Niccolò Machiavelli

 

Il Principe

traduzione in italiano moderno di Giuseppe Bonghi

 

Testo di riferimento: Niccolò Machiavelli, Il Principe e pagine dei Discorsi e delle Istorie, a cura di Luigi Russo, XIII ed., Sansoni editore, Firenze 1967.

Un particolare ringraziamento ad Adriana Pozzi per la preziosa collaborazione.

* * * *

Lettera di Niccolò Machiavelli

a Francesco Vettori in Roma

del 10 dicembre 1513

Magnifico ambasciatore. «Tarde non furon mai grazie divine». Dico questo perché mi pareva di aver non perduto, ma smarrito la grazia Vostra, essendo stato Voi molto tempo senza scrivermi; ed ero nel dubbio chiedendomi donde potesse nascerne la causa. E tutte quelle che mi venivano in mente, salvo una, le ritenevo di poco valore: il dubbio che voi aveste smesso di scrivermi poiché vi fosse stato scritto che io ero un cattivo custode delle Vostre lettere; ed io sapevo che, all’infuori di Filippo e Paolo, nessun altro le aveva viste. Ho riavuto la Vostra grazia con l’ultima Vostra del 23 scorso, e leggendola sono rimasto contentissimo nell’apprendere quanto ordinatamente e con calma esercitate il vostro pubblico ufficio; ed io vi incoraggio a seguitare così, perché chi trascura la propria agiatezza per l’agiatezza degli altri perde la sua e dagli altri non è ringraziato. E poiché la fortuna vuol dominare su ogni cosa, bisogna lasciarla fare, stare tranquillo e non contendere con essa e aspettare il momento che lei lasci agli uomini fare qualche cosa; e allora dovrà starvi bene lavorare di più, vigilare su più cose e io dovrò partire da questo paese e dire: eccomi. Pertanto non posso, per rendervi pari grazie, che dirvi in questa mia lettera quale sia la mia vita; e se voi giudicate che la mia vita possa essere barattata con la vostra, io sarò contento di mutarla.

 Io risiedo in questa contrada; e dopo che furono risolte le mie disavventure, non rimasi a Firenze che per venti giorni, a metterli tutti insieme. Fino ad ora sono andato a caccia di uccelli con le mie mani. Mi alzavo prima dell’alba, accomodavo le panie, mi incamminavo con un fascio di gabbiette sulle spalle, che somigliavo al Geta quando tornava dal porto con i libri di Anfitrione; e prendevo da due a sei tordi. E così ho trascorso tutto settembre. Poi questo divertimento, anche se dispettoso e bizzarro, è mancato con mio dispiacere, e vi racconterò come si svolge la mia vita. Mi alzo al mattino al sorgere del sole e vado in un bosco di mia proprietà, che sto facendo tagliare, e vi sto due ore per vedere il lavoro svolto il giorno prima e trascorrere un po’ di tempo con i taglialegna, che sono affannati sempre da qualche lite fra di loro o coi vicini. E su questo bosco avrei da dire molte belle cose che mi sono accadute sia con Frosino da Panzano che con altri che volevano comprare la legna. E specialmente Frosino aveva mandato a prendere certe cataste senza dirmi niente; e al momento del pagamento, mi voleva defalcare dieci lire, che dice doveva avere da me da quattro anni e me le aveva vinte giocando a Cricca in casa di Antonio Guicciardini. Io cominciai a strepitare: volevo accusare di furto il carrettiere che era andato a prendere le legna. Alla fine intervenne Giovanni Machiavelli e ci mise d’accordo. Battista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e altri cittadini, ne presero una catasta a testa proprio mentre soffiava la tramontana. Io promisi a tutti; e a Tommaso ne mandai una che una volta arrivata a Firenze sembrava la metà, perché la rizzarono lui, la moglie, la fantesca e i figliuoli che sembrano il Gabburra quando di giovedì con i suoi garzoni bastona un bue. Per questo, visto quale era il guadagno, ho detto agli altri di non avere più legna; e tutti se ne ebbero a male, soprattutto Battista che conta questo fatto tra le altre sciagure di Prato.

Partito dal bosco, vado ad una sorgente e di qui in un mio boschetto preparato con le panie per la caccia. Ho con me un libro, o Dante o Petrarca o uno di questi poeti minori come Tibullo, Ovidio e simili: leggo le loro amorose passioni e quei loro amori mi fanno ricordare dei miei: e sono felice per un po’ in questo pensiero. Mi porto poi sulla strada maestra e vado all’osteria: parlo con quelli che passano e chiedo le ultime notizie dei loro paesi e vengo a sapere cose diverse e osservo i gusti diversi e le strane fantasie degli uomini. Intanto arriva l’ora del pranzo, e con la mia famiglia mangio quei cibi che questo povero paese e il misero patrimonio mi consentono. Dopo aver mangiato ritorno all’osteria: qui di solito ritrovo l’oste, il macellaio, il mugnaio e due fornaciai. Con questi m’ingaglioffo per tutto il giorno giocando a cricca e a tricche-trach e ne nascono mille discussioni e infinite liti con parole ingiuriose; e il più delle volte ci si batte per un quattrino e ci sentono gridare perfino a San Casciano. Così mi volto e rivolto tra queste occupazioni grossolane e volgari, traggo il cervello dalla muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte, mentre sono contento che mi calpesti su questa via, per vedere se se ne vergognerà.

Venuta la sera, ritorno a casa ed entro nel mio studio, e sull’uscio mi spoglio di quella veste quotidiana e plebea, piena di fango e di melma, e mi vesto con panni reali e curiali (nobili); e rivestito decentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, nelle quali, ricevuto amorevolmente da loro, mi nutro di quel cibo, il solo che fa per me e per il quale io son nato; e in quelle corti non mi vergogno di parlare con essi e chiedere la ragione delle loro azioni; e quelli, per la loro umanità, mi rispondono; e per quattro ore non sento alcuna noia; dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi turba la morte: tutto son preso da quegli incontri. E, come dice Dante che non c’è scienza senza ricordare ciò che si è capito, ho annotato le cose di cui ho fatto capitale durante quelle conversazioni, e composto un opuscolo De principatibus, nel quale approfondisco, per quanto posso, i ragionamenti su questo soggetto, trattando la natura dei principati, di quali specie sono, come si conquistano, come si mantengono, perché si perdono. E se qualche volta vi è piaciuto qualche mio piccolo scritto, questo non dovrebbe dispiacervi; e a un Principe, e soprattutto a un Principe nuovo, dovrebbe essere ben accetto: per questo lo indirizzo alla Magnificenza di Giuliano. Filippo Casavecchia l’ha letto; vi potrà ragguagliare sia del libro in sè che dei ragionamenti che ho avuto con lui, anche se sempre io lo rivedo e lo perfeziono.

Voi vorreste, magnifico ambasciatore, che io lasciassi questa vita e venissi da voi a godere della vostra. Prima o poi lo farò; ma ciò che mi occupa in questo momento sono certi problemi che fra sei settimane avrò risolto. La cosa che mi fa nascere qualche dubbio è che si trovano là i Soderini, e venendo da Voi sarei costretto a far loro visita e parlar con loro. E dubito che al mio ritorno invece di scender da cavallo davanti a casa mia scenderei nel Palazzo del Bargello; perché, anche se questo stato ha un grandissimo fondamento e una grande sicurezza, tuttavia è nuovo, e per questo sospettoso; né mancano dei saputelli, che per mettersi in mostra, come Paolo Bertini, metterebbero gli altri in pericolo e lascerebbero a me il pensiero di come cavarmi dagli impicci. Vi prego di sciogliermi questo timore e allora verrò nel tempo che ho già detto.

Ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se era conveniente darlo o non darlo; ed essendo conveniente il darlo, se sarebbe stato meglio che lo portassi io o glielo mandassi. A non darlo ero indotto dal dubbio che da Giuliano non sarebbe stato nemmeno letto e che questo Ardinghelli si sarebbe fatto onore di questa mia ultima fatica. A darlo mi spingeva la necessità che mi assilla, perché io mi logoro, e non posso stare così ancora per lungo tempo, senza che io non diventi spregevole per povertà, oltre al desiderio che avrei che questi signori Medici cominciassero ad utilizzarmi, anche se dovessero cominciare col farmi voltolare un sasso; perché se non mi guadagnassi il loro favore, me la prenderei solo con me stesso; e per questa opera, se fosse letta, si vedrebbe che, nei quindici anni che ho studiato l’arte di governare lo Stato, non li ho trascorsi né dormendo né giocando; e ciascuno dovrebbe aver caro di servirsi di uno che è diventato esperto nell’arte del governare a spese di altri. E della mia lealtà non si dovrebbe dubitare, perché avendo sempre mantenuto la fedeltà, non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono per quarantatrè anni, quanti ne ho io, non deve poter mutare natura; e della fedeltà e bontà mia ne è testimonio la mia povertà.

Desidererei dunque che voi mi scriveste ciò che vi pare sopra questa materia. E a voi mi raccomando. Sis felix.

Die 10 Decembris 1513

Niccolò Machiavelli in Firenze

*****************************

Niccolò Machiavelli

al Magnifico Lorenzo de’ Medici

Il più delle volte, coloro che desiderano entrare nelle grazie di un Principe son soliti presentarsi con quelle cose che reputano le più care fra le loro e che vedono piacere di più al Principe; per questo si vede molte volte che sono presentati cavalli, armi, drappi d’oro, pietre preziose e simili ornamenti degni della grandezza dei principi. Desiderando dunque io offrirmi alla vostra Magnificenza con qualche testimonianza della mia servitù verso voi, non ho trovato fra i miei beni una cosa che mi è più cara o che tanto io stimi quanto la conoscenza delle azioni dei grandi uomini da me imparata con una lunga riflessione sugli avvenimenti moderni e una continua lezione da parte di quelli antichi: e ora le mando a voi dopo averle con gran diligenza esaminate e meditate e raccolte in un piccolo volume. E, benché io giudichi questa opera indegna di esservi presentata, tuttavia confido molto che per il suo contenuto possa essere accettabile, considerato che da me non vi possa esser fatto maggior dono che darvi la facoltà di poter in brevissimo tempo capire tutto quello che io, in tanti anni e con tanti miei disagi e pericoli, ho conosciuto e capito. E non ho ornato quest’opera con periodi retorici, o con parole ampollose e magnifiche o con qualunque altra seduzione o ornamento estraneo, con cui molti son soliti ornare e riempire le loro opere; perché io ho voluto che niente la abbellisse e che solamente la novità dell’argomento e l’importanza del soggetto la renda gradita. Né voglio che sia reputato un atto di presunzione il fatto che un uomo di bassa e infima condizione sociale ardisca trattare le regole di governo dei principi; perché, così come coloro che disegnano il paesaggio vanno in pianura per ragionare sulla natura dei monti e dei luoghi alti e per considerare quella delle pianure, vanno in alto e sopra i monti, allo stesso modo per conoscere bene la natura dei popoli bisogna essere principi e per conoscere bene quella dei principi bisogna appartenere al popolo. Prenda dunque Vostra Magnificenza questo piccolo dono con quell’animo con cui io ve lo mando; e se dalla Vostra Magnificenza sarà diligentemente esaminato e letto, vi conoscerete dentro un ultimo mio desiderio, che possiate giungere a quella grandezza che la fortuna e le altre vostre qualità vi permetteranno. E se Vostra Magnificenza, dal culmine della sua altezza volgerà gli occhi verso questi bassi luoghi, conoscerà quanto io sopporti una grande e continua malvagità della fortuna.

Capitolo I

Quot sint genera principatuum et quibus modis acquirantur

Di quante ragioni sieno e principati e in che modo si acquistino

Quali sono i tipi di principati e in quali modi si acquisiscono

Tutti gli Stati, tutti i governi che hanno avuto e hanno potere sugli uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati. E i principati sono: o ereditari, se la famiglia del Principe è stata da lungo tempo al potere, o sono nuovi. I nuovi o sono completamente nuovi, come fu Milano per Francesco Sforza, o sono come territori aggiunti allo Stato ereditario del Principe, come è il regno di Napoli conquistato dal re di Spagna. Questi territori così conquistati sono: o abituati a vivere sotto un Principe, o ad essere liberi; e sono conquistati o con le armi d’altri o con le proprie o per fortuna o per virtù.

Capitolo II

De principatibus ereditariis

De’ Principati ereditari

I Principati ereditari

1 - Io tralascerò la trattazione delle repubbliche, perché in un’altra opera me ne sono già occupato a lungo. Mi interesserò solo dei principati, secondo lo schema e le distinzioni sopra indicati, ed esaminerò in qual modo questi principati possano essere governati e mantenuti.

Dico dunque che negli Stati ereditari, abituati ai metodi di governo della famiglia, ci sono meno difficoltà per mantenerli rispetto ai nuovi, perché basta non tralasciare tali metodi degli antenati e prender tempo con i fatti imprevisti: in questo modo anche se un Principe ereditario è di normali abilità governative, si manterrà sempre al potere, a meno che non ne venga scacciato da qualche forza straordinaria e irresistibile e, se ne sarà stato privato, lo riconquisterà al primo momento di difficoltà che troverà l’usurpatore.

2 - Noi abbiamo in Italia, per esempio, il caso del duca di Ferrara, il quale non hanno retto agli assalti dei Veneziani nel 1484, né a quelli di Papa Giulio II nel 1510, per cause diverse da quella di appartenere a una dinastia molto antica. Poiché un Principe ereditario ha minori motivi e minor necessità di offendere, ne consegue che sia più amato; e se non si fa odiare per vizi straordinari, è ragionevole che sia naturalmente benvoluto dal popolo. Proprio per l’antichità e la continuità del potere si è cancellata la memoria e le ragioni dei cambiamenti, perché sempre un mutamento lascia l’addentellato per il verificarsi di un ulteriore mutamento.

Capitolo III

De Principatibus mixtis

De’ Principati misti

I Principati misti

1 - Nel principato nuovo si trovano le difficoltà. E prima di tutto, se il principato non è completamente nuovo, ma come membro aggiunto a un altro Stato (che nell’insieme si può chiamare misto), il cambiamento nasce prima di tutto da una naturale difficoltà, che ritroviamo in tutti i principati nuovi: cambiamento e difficoltà che consistono nel fatto che gli uomini mutano volentieri Principe credendo di migliorare; questa convinzione li spinge ad armarsi contro il loro signore; ma di questo si ingannano, perché poi, per esperienza, si accorgono di aver peggiorato. E questo dipende da un’altra necessità naturale e comune, che è quella che sempre il Principe deve colpire i suoi nuovi sudditi con l’esercito e con numerosi altri danni che il nuovo acquisto si tira dietro; in modo che tu fai nemici tutti coloro che hai danneggiato con l’occupazione di quel principato e non ti mantieni amici quelli che ti hanno aiutato nella conquista non potendoli soddisfare nei modi che avevano presupposto e non potendo tu usare contro di loro le maniere forti perché sei loro obbligato, perché sempre un Principe, anche se ha un esercito fortissimo, ha bisogno del favore degli abitanti per entrare in una provincia. Per queste ragioni Luigi XII di Francia occupò subito Milano, e subito la perse; e la prima volta bastarono le sole forze di Ludovico il Moro per fargliela perdere; perché quelle popolazioni che gli avevano aperto le porte, avendo capito di essersi ingannati sulla loro decisione e su quel bene futuro che si erano atteso, non potevano sopportare i fastidi causati dal nuovo Principe.

2 - È anche vero che conquistando per la seconda volta i paesi ribelli, questi vengono poi persi con maggiori difficoltà; perché il signore, traendo profitto dall’avvenuta ribellione, ha meno riguardi, per mettersi al sicuro, di punire i colpevoli di tradimento, smascherare i sospetti, rafforzarsi nei punti più deboli. Così si spiega che, se per far perdere Milano alla Francia bastò la prima volta che il duca Ludovico facesse un po’ di rumore ai confini, per fargliela perdere una seconda volta bisognò che tutto il mondo gli fosse contro perché le sue armate fossero distrutte o messe in fuga dall’Italia: e questo fu conseguenza delle ragioni sopradette. Eppure la prima e la seconda volta lo Stato gli fu tolto. Le cause generali della prima perdita sono state trattate: restano ora da esaminare quelle della seconda e vedere quali rimedi aveva a disposizione il Principe, e quali poteva averne uno che si fosse trovato nell’identica situazione, per mantener la conquista meglio di quanto non riuscì alla Francia.

3 - Dico pertanto, che questi stati, i quali una volta conquistati sono aggiunti a uno Stato nel quale il conquistatore è signore da molto tempo, o appartengono alla stessa nazionalità e lingua oppure no. Nel primo caso è molto facile conservarli, soprattutto quando non siano abituati a vivere liberi; e per possederli con sicurezza basta aver estinto la dinastia del Principe che li dominava, perché, per le altre misure, se si mantengono loro le vecchie condizioni, e non essendoci diversità di costumi, gli abitanti vivono quietamente; come si è visto che è accaduto in Borgogna, Bretagna, Guascogna e Normandia, che da tanto tempo sono state unite alla Francia; e benché ci sia qualche diversità linguistica, nondimeno i costumi sono simili, e si possono facilmente tollerare fra loro. Chi le acquista e le vuole mantenere, deve prendere due provvedimenti: il primo, che la famiglia del loro Principe sia distrutta; il secondo, di non modificare né le loro leggi né le loro tasse; in tal modo, e in brevissimo tempo, diventa un corpo unico con il principato precedente.

4 - Ma quando si conquistano Stati in una provincia diversa per lingua, costumi e istituzioni, allora si presentano le difficoltà e occorre avere grande fortuna e grande abilità per mantenerli. E uno dei più importanti e più efficaci provvedimenti sarebbe che il Principe conquistatore vi andasse ad abitare. Questo renderebbe più sicuro e duraturo il possesso: come ha fatto il Turco con la penisola balcanica: pur con tutti i provvedimenti presi da lui per mantenere quello stato, se non fosse andato ad abitarvi, non sarebbe stato possibile mantenerlo. Perché abitandovi, si vedono nascere i disordini e con immediatezza vi si può rimediare; non abitandovi i disordini si vedono quando sono ormai gravi e non vi si può più porre rimedio. Oltretutto, la provincia non è saccheggiata dai tuoi funzionari: i sudditi facendo ricorso al Principe vicino possono trovare soddisfazioni; di qui nasce che hanno più ragione di amarlo se vogliono essere fedeli, e, volendo agire altrimenti, di temerlo. Se uno straniero volesse assaltare quello stato, vi avrebbe più rispetto; in questo modo il Principe, che abita nel suo stato, potrebbe perderlo solo con grandissime difficoltà.

5 - L’altro buon provvedimento è mandare colonie in uno o due luoghi che siano quasi i cardini di quello stato, perché è necessario o far questo o tenervi un gran numero di soldati. Con le colonie non si spende molto; e il Principe ve le manda e ve le mantiene e senza spendere quasi nulla e danneggiano solamente coloro cui sono tolti campi e case per darli ai nuovi abitanti che sono una piccola parte di quello stato; e coloro che vengono danneggiati, restando isolati e impoveriti non potranno mai nuocergli; tutti gli altri da un lato restano senza danni (e per questo dovrebbero rimanere calmi), dall’altro sono timorosi che non accada loro quello che è accaduto a coloro che sono stati privati dei loro beni. Concludo dicendo che le colonie non costano, sono più fedeli, danneggiano meno; e i danneggiati non possono nuocere, essendo poveri e isolati, come s’è detto. Per questo si deve notare che gli uomini si devono o blandire o uccidere; perché si vendicano dei danni leggeri e non possono vendicarsi di quelli gravi; così che il danno che viene arrecato a un uomo deve essere fatto in modo da non temere vendette. Ma tenendovi un esercito, invece delle colonie, si spende molto di più, dovendo consumare, nel mantenimento delle truppe, tutte le entrate dello stato; in questo modo il beneficio della conquista si tramuta in perdita, e danneggia molto di più, perché nuoce a tutto quello stato, con l’acquartieramento del suo esercito nelle case private trasferendolo da un luogo all’altro; di questo disagio risente ciascuno e ciascuno gli può diventare nemico: e sono nemici che gli possono nuocere, perché, anche se sconfitti, rimangono in casa loro. Sotto ogni punto di vista tenervi un esercito è inutile, mentre mandarvi delle colonie è utile.

6 - Deve ancora, il Principe di una regione diversa come di sopra si è detto, mettersi a capo e farsi difensore dei principi vicini meno potenti, ingegnarsi di indebolire i potenti di quella sua nuova regione, ed evitare che per un qualsiasi motivo vi entri un altro Principe potente quanto lui. Accadrà sempre che lo straniero verrà chiamato da coloro che in quella regione saranno malcontenti, o per troppa ambizione o per paura, come accadde agli Etoli che chiamarono i Romani in Grecia e in tutte le altre regioni in cui entrarono, furono chiamati dalla gente del luogo. La logica delle cose vuole che non appena un potente straniero entra in una provincia, tutti quelli che in essa sono meno potenti lo favoriscono, mossi dalla rivalità che hanno contro chi è stato potente sopra di loro; tanto che, rispetto a questi minori potenti, il Principe non farà nessuna fatica a farseli amici, perché subito tutti insieme fanno volentieri un tutt’uno con lo stato che lui ha acquistato. Deve solamente stare attento che essi non acquistino troppe forze e troppa autorità; e facilmente, con le sue forze e con il loro aiuto, può limitare la potenza di quelli che sono potenti, per rimanere da solo arbitro su tutta la regione. Chi non rispetterà bene queste norme, perderà presto quello che avrà conquistato e, finché lo conserverà, andrà incontro a infinite difficoltà e fastidi.

7 - I Romani, nelle regioni conquistate, osservarono bene queste regole: mandarono le colonie; frenarono i meno potenti, senza accrescere la loro forza; ridussero la forza dei potenti; e non permisero che i potenti stranieri acquistassero prestigio. E voglio che basti solo l’esempio della Grecia: furono frenati gli Achei e gli Etoli; indebolirono il regno dei Macedoni; cacciarono Antioco; non permisero mai agli Achei e agli Etoli di accrescere il loro Stato; né le lusinghe di Filippo li indussero mai a essergli amici senza indebolirlo; né la potenza di Antioco potè indurre i Romani a consentirgli di mantenere nella penisola balcanica alcun dominio. Perché i Romani fecero in questi casi quello che tutti i principi saggi debbono fare: che non solamente devono pensare alle discordie e ai disordini presenti, ma anche a quelli futuri ed evitarli tutti con ogni mezzo, perché prevedendoli in anticipo, vi si può porre rimedio con facilità, ma se aspetti che si avvicinino, la medicina non arriva in tempo perché il male è diventato incurabile.

8 - E di questo avviene quel che dicono i medici del tisico, che all’inizio la sua malattia è facile da curare e difficile da diagnosticare, ma, col passare del tempo, non avendola diagnosticata fin dall’inizio né curata, diventa facile da diagnosticare e difficile da curare. Allo stesso modo accade negli affari di Stato; perché conoscendoli in anticipo, i mali che nascono nello Stato (e questo non è concesso se non ai saggi previdenti) vengono presto guariti; ma quando, per non averli conosciuti, li hai fatti crescere fino al punto che ognuno li conosca, non c’è più rimedio.

Perciò i Romani, vedendo in anticipo le difficoltà, sempre ebbero pronto il rimedio; e non permisero mai che crescessero per evitare una guerra, perché sapevano che una guerra non si evita, ma si rimanda a vantaggio di altri. Perciò portarono guerra a Filippo ed Antioco nella penisola balcanica, per non dover combattere contro di loro in Italia; e in quel momento avrebbero potuto scansare l’una e l’altra guerra, ma non lo vollero. Né mai piacque loro la regola che ogni giorno sta sulle labbra dei nostri saggi, cioè di godere temporeggiando il beneficio del tempo, ma preferirono affidarsi alla loro virtù e alla loro prudenza; perché il tempo si trascina davanti ogni cosa e può portare con sé il bene come il male e il male come il bene.

