell’Onnipotente, Oracolo del Santissimo, arbitro di quelle decisioni e dispute di teologi e di re in cui nessun cristiano poteva far appello. Gli italiani erano a conoscenza delle follie della sua gioventù e di tutte le arti disoneste impiegate per raggiungere il potere. Sapevano quante volte avesse usato le chiavi la Chiesa per liberarsi dai più sacri impegni, per impinguare le tasche delle sue cortigiane e dei suoi nipoti. Seguivano con riguardosa riverenza le dottrine e i riti della religione dominante, ma pur chiamandosi cattolici avevano cessato di essere papisti. Quelle armi spirituali, che portavano terrore nei palazzi e nei campi dei più prodi sovrani, provocavano solo il loro scherno. Quando Alessandro III obbligò il nostro Enrico II a sottoporsi alla sferza davanti alla tomba di un suddito ribelle, egli stesso era un esule. I romani apprendendo che il papa concepiva disegni contro le loro libertà, lo cacciarono, e benchè solennemente promettesse di dedicarsi nel futuro alle sole funzioni spirituali, si rifiutarono di riammetterlo in città.

In qualsiasi altra parte d’Europa una larga e potente classe privilegiata calpestava il popolo e sfidava il governo. Ma nelle più fiorenti parti d’Italia i nobili feudali erano diventati relativamente insignificanti. In alcuni distretti si misero sotto la protezione di repubbliche potenti cui non erano in grado di opporsi, e a poco a poco si confusero colla massa dei borghesi. In altri l’influenza della nobiltà esistette, ma fu esercitata da capi di stati Transalpini. I nobili italiani non furono principi minuscoli, ma cittadini eminenti. Invece di rafforzare le loro fortezze situate sulle montagne abbellirono coi loro palazzi le piazze principali. Le condizioni sociali negli stati napoletani, e in parte di quelli pontifici, assomigliavano di più a quelle che esistevano nelle grandi monarchie europee. Ma i governi di Lombardia e di Toscana, attraverso i loro mutamenti, conservarono un carattere differente.

Un popolo quando è riunito in una città è più formidabile per i suoi governanti di quando è disperso in una vasta estensione di campagna. I Cesari più arbitrari hanno trovato necessario nutrire e divertire a spese delle province gli abitanti delle loro capitali, difficili ad esser governati. I cittadini di Madrid hanno più d’una volta assediato il loro sovrano nel suo palazzo e gli hanno estorto le più umilianti concessioni. I sultani sono stati sovente costretti a propiziarsi la feroce canaglia di Costantinopoli con la testa di qualche Visir impopolare. Per la stessa ragione vi era una certa nota di democrazia nelle monarchie ed aristocrazie del nord d’Italia.

Così la libertà, invero parzialmente, e transitoriamente, ritornò in Italia, e con la libertà vennero il commercio e il dominio, la scienza e il gusto, e tutti gli agi e gli ornamenti della vita. Le Crociate da cui gli abitanti degli altri paesi guadagnarono solamente reliquie e ferite, portarono alle nascenti repubbliche dell’Adriatico e del Tirreno un grande aumento di ricchezza, di dominio e di sapere. La posizione morale e geografica le mise in grado di trar vantaggio dal barbaro Occidente, e dalla civiltà dell’Oriente. Le loro navi percorrevano tutti i mari. Le loro fabbriche sorgevano su ogni costa. I loro agenti di cambio si erano stabiliti in ogni città. Le industrie fiorivano. Vennero istituite le banche. Le operazioni commerciali furono facilitate da molte utili e belle invenzioni. Noi dubitiamo che un altro paese d’Europa, forse eccettuato il nostro, abbia raggiunto oggi un grado di civiltà e di prosperità uguale a quello che quattrocento anni fa era in alcune parti d’Italia. Gli storici difficilmente scendono a quei particolari da cui solamente si posson trarre le reali condizioni di una società. Per questo motivo la posterità è troppo sovente ingannata dalle vaghe iperboli dei poeti e dei rètori, che confondono lo splendore di una corte con la felicità di un popolo.

Fortunatamente Giovanni Villani ci ha dato un’ampia e precisa relazione su Firenze nella prima metà del quattordicesimo secolo. Le entrate della Repubblica ammontavano a trecento mila fiorini, somma che, deducendo il deprezzamento dei metalli preziosi, equivale ad almeno seicentomila sterline. La cifra era maggiore di quella che l’Inghilterra e l’Irlanda, due secoli fa, pagavano annualmente ad Elisabetta, e secondo i calcoli che abbiamo visto, era maggiore anche di quella che il Gran Duca di Toscana percepisce attualmente da un territorio molto più vasto.

