Federico II di Prussia

 

L'Antimachiavelli

ed. 1807

Traduzione di Adriana Pozzi Ceriani

Per gentile concessione della traduttrice

Federico II

L'Antimachiavel

 Ovvero

ANALISI DELL’OPERA DI MACHIAVELLI

 Intitolata

IL PRINCIPE

Traduzione di

Adriana Pozzi Ceriani

per gentile concessione della traduttrice

Edizione di riferimento

Frédéric 02 (roi de Prusse; 1712-1786), Oeuvres, vol. I, A Postdam: aux dépens des associés, 1805

CAPITOLO I

Quanti tipi di Principati vi sono, e come si possono ottenere

Quando si vuole esaminare un argomento in modo corretto, si deve anzitutto approfondirne la natura, risalire fino all’origine per conoscerne per quanto possibile i primi principi; in tal modo risulterà più facile inquadrarne i progressi e tutte le conseguenze che possono derivarne. Prima di stabilire le diversità degli Stati, mi pare che Machiavelli avrebbe dovuto prendere in esame l’origine dei prìncipi e studiare le ragioni che possono aver spinto degli uomini liberi ad attribuirsi dei Padroni.

Forse sarebbe stato meglio, in un libro in cui ci si proponeva di dogmatizzare il crimine e la tirannia, non parlare di ciò che avrebbe dovuto distruggerli; Machiavelli avrebbe potuto fare a meno di dire che i popoli, per mantenere la pace e la sopravvivenza, hanno ritenuto necessario avere dei giudici per sistemare i loro litigi, dei protettori per aiutarli a difendere il possesso dei loro beni dall’aggressività dei loro nemici, dei sovrani per riunire tutti i loro molteplici interessi in un unico interesse comune; e infine che hanno scelto anzitutto quelli fra loro che ritenevano i più saggi, i più imparziali, i più disinteressati, i più umani, i più coraggiosi per governarli.

È dunque la giustizia, si sarebbe detto, che deve rappresentare lo scopo principale di un sovrano, è dunque il bene dei popoli che governa che egli deve anteporre a qualsiasi altro interesse. A cosa portano allora tutte quelle idee di interesse, di grandezza, di ambizione e di despotismo? Possiamo concludere che il sovrano, ben lungi dall’essere il padrone assoluto dei popoli che sono sotto il suo dominio, per quel che lo concerne non ne è che il primo servitore.

Dato che mi sono imposto di controbattere in dettaglio quei principi perniciosi, mi riservo di parlarne non appena il soggetto di ogni capitolo me ne darà l’occasione.

Devo comunque dire ciò che ho dedotto in generale sull’origine dei sovrani: secondo me essa rende l’azione degli usurpatori ancora più atroce di quanto non sia prendendo in considerazione unicamente la loro violenza; poiché essi si oppongono completamente al volere dei popoli, che si sono scelti dei sovrani per farsi proteggere, e che si sono sottomessi a una sola condizione: invece di ubbidire all’usurpatore, devono sacrificare se stessi e tutti i loro beni per soddisfare l’avarizia e tutti i capricci di un tiranno. Vi sono quindi soltanto tre modi legittimi per diventare padroni di un paese: o per successione, o mediante l’elezione da parte dei popoli che ne hanno il potere, o quando con una guerra giustamente intrapresa siano state conquistate alcune provincie che appartenevano al nemico.

Prego coloro a cui quest’opera è da me destinata di non dimenticare queste osservazioni sul primo capitolo di Machiavelli, poiché sono come un perno su cui ruoteranno tutte le mie riflessioni che seguiranno.

CA P I T O L O II

 Principati Ereditari.

Gli uomini hanno un certo rispetto per tutto ciò che è antico, e arrivano fino alla superstizione; e quando il diritto di eredità si unisce al potere che ha sugli uomini l’antichità, non vi è giogo più pesante che non si possa portare più facilmente. Sono quindi ben lungi dal contestare a Machiavelli ciò che tutti gli potranno concedere, e cioè che i regni ereditari sono i più facili da governare.

Mi limiterò ad aggiungere che i Principi ereditari sono radicati nel loro possesso dall’intimo legame che esiste fra loro e le famiglie più potenti dello Stato, la maggior parte dei quali devono i loro beni o la loro grandezza alla casa sovrana, e la cui fortuna è così inseparabile da quella del principe che non possono abbandonarla senza pensare che ne deriverebbe inevitabilmente la loro caduta.

Ai giorni nostri, le numerose truppe e i potenti eserciti che i principi tengono in funzione, sia in pace che in guerra, contribuiscono ancora alla sicurezza degli Stati. Essi impediscono le azioni dei principi vicini, e rappresentano delle spade snudate che riescono a mantenere nel fodero quelle degli altri.

Non è però sufficiente che il principe sia, come dice Machiavelli, di “Ordinaria industria”, io ambirei anche che egli si sforzasse di rendere felice il suo popolo. Un popolo soddisfatto non penserà mai a rivoltarsi, un popolo felice teme più di perdere il suo principe, che nello stesso tempo è anche il suo benefattore, di quanto quello stesso sovrano non tema la diminuzione del suo potere. Gli Olandesi non si sarebbero mai ribellati agli Spagnoli, se la tirannia degli Spagnoli non avesse raggiunto un tale eccesso per cui gli Olandesi non avrebbero potuto essere più disperati.

Il Regno di Napoli e quello di Sicilia sono passati più di una volta dalle mani degli Spagnoli a quelle dell’imperatore, e dall’imperatore agli Spagnoli; la conquista è stata sempre molto facile, poiché sia l’una che l’altra dominazione sembravano loro molto rigide, e quindi quei popoli speravano sempre di trovare dei liberatori nei loro nuovi padroni.

Che differenza fra quei Napoletani e i Loreni! Quando sono stati obbligati a cambiare dominazione, tutta la Lorena era in lacrime; non volevano perdere il rampollo di quei duchi che da tanti secoli erano in possesso di quel paese così fiorente, quei duchi fra cui molti furono dotati di tanta bontà che meritarono di essere d’esempio ai Re. Il ricordo del duca Leopoldo era ancora così cara ai Loreni, che quando la sua vedova fu costretta a partire da Luneville, tutto il popolo si mise in ginocchio davanti alla sua carrozza, e si dovettero fermare i cavalli parecchie volte. Si sentivano solo lamenti e si vedevano solo lacrime.

C A P I T O L O III

Dei Principati Misti

Il quindicesimo secolo, durante il quale visse Machiavelli, era ancora un’epoca di barbari. In quel tempo si prediligeva la gloria funesta dei conquistatori, e di quelle azioni decisive che impongono un certo rispetto, mediante la loro grandiosità, verso la dolcezza, l’equità, la clemenza, e tutte le virtù. Al giorno d’oggi, noto che si preferisce l’umanità a qualsiasi altra dote di un conquistatore, e non esiste più la follia di incoraggiare con delle lodi le passioni crudeli che possono rivoluzionare il Mondo.

Io mi domando che cosa possa condurre un uomo a diventare potente. Grazie a che cosa potrebbe mirare ad elevare la sua potenza a scapito della miseria e della distruzione di altri? E come potrebbe pensare di diventare famoso rendendo infelici gli altri? Le nuove conquiste di un sovrano non rendono più fiorenti né più ricchi gli Stati che già possedeva; i suoi popoli non ne traggono giovamento, e se pensa di diventare così più felice si sbaglia di grosso. Quanti principi hanno fatto conquistare dai loro generali delle provincie che non vedranno mai? Si tratta quindi di conquiste che si possono considerare immaginarie, e che rappresentano una realtà molto relativa per i principi che le hanno comandate; significa rendere molto infelice tanta gente per soddisfare la fantasia di una sola persona, che spesso non valeva neppure la pena di conoscere.

Supponiamo però che questo conquistatore riesca a dominare tutti: riuscirà poi a governare tutta questa gente a lui sottomessa? Per quanto possa essere un grande principe, non sarà che una persona dalla mentalità molto ristretta; riuscirà appena a ricordarsi il nome delle sue provincie, e la sua grandiosità non potrà che mettere in risalto la sua reale piccineria.