9 - Ma torniamo alla Francia e vediamo se ha messo in pratica qualcuna delle regole che ho esposto; e parlerò non di Carlo VIII ma di Luigi XII, perché di questo re, per aver tenuto più a lungo in Italia dei possedimenti, meglio si possono notare le sue azioni e il suo modo di procedere; così vedrete come egli abbia preso provvedimenti contrari a quelli che si devono prendere per mantenere il possesso di una provincia con caratteristiche diverse da quelle del proprio Stato.

10 - Re Luigi fu introdotto in Italia dall’ambizione dei Veneziani i quali, grazie alla sua venuta, intendevano guadagnarsi mezza Lombardia. Io non voglio biasimare la decisione presa dal re; perché volendo cominciare a mettere un piede in Italia, e non avendovi amici in questa provincia, ed essendogli anzi chiuse tutte le porte per il comportamento di Carlo VIII, fu costretto a prendere le amicizie che gli si offrivano: e la sua decisione sarebbe stata buona, se non avesse commesso alcun errore nelle altre scelte politiche. Conquistata dunque la Lombardia, il re riguadagnò subito quella autorità che era stata perduta da Carlo VIII: Genova cedette; i Fiorentini gli diventarono amici; il marchese di Mantova, il duca di Ferrara, il Bentivoglio di Bologna, Caterina Sforza signora di Forlì, i signori di Faenza, Pesaro, Rimini, Camerino, Piombino, Lucchesi, Pisani, Senesi, ciascuno volle incontrarlo per dichiararsi suo amico. Solo allora i Veneziani poterono considerare la sconsideratezza della iniziativa da loro presa, perché per acquistare due terre in Lombardia resero il Re Signore di un terzo dell’Italia.

11 - Consideri ora uno con quanta poca difficoltà Luigi XII avrebbe potuto mantenere in Italia il suo potere, se avesse osservato le regole soprascritte dando sicurezza e difesa a tutti i suoi amici, che, per essere molto numerosi e deboli e timorosi chi dello Stato della Chiesa, chi dei Veneziani, sempre avrebbero avuto la necessità di restargli fedeli; e, con il loro aiuto, avrebbe potuto neutralizzare gli Stati più grandi. Ma lui, non era ancora arrivato a Milano che fece il contrario, dando aiuto a Papa Alessandro VI perché occupasse la Romagna. Né si accorse che, con questa decisione, egli indeboliva se stesso, perché perdeva gli amici e quelli che si erano affidati a lui, e rendeva grande la Chiesa, aggiungendo al potere spirituale, che dà tanta autorità, anche tanto potere temporale. E, fatto un primo errore, fu costretto a continuare, finché, per porre fine alle ambizioni di Papa Alessandro e impedirgli di conquistare la Toscana, fu costretto a venire in Italia. Non gli bastò di aver ingrandito lo Stato della Chiesa e di aver perso gli amici: per ottenere il regno di Napoli, lo divise con il re di Spagna: e mentre prima egli era stato arbitro d’Italia, si mise al fianco un compagno, e così gli ambiziosi del luogo e i malcontenti di lui ebbero la persona cui ricorrere; e mentre poteva lasciare in quel regno un re tributario verso di lui, lo aveva cacciato per metterne uno che avrebbe potuto cacciar lui.

12 - È una cosa veramente molto naturale e consueta desiderare di accrescere il proprio potere; e sempre, quando gli uomini che possono farlo lo fanno, saranno lodati e non biasimati; ma quando essi non possono, e vogliono farlo in ogni caso, sbagliano e sono biasimati. Se Luigi XII di Francia, dunque, poteva con le sue forze assalire il regno di Napoli, doveva farlo; se non poteva, non doveva condividerlo. E se la divisione della Lombardia che aveva fatta con i Veneziani era scusabile, perché gli era servita per mettere piede in Italia; la divisione del regno di Napoli merita biasimo, perché non è giustificata dalla necessità.

Luigi XII aveva dunque commesso questi cinque errori: eliminato i meno potenti; accresciuto in Italia la potenza di uno Stato già potente; fatto arrivare in Italia uno straniero potentissimo; non è venuto ad abitarvi; non vi ha mandato colonie.

13 - E questi errori, tuttavia, mentre era in vita avrebbero potuto non danneggiarlo, se non avesse compiuto il sesto: cioè di togliere ai Veneziani le loro ultime conquiste: perché se non avesse rafforzato la Chiesa né fatta venire in Italia la Spagna, sarebbe stato ragionevole e necessario indebolirli; ma avendo preso le decisioni che abbiamo visto, non avrebbe dovuto mai contribuire al loro indebolimento; perché essendo potenti, i Veneziani avrebbero sempre distolto gli altri dal tentare l’impresa in Lombardia, perché i Veneziani non l’avrebbero consentita se non a patto di diventarne loro i padroni. E gli altri non avrebbero voluto togliere la Lombardia alla Francia solo per darla a loro, né avrebbero avuto l’ardire di combattere contro entrambi. Se qualcuno dicesse che Luigi XII cedette la Romagna al Papa e Napoli alla Spagna per evitare una guerra, rispondo con le ragioni esposte prima: che non si deve mai far nascere un disordine per evitare una guerra, perché non la si evita, ma la si rimanda a proprio svantaggio. E se qualcun altro si riferisse alla promessa che il Re aveva fatto al Papa, di compiere per lui quell’impresa a causa dello scioglimento del suo matrimonio e della nomina a cardinale di Giorgio d’Amboise, arcivescovo di Rouen, risponderei con le regole che esporrò più avanti, quando tratterò della lealtà dei Principi e di come questi la devono osservare.

14 - Il re Luigi XII ha dunque perso la Lombardia per non aver messo in pratica nessuna delle regole rispettate da coloro che hanno conquistato provincie e hanno voluto mantenerle. Né questo ha qualcosa di miracoloso, ma è molto logico e ordinario. Di questa materia parlai a Nantes con il cardinale di Rouen quando il Valentino (così era chiamato comunemente Cesare Borgia, figlio di Papa Alessandro) occupava la Romagna: dicendomi il cardinale di Rouen che gl’Italiani non s’intendevano di guerra, risposi che i Francesi non s’intendevano di politica, perché se se ne intendessero non consentirebbero alla Chiesa di diventare così potente. E per esperienza abbiamo visto che la grandezza della Chiesa e della Spagna è stata causata dalla Francia, la quale in tal modo determinò la sua stessa rovina. Da questo si ricava una regola generale, che mai o raramente sbaglia: chi è causa della potenza di qualcuno va in rovina, perché quella potenza è stata determinata o con l’ingegno o con la forza, e l’una e l’altra sono sospette a chi è diventato potente.

Capitolo IV

Cur Darii regnum quod Alexander occupaverat

a successoribus suis post Alexandri mortem non defecit

Per quale ragione el regno di Dario, il quale da Alessandro fu occupato,

non si ribellò da’ sua successori dopo la morte di Alessandro

Per quale ragione il regno di Dario, che Alessandro aveva conquistato,

non si ribellò dopo la morte di Alessandro ai suoi successori

1 - Considerate le difficoltà che si incontrano per mantenere uno Stato recentemente conquistato, qualcuno potrebbe meravigliarsi delle cause che resero possibile che Alessandro Magno conquistasse in pochi anni l’Asia morendo subito dopo averla conquistata; per questo sembrava ragionevole che tutto quello stato si ribellasse; tuttavia i successori di Alessandro mantennero il potere e per tenerlo non ebbero altra difficoltà di quella che nacque tra loro stessi sorta per propria ambizione. Rispondo che i principati di cui abbiamo memoria si trovano governati in due modi diversi: o da un Principe che domina su tutti gli altri, servi e sottomessi, alcuni dei quali, per grazia e concessione sua, come ministri lo aiutano a governare il regno; o da un Principe circondato da baroni, i quali hanno la loro posizione non per grazia del signore, ma per diritto ereditario. Questi baroni possiedono Stati e sudditi propri, i quali li riconoscono per signori e hanno per loro una naturale devozione. Quegli Stati che sono governati da un Principe circondato da servi, hanno un Principe dotato di un’autorità maggiore, perché in tutta la regione non c’è nessuno che riconosca come superiore se non lui; e se ubbidiscono a qualcun altro, lo fanno con quella sottomissione che si porta a un ministro o a un ufficiale e non hanno verso di lui una particolare devozione.

2 - Gli esempi di questi due diversi tipi di governo sono, nei nostri tempi, la monarchia turca e il regno di Francia. La monarchia turca è governata da un signore; gli altri sono i suoi servi; e dividendo il suo regno in Sangiaccati egli vi manda amministratori sempre diversi e li muta e varia come gli pare. Il re di Francia, al contrario, vive in mezzo a una moltitudine di antichi signori feudali, riconosciuti e amati dai propri sudditi: hanno i loro privilegi, e il re non glieli può togliere senza suo pericolo. Chi dunque considera l’uno e l’altro di questi Stati, incontrerà difficoltà nel conquistare lo Stato turco ma, una volta che l’avrà fatto, troverà grande facilità nel mantenerlo. Così, al contrario, da un certo punto di vista, troverete più facilità nel conquistare lo Stato francese, ma grandi difficoltà nel mantenerlo.

3 - Le maggiori difficoltà che si incontrano nella conquista del regno turco consistono nel non poter essere chiamati dai principi di quel regno né si può sperare, con la ribellione dei governatori del re di poter facilitare la sua impresa. E questo dipende dalle ragioni sopra esposte. I Sangiachi, essendo tutti schiavi e sottomessi, possono essere corrotti con maggiori difficoltà; e quand’anche venissero corrotti, se ne ricaverebbe scarsa utilità, perché essi non possono coinvolgere i loro popoli per le ragioni già esposte. Per questo, chi attacca il Turco deve pensare di trovarlo unito; e gli convien sperare più nelle proprie forze che nelle ribellioni altrui. Ma una volta che fosse vinto e disfatto in battaglia campale in modo che non possa ricostituire l’esercito, non si deve dubitare d’altro che della famiglia del Principe: che, una volta eliminata, non resta nessuno da temere non avendo gli altri alcun credito presso i popoli; e il vincitore come prima della vittoria non poteva sperare in loro, così dopo non deve temerli.

4 - Il contrario accade nei regni governati come quello della Francia; puoi entrarci con facilità acquisendo alla tua causa qualche barone del regno, perché sempre si trovano dei malcontenti e di quelli che desiderano rinnovamenti: costoro, per le ragioni esposte, possono aprirti le porte di quello Stato e facilitarti la vittoria. La quale, poi, si porta dietro tante difficoltà, che riguardano sia quelli che ti hanno aiutato che quelli che hai sconfitto, che dovrai superare se vuoi mantenere il potere; né ti basta eliminare la famiglia del Principe, perché restano quei signori che si mettono a capo di nuovi cambiamenti; e, non potendoli né accontentare né eliminare, perdi quello Stato alla prima occasione che arriva.

5 - Ora, se voi considererete l’organizzazione del regno di Dario, la troverete simile a quella del Turco; perciò ad Alessandro fu necessario prima sconfiggerlo completamente e impedirgli di scendere in campo aperto; dopo, con la morte di Dario rimase sicuro il possesso di quello stato per le ragioni già analizzate. E i suoi successori se fossero rimasti uniti, se lo sarebbero goduto tranquillamente: in quel regno, infatti, non insorsero altri tumulti, che quelli suscitati da loro stessi. Ma è impossibile dominare con altrettanta tranquillità gli Stati organizzati come quello francese. A causa dei numerosi principati presenti in quegli Stati nacquero le frequenti ribellioni della Spagna, della Francia e della Grecia contro i Romani; e finché durò la memoria di quei principati sempre i Romani furono incerti nel possesso di quei territori; ma una volta spenta la memoria, con la forza e la quotidianità dell’esercizio del potere, ne diventarono signori senza ulteriori pericoli. E gli stessi Romani, che poi combatterono fra loro, riuscirono a tirarsi dietro ciascuno una parte di quelle provincie, secondo l’autorità che si era guadagnato; e quelle provincie, essendo stata distrutta la discendenza dei loro antichi signori, non riconoscevano se non i Romani. Considerate, dunque, tutte queste cose, nessuno si meraviglierà della facilità che ebbe Alessandro nel conservare l’Asia, e delle difficoltà che molti altri, come Pirro, hanno avuto nel conservare le loro conquiste. Il che non è dipeso dalla molta o scarsa capacità del vincitore ma dalla diversa organizzazione delle regioni conquistate.

Capitolo V

Quomodo administrandae sunt civitates vel principatus

qui antequam occuparentur suis legibus vivebant

In che modo si debbino governare le città o principati

li quali, innanzi fussino occupati, si vivevano con le loro leggi

In qual modo si debbano governare le città e i principati

i quali, prima di essere conquistati, vivevano secondo le loro leggi

1 - Quando gli Stati conquistati, come si è detto, sono abituati a vivere secondo le loro leggi in libertà, ci sono tre modi per mantenerli: il primo è distruggerli; l’altro, andare ad abitarvi personalmente, il terzo è lasciarli vivere secondo le loro leggi, ricavandone un tributo e creandovi un governo di poche persone che te lo conservino amico. Perché questo governo, essendo stato creato dal Principe, sa di non poter sopravvivere senza la sua forza e la sua amicizia, e deve far di tutto per proteggerlo. E, se non la si vuol distruggere, una città abituata a vivere libera si governa più facilmente per mezzo dei suoi cittadini che in qualsiasi altro modo.

2 - Possiamo portare come esempio gli Spartani e i Romani. Gli Spartani tennero Atene e Tebe creandovi uno Stato oligarchico, eppure le persero. I Romani, per tenere Capua, Cartagine e Numanzia, le distrussero, e non le persero. Vollero tenere la Grecia quasi come fecero gli Spartani, rendendola libera e lasciandole le sue leggi; ma non ci riuscirono, tanto che, per tenerla, furono costretti a distruggere molte città di quella regione.

3 - Perché, in verità, non c’è nessun modo sicuro di possederle, se non quello della loro distruzione. Chi diventa Principe di una città abituata a vivere libera e non la distrugge, aspetti di essere distrutto da quella; perché sempre in ogni ribellione essa prenderà come giustificazione il nome della libertà e i suoi ordinamenti antichi; i quali non si dimenticano né per la lunghezza del tempo né per i benefici ricevuti. E qualunque cosa si faccia o si provveda, se non vengono dispersi e divisi, gli abitanti non dimenticano né quel nome né quegli ordinamenti e ad essi subito, in ogni frangente, vi ricorrono, come fece Pisa dopo cento anni ch’era stata sottomessa dai Fiorentini.

Ma, quando le città e i rispettivi territori sono abituati a vivere sotto un Principe, e la famiglia di costui viene distrutta, essendo da un canto abituati ad obbedire, dall’altro non riescono ad accordarsi per eleggere un Principe nuovo alla morte di quello vecchio, così che sono più lenti a prendere le armi e con maggiore facilità un Principe può renderseli fedeli ed essere sicuro della loro fedeltà. Ma nelle repubbliche c’è maggiore vita, maggiore odio, più desiderio di vendetta; la memoria della antica libertà né lascia la gente, né può lasciar riposare chi conquista: tanto che la via più sicura è distruggerle o andare ad abitarvi.

Capitolo VI

De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur

De’ Principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente

I principati nuovi conquistati con le proprie armi e con virtù

1 ‑ Nessuno si meravigli se, nel trattare dei principati completamente nuovi sia come Principe che come Stato, presenterò esempi celebri, perché, camminando gli uomini quasi sempre lungo le vie battute dagli altri e procedendo nelle loro azioni attraverso l’imitazione, e non potendo seguire completamente le azioni altrui e neppure eguagliare il valore di coloro che imitano, deve sempre un uomo saggio seguire le strade battute dai grandi uomini e imitare quelli che sono stati eccellentissimi affinché, se le sue capacità non arrivano alla loro altezza, ne rendano almeno l’idea e agire come gli arcieri esperti i quali, vedendo il luogo da colpire troppo lontano e conoscendo la potenza del loro arco, pongono la mira molto più in alto del bersaglio, non per raggiungere con la loro freccia tanta altezza, ma per potere, con l’aiuto di così alta mira, centrare il bersaglio.

2 - Dico dunque che nei principati completamente nuovi, dove sia arrivato un nuovo Principe, si incontrano maggiori o minori difficoltà per mantenerli, a seconda che colui che li ha conquistati abbia una maggiore o minore virtù. E poiché il fatto di diventare Principe dopo esser stato semplice cittadino, presuppone o la virtù o la fortuna, sembra che l’una o l’altra di queste due cose temperi in parte molte difficoltà. Nondimeno, colui che meno si è fondato sulla sola fortuna si è mantenuto al potere più a lungo. Inoltre, genera facilità che il Principe sia costretto, perché non ha altri Stati, a venirvi ad abitare personalmente.

3 - Ma, per esaminare coloro per propria virtù e non per fortuna sono diventati principi, affermo che i più eccellenti sono Mosè, Ciro, Romolo, Teseo e simili. E, benché di Mosè non si debba ragionare, essendo stato un semplice esecutore di decisioni prescrittegli da Dio, tuttavia deve essere ammirato soprattutto per quella grazia che lo faceva degno di parlare con Dio. Ma consideriamo Ciro e gli altri che hanno conquistato o fondato regni; li troverete tutti ammirevoli: e, se si considerano bene, le loro azioni e le loro istituzioni sembreranno non dissimili da quelle di Mosè che ebbe un così grande precettore. Esaminando le azioni e la loro vita, si vede che essi non hanno ricevuto dalla fortuna altro che l’occasione per introdurre negli Stati quegli ordinamenti che parvero loro più opportuni; senza quella occasione, la loro virtù si sarebbe spenta, e senza quella virtù l’occasione sarebbe arrivata invano.

4 - Era dunque necessario che Mosè trovasse, in Egitto, il popolo d’Israele schiavo e oppresso dagli Egiziani, perché, per liberarsi dalla schiavitù, si disponesse a seguirlo. Era necessario che Romolo non fosse accolto in Alba e fosse stato abbandonato alla nascita, perché diventasse re di Roma e fondatore di quello Stato. Bisognava che Ciro trovasse i Persiani malcontenti dei Medi e che i Medi fossero diventati deboli ed effeminati a causa della lunga pace. Non avrebbe potuto Teseo dimostrare la sua virtù, se non avesse trovato disuniti gli Ateniesi. Queste occasioni, pertanto, resero felici quegli uomini e la loro eccellente virtù fece sì che l’occasione fosse conosciuta, per cui la loro patria ne fu nobilitata diventando prospera e potente.

5 - Coloro che diventano principi per virtù, simili a costoro, conquistano il principato con difficoltà, ma con facilità lo conservano: e le difficoltà che incontrano nel conquistare il principato, nascono in parte dai nuovi ordinamenti che essi sono obbligati a introdurre per fondare il loro regime e la loro sicurezza. E si deve considerare che non esiste cosa più difficile da trattare, né più incerta nell’esito, né più pericolosa da gestire, dell’introduzione di nuove istituzioni. Perché colui che le introduce ha per nemici tutti coloro che ricevevano un beneficio dalle vecchie istituzioni, ed ha tiepidi difensori in tutti coloro che dalle nuove istituzioni trarrebbero giovamento. E questa tiepidezza nasce in parte per la paura degli avversari, che hanno dalla loro le vecchie leggi, e in parte dallo scetticismo degli uomini, i quali non credono nelle novità se non le vedono ben consolidate. Da questo nasce che, ogni volta che quelli che ti sono nemici hanno occasione di attaccarti lo fanno con furore e gli altri ti difendono con scarso impegno, di modo che con loro si corrono pericoli.

6 - È necessario, pertanto, volendo trattare bene questo argomento, esaminare se gli innovatori si reggono sulle loro forze o se dipendono da altri: cioè se per realizzare i loro intenti, debbono chiedere aiuto oppure possono usare forze proprie. Nel primo caso, finiscono sempre male e non arrivano a realizzare nulla; ma quando sono indipendenti e possono usare la forza, allora raramente corrono pericoli. Ne deriva che tutti i profeti armati vinsero e i disarmati andarono in rovina. Perché, oltre alle cose dette, la natura dei popoli è mutevole. È facile convincerli di una cosa, ma è difficile mantenerli fermi in quella convinzione. Perciò conviene creare delle istituzioni tali, che, quando essi non ci credono più, tu puoi usare la forza per farli continuare a credere.

7 - Mosè, Ciro, Teseo e Romolo non avrebbero potuto far osservare a lungo i loro ordinamenti se fossero stati disarmati, come accadde nei nostri tempi a fra’ Gerolamo Savonarola; il quale andò in rovina con le sue riforme non appena la moltitudine cominciò a non prestargli più fede; e lui non aveva la possibilità di mantener fermi nell’antica fede coloro che avevano creduto in lui né di far credere gli increduli. Perciò tutti questi incontrano molte difficoltà e molti pericoli sono sul loro cammino, e bisogna che li superino con la loro virtù. Ma una volta che li hanno superati e che cominciano ad essere rispettati, dopo aver eliminato coloro che per le loro qualità li avversavano, restano potenti, sicuri, onorati e appagati.

8 - A così alti esempi io voglio aggiungerne uno minore, che comunque è simile a quelli e che è rappresentativo di tutti gli altri simili casi; e questo è Gerone Siracusano. Costui da privato cittadino diventò Principe di Siracusa: e non ebbe altro dalla fortuna che l’occasione; perché i Siracusani essendo assoggettati (ai Cartaginesi), lo elessero capitano e in seguito meritò di esser fatto Principe. E fu persona di tale intelligenza politica, anche nella sua condizione di semplice cittadino, che chi ha scritto di lui ha affermato «quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum» (nulla gli mancava per essere re fuorché il regno, ndr.). Gerone distrusse la vecchia milizia, ne creò una nuova; lasciò le antiche amicizie, strinse nuove amicizie; e, come ebbe amicizie e soldati suoi, potè su tale fondamento edificare le sue istituzioni: tanto che fece una grande fatica nel conquistare il potere, ma poca nel mantenerlo.

Capitolo VII

De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur

De’ Principati che s’acquistano con le armi e fortuna di altri

I principati nuovi conquistati con le armi e la fortuna altrui

1 - Coloro che, soltanto grazie alla fortuna da semplici cittadini diventano principi, lo diventano con poca fatica, ma con grandi difficoltà restano al potere. Non incontrano molte difficoltà sulla via della conquista del potere, perché non incontrano ostacoli; ma tutte le difficoltà nascono dopo averlo raggiunto. Questi principi sono coloro che ricevono uno Stato in cambio di danaro o per grazia di chi lo concede, come accadde a molti in Grecia, nelle città della Ionia e dell’Ellesponto, dove molti furono creati principi da Dario, affinché governassero per sua sicurezza e gloria; come accadde anche a quegli imperatori romani che, da semplici cittadini pervenivano al potere per la corruzione dei soldati.

2 - Costoro si reggono soltanto sulla volontà e sulla fortuna di chi ha concesso loro il potere, due cose volubilissime e instabili; e non sanno né possono conservare il potere; e non lo sanno perché, se non è un uomo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole pensare che, essendo sempre vissuto come privato cittadino, siano in grado di governare; non possono, perché non possiedono forze amiche e fedeli. Accade inoltre che gli Stati che si formano rapidamente, come tutte le cose della natura che nascono e crescono in fretta, non possono avere solide radici con tutte le loro ramificazioni, di modo che la prima difficoltà li fa cadere. A meno che, come già si è detto, coloro che all’improvviso sono diventati principi, non posseggano tanta virtù da saper subito prepararsi a conservare ciò che la fortuna ha messo loro in grembo, e creino dopo essere stati creati principi quei fondamenti che gli altri hanno costruito prima.

3 - Voglio, per l’uno e per l’altro dei due modi esposti, cioè sul diventare Principe per virtù o per fortuna, portare due esempi accaduti recentemente, che che hanno per protagonisti Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, con i dovuti mezzi politici e con una sua grande virtù, da privato cittadino, diventò duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva conquistato, mantenne con poca fatica. Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal popolo duca Valentino, conquistò lo Stato grazie alla fortuna del padre, e con quella lo perse, nonostante che lui avesse usato ogni mezzo e avesse fatto tutte quelle cose che un uomo prudente e virtuoso avrebbe dovuto fare, per mettere radici in quelle regioni che le armi e la fortuna altrui gli avevano concesso. Perché, come ho già detto, chi non crea i fondamenti prima, potrebbe con una grande virtù farli poi, anche se si fanno con disagi per l’architetto e pericoli per l’edificio. Se dunque consideriamo la condotta del duca, vediamo che lui aveva costruito solide fondamenta per la sua futura potenza: e non giudico superfluo trattarle, perché non saprei quali precetti migliori dare a un Principe nuovo, che l’esempio delle sue azioni: e se le decisioni prese non diedero buoni frutti, non fu per sua colpa, perché la sua caduta nacque da una straordinaria ed estrema malvagità della sorte.