L’industria della lana, da sola, era composta di 200 fabbriche e di trentamila operai. La vendita delle stoffe produceva annualmente, in media, 1.200.000 fiorini, ciò che equivale a due milioni e mezzo di sterline. quattrocento mila fiorini venivano annualmente coniati. Ottanta banche facevano le operazioni commerciali non solamente di Firenze ma di tutta l’Europa. Le operazioni di queste istituzioni erano qualche volta di tale entità da sorprendere persino i contemporanei dei Baring e dei Rotschild. Due banche prestarono ad Edoardo III d’Inghilterra oltre trecentomila marchi, nel tempo in cui il marco conteneva più argento di 50 scellini odierni e quando il valore dell’argento era quattro volte di più dell’attuale. La città con i suoi dintorni aveva 170 mila abitanti. Nelle varie scuole circa 10.000 ragazzi imparavano a leggere; 1.200 studiavano l’aritmetica, 600 ricevevano una istruzione superiore. Il progresso dell’elegante letteratura e delle arti era proporzionato alla prosperità pubblica.

Sotto i dispotici successori di Augusto tutti i campi dell’ingegno si erano convertiti in lande deserte in cui restavano tracce degli antichi confini, tracce di antiche culture, ma che non producevano né fiori né frutti. Venne il diluvio dei barbari. Questo spazzò via tutti i confini. Cancellò tutti i segni della precedente cultura. Ma fertilizzò devastando. Quando si ritrasse, il deserto divenne come il giardino del Signore, lieto da ogni parte, ridente, felice, traboccante tutto con spontanea abbondanza di cose luminose o fragranti o nutrienti. Un nuovo linguaggio, caratterizzato da una semplice dolcezza e da una semplice energia, raggiunse la perfezione. Nessuna lingua ha mai fornito più smaglianti e più vividi colori alla poesia, e poco dopo apparve un poeta che seppe impiegarli.

Al principio del 14° secolo nacque la Divina Commedia, che senza confronto è il più grande lavoro di immaginazione apparso dopo il poema di Omero. La generazione successiva non produsse, invero, un secondo Dante, ma si distinse particolarmente per la sua attività intellettuale in genere. Lo studio degli scrittori latini non fu mai completamente abbandonato in Italia. Il Petrarca introdusse una più profonda, liberale ed elegante cultura e comunicò ai suoi connazionali quell’entusiasmo per le lettere, per la storia e per le antichità romane che divise il suo cuore con una donna insensibile e con una più insensibile musa. Il Boccaccio richiamò la loro attenzione ai più sublimi ed eleganti modelli della Grecia.

Da allora l’ammirazione per gli scienziati, e per i genii, divenne quasi un’idolatria del popolo italiano. Re e repubbliche, cardinali e dogi, gareggiavano tra loro nell’onorare e lodare il Petrarca. Ambasciate di Stati rivali sollecitarono l’onore del suo insegnamento. La sua incoronazione agitò la Corte di Napoli ed il popolo di Roma come avrebbe potuto farlo il più importante avvenimento politico. Raccogliere libri e antichità, istituire cattedre, proteggere uomini di scienza, divenne quasi una moda universale tra i grandi. Lo spirito delle ricerche letterarie si alleò con quello delle imprese commerciali.

Ogni luogo dove i principi, i mercanti di Firenze estendevano il loro traffico gigantesco, dai bazar del Tigri ai monasteri del Clyde (fiume della Scozia, ndr.) fu rovistato per scoprire medaglie e manoscritti. L’architettura, la pittura e la scultura erano munificamente incoraggiate, e sarebbe difficile nominare un eminente personaggio italiano del periodo di cui parliamo, che, qualunque sia stato il suo carattere, non abbia almeno mostrato amore per le lettere e le arti.

