Gio. Battista Baldelli

Elogio di Niccolò Machiavelli

1672-1750

Edizione di riferimento:

Opere di Niccolò Machiavelli, cittadino e segretario fiorentino, vol. primo. Milano dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, contrada di S. Margherita, N.° 1118. anno 1804.

La Società Tipografica de’ classici italiani

AL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA.

Gli Editori

ai

Loro Associati.

Nella Prefazione al Guicciardini noi abbiamo brevemente dimostrato che ottimi insegnamenti trar possono dall’Istoria i Reggitori de’ popoli non meno che i grandi Condottieri degli eserciti. Questi insegnamenti però ancor più facili, dilettevoli e fruttuosi esser sogliono, allorchè con nitidezza di stile, con ingenua eloquenza e con filosofica perspicacia presentati vengano da un Genio sublime, che saputo abbia penetrare sin al cuore, per così dire, dell’Istoria stessa, scoprire i più segreti motivi delle rivoluzioni, calcolarne le circostanze, dalle vicende de’ passati secoli predir quelle de’ futuri, e finalmente bilanciando il tutto colla natura dello spirito umano, e colla propria esperienza nata e cresciuta nel vortice de’ pubblici e pericolosi affari, formar quasi una scuola od una scienza, che ammaestri ad un tempo i seguaci di Marte, e i sommi Magistrati. Tanto fece appunto Niccolò Machiavelli, che frammezzo anche all’urto di prepotenti pregiudizj ed all’orrore di civili discordie ardì spargere il primo vivissima luce sulla Politica e sulla Tattica; e le opere del quale corsero gran tempo per le mani di tutti lette, approvate, e stampate in più luoghi, e persino in Roma dedicate al Papa, senzachè alcuno pensasse, non che osasse, di dirne male. Quest’opere vengono ora da noi ristampate colla presente edizione, la quale, osiam dirlo francamente, sarà e la più compiuta, e la più corretta di quante fin ora fatte ne furono.

Idoveri però di una verace ed ossequiosa gratitudine vogliono che da noi venga qui renduto un ben giusto omaggio ai nomi di Daniele Felici Consigliere e Ministro degli Affari Interni della Repubblica Italiana , e di Alessandro Tassoni Ministro della stessa Repubblica presso S. M. il Re di Etruria, amendue

alteri spegli

Di bontà integra, e fidi lumi e chiari

D’invitta cortesia

egregj, e veri Italiani, che fra le gravi, e moltiplici incumbenze del Magistrato sanno dar luogo alle cure gentili delle Scienze e dell’Arti Belle; a promovere le quali essi pure contribuiscono col loro esempio e col loro favore. Ad essi pertanto noi siamo debitori delle moltissime lettere di Machiavelli; che verranno per la prima volta pubblicate in questa edizione, tutte assai importanti sì per lo stile, che per le materie diplomatiche, su cui s’aggirano, e delle quali a più opportuno luogo renderemo ragione .

A questo maggior compimento delle opere di Machiavelli l’altro pregio pur s’aggiunge in quest’edizione, quello cioè di una diligente ed esatta correzione. Il testo dell’edizione di Livorno colla data di Filadelfia 1796, che fu reso alla più perfetta lezione mercè la giudiziosa sollecitudine del chiarissimo Cav. Giovambattista Baldelli, e che meritamente primeggia fra i testi di tutte le altre edizioni di Machiavelli, fu da noi, per quanto ci fu possibile, specialmente seguito. Non abbiamo tuttavolta ommesso di collazionarla di continuo coll’edizione fatta in Firenze nel 1782., edizione, la quale, comechè macchiata di qualche difetto, voleva non di meno consultarsi, perchè fu da’ suoi editori realmente riscontrata sopra i Mss. originali. Nelle correzioni però abbiamo noi pure costantemente tenuto a riscontro l’edizione della Testina, così detta per esservi sopra i frontespizj delle diverse opere il ritratto dell’autore a mezzo busto, che fu fatta nel 1550, secondo l’Haym ed altri, in Roma, ma a sentimento del Cav. Baldelli in Ginevra, e diè merito d’essere citata dai Compilatori del Vocabolario della Crusca.

Fra i molti Elogi che scritti furono di Niccolò, abbiamo scelto noi ancora quello del già lodato Cav. Baldelli, perchè scritto con talento filosofico, ed in cui non solo hanno luogo i fatti istorici relativi alla vita civile del Machiavelli, ma con profondità di sapere vi sono analizzate le sue Opere, onde aver sott’occhio, come in un quadro, il vero spirito di esse. Nell’ordine abbiamo pur variato da tutte le altre edizioni, ristampando per le prime quelle opere, che ci sembrarono più interessanti, e più atte a far ben tosto spiccare il carattere dello stesso Scrittore. Machiavelli insomma appare in questa nostra edizione corredato di tutti que’ pregi, che degni sono di lui, e molti de’ quali indarno si cercherebbero in tutte le antecedenti. Noi proviamo così una dolce e ben giusta compiacenza nel vedere non solo superati ormai tutti gli ostacoli, che da principio sembravano opporsi alla nostra impresa; ma portata eziandio la serie stessa delle nostre edizioni oltre il quarantesimo quarto volume. Un coraggio ancora maggiore, ed una più assidua attività noi svilupperemo in avvenire. Vivete felici.

Giusti e Ferrario, e C.°

Elogio di Niccolò Machiavelli

Scritto dal Cavaliere

Gio. Battista Baldelli

Animadverto in quam periculosum iter processerim.

Val. Max. Lib. iii. Cap. vi.

Firenze, non meno che tante altre Repubbliche, nelle sue intestine discordie vedesi macchiata dal vizio dell’ingratitudine verso que’ sublimi ingegni che con le opere, o con gli scritti, pace, libertà e vita per lei tal volta sacrificarono; ma pure convinta dagli eventi felici delle loro imprese, o dei loro consigli, ella rendè alla memoria di molti suoi concittadini eterni tributi o con l’eloquenza, o con lo scalpello. Ma il Machiavelli non vide, se non fino ai dì nostri, alcun segno d’onorata riconoscenza.

Era sino dal secolo xiv rinata la bella letteratura, ed avea già l’Alighieri creata l’Italiana poesia, ringentilita poi dal Petrarca, ed il Boccaccio condotta aveva la prosa a quel grado d’eleganza, d’armonia, e di numero, di cui la dolcissima nostra favella sembrò capace. Molti ingegni, animati da Sovrani emoli d’Augusto, spianata avevan la via dell’umano sapere a quelli del secolo del Machiavelli; e il Poggio, Iacopo d’Angelo da Scarpería, Cristoforo Buondelmonti, Ciriaco Anconitano, e Giovanni Torelli, dai loro penosi e lunghi viaggi, di codici preziosi tornarono ricchi in Italia. Così gloriose spedizioni, e conquiste, più care ai Sovrani d’allora di quelle dei Regni, si facevano ad onore delle lettere, allorchè fatta schiava la Grecia, nuovamente eccitò il sapere nel seno della sua docile ed ingegnosa rivale: e se al dire d’Orazio

Græcia capta , ferum victorem cœpit et artes

Intulit agresti Latio ......

e preparò così l’aureo secolo d’Augusto; Costantinopoli, soggiogata dagli Ottomanni rendè immortale il secolo di Leone; e gli Argiropoli, i Gemisti, i Giorgi da Trebisonda furono i nostri Tirannioni, i Filoni, e i Carneadi.

Recando essi a noi la cognizione della greca favella, la traduzione, l’interpetrazione, e la correzione dei greci Scrittori, aprirono all’Italia feconde sorgenti dell’attica scienza, che a larga mano sparsero i Poggi, i Grisolori, Enea Silvio, il Platina, il Biondo, il Filelfo, il Poliziano, e tanti altri. E per eccitare viepiù negl’Italiani ingegni l’emulazione, comparve l’arte poco, meno che divina, della stampa, che assicura e rende eterne le fatiche de’ dotti.

Men rozza era la Storia, la maestra dalla vita, fino dal secolo precedente, come si legge in Paolino di Piero, in Dino Compagni, ed in Giovanni Villani, che possono chiamarsi i restauratori di quel genere di pittura politica della società, che ci trasmette i principj, l’ingrandimento, e la decadenza delle Nazioni, e che dipingendoci il bene, ed il male c’istruisce ugualmente. Anche il Dandolo in Venezia emulo del Villani, ed altri Istorici sparsi nel resto dell’ Italia, parea che apparecchiassero al secolo xv una plausibile foggia di scrivere le gesta degli uomini e dei governi; ma i Ranzani, i Palmieri, i Patrizi, i Corj, i Beccadelli noti sono soltanto alle bibliotèche fastose, ed agli esatti eruditi. Si eccettui per altro da questi Enea Silvio, sollevato al solo ingegno alla Tiara, per l’elegante Istoria de’ tempi suoi, e Bernardo Giustiniani chiamato il padre della veneta istoria. Anche il Poggio, e Lionardo d’Arezzo scrissero l’Istoria della Fiorentina Repubblica, di cui erano segretari; ma sebbene accurati molto, ed eleganti, furono privi di quella filosofica energia, e di quell’acutezza che indaga e distingue le cagioni; che risale alla sorgente dei fatti per isceglierne i più istruttivi, e formarne sugose e profonde lezioni. Abbagliati inoltre da vana e puerile ambizione, parea che emular volessero i Livi, i Taciti ed i Sallusti, scrivendo in latino linguaggio. Furono essi imitati da tutti i letterati d’allora con perniciosa ambizione; perchè ritardò in parte i lieti progressi, che far poteva in quel secolo di bell’ingegni fecondo l’Italiana prosa e poesia. In sì felice rinnovellamento delle umane cognizioni, oltre la perfezione dell’Istoria, parea che mancasse all’Italia la gloria d’esser la creatrice della Politica, che, al dire di Plutarco, è l’arte di reggere e governare un’estesa riunione d’uomini: arte, che costituisce la forza degli stati, che gli dirige nella loro condotta e nei loro principi, che gli mena alle guerre o alle paci, che gli solleva nell’interne discordie e nelle pubbliche disavventure: arte conservatrice e perspicace, che legge nell’avvenire, e che animata dalla virtù, può ritrarre gli stati dal precipizio, nel quale tentano di sommergergli l’ignoranza, l’ambizione, e più ancora le viziose passioni degli scostumati membri, che gli compongono.

Ecco dunque all’Italia il creatore della Politica, lo scrittore filosofo dell’Istoria, l’uomo grande, che rinascer fece il genio di coltivare la propria lingua; che propose modelli di un robusto, preciso ed amenissimo stile, l’emulo di Tacito, l’imitatore di Terenzio, il comentatore di Livio; ed ebbe Firenze la gloria di darlo all’Italia in Niccolò Machiavelli.

Nacque egli d’illustre prosapia [1] il 3 di maggio del mille quattrocento sessantanove. Si cercano indarno le notizie della sua prima età, e solo sappiamo, che Marcello Virgilio lo diresse negli studi [2]; che se noti ci fossero i primi suoi progressi nella letteraria carriera, potremmo forse ammirarlo, e proporlo come modello delle istituzioni dei giovani: se pure il nutritivo e abbondante alimento, che l’uomo forte sostiene e invigorisce, non divenisse talvolta all’uomo di debole costituzione pernicioso e contrario.

Nato in libera città, si educò da se stesso per quegli studi, che poscia lo renderono utile alla sua patria. Gl’Italiani d’allora occupavano nel ricercare i preziosi codici, che il sapere dell’augusta antichità racchiudevano, conservati dall’ignoranza, come la scintilla cui nasconde la selce, finchè la mano industre non la trae fuori per applicarla al comune vantaggio: ma il Machiavelli fu il primo ad applicare all’utile degli uomini i solidi e profondi precetti, che gli antichi abbondantemente sparsi avevano negli scritti loro.