Non è certo la vastità del suo principato che dà maggior gloria al principe: non sono quelle leghe in più di terreno che lo renderanno illustre, altrimenti coloro “che possiedono più arpenti di terra dovrebbero essere i più stimati”.

L’errore di Machiavelli sulla gloria dei conquistatori potrebbe essere tipica della sua epoca, ma la sua cattiveria non lo era sicuramente. Non vi è niente di più orrendo di certi mezzi che egli suggerisce per mantenere delle conquiste fatte; prendendoli in esame, non ce n’è uno che sia ragionevole o giusto. “Si deve – dice quest’uomo crudele –estinguere la dinastia dei principi che regnavano prima della vostra conquista” Vi sembra possibile leggere tali precetti senza fremere di orrore e di indignazione? Significa calpestare quanto vi sia di santo e di sacro al mondo, aprire all’interesse la strada di tutti i delitti. Come?! Se un ambizioso si è impadronito mediante violenza degli Stati di un principe, avrà il diritto di farlo assassinare, avvelenare? Ma lo stesso conquistatore, comportandosi in tal modo, instaura una pratica nel Mondo che non potrà che ritorcersi a suo danno. Un altro, più ambizioso e più abile di lui, lo punirà con la legge del taglione, invaderà i suoi Stati e lo farà morire con la stessa crudeltà con cui egli aveva fatto morire il suo predecessore. Il secolo di Machiavelli ce ne mostra fin troppi esempi. Abbiamo visto Papa Alessandro VI, quasi spodestato per i suoi crimini; il suo spregevole Bastardo Cesare Borgia spogliato di tutte le terre che aveva invaso e morto in miseria; Galeazzo Sforza assassinato nella Chiesa di Milano; Luigi Sforza, usurpatore, morto in Francia in una gabbia di ferro; i principi di York e di Lancaster distruggersi a vicenda; gli Imperatori di Grecia assassinati gli uni dagli altri, finché i Turchi hanno approfittato dei loro crimini sterminando la loro debole potenza. Se oggi fra i Cristiani vi sono meno rivoluzioni, è perché i principi di sana moralità sono sempre più numerosi: gli uomini hanno arricchito maggiormente lo spirito, sono divenuti meno feroci; e forse possiamo ringraziare per questo i Letterati, che hanno migliorato l’Europa.

La seconda massima di Machiavelli è che il conquistatore deve stabilire la sua residenza nei suoi nuovi Stati. Questo non è crudele, e sembra anche abbastanza di buon senso sotto un certo aspetto; bisogna però prendere in considerazione il fatto che la maggior parte degli Stati dei grandi principi è situata in modo che essi non possano abbandonarne il centro senza che tutto lo Stato ne risenta. Essi sono il primo inizio di attività in quel complesso, e quindi non possono lasciare il centro senza che le estremità deperiscano.

La terza massima di politica è “che bisogna creare delle colonie per mantenerle nelle nuove conquiste, poiché serviranno ad assicurarne la fedeltà”.

L’autore si basa sulla pratica dei Romani, ma non pensa che se i Romani, mandando delle colonie, non avessero anche inviato delle legioni, avrebbero rapidamente perduto le terre conquistate; non pensa che, oltre a quelle colonie e a quelle legioni, i Romani sapevano anche procurarsi degli alleati. I Romani, al tempo felice della Repubblica, erano i briganti più saggi che abbiano mai offuscato la terra. Conservavano con prudenza tutto quello che avevano conquistato con l’ingiustizia: ma alla fine quel popolo ebbe ciò che succede ad ogni usurpatore; fu oppresso a sua volta.

Cerchiamo ora di capire se quelle colonie, per organizzare le quali Machiavelli fa commettere tante ingiustizie al suo “Principe”, siano veramente tanto utili quanto pensa l’autore. O si mandano nei paesi conquistati di recente delle colonie potenti, o se ne mandano di deboli. Se le colonie sono forti, si rischia di spopolare in modo considerevole il proprio Stato e di scacciare molti nuovi sudditi, il che indebolisce le forze; se si mandano delle colonie deboli nei paesi conquistati, esse rischieranno di assicurare male il proprio possesso: il risultato sarà quindi che si renderanno infelici coloro che sono stati scacciati, senza peraltro averne tratto grande vantaggio.

È quindi molto meglio mandare delle truppe nei paesi che sono appena stati sottomessi, poiché esse, mantenendo la disciplina e l’ordine, non calpesteranno i popoli né saranno a carico delle città che dovranno sorvegliare. Questa politica è più saggia, ma non poteva essere di dominio comune ai tempi di Machiavelli I sovrani non possedevano grandi eserciti, e quelle truppe erano per la maggior parte un branco di banditi, che solitamente vivevano solo di violenze e di rapine. Allora non si poteva neppure immaginare che potessero esistere delle truppe arruolate anche in tempo di pace sotto una bandiera, un servizio di leva, delle caserme e mille altri regolamenti che garantiscono la sicurezza di uno Stato in tempo di pace, contro i suoi vicini, e anche contro i soldati pagati per difenderlo.

“Un principe deve attirare a sè, e proteggere i piccoli principi suoi vicini, seminando rivalità fra di loro, in modo da innalzare, o abbassare chi vuole”. È la quarta massima di Machiavelli, ed è così che fece Clovis, il primo re barbaro che si fece cristiano e fu imitato da alcuni principi non meno crudeli. Ma quanta differenza fra quei tiranni e un uomo onesto, che potrebbe essere il mediatore di quei piccoli principi, che risolverebbe i loro litigi equamente, che conquisterebbe la loro fiducia con la sua giustizia e con piena imparzialità nelle loro questioni, e del tutto disinteressatamente! La sua prudenza lo renderebbe un padre per i suoi vicini, invece di esserne l’oppressore, e la sua grandezza li proteggerebbe, invece di danneggiarli.

È anche vero che dei principi che hanno voluto allevare altri principi nella violenza si sono auto-danneggiati; il nostro secolo ne ha dato due esempi. Uno è quello di Carlo XII che ha allevato Stanislao per il trono della Polonia, e l’altro è ancora più recente. Ne concludo quindi che l’usurpatore non sarà mai degno di gloria; che gli assassinii saranno sempre odiati dal genere umano; che i principi che commettono delle ingiustizie e delle violenze nei riguardi dei loro nuovi sudditi si inimicheranno tutti invece di guadagnarne la fiducia, che non è possibile giustificare i crimini, e che tutti coloro che vorranno farne l’apologia ragioneranno male come Machiavelli. Rivolgere l’arte del ragionamento contro il bene dell’umanità è come ferirsi con una spada che ci è stata data per difenderci.

CAPITOLO IV

Per quale ragione il Regno di Dario non si ribellò

dopo la morte di Alessandro, che l’aveva occupato.

Per dare un giudizio esatto sul genio delle varie nazioni, è necessario paragonarle le une alle altre. Machiavelli in questo capitolo fa un confronto fra i Turchi ed i Francesi, che tanto differiscono fra loro negli usi, costumi e modo di pensare. Egli esamina le ragioni che rendono la conquista di questo primo Impero difficile da mettere in atto, ma facile da mantenere; osserva inoltre ciò che potrebbe contribuire a far soggiogare la Francia senza troppa fatica, e ciò che minaccia senza sosta il riposo dell’invasore creando innumerevoli disordini.

L’Autore si limita però ad osservare le cose da un solo punto di vista, e arriva solo alla costituzione dei Governi. Sembra ritenere che la potenza dell’Impero dei Persiani e dei Turchi fosse basata unicamente sulla Schiavitù generale di tali Nazioni, e sulla sola elevazione al potere di un unico uomo che ne è il Capo. Secondo lui un Despotismo senza alcuna restrizione, ben stabilito, è il mezzo più sicuro che possa avere un principe per regnare senza problemi e per resistere validamente ai suoi nemici.