Cultura e pubblica prosperità continuarono a progredire assieme. Entrambe raggiunsero il loro vertice all’epoca di Lorenzo il Magnifico. Noi non possiamo fare a meno di citare lo splendido passaggio, con cui il Tucidide Toscano (Francesco Guicciardini, ndr.) descrive lo stato d'Italia in quel periodo: "Ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno nei luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni più fertili, né sottoposta ad altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori e di ricchezza, ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti principi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla serietà e maestà della religione, fioriva d’uomini pregiatissimi nell’amministrazione delle cose pubbliche e d’ingegni molto nobili in tutte le scienze ed in qualunque arte preclara ed industriosa".

Quando leggiamo questa giusta e splendida descrizione difficilmente ci persuadiamo di leggere dello stesso tempo in cui gli annali d’Inghilterra e di Francia ci presentano solamente uno spettacolo pauroso di povertà, di barbarie e d’ignoranza. Dall’oppressione di padroni analfabeti e dalla sofferenza di contadini abbrutiti, è splendido rivolgersi agli opulenti ed illuminati Stati d’Italia: alle vaste e magnifiche città, ai porti, agli arsenali, alle ville, ai musei, alle biblioteche, ai mercati pieni di ogni articolo di benessere o di lusso, alle fabbriche formicolanti di operai, agli Appennini coperti di ricche colture fino alla loro sommità, al Po che recava le messi della Lombardia, ai granai di Venezia, e riportava sete del Bengala e pellicce della Siberia ai palazzi di Milano.

Con particolare piacere ogni mente colta riposa sulla bella, felice e gloriosa Firenze; nelle sale risonanti della gaiezza del Pulci; nel luogo dove brillava la lampada di mezzanotte del Poliziano, sulle statue cui l’occhio ardente di Michelangelo giovane si rivolse col desiderio di eguagliarle nei giardini in cui Lorenzo meditò i meravigliosi canti per la danza di Maggio delle vergini etrusche. Ohimè, per la bella città! Ohimè, per l’intelligenza, per la scienza, il genio e l’amore!

 "Le donne e i cavalier, gli affanni, gli agi,

che ne ‘nvogliava amore e cortesia,

Là dove i cuor son fatti sì malvagi."

(Dante, Purgatorio, XIV)

Era venuto il tempo in cui tutte le sette fiale dell’Apocalisse dovevano esser versate e scosse su questi ameni luoghi un tempo di carneficina, di carestia, di miseria, d’infamia, di schiavitù, di disperazione!

Negli Stati italiani, come in molti esseri naturali, la decrepitezza prematura fu il castigo di una precoce maturità, la loro grandezza precoce e il loro precoce declino devono essere attribuiti principalmente alla stessa causa: la preponderanza che le città avevano raggiunto nel sistema politico.

In una comunità di cacciatori o di pastori ogni uomo diviene facilmente, quando è necessario un soldato. Le sue occupazioni ordinarie sono perfettamente cònsone a tutti i doveri del servizio militare. Per quanto una spedizione sia lontana egli trova facile trasportare con sé quanto occorre per il suo sostentamento. Tutto il popolo è un esercito; tutto l’anno è una marcia. Queste furono le condizioni sociali che facilitarono le conquiste gigantesche di Attila e di Tamerlano.

Ma un popolo che vive della coltivazione della terra si trova in una situazione molto differente. Il contadino è legato alla terra che lavora. Una lunga campagna sarebbe rovinosa per lui. Tuttavia le sue occupazioni sono tali da dare ancora al suo corpo la forza necessaria ad un soldato. L’agricoltura non richiede, almeno nella sua infanzia, una cura ininterrotta. In alcuni determinati periodi dell’anno, il contadino è quasi del tutto disoccupato e può senza danno allontanarsi il tempo necessario per una breve spedizione. Le legioni di Roma durante le prime guerre furono formate appunto così. La stagione in cui la presenza dei contadini non è richiesta era sufficiente per una breve incursione e per una battaglia. Queste operazioni, troppo frequentemente interrotte per dare risultati decisivi, servivano però a tenere nel popolo un grado di disciplina e di coraggio che lo rendeva non solamente sicuro, ma formidabile. Gli arcieri e gli alabardieri del Medioevo, che con un approvvigionamento sufficiente per 40 giorni, lasciavano i campi per la guerra, erano truppe di questo genere.

Ma quando il commercio e le industrie cominciano a fiorire si verifica un grande cambiamento. Le abitudini sedentarie al banco e al telaio rendono insopportabili le fatiche e le privazioni di guerra. L’occupazione dei commercianti e degli artigiani richiede la loro costante attenzione e presenza. In una tale comunità resta poco tempo superfluo; ma generalmente resta molto denaro superfluo. Alcuni membri della società vengono quindi assoldati per alleviare agli altri un compito incompatibile con le loro abitudini ed occupazioni.