Fu la Repubblica, cui egli apparteneva, il primo oggetto delle sue cure. Deplorando di vederla avvilita da leggi fiacche e inefficaci, turbata da sanguinose discordie, priva affatto di quegli eroi, che la sostengano e la sollevino, spogliata di quelle passioni, che formano gli animi grandi, e a quelle virtù, che Atene e Roma illustrarono, e renderono gloriose; non credè di soddisfare all’obbligo di buon cittadino, che con la patria centrasse in virtù de’ natali, studiando soltanto i vizi de’ tempi suoi, ed offerendole uno sterile sentimento di dolore e di compassione; ma acceso dall’entusiasmo dell’amor della patria, sforzossi estirparne fin dalle radici i vizi con le opere, con gli scritti, coi consigli e con gli esempli. L’avere immaginato un sì sublime disegno, l’uguaglia ai Soloni ed ai Licurghi; imperocchè tali imprese non si debbono giudicare dagli eventi; ma per rendere immortale l’uomo grande, basta l’aver esso immaginato il grandioso concepimento, e indicata, agevolata, e battuta la via per giungere a quello scopo sublime .

Conoscendo il Machiavelli che la più salda base d’una Repubblica è la virtù, il buono esempio e l’istruzione in chi dee governarla; quindi, allorchè Firenze ebbe ricuperata la libertà, compose i Discorsi per istruzione dei più qualificati Fiorentini, su i quali balenava un raggio di speranza, che gli annunziava della patria utili cittadini e sostenitori. Gli riuniva negli Orti Oricellari [3] già divenuti per opra sua nuovo Liceo della dotta Alene. In questi Discorsi con ordine lucidissimo e con filosofica precisione espresse quanto imparò per una lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo e degli uomini, e specialmente dei politici ravvolgimenti dei governi antichi e dei regni; e se conobbe il pericolo di calcar nuova strada, l’amore del pubblico bene lo fece con petto forte spregiare i privati riguardi, e l’invidiosa calunnia. Volle eccitare alla gloria i capitani e i cittadini datori delle leggi, mostrando il glorioso destino delle antiche Nazioni, dei Regni, e delle Repubbliche, paragonandole con quelle dei suoi tempi, e dipingendo le gesta degli eroi. Fece nella Politica ciò che nelle scienze fisiche e naturali dei filosofi suole operarsi ai dì nostri, consultando cioè la natura su i fatti; sull’esame di questi appoggiò le spiegazioni, dal risultato delle quali nascono i sistemi.

Fra tutti gl’Imperi, dei quali la storia ci ha trasmessa la memoria, sembrò al Machiavelli che l’esame dell’ingrandimento di Roma fosse la più copiosa sorgente, ove attingere i suoi luminosi e magnanimi esempi; perchè Roma da deboli principj, e formata sin dalla cuna da mal composta moltitudine, a poco a poco ne surse, quindi s’ingrandì, e il mondo tutto alle sue leggi ridusse. Conosceva che i corpi morali come i corpi fisici debbono il loro vigore all’armonioso complesso delle parti che li compongono ed alla robusta e salda tempra nelle membra; laonde convenir non poteva nè con Livio, nè con Plutarco, che l’ingrandimento di Roma dovuto fosse all’incostante fortuna; ma con filosofico acuto sguardo, ei vide Roma ingrandirsi, perchè regolata da migliori leggi, perchè più militar disciplina e più religione avea degli  altri popoli; e nelle storie di Tito Livio, che trasmessi ci hanno i bei tempi della Repubblica, ad una ad una cercò le ragioni  di sì rapidi e portentosi progressi, Da quelle storie trasse il soggetto dei suoi Discorsi, ove cominciò ad esaminare i principj d’ogni governo. «Vide gli stati retti o dal principe, o dagli ottimati, o dalla moltitudine»; osservò come tali governi, buoni per sè medesimi, facilmente posson corrompersi, «perchè il principato può divenire tirannide, gli ottimati diventare lo stato di pochi, e il popolar governo in licenzioso» convertirsi; e involgendosi all’origine dello stato sociale, mostra come questi governi vi si stabiliscano, vi degenerino, vi divengan viziosi, e quindi si spengano a vicenda, e come le società lungamente oscillerebbero in così fatte rivoluzioni, se spesso da tali convulsivi sforzi indebolite non soggiacessero sotto il ferro di un feroce vicino. Rigetta come facili a mutarsi i governi semplici, soggiungendo che un ordinatore di Repubblica dee stabilirvi un governo misto partecipante dei tre, come Licurgo il fece a Sparta, Romulo a Roma, e non popolare ordinarlo come Solone in Atene, che stabilita vide ai suoi dì la tirannide di Pisistrato.

Mercè di tali esami e di tali princîpi il Machiavelli, benchè l’Europa di tal governo niun modello avesse ai suoi tempi, fu il primo fra i moderni politici a riguardare un governo misto come il solo convenevole ad un popolo corrotto, come il solo capace d’accordare quella dose di libertà compatibile con le umane passioni; governo, che stabilì la felicità d’una colta Nazione d’Europa, encomiato da tutti i savi e non entusiasti politici, e che l’ha inalzata già da gran tempo a quella opulenza e cultura, che la rendono oggetto d’ammirazione e d’invidia. Tali vantaggi potrebbero però divenire sorgente della sua decadenza, se non conserverà quel santo e profondo rispetto alle sue leggi, rispetto, che il Machiavelli, a norma di Tacito, inculca per qualunque governo.

Da questi generali principj s’incammina all’esame di quelle istituzioni, che grande e mirabile fecero la Romana Repubblica. Mostra come il coraggioso Romulo contribuì col guerriero valore a preparare la pace necessaria a Numa per ordinare e civilizzare lo stato; come il bellicoso Tullo, ed Anco apprezzatore egli pure della pace, le militari virtù dell’uno sostennero, e conservarono le civili e religiose virtù dell’altro; come queste s’accrebbero col benefico influsso di due ottimi Principi; coma l’orgoglio e la tirannide di Tarquinio stabilirono quella libertà assodata poi dall’eroica virtù di Bruto; come il Senato d’amico e sostenitore del popolo ne divenne quasi il tiranno; dal che nacquero quei tumulti, che procurarono il tribunato alla plebe, che nel suo incominciamento era l’egida della sua libertà. Passa inoltre a mostrare come il sacrosanto rispetto per la religione e pel giuramento impedì i funesti effetti della popolari discordie, e come lungamente manntennesi quell’equilibrio fra gli ordini dello stato, che gli rendè perspicaci nel giudicare, e acerrimi difensori dei diritti loro, senza che ciò escludesse l’obbedienza alle leggi, ed il rispetto pei magistrati.

Utili e saggie sono le osservazioni ch’ei fa sui dì felici di Roma, ma più profonda istruzione ritrae dalla storia di quella trionfante Repubblica, allor quando esamina che i vizi che la corruppero, vendicarono le conquistate Nazioni :

Gula, et luxuria incubuit, victumque

ulciscitur orbem.

Mostra il Machiavelli come gradatamente si perderono quegli aurei, semplici, vigorosi costumi, e come dalla mollezza ne nacque il lusso, dal lusso la cupidigia di possedere, e quella d’usurpare; passioni, onde insorsero gli odj e le divisioni; quindi le guerre intestine, le ingiustizie, le fraudi, l’ambizione nei grandi, il privato vantaggio sostituito al ben pubblico, all’amor della patria, al timor delle leggi, al rispetto per le cose divine. Effetti tutti, che spensero affatto ogni primiera virtù, e ridussero l’Impero a lacrimevole servitù. « Servitù necessaria, perchè ove è tanta la materia corrotta, che le leggi non bastano a frenarla, vi bisogna ordinare con quella maggior forza qual è una mano regia che con la potenza assoluta ed eccessiva ponga freno all’eccessiva ambizione e corrottela dei potenti. »

Dallo stato interno della Repubblica passa all’esame delle sue istituzioni guerriere. Vede come i Romani con instancabile e severa disciplina gli altri popoli soggiogarono; come le conquiste furono utili ai Romani, trovando sempre nella guerra onde nutrire la guerra; come con la tolleranza, con la magnanimità, e con la giustizia si procacciarono nelle conquiste amici ed alleati, e non nascosti nemici o vili schiavi. Esamina poscia come il lusso di Roma ed i trionfi portarono nei generali e nelle armate la corruzione; le quali armate, obliata la patria loro, la immolarono all’audacia e alla cupidigia dei capitani. Da questi esami ne deduce quei precetti utili a chi governa, opponendo le antiche virtù di Roma ai vizi d’Italia, e sugli abbagli e sulle sventure del più vasto Impero fonda le regole per guidare gli uomini.

Non seguirò il Machiavelli in quel vasto codice dell’arte di governare; osserverò soltante ch’egli infiamma il lettore con gli esempli delle somme virtù; ch’ei solo tra i moderni agguaglia C. Tacito per penetrare nel tortuoso labirinto del cuore umano, ove cerca tutti i fili e tutte le molle delle passioni, e insegna come contenerle, dirigerle e soffocarle. Quindi non è agevole il giudicare se la posterità debba più a Tito Livio per la storia ch’ei ci trasmise, o per i sapienti discorsi, che essa fe’ nascere. Il Machiavelli non cadde negli abbagli del maggior numero dei filosofi, che dopo di lui corsero la carriera politica, i quali fabbricatori di fantastici sistemi, vogliono sottoporre l’uman genere alle loro vane spedizioni; compiacendosi di effigiare gli uomini quali gli vorrebbero, non già quali sono: ma conoscendo il Machiavelli la nostra natura, e le umane affezioni, contemplò l’uomo qual è, e a lui propose le leggi e le istituzioni, che un vasto impero renderono grande e felice.

Volendo proseguire però l’intera riforma del sistema politico della sua Repubblica, conobbe quanto le buone leggi inutili sieno, se non vengono difese dall’esterne e dall’interne aggressioni. Sapeva inoltre quanto contribuisca alla quiete, e alla pubblica prosperità una bene ordinata milizia, e qual civile virtù necessaria sia in chi giura di morire per difendere la patria, « giacchè vedeva che le buone milizie sole mantengono gli stati bene ordinati e che talvolta i non ben ordinati per virtù loro sostengono. »

Quindi mirar non poteva con occhio tranquillo quanto in Italia e nella patria corrotte fossero allora le militari discipline. I Principi Italiani erano accesi di smisurata rabbia a invadere e d’usurpare e di vendicarsi, non già con mire vaste ed eroiche, ma col raggiro, con la simulazione e coll’insidia; e passando nelle lascivie e nell’ozio i giorni loro, sdegnavano affatto il mestiere dell’armi, e lo affidavano a mercenarie schiere, e ai condottieri. Erano i condottieri d’ordinario persone d’oscuri natali, che corsa avevano la carriera dell’armi, i quali assoldando le più scostumate e dissolute genti d’Italia, vendevano queste mal composte ed inesperte milizie a cui intraprendea la guerra. Combattevano queste senza amore per la gloria, senza interesse o affezione per chi le assoldava; talchè vedevasi il più delle volte deciso il destino degli stati, e delle provincie dalla sola malizia o dal raggiro, senza che il valor militare spargesse goccia di sangue tra i combattenti. Ridotti i condottieri dalla pace all’indigenza, ricorrevano, per sussistere, ai saccheggi, alle rapine, tradivano le città ed i regni, e molti tra loro per questo obbrobrioso sentiero acquistavano potenza e stati a spese di chi gli avea nudriti e a suo danno esercitati nell’armi. Verso la fine del xv secolo era più gravemente afflitta da tai flagelli l’Italia, che oltre all’interne piaghe soffriva i danni che le arrecavano le armate straniere.