4 - Alessandro VI, nel voler rendere potente il duca suo figlio, aveva molte difficoltà presenti e future. Prima di tutto non vedeva altro modo di renderlo signore di qualche Stato che non appartenesse alla Chiesa; e decidendo di prendere quello della Chiesa, sapeva che il duca di Milano e i Veneziani non glielo avrebbero consentito, perché Faenza e Rimini erano già sotto la protezione di Venezia. Inoltre si rendeva conto che le milizie armate italiane, specialmente quelle di cui avrebbe potuto servirsi, erano nelle mani di coloro che dovevano temere la grandezza del Papa; perciò non se ne poteva fidare, essendo tutte nelle mani degli Orsini e dei Colonna e dei loro amici. Era dunque necessario che si mutasse l’ordinamento di quegli Stati e se ne scardinasse il regime, per potersene impadronire con sicurezza d’una parte. Questo gli fu facile, perché trovò che i Veneziani, spinti da altre mire, si erano adoperati per far ritornare i Francesi in Italia: e il Papa non solo non si oppose a questo ritorno, ma lo rese più facile sciogliendo il primo matrimonio di Luigi XII.

5 - Il re arrivò dunque in Italia con l’aiuto dei Veneziani e il consenso del Papa Alessandro VI; e non era ancora arrivato a Milano, che il Papa ottenne da lui truppe per l’impresa della conquista della Romagna, che riuscì proprio per l’autorità del Re. Conquistata dunque la Romagna e sconfitti i Colonna, il Duca, se voleva mantenere il principato e procedere oltre, poteva essere impedito da due elementi: l’uno le sue truppe, che non gli sembravano fedeli, l’altra la volontà della Francia; gli sembrava che le truppe degli Orsini, delle quali si era avvalso, lo tradissero e non soltanto gl’impedissero altre conquiste, ma gli togliessero quanto aveva già conquistato, e che la stessa cosa potesse fargli il re di Francia. Degli Orsini ebbe una conferma quando, dopo aver espugnato Faenza, assaltò Bologna, e li vide andare freddi all’assalto; e circa Luigi XII, conobbe quel che aveva in animo quando, dopo aver conquistato il ducato di Urbino, assaltò la Toscana e il re lo fece desistere. Per questo il duca decise di non dipendere più dalle armi e dalla fortuna altrui.

6 - E per prima cosa indebolì in Roma le fazioni degli Orsini e dei Colonna; perché tutti i loro partigiani, che fossero gentiluomini, li portò dalla sua parte, creandoli suoi gentiluomini, dando loro ricchi appannaggi e onorandoli secondo le qualità, con incarichi militari e politici: in modo che in pochi mesi nei loro animi si spense l’attaccamento ai loro antichi signori e tutto si rivolse al Duca. In seguito aspettò l’occasione per distruggere i capi Orsini, dopo aver disperso quelli della famiglia Colonna; e l’occasione gli capitò a proposito e lui la sfruttò alla grande; perché gli Orsini, accortisi tardi che la potenza del Duca e della Chiesa sarebbe stata la loro rovina, organizzarono una adunanza a Magione, vicino Perugia; da quella assemblea nacquero la ribellione di Urbino e i tumulti della Romagna e molti pericoli per il Duca, che li superò tutti coll’aiuto dei Francesi.

7 - Riconquistata la sua autorità, e non fidandosi della Francia né di altre forze estranee, per non entrare in aperto scontro con esse, decise di ricorrere agli inganni; e seppe tanto bene dissimulare l’animo suo che gli Orsini si riconciliarono con lui con l’intermediazione del signor Paolo. Col quale il Duca non mancò d’ogni specie di cortesia per rassicurarlo, dandogli danaro, abiti e cavalli, tanto che la loro stoltezza li condusse a Senigallia nelle sue mani. Uccisi, dunque, questi capi, e trasformati in suoi amici i loro partigiani, il Duca aveva creato solidi fondamenti al suo potere, possedendo tutta la Romagna con il ducato di Urbino, e gli sembrava, soprattutto, di aver conquistato l’amicizia della Romagna e guadagnatosi il rispetto di quelle popolazioni che cominciavano a gustare un certo benessere.

8 - E poiché questo particolare merita di essere conosciuto e imitato dagli altri, non lo voglio tralasciare. Dopo che il Duca ebbe conquistata la Romagna, e constatato che era stata governata da signori tirannici, i quali avevano piuttosto depredato i loro sudditi che governato, e dato loro occasione di disunione anziché di unione, tanto che quella provincia era tutta piena di ladrocinii, di contrasti e di ogni altro genere di prepotenze, giudicò che fosse necessario darle un buon governo, per ridurla a una condizione di pace e di obbedienza al potere. Perciò vi mise a capo messer Remirro de Orco, uomo crudele e sbrigativo, al quale dette pieni poteri. Costui, in poco tempo, la ridusse pacifica e unita, con grandissimo prestigio del Duca. In seguito, il Duca stesso giudicò che non era più necessaria una così eccessiva autorità, perché temeva che divenisse odiosa; e istituì al centro della regione, una magistratura civile, con un presidente eccellentissimo, presso la quale ogni città aveva un consigliere. E poiché sapeva che le crudeltà del passato gli avevano attirato qualche odio, per liberare gli animi di quei popoli da ogni sospetto su di lui e guadagnarseli del tutto, volle dimostrare che se c’erano state crudeltà, non erano dipese da lui, ma dall’aspro carattere del suo ministro. E trovata l’occasione propizia contro di lui, una mattina, a Cesena, lo fece esporre sulla pubblica piazza tagliato in due, con un pezzo di legno e un coltello insanguinato accanto. La ferocia di quello spettacolo rese quei popoli soddisfatti e impauriti.

9 - Ma torniamo al punto di partenza. Dico dunque che, ritrovandosi il Duca assai potente, in parte al sicuro dai pericoli presenti, per essersi armato con milizie sue e aver in buona parte eliminato quelle milizie che, standogli vicine, avrebbero potuto creargli pericoli, gli restava, volendo andare avanti con le conquiste, il problema del rispetto al Re di Francia; perché sapeva che questi, che tardi si era accorto dell’errore compiuto, non gli avrebbe permesso altre conquiste. E cominciò per questo a cercare nuove amicizie e ad essere freddo con la Francia, nella discesa che i Francesi fecero verso il regno di Napoli contro gli Spagnoli che assediavano Gaeta. Il suo obiettivo era di stare al sicuro dai Francesi, il che gli sarebbe presto riuscito, se Papa Alessandro avesse continuato a vivere.

Questo fu il suo modo di governare negli avvenimenti presenti.

10 - Ma, quanto a quelli futuri, doveva prima di tutto dubitare che il successore di suo padre al soglio pontificio gli sarebbe stato amico e che non avrebbe cercato di togliergli quello che Alessandro gli aveva dato. Pensò di risolvere il problema in quattro modi. Primo, eliminando tutti i consanguinei dei signori da lui depredati, per togliere al Papa la possibilità di ridar loro i propri possedimenti; secondo, facendosi amici tutti i gentiluomini di Roma, come si è detto, per poter con essi tenere a freno le azioni del Papa; terzo, acquisendo un potere di controllo il più possibile forte sul Collegio dei Cardinali; quarto, acquistando tanto potere, prima che il Papa morisse, da poter resistere da solo a un primo attacco. Di questi quattro modi, alla morte di Alessandro, ne aveva raggiunti tre, il quarto era quasi raggiunto: perché, dei signori spogliati dei loro beni ne ammazzò il maggior numero possibile e pochi riuscirono a salvarsi; si era guadagnata la sudditanza dei gentiluomini; nel Collegio aveva un grandissimo potere, e, quanto alla nuova conquista, aveva in mente di diventare signore della Toscana, e possedeva già Perugia e Piombino, e aveva preso Pisa sotto la sua protezione.

11 - E non appena non avesse avuto più il dovere di portare rispetto alla Francia (perché non gliene doveva più in quanto i Francesi erano stati già privati del regno di Napoli dagli Spagnoli, di modo che a ciascuna delle due parti era necessario comperare la sua amicizia) si sarebbe gettato su Pisa. Dopo di che Lucca e Siena avrebbero subito ceduto, in parte per rivalità contro i Fiorentini e in parte per paura; i Fiorentini non avrebbero potuto più resistergli. Se questo gli fosse riuscito (e gli sarebbe riuscito nell’anno medesimo in cui Papa Alessandro morì) avrebbe acquistato tante milizie e tanto potere, che si sarebbe retto da solo, senza dipendere più dalla fortuna e dalle forze altrui, ma solo dalla sua potenza e dalla sua virtù. Ma Alessandro morì appena cinque anni dopo che aveva sguainato la spada. Lo lasciò col solo Stato di Romagna ormai consolidato, mentre tutti gli altri erano ancora malsicuri, tra due potentissimi eserciti nemici, e malato a morte.

12 - Ciononostante il duca aveva tanta virtù e una natura indomita, e così bene sapeva come gli uomini si debbano o conquistare o annientare, ed erano tanto validi i fondamenti che aveva creato in così poco tempo, che, se non avesse avuto addosso quegli eserciti e non fosse stato malato, avrebbe resistito a ogni difficoltà. E che i fondamenti del suo Stato fossero buoni, fu evidente: la Romagna l’aspettò più di un mese; in Roma, anche se mezzo morto, trascorse i suoi giorni al sicuro, e, benché i Baglioni, i Vitelli e gli Orsini fossero andati a Roma, non trovarono seguaci contro di lui; potè fare in modo che almeno non fosse eletto Papa chi non voleva, non riuscendo a far eleggere Papa chi volle. Ma se lui non fosse stato ammalato alla morte di Papa Alessandro VI, ogni cosa gli sarebbe stata possibile. E lui mi disse, nei giorni in cui fu eletto Papa Giulio II, che aveva già pensato a ciò che avrebbe potuto nascere alla morte del padre, e a tutto aveva trovato una soluzione: ma mai pensò che, alla morte del padre, anche lui sarebbe potuto stare vicino alla morte.

13 - Esaminate tutte le imprese del duca, non saprei rimproverarlo. Anzi mi pare, come già ho detto, ch’egli debba essere proposto come modello da imitare a tutti coloro che sono saliti al potere con la fortuna e con le armi altrui. Perché Cesare Borgia, avendo grande carattere e alto proposito di dominio, non poteva prendere decisioni più opportune. E si opposero al suo progetto soltanto la breve vita di Papa Alessandro e la sua malattia. Chi dunque giudica necessario nel suo principato nuovo, essere al sicuro dai nemici, guadagnarsi degli amici, vincere o con la forza o con l’inganno, farsi amare e temere dai popoli, farsi seguire e temere dai soldati, eliminare coloro che possono o debbono colpirti, innovare gli ordinamenti antichi, essere risoluto e insieme cordiale, magnanimo e liberale, eliminare le truppe infedeli, crearne delle nuove, conservare l’amicizia dei principi e dei re in modo che ti debbano beneficare con cortesia o attaccare con rispetto, non può trovare esempi più recenti delle sue azioni.

14 - L’unica critica che si può muovergli riguarda la creazione di Giulio II pontefice, che fu una elezione funesta per lui; perché, come ho detto prima, non potendo far eleggere un Papa a lui favorevole, poteva ottenere che uno non diventasse Papa; e non avrebbe dovuto mai consentire l’ascesa al Papato di quei cardinali che lui aveva danneggiato o che, una volta diventati papi, avrebbero temuto il suo potere. Perché gli uomini infatti attaccano o per paura o per odio. Quelli che lui aveva danneggiato erano, fra gli altri, Giuliano Della Rovere cardinale di San Pietro ad vincula, il cardinale Giovanni Colonna, Raffaele Riario cardinale di San Giorgio di Savona e Ascanio Sforza. Tutti gli altri, divenuti papi, avrebbero temuto il suo potere, eccetto il cardinale Giorgio d’Amboise di Rouen e i cardinali spagnoli; questi per parentele e per obbligo; quello per potenza, venendo appoggiato dal Regno di Francia. Pertanto il Duca, per prima cosa avrebbe dovuto far eleggere Papa uno spagnolo, e, non potendo, doveva far eleggere Papa il cardinale di Rouen e non Giuliano Della Rovere. Chi crede che nei grandi personaggi i benefici nuovi facciano dimenticare i vecchi oltraggi, si inganna. Sbagliò dunque il Duca in questa elezione e fu lui stesso causa della sua finale rovina.

Capitolo VIII

De his qui per scelera ad principatum pervenere

Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al principato

Di coloro che sono pervenuti al principato per mezzo delle scelleratezze

1 - Ma, poiché da semplice cittadino si diventa Principe ancora in due modi, i quali non si possono attribuire del tutto alla fortuna o alla virtù, non mi pare opportuno tralasciarli, anche se uno può essere trattato più diffusamente esaminando le repubbliche. Questi due modi si verificano quando, o si diventa principi in qualche modo scellerato ed empio o quando un semplice cittadino diventa Principe della sua patria con il favore degli altri suoi cittadini. E trattando del primo modo, esporremo due esempi, uno antico, l’altro moderno, senza approfondire ulteriormente questa parte, perché giudico che basti imitarli a chi ne avesse necessità.

2 - Il siciliano Agatocle, che era non solo di condizione sociale semplice, ma addirittura infima e spregevole, diventò re di Siracusa. Costui, figlio di un vasaio, nelle varie epoche della sua vita, condusse sempre una esistenza scellerata; nondimeno accompagnò le sue scelleratezze con tanta energica forza d’animo e di corpo che, entrato nella milizia, ne superò tutti i gradi fino a diventare pretore di Siracusa. Dopo essere stato insediato nella carica di pretore e aver deciso di diventare Principe e di tenere con la forza e senza essere obbligato a nessuno quel potere che tutti d’accordo gli avevano concesso, e dopo essersi accordato col cartaginese Amilcare Barca, che con le sue truppe si trovava in Sicilia, radunò una mattina il popolo e il senato di Siracusa, come se avesse dovuto deliberare su affari che riguardavano lo Stato e ad un suo cenno preordinato fece uccidere dai suoi soldati tutti i senatori e le persone più ricche della popolazione; dopo averli uccisi, occupò e mantenne il principato della città senza nessun dissenso. E benché dai Cartaginesi fosse due volte sconfitto e infine assediato, non solo poté difendere la città ma, lasciata una parte dei suoi a difesa dell’assedio, con l’altra parte assaltò l’Africa, e in breve tempo liberò Siracusa dall’assedio e mise i Cartaginesi tanto in difficoltà che furono costretti ad accordarsi con lui, essere contenti del possesso dell’Africa e lasciare ad Agatocle la Sicilia.

3 - Chi esaminerà, dunque, le azioni e la vita di Agatocle, non vi troverà elementi, o ne troverà pochi, che possa attribuire alla fortuna. E infatti, come ho detto prima, egli, non col favore di qualcuno, ma per i gradi della milizia che con mille disagi e pericoli aveva superato, arrivò al principato e quello mantenne poi con tante deliberazioni coraggiose e pericolose. Ma non si può definire virtù ammazzare i propri concittadini, tradire gli amici e dimostrarsi senza lealtà, senza pietà, senza coscienza, senza un ideale morale: modi che possono far acquistare potere ma non gloria. Perché se si considera la virtù di Agatocle nell’affrontare i pericoli e nel trovare le soluzioni opportune per risolverli, e la grandezza dell’animo suo nel reggere e superare le avversità, non si vede perché dovrebbe essere giudicato inferiore a qualunque altro eccellentissimo condottiero; ma la sua efferata crudeltà e inumanità, e le sue infinite scelleratezze non consentono ch’egli sia celebrato fra gli uomini più eccellenti. Non si può, dunque, attribuire alla fortuna o alla virtù quello che senza l’una e l’altra fu da lui conseguito.

4 - Nei tempi nostri, durante il Papato di Papa Alessandro VI, Oliverotto da Fermo, essendo fin da piccolo rimasto senza padre, venne allevato da un suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani, e nei primi anni della sua gioventù fu mandato nella milizia comandata da Paolo Vitelli, affinché, imparata l’arte militare, pervenisse a qualche alto grado di comando. Morto Paolo Vitelli, militò sotto Vitellozzo suo fratello; e in brevissimo tempo, grazie all’intelligenza e alla forza dell’animo e del corpo, diventò il primo uomo della milizia. Ma parendogli cosa servile restare sotto il comando di altri, pensò, con l’appoggio di Vitellozzo e con l’aiuto di alcuni cittadini di Fermo, i quali preferivano la servitù alla libertà della patria, di impadronirsi di Fermo; e scrisse a Giovanni Fogliani che, essendo stato molti anni fuori di casa, voleva tornare a visitar lui e la città, e vedere lo stato del suo patrimonio: e poiché non si era impegnato che a conquistare onore, affinchè i suoi concittadini vedessero che non aveva speso invano il suo tempo, voleva apparire degno di onore e accompagnato da cento cavalli di suoi amici e servitori: e lo pregava di voler fare in modo che fosse ricevuto onorevolmente dai Fermani: e questo non solo sarebbe stato onorevole a lui, ma anche allo zio, perchè era suo nipote.

5 - Giovanni Fogliani non mancò di usare ogni doverosa cortesia verso il nipote e, fattolo ricevere fastosamente dagli abitanti di Fermo, lo ospitò in casa sua: trascorso qualche giorno, dedicandosi a predisporre segretamente quel che era necessario alla sua futura scelleratezza, Oliverotto organizzò un solenne banchetto al quale invitò Giovanni Fogliani e tutti i personaggi più importanti di Fermo. E dopo che furono consumate le vivande e terminati gli intrattenimenti che in simili conviti si usano fare, Oliverotto, ad arte, cominciò a ragionare su argomenti gravi come la grandezza di Papa Alessandro e di Cesare Borgia suo figlio e delle loro imprese. A quei ragionamenti risposero Giovanni Fogliani e gli altri; allora all’improvviso lui si alzò in piedi dicendo che tali argomenti dovevano essere trattati in un luogo più segreto, e si ritirò in una stanza nella quale Giovanni e tutti gli altri cittadini lo seguirono. E non si erano ancora posti a sedere, che da luoghi segreti uscirono dei soldati, che ammazzarono Giovanni e tutti gli altri.

6 - Dopo la strage, Oliverotto montò a cavallo, corse per la città e assediò nel palazzo il supremo magistrato, tanto che per paura tutti furono costretti a obbedirgli e a costituire un governo di cui egli si proclamò Principe. Uccisi tutti quelli che, per essere malcontenti, avrebbero potuto nuocergli, si rafforzò con nuovi ordinamenti civili e militari di modo che, nel corso dell’anno in cui tenne il principato, non soltanto visse al sicuro nella città, ma era considerato terribile da tutti i suoi vicini. Sarebbe stato difficile espugnare la sua città, come quella di Agatocle, se non si fosse lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Senigallia, come ho già detto precedentemente, eliminò gli Orsini e i Vitelli, e fu preso anche lui, un anno dopo il commesso parricidio, e strangolato, insieme con Vitellozzo, che era stato il maestro della sua "virtù" e delle sue scelleratezze.

7 - Qualcuno potrebbe obiettare sul fatto che Agatocle e altri principi simili a lui potessero, nonostante infiniti tradimenti e crudeltà, vivere a lungo e sicuri nelle loro patrie e difendersi dai nemici esterni, senza che i concittadini cospirassero mai contro di loro, mentre altri principi, pur usando la crudeltà, non abbiano conservato il potere non solo nei tempi dubbiosi della guerra, ma neanche nei tempi di pace. Credo che questo si verifichi a seconda se le crudeltà sono male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle crudeltà (se del male è lecito dir bene) che si fanno in una sola volta, per la necessità di mettersi al sicuro, ma poi non se ne fanno più e vengono prese decisioni per assicurare ai propri sudditi il maggior vantaggio possibile; male usate sono quelle che, pur essendo poche all’inizio, crescono col passare del tempo piuttosto che cessare. Coloro che seguono il primo modo possono, sul piano religioso e umano, trovare qualche rimedio per restare al potere; gli altri è impossibile che lo mantengano.

8 - Si deve quindi notare che, nell’impadronirsi di uno Stato, il conquistatore deve avere ben chiari in mente tutti i provvedimenti violenti che gli è necessario prendere, e attuarli tutti in !!! una volta, per non dover rinnovare le offese ogni giorno, e poter così, non rinnovandole, rassicurare gli uomini e conquistarli beneficandoli. Chi agisce in modo diverso, o per mancanza di risolutezza o per malignità d’animo, deve essere sempre pronto a far ricorso alla violenza; né può mai contare sui propri sudditi, che, per le recenti e continue violenze, non possono fidarsi di lui. Ne consegue che le violenze si devono fare tutte in una volta, affinché, provandole una volta sola, provochino minori conseguenze; i benefici devono essere elargiti un poco alla volta, affinché possano essere gustati meglio. E soprattutto un Principe deve vivere con i suoi sudditi in modo che nessuna occasione buona o cattiva faccia loro cambiare condotta, perché, arrivando la necessità di usare la forza nei momenti di avversità, non fai in tempo ad usarla, e il bene che tu fai non ti porta beneficio perché è giudicato forzato.

IX

De principatu civili

Del Principato civile

Il Principato civile

1 - Ma esaminiamo ora l’altro modo, cioè quando un semplice cittadino non per scelleratezza o altra intollerabile violenza, ma con l’aiuto dei concittadini, diventa Principe della sua patria, un modo che si può chiamare principato civile (né per ottenerlo è necessario possedere o solo virtù o solo fortuna, ma piuttosto una accortezza sostenuta dalla fortuna), e si raggiunge o col consenso del popolo o con quello dei potenti. Perché in ogni città si trovano queste due diverse tendenze; cioè: il popolo desidera non essere comandato e oppresso dai potenti, e i potenti desiderano comandare e opprimere il popolo: e da questi due desideri diversi nasce una delle tre conseguenze: o principato o libertà o anarchia.

2 - Il principato è causato o dal popolo o dai potenti, cioè da quella parte che ne ha colto l’occasione; quando i potenti vedono di non poter più resistere al popolo, cominciano a dare il loro appoggio ad uno di loro e lo fanno Principe per potere, sotto la sua protezione, realizzare la loro brama di dominio. Il popolo, da parte sua, quando si rende conto di non poter resistere ai potenti, accresce la forza di uno e lo fa Principe per essere difeso per mezzo della sua autorità. Colui che diventa Principe con l’aiuto dei potenti resta al potere con maggiori difficoltà di colui che lo diventa con l’aiuto del popolo; perché si trova ad essere Principe con molte persone intorno che sembrano essere del suo stesso rango, per cui non li può né comandare né governare secondo la sua volontà.

3 - Ma colui che arriva al principato col favore popolare, si trova a governare da solo, e intorno a sé non ha nessuno, o pochissimi, che non siano pronti ad ubbidire. Oltretutto, non si può onorevolmente e senza danneggiare altri accontentare i potenti, ma si può soddisfare il popolo: perché il fine del popolo è più onorevole di quello dei potenti, perché questi vogliono opprimere il popolo e il popolo vuole non essere oppresso. Inoltre un Principe non riesce mai ad essere al sicuro quando il popolo gli è nemico perché le persone sono troppe, invece può essere più facilmente al sicuro dai potenti perché questi sono pochi. Il peggio che si può aspettare da un popolo nemico è quello di essere abbandonato; ma dai potenti che gli sono nemici non solo deve temere di essere abbandonato, ma anche che gli muovano contro perché, essendo in essi più avvedutezza e più astuzia, fanno sempre in tempo a salvarsi e a cercar meriti presso colui che sperano che vinca. Inoltre il Principe deve necessariamente vivere sempre con uno stesso popolo, ma può vivere senza quei potenti stessi, potendo farli e disfarli ogni giorno, e togliere o dare loro autorità a suo piacimento.