La storia della Grecia è a questo proposito come per molti altri, il migliore commentario della storia d’Italia.

Cinquecento anni prima dell’èra Cristiana i cittadini delle repubbliche situate sul mare Egeo formavano forse la migliore milizia che fosse mai esistita. Quando la prosperità e la raffinatezza progredirono, il sistema soffrì un’alterazione graduale. Gli Stati del mar Egeo furono i primi a coltivare il commercio e le arti ed i primi in cui l’antica disciplina decadde. Ottanta anni dopo la battaglia di Platea, le truppe mercenarie manovravano ovunque per assedi e battaglie. Al tempo di Demostene era quasi impossibile persuadere od obbligare un ateniese ad arruolarsi per combattere in un paese lontano. Le leggi di Licurgo proibivano commercio e industria. Gli spartani quindi continuarono a formare una forza nazionale molto tempo dopo che i loro vicini avevano cominciato ad assoldare le milizie. Ma il loro spirito militare decadde con le loro singole istituzioni. Nel secondo secolo la Grecia aveva una sola nazione di guerrieri, i selvaggi montanari dell’Etolia che erano almeno di dieci generazioni più indietro dei loro connazionali per civiltà e per intelligenza.

Tutte le cause che produssero questi effetti tra i greci agirono anche più fortemente sugli italiani moderni. Invece di una potenza come Sparta, di natura guerriera, essi avevano tra loro uno stato ecclesiastico di natura pacifica. Dove vi sono numerosi schiavi ogni uomo libero è indotto da pressanti ragioni a famigliarizzarsi con l’uso delle armi. Gli Stati italiani non brulicavano come quelli della Grecia di migliaia di questi nemici interni. Infine, la maniera con cui le operazioni militari erano condotte durante i tempi della prosperità d’Italia riuscivano particolarmente sfavorevoli alla formazione di una milizia efficiente.

Uomini coperti di ferro dalla testa ai piedi, armati di lance poderose e montati su cavalli di razza, erano considerati la forza di un esercito. La fanteria era in confronto considerata di nessun valore ed era trascurata al punto di diventare realmente tale. Questa tattica mantenne il suo prestigio per secoli nella maggior parte d’Europa. Che i soldati appiedati potessero sostenere la carica di una cavalleria pesante era ritenuto del tutto impossibile, finchè, verso la fine del quindicesimo secolo, i rozzi montanari svizzeri sciolsero l’incanto e stupirono i più sperimentati generali sostenendo il temuto urto con una impenetrabile foresta di picche.

L’esercizio della lancia greca, della spada romana o della moderna baionetta si può acquistare con una certa facilità. Ma un breve esercizio giornaliero per molti anni non può abituare un uomo a sopportare una poderosa armatura e a maneggiare un’arma troppo pesante. In tutta l’Europa questo importantissimo ramo di guerra divenne una professione a sé.

Al di là delle Alpi, invero, per quanto fosse una professione, esso non fu generalmente considerato un mestiere. Era il dovere ed il divertimento di una casta classe di signori del paese. Era il servizio con cui essi tenevano le loro terre, e il diversivo con cui, in assenza di risorse mentali, riempivano le ore di ozio. Ma negli Stati del Nord d’Italia, come abbiamo già fatto osservare, la crescente potenza delle città, quando non aveva distrutto questa classe di uomini, aveva completamente cambiato le loro abitudini. Quivi perciò l’uso d’impiegare mercenari era divenuto generale al tempo in cui in altri paesi era ancora sconosciuto.

Quando la guerra divenne il mestiere di una classe particolare, la misura meno pericolosa che rimanesse ad un governo sarebbe stata quella di formare di questa classe un esercito permanente. È quasi impossibile per gli uomini che passano la loro vita al servizio di uno stato non sentire interesse per la sua grandezza: Le sue vittorie sono le loro vittorie. Le sue sconfitte sono le loro sconfitte. Il contratto perde una parte del suo carattere mercantile. I servizi del soldato sono considerati come il risultato di uno zelo patriottico, la sua paga un tributo della gratitudine nazionale. Tradire la potenza che lo impiega, o semplicemente esser negligente nell’eseguire il suo servizio, è ai suoi occhi il più atroce e degradante delitto.