Scrisse dunque il Machiavelli i sette libri della Guerra per rendere all’Italia l’antico splendore guerriero, per riaccendere l’onor militare, e farle proscrivere quelle mercenarie milizie, ragione di debolezza e d’afflizione. Ammiratore al solito dei conquistatori del mondo, trasse da quelli i veri precetti di questa utile disciplina. Senofonte, Polibio, Tito Livio e Vegezio furono i maestri suoi, e primo fra i moderni determinò come aver si potea un’armata, che dannosa non fosse alla libertà d’uno stato. A tale oggetto propone, che la difesa della patria venga appoggiata ai cittadini, consigliando che non facciasi dell’armata un corpo staccato dalla società cui difende; altrimenti i difensori dei cittadini divengono odiosi ai Cittadini medesimi, e quindi spinti da altri interessi si vendono al capo ambizioso, che corrompere, o comprare gli seppe. I Pretoriani stabiliti per incatenare la tumultuante plebe Romana, e che d’appoggi del trono ne divennero i distruttori, quando scuoprirono l’arcano dell’impero, lo confermarono in tale opinione; e perciò propone milizie civiche, volontari cittadini, i quali, dic’egli, avranno il sentimento d’onore, ed ameranno la senza nuocerle, perchè offendendo la patria, offenderebbero sè stessi; ed in tal guisa Roma libera visse quattrocento anni, Sparta ottocento. Vide inoltre, che le armate permanenti sono perniciose agli stati, perchè non si può sempre far guerra, nè posson quelle pagarsi senza rovinose imposizioni, che alienano i sudditi, nè licenziarsi senza cimentare il più delle volte la pubblica tranquillità.

L’invenzione della polvere, e delle artiglierie parea che ai tempi del Machiavelli avesse cambiate affatto le militari ordinanze, e che combatter facesse ad armi uguali la debolezza e la forza. Quindi l’eroe era condannato ad essere spento dal vile; ed alla fisica forza d’impulsione nella battaglia si sostituì l’impavido valor morale, che aspetta al suo posto le ferite, e la morte. Ma se tale invenzione cambiò in parte gli esercizj, le difese, l’evoluzioni, gli attacchi, e le fortificazioni delle piazze, il Machiavelli mostrò all’Italia sbigottita da tali armi portate nel suo seno da Carlo via come resistervi coll’antica guerriera virtù, e come adattare la Romana tattica ai moderni tempi. Egli insegnò pure alla sua nazione come coprirsi da quelle nuove folgori artifiziali, come vincere con quelle, e come adoperare tali spaventevoli istrumenti di distruzione. Volle correggere da un altro abuso l’inesperta Italia, che ponea la sua salvezza contro gli aggressori nemici su gli uomini d’arme a cavallo, dimostrando che il nervo delle armate sono le fanterie, la cui bontà dipende dagli esercizj militari che le rendono atte ai disagi, dall’ammaestrarle nel maneggio dell’armi per rispingere e spegnere l’inimico, e dall’accostumarle a mantenere l’ordine e la norma nel camminare, nel combattere e nell’alloggiare. Niuna parte egli trascura delle militari istituzioni, e ricavare ne possono le più importanti lezioni i capitani e i soldati, mostrando ai primi quanto utili sieno le concioni agli eserciti, perchè, dic’egli «il parlare leva il timore, accende gli animi, cresce l’ostinazione, scuopre gl’inganni, promette premi, mostra i pericoli, e la via di fuggirli; riprende, priega, minaccia, riempie di speranza, loda, vitupera, e fa tutte quelle cose, per le quali le umane passioni si spengono o si accendono. »

Tali furono i precetti, che scrisse a vantaggio della misera Italia, fatta già vituperio del mondo nella militare disciplina, com’egli dice; nè a colpa di lui potrà giammai attribuirsi, se ella non rivide i suoi Scipioni, i suoi Cammilli e i suoi Metelli, giacchè in tutti i tempi chi vorrà aspirare ad imitarli e seguirli nel cammin della gloria, troverà nei militari precetti del Machiavelli la vera guida, che condur possa gli eroi [4].

E per additare ai pusillanimi e molli Principi dei suoi tempi, che, praticabile era la militar disciplina, di cui egli addita i canoni e la norma, propone coll’aureo stile di Giulio Cesare il modello d’un gran capitano. Ed ecco i fatti e le gesta di Castruccio. Mostra come esso da oscuri natali ascese al grado d’eroe; come si svilupparono in lui i germi delle virtù colla lettura d’antichi esempli; come acquistò vigore nei maschj esercizi, e fama col suo valore; come superò gli ostacoli con la costanza; come adorare dalle armate si fece, guidandole alla battaglia, dividendo con quelle i disagj, i pericoli, la prospera e l’avversa fortuna; come tante virtù l’avrebber portato a signoreggiare sull’intera Toscana, se l’invida sorte spento non avesse l’eroe nell’ atto di raccogliere la palma dei suoi militari trionfi; « eroe, com’egli dice, che se avesse avuto per patria la Macedonia o Roma, avrebbe senza dubbio superati e gli Scipioni, e i Filippi. »

L’umana debolezza, strettamente collegata con la smoderata e vantaggiosa idea di noi stessi, creder ci fa lontani dai mali che afflissero gli altri; quindi è che l’esperienza e le disgrazie degli altri popoli nulla curiamo, precipitandoci ciecamente nelle stesse voragini, che inghiottirono gl’inesperti, e non recessivi nostri antecessori.

Il Machiavelli, conoscitore degli uomini, penetrato da tal verità, vedeva che inutilmente faticato avrebbe a rendere migliori i suoi concittadini, se non additava loro quanto tali cambiamenti erano necessarj. Frutto di tali benefiche cure furono l’Istorie sue Fiorentine, ove con energici tratti espresse le sventure degli avi per utile dei nipoti. Figlio di libera città, osservata l’avea afflitta da continui cambiamenti per lo passato, ed anco, ai tempi suoi vedevala ora schiava, ora libera; e stanca sempre della servitù, incapace di libertà, ora porgere il collo alle catene, ora frangerle con convulsivo e prolungato sforzo, e ritornare finalmente a quei lacci che la condannavano nuovamente ad un letargico assopimento .

Segue nelle sue Storie Fiorentine il governo in quei volubili cambiamenti, e mostra come l’orgoglio e la cupidigia dei grandi tolsero loro il governo, che nelle mani del popolo si ridusse; come il popolo corrotto dalla sua elevazione aggiunse ai vizi propri quei vizi stessi rimproverati ai grandi poc’anzi, del che sommamente irritata la plebe, tolse a questo il governo. Sotto l’Impero della plebe si veggono moltiplicarsi le tirannie e i tiranni, accendersi le passioni, irritarsi le vendette, sorgere la brama della rapina giustificata con la calunnia, sostenuta col ferro, e la giustizia sbigottita coprirsi di cupo velo, vedendosi ognora invocata dal tradimento. Dipinge poscia come il disordine rianimò le fazioni e i tumulti, poderosi nemici di libertà, e come Firenze per tre interi secoli agitata in tumultuose rivoluzioni, cresciuti i vizi suoi, e le ricchezze dei cittadini, si vendè ad una potente famiglia, che soggiogolla.

Reca stupore e spavento il vedere a quante sventure soggiacque Firenze per la sua sfrenata e mal intesa libidine di libertà, prima di ridursi alla dittatura dei Medici: quanto atroce quel tempo fu per le guerre, tumultuoso per le sedizioni, e quanto in pace crudele; quanti ottimati furon sacrificati col ferro; come lo stato afflitto fu saccheggiato dagli esteri; come la città fu arsa e rovinata dai cittadini; come desolati furono i templi, corrotte l’ecclesiastiche cerimonie, e i costumi; come il suolo patrio asperso del sangue dei figli; l’Italia piena d’esilj; come le ricchezze, la nobiltà, i nomi, e soprattutto le virtù istesse prendevan sembianza di capitali delitti; come furono premiati gli accusatori, corrotti i servi contro i signori, i parenti contro i parenti; e come in fine quelli, che non avevano nemici, furono oppressi dagli amici.

Oltre al merito d’istruire la sua patria coll’esposizione delle sue proprie sventure, il Machiavelli ha ancor quello d’essere il vero padre della moderna Italiana istoria; giacchè per istoria non si devono considerare le cronache inette, superstiziose e appassionate, o le storie inesatte senza critica e spirito filosofico, quali si scrissero fino al tempo del Machiavelli. Egli inoltre conobbe prima d’ogni altro, che tanto in politica, quanto in medicina non posson curarsi le malattie che attaccano un corpo morale, senza anatomizzare le interne parti che lo compongono.

Sobrio ed elegante scrittore, profondo pensatore, acuto osservatore, prepara all’intelligenza delle sue storie, dipingendo con rapido e filosofico pennello lo spazio di nove secoli, e mostra come operaronsi quelle sovversioni, che renduti ci hanno sì differenti da quei Romani, da noi ammirati, ed imitati non mai. Scrisse col metodo degli antichi le gesta dei regni, e degli uomini, e diede vita novella, e robusta eloquenza ai datori di leggi, e ai condottieri degli eserciti con quelle concioni, che mettono in azione gl’illustri personaggi, di cui ragiona, fonti inesauste d’istruzione al leggitore. Quantunque descriva un tempo sterile di virtù, pone in luminosa vista i pochi nostri antenati degni di fama, per additarne che la virtù germoglia ancora nei nostri petti, e che da noi dipende l’emularli nel cammin della gloria .

Dedicò le Storie Fiorentine a Clemente vii, da cui ottenne tenue ricompensa, quantunque lo consigliasse il Pontefice d’occuparsi in sì fatto lavoro [5]. Non asconde però nè l’estensione di potere, che acquistò la tiara sul temporale nei secoli d’ignoranza, nè quanto nociva fosse alla quiete d’Europa la smisurata ambizione dei Pontefici; e si perdona in parte a Clemente i mali, che all’Italia arrecò, quando si vede capace d’ascoltare simili verità, e quando permette il pubblicarle. Non si può infine rimproverare al Machiavelli quella sterile loquacità attribuita agl’Italiani scrittori, degni per altro di scusa, qualora si rifletta ai difficili tempi, nei quali scrissero; tempi che allacciavano l’ingegno, e ristringevano le umane contemplazioni; onde non è maraviglia, se quasi vedeasi spenta l’energia e la facoltà del pensare.

Le sventure della sua patria un’altra opera alla posterità procurarono di questo sommo filosofo. Rientrati i Medici m Firenze, gl’inquieti Fiorentini di mala voglia sopportarono quei cambiamenti operati dall’ambizione Medicea, per ridurre a servitù la patria; ma frenati i malcontenti dalla durezza dei tempi, nascosi odj covavano contro quella potente famiglia. Il Machiavelli per conservare quelle repubblicane scintille, illustrando alla patria qual giogo le sovrastava, sotto specie di favorire col consiglio l’ingrandimento dei Medici, scrisse il libro del Principe, nel quale dimostra ciò che un Principe nuovo è necessitato di fare per sostenersi, come incatenar debba l’odio, che accende nei sottoposti; e protestando ch’egli non parla nè dei Principi liberamente eletti, nè delle monarchie stabilite, prosegue, che chi a tal periglioso posto s’inalza, sperare non dee nè l’amore, che forma il più dolce legame trai sudditi ed il trono nelle stabilite monarchie, nè quell’armonia d’autorità e d’obbedienza, che la forza dello stato costituisce. Quindi egli dice essere l’usurpatore obbligato per sostenersi a calcar la strada della crudeltà, della simulazione e del rigore. Corrobora queste dure necessità con gli esempi dei più crudeli usurpatori, e de’ più empi tiranni dei tempi antichi e moderni. Protesta « che l’intento suo si è di scrivere cosa utile a chi l’intende, sembrandogli più conveniente andar dietro alla verità effettuale della  cosa, che all’immaginazione di essa, e scriver ciò che è, non ciò che dovrebbe essere. Perchè molti si sono immaginati Repubbliche e Principati, che non si sono mai visti, nè conosciuti essere in vero; perchè egli è tanto discosto da come si vive a come si doveria vivere, che colui che lascia ciò che si fa, per quello che si doveria fare, prepara piuttosto la rovina sua, che la sua preservazione » Additava così ai suoi concittadini, che non si lusingassero di vedere i Medici come dovevano essere, e che non narrava ciò che un Principe nuovo doveva fare, ma ciò che egli realmente faceva [6].