Al tempo di Machiavelli in Francia i grandi e i nobili erano ancora considerati dei piccoli sovrani che condividevano in qualche modo la potenza del principe; il che creava delle separazioni, rinforzava i partiti e fomentava spesso delle rivolte. Io non so però se il Gran Signore non è più facilmente soggetto ad essere detronizzato che non un Re di Francia. La differenza che esiste fra di loro è che un imperatore Turco è solitamente strangolato dai Giannizzeri, che i Re di Francia che sono morti, sono stati assassinati da Monaci, o da mostri che i monaci avevano formato. Ma Machiavelli in questo capitolo parla piuttosto di rivoluzioni generali che di casi particolari: egli ha infatti scoperto alcune delle molle che compongono una macchina molto complessa, però mi sembra che non abbia esaminato le più importanti.

La differenza di clima, di alimentazione e di educazione degli uomini determina una differenza totale nel loro modo di vivere e di pensare; donde la differenza fra un monaco Italiano e un letterato Cinese. Il temperamento di un Inglese, profondo ma ipocondriaco, è completamente diverso dal coraggio orgoglioso di uno Spagnolo, e un Francese potrebbe assomigliare così poco ad un Olandese, come la vivacità di una scimmia alla flemma di una tartaruga.

È stato osservato in ogni tempo che il genio dei popoli orientali è dato da uno spirito di costanza verso le abitudini e i costumi antichi, da cui non si distaccano quasi mai. La loro religione, diversa da quella degli Europei, li obbliga ancora in qualche maniera a non favorire l’iniziativa di coloro che essi chiamano gli infedeli, a scapito dei loro padroni, e ad evitare scrupolosamente tutto ciò che potrebbe nuocere alla loro religione e sconvolgere il loro governo. Ecco ciò che rappresenta la sicurezza del trono piuttosto che quella del monarca, poiché il monarca può essere detronizzato, ma l’impero non viene mai distrutto.

Il genio della nazione Francese, completamente diverso dai Musulmani, è stato appunto, o almeno in parte, la causa delle frequenti rivoluzioni di questo regno. La leggerezza e l’incostanza sono tipiche del carattere di questa amabile nazione. I Francesi sono inquieti, libertini e molto inclini ad annoiarsi di tutto; la loro passione per i cambiamenti si è manifestata anche nelle cose più gravi. Pare che quei cardinali, odiati e stimati dai Francesi, che hanno successivamente governato questo impero, abbiano approfittato delle massime di Machiavelli per sminuire i grandi, e della conoscenza del genio della nazione per sviare quelle frequenti tempeste durante le quali la leggerezza dei sudditi minacciava senza sosta i sovrani.

La politica del cardinale de Richelieu aveva come unico scopo quello di sminuire i grandi per aumentare la potenza del Re, e per farne la base di tutte le parti dello Stato. Vi riuscì così bene, che al giorno d’oggi in Francia non vi sono più tracce della potenza dei signori e dei nobili, e di quel potere di cui, secondo i Re, avevano abusato i grandi.

Il cardinale Mazarino seguì le orme di Richelieu; trovò molti oppositori, ma vi riuscì. Per di più spogliò il parlamento delle sue prerogative, in modo che questa associazione oggi non è che un fantasma, che riesce ancora talvolta a immaginare di essere un corpo, ma che sappiamo che poi si pente di tale errore.

La stessa politica che portò i ministri a instaurare un dispotismo assoluto in Francia insegnò loro l’abilità di usare la leggerezza e l’incostanza della nazione per renderla meno pericolosa: mille occupazioni frivole, le sciocchezzuole, i vani piaceri spodestarono il genio dei Francesi; in tal modo che quegli stessi uomini che avevano per tanto tempo combattuto il grande Cesare, che avevano scosso tanto spesso il giogo sotto gli imperatori, che chiamarono gli stranieri a soccorso al tempo dei Vallesi, che si allearono contro Enrico IV, che complottarono sotto le minoranze; quei Francesi, dicevo, oggigiorno non si occupano che di seguire il corso della moda, di cambiare spesso di gusti, di disprezzare oggi ciò che ieri ammiravano, di fare tutto con leggerezza e incostanza, di cambiare amanti, luoghi, divertimenti e follie. E non è tutto, poiché degli eserciti potenti e un gran numero di fortezze assicurano per sempre ai sovrani il possesso di questo regno, ed essi non hanno nulla da temere, né guerre intestine né assalti dei loro vicini.

CAPITOLO  V

In che modo si debbano governare le città e i Principati

che prima di essere occupati si reggevano con le loro leggi.

Non vi è altro modo certo, secondo Machiavelli, per conservare uno Stato libero appena occupato, che quello di distruggerlo; è il sistema più sicuro per non dover temere una rivolta. Un Inglese commise la follia di uccidersi, qualche anno fa a Londra; sul tavolo fu rinvenuta una lettera in cui egli giustificava il suo atto, affermando che si era tolto la vita per non ammalarsi mai. Ecco il caso di un principe che distrugge uno Stato per non perderlo. Non parlo di umanità, con Machiavelli sarebbe come profanare la virtù. Si può smentire Machiavelli con le sue stesse parole, con quell’interesse, l’anima del suo libro, questo dio della politica e del crimine.

Voi dite, Machiavelli, che un principe deve distruggere un paese libero, appena occupato, per poterlo possedere con più sicurezza. Ma, ditemi, a che scopo ha intrapreso tale conquista? Mi direte che è stato per aumentare il suo potere e per divenire più potente. È proprio ciò che volevo sentire, per dimostrarvi che seguendo le vostre massime egli fa tutto il contrario; poichè questa conquista gli viene a costare ancora più cara, ed egli rovina l’unico paese che avrebbe potuto compensarlo delle sue perdite. Mi direte che un paese saccheggiato, privato di abitanti, non potrebbe rendere potente un principe per averlo occupato. Io ritengo che un monarca che possedesse i vasti deserti della Libia e del Barca non sarebbe molto pericoloso, e che un milione di pantere, di leoni e di coccodrilli non varrebbe un milione di sudditi, delle città ricche, dei porti navigabili pieni di vascelli, dei cittadini laboriosi, delle truppe, e tutto ciò che un paese ben popolato può produrre.

Tutti sono d’accordo nell’affermare che la forza di uno Stato non consiste nell’estensione dei suoi confini, ma nel numero dei suoi abitanti. Confrontate l’Olanda con la Russia, non vedrete che delle isole paludose e sterili che sorgono dal cuore dell’oceano, una piccola Repubblica che misura solo 48 leghe di lunghezza su 40 di larghezza; ma quel piccolo corpo è tutto nervi. È abitato da una popolazione immensa, e quella gente laboriosa è molto potente e molto ricca; ha scosso il giorgo della dominazione spagnola, che a quel tempo era la monarchia più fiorente d’Europa. Il commercio di questa repubblica si estende fino ai confini del mondo, essa si piazza immediatamente dopo i re, può mantenere in tempo di guerra un’armata di cinquantamila combattenti, senza contare una flotta numerosa e ben tenuta.

Guardate invece la Russia. È un paese immenso che si offre alla vostra vista; è un mondo che ricorda l’universo quando era appena uscito dal caos. Quel paese confina da un lato con la grande terra dei Tartari e con le Indie, dall’altro con il Mar Nero e l’Ungheria: le frontiere si stendono fino alla Polonia, la Lituania e la Curlandia; la Svezia confina con essa verso Nord-Ovest. La Russia può avere trecento miglia di confine con la Germania di larghezza, su più di cinquecento miglia di lunghezza. Il paese è fertile, ricco di grano, e fornisce tutti gli alimenti necessari alla vita, soprattutto nei dintorni di Mosca e verso la piccola terra dei Tartari; eppure, con tutti questi vantaggi, non contiene che quindici milioni di abitanti al massimo.