4 - E per chiarire meglio questo punto, dico che i potenti devono essere trattati principalmente in due modi. O vengono governati in modo che, con il loro comportamento, si vincolano interamente alla tua sorte, oppure no: quelli che si vincolano, e non sono avidi prepotenti, devono essere onorati ed amati; quelli che non si vincolano devono essere visti in due modi. O fanno questo per inettitudine e naturale mancanza di carattere, e tu ti devi servire soprattutto di quelli esperti che possono darti qualche buon consiglio, perché nella prosperità ti procurano onore e nelle avversità non hai da temerne. Ma quando le persone non si vincolano a te per convenienza e per motivi di ambizione, vuol dire che pensano più a sè stessi che a te; e da quelli il Principe si deve guardare, e temerli come se fossero manifestamente nemici perché sempre, nelle avversità, favoriranno la sua rovina.

 5 - Pertanto, uno che diventa Principe con il favore del popolo, deve mantenerselo amico; e ciò gli sarà facile perché il popolo non chiede altro che di non essere oppresso. Ma uno che contro il popolo, diventa Principe con il favore dei potenti, deve prima di ogni altra cosa conquistare il popolo, e ciò gli sarà facile nel momento in cui lo prenderà sotto la sua protezione. E poichè gli uomini, quando ricevono del bene da chi credevano di ricevere del male, si sentono più profondamente obbligati verso il loro benefattore, il popolo gli diventa subito più favorevole di quanto lo sarebbe stato se il Principe avesse preso il potere col suo favore; e il Principe se lo può conquistare in molti modi, sui quali, proprio perché variano a seconda delle situazioni, non si può dare una regola sicura, per cui li tralasceremo.

6 - Concluderò solo dicendo che a un Principe è necessario avere amico il popolo: altrimenti nelle avversità non ha scampo. Nabide, Principe degli Spartani, sostenne l’assedio di tutta la Grecia e del vittoriosissimo esercito romano, e contro di loro difese la sua patria e il suo Stato: e gli bastò solo, al momento del pericolo, guardarsi da pochi rivali; e comunque questo non gli sarebbe bastato se avesse avuto nemico tutto il popolo. E nessuno contesti questa mia opinione con il banale proverbio che chi basa il proprio potere sul popolo, lo basa sul fango: perché quel proverbio è vero quando riguarda un privato cittadino che impadronendosi del potere fa fondamento sul popolo e si illude di essere liberato dal popolo quando fosse aggredito dai nemici o dai magistrati. In questo caso si potrebbe trovare spesso ingannato, come accadde in Roma ai Gracchi e in Firenze a messer Giorgio Scali. Ma quando pone i suoi fondamenti sul popolo un Principe capace di comandare, che sia un uomo coraggioso, non si impaurisca di fronte alle difficoltà, non manchi d’aver preparato una difesa d’armi conveniente, e tenga con energia e con le istituzioni adeguate tutto il popolo voglioso di operare, mai si troverà ingannato da questi, e avrà la riprova di aver creato resistenti fondamenti.

7 - Questi principati di solito sono in pericolo quando c’è il salto dal governo basato sul favore dei cittadini a quello assoluto; perché questi principi o governano da soli o lo fanno per mezzo di magistrature. In quest’ultimo caso organizzare lo Stato colle magistrature è più debole e pericoloso; perché dipende in tutto dalla volontà di quei cittadini che sono stati nominati alle magistrature: i quali, soprattutto nei momenti di avversità, possono con grande facilità, togliergli lo Stato, o agendo contro di lui o non ubbidendogli. E il Principe nel pericolo non può fare in tempo a impadronirsi del potere assoluto; perché i cittadini e i sudditi, che sono soliti prendere ordini dai magistrati, non sono disposti, in quei frangenti, ad ubbidire a lui; e avrà sempre, nei momenti difficili, scarsità di gente di cui fidarsi. Perché un tale Principe non può fidarsi di quello che vede nei tempi di pace, quando i cittadini hanno bisogno dello Stato; perché allora ognuno accorre, ognuno promette e ciascuno vuole morire per lui, visto che la morte è distante; ma nei tempi avversi, quando lo Stato ha bisogno dei cittadini, se ne trovano pochi. Ed è molto pericoloso provare questa situazione, sapendo che non la puoi fare che una volta sola. Perciò un Principe saggio deve usare una maniera di governo per la quale i suoi sudditi, sempre e in ogni circostanza (di pace o di guerra) abbiano bisogno dello Stato e di lui; e sempre poi gli saranno fedeli.

Capitolo X

Quomodo omnium principatuum vires perpendi debeant

In che modo si debbino misurare le forze di tutti i principati

Come si debbono valutare le forze di tutti i principati

1 - Esaminando le caratteristiche di questi principati, bisogna fare un’altra considerazione: cioè se un Principe ha uno Stato così grande da poter, al momento del bisogno, reggersi colle sole sue forze, oppure se ha necessità di essere aiutato da altri nella difesa. E per chiarire meglio questa parte dico come considero coloro che sono in grado di reggersi da soli in quanto possono, per abbondanza di uomini e di soldi, mettere insieme un esercito adeguato a scontrarsi in una battaglia campale contro chiunque li venga ad assalire; e così esamino coloro che hanno sempre necessità dell’aiuto di altri e non possono presentarsi di fronte al nemico in una battaglia campale, ma sono costretti a rifugiarsi dentro le mura e difenderle. Del primo caso abbiamo già trattato (cap. VI, ndr), e in seguito diremo quello che servirà (cap. XI-XIII, ndr). Del secondo caso non si può dire altro, se non esortare i principi a fortificare e a rifornire la propria città e non tenere in alcun conto la campagna. Chiunque avrà ben fortificato la sua città e si sarà comportato come si è detto precedentemente e si dirà in seguito circa il modo di governare i sudditi, sarà sempre assaltato con gran timore, perché gli uomini sono sempre contrari alle imprese che presentano difficoltà, e non può essere facile assaltare uno che sia Principe di una città potente e che non sia odiato dal popolo.

2 - Le città della Germania sono liberissime, hanno poca campagna, obbediscono all’imperatore, nella misura in cui vogliono e non temono né lui né qualunque altro potente dei dintorni, perché sono fortificate in modo che ciascuno pensa che la loro conquista sia irritante e difficile. Perché tutte sono fortificate con fossati e mura adeguati; hanno artiglieria a sufficienza; tengono sempre nei magazzini pubblici da bere e da mangiare e da ardere per un anno. E oltre a questo, per poter tenere sazia la plebe senza perdita del pubblico erario, hanno sempre da poter dare loro da lavorare in comune per un anno in quelle attività che sono il nerbo e la vita di quella città e in quei mestieri dei quali la plebe possa vivere. Inoltre, ritengono di grande importanza gli esercizi militari, e a questo riguardo hanno molte istituzioni per metterli in atto.

3 - Un Principe dunque, che abbia una città forte e non si faccia odiare, non può essere assalito; e se qualcuno lo assalisse, se ne andrebbe via con vergogna. Perché le cose del mondo sono così mutevoli, che è quasi impossibile che uno possa col suo esercito stare ad assediarlo ozioso per un anno intero. E se qualcuno obiettasse: il popolo assediato che avrà le sue proprietà fuori dalle mura, se le vedrà bruciare, non avrà pazienza e il lungo assedio e l’attaccamento alle proprie terre gli farà dimenticare il Principe: risponderei che un Principe potente e coraggioso supererà sempre tutte queste difficoltà, dando ai sudditi ora la speranza che il male non sarà lungo, ora il timore della crudeltà del nemico, ora eliminando con prontezza coloro che gli sembreranno troppo arditi verso di lui. Oltre a questo, secondo logica il nemico deve incendiare e distruggere il contado al suo arrivo, nel momento in cui gli animi degli assediati sono ancora impetuosi e desiderosi di difendersi; e per questo tanto meno il Principe deve dubitare, perché dopo qualche giorno, quando gli animi si sono raffreddati, i danni sono stati già fatti, i mali già ricevuti e non c’è più rimedio: allora ancor più si stringono al loro Principe, credendo che lui abbia assunto un obbligo verso di loro, essendo state arse le loro case e distrutte le loro proprietà per la sua difesa. La natura degli uomini è tale che essi si legano per i benefici che fanno e per quelli che ricevono. Per cui, se si considererà bene tutto, non sarà difficile a un Principe prudente mantenere fermi gli animi dei suoi sudditi in ogni momento durante l’assedio purché non manchi loro il necessario per vivere e per difendersi.

Capitolo XI

De principatibus ecclesiasticis

De’ Principati ecclesiastici

I Principati ecclesiastici

1 - Ci resta, adesso, soltanto da esaminare i principati ecclesiastici, a proposito dei quali tutte le difficoltà si incontrano prima di possederli, perché si conquistano o per virtù o per fortuna, e si possono mantenere senza l’una e senza l’altra; perché hanno il loro fondamento nelle istituzioni e nelle leggi radicate nella religione le quali sono diventate tanto potenti e di qualità che mantengono i loro principi al potere, in qualunque modo questi governino e vivano. Soltanto questi principi possiedono Stati e non li difendono e hanno sudditi e non li governano; e gli Stati, sebbene siano indifesi, non son loro tolti, e i sudditi, sebbene non siano ben governati, non se ne curano, né pensano né possono separarsi da loro. Solo, dunque, questi principati sono sicuri e felici.

2 - Ma essendo i principati ecclesiastici retti da cause superiori che la mente umana non comprende, non ne parlerò; perché essendo creati e mantenuti da Dio, sarebbe da presuntuosi e temerari trattarne. Nondimeno, qualcuno potrebbe chiedermi per quale ragione la Chiesa abbia raggiunto una tale grandezza nel potere temporale, quantunque fino ad Alessandro VI i potentati italiani, e non soltanto quelli che si definivano potentati, ma ogni barone e signore, per quanto potesse essere piccolo, stimavano poco il potere temporale della Chiesa, di fronte alla quale ora trema il Re di Francia, perché è stata capace di cacciarlo fuori dall’Italia e di danneggiare i Veneziani: e questo, ancorché sia noto, non mi pare superfluo richiamarlo alla memoria.

3 - Prima dell’arrivo di Carlo VIII Re di Francia l’Italia era dominata dal Papa, dai Veneziani, dal Re di Napoli, dal Duca di Milano e dai Fiorentini. Questi potentati avevano principalmente due preoccupazioni: l’una che un potente straniero non entrasse in Italia con le armi, l’altra che nessuno di loro conquistasse altri territori. Quelli che suscitavano maggiori preoccupazioni, erano il Papa e i Veneziani. Per tener a freno i Veneziani occorreva l’alleanza di tutti gli altri, come avvenne nella difesa di Ferrara; per limitare le mire del Papa, bastava servirsi dei baroni romani, fra i quali, essendo divisi nelle due fazioni degli Orsini e dei Colonna, c’erano sempre occasioni di risse; e, stando con le armi in mano sotto gli occhi del Pontefice, rendevano il potere pontificio debole e malfermo. E benché ogni tanto venisse eletto un Papa audace, come Sisto IV, tuttavia la fortuna o la prudenza politica non lo potè mai tener lontano da queste difficoltà. E la brevità della loro vita ne era la causa, perché un Papa, nei dieci anni in cui in media restava al potere, avrebbe potuto a stento sottomettere una delle due fazioni. E se per esempio un Papa aveva quasi eliminato i Colonna, ne arrivava subito un altro, nemico degli Orsini, che li faceva risorgere, senza far in tempo a eliminare gli Orsini. Questo faceva sì che il potere temporale del Papa fosse poco stimato in Italia.

4 - Venne poi Alessandro VI, che primo fra tutti i papi, che c’erano stati fino a quel momento, dimostrò quanto un Papa potesse avvantaggiarsi col denaro e con l’esercito e operò per mezzo del Duca Valentino e dell’arrivo dei Francesi, tutte quelle cose che ho precisato esaminando le imprese del duca. E benché la sua intenzione non fosse quella di rendere grande la Chiesa, ma il duca, tuttavia ciò che egli fece aumentò la grandezza della Chiesa; la quale dopo la sua morte, ed eliminato il duca, fu erede delle sue imprese. Dopo di lui venne Papa Giulio II, che si ritrovò grande la Chiesa per la conquista della Romagna, e annientate le fazioni con l’eliminazione e sottomissione dei baroni romani per i colpi assestati da Alessandro; e trovò anche aperta la strada a un modo di accumulare denari, che non era mai stato praticato prima.

5 - Giulio II non solo continuò ad agire in quel modo, mantenendo le cose acquistate, ma le accrebbe; e pensò di conquistarsi Bologna, sconfiggere i Veneziani e cacciare i Francesi dall’Italia e tutte queste imprese gli riuscirono, con tanta maggior gloria per lui perché le realizzò per ingrandire la Chiesa e non per affetto verso privati o parenti. Mantenne ancora nella stessa condizione, come le aveva trovate, le due fazioni degli Orsini e dei Colonna; e benché fra loro ci fosse qualcuno che creava qualche difficoltà, tuttavia due cose le hanno tenute ferme: la prima, la grandezza della Chiesa che incute timore; l’altra il non avere cardinali che sono all’origine delle contese fra loro. Né queste fazioni staranno quiete finchè avranno cardinali; perché questi favoriscono le fazioni in Roma e fuori, e i baroni sono costretti a difenderle: così dall’ambizione dei prelati nascono le discordie e i tumulti fra i baroni. La Santità di Papa Leone X ha dunque ereditato questo pontificato potentissimo: e si spera che se i suoi predecessori lo resero grande con le armi, egli lo renda grandissimo e degno di venerazione con la bontà e le altre infinite sue virtù.

Capitolo XII

Quot sint genera militiae et de mercenariis militibus

Di quante ragioni sia la milizia, e de’ soldati mercenari

I vari tipi di eserciti e le milizie mercenarie

1 - Avendo esaminato approfonditamente tutte le caratteristiche di quei principati dei quali mi sono proposto all’inizio di parlare, e considerato le ragioni della stabilità o della debolezza loro, e mostrato i modi con cui molti hanno cercato di conquistarli e mantenerli, mi resta da esaminare in generale i mezzi di attacco e di difesa che sono connessi a ciascuno dei suddetti principati. Abbiamo detto in precedenza come sia necessario a un Principe avere creato buoni fondamenti al suo Stato, altrimenti inevitabilmente andrà in rovina. E i principali fondamenti che hanno tutti gli Stati, sia nuovi che ereditari o misti, sono le buone leggi e un esercito affidabile. E poichè non possono esistere leggi efficaci dove non c’è un esercito fedele, e dove c’è un esercito fedele di conseguenza ci sono leggi efficaci, tralascerò la trattazione delle leggi e parlerò dell’esercito.

2 - Dico dunque che l’esercito col quale un Principe difende il suo Stato, o è suo, oppure è mercenario, o ausiliario, o misto. Gli eserciti mercenario e ausiliario sono inutili e pericolosi. E se uno tiene lo stato fondato sulle armi mercenarie, non sarà mai al sicuro, perché sono disunite, ambiziose, senza disciplina e infedeli: gagliarde fra gli amici e vili fra i nemici: non hanno timor di Dio e non hanno fedeltà verso gli uomini; e di tanto si rimanda il tuo crollo di quanto si rinvia l’assalto: in tempo di pace sei depredato dai mercenari, in tempo di guerra dai nemici. Il motivo di tutto questo è che esse non hanno altro desiderio e altra ragione che le tenga in campo a combattere che un po’ di stipendio; e questo non è sufficiente perché vogliano morire per te. Vogliono ben essere tuoi soldati mentre tu non fai guerra; ma non appena la guerra scoppia vogliono o fuggire o andarsene.

3 ‑ E di questo non dovrei far molta fatica a convincerti, perché ora la rovina dell’Italia non è causata da altro che dall’essersi per molti anni retta sulle armi mercenarie. Le quali per merito del loro condottiero fecero in verità qualche conquista territoriale, e sembrarono gagliarde tra loro; ma non appena arrivò lo straniero, mostrarono quel che erano effettivamente. Tanto che a Carlo VIII re di Francia fu consentito di impadronirsi dell’Italia col gesso. E chi (Savonarola, ndr.) diceva che la causa era da cercare nei nostri peccati, diceva il vero; ma i peccati non erano quelli che credeva lui, ma questi che ho esposto io: e poichè erano peccati dei Principi, loro stessi ne hanno subito la pena.

4 - Io voglio dimostrare meglio la sventura di queste milizie. I capitani mercenari o sono uomini eccellenti nell’arte militare, o no: se lo sono, non te ne puoi fidare, perché sempre aspireranno a diventar potenti per sè, o distruggendo te che sei il loro padrone, o attaccando altri contro le tue intenzioni; se non è un condottiero capace, ti rovina sicuramente. Se si ribatte che chiunque avrà delle armi, o mercenario o no, farebbe questo, replicherei che le armi devono essere adoperate o da un Principe o da una Repubblica. Il Principe deve andare di persona e assumere lui il comando dell’esercito; la Repubblica deve mandare uno dei suoi cittadini; e quando manda un comandante che non vale niente deve cambiarlo; e quando il comandante è valido, deve trattenerlo con le leggi perché non ecceda nell’uso del potere. E per esperienza si vede che solo i Principi e le Repubbliche provvisti di eserciti propri hanno compiuto progressi grandissimi estendendo il proprio territorio e che le milizie mercenarie producono solo danni; e una Repubblica dotata di armi proprie cade sotto il potere di un suo cittadino con più difficoltà di quanto possa accadere a una Repubblica che si serve di armi mercenarie.

5 - Per molti secoli Roma e Sparta sono state armate e libere. Gli Svizzeri sono armatissimi e liberissimi. Un esempio dell’uso antico delle armi mercenarie sono i Cartaginesi; i quali, finita la prima guerra coi Romani, stavano per essere oppressi dalle loro milizie mercenarie, benché fossero comandate da loro cittadini. Filippo il Macedone, dopo la morte di Epaminonda, fu creato dai Tebani capitano del loro esercito; e dopo la vittoria tolse loro la libertà. I Milanesi, morto il duca Filippo Maria Visconti, assoldarono Francesco Sforza contro i Veneziani, e questi, sconfitti i nemici a Caravaggio, si alleò con essi per sopraffare i Milanesi suoi padroni. Muzio Attendolo Sforza, padre di Francesco, mentre era al servizio della regina Giovanna di Napoli, la lasciò improvvisamente disarmata; e lei, per non perdere il regno, fu costretta a gettarsi fra le braccia del re d’Aragona.

6 - Se si obietta che in passato i Veneziani e i Fiorentini hanno accresciuto il loro potere con le armi mercenarie, i cui condottieri non se ne sono fatti Principi ma li hanno difesi, rispondo che i Fiorentini furono in questo caso favoriti dalla sorte; perché degli abili condottieri, di cui potevano avere timore, alcuni non hanno vinto, altri non hanno avuto validi oppositori, altri ancora hanno rivolto altrove la loro ambizione. Quello che non vinse fu Giovanni Acuto (John Hawkwood), e non vincendo non se ne potè conoscere la lealtà; ma ognuno ammetterà che se egli avesse vinto, i Fiorentini sarebbero caduti in suo potere. Francesco Sforza ebbe sempre avverse le truppe di Braccio da Montone, e si controllarono l’un l’altro: Francesco Sforza rivolse le sue ambizioni verso la Lombardia, e Braccio da Montone contro la Chiesa e il regno di Napoli. Ma veniamo a quel che è accaduto poco tempo fa. I Fiorentini scelsero come loro capitano Paolo Vitelli, uomo abilissimo che, di modesta condizione sociale, aveva raggiunto una grandissima reputazione. Se costui avesse espugnato Pisa, non ci sarebbe nessuno che potrebbe negare che ai Fiorentini sarebbe stato necessario subirne l’autorità; perché, se fosse stato assoldato dai loro nemici, non avrebbero avuto possibilità di salvezza; e se lo avessero tenuto, avrebbero dovuto ubbidirgli.

7 - I Veneziani, se si considereranno le vicende del loro Stato, si vedrà che hanno sicuramente e gloriosamente agito mentre fecero la guerra avvalendosi di armi proprie, prima che si volgessero alla conquista della terraferma, quando i nobili e i cittadini armati combatterono in modo valoroso. Ma appena cominciarono a combattere in terraferma lasciarono la strategia di combattere con le armi proprie e seguirono il modo di combattere in Italia (con le armi mercenarie). E all’inizio della loro espansione in terraferma, non avendo un territorio esteso ed essendo considerati potenti, non avevano molto da temere dai loro condottieri; ma non appena essi si ingrandirono, e avvenne sotto il Carmagnola, ebbero la riprova del loro errore. Perché, verificato che era eccellentissimo nell’arte militare, dopo aver sconfitto sotto la sua guida il Duca di Milano, e accorgendosi che si era raffreddato nel condurre la guerra, giudicarono che con lui non potevano più vincere, perché lui non voleva, né potevano licenziarlo, per non averlo nemico e riperdere ciò che avevano conquistato, per cui furono costretti ad ammazzarlo, per mettersi al sicuro. Hanno poi avuto altri capitani di ventura, come Bartolomeo Colleoni da Bergamo, Ruberto da San Severino, Niccolò Orsini conte di Pitigliano e simili, con i quali dovevano temere della perdita di territori non di nuove conquiste: come successe nella battaglia di Vailate-Agnadello, dove in una giornata persero quello che avevano conquistato in ottocento anni con tanta fatica. Con l’uso delle armi mercenarie si realizzano soltanto conquiste lente e incerte, mentre le perdite sono improvvise e sorprendenti. E poiché con questi esempi son venuto a parlare dell’Italia, che per molti anni è stata governata con le armi mercenarie, voglio trattarne esaminandole da un punto di vista più generale, affinchè vedendo la loro origine e la loro evoluzione, se ne possa trovare un rimedio.

8 - Dovete dunque sapere che, da quando in questi ultimi secoli l’Impero cominciò a perdere potere in Italia e il Papa acquistava sempre più forza nel potere temporale, l’Italia si suddivise in più Stati; molte delle grandi città presero le armi contro i loro nobili, i quali, fino a quel momento, favoriti dall’Imperatore, le avevano tenute sottomesse; e la Chiesa le aiutava per accrescere la forza del suo potere temporale; in molte altre città un cittadino diventò Principe. Per cui, essendo l’Italia, finita quasi tutta nelle mani della Chiesa e di qualche repubblica, ed essendo quei preti e quei cittadini non esperti nell’arte militare, cominciarono ad assoldare stranieri. Il primo che dette prestigio alle armi mercenarie fu il romagnolo Alberigo da Barbiano, conte di Conio. Dalla sua scuola discesero, fra gli altri, Braccio da Montone e Muzio Attendolo Sforza, che ai loro tempi furono arbitri della politica d’Italia. Dopo questi, vennero tutti gli altri che fino ai nostri tempi sono stati condottieri di queste armi. Purtroppo il risultato della loro valentia è che l’Italia è stata conquistata celermente da Carlo VIII, assoggettata con la violenza da Ferdinando il Cattolico, depredata da Luigi XII e disonorata dagli Svizzeri.

9 - Il principio cui si sono attenuti, per dare prestigio alle proprie truppe, è stato innanzi tutto quello di togliere prestigio alle fanterie. Si comportarono così perché, non avendo uno Stato e vivendo del loro mestiere militare, e un piccolo numero di fanti non avrebbe dato loro reputazione, né avrebbero potuto mantenerne un gran numero, adottarono la soluzione di impiegare i cavalieri, che, anche se in numero modesto, potevano essere nutriti e onorati. E le cose erano arrivate al punto che in un esercito di ventimila soldati non si trovavano più di duemila fanti. Oltre a ciò i condottieri avevano usato ogni astuzia per togliere a se stessi e ai loro soldati la fatica della guerra e la paura della morte, non si ammazzavano nelle battaglie, ma si prendevano prigionieri e senza riscatto; non davano di notte l’assalto alle città, i soldati delle città non facevano sortite contro gli assedianti, non costruivano intorno al campo né steccati né fossati; non facevano imprese militari in inverno. Tutte queste cose erano previste nei loro ordinamenti militari e studiate per evitare, come si è detto, la fatica e i pericoli: tanto che hanno ridotto l’Italia schiava e disonorata.