Quello che evidentemente dimostra, che egli tendeva un laccio all’inalzamento Mediceo, è l’aver consigliato ai Principi nuovi di servirsi delle armi dei cittadini, quasi loro in tal guisa d’armare alla vendetta il braccio dei numerosi nemici di un nuovo giogo. Quando parla però di tutti i generi di principati, non lascia di dare a chi gli governa lodevoli e salutari consigli, e meglio nasconde così la sua dubbia saetta.

Qui pure si scorge quanto a cuore il suo paese gli fosse, consigliando come solo mezzo a un Principe nuovo per acquistare somma gloria il cacciare i barbari dall’Italia. Vedeva quest’antica feconda madre d’eroi al tutto cambiata; rammemoravasi, che le Nazioni, che dal Tigri al Tamigi s’estendono, piegato avevano il collo sotto il valoroso braccio dei suoi guerrieri. Arrecavagli amara doglia il vederla senza capo, senz’ordine, divisa, inerme, tremante; quindi battuta, spogliata, lacera, corsa e vilipesa da quei barbari, che calati a sciami dalle montagne, vi cercavano quelle dolcezze, che l’asprezza dei climi e dei costumi avevano loro ricusate. Avendo lungamente con gli esteri praticato, non aveagli veduti superiori agl’Italiani nè per virtù, nè per forza, nè per ingegno; quindi persuader voleva, che dove erano gentili ingegni, cuori magnanimi, robuste genti, potevano aversi valorosi, e prudenti guerrieri, capaci di battere e superare i barbari, che l’Italia inondavano; perchè sapeva quanto animosi alla difesa ci renda il combattere pei patrj lari, per le mogli, pei figli, e quanto invincibile sia chi le proprietà, le leggi, i templi difende. Ben conosceva esser l’Italia forte pel mare, e per l’alpi, favorita dal cielo, perchè popolosa, ricca, ingegnosa fatta l’avea; quindi increscevagli, che di tali vantaggi precariamente godesse, e per molle non curanza l’osse esposta alla cupidigia di chi invadere la voleva. Soggiunge quindi essere virtù grande nelle membra di essa, quando di capi ella non mancasse, e la rappresenta in atto di pregare il cielo, che qualche campione le mandi, che dalla crudeltà e dall’insolenza dei barbari la redima, ben disposta a seguire il vessillo di quello.

Grande, valoroso, magnanimo cittadino, ecco i consigli, che alla patria proponi; la penetrante tua mente antivedeva le sciagure, che a cagione di sua mollezza all’Italia avverrebbero: e nel tuo libro gli scìoli [7], i nascosti amici d’ogni sorte di tirannide, che smascherati avevi alla posterità, trovarono quel preteso veleno, che tu svelasti a comune vantaggio: essi malignamente non curarono gli antidoti, ohe proponesti a ciascun passo di ogni tua opera per soffocarlo. Nè infruttuosi furono i loro sforzi presso il comune degli uomini, che giudica senza pensare, che poco cura di rivendicare la verità, o di cercarla. Acerrimo oppugnatore di ogni tirannide, i tuoi nemici t’incolparono d’essere divenuto il precettore dei tiranni! E in qual paese? in quello che sopportati e nutriti avea nel suo seno gli Sforzi, i Cesari e gli Alessandri Borgia. Quali lezioni dar potevi a tai mostri che l’ipocrisia, la finzione, l’irreligione, i tradimenti, gli assassinj, i veleni, i pugnali con loro vantaggio impiegarono? I tuoi detrattori a bella posta finsero di ricordarsi che tu annunciando alla patria la prigionia del Valentino, avevi detto che a poco a poco i peccati suoi lo avevano condotto alla penitenza. Essi a bella posta non valutarono quel sublime, limato, eloquente discorso, ove tante meritate laudi dispensi ai fondatori delle Repubbliche e delle monarchie. Perchè non rimproverano ugualmente al Profeta d’Iddio il discorso, in cui dipinse il diritto regio agl’incostanti Ebrei, che un Re domandavano, ove loro espresse non il felice regno di David, ma l’obbrobbrioso, e tirannico degli Acabbi e dei Manassi?

Ecco quanto il Machiavelli scrisse e immaginò per rendere alla patria lustro e virtù. Si ammiri adesso nella carriera d’uomo di stato e di privato, nella quale lo vedremo corroborare con gli esempj le sue dottrine; e se in quelle per modello propose le antiche istituzioni, vedrassi degno egli pure d’essere agli antichi uguagliato per la dottrina, per la fermezza, e pel carattere, sembrando che la sorte donato lo avesse a Firenze nella sua decadenza, come donò Focione ad Atene, Cicerone a Roma negli spinosi tempi di quelle Repubbliche, per provare agli uomini, che le passioni  e i vizj sempre infruttuosi ci rendono quei beni ch’ella concede.

Esaminiamo rapidamente la situazione, in cui erano Firenze e l’Italia, allorchè fu chiamato ai pubblici affari. Verso la metà del xv secolo, Venezia, Roma, Milano, Napoli e Firenze erano i primarj stati d’Italia. Tutti ugualmente animati dalla brama d’invadere, scambievolmente colle leghe si bilanciavano, coi trattati si contenevano, s’indebolivano con le guerre. L’Italia era allora ciò che l’Europa posteriormente divenne, e si reggeva con quell’artificiosa politica, che ridusse ad arte l’ingannarsi a vicenda, arte agl’Italiani rimproverata, quando adottata fu dai detrattori d’Italia.

Lo Sforza chiamò i Francesi in Italia, e gl’Italiani sbigottiti dai progressi di Carlo viii, gli opposero gli Aragonesi, facendo in tal guisa di quella bella regione una vastissima arena, lungamente insanguinata da questi potenti atleti; tanto la debolezza privi di riflessione ci rende.

Così era l’Italia. Firenze però in quei tempi riassunse la libertà. Era stata la Repubblica lungamente retta dai Medici, che a tal grandezza inalzaronsi coi servigi renduti alla patria, con la protezione, accordata ai dotti ed alle arti, con le civili ed uficiose maniere, e specialmente con le munificenze verso quel popolo, nel che impiegarono le ricchezze del loro esteso commercio. Le virtù di Cosimo e di Lorenzo piegarono maggiormente i cittadini alla dittatura dei Medici non gravosa, perchè spontanea. Quando Carlo viii passò in Italia, Piero la Repubblica reggeva coll’ereditata autorità del padre e dell’avo, ma non con uguale virtù; anzi con modi altieri erasi alienato l’affetto dei cittadini. Collegatosi con gli Aragonesi contro i Francesi, allora amati dai Fiorentini, minacciato da Carlo per questa lega, seco parlamentò, ma lo fece con sì poco vantaggio, che fu obbligato d’abbandonare parte del dominio della Repubblica; di che sommamente irritati i cittadini, il cacciarono dalla patria con la famiglia.

Fu riformato lo stato dalla parte nemica dei Medici, che per cattivarsi la plebe impiegò il famoso Savonarola, il quale con dubbia fama fu giudicato dai posteri; tanto le virtù ed i vizi con doppio aspetto si veggono nelle civili discordie. Costui volle rendersi più rispettabile alla moltitudine, prendendo sembianza di profeta; e nell’assunto carattere non risparmiò la stessa Roma. Il Machiavelli scherzosamente disse di lui che “i profeti non armati capitavano male, quindi consigliavali ad armarsi”; il qual detto fu poi dall’evento verificato, giacchè [8] reclamato dal Pontefice, e perduta l’aura della plebe, abbruciato fu da quel popolo, che adorato l’avea.

Accresciute le discordie civili nella Repubblica, i Pisani ne profittarono per iscuotere il giogo dei Fiorentini, i quali, dopo varj tumulti, ridussero il governo nelle mani del gran consiglio e del gonfaloniere perpetuo Soderini, cittadino onesto e officioso abbastanza, ma non abbastanza grande e robusto per reggere il timone degli affari in tempi sì burrascosi. Temendo i Fiorentini il risentimento dei Medici, che ogni via tentavano per rientrare nella patria, più strettamente alla Francia s’unirono; quindi furono involti in tutti gli ambiziosi disegni del successore di Carlo viii. Le difficoltà dei tempi produssero ai Fiorentini molte negoziazioni coi primari potentati dell’Europa, nelle quali principalmente si servirono del Machiavelli, che larga fama erasi acquistata pei suoi talenti. Egli addestrossi agli affari come Cancelliere, ofizio importante della Repubblica, sotto Marcello Virgilio Segretario della medesima, ed insieme con lui poco dopo a sì eminente posto venne inalzato.

Non seguirò il Segretario Fiorentino [9] nelle numerose legazioni, che sostenne presso l’Imperatore, il Pontefice, ‘l Re di Francia; e i primarj potentati d’Italia. Le lettere, che egli scrisse nel corso di quelle, sono un prezioso monumento per l’istoria dei tempi suoi; e, per quanto a lui si rimproverino insidiosi e dubbi principj [10], le sue lettere respiran tutte un puro amore per la patria ed un ingenuo candore. Esse fanno fede del maraviglioso di lui talento per esporre con lucida giustezza gli affari, e per appoggiarli con adattate ragioni al personaggio, con cui trattava. Penetrato il Segretario del sacro diritto delle genti, non mai intorbidò la quiete interna dei paesi, che l’accoglievano, e stimando i governi non per le popolose città, nè per le ricche Provincie, ugualmente la sovranità rispettò nel Duca di Piombino e nella Contessa di Forlì, di quello che la rispettasse nell’Imperatore o nel Pontefice. Ma il giusto ossequio per ogni fatta di governo, ma il rispetto per chi lo amministrava non lo abbassò ad una timida adulazione, o ad una servile compiacenza, imperocchè con petto di libero cittadino rispingeva le ingiurie e i motteggi, ed esigeva quegli stessi riguardi che praticava verso gli uomini, che vestivano il carattere degli imperanti; di che fece mostra allorchè trattava gli affari della Repubbblica a Nantes col Cardinale di Roano, più noto sotto il nome di Cardinale d’Amboisc, che, di politica seco lui ragionando, gli disse, che gl’Italiani non s’intendevano della guerra; al che rispose con voce franca ed intrepida, che i Francesi non s’intendevano dello stato, perchè intendendosene non avrebbero lasciati venire in tanta grandezza il Pontefice e la Spagna in Italia; ed in fatti si avverò la sua profetica risposta, mentre, fatti potenti ambedue, cacciarono i Francesi da quel paese.

Era la Repubblica giusta apprezzatrice del Machiavelli, ma non generosamente lo ricompensava dei suoi importanti servigi e delle faticose sue cure; talchè l’obbligava talvolta a ricorrere agli scarsi fondi, che la fortuna sobriamente accordogli, e talora alla Signoria perchè quasi dall’indigenza lo ritraesse; ciò non ostante spinto più dall’amor della patria, che dall’interesse, e non avvilito dalle anguste sue circostanze, sempre riassunse gli affari con uguale ardore. Alle osservazioni ch’ei fece negl’intrapresi viaggi per le sue legazioni, devonsi i ritratti delle cose di Francia e di Alemagna, non favorevoli a quei popoli, scritti forse ad oggetto di correggere la patria da quella illusione e da quello omaggio, che alle cose d’oltramonti fuor di misura e ciecamente profonde.

La Repubblica lo consultò nei più spinosi affari del suo dominio, ed ei le diede i più salutari consigli, quando i popoli della Val di Chiana si ribellarono. Molti altri suggerimenti e consigli diede alla patria nell’ufizio di Segretario, come lo dimostrano le molte sue lettere, che conservano i nostri pubblici Archivj: si ama in quelle il Machiavelli quando si vede consigliar la pace, gli accomodamenti amichevoli, raccomandare la severa e distributiva giustizia, il risparmiare il popolo nei dazi, e valutare le più piccole circostanze, quando al privato o al pubblico bene utili le credeva. La Repubblica non trascurò le sue militari dottrine, profittando del suo consiglio, di servirsi cioè delle armi proprie. Egli fu incaricato di scrivere le provvisioni per creare le milizie, e di far le leve dei difensori, che volea trarre dal suo seno; e tanto fu reputato da’ suoi concittadini per la scienza militare, che i magistrati gli accordarono autorità quasi dittatoria su i capitani, e sul consiglio di guerra: ed a norma dei precetti e dei suggerimenti di lui creata una legione toscana, che posteriormente sotto la condotta di Giovanni de’ Medici gloriosamente combattè, e fece vedere [11] che

                             alla virtù latina

O nulla manca, o sol la disciplina.