Questa Nazione, che comincia ora a figurare in Europa, non è certo più potente dell’Olanda per quanto riguarda le truppe di mare e di terra, e ne è molto inferiore quanto alle ricchezze e alle risorse.

La forza di uno Stato non giace per nulla nella vastità del territorio, né nel possesso di una vasta distesa solitaria o di un immenso deserto; ma nella ricchezza dei suoi abitanti e nel loro numero. L’interesse di un principe è quindi di popolare un paese, di renderlo fiorente, e non di devastarlo o distruggerlo. Se la cattiveria di Machiavelli fa orrore, il suo ragionamento fa pietà; e avrebbe fatto meglio ad imparare a ragionare correttamente invece di insegnare la sua mostruosa politica.

“Un principe deve stabilire la sua residenza in una Repubblica occupata di recente”: è la terza massima dell’autore. È più moderata delle altre; ma ho già spiegato nel terzo capitolo le difficoltà che possono opporsi a tale politica.

Mi sembra che un principe, che abbia conquistato una repubblica dopo avere avuto delle buone ragioni per combattere contro di essa, potrebbe accontentarsi di averla punita, e renderle poi la sua libertà. Pochi la penserebbero così: per coloro che la pensano diversamente, potrebbero mantenerne il possesso, creando delle specie di guarnigioni nei punti principali della loro nuova conquista, lasciando che il popolo goda di tutta la sua libertà.

Che pazzi siamo! Vogliamo conquistare tutto, come se avessimo il tempo di possedere ogni cosa, e come se potessimo durare fino all’infinito. Il nostro tempo passa troppo in fretta, e spesso quando crediamo di lavorare solo per noi, lavoriamo invece per dei successori indegni o ingrati.

CAPITOLO VI

Dei Principati nuovi, che il principe conquista

con il suo valore e con le sue armi.

Se gli uomini non avessero passioni, si potrebbe perdonare a Machiavelli di volerne dare loro; sarebbe un novello Prometeo che rapirebbe il fuoco celeste per animare degli automi. Le cose infatti non sono proprio in questi termini, poiché non esistono uomini privi di passioni. Quando esse sono moderate, sono l’anima della Società; ma quando si toglie ogni freno, ne diventano la distruzione.

Di tutti i sentimenti che tirannizzano la nostra anima, non ve n’è alcuno più funesto, per coloro che ne hanno l’impulso, né più contrario all’umanità, né più fatale al riposo del mondo, di una sfrenata ambizione, di una brama eccessiva di falsa gloria.

Un individuo che abbia la disgrazia di essere nato con delle simili disposizioni, è decisamente più spregevole che pazzo. È insensibile per quanto riguarda il presente, non esiste che per il futuro, nulla al mondo lo può soddisfare; l’assenzio dell’ambizione mescola sempre la sua amarezza alla dolcezza dei suoi piaceri.

Un principe ambizioso è più infelice di un individuo qualsiasi, poiché essendo la sua follia proporzionata alla sua grandezza, egli sarà ancora più vago, più indocile e più insaziabile. Se gli onori, se la grandezza possono alimentare la passione dei privati, le provincie e i regni nutrono le ambizioni dei monarchi; e dato che è più facile ottenere delle cariche e degli impieghi piuttosto che conquistare dei regni, i privati possono soddisfare le loro passioni più facilmente dei principi.

Machiavelli propone loro gli esempi di Mosè, di Ciro, di Romolo, di Teseo, e di Ierone. Si potrebbe ancora aggiungere dei nomi a questo elenco, prendendo quelli di qualche creatore di sette, come Maometto in Asia, Mango Kapac in America, Odino nel Nord, di tanti settari in tutto l’universo. E i gesuiti del Paraguay mi permettano di offrire loro un posticino, che non può essere che glorioso, in questo elenco, mettendoli nel numero dei legislatori.

La malafede con cui l’autore fa uso di questi esempi merita di essere messa in evidenza. È bene scoprire tutte le finezze e le furbizie di questo seduttore. Machiavelli riesce a vedere l’ambizione sotto la sua luce migliore, ammesso che ne abbia una: non parla che degli ambiziosi che sono stati baciati dalla fortuna, ma mantiene un silenzio profondo su quelli che sono stati vittime delle loro passioni; ciò significa influenzare la gente, e non si può negare che Machiavelli non si comporti in questo capitolo come un ciarlatano del crimine.

Perché, parlando del legislatore degli ebrei, del primo Monarca di Atene, del conquistatore dei Medi, del fondatore di Roma, i successi dei quali furono il risultato dei loro progetti, Machiavelli non aggiunge l’esempio di qualche capo di partito sfortunato, per dimostrare che se l’ambizione dà il successo ad alcuni, ne conduce altri alla perdizione? Non c’è stato forse un Jean de Leyde, capo degli anabattisti, torturato, bruciato e impiccato in una gabbia di ferro a Munster? Se Cromwell è stato felice, suo figlio non è forse stato detronizzato? Non ha forse visto portare al patibolo il corpo esumato di suo padre? Tre o quattro Ebrei, che si erano spacciati per il Messia, non sono forse morti fra atroci supplizi? E l’ultimo non è finito come sguattero presso il gran signore dopo essersi fatto Musulmano? Se Pipino detronizzò il suo Re con l’approvazione del Papa, il Duca di Guisa lo Sfregiato, che voleva detronizzare il suo con la stessa approvazione, non è stato forse assassinato? Non si contano forse più di trenta capi settari e più di mille altri ambiziosi che perirono di morte violenta?

Mi sembra d’altra parte che Machiavelli abbia messo molto sconsideratamente Mosè con Romolo, Ciro e Teseo. Mosè poteva essere ispirato, o non esserlo affatto. Se non lo era (cosa che ci guardiamo bene dal supporre), si potrebbe allora considerarlo unicamente come un impostore che si serviva di Dio, più o meno come i poeti usano i loro dei come degli artifici quando hanno bisogno di trovare una spiegazione. Mosè era quindi così incapace (ragionando umanamente), che guidò il popolo Ebreo per 40 anni su un cammino che avrebbero fatto comodamente in sei settimane; aveva tratto così poco profitto dai lumi degli Egiziani, e in questo senso era di gran lunga inferiore a Romolo, a Teseo e a tutti quegli eroi. Se invece Mosè era ispirato da Dio, come riteniamo senza alcun dubbio, non lo si può considerare che l’organo cieco di ogni potere divino, e colui che ha guidato gli Ebrei era in tal senso molto inferiore come uomo al fondatore dell’Impero Romano, al Monarca Persiano ed agli eroi che compivano con il loro valore e le loro proprie forze delle azioni molto più grandiose che non quelle compiute dall’altro con l’aiuto immediato di Dio.

Confesso in generale e senza essere prevenuto, che è necessario avere un grande genio, molto coraggio, abilità e spirito di comando per uguagliare gli uomini di cui abbiamo parlato pocanzi; ma non potrei affermare che si possano considerare virtuosi. Il valore e l’abilità possono essere doti possedute sia dai banditi di strada che dagli eroi: la differenza fra loro è che il conquistatore è un bandito illustre, e il bandito ordinario è un oscuro malfattore, uno riceve corone d’alloro e incenso a ricompensa delle suo violenze, e l’altro la corda del boia.

È vero che ogni volta che si vorranno introdurre delle novità nel mondo, si presenteranno mille ostacoli per impedirle, e che un profeta alla testa di un’armata farà più proseliti che non combattendo solo con degli argomenti.

È anche vero che la religione cristiana, reggendosi unicamente sulle dispute, è sempre stata debole e oppressa, e che si propagò in Europa soltanto dopo aver sparso molto sangue; ed è pure vero che si è potuto dar corso a delle opinioni e a delle novità con poca fatica. Quante religioni, quante sette sono state create con una facilità incredibile! Non esiste nulla di più adatto del fanatismo per dar credito a delle novità, e mi pare che Machiavelli abbia parlato in tono troppo categorico su questo argomento.

Mi resta ancora qualche osservazione da fare sull’esempio di Ierone di Siracusa, che Machiavelli cita ad esempio fra coloro che hanno raggiunto la gloria per mezzo delle amicizie e delle truppe.