Quando i principi e le repubbliche d’Italia cominciarono ad assoldare le truppe mercenarie la misura più prudente sarebbe stata quella di formare delle istituzioni militari in ogni stato. Disgraziatamente non fu fatto così. I guerrieri mercenari della Penisola, invece di esser attaccati al servizio di un solo stato, erano considerati di proprietà comune. Il rapporto tra lo stato e i suoi difensori era ridotto ad un puro e semplice traffico. L’avventuriero portava il suo cavallo, la sua arma, la sua forza e la sua esperienza sul mercato. Se il Re di Napoli o il Duca di Milano o il Papa o il Signore di Firenze concludeva l’affare, per lui era questione completamente indifferente. Egli stava solo per la paga più alta e per l'impegno di maggior durata. Quando la campagna per la quale era stato contrattato era finita, non vi era né legge né scrupolo che gli impedisse di volgere istantaneamente le sue armi contro l’ultimo padrone. Il soldato era interamente disgiunto dal cittadino e dal suddito.

Ne seguirono conseguenze naturali. Lasciata alla condotta di uomini che non amavano quelli che difendevano né odiavano quelli contro cui si battevano, che erano sovente legati da vicoli più forti all’esercito contro cui combattevano che allo stato che servivano, che ci perdevano se terminava il conflitto e guadagnavano dal prolungarsi di questo, la guerra cambiò completamente carattere. Ogni uomo scendeva in campo sapendo che tra pochi giorni avrebbe potuto ricevere la paga della potenza contro cui in quel momento era impiegato, e che avrebbe combattuto al lato del suo nemico contro il suo attuale alleato.

Il più forte interesse ed i più vivi sentimenti concorrevano a mitigare le ostilità di quelli che erano stati fin poco prima fratelli d’arme, e che avrebbero potuto ben presto diventare, ancora una volta, fratelli d’arme. La loro comune professione era un patto d’unione da non esser dimenticato nemmeno quando erano impegnati al servizio di parti contendenti. Da qui risultarono operazioni languide ed indecise oltre ogni esempio della storia, marce e contromarce, spedizioni fatte a scopo di saccheggio ed assedi e capitolazioni senza spargimento di sangue, combattimenti del pari incruenti, che formano la storia militare d’Italia durante il corso di due secoli. Potenti eserciti combattono dall’alba al tramonto. Una grande vittoria è ottenuta. Migliaia di prigionieri sono presi; quasi mai una vita è perduta.

Una battaglia campale sembra esser stata in realtà meno pericolosa di un ordinario tumulto civile.

Il coraggio non è ormai più necessario nemmeno al carattere militare. Gli uomini invecchiano sui campi di battaglia ed acquistano la più alta fama per i loro fatti d’arme, senza esser mai chiamati a far fronte ad un serio pericolo. Le conseguenze politiche sono troppo note. La parte del mondo più ricca e più illuminata rimase, così, indifesa agli assalti di barbari invasori, alla brutalità della Svizzera, all’insolenza della Francia e della crudele rapacità dell’Aragona. Gli effetti morali che ne seguirono furono anche più notevoli.

Tra le nazioni rozze che si trovavano al di là delle Alpi il valore era assolutamente indispensabile. Senza questo nessuno poteva essere eminente, pochi potevano essere sicuri. La viltà quindi era considerata come la più nefanda vergogna. Tra gli italiani raffinati, arricchiti dal commercio, governati da leggi e appassionati alle lettere, ogni cosa veniva ottenuta con la superiorità dell’intelligenza. Le loro guerre, più pacifiche della pace dei loro vicini, richiedevano piuttosto doti civili che militari. Per cui, mentre negli altri paesi il coraggio costituiva il punto d’onore, l’ingegnosità era il punto d’onore in Italia.

Da questi principî vennero dedotti, con processi strettamente analoghi, due sistemi opposti di adeguata moralità. Nella maggior parte d’Europa i vizi propri ad un’indole timida e che sono la difesa naturale della debolezza, cioè la frode e l’ipocrisia, erano considerati come i più disonorevoli. Mentre, d’altra parte, l’eccesso di spirito altero e ardito era considerato con indulgenza e persino con rispetto. Gli italiani consideravano invece con uguale indulgenza quei delitti che richiedevano dominio di sé stesso, tatto, rapida osservazione, fervida immaginazione e profonda conoscenza della natura umana.