Ma avvezzo, per lunga pratica e lungo studio, dal passato a dedurre l’avvenire, il Segretario diceva: « La buona fortuna dei Francesi ci ha fatta perdere la metà dello stato, la cattiva ci farà perdere la libertà »; predizione, che avverassi maravigliosamente; imperocchè, declinate le cose di Francia in Italia per opera di Giulio ii, volle Luigi xii, per vendicarsi del Pontefice, adunare un Concilio in Italia, e a tale oggetto ai Fiorentini richiese Pisa; ma illuminati dal Segretario, temendo i fulmini e le vendette di Roma, pensarono di ricusarlo. Inviarono a tal uopo, ma infruttuosameute, il Machiavelli al Re, acciò rimovesse il Concilio, e tornato in patria lo spedirono a Pisa per vegliare sopra di esso, ed effettuarne lo scioglimento. Il Pontefice però irritato per l’involontario fallo dei Fiorentini riunì le forze sue a quelle degli Aragonesi, tolse loro la libertà, e ristabilì i Medici nella patria.

Sono le avversità ai cuori magnanimi ciò che sono le procelle pel nocchiero, che ne pongono in luminosa vista il coraggio e il valore. Non andò il Segretario esente da quelle disgrazie, che se renderono chiaro il suo nome, gli procurarono altresì una vita sempre angustiata e tempestosa: imperocchè avendo egli fatto ogni sforzo per sostenere la libertà della patria con le opere e coi consigli, i Medici lo riguardarono com’un ostacolo al vagheggiato ingrandimento; quindi Lorenzo, assunta la dittatura della Repubblica, lo fece spogliare per pubblico decreto dei suoi impieghi, e lo lasciò nell’oblio.

Così languiva il Machiavelli, allorchè renduto sospetto di complicità nella congiura del Boscoli e del Capponi contro il cardinale, Giovanni dei Medici, trascinato si vide nelle pubbliche carceri, e sottoposto a ignominiosa tortura, ch’ei sopportò nel silenzio e con eroica fermezza. Vedea con stoico coraggio accostarsi il supplizio, allorchè il Cardinale divenuto Pontefice in quel pubblico giubbilo gli fece rendere la libertà. Fu peraltro mandato in esilio, esilio ch’ei sopportò come Aristide, portandovi, come esso, dopo lunghi servigi, un cuore senza rimproveri, ed una nobile indigenza [12].

Rientrato libero in patria, se per le sofferte sventure non potè giovarle con le opere, volle giovarle almeno col consiglio « perchè egli credeva officio di buon cittadino quel bene, che per la malignità dei tempi ei non potette operare, insegnarlo almeno agli altri, acciocchè essendone molti capaci, alcuno di quelli più amato dal cielo operar lo potesse »; quindi pubblicò i suoi Discorsi sulle Deche di Tito livio, e successivamente compose tutte le altre opere sue, rendendosi immortale coll’ingegno; gloria, che ai suoi nemici non era dato di potergli involare.

Con la dedicatoria del suo Principe a Lorenzo dei Medici calmò in parte il risentimento di quella potente famiglia. Il cardinale Giulio, che governava Firenze per Leon x, ne diede non equivoca prova, consultandolo a nome del Pontefice sulla riforma del governo di Firenze, dal malcontento e dal sospetto, che vi regnava, renduta omai necessaria. Abbracciò questa commissione il Machiavelli, non già per adulare il Pontefice, ma per servire alla patria. Conseguente nei suoi principj, espose a Leone, non poter essere tranquillo, se non accordava un governo adattato al carattere dei cittadini. Propose d’equilibrare i partiti, e di rendere ad essa la libertà sotto gli auspicj del Pontefice, conservandone il supremo dominio. Così, soddisfacendo all’ambizione di Leone, due vantaggi procurava alla patria: la sua libertà dopo la morte di esso, e l’equilibrio delle parti, che, preponderanti, sempre aspersa di sangue l’avevano. Chiaramente si scorge quanto a cuore gli fosse, che il Pontefice adottasse quel nobile disegno, giacchè dopo d’aver parlato della fortuna di chi potè riformare uno stato, soggiunge: « Questi sono, dopo quelli, che sono stati iddìi, i primi laudati. E perchè e’ sono stati pochi che abbino avuto occasione di farlo, e pochissimi quelli che lo abbino saputo fare, sono piccolo numero quelli, che lo abbino fatto; ed è stata stimata tanto questa gloria dagli uomini, che non hanno atteso ad altro che a gloria, che non avendo possuto fare una Repubblica in atto, l’hanno fatta in iscritto, come Aristotile, Platone, e  molti altri, i quali hanno voluto mostrare al mondo, che se, come  Solone e Licurgo, non hanno potuto fondare un viver civile, non è mancato dall’ignoranza loro, ma dall’impotenza di metterlo in atto » .

Ma il cardinal Giulio facendo scrivere su tale oggetto, non pensava però di riformare lo stato [13]; volea soltanto simulare amore per la patria, e brama di soddisfare ai numerosi clamori dei malcontenti. I più intolleranti fra questi erano i giovani ottimati, che negli Orti Oricellari si riunivano, istruiti e diretti dal Machiavelli. Ordirono questi una congiura, che fu scoperta dalle severe perquisizioni del Cardinale. Varj de’ congiurati con la fuga poterono salvarsi, alcuni vi perderono la vita, e il Machiavelli cadde in sospetto d’esserne stato il segreto motore; ma non ci è noto, che ciò gli arrecasse altro infortunio, che l’esser nuovamente lasciato nell’umile fortuna, nella quale per lo avanti languiva.

Il Machiavelli trascurato e depresso cercò in se medesimo quelle gloriose consolazioni, proprie dell’uomo grande, e gli amici che erasi conciliati quando serviva la Repubblica, addolcirono in parte le sue disgrazie. Furono questi Francesco Vettori, il Guicciardino, Filippo Strozzi, il Valori, il Buondelmonti, il Rucellai, e tutti i più onesti e reputati personaggi della città. « L’aureo e scherzoso suo carattere, la sua sagacità [14], il suo sapere lo rendeano a questi caro e bramato; era infine Cicerone novello, consultato dai Catuli, dagli Attici e dai Metelli, e ciò che prova quanto degno fosse della loro affezione, è l’essersi veduto, ciò ch’è raro ai dì nostri, l’amicizia di quelli non mai spenta dall’avversa sorte, che l’opprimeva.

Le morali facoltà dell’animo, anche nell’uomo grande, come le fisiche facoltà dopo lungo esercizio, abbisognano della quiete, la quale dando a queste nuovo vigore, più robuste ed atte le rende a nuovi servigj. Il Machiavelli, tutto intento allo studio dell’arte di condurre gli uomini, trovò questa quiete in opere meno severe, ma ch’ei seppe rendere ugualmente istruttive. Scrisse delle commedie libere alquanto, perchè Aristofane e Plauto imitò, ove smascherando ingegnosamente l’ipocrisia, e scherzando, attaccò quella depravazione di costumi troppo allora comune. La Mandragola tanta fama gli acquistò, che Leon X fece venire da Firenze a Roma gli attori e la scenica decorazione della medesima [15]; tanto quei tempi eran dai nostri lontani. Le commedie, e la sua traduzione dell’Andria sono modelli di lingua, che i posteri leggeranno sempre con piacere, perchè con vivi colori e con verità vedonsi disegnati i costumi dei tempi suoi: tempi in par felici, che se la santa castità dei costumi era alquanto macchiata, il corrompere, l’esser corrotto non fu chiamata moda del secolo: inoltre la lettura di queste disingannerà certamente gl’increduli, che negavano al traduttore di Terenzio, al seguace di Plauto e di Aristofane l’intelligenza della latina favella [16].

Ei coltivò le muse con non mediocre fortuna; ammiratore del tenero e sfortunato cantore di madonna Laura, scrisse vari poetici componimenti, alcuni dei quali Petrarca stesso non avrebbe forse sdegnati per suoi. Devesi pure all’ozio della sua vita privata l’elegante novella di Belfagor, che la Fontaine credè degna di far sua propria; e se è vero, come pretendesi, che in quella dipingesse Marietta Corsini sua contorte, vedesi perseguitato dalla fortuna anche nelle domestiche dolcezze, che tanto alleggeriscono o accrescono le umane sventure.

Rivendicò alla patria la lingua di Dante, e nel suo discorso così s’esprime: « Sempre che io ho potuto onorare la patria mia, eziandio con mio carico e pericolo, l’ho fatto volentieri, perchè l’uomo non ha maggior obbligo nella vita sua, che con quella, dependendo prima da essa l’essere, e dipoi tutto quello, che la fortuna e la natura ci hanno concesso.» E in ciò di gran lunga superiore a Dante  prova a quel cinico, e vendicativo poeta, benchè immortale, che non in lingua curiale egli scrisse, come il pretende, ma in Fiorentina favella.

Fecelo il cardinale Giulio de’ Medici, dopo lunga dimenticanza, ricomparire nella carriera politica, inviandolo al capitolo dei frati minori di Carpi per separare la Toscana provincia da altra di quei religiosi. Bizzarre lettere ci rimangono del Guicciardino a lui scritte, scherzando su tal commissione. In una di queste lo paragona a Lisandro, che, dopo tante vittorie e trofei, ebbe la cura di distribuire le carni a quei soldati, che tanto gloriosamente avea comandati,

Vedendo la Repubblica innalzalo alla tiara il cardinale Giulio col nome di Clemente vii, e sapendo che il Machiavelli godeva del favore di lui, lo fece ricomparire nel maneggio dei pubblici affari. Quindi allorchè i Fiorentini si unirono con questo Pontefice contro Borbone generale di Carlo v, lo spedirono all’armata della lega per portarla alla difesa della Toscana minacciata da quel petulante capitano. In tal occasione eccitato fu il Machiavelli dal Duca d’Urbino, che comandava gli eserciti, di porre in ordinanza le schiere; ma egli lo ricusò: tanto negli uomini sommi la modestia e il sapere collegati si vedono [17]. Coll’ordinaria avvedutezza predisse in tale circostanza alla Signoria le disgrazie d’Italia; vedendo, come sovente accade, senza accordo e mal composta la lega.

Tornato in patria dopo il sacco di Roma, trovò la plebe, che credevalo istigatore della tirannide rimproverata ai Medici, irritata. Era nata quella popolare avversione contro di lui dai tenui favori che aveva ottenuti negli ultimi tempi dal cardinal Giulio e da Lorenzo, dimenticando la patria le sventure, ch’ei sopportò per giovarle. In tale angustia, e dall’ingratitudine colpito nel più vivo dell’animo, preso un medicamento, di cui usava sovente, cristianamente morì il 22 di giugno del 1527 [18], unicamente compianto dagli apprezzatori del vero merito, che furono sempre in iscarso numero, e dagli amici, di cui fece la delizia nella sua pubblica e privata carriera; dopo avere esperimentato quanto pericoloso sia pel filosofo l’istruire gli uomini, il concigliarli, il servirli, se il cielo nei generosi suoi sforzi non lo seconda.