Ierone si sbarazzò degli amici e dei soldati che l’avevano aiutato a mettere in atto i suoi progetti; fece nuove amicizie e ingaggiò altre truppe. Io sostengo, a dispetto di Machiavelli e degli ingrati, che la politica di Ierone era molto ingiusta, e che la prudenza insegna che è meglio fidarsi di truppe di cui si è già messo alla prova il valore, e di amici di cui si è già sperimentata la fedeltà, piuttosto che di sconosciuti, sui quali non si ha nessuna certezza. Lascio al lettore il compito di spingere questo ragionamento ancora più in là; tutti coloro che hanno orrore dell’ingratitudine e che sono tanto felici da conoscere da vicino la vera amicizia non esiteranno a pronunciarsi su questo soggetto.

Mi sento comunque in dovere di avvisare i lettori di stare attenti ai diversi significati che Machiavelli attribuisce alle parole. Non bisogna confondersi, quando dice “se manca l’occasione, la virtù si annulla”. Ciò significa per lui che se non vi fossero circostanze favorevoli, i furbi e i temerari non saprebbero fare uso del loro talento; è soltanto la somma dei crimini che può spiegare il significato oscuro delle parole di questo autore.

Mi sembra insomma, per concludere questo capitolo, che l’unica occasione in cui un individuo qualsiasi può aspirare a diventare Re senza commettere crimini è quando nasce in un Regno elettivo o quando ha liberato la sua patria.

Sobieski in Polonia, Gustavo Vaza in Svezia, gli Antonini a Roma, ecco i veri eroi di queste due categorie. Se Cesare Borgia è il modello dei Machiavellisti, il mio è Marco Aurelio.

CAPITOLO VII

Dei Principati nuovi, conquistati

con le armi altrui, o per buona sorte.

Fate un confronto fra il “principe” di M. Fénelon e quello di Machiavelli: vedrete subito nel primo il carattere di un uomo onesto, vi troverete bontà, giustizia, equità, tutte le virtù, insomma, al massimo grado; pare proprio che si tratti di uno di quegli intelletti eccelsi, di cui si può dire che abbiano la saggezza per poter governare il Mondo; nell’altro invece troverete scelleratezza, furberia, perfidia, tradimento, e “tutti” i crimini. Si tratta quindi di un mostro, che persino l’inferno avrebbe fatto fatica a generare. Se è vero che la nostra natura sembra assomigliare a quella degli angeli leggendo il “Telemaco”, quando si legge il “Principe” di Machiavelli sembra invece che si avvicini ai demoni dell’Inferno. Cesare Borgia, o il Duca Valentino, è il modello su cui l’Autore forma il suo “Principe”, e che ha l’impudenza di presentare come esempio a coloro che si innalzano nel mondo con l’aiuto dei loro amici o delle loro armi. È dunque indispensabile sapere chi fosse Cesare Borgia, per farsi un’idea dell’eroe, e dell’Autore che lo glorifica.

Non vi è crimine che Cesare Borgia non abbia commesso; fece assassinare suo fratello, rivale nella gloria e nell’amore, quasi sotto gli occhi di sua sorella; fece massacrare gli Svizzeri del Papa, per vendetta contro alcuni Svizzeri che avevano offeso sua madre; spogliò di tutti i loro averi dei Cardinali e dei ricchi, per saziare la sua cupidigia; tolse la Romagna al Duca d’Urbino che la possedeva; e fece giustiziare il crudele Dorco, suo vice-tiranno; fece assassinare a Senigallia, mediante un orrendo tradimento, alcuni principi la cui vita riteneva che contrastasse i suoi interessi; fece annegare una dama Veneziana di cui aveva abusato; insomma, quali crudeltà non vennero commesse per suo ordine? E chi potrebbe contare tutti i suoi crimini? Questo è l’uomo che Machiavelli predilige fra tutti i grandi Geni della sua epoca, e fra gli eroi dell’Antichità, e la cui vita e le cui azioni sono secondo lui degne di servire da esempio a tutti coloro che sono innalzati dalla sorte.

Io devo però contraddire Machiavelli più dettagliatamente, perché coloro che la pensano come lui non trovino più sotterfugi, e perché non possano in alcun modo nascondere la loro cattiveria.

Cesare Borgia fondò le basi della sua grandezza sulla distruzione dei principi d’Italia. Per usurpare tutti i beni dei miei vicini occorre indebolirli, e per indebolirli bisogna confonderli; questa è la logica degli scellerati.

Borgia voleva assicurarsi un appoggio, era quindi necessario che Alessandro VI accordasse una dispensa di matrimonio a Luigi XII perché egli potesse andare al suo soccorso. Fu così che tanti politici si fecero gioco del mondo, pensando unicamente ai loro interessi, e mostrando invece un grande attaccamento alle cose divine. Se il matrimonio di Luigi XII era destinato alla separazione, il Papa stesso avrebbe dovuto dichiararlo, ammesso che ne avesse avuto il potere; se invece tale matrimonio non fosse stato destinato alla rottura, il capo della Chiesa Romana non avrebbe dovuto prendere nessuna decisione in merito.

Borgia doveva necessariamente crearsi degli Alleati, perciò cercò di corrompere con dei doni la fazione degli Urbinati; ma non imputiamo a Borgia troppi crimini, e ignoriamo le sue corruzioni, se non altro perché hanno almeno qualche falsa rassomiglianza con le buone azioni. Borgia voleva liberarsi di alcuni principi del Casato di Urbino, di Vitellozzo, di Oliveto di Fermo, ecc., e Machiavelli dice che prese la precauzione di farli venire a Senigallia, dove li fece uccidere per tradimento.

Abusare della buona fede del prossimo, usare degli stratagemmi infami, tradire, spergiurare, assassinare, ecco ciò che chiama precauzione il Dottore della scelleratezza; ma io mi chiedo se si può chiamare precauzione il mancare di buona fede, lo spergiurare? Se si eliminano la buona fede e il giuramento, che cosa resterà come garanzia della fedeltà degli uomini? Prendete degli esempi di tradimento, avrete paura di essere traditi; prendete degli esempi di assassinio, avrete paura della mano dei vostri discepoli.

Borgia fece nominare Governatore della Romagna il crudele Dorco per reprimere dei disordini. Borgia punisce con barbarie negli altri dei vizi meno gravi dei suoi! Il più violento fra gli usurpatori, il più falso dei pergiuri, il più crudele degli assassini e degli avvelenatori, che condanna al supplizio più tremendo qualche ladruncolo, qualche malvivente che cerca di copiare il nuovo padrone nel suo piccolo e secondo le sue limitate capacità! Quel Re di Polonia, la cui morte ha causato tanti problemi in Europa, si comportava con molta più coerenza e nobiltà nei riguardi dei suoi sudditi Sassoni. Le leggi Sassoni condannavano tutti gli adulteri al taglio della testa. Non ho mai approfondito l’origine di quella legge barbara, che sembrerebbe convenire più alla gelosia Italiana che alla pazienza Tedesca.

Un disgraziato trasgressore di questa legge venne condannato, Augusto doveva firmare la condanna a morte; ma Augusto era sensibile all’amore e all’umanità, quindi concesse la grazia al criminale e fece abrogare una legge che tacitamente condannava lui stesso. Il comportamento di quel re era quello di una persona sensibile e umana; C.Borgia puniva unicamente in quanto era un feroce tiranno. Borgia poi metterà sotto accusa il crudele Dorco che aveva perfettamente eseguito i suoi ordini, per farsi bello castigando l’autore materiale della sua barbarie. Il peso della tirannia aumenta sempre di più quando il tiranno vuole apparire innocente e quando l’oppressione viene effettuata sotto la maschera della legge. Borgia, spingendo la sua previdenza fino oltre la morte del papa suo padre, cominciava con lo sterminare tutti quelli che aveva spogliato dei beni, perché il nuovo papa non potesse avvalersene contro di lui. Osservate la scaletta del crimine: per sopperire alle spese, bisogna avere dei beni; per averne, bisogna spogliare coloro che ne possiedono; e per goderli con tranquillità, bisogna sterminarli. Ragionamento da veri briganti di strada.