Così un principe come il nostro Enrico V sarebbe stato l’idolo del Nord. Le follie della sua gioventù, l’egoistica e desolata ambizione della sua maturità, i Lollardi arrostiti a lento fuoco, i prigionieri di guerra massacrati sul campo di battaglia, le investiture e le astuzie ecclesiastiche mantenute per un altro secolo, la terribile eredità di una guerra irragionevole e senza speranza lasciata ad un popolo cui nulla importava del suo esito, ogni cosa fu dimenticata, eccetto la vittoria di Agincourt!

Francesco Sforza, d’altra parte, fu il modello dell’eroe italiano. Egli fece, di chi si serviva di lui e dei suoi rivali, degli strumenti. Egli prima sottomise i suoi aperti nemici con l’aiuto di alleati sleali; si armò quindi contro i suoi alleati con il bottino preso dai suoi nemici. Con la sua incomparabile scaltrezza si elevò dalla situazione precaria e dipendente di avventuriero militare al primo trono d’Italia. A un tale uomo fu perdonato: vuota amicizia, inimicizia ingenerosa, violazione di fede. Tali sono gli errori opposti che commettono gli uomini, quando la loro moralità non è una scienza, ma un gusto; quando essi abbandonano gli eterni principî per delle associazioni accidentali.

Noi abbiamo spiegato il nostro pensiero con un esempio peso dalla storia. Ne prendiamo un altro dalla letteratura. Otello uccide sua moglie; dà ordine di uccidere il suo luogotenente; e finisce con l’uccidersi. Eppure non perde mai la stima e l’affetto dei lettori del Nord, il suo spirito ardente ed intrepido lo redime di tutto. L’ingenua fiducia con cui ascolta chi lo consiglia, il tormento con cui si ritrae inorridito dai pensieri vergognosi, la tempesta di passione in cui commette i suoi delitti e l’altero ardimento con cui li riconosce, danno un interesse straordinario al suo carattere. Iago al contrario è oggetto di generale disgusto.

Molti sono portati a sospettare che Shakespeare sia stato sedotto da una esagerazione che non gli è abituale, ed abbia dipinto un mostro che non ha precedenti nella natura umana. Ora, noi sospettiamo che un uditorio italiano del quindicesimo secolo avrebbe provato sentimenti diversi. Otello non avrebbe ispirato altro che disgusto e disprezzo. La follìa con cui egli si fida delle professioni di amicizia di un uomo i cui piani egli ha ostacolato, la credulità con cui egli prende gratuite asserzioni e circostanze frivole per prove irrefutabili, la violenza con cui egli tace la discolpa fino a che questa non può far altro che aggravare la sua disgrazia, avrebbe eccitato l’orrore e il disgusto degli spettatori. La condotta di Iago l’avrebbero sicuramente condannata, ma l’avrebbero condannata come noi condanniamo quella della sua vittima. Un certo interesse e rispetto si sarebbe mescolato alla disapprovazione. La prontezza dell’intelligenza di Iago, la chiarezza del suo giudizio, la destrezza con cui egli penetra nell’indole degli altri e occulta la propria gli avrebbero assicurato una certa porzione della loro stima.

Tale era la diversità tra gli Italiani e i loro vicini. Una differenza analoga esisteva tra i greci del secondo secolo prima di Cristo e i loro padroni romani. I conquistatori, coraggiosi e risoluti, fedeli ai loro impegni e fortemente influenzati dal sentimento religioso, erano, allo stesso tempo, ignoranti, arbitrari e crudeli. Nel popolo vinto erano depositate le arti, la scienza e la letteratura del mondo occidentale. Nella poesia, nella filosofia, nella pittura, nell’architettura, nella scultura, i greci non avevano rivali. I loro modi erano raffinati, le loro percezioni acute, il loro ingegno pronto; erano tolleranti, affabili, umani. Ma di coraggio e di sincerità erano quasi completamente privi. I rozzi guerrieri che li avevano sottomessi si consolavano della loro inferiorità intellettuale facendo notare che scienza e gusto sembravano aver reso gli uomini atei, codardi e schiavi. La differenza continuò per lungo tempo ad essere fortemente marcata, e fornì un ammirabile soggetto al sarcasmo di Giovenale.