Atene decretò la cicuta a Socrate e a Focene, i più giusti fra gli uomini; ma mitigò in parte il giudizio severo, che la posterità pronunciato avrebbe contro di lei; col pentimento sincero, e con le laudi e con le lacrime sparse sulle ceneri loro. Il Machiavelli provò l’ingiustizia degli uomini anche al di là della tomba. Erasi fatti nemici tutti i sostenitori degli abusi, tentando d’abbatterli ovunque potea discernerli; penetrato del sacro rispetto per la religione degli avi, vedea con pena il clero di quei tempi allontanarsi dalla decenza di costumi, che predicava: onde alcune volte negli scritti suoi lo sferzò amaramente; perlochè sorsero contro di lui numerosi nemici, quando furono con le stampe, e con l’approvazione del Pontefice, in Roma stessa pubblicati i suoi scritti. Il cardinale Riginaldo Polo fu il primo ad oppugnare il Machiavelli, prevenuto senza dubbio dall’abuso che vedeva farsi del Principe nella sua corte; ma il discreto Prelato avendo in seguito conosciuta la mente di lui, ne scusò, come abbiamo osservato, l’opera e l’Autore. Poscia il Catarino scagliossi conta di lui, ed ottenne un segnalato trionfo vedendo coronate le sue declamazioni colla proibizione delle opere del Segretario. Il Giovio, il Gentiletto, l’Osorio e molti altri seguirono le orme del Catarino. Chi nella morale, chi nella scienza lo percuoteva, altri tacciandolo d’ignorante della latina favella, altri com’empio, scrittore e come maestro di tirannia. Tutti questi campioni sembravano i Greci occupati a straziare il cadavere d’Ettore, che in vita gl’avrebbe cacciati in fuga col solo sguardo. Voleasi a quei tempi accordare però una qualche giustizia al calunniato Filosofo ristampandone le opere, sopprimendo soltanto quella picciola parte di esse, ch’eccitati avea quei ripetuti clamori; quando il Possevino, ardendo forse di sacra invidia perocchè membro d’una Società, che sola esser volea a possedere la riputazione d’illuminata, giunse nuovamente a trionfare di sì grand uomo. Il Machiavelli fu per esso un nuovo Prometeo rapitore del celeste fuoco a benefizio degli uomini; quindi di mala voglia soffrì, che sorta fosse fuora della sua società un’anima generosa a spander luce nell’universo; ed ecco i suoi fieri assalti contro le spoglie del Fiorentino Segretario, che gli confermarono la lanciata censura; ed eccolo privo per sempre delle sue opere, che erano la sola difesa, che dopo morte rimaner gli poteva per giustificare le sue dottrine. Fu rivendicato, per altro dalla giusta e verace lentezza dei secoli, giacchè la posterità ritorse contro la religiosa Società quelle armi, con cui attaccato aveva lo sventurato Filosofo, e ad essa attribuì i principj stessi di artificiosa, di simulata politica, e d’insidiosa scienza di governare.

Anche al Possevino si riunì altra turba di detrattori del Machiavelli [19], i quali altro non fecero, che ripetere i dibattuti rimproveri. Il Bayle, e l’autore dell’Antimachiavello si collegarono contro le massime e i principi del Segretario, sperando forse di cuoprire, coll’ingiurie, scagliate contro di lui, le massime ed i principj iniqui sparsi nelle opere loro velenose e mordaci. Ma non mancò il Machiavelli di generosi sostenitori [20], che i nemici suoi combatterono, opponendosi ai deboli sforzi, con cui si tentava di cancellare il suo nome dal tempio dell’immortalità, ove condotto lo avevano i suoi discorsi sulla guerra, sulla politica, su i governi, e le sue storie. I loro sforzi bilanciarono in parte la pubblica opinione, ma ai tempi nostri ottenne il Segretario compiuta e segnalata giustizia; imperocchè fra i suoi concittadini sorsero valorosi difensori, i quali lo renderono alla patria, che, sbigottita dai clamorosi romori dei suoi avversarj, non ardiva di riconoscerlo, come una madre, che vedendo minacciato il figlio, guardasi di nominarlo, temendo di riaccendere contro di lui l’odio e le ricerche dei suoi nemici. Diedero questi l’impulso al filosofo Principe, che governò la Toscana, a permettere che comparisse, due secoli e mezzo dopo la morte del Machiavelli, un’apologia del medesimo alla testa dell’edizione Fiorentina delle sue opere; e procurarono così nuove glorie al Sovrano, e all’ingegnosa Firenze. I felici tentativi loro ottennero un nuovo omaggio al Segretario Fiorentino, risvegliando la riconoscenza della sua patria. Il forestiero ammiratore dei preziosi monumenti, che in sè racchiude questa Capitale dell’Attica moderna, cercava indarno nel tempio augusto [21], ove sono le memorie del grato omaggio prestato alle ceneri di altri illustri coucittadini, indarno, io dico, ei cercava accanto al monumento dell’ardita mano, che la cupola del Vaticano disegnò, al monumento dello scuopritore dei Satelliti di Iove, quello del chiaro ingegno, che insegnò l’arte di regolare gli stati, e di rendere felici gli uomini con buone leggi; e stupefatto di non vederlo fra quelli, parea domandare ciò che ai Siracusani domandò Cicerone, ove la tomba, cioè, si nascondea d’Archimede. Languivano le ceneri del Machiavelli in oscuro ignoto sepolcro, ed essi gli procurarono un decoroso monumento, cancellando quella macchia d’ingratitudine, che Firenze avea contratta verso quell’illustre suo figlio.

Doveasi al Machiavelli un altro giusto tributo, ed era questo un omaggio di laudi riferite nella Fiorentina Accademia. Fui da un illustre membro di quel dotto Consesso [22] prescelto per adempire quest’ultimo decoroso dovere. Egli consultò in questa nobile commissione l’indulgente amicizia, di cui mi onora, piuttosto che le mie forze. Io bramava di cancellare i torti della posterità verso del Machiavelli; ma troppo era inferiore alla nobile commissione della quale io mi vidi onorato.

 

Note

________________________

[1] La famiglia dei Machiavelli fu delle più cospicue della Fiorentina Repubblica. Erano i suoi antenati Signori di Montespertoli, e sino dal 1283 cominciarono a distinguersi in Firenze. Questa famiglia ebbe dodici Gonfalonieri di giustizia, primaria dignità di quella Repubblica, e cinquanta Priori. Il nostro Niccolò nacque da Bernardo di Niccolò Machiavelli morto nel 1500, che fu giureconsulto e tesoriere della Marca, e da Bartolommea di Stefano Nelli, vedova di Niccolò Benizi, che si distinse come singolare coltivatrice delle lettere e della poesia, la quale Bartolommea sposò Bernardo nel 1458 Niccolò loro figlio sposò Manetta Corsini, dalla quale ebbe cinque figliuoli, Bernardo, Lodovico, Pietro cavalier di Malta, Guido prete, e Baccia maritata a Giovanni de’ Ricci, madre di quel Giuliano, che molte notizie ci ha lasciate relative al Machiavelli in un Priorista esistente nell’Archivio dei signori Ricci di Firenze, e pubblicato, per ciò che riguarda il Machiavelli, da Iacopo Gaddi de Scriptorihus. Il ramo del Segretario terminò in Firenze in Ippolita Machiavelli maritata a Pier Francesco de’ Ricci nel 1608. L’altro ramo dei Machiavelli, agnato a quello del Segretario, terminò in Francesco Maria marchese di Quinto nel Vicentino, morto in Firenze nel 1726. L’arme loro era una croce azzurra in campo bianco con un chiodo in ciascun angolo della croce. (Alb. de’ Mach. di Lorenzo Moriani presso il sig. Gaetano Cambiagi . Ammirato, Fam. nob. fior. )

[2] (Pauli Jovii Elogia. Bas. 1596 pag. 104.)

[3] Furono celebri questi Orti Oricellari in tutta l’Italia: Bernardo Rucellai, grand’istorico e gran cittadino, si servì di Leon Battista Alberti primo restauratore della buona architettura per adornarne l’abitazione, ed ivi raccolse preziosi monumenti d’antichità. Ne abbellì alla greca usanza i giardini con vaghi boschetti, e con ameni ed ombrosi passeggi. Quivi accoglieva e trattava i forestieri bramosi d’ammirarlo; e quivi ristabilì l’accademia Platonica decaduta affatto dopo la morte di Lorenzo de’ Medici suo stretto congiunto. I suoi figli emularono il padre nel proteggere i dotti e le scienze, ma ancor più si distinsero per la stretta amicizia che gli unì col Machiavelli. (Rer. Italic. Script. Fior. 1770 pag. 771. Nardi, Stor. fior. Lion. 1582 pag. 177.)

[4] Il conte Algarotti, nelle sue lettere sopra la scienza militare del Segretario Fiorentino, ha meglio d’ogni altro rilevati i meriti de’ suoi militari sistemi.

[5] (Vedi Giovio loc. cit. ) In fondo della dedicatoria delle Storie originali esistenti nella Mediceo-Laurenziana (Plut. 44 Cod. 37 ) si legge : Libro delle Storie Fiorentine composto per Niccolò Machiavelli, cittadino e segretario Fiorentino, il quale lui presentò in Roma alla Santità di Nostro Signore Papa Clemente vii l’anno di N° S. G. C. 1525.

[6] Il doppio oggetto d’impedire l’ingrandimento Mediceo, e di ammaestrare su ciò che i Principi facevano, e non sa ciò che dovevano fare, nello scrivere il libro del Principe, mi pare che giustifichi pienamente il Machiavelli dalle tante censure che eccitò contro di lui questo clamoroso Trattato. Spero nella presente annotazione mostrare appunto ch’egli aveva questo doppio scopo nello scriverlo. Uomini sommi così ne pensarono. Bacone ( de Augm. scientiar. Lib. vii cap. a ) dice : Et quod gratias agamus Machiavello, et huiusmodi scriptoribus qui aperte et indissimulanter proferunt quid homines facere soleant, non quid debeant. » C’est ce que Machiavel a fait voir avec èvidence. Enseignant de donner des leçons aux Rois, il en a donne aux peuples. (Rouss. Contr. Soc. lib. iii cap. 6. ) Lo stesso pensò di lui Traiano Boccalini ( Rag. di Parnaso, Cent. 1, Rag. 89 ) e molti altri. Ma non fidandosi all’altrui opinione, ecco quali ragioni possono determinare a pensare così : i. I discorsi sulle Deche fatti per l’istruzione de’ giovani Fiorentini respirano principi diametralmente opposti, e pienamente Repubblicani. ii. Propose per modello da seguitarsi Cesare Borgia, uomo odiato da tutta l’Italia, principe usurpatore e tiranno, ch’egli disprezzava, come si può vedere nelle sue lettere scritte nel tempo della sua legazione e Roma del 1503. iii. Perchè se insegnava ai Principi nuovi come sostenersi nell’usurpazione e nella tirannia, scopriva con quali mezzi vi si perveniva, e procurava ai popoli facilità di frastornare gli ambiziosi disegni degli usurpatori. iv. Perchè la sua condotta fu sempre Repubblicana; in fatti dopo che i Medici rientrarono in Firenze si vide compromesso nella congiura del Boccoli e del Capponi nel 1512. Nuovamente preso a sospetto nella congiura degli Orti Oricellari nel 1522 dopo avere scritto il Principe, che condusse a termine nel 1515. Finalmente, come ne avverte il Segni (Stor. Fior. Aug 1713, p. 28 ) fu tenuto capo dei libertini nel 1527, vale a dire del partito il più popolare della città . v. A quell’epoca essendo stati cacciati i Medici, tentò di sopprimere il Principe non ancora pubblicato, ( Varchi, Stor. Fior. Colon. 1711, p. 85) lo che prova ch’e’ riguardava quella sua opera come uno scritto adattato alla circostanza, non più necessario. Ma tutto ciò diviene certezza, se si considera quello che ne dice il card. Riginaldo Polo (Apol. ad Carol. V. Caesar. super Lib. de Unitat. Eccles. Brixiae 1744 tom. 1. pag. 152) scrittore contrario al Machiavelli, come vedrassi: At vero, quod ad Machiavellum attinet, si verum sit, quod Fiorentiae superiori hyeme, cum eo in itinere divertissem, cum de occasione scribendi illum librum (il Principe) tum de animi eius in eodem proposito audivi, de hac caecitate et ignorantia ( di creder meglio il regnar per timore che per amore ) aliqua ex parte excusari potest, ut Eum tum excusabant cives eius, cum sermone introducto de illius libro, hanc impiam caecitatem obiecissem: ad quod illi responderunt idem, quod dicebant ab ipso Machiavello cum idem illi aliquando apponeretur, fuisse responsum: se non solum quidem iudicium suum in illo libro fuisse secutum, sed illius ad quem scriberet quem cum sciret tyrannica natura fuisse, ea inseruit quae non potuerunt tali naturae maxime arridere; eadem tamen si exerceret, se idem iudicare quod reliqui omnes, quicumque de Regis vel Principis viri institutione scripserant, et experientia docet, breve eius imperium futurum; id quod maxime exoptabat, cum intus odio flagraret illius Principis ad quem scriberet: neque aliud spectasse in eo libro, quam scribendo ad Tyrannum ea quae Tyranno placent, eum sua sponte ruentem praecipitem si posset dare. Dalla prefazione della citata Opera apparisce Riginaldo Polo scrisse quest’apologia nel 1535, ed avendo avuto questo colloquio con alcuni concittadini del Segretario nell’inverno antecedente, ciò accadde sette anni dopo la morte del Machiavelli. vi. Quando in Firenze comparve il libro del Principe fu riguardato come un’istruzione unicamente fatta pei Principi nuovi, ch’erano allora tutti usurpatori in Italia; e per tali li riguardava il Machiavelli, come agevolmente rileverà chi attentamente legge il suo Principe. E Giuliano de’ Ricci, che scrisse verso la fine del secolo xvi (loc. cit. not. 1), nel fare l’enumerazione delle opere del Machiavelli, soggiunse: Scrisse ancora un Trattato del modo, che devono tenere i Principi nuovi nello consolidarsi negli Stati. vii. Fu sempre riguardato dagli scrittori contemporanei come amatore di libertà. Il Busini ( Stor. Fior. ms. nella Magliabechiana ) dice di lui: Messer Pietro Carnesecchi, che venne seco da Roma con sua sorella, l’udì molte volte sospirare, avendo inteso, come la città era libera.Credo si dolesse de’ modi suoi, perchè in fatti amava la libertà, o con lodi straordinarissime la lodava, ma si doleva d’aversi impacciato con Papa Chimente. Che se mi si domanda, perchè voleva rovinare quello, a cui dedicò il suo Principe, risponderò servendomi dell’espressione del Machiavelli medesimo riportata da un suo contemporaneo: « Sed iuvat commemorare quid ipse responderit se eo nomine arguentibus. Ideo enim impiis praeceptis a se imbutos Primcipes affirmavit; ut qui tum Italiam tyrannice vexabant, sua institutione deteriores redditi, eo celerius scelerum suorum poenas penderent. Fore enim ut cum se penitus vitiis immersissent, statim meritam Numinis iram experirentur. ( Math. Tosc. Peplus Italiae, Lutet. 1678, p. 52.) Le parole del citato autore dimostrano evidentemente esser vera la nostra asserzione, combinando maravigliosamente con le parole del Polo nel passo da noi citato. Ma quelli che lo hanno screditato, videro ch’era necessario diffamarne l’intenzione, per seguitarne le massime.