Borgia, per avvelenare alcuni cardinali, li invitò a cena da suo padre. Il papa e lui stesso bevvero per errore una bevanda avvelenata. Alessandro VI ne morì, Borgia riuscì a sopravvivere per poi vivere una vita disgraziata, degna ricompensa per degli avvelenatori e assassini.

Ecco le precauzioni, l’abilità e le virtù che Machiavelli non cessa di lodare: il famoso Vescovo di Meaux, il celebre Vescovo di Nimes, l’eloquente ammiratore di Traiano non avrebbero potuto dire di più dei loro eroi, di quanto non dica Machiavelli di Cesare Borgia Se l’elogio che egli ne fa non fosse che un’ode, o una figura retorica, si potrebbe lodare la sua sottigliezza pur detestando la sua scelta: ma è tutto il contrario, è un “Trattato di Politica” che deve essere tramandato ai posteri; è un’opera molto seria, nel quale Machiavelli ha l’impudenza di accordare delle lodi al mostro più abominevole che l’inferno abbia vomitato sulla terra. Ciò significa esporsi a sangue freddo all’odio del genere umano.

CAPITOLO VIII

 Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al principato.

Non faccio uso che delle parole stesse di Machiavelli per confutare i suoi argomenti. Cosa potrei dire di lui di più atroce se non che detta delle regole per coloro che salgono al massimo potere grazie ai loro crimini? È appunto il titolo di questo capitolo. Se Machiavelli insegnasse il crimine, se dogmatizzasse la perfidia in un’Università dei Traditori, non sorprenderebbe il fatto che trattasse dei soggetti di questo tipo; ma egli parla a tutti. Infatti un autore che si dà alla stampa vuole comunicare con tutto l’universo; egli si indirizza principalmente a quelle persone che dovrebbero essere le più virtuose, poiché sono destinate a governare gli altri. Che cosa c’è di più infame, di più insolente dell’insegnare loro il tradimento, la perfidia e l’assassinio? Si dovrebbe piuttosto desiderare per il bene comune che degli esempi simili a quelli di Agatocle e di Oliviero di Fermo, che Machiavelli gode a citare, fossero ignorati per sempre. La vita di un Agatocle, o di un Oliviero di Fermo, sarebbero in grado di sviluppare in un uomo che per istinto è portato verso la scelleratezza quel germe pericoloso che egli racchiude in sè, senza rendersene conto. Quanti giovani, che hanno dilettato il loro spirito con la lettura dei Romanzi, non vedono e non pensano più che con gli occhi e la mente di Gandalino o di Medoro? Vi è qualcosa di epidermico nel modo di pensare, se mi è concesso di esprimermi in questo modo, che si comunica da uno spirito all’altro. Quell’uomo straordinario, quell’avventuriero degno dell’antica cavalleria, quell’eroe vagabondo in cui tutte le virtù, spinte all’eccesso, degenerano in vizi, in una parola Carlo XII, portava con sè dalla più tenera infanzia la biografia di Alessandro il Grande, e molte persone che hanno conosciuto bene quest’Alessandro del nord sostengono che fu Quinto-Curzio che distrusse la Polonia, che Stanislao divenne re dopo Abdolomine, e che la battaglia di Arbelle fu la causa della disfatta di Pultava.

Mi è forse lecito scendere da un esempio così grandioso a degli esempi minori? Mi sembra che quando si tratta della storia dello spirito umano, quando non vi è più differenza di condizioni e di Stati, i re non sono che semplici uomini, e tutti gli uomini sono uguali, allora non sono che delle impressioni o dei cambiamenti in generale che hanno generato certe satire esterne sullo spirito umano.

Tutta l’Inghilterra è al corrente di quanto accadde a Londra qualche anno fa; fu rappresentata una commedia piuttosto mediocre con il titolo di Ladri e imbrogli di mascalzoni; il soggetto di questa commedia era l’imitazione di qualche tiro mancino e qualche furtarello dei ladri. Il risultato fu che all’uscita dalla rappresentazione molti si accorsero di non avere più i loro anelli, le loro tabacchiere, gli orologi, e l’autore si procurò così rapidamente dei discepoli, che misero in pratica i suoi insegnamenti nel teatro stesso. Ciò prova in modo evidente, mi pare, quanto sia pernicioso citare dei cattivi esempi.

La prima riflessione di Machiavelli su Agatocle e su Fermo si basa sui motivi che li sostennero nei loro piccoli Stati malgrado le loro crudeltà. L’autore li attribuisce al fatto di aver commesso tali crudeltà di proposito: dunque, essere prudentemente barbari ed esercitare la tirannia in seguito significa, secondo questo Politico, effettuare di colpo e tutti in una volta qualsiasi violenza e qualsiasi crimine che si ritiene possa essere utile ai propri interessi.

Fate assassinare tutti quelli che giudicate sospetti e di cui non vi fidate, e quelli che si dichiarano vostri nemici; ma non ritardate troppo la vostra vendetta. Machiavelli approva delle azioni simili ai Vespri Siciliani, all’orrendo massacro di San Bartolomeo, durante i quali vennero commesse crudeltà che fecero rabbrividire l’umanità intera. Questo mostro non prende neppure in considerazione l’orrore di quei crimini, purché vengano commessi in modo da impressionare i popoli, da terrorizzare al momento in cui sono effettuati, e lo giustifica dicendo che questi ricordi svaniscono più facilmente nel Pubblico, che non quelli delle crudeltà successive e continue dei Principi, come se non fosse altrettanto perverso di far morire mille persone in un giorno solo, che di farle assassinare a intervalli.

Non basta però confutare l’orrenda morale di Machiavelli, bisogna anche accusarlo di falsità e di mala fede.

Anzitutto è falso quello che scrive Machiavelli, e cioè che Agatocle abbia goduto in pace il frutto dei suoi crimini: è stato infatti quasi sempre in guerra contro i Cartaginesi; è stato persino obbligato ad abbandonare in Africa la sua armata, che ha massacrato i suoi figli dopo la sua partenza, e lui stesso morì avvelenato da una bevanda che suo nipote gli fece bere. Oliveto di Fermo morì a causa della perfidia dei Borgia, degna ricompensa dei suoi crimini; e dato che ciò avvenne un anno dopo la sua usurpazione, la sua caduta sembra così rapida che si direbbe abbia preceduto con la sua punizione ciò che l’odio del popolo gli preparava.

L’esempio di Oliveto di Fermo non dovrebbe quindi essere citato dall’autore, poiché non prova assolutamente nulla. Machiavelli afferma che il crimine l’ha reso felice, e si compiace di avere delle buone ragioni per provarlo, o almeno un argomento discreto da produrre.

Supponiamo però che il crimine possa essere commesso senza problemi, e che un tiranno possa esercitare impunemente la scelleratezza; anche se non dovesse temere una morte tragica, sarebbe ugualmente infelice vedendosi oggetto del disprezzo del genere umano; non potrebbe mai soffocare quel rimorso di coscienza dentro di sè; non potrebbe mai imporre il silenzio a quella voce potente che si fa sentire sui troni dei re, non potrebbe mai evitare quella malinconia funesta che colpirà la sua immaginazione, che sarà il suo giustiziere in questo mondo.

Leggendo la Vita di un Dionisio, di un Tiberio, di un Nerone, di un Luigi XI, di un tiranno Basilowitz, ecc., si noterà che quei mostri, ugualmente insensati e furiosi, finirono i loro giorni nel modo più infelice del mondo.