Il cittadino di uno stato italiano era il greco del tempo di Giovenale e il greco del tempo di Pericle riuniti in un uomo solo. Come il primo egli era timido ed arrendevole, astuto e senza scrupoli. Ma come il secondo, aveva una patria sua, la cui prosperità ed indipendenza gli erano care. Se la sua reputazione era diminuita da qualche abietto delitto, era, d’altra parte, nobilitata da un patriottismo e da una onorevole ambizione.

Un vizio autorizzato dall’opinione pubblica è semplicemente un vizio. Il male termina in sé stesso. Un vizio condannato dall’opinione pubblica produce un effetto pernicioso sui caratteri. Il primo è una malattia circoscritta, il secondo una infermità di tutto il corpo. Quando la reputazione del colpevole è perduta, egli molto sovente, per disperazione abbandona ogni avanzo della sua virtù. Un Signore delle montagne scozzesi, che un secolo fa (all’inizio del ‘700, ndr.) viveva di tributi estorti ai suoi vicini, commetteva lo stesso delitto per cui Wild venne giustiziato a Tyburn tra gli evviva di 200 mila persone. Ma non vi può esser dubbio che egli fosse molto meno depravato di Wild. Le gesta per cui la signora Brownrigg fu impiccata scompaiono nel nulla se si confrontano con la condotta del romano che faceva divertire il pubblico con un paio di centinaia di gladiatori. Eppure probabilmente noi saremmo in errore se supponessimo che tale romano avesse un’indole tanto crudele come quella della signora Brownrigg.

Nel nostro paese una donna compromette la sua situazione in società con ciò che in un uomo è comunemente considerata un’onorifica distinzione o, nel peggiore dei casi, come un peccato veniale. La conseguenza è nota. La reputazione morale di una dona è sovente più macchiata da un semplice passo falso che quella di un uomo da venti anni di tresche. L’antichità classica ci fornirebbe argomenti anche più decisivi, se possibile, di quelli che abbiamo riferito.

Noi dobbiamo applicare questo principio al caso che abbiamo di fronte a noi. L’abitudine di dissimulare e di mentire, senza dubbio contrassegnano un uomo della nostra epoca e del nostro paese, come un individuo del tutto spregevole e rotto a ogni vizio. Ma in nessun modo ne consegue che un simile giudizio sarebbe esatto nel caso di un italiano del medioevo. Al contrario, noi troviamo sovente in lui quegli errori che siamo usi a considerare come indizi sicuri di una mente depravata, uniti a grandi e buone qualità come la generosità, la benevolenza, il disinteresse. Da una tale situazione sociale Palamede, nei mirabili dialoghi di Hume, avrebbe potuto trarre esempi per la sua teoria tanto più sorprendenti di quelli fornitigli da Fourli. Queste non sono, ben lo sappiamo, le lezioni che gli storici generalmente amano impartire con molta attenzione o che i lettori desiderano imparare maggiormente. Ma non per questo sono inutili.

Come Filippo dispose le sue truppe a Cheronea, dove Annibale attraversò le Alpi, se la Regina Maria di Scozia fece saltare in aria Darley giacente infermo nella sua casa solitaria, o se Siquier sparò contro Carlo XII, e oltre diecimila domande della stessa natura, non sono in se stesse importanti. La ricerca può divertirci, ma il risultato non aumenta il nostro sapere. Legge invece bene la storia solo chi nota le forze che, in date circostanze, hanno il potere d’influenzare i sentimenti e le opinioni degli uomini, per cui sovente i vizi diventano virtù, i paradossi assiomi, ed egli impara così a distinguere ciò che è accidentale e transitorio nella natura umana, da ciò che è essenziale ed immutabile.

Al riguardo nessuna storia suggerisce riflessioni più importanti di quella degli stati di Toscana e di Lombardia. Il carattere dello statista italiano sembra, a prima vista, una collezione di contraddizioni, un fantasma così mostruoso come la portinaia dell’Inferno di Milton, metà divinità e metà rettile, maestà e bellezza in alto, strisciante e vile serpente in basso. Noi vediamo un uomo i cui pensieri e le cui parole non hanno relazione fra loro; che non esita mai a giurare quando vuole sedurre, che non vuole mai un pretesto quando ha intenzione di tradire. La sua crudeltà scaturisce non dall’ardore del sangue o dall’insania di una forza non controllata, ma dalla profonda e fredda meditazione. Le sue passioni, come eserciti bene addestrati, sono impetuose con regola, e nella loro furia più impetuosa non dimenticano mai la disciplina a cui sono state abituate. Tutta la sua anima è occupata da un vasto e complicato disegno ambizioso. Tuttavia il suo aspetto, il suo linguaggio non mostrano altro che una filosofica moderazione. Odio e vendetta corrodono il suo cuore; mentre il suo sguardo è un cordiale sorriso, il suo gesto una carezza familiare. Egli non mette mai in sospetto l’avversario con piccole provocazioni. Il suo proposito è svelato solo quando è compiuto. Il suo viso è sereno, il suo parlare cortese, finchè viene sopita ogni vigilanza, finchè un punto vitale è esposto, finchè la mira sicura è stata presa; e allora egli colpisce, per la prima ed ultima volta.