Capitolo XIII

De militibus auxiliariis, mixtis et propriis

De’ soldati ausiliari, misti e propri

Eserciti ausiliari, misti e propri

1 - La armi ausiliarie, che sono le altre armi inutili, sono quegli eserciti che appartengono a un potente al quale chiedi che venga ad aiutarti e difenderti con le sue armi: come fece non molti anni fa Papa Giulio II, il quale, avendo visto la cattiva prova fornita dalle sue milizie mercenarie nell’impresa di Ferrara, si volse alle armi ausiliarie e si mise d’accordo con Ferdinando re di Spagna, perché venisse ad aiutarlo coi suoi eserciti. Queste armi possono essere utili ad efficaci in se stesse, ma sono per chi le chiama quasi sempre dannose; perché se vieni sconfitto rimani distrutto, se vinci resti loro prigioniero.

2 - Benché la storia antica sia piena di questi esempi, tuttavia non voglio allontanarmi dal fresco esempio di Papa Giulio II, la cui decisione, di gettarsi nelle braccia d’uno straniero per conquistare Ferrara, non potè essere meno sconsiderata. Ma la sua buona fortuna fece nascere un terzo effetto, risparmiandogli le gravi conseguenze della sua decisione sbagliata: perché il Papa, essendo state sconfitte a Ravenna le sue truppe ausiliarie spagnole (dai Francesi) e sopraggiungendo gli Svizzeri mercenari del Papa stesso, che cacciarono i vincitori, contro ogni previsione sua e di altri, si trovò a non restare prigioniero né dei nemici, che erano stati messi in fuga, né delle sue milizie ausiliarie, avendo il Papa riportato la vittoria con le armi mercenarie. I Fiorentini, essendo completamente privi di esercito, assoldarono diecimila Francesi per espugnare Pisa, e con questa decisione dovettero affrontare i momenti più pericolosi di quanti ne avevano affrontati nel corso della loro storia. L’imperatore di Costantinopoli, per opporsi ai suoi vicini, mandò in Grecia diecimila Turchi; i quali, finita la guerra, non se ne vollero andar via, e questo fu l’inizio della servitù della Grecia con gli infedeli.

3 - Chi dunque non vuole aver la possibilità di vincere, usi le milizie ausiliarie, perché sono molto più pericolose delle mercenarie; con le armi ausiliarie, infatti, la rovina è certa: sono tutte unite e tutte rivolte a obbedire ad un altro. Le mercenarie, invece, anche dopo una vittoria, hanno bisogno di maggior tempo e di opportune occasioni per colpirti, non formando un organismo perfettamente fuso ed essendo state assoldate e pagate da te; e la persona che tu metti a capo di esse, non può raggiungere subito tanto potere da attaccarti. Insomma, nelle milizie mercenarie è più pericolosa la pigrizia, nelle ausiliarie il valore.

4 - Pertanto, un Principe saggio ha sempre evitato di servirsi degli eserciti altrui e ne ha creato uno proprio; ed ha voluto piuttosto perdere con le sue truppe, che vincere con quelle degli altri, non giudicando vera una vittoria che si ottiene con le armi altrui. Non avrò mai dubbi a riportare come esempio Cesare Borgia e le sue azioni. Questo duca entrò in Romagna con le milizie ausiliarie, composte tutte da gente francese, con le quali conquistò Imola e Forlì. Ma, non sembrandogli poi leali tali truppe, si rivolse alle armi mercenarie, giudicando che presentassero minori pericoli; e assoldò gli Orsini e i Vitelli. E trovandole, poi, nel servirsene, incerte, infedeli e pericolose, le eliminò e si creò una propria milizia. Si può facilmente vedere quale differenza esista fra l’una e l’altra di queste milizie, considerando la differenza tra la reputazione che aveva il Duca quando si servì solo dei Francesi, quando ebbe gli Orsini e i Vitelli, e quando infine rimase padrone di se stesso con i suoi soldati: si troverà che essa è sempre cresciuta: e mai fu stimato tanto come quando ciascuno vide che lui possedeva interamente le sue truppe.

5 - Io non mi volevo allontanare dagli esempi italiani e recenti: tuttavia non voglio tralasciare il Siracusano Gerone, essendo uno di quelli che ho già nominato. Costui, come ho detto, creato dai Siracusani comandante delle truppe, capì subito che la milizia mercenaria non era utile, perché i loro condottieri agivano come i nostri italiani; e, ritenendo di non poterli né conservare né lasciar andar via li fece tutti tagliare a pezzi, e da quel momento fece guerra con le sue truppe e non con quelle altrui. Voglio ancora riportare alla memoria un personaggio simbolico del Vecchio Testamento adeguato al nostro discorso. Offrendosi Davide a Saul di andare a combattere contro Golia, sfidante filisteo, Saul, per dargli coraggio, lo vestì con le sue armi. Ma Davide, dopo averle indossate, le rifiutò, dicendo che con quelle non si sarebbe trovato a suo agio, e che voleva affrontare il nemico colla sua fionda e col suo coltello. In definitiva, le truppe degli altri o ti cadono di dosso, o ti pesano, o sono strette.

6 - Carlo VII, padre del re Luigi XI, avendo liberato la Francia dagli Inglesi, grazie alla sua fortuna e alla sua virtù, sentì questa necessità di armarsi con un proprio esercito e istituì nel suo regno l’arma della cavalleria e della fanteria. In seguito, suo figlio Luigi XI abolì la fanteria e cominciò ad assoldare gli Svizzeri: e questo errore, seguito da altri, è causa dei pericoli che corre quel regno, come si vede oggi nella realtà. Perché avendo dato prestigio agli Svizzeri, ha indebolito tutto il suo esercito in quanto ha eliminato la sua fanteria e la sua cavalleria è costretta a dipendere dalle armi altrui, ed essendosi abituata a combattere con gli Svizzeri, non le sembra possibile poter vincere senza di essi. Da questo consegue che i Francesi contro gli Svizzeri non arrivano ad essere sullo stesso piano, e senza gli Svizzeri non osano combattere contro altri. Gli eserciti della Francia, dunque, sono misti, in parte mercenari e in parte propri: e queste armi tutte insieme sono certamente migliori di quelle che sono soltanto mercenarie o soltanto ausiliarie, e molto inferiori alle proprie. Basta l’esempio che abbiamo fatto, perché il regno di Francia sarebbe insuperabile se l’istituzione introdotta da Carlo fosse stata potenziata o conservata. Però la scarsa saggezza degli uomini può dare inizio a qualcosa che al momento è buona, ma non si accorge del male che vi è nascosto: come ho detto prima a proposito delle febbri tisiche.

7 - Pertanto, colui che in un principato non individua i mali quando nascono, non è veramente saggio: e questo è concesso a pochi. E se si ricercasse la prima causa della rovina dell’impero romano, si troverà che sia nata quando si cominciò ad assoldare i Goti; perché da quel principio cominciarono a svigorirsi le forze dell’impero romano, e tutta la potenza che esse perdevano, passava agli altri. Concludo, dunque, che senza possedere milizie proprie, nessun principato è sicuro; anzi, dipende in tutto dalla fortuna, non possedendo quelle forze che nelle avversità lo difendano con fedeltà. Ed è sempre stata opinione e massima degli uomini saggi, «quod nihil sit tam infirmum aut instabile, quam fama potentiae non sua vi nixa» (che niente è tanto instabile e debole quanto la potenza non sostenuta da una propria forza, ndr.). E le armi proprie sono quelle composte o dai sudditi o dai cittadini o da tuoi prescelti: e tutte le altre armi sono o mercenarie o ausiliarie. E il modo di istituire le armi proprie è facile da trovare, se si esamineranno le forme adottate dai quattro personaggi da me sopra citati e se si capirà come Filippo II, padre di Alessandro Magno, e come molte Repubbliche e Principi si sono armati e organizzati: a questi modelli io mi affido completamente.

Capitolo XIV

Quod Principem deceat circa militiam

Quel che s’appartenga a un Principe circa la milizia

Quel che conviene a un Principe rispetto alla milizia

1 - Un Principe dunque non deve avere altra occupazione, né altro pensiero, né esercitare altra attività all’infuori della guerra, dell’organizzazione dell’esercito e dell’arte militare: questo è un compito che spetta esclusivamente a chi governa. Ed è un compito tanto importante che non solo mantiene al potere coloro che sono nati principi, ma molte volte fa salire privati cittadini a quel grado di potere; e al contrario si può vedere che, quando i principi hanno pensato più alle raffinatezze che alle armi, hanno perso il loro Stato. La prima causa che ti fa perdere lo Stato è trascurare l’arte militare. E la ragione che te lo fa conquistare è l’essere esperto in questa arte.

2 - Francesco Sforza, poiché possedeva un esercito, da semplice cittadino diventò duca di Milano. I successori, per aver ripudiato i disagi dell’arte militare, da duchi ritornarono a essere semplici cittadini. Perché tra le altre conseguenze funeste che ti arreca l’essere disarmato, c’è il fatto che ti rende disprezzabile; e la cattiva reputazione è una di quelle infamie dalle quali il Principe si deve guardare, come si dirà più avanti. Perché non c’è alcun confronto tra un uomo armato e uno disarmato; e non è logico che uno che è armato obbedisca volentieri a uno che è disarmato, e che il Principe disarmato possa vivere al sicuro fra servitori armati. Perché essendoci insofferenza nei servitori armati e diffidenza nei principi disarmati, non è possibile che operino bene insieme. Perciò un Principe che non si intende di eserciti, oltre alle altre difficoltà, come si è detto, non può essere stimato dai suoi soldati né fidarsi di loro.

3 - Il Principe pertanto, non deve distogliere mai il pensiero dagli esercizi militari, ai quali in tempo di pace deve dedicarsi più che in tempo di guerra; e può fare questo in due modi: l’uno con le opere, l’altro con la mente. Quanto alle opere, oltre a tener bene in ordine e in esercizio i suoi uomini, deve sempre praticare la caccia mediante la quale abituare il corpo ai disagi, e contemporaneamente imparare la natura dei luoghi e conoscere il sorgere dei monti, l’imboccatura delle valli, l’estensione delle pianure, la natura dei fiumi e delle paludi: e in tutto questo porre grandissima attenzione. Queste conoscenze gli sono utili in due modi. Prima impara a conoscere il suo paese e può meglio capire quali siano le sue difese naturali, poi, mediante la conoscenza e la pratica di quei luoghi, capire con facilità ogni altro luogo che gli sia necessario esplorare per la prima volta: perché i poggi, le valli, le pianure e i fiumi, che si trovano per esempio in Toscana, hanno una certa somiglianza con quelli delle altre regioni, così che dalla conoscenza dei luoghi di una regione si può giungere facilmente alla conoscenza dei luoghi delle altre regioni. Il Principe che manca di questa competenza, manca della prima dote che deve avere un capitano; perché questa insegna a trovare il nemico, a trovare il luogo su cui accamparsi, a guidare l’esercito, preparare la battaglia, assediare le città con tuo vantaggio.

4 - A Filipomene, Principe degli Achei, tra le altre lodi che gli sono state rivolte dagli storici, c’è stata quella che egli in tempo di pace non pensava mai se non all’esercizio della guerra; e, quando andava in campagna con gli amici, spesso si fermava e discuteva con loro: - Se i nemici si trovassero su quel colle, e noi ci trovassimo qui col nostro esercito, chi di noi si troverebbe in una posizione di vantaggio? Come potremmo andare contro il nemico conservando l’assetto delle nostre truppe? Se noi volessimo ritirarci, come dovremmo fare? Se loro si ritirassero, come dovremmo inseguirli? -. E mentre camminava sottoponeva alla loro attenzione tutte le situazioni in cui un esercito si sarebbe potuto trovare. Ascoltava il loro parere, diceva la sua, arricchendola con osservazioni: tanto che in queste continue riflessioni, guidando gli eserciti, mai avrebbe potuto presentarsi qualche accidente al quale non avrebbe saputo trovare un adeguato rimedio.

5 - Quanto all’esercizio della mente, un Principe deve leggere la storia e analizzare le imprese degli uomini eccellenti, vedere come si sono comportati nelle guerre ed esaminare le ragioni delle loro vittorie e sconfitte, per poter evitare le sconfitte e imitare le vittorie; e soprattutto fare quelle cose che in passato fece qualche Principe eccellente, che già prese a modello un uomo che prima di lui era stato lodato e glorificato, e del quale ha sempre tenuto a mente le gesta e le imprese: come si dice che Alessandro Magno imitava Achille, Cesare Alessandro, Scipione Ciro. E chiunque legge la vita di Ciro scritta da Senofonte, riconosce poi nella vita di Scipione quanta gloria gli arrecò quella imitazione e fino a che punto nella onestà, nella castità, nell’affabilità, nella umanità e nella liberalità si conformasse a quelle cose che di Ciro sono state scritte da Senofonte. Un Principe saggio deve osservare simili regole e mai restare ozioso in tempo di pace, ma farne tesoro con intelligenza per potersene valere nelle avversità, affinché, quando muta, la fortuna lo trovi pronto a resisterle.

Capitolo XV

De his rebus quibus homines et praesertim Principes laudantur aut vituperantur

Di quelle cose per le quali li uomini e specialmente i principi, sono laudati o vituperati

Le cose per le quali gli uomini e soprattutto i principi sono lodati o disprezzati

1 - Restano ora da esaminare quali debbano essere le norme di comportamento di un Principe con i sudditi e con gli amici. E poiché io so che molti hanno scritto su questo argomento, temo, scrivendone anch’io, di essere ritenuto presuntuoso, allontanandomi, proprio nel trattare questa materia, dalle opinioni degli altri. Ma, essendo mio intendimento scrivere cose utili per chi vuol capire, mi è parso più conveniente seguire la verità effettuale delle cose piuttosto che la loro immaginazione. Molti, infatti, si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti nella realtà storica. Perché c’è tanta differenza tra come si vive e come si dovrebbe vivere, che colui il quale trascura ciò che si fa, per ciò che si dovrebbe fare, impara piuttosto la sua rovina, che la sua salvezza: perché un uomo che voglia sempre comportarsi da persona buona è inevitabile che cada in rovina in mezzo a tanti che non sono buoni. Per cui è necessario che un Principe, che vuole conservare il potere, impari a poter non essere buono, e a usare o non usare la capacità di poter fare del male secondo le necessità.

2 - Lasciando da parte le immaginarie regole di comportamento di un Principe, e trattando quelle che sono reali, dico che tutti gli uomini di cui si parla, e soprattutto i principi, perché sono più in alto degli altri, possiedono alcune delle seguenti qualità che arrecano loro o biasimo o lode: chi viene ritenuto prodigo e chi misero (usando una parola toscana, perché avaro, nella nostra lingua, è anche colui che desidera arricchirsi con la rapina, definiamo misero colui il quale si astiene dall’usar troppo le cose sue); chi è ritenuto generoso chi rapace, qualcuno crudele, qualche altro pietoso; uno fedifrago, l’altro fedele; uno effeminato e vile, l’altro indomito e coraggioso; uno cortese, l’altro superbo; uno lascivo, l’altro casto; uno leale, l’altro astuto; uno intransigente, l’altro disponibile; uno severo, l’altro superficiale; uno religioso, l’altro miscredente, eccetera.

3 - E io so che ciascuno ammetterà che sarebbe cosa lodevolissima se, di tutte le qualità citate sopra, in un Principe si trovassero soltanto quelle che sono ritenute buone; ma poichè non si possono avere né rispettare interamente, per la stessa condizione umana che non lo consente, è necessario a un Principe essere tanto accorto che sappia evitare l’infamia di quei vizi che gli farebbero perdere il potere, e guardarsi, se gli è possibile, da quelli che non glielo farebbero perdere; ma, se non gli è possibile, si può lasciare andare a questi vizi senza troppo timore. Allo stesso modo non si curi del biasimo che gli può derivare da quei vizi, senza i quali potrebbe difficilmente mantenere lo stato; perché, se si considererà tutto, si troverà sempre qualcosa che sembrerà virtù e seguendolo il Principe sarebbe portato alla rovina; e qualcos’altro che sembrerà vizio e seguendolo ne ricaverebbe sicurezza e benessere

Capitolo XVI

De liberalitate et parsimonia

Della liberalità e parsimonia

La prodigalità e la parsimonia

1 - Cominciando dunque a esaminare le prime qualità elencate precedentemente, dico che sarebbe bene essere ritenuto prodigo. Nondimeno, la prodigalità usata perché vi sei obbligato, ti danneggia; perché quando la si usa con moderazione e nei dovuti modi, non verrà conosciuta e non ti arrecherà l’infamia procurata dall’essere avaro; comunque se uno vuol mantenere fra gli uomini la fama di essere prodigo, è necessario che non tralasci nessun genere di spese di lusso e di magnificenza; tanto che, sempre, un Principe di tal genere consumerà in queste spese tutti i suoi beni e alla fine sarà costretto, se vorrà mantenere la fama di generoso, a imporre al popolo tasse straordinarie ed essere oppressivo prendendo tutti quei provvedimenti che servono per raccogliere soldi. Questo lo renderà odioso ai sudditi e nessuno lo degnerà di stima, diventando povero; in modo che, con questa sua generosità, avendo danneggiato molti e premiato pochi, sente le difficoltà appena si presentano e corre dei rischi al primo pericolo. E al momento in cui se ne rende conto e vuole evitarlo, subito incorre nell’infamia di essere considerato misero.

2 - Un Principe dunque, non potendo usare la sua prodigalità, in modo non palese, senza danneggiare se stesso, non deve, se è saggio, preoccuparsi della fama di misero: perché col tempo sarà considerato sempre più prodigo, in quanto, con la sua parsimonia, le sue entrate gli bastano, può difendersi da chi gli fa guerra, può compiere le sue imprese senza gravare sulle popolazioni; così che viene ad usare la sua prodigalità con tutti quelli ai quali non ha tolto nulla, che sono moltissimi e avarizia con tutti coloro ai quali non dà, e sono pochi. In questo nostro tempo noi abbiamo veduto fare grandi cose solo da coloro che sono stati ritenuti miseri: gli altri sono stati sconfitti. Papa Giulio II si servì della fama di prodigo per essere eletto Papa, ma poi non la mantenne per poter fare guerra; l’attuale re di Francia, ha fatto tante guerre senza imporre ai sudditi tasse straordinarie, soltanto perché ha fatto fronte alle spese superflue con la sua lunga parsimonia. L’attuale re di Spagna, se fosse prodigo, non avrebbe compiuto e vinto tante imprese.

3 - Pertanto, un Principe non deve pensare di apparire misero, perché così non deve derubare i suoi sudditi, è in grado di difendersi, non diventa povero o disprezzabile e non è costretto a diventar rapace: perché questo è uno di quei vizi che gli consentono di mantenere il potere. E se qualcuno dicesse: Cesare con la sua prodigalità salì al potere e molti altri, per il fatto di essere considerati prodighi, raggiunsero altissime cariche, risponderei: o tu sei già Principe o stai per diventarlo. Nel primo caso, questa prodigalità è dannosa; nel secondo è necessario essere creduto prodigo. E Cesare era uno che voleva arrivare al potere in Roma; ma se, dopo esserci arrivato, fosse sopravvissuto e non si fosse moderato in quelle spese, avrebbe distrutto il suo potere. E se qualcuno replicasse: molti sono stati principi e con gli eserciti hanno compiuto grandi imprese e sono stati ritenuti molto prodighi, ti rispondo: o il Principe spende il denaro suo e dei suoi sudditi, oppure quello di altri. Nel primo caso deve essere parsimonioso, nel secondo non deve lasciar da parte nessun moto di prodigalità.

4 - Ad un Principe che guida un esercito, che si sostiene di prede, di saccheggi, di taglie, dell’uso dei beni altrui, è necessario l’uso della generosità, altrimenti non sarebbe seguito dai suoi soldati. Di ciò che non appartiene a te o ai tuoi sudditi, puoi donare di più, come fecero Ciro, Cesare ed Alessandro; perché spendere il denaro altrui non ti toglie prestigio, ma te lo fa crescere; soltanto lo spendere il tuo denaro ti nuoce. E non c’è cosa che consumi se stessa quanto la prodigalità, perché mentre tu la usi perdi la facoltà di continuare ad usarla, e diventi o povero e spregevole, oppure, per evitare la povertà, rapace e odioso. E tra tutte le cose da cui un Principe si dovrebbe guardare è l’essere spregevole e odioso e la prodigalità ti conduce all’una e all’altra cosa. Pertanto è più saggio avere la fama di misero, da cui deriva una cattiva fama senza odio, piuttosto che, per voler la fama di essere prodigo, venir considerato un rapace che porta a una cattiva fama unita all’odio.

Capitolo XVII

De crudelitate et pietate et an sit melius amari quam timeri vel e contra

Della crudeltà e pietà; e s’elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato

La crudeltà e la clemenza:

se sia meglio esser più temuti che amati o più amati che temuti

1 - Passando ora a trattare le altre qualità elencate prima, dico che ciascun Principe deve desiderare di essere ritenuto clemente, e non crudele: tuttavia deve stare attento a non usare male la clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele; ciononostante con quella sua crudeltà aveva riordinato la Romagna, l’aveva unificata, pacificata e resa fedele. E se si considererà bene questo, si vedrà come il Valentino sia stato molto più clemente dei Fiorentini, che, per sfuggire alla fama di crudeltà, lasciarono che le fazioni provocassero la rovina di Pistoia. Pertanto, un Principe non deve preoccuparsi di essere considerato crudele, se questo può mantenere i suoi sudditi uniti e fedeli; perché con pochissime condanne esemplari, sarà più clemente di coloro che, per troppa pietà, lasciano che i disordini si aggravino fino a far nascere uccisioni e rapine, e queste solitamente recano danno all’intera collettività, mentre le condanne del Principe colpiscono il singolo individuo. Fra tutti i Principi, è impossibile che il Principe nuovo possa evitare di essere considerato crudele, perché gli Stati nuovi sono pieni di pericoli. E Virgilio stesso, per bocca di Didone, dice:

Res dura, et regni novitas me talia cogunt

Moliri, et late fines custode tueri

( la difficile situazione e il regno appena costituito mi costringono

a fare tali cose, e a difendere i confini con molti difensori, Eneide, I, 563-4)

Cionondimeno deve essere cauto prima di credere e di agire e non deve fare paura a se stesso, ma comportarsi in un modo che sia improntato a prudenza e umanità, che l’eccessiva fiducia non lo renda imprudente e l’eccessiva diffidenza non lo renda crudele.

2 - Nasce da ciò la questione se è meglio essere amato che temuto o viceversa. La risposta è che si vorrebbe essere l’uno e l’altro, ma poiché è difficile mettere insieme le due cose, risulta molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti che amati, quando viene a mancare una delle due. Perché degli uomini in generale si può dire questo: che sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitivi davanti al pericolo, avidi di guadagno; e mentre fai loro del bene sono tutti dalla tua parte e ti offrono il sangue, i beni, la vita e i figlioli, come ho detto precedentemente, quando il bisogno è lontano; ma quando il bisogno ti si avvicina, ti si rivoltano contro. E quel Principe che si è interamente fondato sulle loro parole, se è privo di altre difese, va in rovina; perché le amicizie che si acquistano col denaro, e non con grandezza e nobiltà d’animo, si comprano ma non si possiedono e, al momento del bisogno, non le puoi spendere. Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare anziché uno che si faccia temere; perché l’amore è tenuto su un vincolo basato sul dovere che, poiché gli uomini sono malvagi, è spezzato in ogni occasione in cui è in gioco il proprio tornaconto; ma il timore è basato sulla paura di essere punito, la quale non ti abbandona mai.