L’uomo crudele ha un temperamento misantropo e irascibile: se non combatte dalla più tenera età questa disgraziata tendenza del suo corpo, diventerà inevitabilmente furioso ed insensato. Se anche non vi fosse giustizia sulla terra né Divinità in cielo, sarebbe ancora più necessario che gli uomini fossero virtuosi, poiché la virtù li unisce, ed è assolutamente necessaria per la loro conservazione, e il crimine non può che renderli sfortunati e distruggerli.

CAPITOLO IX

Del Principato civile

Non esiste un sentimento più inseparabile dal nostro essere di quello della libertà. Dall’uomo più civilizzato al più barbaro, tutti ne sono ugualmente compenetrati; infatti, dato che veniamo al mondo senza catene di sorta, vogliamo vivere senza costrizioni. È appunto questo spirito di indipendenza e di fierezza che ha prodotto tanti grandi uomini nel Mondo, e che ha fatto nascere i governi repubblicani, che stabiliscono una specie di uguaglianza fra gli uomini, e li fanno vivere in una condizione quasi naturale.

Machiavelli offre in questo capitolo delle buone massime di politica a coloro che si innalzano al potere supremo, con il consenso dei capi di una repubblica. Ecco forse l’unico caso in cui permette di essere onesti; ma purtroppo questo caso non si presenta quasi mai. Lo spirito repubblicano, estremamente geloso della sua libertà, si offusca dinanzi a tutto quello che può causargli impedimenti, e si ribella alla sola idea di avere un padrone. Conosciamo in Europa dei popoli che hanno scosso il giogo dei loro tiranni per godere dell’indipendenza; ma non ne conosciamo di liberi che si siano assoggettati ad una schiavitù volontaria.

Parecchie repubbliche sono ricadute con il passar del tempo sotto il Dispotismo, sembra anche che si tratti di una disgrazia inevitabile che finisce con il coinvolgerle tutte.

Infatti, come potrebbe una Repubblica resistere in eterno a tutte le cause che minano la sua libertà? Come potrebbe frenare per sempre l’ambizione dei grandi che essa nutre in seno? Come potrebbe alla lunga controllare le seduzioni, le tacite manovre dei suoi vicini, e la corruzione dei suoi membri, finché l’interesse regnerà sovrano fra gli uomini? Come può sperare di uscire sempre felicemente dalle guerre che dovrà sostenere? Come potrà prevenire quelle circostanze perniciose per la libertà, quei momenti critici e decisivi, e quelle incognite che favoriscono i corrotti e gli audaci? Se le truppe sono comandate da Capi vigliacchi e timidi, essa sarà preda dei suoi nemici; e se alla testa delle truppe vi sono uomini validi e coraggiosi, essi diventeranno pericolosi in tempo di pace, dopo essere stati utili in tempo di guerra.

Le repubbliche si sono quasi tutte innalzate dall’abisso della tirannia al culmine della libertà, e sono poi quasi tutte ricadute da quella libertà nella schiavitù. Quegli stessi Ateniesi, che dai tempi di Demostene oltraggiavano Filippo il Macedone, strisciarono dinanzi ad Alessandro; quegli stessi Romani che aborrivano la Monarchia, dopo aver espulso i re sopportarono pazientemente, dopo alcuni secoli, tutte le crudeltà dei loro imperatori; e quegli stessi Inglesi, che condannarono a morte Carlo I poiché calpestava i loro diritti, persero tutto il loro coraggio sotto il potere arrogante del loro protettore. Non sono quindi queste Repubbliche che si sono scelte dei padroni, ma sono degli uomini intraprendenti che, con l’aiuto di circostanze favorevoli, le hanno sottomesse contro la loro volontà.

Come gli uomini nascono, vivono per un certo tempo, e muoiono di malattia o di vecchiaia, allo stesso modo le Repubbliche si formano, fioriscono per qualche secolo, e periscono infine per l’audacia di un cittadino o per le armi dei loro nemici. Ogni cosa ha il suo tempo; tutti gli Imperi, e anche le più grandi monarchie hanno il loro tempo. Le repubbliche sentono tutte che questo tempo prima o poi arriverà, e tengono d’occhio ogni famiglia troppo potente, come il germe della malattia che provocherà la loro morte.

Non si potrà mai convincere dei repubblicani veramente liberi a sottostare ad un padrone, anche se fosse il miglior padrone, poiché essi vi diranno sempre che è meglio dipendere dalle leggi che dai capricci di un solo uomo.

CAPITOLO X

Di come si misurano le forze di tutti i Principati.

Da quando Machiavelli ha scritto il suo “Principe” politico, il mondo è così cambiato che quasi non lo si riconoscerebbe. Se qualche abile capitano di Luigi XII riapparisse ai giorni nostri, resterebbe completamente disorientato. Vedrebbe che ora si fa la guerra con una quantità enorme di soldati, che si riescono a mala pena a tenere durante le Campagne, mantenuti e addestrati sia in tempo di pace che in tempo di guerra, mentre ai suoi tempi bastava avere un pugno di uomini per far prova di forza e per mettere in atto le grandi imprese, e le truppe erano congedate a guerra finita. Al posto di quelle armature di ferro, di quelle lance, di quegli archibugi a ruota, troverebbe delle divise di ordinanza, dei fucili e delle baionette, dei sistemi nuovi per accamparsi, per assediare, per combattere, e l’arte di far sussistere delle truppe, altrettanto necessaria ai tempi nostri di quanto non potesse essere allora l’arte di sopraffare il nemico. Ma cosa non direbbe Machiavelli stesso, se potesse vedere la nuova composizione del corpo politico dell’Europa, tanti grandi principi che vi sono attualmente nel mondo, e che allora non esistevano affatto? La potenza dei re solidamente affermata, il modo di negoziare dei sovrani, e questo bilanciamento in Europa che contrappone agli ambiziosi l’alleanza di alcuni principi molto potenti, e che ha lo scopo di ottenere la pace nel mondo?

Tutto ciò ha provocato un cambiamento così generale e universale, da rendere la maggior parte delle massime di Machiavelli inapplicabile alla nostra politica moderna; è appunto quello che indica principalmente questo capitolo, e ne citerò qualche esempio.

Machiavelli afferma “che un principe il cui paese è molto esteso, e che possiede inoltre molti soldi e delle truppe, può sostenersi con le proprie forze, senza l’aiuto di nessun alleato, contro gli attacchi dei suoi nemici”.

È ciò che mi permetto di contraddire. Dirò di più, io sostengo che un principe, per quanto possa essere temuto, non sarebbe in grado di resistere da solo a dei nemici potenti, e che avrebbe senz’altro bisogno dell’aiuto di alcuni alleati. Se il più formidabile, il più potente principe d’Europa, Luigi XIV, stava quasi per soccombere nella guerra di successione di Spagna, e che per mancanza di alleati non riuscì quasi più a resistere all’unione di tanti re e principi che ritenevano di poterlo battere, a maggior ragione qualsiasi sovrano inferiore a lui non potrà restare isolato e privato di alleati potenti, senza rischiare troppo.

Si dice, e ciò viene ripetuto senza troppo riflettere, che i trattati sono inutili, poiché non si adempiono mai tutti gli articoli, e che nel nostro secolo le cose non sono molto cambiate in quel senso rispetto ai secoli precedenti. Io posso rispondere a coloro che la pensano in questo modo, che non dubito affatto che possano trovare degli esempi antichi, e anche molto recenti, di principi che non hanno fatto fronte ai loro impegni, ma che peraltro è sempre molto vantaggioso stipulare dei Trattati. Gli Alleati che vi procurerete saranno tutti nemici in meno, e se anche non vi fossero di grande aiuto, potrete sempre costringerli a restare neutrali almeno per un certo periodo di tempo.

Machiavelli parla poi dei “principini”, cioè di quei sovrani in miniatura che, non avendo che dei piccoli Stati, non possono mettere in piedi un’armata per una campagna. L’autore insiste molto sul fatto che essi debbano fortificare le loro capitali, in modo da potervisi rinchiudere con le loro truppe in tempo di guerra.