Egli non possiede, né dà valore, al coraggio militare, vanto del bestiale tedesco, del frivolo e loquace francese, del romantico ed arrogante spagnolo. Egli schiva il pericolo, non perché sia insensibile alla vergogna, ma perché, nella società in cui vive, la timidezza ha cessato di essere una vergogna. Offendere apertamente è, secondo lui, altrettanto male che offendere segretamente, ed è molto meno redditizio. Per lui i mezzi più onorevoli sono quelli più sicuri, più spediti e più oscuri. Non può comprendere come un uomo possa avere scrupolo d’ingannarlo se egli non ha scrupolo di distruggerlo. Considererebbe pazzia dichiarare aperta ostilità ad un rivale che può pugnalare in un amichevole abbraccio o avvelenare con un’ostia consacrata.

Eppure quest’uomo pieno di quei vizi che noi consideriamo come i più ripugnanti – traditore, ipocrita, codardo, assassino – non era in alcun modo privo di quelle virtù che noi generalmente consideriamo indice di superiorità di carattere. Per coraggio civile, perseveranza, presenza di spirito, quei barbari guerrieri che erano i primi nei campi di battaglia o sulla breccia, gli erano del tutto inferiori. Persino i pericoli che egli scansava con prudenza quasi pusillanime non confusero mai le sue percezioni, non paralizzarono mai le sue facoltà inventive, non strapparono mai un segreto dalla sua pronta lingua e dalla sua imperscrutabile fronte. Sebbene nemico pericoloso e ancor più pericoloso complice, egli governava con giustizia. Con tante slealtà nella sua politica,, vi era un grado straordinario di equità nel suo intelletto. Indifferente alla verità nelle transazioni della vita, egli era onestamente dedito alla verità delle ricerche speculative. La crudeltà senza scopo non era nella sua natura.

Al contrario, dove non era in gioco uno scopo politico, la sua disposizione era dolce ed umana. La suscettibilità dei suoi nervi e l’attività della sua immaginazione lo rendevano propenso a simpatizzare con il sentimento degli altri ed a trovar piacere nella carità e nelle cortesie della vita sociale. Sempre disposto a commettere azioni che potrebbero far sospettare una mente malata in tutte le sue facoltà, aveva invece una sensibilità squisita per il sublime naturale e morale, per ogni concezione gentile ed elevata. L’abitudine agli intrighi meschini e alle dissimulazioni avrebbero potuto renderlo incapace di vedute ampie e generali, se l’ampiezza dei suoi studi non avesse neutralizzato ogni tendenza alla grettezza. Conobbe i più acuti godimenti dello spirito, l’eloquenza e la poesia. Le belle arti si avvantaggiarono tanto per la severità dei suoi giudizi che per la liberalità del suo mecenatismo.

I ritratti dei più notevoli italiani di quel tempo sono perfettamente in armonia con questa descrizione: Fronti ampie e maestose, sopracciglia marcate e scure, ma non corrugate, occhi in cui la calma penetrante, senza esprimer nulla, sembra discernere ogni cosa; guance pallide per le lunghe meditazioni e le abitudini sedentarie; labbra formate con femminea delicatezza ma compresse con decisione più che virile, denotano il carattere di uomini intraprendenti e perspicaci; abili nello scoprire i propositi altrui e nel celare i propri; che debbono aver avuto formidabili nemici ed alleati pericolosi, ma che allo stesso tempo erano miti ed equanimi, e che possedevano una mente aperta e sottile che li avrebbe resi eminenti sia nella vita attiva che in quella contemplativa, e adatti sia a governare che ad istruire l’umanità.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

1998 - Ultimo aggiornamento: 04 gennaio, 2010