3 - Ciò nonostante il Principe deve farsi temere in modo che, pur non conquistando l’amore dei sudditi, non si faccia comunque odiare; perché essere temuti e nello stesso tempo non odiati sono due cose che vanno bene insieme; e questo succede sempre quando si astiene dal toccare i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi e le loro donne; e se avesse la necessità di colpire un casato, deve farlo quando vi sia una giustificazione adeguata e un motivo manifesto; ma soprattutto deve astenersi dall’appropriarsi della roba degli altri: perché gli uomini dimenticano più in fretta la morte del padre che la perdita del patrimonio. Inoltre, i motivi per togliere i beni a qualcuno, non mancano mai; e sempre chi comincia a gestire il potere con rapine trova l’occasione per appropriarsi della roba altrui; al contrario le occasioni per agire contro un casato sono più rare e vengono meno in più breve tempo.

4 - Ma è soprattutto quando il Principe si trova col suo esercito e comanda un gran numero di soldati, che è necessario che non si curi della fama di crudele; perché senza questa nomea nessuno ha mai tenuto unito un esercito né disposto ad alcuna impresa. Fra le mirabili imprese di Annibale si annovera questa: che, pur avendo un esercito grandissimo, insieme di molte stirpi di uomini, portato a combattere in terre straniere, non era mai sorto alcun conflitto né fra loro né contro il comandante così nella cattiva come nella sua buona fortuna. Il che non poté derivare da altro che dalla sua disumana crudeltà, la quale, insieme con le sue infinite doti, lo rese sempre venerabile e terribile agli occhi dei suoi soldati: senza la crudeltà, le altre sue virtù non sarebbero bastate per ottenere questo effetto. E gli storici, poco avveduti in questo, da una parte ammirano il suo modo d’agire, dall’altra ne condannano la principale causa, cioè la crudeltà.

5 - E che sia vero che le altre doti non sarebbero bastate, è sufficiente considerare il caso di Scipione l’Africano, condottiero di qualità rarissime a trovarsi non solamente ai suoi tempi, ma in tutta la storia delle vicende che si conoscono, contro il quale, in Spagna, le sue legioni si ribellarono. E questa ribellione non fu provocata da altro che dalla sua eccessiva clemenza, che aveva permesso ai suoi soldati di godere di una libertà più grande di quanto fosse compatibile con la disciplina militare. Questo comportamento gli fu rimproverato in Senato da Fabio Massimo che lo definì corruttore delle legioni romane. I Locresi, essendo stati depredati da un luogotenente di Scipione, non furono indennizzati da lui, né fu punita l’insolenza del luogotenente: e tutto ciò nasceva proprio dalla sua natura troppo indulgente; e volendolo qualcuno scusare in Senato, disse che c’erano molti uomini capaci più di non sbagliare che di punire gli errori. Questa caratteristica della sua natura avrebbe, col passare del tempo, potuto macchiare la fama e la gloria di Scipione, se avesse continuato a manifestarsi nell’esercizio del potere; ma vivendo sotto il potere del Senato, questa sua qualità dannosa non solo rimase nascosta, ma gli recò gloria.

6 - Concludo, dunque, ritornando alla questione se è meglio essere temuto che amato, che poiché gli uomini amano a loro piacimento e temono secondo il piacimento del Principe, un Principe saggio deve fondarsi su ciò che è suo e non su ciò che è degli altri: deve solamente, come ho già detto, fuggire l’odio.

Capitolo XVIII

Quomodo fides a principibus sit servanda

In che modo e principi abbino a mantenere la fede

Come la parola data deve essere mantenuta dai principi

1 - Ognuno comprende quanto sia lodevole, in un Principe, mantenere la parola data e vivere con lealtà e non con l’inganno. Ciononostante, si vede per esperienza, nei nostri tempi che hanno compiuto grandi imprese i principi che hanno tenuto poco conto della parola data e che con l’inganno hanno saputo raggirare la mente degli uomini; e alla fine hanno superato coloro che si sono fondati sulla lealtà.

2 - Dovete dunque sapere che due sono i modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo è proprio dell’uomo, il secondo, delle bestie: ma poiché il primo modo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un Principe sappia usare bene sia le qualità della bestia che quelle dell’uomo. Per mezzo di un mito, questo principio è già stato fornito ai Principi dagli antichi scrittori, quando hanno narrato che Achille, e molti altri principi dell’antichità, furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse tenendoli sotto la sua disciplina. E avere un precettore metà bestia e metà uomo, significa che un Principe deve saper usare l’una e l’altra natura: e l’una senza l’altra non permette di mantenere il potere.

3 - Essendo dunque un Principe nella necessità di saper usare le qualità della bestia, di queste deve prendere ad esempio la volpe e il leone. Perché il leone non sa difendersi dagli inganni e la volpe non sa difendersi dai lupi violenti. Bisogna essere volpe (astuti) per riconoscere gli inganni, e leone (forte) per impaurire i lupi violenti. Coloro che si limitano all’uso della forza non conoscono l’arte di governare. Pertanto un Principe accorto non può né deve mantenere la parola data quando tale rispetto si potrebbe ritorcere contro di lui e quando sono venute a mancare le ragioni che lo portarono a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma poiché sono cattivi e non manterrebbero la promessa fatta a te, anche tu non devi mantenerla con loro. Né mai a un Principe mancarono pretesti plausibili per mascherare l’inadempienza. Di questo si potrebbero allegare infiniti esempi moderni, e mettere in evidenza quante paci, quante promesse sono state rese nulle e vane per infedeltà dei Principi: e colui che meglio ha saputo usare le doti della volpe, s’è trovato meglio. Ma è necessario saper mascherare bene queste doti ed essere gran simulatore e dissimulatore: gli uomini sono tanto inesperti e legati alle necessità del momento che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.

4 - Non voglio tralasciarne uno tra gli esempi recenti. Papa Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro, che ad ingannare gli uomini, e sempre trovò uomini per poterlo fare. E non ci fu mai uomo che avesse maggiore efficacia di lui nel promettere e con grandi giuramenti affermasse una cosa e che la mantenesse meno; eppure sempre gli riuscirono gli inganni secondo i suoi desideri perché conosceva bene quest’aspetto dell’animo umano. Un Principe, dunque, non deve necessariamente possedere tutte le qualità soprascritte, ma deve dare l’impressione di averle. Anzi, ardirò dicendo che, avendole ed osservandole sempre, si rivelano dannose, e dando l’impressione di averle, gli sono utili: come ad esempio sembrare pietoso, leale, umano, onesto, religioso, ed esserlo anche di fatto; ma devi essere con l’animo disposto in modo che, se ti sarà necessario non esserlo, possa e sappia agire in modo esattamente contrario. Bisogna intendere questo: che un Principe, e soprattutto un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle caratteristiche in base alle quali gli uomini sono ritenuti buoni, essendo spesso costretto, per mantenere lo Stato, a operare contro la lealtà, contro la carità, contro l’umanità, contro la religione. E perciò bisogna che abbia un animo pronto a prendere quella strada dove il vento della fortuna e il mutare delle situazioni lo indirizzano, e, come ho detto prima, potendo non ci si deve allontanare dal fare del bene, ma saper fare del male se spinto dalla necessità.

5 - Deve dunque un Principe fare grande attenzione affinchè non gli esca mai di bocca una parola che non sia piena delle cinque qualità sopra indicate, e sembri, a vederlo e a udirlo, tutto pietà, tutto lealtà, tutto clemenza, tutto onestà, tutto religione. E non c’è cosa più necessaria che bisogna mostrare di avere quanto quest’ultima qualità. In generale gli uomini giudicano più dalle apparenze che dalla sostanza; perché a tutti è concesso di vedere, a pochi di toccare con mano. Ognuno vede quello che tu sembri, pochi sanno quel che tu sei, e questi pochi non ardiscono opporsi all’opinione dei molti, che abbiano dalla loro parte l’autorità dello Stato; e nelle azioni degli uomini, e soprattutto dei Principi, per i quali non c’è un tribunale cui rivolgersi, si guarda al fine. Un Principe operi, dunque, in modo da conquistare e mantenere il potere: i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e lodati da ciascuno; perché la plebe va sempre sedotta con le apparenze e coi risultati conseguiti. La maggioranza della gente non è se non plebe; e i pochi non contano quando i molti hanno dove appoggiarsi. Un Principe dei nostri tempi, del quale non è prudente fare il nome, non predica mai altro che pace e lealtà, ed è contrarissimo all’una e all’altra; e l’una e l’altra, se le avesse rispettate, gli avrebbero più volte fatto perdere o la sua autorità o lo Stato.

XIX

De contemptu et odio fugiendo

In che modo si abbia a fuggire lo essere sprezzato e odiato

Come evitare il disprezzo e l’odio

1 - Poiché ho esaminato le più importanti qualità, che avevo già elencato, voglio ora trattare brevemente delle altre sulla base di questo principio: il Principe, come in parte ho detto, pensi ad evitare tutto quanto possa renderlo odioso e disprezzabile, ed ogni volta che fuggirà queste due cose, avrà adempiuto al suo dovere e non troverà nelle altre azioni infamanti alcun pericolo. Lo rende odioso, come già ho detto, soprattutto l’essere avido e l’appropriarsi della roba e delle donne dei sudditi: da questo deve dunque astenersi; e la maggioranza degli uomini vive contenta ogni volta che non le si tolgono la roba o l’onore; così resta solo da combattere contro l’ambizione di una minoranza che si può tenere a freno in molti modi e con facilità. Disprezzabile lo rende essere ritenuto volubile, incostante, effeminato, pauroso, irresoluto: da questo un Principe deve guardarsi come da un ostacolo insormontabile e fare in modo che nelle sue azioni siano evidenti la magnanimità, il coraggio, la fermezza, la gagliardia; e circa gli interessi privati dei sudditi deve volere che la sua decisione sia irrevocabile, e si mantenga in tale opinione, perché nessuno pensi né ad ingannarlo né a raggirarlo.

2 - Quel Principe che offre di sé questa impressione è assai stimato; e contro colui che gode di grande stima è difficile congiurare o portare assalti, purché si sappia ch’egli è davvero eccellente e rispettato dal suo popolo. Un Principe deve avere due paure: una all’interno per conto dei sudditi, e una all’esterno, per conto delle potenze straniere. Da questa si difende con un buon esercito e buoni alleati, e sempre, se avrà un buon esercito avrà buoni alleati; e sempre, quando sono in pace i rapporti con i potentati esterni, sarà tranquilla la situazione interna, se già non è perturbata da una congiura; e, quand’anche fosse attaccato dall’esterno, se si è organizzato e comportato come ho detto, e non si perde d’animo, sempre sosterrà ogni assalto, come ho detto che fece lo spartano Nabide.

3 - Quanto ai sudditi, nel tempo in cui non subisce attacchi dall’esterno, il Principe deve stare attento che non congiurino in segreto: da questo si mette al sicuro evitando di essere odiato o disprezzato e mantenendo il popolo soddisfatto di lui, il che è indispensabile, come abbiamo detto precedentemente a lungo. Uno dei più potenti rimedi che ha un Principe contro le congiure è quello di non farsi odiare dalla maggioranza dei sudditi, perché sempre chi congiura crede di dare soddisfazione al popolo con la morte del Principe; ma quando ritiene che l’uccisione del Principe offenda il popolo, non ha il coraggio di portare a termine l’impresa, perché infinite sono le difficoltà che deve affrontare chi congiura. E per esperienza si vede che molte sono state le congiure, ma poche hanno avuto buon fine, perché chi congiura non può essere solo né può avere come compagni se non coloro che egli crede malcontenti; e non appena hai aperto il tuo animo a un malcontento, gli dai modo di poter essere contento (denunciandoti), perché manifestamente lui ne può sperare ogni tipo di beneficio; tanto che vedendo sicuro il guadagno da parte del Principe e da parte della congiura incertezze e pericoli, sarà davvero necessario che, per conservarti la sua lealtà, sia o un raro amico, o veramente un ostinato nemico del Principe.

4 - Riassumendo per arrivare alla sostanza, dico che dalla parte di chi congiura c’è soltanto paura al momento dell’adesione, preoccupazione di essere scoperti, presentimento della pena che lo scoraggia; ma dalla parte del Principe ci sono la maestà del principato, le leggi, l’appoggio degli amici e dello Stato che lo difendono, tanto che, se aggiungiamo a tutto ciò anche il favore popolare, è impossibile che qualcuno sia così temerario che congiuri. Perché se ordinariamente un congiurato deve temere prima della esecuzione della congiura, in questo caso deve temere anche dopo (avendo per nemico il popolo) aver compiuto la congiura, non potendo per questo sperare di trovare un qualsiasi rifugio.

5 - Di questa materia si potrebbero dare infiniti esempi; ma ne basta soltanto uno accaduto nel tempo dei nostri padri. Messer Annibale Bentivoglio, nonno dell’Annibale oggi vivente, era Principe di Bologna e fu ucciso dai Canneschi che congiurarono contro di lui, e non rimase della sua famiglia altri che messer Giovanni, che era in fasce; dopo tale omicidio il popolo si ribellò e ammazzò tutti i Canneschi. E questo dipese dal favore popolare di cui la famiglia dei Bentivoglio godeva in quei tempi. E tanto profondo era questo consenso che, dopo l’uccisione di Annibale, non restando a Bologna nessun membro della famiglia in grado di reggere lo Stato, avendo saputo che a Firenze viveva un parente del Bentivoglio, ritenuto fino a quel momento figlio di un fabbro, i Bolognesi si recarono in Firenze, e gli affidarono il governo della città, che fu da lui governata finché messer Giovanni raggiunse l’età adeguata per il governo.

6 - Concludo, pertanto, che un Principe deve dare poca importanza alle congiure quando conquista il favore del popolo; ma quando questo gli è ostile o lo odia, il Principe deve temere di ogni cosa e di ogni persona. Gli Stati ben organizzati e i principi saggi hanno con ogni diligenza cercato di non inasprire i nobili e di tener contento e soddisfatto il popolo; e questo è uno dei compiti più importanti del Principe.

7 - Fra i regni ben ordinati e governati dei tempi nostri c’è quello di Francia. In esso ci sono molte buone istituzioni, dalle quali dipendono la libertà e la sicurezza del re; di esse la prima è il parlamento con la sua autorità. Perché colui che creò gli ordinamenti di quel regno, conoscendo da una parte l’ambizione dei potenti e la loro insolenza, credette che fosse necessario porre loro in bocca un freno per farli rigar dritto, e dall’altra parte conoscendo l’odio che la maggioranza della gente nutre verso i nobili fondato sulla paura, e volendo rassicurarli, non volle che tutto questo fosse una cura specifica del re, per evitargli quell’odio che potrebbero avere i nobili contro di lui favorendo il popolo, o il popolo favorendo i nobili; per questo costituì il Parlamento che senza far carico al re delle sue decisioni punisse la nobiltà e favorisse il popolo. Non potè esserci un’istituzione migliore né più accorta né più importante fonte di sicurezza per il re e il suo regno. Da ciò si può trarre un’altra conseguenza degna di nota: che il Principe deve far somministrare ad altri i provvedimenti impopolari, e riservare a sé quelli più graditi. Di nuovo concludo dicendo che un Principe deve avere considerazione per i nobili, ma non farsi odiare dal popolo.

8 - A molti potrebbe sembrare, considerando la vita e la morte di qualche imperatore romano, che questi siano esempi in contrasto con l’opinione da me espressa, trovando che alcuni sono vissuti sempre con dignità e hanno mostrato grande coraggio eppure o hanno perso il potere o furono uccisi dai congiurati. Volendo pertanto rispondere a queste obiezioni, esaminerò le qualità di alcuni imperatori, dimostrando che le cause della loro caduta non furono diverse da quelle da me addotte; e in parte indicherò quei fatti che sono importanti per chi si interessa alla storia di quei tempi. Mi basta prendere in considerazione gli imperatori che si succedettero al potere da Marco Aurelio filosofo fino a Massimino, i quali furono: Marco Aurelio, suo figlio Commodo, Pertinace, Giuliano, Settimio Severo, suo figlio Antonino Caracalla, Macrino, Eliogabalo, Alessandro Severo e Massimino.

9 - E per prima cosa dobbiamo notare che, mentre negli altri principati occorre contrastare l’ambizione dei potenti e l’irriverenza dei popoli, gli imperatori romani dovevano affrontare una terza difficoltà, cioè quella di sopportare la crudeltà e l’avidità dei soldati. E questa sopportazione era così difficile, che causò la caduta di molti; era difficile, infatti, accontentare sia i soldati che il popolo, perché il popolo amava la pace e per questo preferivano i principi miti, mentre i soldati amavano un Principe dall’animo bellicoso, insolente, crudele e rapace. E queste cose volevano che lui esercitasse contro i popoli per poter ricevere uno stipendio duplicato e sfogare la loro avidità e crudeltà.

10 - Queste qualità (insolenza, crudeltà, rapacità) furono la causa della rovina di quegli imperatori che, per natura e per incapacità, non possedevano un prestigio abbastanza grande da tenere a freno il popolo e l’esercito; la maggioranza degli imperatori, soprattutto quelli che da semplici cittadini erano arrivati al potere, conosciute le difficoltà originate dalle diverse aspirazioni del popolo e dell’esercito scelsero di soddisfare le aspettative dei soldati, dando scarsa importanza all’ingiuria fatta al popolo. E questo era un passo necessario perché, non potendo i principi evitare di essere odiati da qualcuno, devono innanzi tutto cercare di non farsi odiare dalla maggioranza dei sudditi; e se non possono conseguire questo obiettivo, devono cercare con ogni mezzo di non farsi odiare dalla maggioranza dei potenti. Per questo, gli imperatori, che da umili origini erano saliti al potere, avevano bisogno di consensi straordinari, cercavano l’appoggio fra i soldati, più che nel popolo; il che, tuttavia tornava utile o no, a seconda se il Principe sapeva mantenere alto il proprio prestigio fra i soldati.

11 - Da queste ragioni derivò che Marco Aurelio, Pertinace e Alessandro Severo, essendo tutti di carattere mite, amanti della giustizia, nemici delle crudeltà, umani e benevoli, ebbero tutti una triste fine, eccetto Marco Aurelio. Soltanto Marco Aurelio, infatti, visse e morì onoratissimo perché ottenne il potere per diritto ereditario e non doveva essere riconosciuto né dai soldati né dal popolo. Inoltre, essendo dotato di molte virtù che lo rendevano degno di essere venerato, mantenne sempre nel corso della sua vita i soldati e il popolo ciascuno nei propri limiti e non fu mai odiato né disprezzato. Pertinace, invece, creato imperatore contro il volere dei soldati, i quali, essendo abituati a vivere senza freni sotto Commodo, non poterono tollerare quella vita onesta ch’egli voleva imporre loro, avendo suscitato odio, ed essendosi aggiunto disprezzo a quest’odio perché era vecchio, fu eliminato nei primi tempi della sua amministrazione.

12 - E qui si deve osservare che uno si procura odio sia per mezzo delle buone azioni, che di quelle scellerate; per questo, come ho scritto precedentemente, un Principe che vuole mantenere il potere, è spesso costretto a non essere buono; perché, quando quella fazione, di cui tu credi aver bisogno per mantenerti al potere ‑ popolo, esercito o nobili che siano ‑ è corrotta, ti conviene assecondare le sue aspirazioni, e soddisfarle, e in tal caso tutte le buone azioni che fai ti creano soltanto odio. Ma veniamo ad Alessandro Severo, che fu dotato di tanta clemenza, che fra le altre lodi che gli sono state rivolte, c’è questa: che nei quattordici anni in cui mantenne il potere, non fu mai giustiziato nessuno senza che fosse stato processato; eppure, essendo considerato effeminato e uomo che si lasciava governare dall’autorità della madre Giulia Mamea, e per questo suscitando disprezzo, l’esercito cospirò contro di lui e lo ammazzò.

13 - Esaminando ora le opposte qualità di Commodo, di Settimio Severo, di Antonino Caracalla e di Massimino, li troverete crudelissimi e rapacissimi, perché, per dare soddisfazione ai soldati, non si astennero da nessuna specie di delitto che si potesse commettere contro il popolo; e tutti, eccetto Settimio Severo, fecero una tragica fine. Perché Settimio Severo possedeva capacità tanto grandi, che, benché i popoli fossero da lui oppressi, potè sempre regnare felicemente mantenendosi amici i soldati. Le sue capacità, infatti, lo rendevano così ammirevole agli occhi dei soldati e dei popoli, che questi rimanevano in qualche modo attoniti e stupefatti, e quegli altri rispettosi e soddisfatti. E poichè le azioni di costui furono grandi e degne di nota in un Principe nuovo, voglio mostrare brevemente quanto bene seppe usare le qualità della volpe e del leone: le quali nature, come ho detto precedentemente, un Principe deve necessariamente imitare.

14 - Settimio Severo, avendo avuto prove della inettitudine dell’imperatore Giuliano, convinse l’esercito, di cui era condottiero in Slavonia, che era giusto andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace, che era stato ucciso dai pretoriani. Con questo pretesto, senza mostrare di aspirare all’impero, mosse l’esercito contro Roma e arrivò in Italia prima che si sapesse della sua partenza. Arrivato a Roma, fu proclamato imperatore dall’impaurito Senato e fece uccidere l’imperatore Marco Didio Giuliano. Dopo un tale inizio, per impadronirsi dell’intero potere, a Settimio Severo restavano due difficoltà: l’una in Asia, dove Caio Pescennio Nigro, condottiero delle legioni asiatiche, si era fatto proclamare imperatore, e l’altra in Occidente, dove si trovava Decio Claudio Settimio Albino, anche lui aspirante all’impero. E, poiché riteneva pericoloso rivelarsi nemico di entrambi, decise di attaccare Nigro e ingannare Albino. A questi scrisse che, essendo stato proclamato imperatore dal Senato, voleva dividere questa carica con lui; gli accordò il titolo di Cesare e, con deliberazione del Senato, se lo associò come collega al potere: tutte queste cose furono prese per vere da Albino. Ma, dopo che Settimio Severo, ebbe sconfitto e ucciso Nigro e sedato la rivolta in Oriente, tornato a Roma si lamentò in Senato di Albino che, poco riconoscente dei benefici ottenuti, aveva cercato di ammazzarlo con l’inganno e per questo era costretto ad andare a punire la sua ingratitudine. Andò quindi a trovarlo in Francia e gli tolse il potere e la vita.

15 - Chi esaminerà dunque minutamente le azioni di costui, lo troverà un ferocissimo leone e un’astutissima volpe; vedrà che fu temuto e riverito da tutti, e non odiato dai soldati; e non si meraviglierà se lui, Principe nuovo, avrà potuto mantenere tanto potere; perché la sua grandissima reputazione lo protesse sempre dall’odio che i popoli avrebbero potuto provare, a causa delle sue rapine. Anche suo figlio Antonino Caracalla aveva qualità eccellenti che lo rendevano ammirevole agli occhi dei popoli e gradito ai soldati; perché era un uomo esperto dell’arte militare, resistente ad ogni fatica, che disprezzava ogni cibo delicato e ogni altra mollezza, qualità che lo facevano amare da tutte le legioni. Eppure la sua ferocia e la sua crudeltà furono così grandi e inaudite, per aver, dopo infinite singole uccisioni, sterminato gran parte del popolo di Roma e tutto quello di Alessandria, che diventò odiosissimo a tutto il mondo, e cominciò a essere temuto anche da quelli che gli stavano attorno: tanto che fu ammazzato da un centurione in mezzo al suo esercito.

16 - E bisogna anche osservare che simili uccisioni, compiute per decisione di un animo irremovibile, sono inevitabili da parte dei principi, perché ogni persona che non si cura di morire li può colpire. Ma il Principe, comunque, deve temerle meno perché sono rarissime. Deve solo evitare di recar grave danno a qualcuno di coloro dei quali si serve e che ha vicino a sè al servizio del principato: come aveva fatto Antonino Caracalla, che aveva ucciso in modo disonorante un fratello di quel centurione e ogni giorno minacciava quest’ultimo, tenendolo tuttavia come sua guardia del corpo: questo era un modo d’agire imprudente che avrebbe potuto portare alla rovina, come gli accadde.