[7] scìoli: da scire:  saputelli, principianti. (ndr)

[8] Lettera del Basini al Varchi del 14 febb. 1559 esistente nella Magliabechiana (CL xxv Cod 48.)

[9] Le Legazioni del Segretario furono le seguenti: Alla Contessa di Forlì nel 1499. Quattro volte in Francia, cioè nel 1500, nel 1503, nel 1510 e nel 1511. Al campo contro i Pisani nel 1500 e nel 1508. Al Duca Valentino nel 1501. Due volte a Roma nel 1503 e nel 1506. In Perugia nel 1505. Due volte in Mantova nel 1505 a nel 1509. Al Signore di Piombino nel 1504. Tre volte a Siena. All’Imperadore nel 1507. A Carpi a’ Frati Minori nel 1521. In Venezia nel 1515. Due volte a Francesco Guicciardini a cagione della lega nel 1526. Oltre di ciò ebbe alcune commissioni in varie parti del dominio della Repubblica per creare e assoldare le milizie nel 1505, nel 1511 e nel 1512, nelle quali commissioni militari, secondo ciò che riferisce il Gaddi ( de Scriptoribus. Lugd. 1649) gli fu dal Magistrato che presiedeva alla guerra, accordata un’autorità quasi dittatoria su i capitani e sulle armate. Fu spedito al Concilio di Pisa nel 1511. Giuliano de’ Ricci riporta, ch’egli occupò il posto di Segretario della Repubblica dal 1494 al 1512, anno, in cui ne fu spogliato da’ Medici, come si è detto.

[10] L’avversione, che ha per il Machiavelli il comune degli uomini, supponendolo empio, irreligioso, della più corrotta e perniciosa morale, trattiene, rispinge e spaventa dalla lettura delle sue opere. Per temperare, se sia possibile, tant’avversione contro l’autore e i suoi scritti, credo opportuno di riunire varj documenti, onde mostrare, anche ai più scrupolosi, quanto calunniose siano siffatte imputazioni. Il Varchi, (Stor. Fior. Col. 1711, p. 86) benchè in niuna maniera favorevole a lui, dice: Era nondimeno il Machiavelli nel conversare piacevole, officioso verso gli amici, amico degli uomini virtuosi. Teucride Anneo scrittore Tedesco del xvi secolo e lontano dai partiti, ove parla di lui: Sunt vero etiamnum superstites viri boni, graves et fide digni, qui cum eius notitiam in Italia familiariter habuerint, de eodem ingenue testimonium perhibere non verentur, quod fuerit nimirum vir stupendae eruditionis et prudentiae, quin vitae integerrimae morumque innocentia insigni et pietate summa. (Icon. viror. ill. Boassardi par. iii, pag. 325 ) Giuliano de’ Ricci ( loc. cit. ) e il Giovio dicono, che uscì dall’impiego di Segretario poverissimo. Qual più bell’elogio di questo si può fare a chi cuoprì tanti importanti posti della Repubblica? Vediamo adesso su quali fondamenti si siano appoggiati gli scrittori, che lo hanno vituperato presso la posterità. Ciò non solo giustificherà il Machiavelli, ma dimostrerà ancora con qual leggerezza e con quale ingiustizia sulle altrui asserzioni si giudichino gli uomini sommi. Il Giovio, che coll’apparenza di encomiarlo, stampò contro di lui le più mordaci invettive, il Giovio penna venduta ai Medici, il Giovio bugiardo isterico, come lo prova Michele Bruto nella prefazione alle sue storie Fiorentine, oltre molte altre ingiurie, narra che morì scherzando; ed il Busini da noi citato conferma una tale asserzione. Ciò non vuol dire però empiamente. Ma pure il signor canonico Bandirà ( Collect. Vet. Monument. Aretii in praef. ) pubblicò la seguente lettera trovata nell’archivio de’ signori Nelli, scritta dal figlio Pietro al suo cugino Francesco Nelli, allora in Pisa, che smentisce affatto tal racconto del Giovio; Carissimo Francesco – Non posso fare di meno di piangere in dovervi dire com’è morto il dì 22 di questo mese Niccolò nostro padre di dolori di ventre cagionati da un medicamento preso il dì 20. Lasciossi confessare le sue peccata da frate Matteo, che gli ha tenuto compagnia fino a morte. Il padre nostro ci ha lasciato in somma povertà, come sapete. Quando farete ritorno quassù vi dirò molto a bocca. Ho fretta, e non vi dirò altro, salvo che a voi mi raccomando.1527. == Vostro parente Pietro Machiavelli. Il Bayle all’articolo Machiavelli ha riunito ciò che i diversi scrittori aveano detto per far passare il Machiavelli per un empio; ed è uno di quelli, che più d’ogni altro ha sparsa e accreditata una tale opinione; dice per esempio, che fu astretto dai Magistrati a ricevere i Sacramenti; cita Varillas ( Anecdotes de Florence). Va-rillas nell’edizione dell’Aja di Arnould Liers (1687, Pag. 165 ) dice il contrario. Soggiunge il Bayle: Alcuni dicono, che morì bestemmiando, e si appoggia sul Gesuita Teofilo Raynandi (de malis et bonis libris 1658, p. 48) Il quale è posteriore al Machiavelli di più d’un secolo, e non cita nessuno. Racconta che il Machiavelli si vantava d’avere avuta una visione, per la quale gli parve di vedere da una parte dei poveri contraffatti, mal coperti, in iscarso numero, che gli fu detto essere gli eletti; vide dall’altra numeroso stuolo di gravi personaggi, tra i quali Seneca, Tacito, Platone, che gli fu detto essere i dannati, onde egli preferì di andare con quelli. Cita il Gesuita Binet (Salut d’Origène, pag. 359 ) che non si sa donde tragga questo racconto; e per dargli maggior colore vi aggiunge la citazione dello Spizelio (Scrutinio Atheismi, pag. 132 ) il quale si riporta ad un certo Merchant, che si appoggia di nuovo sull’autorità dello stesso Binet. Racconta poco dopo il Bayle lo stesso sogno con piccola differenza, appoggiandosi sull’Hottomano (franc. Hottoman Epistolae 99) il quale si lagna, che ti lascino stampare al Perna di Basilea le opere del Machiavelli, che, per quanto ne ha udito, contengono una tale empietà. Veggasi dunque su quali autorità s’appoggia il Bayle per iscreditarlo, citando o Gesuiti, membri di una società sua nemica, o scrittori che vissero più d’un secolo dopo di lui.

[11] Vedi Ammirato Opuscoli, Jacob. Gaddi loc. cit. Segni Stor. Fior. lib. I.

[12] Giul. de’ Ricci. Giovio loc. cit.;

[13] Il Nardi (Stor. Fior. Lion. 1581, p. 182, riferisce, che oltre al Machiavelli molti altri scrissero sullo stesso argomento, fra i quali con sommo plauso Alessandro de’ Pazzi.

[14] Raccontasi che Claudio Tolomei Senese gli disse un giorno: In Firenze gli uomini hanno meno scienza e sono meno dotti, che in Siena, eccettuandone però voi; a cui soggiunse tosto: e anche in Siena gli uomini sono più pazzi senza eccettuarne voi. Un’altra volta un ambasciatore di Venezia richiestolo cosa gli paresse del Bembo, che insegnava la lingua toscana ai Fiorentini, rispose: Dico quello che direste voi, se un Fiorentino insegnasse la lingua veneziana ad un Veneziano. Quando sentì la morte di Piero Soderini, così leggiadramente lo caratterizzò:

La notte che morì Pier Soderini,

L’alma n’andò dell’inferno alla bocca

E Pluto le gridò; anima sciocca,

Ch’inferno? va nel limbo de’ bambini.

[15] Il Giovio racconta ciò della Nicia; ma il Machiavelli non scrisse mai commedia con tal titolo. Scambiò egli probabilmente con la Mandragola, ove avvi un messer Nicia, che vi fa una cosi scherzosa figura. Soggiunge il Giovio, che quando fu per la prima volta rappresentata in Firenze, tanto eccitò il riso anche nei più malinconici, che quegli stessi che, assistendo a tal rappresentanza, si videro mordacemente scherniti, sopportaroso l’ingiuria con affabile piacevolezza.

[16] A me pare, che se il Machiavelli avesse saputo scrivere tanto elegantemente senza il soccorso degli i antichi classici, sarebbe stato forse un ingegno più creatore, e però più raro.

Il seguente aneddoto riportato dal chiariss. signor canonico Bandini ( loc. cit. not. 9 ) ci fa conoscere perchè egli non volle sottoporsi a scrivere in latino, come lo facevano gli scrittori d’allora. Soleva leggere Machiavelli le Storie sue a varj dotti amici, onde sottoporle al loro giudizio. Le lesse fra gli altri ad un letterato, il quale lodandole molto, soggiunse: Altro non vi manca, che le facciate latine; ed egli rispose : E’ fu un Re di Lacedemone, e, se ben mi ricordo, fu chiamalo Agasicle, al quale un suo famigliare, che sapeva ch’egli avea desiderio d’imparare, disse: perchè non pigliate per maestro il sofista Filofane? No, rispose il Re, perchè io voglio esser discepolo di cui son figliuolo.La mia lingua sarà fiorentina per ora, e non romana. Taluno lo rimproverò di trascuratezza nello stile; ma se si considerano le tante opere che egli scrisse, le sue moltiplicate incumbenze, e breve sua mortale carriera, non dee recar maraviglia vederlo un poco trascurato in alcuni suoi scritti, occupandosi maggiormente delle cose che voleva dire, che del modo di dirle.