17 - Ma passiamo a Commodo, al quale era molto facile mantenere il potere, avendolo avuto per diritto ereditario, essendo figlio di Marco Aurelio: gli sarebbe bastato solo seguire le orme del padre, e avrebbe soddisfatto le aspettative dei soldati e dei popoli; ma, essendo di animo crudele e bestiale, per poter usare la sua rapacità contro i popoli cercò di guadagnarsi i soldati con favori, permettendo loro di agire senza freni; inoltre, non tenendo alla propria dignità col discendere spesso nelle arene a combattere coi gladiatori, e facendo altre cose vilissime e poco degne della maestà imperiale, diventò spregevole agli occhi dei soldati. Ed essendo odiato dall’una parte e disprezzato dall’altra fu ucciso in una congiura ordita contro di lui.

18 - Ci resta da esporre delle qualità di Massimino; le legioni proclamarono imperatore Massimino, uomo bellicosissimo, disgustate dalla mitezza di Alessandro Severo, di cui ho parlato prima, che venne ucciso. Ma costui non mantenne il potere per molto tempo, perché due cose lo resero odiato e disprezzato: l’una, di essere di umili origini, avendo fatto il guardiano di pecore in Tracia (e questo era notissimo ovunque e gli procurava un grande disprezzo agli occhi di tutti); l’altra, l’aver ritardato, all’inizio del suo principato, l’andata a Roma e la presa di possesso del trono imperiale, aveva creato di sè l’opinione di essere crudelissimo avendo commesso molte crudeltà per mezzo dei suoi luogotenenti in Roma e in qualunque altra parte dell’impero. Tanto che, mentre tutti erano in subbuglio a causa dello sdegno per le umili origini della sua famiglia e dell’odio per la paura della sua ferocia, si ribellò prima l’Africa, poi il Senato con tutto il popolo di Roma: e tutta l’Italia cospirò contro di lui. A questo si aggiunse il suo esercito, che, assediando Aquileia e trovando difficoltà a espugnarla, turbato dalla sua crudeltà e temendolo meno vedendo che aveva tanti nemici, lo ammazzò.

19 - Io non voglio trattare né di Eliogabalo, né di Macrino, né di Giuliano, i quali, poichè erano del tutto spregevoli, vennero subito uccisi; ma verrò alla conclusione di questo discorso. E dico, che i principi dei nostri tempi hanno in minor misura questa difficoltà di soddisfare i desideri dei soldati con modi straordinari durante l’esercizio del loro potere; perché, nonostante si debba avere qualche riguardo verso di loro, tuttavia il problema si risolve presto perché nessuno di questi principi possiede eserciti che stiano da lungo tempo insieme con i governi e le amministrazioni delle provincie, come lo erano le legioni dell’impero romano. Per questo, se allora era necessario accontentare più i soldati che i popoli, ciò avveniva perché i soldati erano più potenti dei popoli; ora è più necessario a tutti i principi, eccetto che ai Sultani della Turchia e dell’Egitto, accontentare più i popoli che i soldati, perché i popoli sono più potenti di questi.

20 - Debbo escludere il sultano turco, perché tiene sempre presso di sé dodicimila fanti e quindicimila cavalieri, dai quali dipende la sicurezza e la potenza del suo regno; ed è necessario che, messo in secondo piano ogni altro riguardo, quel Principe se li mantenga amici. Allo stesso modo il principato del Sultano d’Egitto: essendo completamente in mano ai soldati, anche al Sultano conviene, senza riguardo per il popolo, mantenerseli amici. E dovete notare, che questo Stato del Sultano è diverso da tutti gli altri principati, perché è simile al pontificato cristiano, che non si può definire né un principato ereditario, né un principato nuovo perché non i figli del vecchio Principe sono eredi e mantengono il potere, ma chi è eletto alla suprema carica da coloro che possiedono l’autorità per eleggerlo. Ed essendo questa istituzione ormai radicata nel tempo, non può neppure essere definita un principato nuovo, perché in esso non ci sono alcune di quelle difficoltà che esistono nei nuovi; perché, sebbene il Principe sia nuovo, gli ordinamenti di quello stato sono vecchi, regolati per riceverlo come se si trattasse di un Principe ereditario.

21 - Ma torniamo al nostro trattato. Dico che chiunque ragionerà sul discorso fatto, vedrà che o l’odio o il disprezzo causarono la rovina degli imperatori sopra nominati, e capirà anche da cosa è dipeso che parte di loro agendo in un modo e parte in modo contrario, in qualunque modo si sia comportato, uno di loro ebbe successo, gli altri subirono una triste fine. Perché a Pertinace e ad Alessandro Severo, che erano principi nuovi, fu inutile e dannoso voler imitare Marco Aurelio, che era diventato Principe per diritto ereditario; e allo stesso modo a Caracalla, Commodo e Massimino è stato funesto imitare Settimio Severo, non avendo doti tali sufficienti per seguirne le orme. Pertanto un Principe nuovo, in un principato nuovo, non può imitare le azioni di Marco Aurelio, e non gli è neppure necessario seguire le orme di Settimio Severo; ma deve prendere da Settimio Severo quelle regole che sono necessarie per fondare il suo Stato, e da Marco Aurelio quelle regole che sono necessarie per conservare uno Stato che sia stato già reso stabile e sicuro.

Capitolo XX

An arces et multa alia quae cotidie a principibus fiunt utilia an inutilia sint

Se le fortezze e molte altre cose che ogni giorno si fanno dai principi sono utili o no

Utilità o inutilità delle fortezze e di molte altre cose fatte ogni giorno dai principi

1 - Alcuni principi, per conservare con sicurezza il potere, hanno disarmato i loro sudditi; alcuni hanno tenuto divise in fazioni le città sottomesse; altri hanno alimentato inimicizie contro se stessi; altri ancora hanno cercato di procurarsi l’appoggio di coloro che erano sospetti quando avevano conquistato il potere; altri infine hanno edificato fortezze, o le hanno diroccate e distrutte. E, benché su tutti questi comportamenti non si possa esprimere un giudizio tale da poter ricavare regole universali, se non si analizzano le particolarità dei diversi Stati nei quali si dovessero prendere simili decisioni, tuttavia tratterò l’argomento in quel modo generalizzato che la materia stessa consente.

2 - Mai è accaduto che un Principe nuovo abbia disarmato i suoi sudditi; anzi, quando li ha trovati disarmati, sempre li ha armati; perché armandoli, quelle armi diventano tue, diventano fedeli coloro che ti sono sospetti, e coloro che ti erano fedeli lo restano, e da sudditi che erano, diventano tuoi sostenitori. E poiché non si possono armare tutti i sudditi, pur concedendo benefici solo a quelli che tu hai armato, puoi stare più sicuro anche con gli altri: e quella diversità di comportamento che essi riconoscono di ricevere, li rende più obbligati verso di te, mentre gli altri ti scusano perché giudicano che è necessario che quelli armati siano più meritevoli in quanto corrono più pericoli ed hanno maggiori doveri. Ma allorché tu li disarmi, cominci a mancar loro di rispetto, dimostrando di avere diffidenza nei loro confronti o per viltà o per poca fiducia: e l’una e l’altra di queste opinioni fa nascere odio contro di te. E poichè tu non puoi restare disarmato, bisogna che ti rivolga alla milizia mercenaria, che ha le qualità descritte sopra; e quand’anche fosse buona, non potrebbe essere così numerosa da difenderti contro nemici potenti e sudditi sospetti.

3 - Perciò, come ho già detto, un Principe nuovo, in un principato nuovo, ha sempre armato i suoi sudditi. E la storia è piena di questi esempi. Ma quando un Principe conquista uno Stato nuovo da annettere al suo vecchio Stato, allora è necessario disarmare tutti, eccetto coloro che durante la conquista sono stati tuoi sostenitori; e anche quelli, col tempo e con le occasioni, è necessario renderli deboli e arrendevoli, e organizzarsi in modo che le armi di tutto lo Stato siano in possesso di soldati solamente tuoi che nello Stato tuo antico vivano vicino a te.

4 - Solevano dire i nostri antenati e coloro che erano ritenuti saggi, che era necessario dominare Pistoia con le fazioni e Pisa con le fortezze; e per questo alimentavano le discordie in qualche città assoggettata, per possederle più facilmente. Questo poteva essere ben fatto nei tempi in cui in Italia esisteva un certo equilibrio politico; ma non credo che oggi si possa dare questo come regola: perché non credo che le divisioni interne abbiano mai fatto bene; anzi, accade necessariamente che, con l’avvicinarsi del nemico, le città divise cadano subito, perché sempre la fazione più debole si unirà alle forze esterne, e l’altra non potrà resistere.

5 - I Veneziani, mossi, come io credo, dalle ragioni sopra esposte, favorivano le fazioni dei guelfi e dei ghibellini nelle città assoggettate; e benchè non permettessero che cittadini si affrontassero a sangue, tuttavia alimentavano questi contrasti, affinché, occupati a combattersi, non si unissero contro di loro. Ma questo, come si è visto, non procurò loro vantaggi; perché dopo la sconfitta di Vailate-Agnadello, subito una di quelle fazioni prese coraggio e tolse loro tutti i possedimenti. Simili metodi fanno capire la debolezza del Principe, perché in un principato forte mai si permetteranno simili divisioni, in quanto sono valide solo in tempo di pace potendosi, per mezzo loro, più facilmente manovrare i sudditi; ma quando c’è una guerra, un simile comportamento mostra la sua erroneità.

6 - Senza dubbio i principi diventano grandi quando superano le difficoltà e le opposizioni mosse contro di loro: e perciò la fortuna, soprattutto quando vuol far diventare grande un Principe nuovo che rispetto a un Principe ereditario ha più bisogno di acquistar prestigio, fa nascere contro di lui dei nemici e li induce ad attaccarlo affinchè abbia la possibilità di superarle e salire più in alto su per quella scala che i nemici gli hanno dato. Perciò, molti credono che un Principe saggio deve, quando ne ha l’occasione, alimentare con astuzia qualche inimicizia, affinchè, dopo averla annientata gliene derivi una maggiore grandezza.

7 - Hanno i principi, e soprattutto quelli nuovi, trovato più fedeltà e utilità in coloro che, quando è cominciato il loro potere, consideravano sospetti, che nei sostenitori avuti all’inizio. Pandolfo Petrucci, signore di Siena, governava lo Stato più con quelli che all’inizio gli erano parsi sospetti, che con gli altri. Ma questo comportamento non può essere generalizzato, perché varia secondo la situazione degli Stati. Dirò solo questo: che sempre il Principe con facilità grandissima può conquistare quegli uomini che nei primi tempi del suo principato nuovo erano stati nemici, ma avevano il punto debole nel fatto che per sopravvivere avevano bisogno di un appoggio: e questi sono tanto più spinti a servirlo con lealtà, quanto più è necessario cancellare coi fatti quella opinione sfavorevole che si aveva di loro. E così il Principe trae maggior utile da questi che non da coloro i quali, servendolo con troppa confidenza, trascurano i suoi affari.

8 - E poiché la materia lo richiede, non voglio tralasciare di ricordare, al Principe che ha conquistato di recente uno Stato con il favore di cittadini che vi appartengono, di considerare bene quale ragione abbia spinto ad aiutarlo quei cittadini che lo hanno favorito; e se la ragione non fosse una devozione naturale verso di lui, ma solo il fatto che non si contentavano di quello Stato, con fatica e grande difficoltà se li potrà mantenere amici, perché gli sarà impossibile accontentarli. Ed esaminando bene il motivo di questo, con gli esempi tratti dalla storia antica e moderna, vedrà che gli sarà molto più facile farsi amici coloro che si contentavano del precedente regime ed erano suoi nemici, che coloro i quali, essendone insoddisfatti, gli diventarono amici e l’aiutarono ad occuparlo.

9 - È stata consuetudine dei principi, per poter mantenere lo Stato con maggior sicurezza, edificare fortezze, che funzionassero come briglia e freno nei confronti di coloro che pensassero di attaccarlo, e che costituissero un rifugio sicuro nel caso di un improvviso attacco. Io approvo questo modo di difendersi, perché usato fin dall’antichità: nondimeno, nei nostri tempi, si è visto che messer Niccolò Vitelli, per conservare il suo Stato, ha smantellato due fortezze in Città di Castello. Guidobaldo, duca di Urbino, ritornato nei suoi dominii, dai quali era stato cacciato da Cesare Borgia, distrusse dalle fondamenta tutte le fortezze di quella provincia; e ritenne che senza di esse gli sarebbe stato più difficile perdere di nuovo il suo Stato. I Bentivoglio, ritornati a Bologna, si comportarono in modo simile. Le fortezze, dunque, sono utili oppure no secondo le circostanze; se in qualche caso ti giovano, in altri ti danneggiano. Si può riassumere l’argomento in questo modo.

10 - Il Principe che ha paura più dei suoi sudditi che dei nemici esterni, deve costruire le fortezze; ma chi ha più paura dei nemici esterni che dei suoi sudditi, deve lasciarle perdere. Alla famiglia degli Sforza ha procurato e procurerà più danni il castello di Milano, edificato da Francesco Sforza, che qualunque altra ribellione in quello Stato. Tuttavia la migliore fortezza che esista è il non essere odiati dal popolo: perché anche se possiedi le fortezze, queste non ti salvano, se sei odiato dal popolo, perché ai popoli che hanno preso in mano le armi, non mancano mai forestieri che li soccorrano. Nei nostri tempi si è visto che non sono state utili ad alcun Principe, se non alla contessa di Forlì Caterina Sforza quando fu ucciso il marito, il conte Girolamo Riario; perché mediante la fortezza poté evitare l’assalto popolare e aspettare il soccorso da Milano e riprendere il potere: e quei tempi allora non davano l’occasione propizia che il forestiero potesse venire in aiuto del popolo; ma in seguito valsero a poco alla contessa le fortezze, quando l’assaltò Cesare Borgia e il popolo ostile si unì allo straniero. Pertanto, allora e prima, sarebbe stato più sicuro per lei non essere odiata dal popolo che possedere le fortezze. Considerate, dunque, tutte queste cose io loderò chi costruirà le fortezze e chi non le costruirà, e biasimerò chiunque, affidandosi alle fortezze, non riterrà importante essere odiati dai popoli.

Capitolo XXI

Quod Principem deceat ut egregius habeatur

Che si conviene a un Principe perché sia stimato

Quel che deve fare un Principe per farsi stimare

1 ‑ Niente procura tanta autorità a un Principe quanto il compiere grandi imprese guerresche e azioni magnanime e liberali. Noi abbiamo nei nostri tempi l’esempio di Ferdinando d’Aragona, attuale re di Spagna. Costui può essere definito quasi un Principe nuovo perché, da re debole che era, è diventato, per fama e per gloria, il primo re dei Cristiani: e, se esaminerete le sue azioni, le troverete tutte grandissime, e qualcuna straordinaria. Agli inizi del suo regno, attaccò Granada, e quell’impresa fu il fondamento del suo potere. Prima di tutto, egli la compì in un momento di pace interna, e senza il timore di essere frenato; con quell’impresa tenne occupati gli animi dei baroni di Castiglia i quali, pensando a quella guerra, non s’interessarono più ai cambiamenti interni; e intanto in quel modo lui acquistava potere e prestigio sui baroni, che non se ne rendevano conto. Poté mantenere le truppe coi danari della Chiesa e del popolo, e con quella guerra gettare le basi per la creazione della sua milizia, che poi gli ha procurato onore. Oltre a questo, per poter intraprendere imprese ancora più grandi, servendosi sempre della religione come pretesto, realizzò una decisione crudele, ammantata di pietà religiosa, cacciando dal suo regno i Marrani, e spogliandoli: e questo esempio non può essere dei più compassionevoli né dei più rari. Col medesimo pretesto religioso assaltò l’Africa, conquistò il regno di Napoli e ultimamente ha attaccato la Francia: e così sempre ha compiuto grandi azioni guerresche e ordito importanti azioni diplomatiche che hanno tenuto i sudditi con l’animo sospeso e pieno di ammirazione, occupati nell’attesa del loro esito. E queste sue azioni si sono succedute l’una all’altra in modo da non dare mai tempo, fra l’una e l’altra, di poter tramare con calma contro di lui.

2 - Giova molto a un Principe anche in politica interna compiere azioni che siano rare ed eccezionali, simili a quelle che si narrano di messer Bernabò Visconti di Milano, quando si ha a che fare con qualcuno che ha fatto qualcosa di straordinario nella vita civile, in bene o in male, e trovare un modo, di cui si deve parlare molto, per premiarlo o per punirlo. E soprattutto un Principe si deve ingegnare in ogni sua azione di crearsi una fama di uomo autorevole e di eccellente intelligenza.

3 - Un Principe è stimato anche quando si presenta come vero amico e vero nemico, cioè quando risolutamente si rivela in favore di qualcuno contro un altro. Questa determinazione sarà sempre più utile che il restar neutrale; se due potenti tuoi vicini si fanno guerra, o essi sono dotati di tali capacità che, vincendo uno di loro, tu devi temere il vincitore, o no. In ognuno di questi due casi ti sarà sempre più utile uscire allo scoperto e combattere coraggiosamente; perché, nel primo caso, se non esci allo scoperto, sei sempre preda di chi vince, con piacere e soddisfazione di colui che è stato sconfitto e non hai motivi o elementi che ti difendano o ti offrano un riparo. Perché chi vince non vuole amici sospetti, che non lo aiutino nelle avversità; chi perde non ti dà protezione, perché tu non hai voluto con le armi in mano correre il rischio.

4 - Antioco era arrivato in Grecia, chiamato dagli Etoli per cacciare i Romani. Antioco inviò ambasciatori agli Achei, che erano amici dei Romani, per incoraggiarli a rimanere neutrali; d’altra parte i Romani li incitavano a prendere le armi per loro. Nell’assemblea degli Achei, arrivò il momento di deliberare su questa materia; l’ambasciatore di Antioco li invitò a restare neutrali, ma alle sue parole l’ambasciatore romano rispose: «Quod autem isti dicunt non interponendi vos bello, nihil magis alienum rebus vestris est; sine gratia, sine dignitate, praemium victoris eritis». ("Al contrario: non c’è niente di più estraneo ai vostri interessi di ciò che questi dicono, di non intervenire nella guerra; senza riconoscenza, senza dignità, sarete bottino del vincitore" - ndr).

5 - E sempre succederà che chi non ti è amico ti chiederà di esser neutrale, e colui che ti è amico ti chiederà di scoprirti con le armi. E i principi irresoluti, per evitare i pericoli presenti, seguono il più delle volte la via della neutralità, e nella maggior parte dei casi perdono il potere. Ma quando il Principe si schiera apertamente da una parte e colui con cui sei alleato vince, anche se è potente e tu conservi il tuo potere a sua discrezione, egli si sente obbligato verso di te e si crea un legame di natura affettiva: gli uomini non sono mai così disonesti che ti possano opprimere con un esempio così grave di ingratitudine. Inoltre, le vittorie non sono mai così definitive che il vincitore possa comportarsi senza alcun rispetto, soprattutto sul piano della giustizia. Ma se colui col quale ti allei viene sconfitto, tu sei accolto da lui; e finchè può ti aiuta, e diventi compagno d’una fortuna che può risorgere. Nel secondo caso, quando coloro che si combattono sono di qualità tale che tu non debba temere il vincitore, è ancora più grande la prudenza di allearsi, perché tu determini la rovina di uno, con l’aiuto di chi lo dovrebbe salvare, se fosse savio; e vincendo rimane nelle tue mani perché sarebbe stato impossibile vincere senza il tuo aiuto.

6 - Bisogna a questo punto precisare che un Principe deve sapere che non deve mai allearsi con uno più potente di lui, per attaccare altri, se non quando la necessità lo costringe, come si è detto prima; perché vincendo rimani in suo potere, e i principi debbono evitare, per quanto possono, di sottostare all’arbitrio altrui. I Veneziani si unirono con la Francia contro il duca di Milano, e potevano evitare di stringere quell’intesa, da cui derivò la loro rovina. Ma quando l’intesa non può essere evitata (come accadde ai Fiorentini allorchè il Papa e la Spagna andarono ad assaltare con gli eserciti la Lombardia), allora il Principe vi deve aderire per le ragioni suddette. Né qualche Stato creda di prendere sempre la decisione sicura; anzi, pensi sempre che sia insicura; perché è nell’ordine delle cose che cercando di evitare un inconveniente si cada in un altro; la prudenza consiste nel saper riconoscere le qualità degli inconvenienti, e prendere per buono il meno sciagurato.

7 - Un Principe deve mostrarsi anche amante delle arti e dei mestieri, ospitando gli uomini eccellenti nell’arte loro ed onorando gli uomini geniali in un’arte. Inoltre deve rassicurare i suoi sudditi perché possano esercitare tranquillamente le proprie attività nel commercio, in agricoltura e in ogni altro campo del lavoro umano, in modo che uno non tema di arricchire i suoi possedimenti nel timore che gli siano tolti o un altro di iniziare un commercio per paura delle tasse. Deve anche preparare incentivi per chiunque voglia intraprendere queste attività e pensi in ogni modo di far progredire la sua città o il suo Stato. Oltre a questo deve, in momenti prestabiliti dell’anno, far divertire il popolo con feste e spettacoli. E poiché ogni città è divisa in corporazioni e classi, deve tener conto di queste associazioni, partecipando talvolta alle loro riunioni, dando di sè esempio di umanità e munificenza, e mantenendo sempre intatta la maestà della sua dignità, perché questa non deve mancare mai in nessuna circostanza.

Capitolo XXII

De his quos a secretis Principes habent

De’ Secretari ch’ e’ Principi hanno appresso di loro

I ministri del Principe

1 - Non è di scarsa importanza, per un Principe, la scelta dei ministri, i quali risultano idonei o no secondo l’accortezza del Principe. La prima opinione che ci si fa delle capacità di un Principe, è osservare gli uomini di cui egli si circonda; e quando questi sono valenti e leali, può essere sempre giudicato saggio, perché ha saputo riconoscere gli uomini all’altezza del loro compito ed è stato in grado di conservare la loro fedeltà; ma quando non sono così sempre ci si forma un cattivo giudizio su di lui, perché il primo errore che commette, lo commette in questa scelta. Non c’era nessuno che conoscesse messer Antonio Giordani da Venafro come ministro di Pandolfo Petrucci, Principe di Siena, che non giudicasse Pandolfo un uomo valentissimo, perché lo aveva come suo ministro.

2 - Esistono tre generi di cervelli: il primo capisce da solo, il secondo capisce quel che un altro intuisce, il terzo non capisce né da solo né per mezzo di altri; il primo è eccellentissimo, il secondo eccellente e il terzo inutile; per cui necessariamente bisogna ammettere che se Pandolfo Petrucci non apparteneva al primo tipo, apparteneva al secondo: perché, ogni volta che uno ha l’intelligenza di conoscere il bene o il male che uno fa, benché non abbia spirito d’iniziativa, riconosce le azioni sbagliate e giuste del ministro, esalta le prime, corregge le seconde; e il ministro non può sperare di ingannarlo e si mantiene fedele.

3 – Comunque c’è un metodo infallibile Per sapere come un Principe possa riconoscere le qualità di un ministro. Quando tu vedi il ministro pensare più a sé che a te, e ricercare in tutte le azioni il suo utile, questi non sarà mai un buon ministro e non te ne potrai mai fidare: perché chi ha nelle mani lo Stato di un Principe, non deve pensare mai a sé, ma sempre al Principe, e non ricordargli mai cose che non lo riguardano. D’altra parte il Principe, per mantenerlo fedele, deve pensare al ministro, onorandolo, vincolandolo a sè, dandogli una parte negli onori e negli incarichi di responsabilità, affinché si renda conto che non può fare a meno del Principe e che i molti onori non gli facciano desiderare altri onori, la molte ricchezze non gli facciano desiderare altre ricchezze, e i molti incarichi gli facciano temere cambiamenti politici. Quando dunque i ministri, e il Principe nei confronti dei ministri, si comportano in questo modo, possono aver fiducia l’uno nell’altro e se accade altrimenti ci saranno conseguenze dannose o per l’uno o per l’altro.

Capitolo XXIII

Quomodo adulatores sint fugiendi

In che modo si abbino a fuggire li adulatori

Come evitare gli adulatori

1 - Non voglio tralasciare una questione importante e un errore dal quale i principi si difendono con difficoltà, se non sono prudentissimi e se non hanno scelto un buon ministro. E riguarda gli adulatori, di cui le corti sono piene; perché gli uomini si compiacciono tanto delle proprie azioni e in un modo da ingannarsi da sè, che difficilmente riescono a salvarsi da questa peste; e chi volesse difendersene corre il rischio di diventare spregevole. Perché non c’è altro modo di difendersi dall’adulazione, se non quello che gli uomini capiscano che non ti offendono se ti dicono la verità; ma quando ognuno può dirti la verità, ti manca il rispetto.

2 - Pertanto, un Principe prudente deve comportarsi in un terzo modo, scegliendo all’interno del suo Stato delle persone sagge e dare solo a queste il libero arbitrio di dirgli la verità e solo su quelle questioni che sono espressamente poste da lui, e non su altro; ma deve interrogarli toccando ogni problema, udire le loro opinioni e poi deliberare da sè, a modo suo; con i consiglieri riuniti e con ciascuno di loro singolarmente deve comportarsi in modo che ognuno sappia che quanto più liberamente si parlerà, tanto più gli sarà gradito; al di fuori di loro, non deve ascoltare nessuno, andare avanti nella decisione presa ed essere fermo nelle sue deliberazioni. Chi si comporta diversamente, o va in rovina a causa degli adulatori o cambia spesso decisione col variare dei pareri con la conseguenza che fa nascere da questo scarsa stima nei suoi confronti.

3 - Voglio a questo proposito citare un esempio recente. Prete Luca Rinaldi, uomo di fiducia di Massimiliano attuale imperatore, parlando di sua maestà disse ch’egli non si consigliava con nessuno e non faceva mai nulla a modo suo; e questo dipendeva dal fatto che l’imperatore teneva una condotta opposta a quel che ho detto prima. Poiché l’imperatore è uomo riservato, non comunica a nessuno i suoi progetti e non chiede un parere su di essi; ma non appena, mettendoli in atto, cominciano ad essere svelati e conosciuti, cominciano ad essere criticati da quelli che ha intorno; e l’imperatore, arrendevole, li cambia. Da ciò deriva che le cose che egli fa un giorno, le distrugge il giorno dopo, e non si capisce mai quello che vuole né si può fare affidamento sulle sue deliberazioni.

4 - Pertanto, un Principe deve consigliarsi sempre, ma quando vuole lui, non quando vogliono gli altri; anzi, deve togliere a chiunque il coraggio di consigliarlo su qualche cosa se non glielo chiede; ma deve porre spesso domande ai suoi consiglieri, e poi, intorno alle cose su cui ha fatto domande, essere paziente ascoltatore del vero; anzi, se capisce che qualcuno, per qualsiasi motivo non gli dice nulla, deve preoccuparsene. Molti credono che un Principe, che offre di sè un’opinione di saggezza, sia ritenuto così non per la sua indole, ma per i buoni consigli che riceve dalle persone che ha vicino: ma senza dubbio si ingannano. Questa è una regola generale che non sbaglia mai: un Principe, che non sia saggio di per sè, non può essere ben consigliato, se già per caso non si sia affidato a un solo consigliere che lo consigliasse in tutto e che fosse uomo molto avveduto. Questo caso potrebbe anche essere possibile, ma durerebbe poco, perché quel governatore, in breve tempo, gli toglierebbe il potere; e se chiede pareri a più d’un consigliere, un Principe che non sia saggio, non riceverà mai consigli concordi, né sarà mai in grado di metterli insieme da sè; ognuno dei consiglieri penserà al proprio interesse e il Principe non saprà conoscere i consiglieri capaci né correggere quelli che sbagliano. E non si potranno trovare consiglieri diversi da quelli che pensano al loro interesse, perché gli uomini sempre ti serviranno male se non sono costretti dalle necessità a operare bene. Perciò possiamo concludere dicendo che i buoni consigli, da qualunque parte arrivino, conviene che nascano sempre dalla saggezza del Principe, e non la saggezza del Principe dai buoni consigli.

Capitolo XXIV

Cur Italiae Principes regnum amiserunt

Per qual cagione li Principi di Italia hanno perso li Stati loro

Perché i Principi d’Italia hanno perso il potere

1 - Le regole descritte sopra, praticate con intelligenza, fanno sembrare ereditario un Principe nuovo, e lo rendono subito più sicuro e più stabile nel suo Stato come se si fosse insediato da lungo tempo. Un Principe nuovo, infatti, è molto più osservato nelle sue azioni di uno ereditario, e quando queste sono giudicate valide, conquistano gli uomini e li vincolano molto più della antichità della dinastia. Perché gli uomini sono coinvolti più dalle cose presenti che da quelle del passato, e quando nel presente realizzano il loro interesse, sono soddisfatti e non cercano altro; anzi, organizzeranno ogni difesa per lui, purché non venga meno ai suoi compiti. In tal modo egli avrà una doppia gloria: di aver dato inizio a un principato nuovo, e di averlo reso importante e corroborato con buone leggi, buon esercito, buone deliberazioni, come ha una doppia vergogna chi, nato Principe, ha perduto lo Stato per la sua scarsa saggezza.

2 - E se consideriamo quei signori che nei nostri tempi, in Italia, hanno perduto lo Stato, come il re di Napoli, il duca di Milano, e altri, si troverà in essi, per prima cosa, un difetto comune che riguarda l’esercito, per le ragioni di cui abbiamo parlato a lungo precedentemente; poi si vedrà che qualcuno di loro o avrà avuto come nemico il popolo o, se avrà avuto amico il popolo, non ha saputo mettere i nobili in condizione di non nuocere: perché senza questi difetti non si perdono gli Stati che hanno tanta forza e che possono mettere in campo un esercito. Filippo il Macedone, non il padre di Alessandro, ma quello che fu sconfitto da Tito Quinzio Flaminino, possedeva uno Stato non molto vasto, rispetto alla grandezza dei Romani e dei Greci che lo attaccarono: eppure, poiché era esperto di cose militari e sapeva tenersi amico il popolo e difendersi dai nobili, sostenne contro di loro per più anni la guerra: e, se alla fine perse il dominio di qualche città, riuscì comunque a conservare il regno.

3 - Pertanto, questi nostri principi che per molti anni hanno mantenuto il potere nel loro Stato, non accusino la fortuna, ma la loro inettitudine, se lo hanno poi perso: perché, non avendo mai, nei tempi di pace, pensato che la situazione può ribaltarsi (e il non prevedere la tempesta durante la bonaccia è un difetto comune fra gli uomini), quando poi vennero i momenti difficili, pensarono a fuggire e non a difendersi; e sperarono che i popoli, irritati dall’insolenza dei vincitori, li richiamassero. E questa risoluzione è buona quando ne mancano altre; ma è certamente un male aver trascurato gli altri rimedi per quello, perché nessuno dovrebbe mai cadere credendo che ci sarà qualcuno pronto a soccorrerlo. E questo, o non avviene, o, se avviene, non ti offre sicurezza, sia perché la tua difesa è stata vile sia perché il tuo rialzarti non dipende da te. E sono buone, sicure e durature, solamente quelle difese che dipendono solo da te e dalle tue capacità.

Capitolo XXV

Quantum fortuna in rebus humanis possit et quomodo illi sit occurrendum

Quanto possa la fortuna nelle cose umane e in che modo se li abbia a resistere

Il potere della fortuna nelle cose umane e il modo di resisterle

1 - Non mi è ignoto che molti hanno avuto e hanno l’opinione che le vicende del mondo siano governate dalla fortuna e da Dio in un modo che gli uomini non possano modificarle con la loro prudenza; anzi, non vi abbiano modo di difendersene; e per questo potrebbero credere che sarebbe inutile affaticarsi molto nelle cose, ma lasciarsi guidare dalla sorte. Questa è stata l’opinione più diffusa ai tempi nostri, per le grandi variazioni delle vicende che si sono viste e che si vedono ogni giorno, al di fuori di ogni umana congettura. E pensando a questo, anche io, qualche volta, mi sono, almeno in parte, inclinato verso la loro opinione.

2 - Nondimeno, affinché il nostro libero arbitrio non sia cancellato, reputo che possa essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma anche che lei ci lasci governare l’altra metà, o quasi. E paragono la fortuna a uno di quei fiumi disastrosi che, quando s’infuriano, allagano pianure, abbattono alberi ed edifici, strappano masse di terra da una parte e le trascinano da un’altra; ciascuno fugge davanti a loro senza potervi opporre ripari in nessun modo. La consapevolezza che i fiumi siano fatti così non impedisce però che gli uomini, nei periodi di bel tempo, vi provvedano con ripari e con argini, in modo che, gonfiandosi poi, o le acque possano essere smaltite attraverso dei canali, o la loro forza distruttiva non sia né così sfrenata né così dannosa.

3 - Similmente accade con la fortuna, la quale dimostra tutta la sua potenza là dove non c’è un talento umano predisposto a resisterle, e dirige i suoi colpi là dove sa che non sono stati preparati gli argini e i ripari per contenerla. Se prendete in esame l’Italia che è la sede di queste variazioni e il luogo dove esse hanno cominciato a manifestarsi, la vedrete come una campagna senza argini e senza alcun riparo: perché se fosse governata da principi con adeguate doti, come la Germania, la Spagna e la Francia, o l’inondazione non avrebbe prodotto tante profonde variazioni, o non sarebbe arrivata. E quel che ho detto, vorrei che bastasse quanto all’opporsi in generale alla fortuna.

4 - Ma, entrando più addentro nei particolari, dico che si può vedere come oggi un Principe mantiene il potere e domani lo perde, senza che noi vediamo ch’egli abbia mutato modi di governare o doti politiche: questo credo che dipenda soprattutto dai motivi che sono stati lungamente esaminati fino ad ora, cioè che un Principe che si basa unicamente sulla fortuna perde il potere non appena questa cambia. Credo anche che riesca a mantenere il potere colui che adatta i modi del suo governare alla qualità dei tempi, e allo stesso modo non riesca a mantenere il potere colui che non sa adattare ai tempi il suo modo di governare.

5 - Vediamo infatti che gli uomini, per raggiungere il fine che si sono proposto, vale a dire la fama e la ricchezza, si comportano nei modi più diversi; uno con prudenza, l’altro con impeto; uno con violenza, l’altro con astuzia; uno con pazienza, l’altro con impazienza; e ciascuno di questi modi può permettere di raggiungere il fine che si voleva raggiungere. Vediamo pure che di due persone prudenti, una raggiunge il suo scopo e l’altra no. E analogamente vediamo che due persone possono prosperare con due caratteri diversi, essendo l’una prudente e l’altra impetuosa: tutto dipende dalla qualità dei tempi e dal fatto che i tempi si accordino o no con l’operato umano. Da ciò deriva quel che ho detto: che due persone, diversamente operando, sortiscono il medesimo effetto, mentre due altre, operando allo stesso modo, l’una raggiunge il suo fine e l’altra no.

6 - Il variare del buon esito delle azioni del Principe dipende anche da questo: se uno si comporta con prudenza e pazienza e i tempi che richiedono queste qualità si accordano col suo comportamento, allora ha successo; ma se i tempi e le vicende mutano, egli rovina se non mutano anche i suoi comportamenti. Ma non si trova un uomo così prudente che sappia adattarsi ai cambiamenti; sia perché non ci si può allontanare dalla propria inclinazione naturale, sia perché, avendo sempre prosperato mantenendo un certo comportamento, non si persuade ad abbandonarlo. Perciò un uomo giudizioso, quando è il momento di essere impetuoso, non sa farlo, per cui non riesce a mantenere il potere; infatti, se uno riuscisse a mutare coi tempi e con le vicende la sua indole, non cambierebbe la sua fortuna.

7 - Papa Giulio II si comportò sempre impetuosamente in ogni sua azione; e trovò i tempi e le vicende tanto adatti alla sua indole, che sempre raggiunse il suo fine. Esaminate la sua prima impresa, quella di Bologna, mentre era ancora vivo messer Giovanni Bentivoglio. I Veneziani eran contrari all’impresa; il re di Spagna pure; con la Francia stava prendendo accordi su tale impresa; e lui nonostante tutto, con la sua determinazione e la sua impetuosità si mise personalmente alla testa di quella spedizione. Con questa mossa, da una parte fece stare ansiosi e immobili il re di Spagna e i Veneziani, questi per paura, quello per il desiderio che aveva di recuperare tutto il regno di Napoli; dall’altra trascinò con sé il re di Francia, che, vedendolo ormai mosso e desiderando farselo amico per diminuire il potere dei Veneziani, giudicò che non avrebbe potuto negargli il suo esercito senza offenderlo manifestamente.

8 - Giulio II, dunque, con la sua mossa impetuosa, raggiunse quello che nessun altro pontefice, con tutta la saggezza umana, avrebbe potuto ottenere; se egli, infatti, avesse aspettato di muoversi da Roma dopo aver raggiunto gli accordi e con tutte le cose ben ordinate, come avrebbe fatto qualunque altro pontefice, mai gli sarebbe riuscita l’impresa, perché il re di Francia avrebbe accampato mille scuse e gli altri posto mille ostacoli. Io voglio lasciar stare le altre sue imprese, perché tutte sono state simili a questa e tutte si sono concluse bene; e la brevità della vita non gli ha permesso di provare il contrario, perché se fossero arrivati i tempi in cui avrebbe dovuto agire con cautela, ne sarebbe seguita la sua rovina; né mai avrebbe deviato da quei metodi ai quali la natura lo disponeva.

9 - Concludo, dunque, che essendo mutevole la fortuna, se gli uomini sono ostinati nell’usare i loro metodi, hanno successo finché metodi e tempi concordano, ma non appena discordano perdono il potere. Nonostante tutto io penso che sia meglio essere impetuosi che cauti, perché la fortuna è donna ed è necessario, volendola tenere sottomessa, batterla e dominarla. E si vede che si lascia sottomettere più dagli impetuosi, che da coloro che si comportano freddamente. E oltretutto sempre, come donna, è amica dei giovani, perché sono meno cauti, più aggressivi e con maggiore audacia la comandano.

Capitolo XXVI

Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam

Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de’ barbari

Esortazione a prendere l’Italia e a liberarla dalle mani dei barbari

1 - Dopo aver considerato tutte le cose che ho trattato prima, e meditando tra me e me se oggi in Italia sono maturi i tempi per onorare un nuovo Principe e se ci sono le condizioni necessarie per dare a un uomo prudente e saggio l’occasione di introdurre un ordinamento nuovo, tale che desse onore a lui e benefici alla maggioranza dei suoi abitanti, mi pare che tanti elementi concorrano a favore di un Principe nuovo, e non so quale altro periodo di tempo potrebbe essere più favorevole di questo. E se, come dissi, era necessario per vedere le grandi doti di Mosè che il popolo d’Israele fosse schiavo in Egitto, per conoscere la grandezza dell’animo di Ciro che i Persiani fossero oppressi dai Medi, l’eccellenza di Teseo che gli Ateniesi fossero dispersi; così ora, per riconoscere la virtù di un Principe italiano, era necessario che l’Italia si riducesse nelle condizioni in cui si trova, e che essa fosse più schiava degli Ebrei, più serva dei Persiani e più dispersa degli Ateniesi; senza Principe, senza ordinamenti propri, sottomessa da armi straniere, depredata, impoverita, saccheggiata e percorsa da eserciti stranieri, e avesse sopportato ogni genere di distruzione.

2 - E benchè in qualcuno si sia mostrato qualche barlume di virtù da pensare che fosse mandato da Dio per il riscatto dell’Italia, tuttavia si è poi visto come, nel momento decisivo delle sue azioni, non sia stato favorito dalla fortuna. E così, quasi rimasta senza vita, l’Italia aspetta chi possa essere colui che sia in grado di sanare le sue ferite, ponga fine ai saccheggi della Lombardia, ai taglieggiamenti nel Regno di Napoli e in Toscana, e guarisca in lei quelle piaghe già da lungo tempo divenute croniche. Si vede bene come essa preghi Dio che le mandi qualcuno, che la liberi da queste crudeltà e barbare insolenze. Si vede bene anche come essa sia tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, purché ci sia uno che la stringa in pugno.

3 - Né si vede al presente in quale Casata l’Italia possa sperare di più che nella Vostra illustre Famiglia, che con la sua fortuna e la sua virtù, favorita da Dio e dalla Chiesa, della quale ora è a capo con Leone X, possa mettersi a capo di questo riscatto. Il che non sarà molto difficile se terrete a mente le imprese e la vita dei personaggi sopra nominati. E benché quegli uomini siano stati eccezionali e meravigliosi, tuttavia furono uomini, e ciascuno di loro ebbe una occasione meno importante della presente: perché la loro impresa non fu più giusta e più facile della presente, né Dio fu con loro più amico che con voi. In quest’impresa la giustizia è grande: «iustum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est» ("giusta è infatti la guerra per chi è necessaria; e sacre sono le armi quando nessuna speranza c’è più se non nelle armi", ndr.). In quest’impresa ogni evento è favorevole; né ci possono essere grandi difficoltà dove tutto è favorevole, purché la Vostra Casata imiti le azioni di coloro che ho indicato come modelli. Oltre a ciò, in questa impresa si vedono prodigi straordinari voluti da Dio: il mare si è aperto; una nube vi ha indicato il cammino; dalla pietra è scaturita l’acqua; qui la manna è piovuta dal cielo; ogni evento ha contribuito alla vostra grandezza. Il resto dovete farlo voi. Dio non vuole fare ogni cosa, per non toglierci il libero arbitrio e quella parte di gloria che tocca a noi.

4 - Non c’è da meravigliarsi se nessuno dei prenominati italiani ha potuto fare quello che si può sperare che faccia la Vostra illustre Casa, e se in Italia in tanti rivolgimenti e in tante vicende belliche pare che per sempre sia spento il valore militare. Questo dipende dal fatto che i vecchi ordinamenti dell’Italia non erano più buoni, e non c’è stato nessuno che sia stato capace di trovarne di nuovi. E niente dà tanta reputazione a un Principe nuovo quanto possono darla le nuove leggi e i nuovi ordinamenti militari creati da lui. Queste cose, quando hanno solide basi e una loro grandiosità, lo rendono ammirevole e degno di rispetto, e in Italia non manca la materia per introdurvi i nuovi ordinamenti militari. Qui c’è il grande valore del popolo, qualora non mancasse nei capi. Esaminate quanto gli Italiani siano superiori per forza, per destrezza e per ingegno nei duelli e nei combattimenti fra pochi. Ma quando fanno parte degli eserciti, non fanno una buona figura. Tutto dipende dalla debolezza dei capi; perché quelli che sono bravi non sono obbediti, e ognuno crede di saper comandare, non essendoci stato finora nessuno capace di distinguersi, sia per virtù che per fortuna tanto che gli altri si facciano da parte. Da ciò possiamo capire perché in tanto tempo, in tante guerre avutesi negli ultimi vent’anni, un esercito tutto italiano, quando c’è stato, ha sempre dato cattiva prova di sé. Ne sono testimoni prima la battaglia del Taro, poi quelle di Alessandria, Capua, Genova, Vailate-Agnadello, Bologna, Mestre.

5 - Volendo dunque la illustre Casa Vostra imitare gli eccellenti uomini che liberarono le loro terre, è necessario innanzi tutto, come vero fondamento di ogni impresa, provvedersi di un proprio esercito; perché non si possono avere soldati né più fedeli, né più leali, né migliori. E quantunque ciascuno di essi sia valente, tutti insieme diventeranno migliori, quando si vedranno comandare dal loro Principe. È necessario, pertanto, preparare questo esercito per potere, col valore degli italiani, difendersi dai nemici esterni.

6 - E benchè le fanterie svizzera e spagnola siano considerate terribili, tuttavia in entrambe ci sono difetti, per cui un terzo tipo di esercito potrebbe non solamente opporsi ad esse, ma aver la fiducia di batterle. Gli Spagnoli, infatti, non sanno resistere all’assalto della cavalleria e gli Svizzeri debbono temere i fanti, quando ritrovano questi determinati a combattere come loro. Perciò si è visto, e si vedrà, che gli Spagnoli non hanno la forza di sostenere l’urto della cavalleria francese, e gli Svizzeri essere sconfitti dalla fanteria spagnola. E benchè quest’ultimo caso non si sia visto del tutto nella realtà, tuttavia se ne è veduto un saggio nella battaglia di Ravenna, quando le fanterie spagnole affrontarono i battaglioni tedeschi che adottano lo stesso schieramento degli Svizzeri: gli Spagnoli, con l’agilità del corpo e l’uso dei loro brocchieri, erano penetrati sotto le picche nemiche e li colpivano stando al sicuro, senza che i Tedeschi vi avessero scampo; e se non fosse arrivata la cavalleria che li assaltò, li avrebbero uccisi tutti. Si può, dunque, conosciuto il difetto dell’una e dell’altra di queste fanterie, istituirne una di tipo nuovo, che resista ai cavalli e non abbia paura dei fanti, e questo risultato può essere raggiunto dal tipo di armi e dal nuovo tipo di schieramento sul campo di battaglia. E l’esercito è una di quelle cose che, con un nuovo modello di schieramento, dà prestigio e grandezza a un Principe nuovo.

7 - Non si deve dunque lasciar passare questa occasione affinchè l’Italia, dopo tanto tempo, veda un suo redentore. Né posso esprimere con quale amore sarebbe accolto in tutte quelle regioni che hanno patito per queste invasioni straniere; con quale sete di vendetta, con quale fede ostinata, con quale devozione, con quali lacrime. Quali porte verrebbero chiuse davanti a lui? Quali popoli gli negherebbero la loro obbedienza? Quale rivalità gli si opporrebbe? Quale Italiano gli negherebbe il rispetto? A ognuno puzza questo barbaro dominio! Prenda dunque, l’illustre Casa Vostra, questo impegno, con quel coraggio e quella speranza con cui si prendono le imprese giuste, affinché sotto la sua insegna la patria sia nobilitata e sotto i suoi auspici si avveri quel detto del Petrarca:

 

Virtù contra furore

Prenderà l’arme; e fia ’l combatter corto:

Ché l’antico valore

Nell’italici cor non è ancor morto.

 

 glossario minimo

congressi dei pochi - piccoli gruppi (combattimenti fra ...)

contennendo - disprezzabile

etico - malato di tisi

felice - appagato

fortuna - sorte (spesso non tradotto), in senso positivo e negativo

globo - massa, fare globa, fare massa, tutt’uno

liberalità - generosità, munificità

occasione - condizione generale in cui si trova un popolo favorevole a chi vuole conquistare il potere

ordine - ordinamento militare, esercito

però - perciò

prudente - saggio, previdente

redimere - liberare, riscattare

reputazione - autorità, prestigio, fama

revoluzione - mutamento

universale, universalità - maggioranza (dei sudditi)

virtù - abilità politica (spesso non tradotto), capacità di prendere le decisioni opportune al momento opportuno quando sono imposte dalla necessità di conquistare e mantenere il potere

BIBLIOGRAFIA

- Niccolò Machiavelli, Il Principe e pagine dei «Discorsi» e delle «Istorie», a cura di Luigi Russo, tredicesima edizione, Sansoni editore, Firenze, stampato a Firenze nello stabilimento tipografico già G. Civelli, via Faenza, 71, settembre 1967

- Niccolò Machiavelli, Il Principe, La Mandragola e altre opere, a cura di Gian Mario Anselmi, Elisabetta Menetti e Carlo Varotti, collana di classici italiani commentati diretta da Cesare Segre, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1993

- Niccolò Machiavelli, Il Principe, a cura di Bruna Cordati, collana Classici italiani commentati scelti da Bruna Cordati, sesta ristampa, Loescher, Torino 1989

- Niccolò Machiavelli, Il Principe, testo originale con la versione in italiano di oggi di Piero Melograni, BUR superclassici, Rizzoli, Milano 1991

- Niccolò Machiavelli, Il Principe, con un saggio di Raymond Aron su «Machiavelli e Marx», introduzione, note e glossario ideologico, BUR, Rizzoli, Milano1986

 

Si è cercato di rispettare la costruzione del periodare machiavelliano senza stravolgerlo con espressioni moderne che avrebbero potuto rendere solo un’idea un po’ pallida del suo pensiero

 

 

Indice Biblioteca Progetto Machiavelli

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 04 gennaio 2010