[17] Crist. Besoldi. De arte jureque. Argen. 1642, pag. 3.

[18] Varchi, Stor. Fior. Col. 1721, pag. 85.)

[19] Credo di far cosa grata al lettore mettendogli sotto gli occhi i principali avversari del Machiavelli, coll’esame delle segrete cagioni, che gli mossero a perseguitarlo con tanto furore. Un tal esame potrà essere utile per dimostrare, che i dotti spesse volte odiano o amano, lodano o vituperano a seconda delle passioni che gli agitano, di cui sovente sono vittime più degl’idioti.

Il Polo scrisse contro di lui per le lodi straordinarissime, che Cromvello diede al Principe del Machiavelli. Cromvello era il ministro favorito d’Enrico viii, e principal promotore de’ cambiamenti religiosi, che si operarono in Inghilterra sotto quel Re, e perciò nemico del Polo stesso . Il pregio, in cui teneva le dette opere Caterina de’ Medici, fu la cagione, per la quale il calvinista Innocenzio Gentiletto scrisse l’opera sua: Discours sur les moyens de gouverner un Royaume contre Nicolas Machiavel nel 1576. Egli stesso lo avverte nella sua dedicatoria al Duca d’Alençon. Era in Francia odiatissimo il Machiavelli per l’opinione prevalsa, che si dovesse ai principj sparsi nelle sue opere la strage di s. Bartolommeo consigliata da Caterina e ordinata da Carlo ix. (Vedi il princ. del 52 lib. del Tuano) Ambrogio Catarino Politi domenicano, poi Vescovo di Consa, in un tomo in fòglio di miscellanee stampato in Roma dal Blado nel 1552, tra varie dissertazioni e libri che trattano di diverse materie, uno ne scrisse col titolo: De divinis et canonicis scripturis, sulla fine del quale si legge un paragrafo che ha per titolo: Quam execrandi sint Machiavelli Discursus, et institutio sui Principi. La Mandragola si pretende che gli ponesse in mano la penna contro il Fiorentino Segretario. Si sa però, che questo rigorista pel Machiavelli si rendè famoso per la singolarità delle sue opinioni teologiche. Sino allora non solo pubblicamente si leggevano le opere del Segretario, come si è detto, ma Clemente vii accordò di più uno special privilegio per istamparle, come si vede alla testa dell’edizione di Antonio Blado d’Asola del 1531 e 32. Era questi stampatore pontificio, e dedicò l’edizione sua a monsignor Giovanni Gaddi gran protettore del Machiavelli, e grande amatore degli scritti di lui. Ma dopo i clamori del Catarino comparve la proibizione delle opere del Machiavelli nel catalogo dei libri proibiti fatto da Paolo iv nel 1557; poscia dal Concilio di Trento nel 1564, come lo racconta Giuliano de’ Ricci, il quale soggiunge: E perchè levatone alcune poche elle restano tali, che si possono ammettere.Fu data la cura a me Giuliano de’ Ricci e a messer Niccolò Machiavelli mio cugino, ambedue suoi nepoti, io figliuolo di una figliuola, e messer Niccolò figliuolo d’un figliuolo, come appare per una lettera scritta agli detti dagl’illustrissimi signori Cardinali deputati sopra la rivista dell’indice, dato al 3 d’agosto 1573, sottoscritta da fr. Antonio Posi allora Segretario di detti Cardinali, e sì bene si faticò attorno alla detta revisione, e si corressono tutte, e a Roma si mandò la correzione dell’Istorie. Sino adesso che siamo nel 1594, non si è condotta a fine, perchè, nello stringere, volevano quelli Signori, che si ristampassero sott’altro nome, a che si diede passata. Pare, come si è detto, che contrariasse il progetto della ristampa la guerra, che cominciarono a fare contro la memoria del Segretario i Gesuiti, i quali volendo governare gli stati e i Principi esclusivamente, odiavano tutti i politici, ch’avrebbero voluto gareggiare seco loro, e specialmente il Machiavelli, ch’era riguardato come Principe dei politici, come lo provano le invettive scagliate da essi contro i politici ne’ loro scritti, e tutto ciò che fecero per Iscreditare il nostro autore nei paesi, ove erano stabiliti. Il gesuita Antonio Possevino pubblicò in Roma nel 1592 un libercolo contenente la censura, e la confutazione di alcune opere politiche di vari autori, e fra questi comprese il Machiavelli, a cui diede un articolo coll’intitolazione: Cautio de iis, quae scripsit tum Nicolaus Machiavellus, tum is qui adversus eum scripsit Anti-Machiavellum, (cioè il Gentiletto ) articolo che ristampò nella sua Bibliotheca selecta . Ciò che avvi di strano, si è, ch’ egli non avea letto il Principe, che confutava, come si rileva dal citare secondo e terzo libro del Principe, ch’è un libro solo, come lo avvertì il Coringio nella sua prefazione apologetica, che messe alla testa del Principe tradotto in latino, e stampato ad Helmestat nel 1660; il qual Coringio provò pure, ch’egli erasi servito del libro del calvinista Gentiletto, del quale dice: Sed ubi Machiavellus catholicam oppugnat Ecclesiam, rei ubi occasio sese dat, facile Machiavellum blasphemando equat et superat, ( Bibliot. select. Yen. 1603 t. II, p. 403). Dopo di questo il gesuita padre Lucchesini raddoppiò i suoi sforzi nel suo saggio delle sciocchezze di Niccolò Machiavelli (Rom. 1697). Non si contentò che il Machiavelli fosse creduto un empio, volle provarlo ancora un mentecatto, nè risparmiò dì prodigargli ingiurie per sostenerne l’assunto. Parve ciò tanto strano ad un poeta, che si crede il Menzini, che scrisse di lui in una sua satira :

Tante sciocchezze non contien quel bello

Opuscolo del padre Lucchesini,

Che tacciò di coglione il Machiavello .

L’accanita Società non contenta di perseguitar la sua memoria in Italia, fece scrivere in Spagna contro di lui dal padre Rihadeneyra gesuita Spagnuolo. Pubblicò questi il suo trattato delle virtudi del Principe cristiano contro Niccolò Machiavelli, che fu tradotto in italiano da Scipione Metelli (Gen. 1598.) Per acquistare un’idea delle virtù, ch’egli vuole inculcare al suo Principe, ecco ciò che dice nella sua dedicatoria all’Infante don Filippo, erede presuntivo di tutte le Spagne, suggerendo ad esso gli avi suoi per modello,e lasciando a parte gli altri, di uno di loro ( che fu il Re don Ferdinando il Santo) scrivono autori gravi, ch’era tanto lo zelo ch’egli aveva di conservare la Fede nostra pura e sincera, che non si contentava di comandare che fossero gastigati gli Eretici, ma egli stesso, quando occorreva che se ne avesse ad abbruciare alcuno, vi poneva il fuoco e le legna per fare il sagrifizio.Questo santo Re deve vostra Altezza imitare, ed imitare i suoi avoli Isabella e Ferdinando, che cacciarono i mori e i giudei di Spagna, e stabilirono in essa l’Ufizio della s. Inquisizione. Abbiamo veduto ( not. 9 ) come i gesuiti Raynaudi e Binet tentarono di diffamarlo in Francia. La Società non lo risparmiò neppure in Germania, giacchè i Gesuiti d’Ingolstat in Baviera fecero abbruciare la statua del Machiavelli, apponendovi la seguente iscrizione: Quoniam fuit homo vafer ac subdolus, diabolicarum cogitationum faber, optimus cacodaemonis auxiliator. Quest’aneddoto è riportato da Apostolo Zeno nelle sue annotazioni al Fontanini, ( t. 1 p. 207) i quale cita un manoscritto dello Sdoppio intitolato: Machiavellicorum operae pretium.

L’Osorio attaccò il Machiavelli anteriormente al Possevino nel suo libro: De nobilitate Christiana, ove a lui rimprovera d’aver detto, che la cristiana religione spense ogni grandezza d’animo, ed ogni civile e militare virtù; ma le parole stesse del Machiavelli, donde trasse l’accusa questo dotto prelato, giustificano pienamente il Fiorentino Segretario. ( Vedi Discorsi L. ii, cap. 2. )

Tommaso Bozio, come egli dice, per commissione della corte di Roma, scrisse varie opere contro di lui; fra le altre una lunghissima: De statu Italiae antiquo et novo per ribattere l’asserzione del Machiavelli, che per colpa de’ Pontefici l’Italia fu soggetta a somme disavventure; e sforzossi di provare, chee l’Italia non fu mai nè più florida, nè più felice, nè più abbondante di sommi uomini, ch’a’ tempi de’ Pontefici, e principalmente a’ tempi, ne’ quali viveva. Ciò dipendendo dalla differente maniera di vedere dei due scrittori, non mi dilungherò a discutere chi di loro abbia ragione.

Comparve nel 1579 un’operetta che ha per titolo: Vindiciae contra Tyrannos. L’autore di questo scritto prese il finto nome di Stefano Giunto Bruto Celta, e suo principale scopo fu lo scrivere contro la sovranità, e l’impugnare il Machiavelli nel suo libro del Principe. Restò occulto il vero autore di questo scritto qualche tempo; ma, come dimostralo il Bayle (Dict. t. iii, p. 3087 Hoter. 1702) in una dissertazione che scrisse apposta sull’autore del medesimo, si scoperse essere stato Uberto Languet, nativo di Vitaux in Borgogna, che per il suo amore per il luteranismo si recò in Sassonia, ove dimorò lungamente, e ove si strinse in amicizia con Melantone. Il Bayle stesso confessa che gli pose la penna in mano l’odio, in cui ebbe Enrico iii; e l’autore stesso nella prefazione narra, che la situazione della Francia lo portò a questo trattato. Finalmente comparve l’examen du Prince de Machiavel, che dicesi del Re di Prussia, pubblicato da Voltaire a Londra nel 1741, da molti attribuito allo stesso Voltaire, conosciuto sotto il titolo d’Anti-Machiavello. È agevole il giudicare per qual ragione un Principe giovane, o chi volle piacergli, scrissero contro il Principe del Machiavelli, che da essi fu creduto il codice della tirannia.

Tutte queste opere si ripetono, nè alcuna di esse interpetrò il Principe nel vero senso, col quale fu scritto, nè meritano però alcuna particolare confutazione.

[20] Oltre il Coringio nella citata prefazione, Alberico Gentile de legationibus, lo Scioppio nell’opera manoscritta da noi citata, mr. Amelot de la Houssaie lo difese nella sua traduzione Francese del Principe, nella quale ha fatto vedere l’accordo delle massime di Tacito con quelle del Machiavelli. Federigo Cristio professore di Lipsia scrisse un’opera sopra di esso stampata in Lipsia nel 1731, nella quale lo difende vittoriosamente. Fu stampata in Napoli nel 1779 un’apologia scritta dal celebre Galliani, che voleasi mettere alla testa di un’edizione di tutte le opere del Segretario, che fu sospesa. Un’erudita apologia si ritrova nell’edizione fiorentina del 1782, alle quali opere si può ricorrere per veder confutati gli scrittori da noi menzionati, e contrari al nostro Autore.

[21] Nella presente edizione può vedersi il disegno del Monumento che nel 1787 gli fu eretto nella Chiesa s. Croce di Firenze, con la seguente iscrizione:

TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM

NICOLAUS MACHIAVELLI

OBIIT ANNO A. P. V. MDXXVII.

[22] Il chiar. sig. ab. Giulio Perini, Segretario della Reale Accademia Fiorentina.

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 04 gennaio 2010