I principi italiani di cui parla Machiavelli non sono altro che degli ermafroditi, sovrani e privati nello stesso tempo; essi non recitano la parte dei gran signori che con i loro domestici, e ciò che si potrebbe consigliare loro di meglio sarebbe, mi pare, di diminuire in un certo senso l’opinione eccelsa che hanno della loro grandezza, dell’estrema venerazione che hanno per la loro razza illustre e antica, e dello zelo inviolabile che hanno per i loro stemmi. Le persone di buon senso dicono che sarebbe meglio apparire al mondo come dei signori che si sentono molto a loro agio, di abbandonare una buona volta i trampoli su cui li fa salire il loro orgoglio, di tenere unicamente un corpo di guardia sufficiente per scacciare i ladri dal loro castello nel caso in cui ve ne fossero di tanto avidi da cercarvi qualcosa, e di abbattere i bastioni, le mura, e tutto quello che può dar l’aria di un fortino alla loro abitazione.

Ed ecco le ragioni: la maggior parte dei piccoli Principi, per esempio quelli della Germania, si rovinano per le spese eccessive rispetto alle loro entrate, spese fatte per mania di grandezze; vanno in rovina per mantenere una vita di lusso, e per vanità finiscono in miseria o all’ospedale; non esiste un discendente di tutti i discendenti di un casato privilegiato che non immagini di mettersi nei panni di Luigi XIV, costruendo la sua Versailles, circondandosi di favorite, formando interi eserciti.

Esiste al giorno d’oggi un certo principe, appartenente a un nobile casato, che, per mania di grandezze, organizza la sua servitù come le truppe che proteggono il palazzo di un grande Re, e le proporzioni di tali truppe sono così minuscole, che occorrerebbe un microscopio per notarne ogni presidio; il suo esercito sarebbe forse abbastanza numeroso da poter rappresentare una battaglia al Teatro di Verona.

Ho anche detto che i piccoli Principi sbagliavano a fortificare le loro residenze, e la ragione è molto semplice; non potrebbero essere assediati dai loro simili, poiché i vicini, più potenti di loro, si occupano principalmente dei loro litigi e propongono loro una mediazione che non possono rifiutare; così, evitando spargimenti di sangue, le loro piccole discussioni vengono risolte con due tratti di penna.

A cosa servirebbero dunque le loro fortificazioni? Quand’anche fossero in grado di sostenere un assedio lungo quanto quello di Troia, contro i loro minuscoli nemici, non potrebbero mai sostenerne uno come quello di Gerico, di fronte alle armate di un potente monarca. Se d’altronde vi sono grandi potenze nel vicinato, non sono loro che possono decidere di restare neutrali, o sarebbero completamente rovinati. E se appoggiano il partito di una delle potenze belligeranti, la loro capitale diverrà base di guerra di quel principe.

L’idea che Machiavelli ci dà delle città imperiali in Germania è completamente diversa da ciò che sono ai giorni nostri; basterebbe un petardo, e magari anche un mandato dell’imperatore, per impadronirsi di tali città. Esse sono infatti mal fortificate, la maggior parte con delle mura antiche, fiancheggiate in alcuni punti da grandi torri, e circondate di fossati, ora quasi completamente colmati di terra precipitata. Hanno poche truppe, e quelle che hanno sono indisciplinate; i loro ufficiali sono in maggior parte rifiuti della società o anziani che non sono più in grado di servire. Alcune delle città imperiali hanno un’artiglieria abbastanza valida; ma questa non sarebbe sufficiente per opporsi all’imperatore, che ha l’abitudine di mettere spesso a dura prova la loro debolezza. Concludendo, fare la guerra, organizzare delle battaglie, attaccare o difendere delle fortezze sono cose unicamente alla portata dei grandi sovrani, e coloro che vogliono imitarli senza averne la potenza assomigliano a colui che imitava il suono del tuono, credendo di essere Giove.

CAPITOLO XI

Dei Principati Ecclesiastici.

Non penso che nell’Antichità vi siano stati dei Preti che sono diventati sovrani. Mi sembra che fra tutti i popoli di cui ci è stata tramandata qualche notizia non vi siano che gli Ebrei che hanno avuto una serie di Pontefici dispotici. Non mi sorprende il fatto che nella più superstiziosa e la più ignorante di tutte le nazioni barbare, quelli che erano alla testa della Religione si fossero infine impadroniti della conduzione degli affari; ma in tutte le altre nazioni mi sembra che i preti si occupassero unicamente delle loro funzioni. Facevano sacrifici, ricevevano uno stipendio, avevano alcune prerogative; però non insegnavano e non governavano; e penso che, non avendo essi né dogmi per dividere i popoli nè potenza per poterne abusare, per tale motivo non vi siano mai state in nessuna nazione delle guerre di religione.

Quando l’Europa durante la decadenza dell’Impero Romano divenne un’anarchia di barbari, tutto fu diviso in mille piccole sovranità; molti vescovi divennero principi, e fu appunto il vescovo di Roma che diede l’esempio. Pare che sotto quei governi ecclesiastici i popoli vivessero felici; poiché dei principi eletti, dei principi allevati in vista di una sovranità in età avanzata, dei principi infine i cui Stati sono molto limitati, come quelli degli ecclesiastici, devono governare i loro sudditi, se non con la religione, ma almeno con la politica.

È un fatto che in nessun paese vi siano più Mendicanti che in quelli dei preti. È lì che possiamo avere un quadro commovente di tutte le miserie umane, non di quei poveri attratti dalla generosità e dall’elemosina dei sovrani, di quei parassiti che si attaccano ai ricchi e che strisciano verso l’opulenza, ma di quei pezzenti famelici, che la carità del loro Sovrano priva anche del necessario, per prevenire la corruzione e gli abusi in cui il popolo sfocia partendo dal superfluo.

Sono senz’altro le leggi di Sparta, dove i soldi erano proibiti, su cui si fondano i principi della maggior parte di quei governi Ecclesiastici; tenendo presente però che i prelati si riservano l’uso dei beni di cui i sudditi sono stati privati. Beati i poveri, essi dicono, poiché di loro sarà il Regno dei cieli; e poiché vogliono che tutti siano salvati, si preoccupano di renderli tutti poveri.

Non dovrebbe esservi nulla di più edificante della storia dei Capi della Chiesa e dei Vicari di Gesù Cristo, ci si convince di trovarvi degli esempi di costumi irreprensibili e sacri; Tuttavia è esattamente il contrario, non vi sono che oscenità, abomini e fonti di scandalo, ed è impossibile leggere la vita dei Papi senza detestare a più riprese le loro crudeltà e le loro perfidie.

A grandi linee, vi leggiamo la loro ambizione usata per aumentare la loro potenza temporale e spirituale, la loro avarizia nel sottrarre al popolo i suoi beni e accumularli nelle loro famiglie per arricchire i loro nipoti, le loro amanti o i loro bastardi.

Quelli che leggono senza troppo riflettere troveranno strano che i popoli sopportino con tanta docilità e pazienza l’oppressione di questo genere di sovrani, che non sappiano aprire gli occhi sui vizi e sugli eccessi degli ecclesiastici, e che subiscano da parte di una testa che ha una tonsura ciò che non potrebbero subire da parte di una testa una corona d'alloro. Questo fenomeno sembra meno strano a coloro che conoscono il potere della superstizione sugli idioti, e del fanatismo sullo spirito umano; essi sanno che la Religione è una macchina antica, che non si consumerà mai, e di cui ci si è serviti in ogni tempo per assicurarsi la fedeltà dei popoli, e per mettere un freno all’indocilità della ragione umana; sanno che l’errore può accecare gli uomini più perspicaci, e che non vi è nulla di più trionfante della politica di coloro che usano il cielo e l’inferno, Dio e i dannati per raggiungere i loro scopi. Tant’è vero che la Religione stessa, che è la fonte più pura di tutti i nostri beni, diventa spesso, a causa di un abuso veramente deplorevole, l’origine e il principio di tutti i nostri mali.

L’Autore osserva molto giudiziosamente ciò che contribuì maggiormente all’elevazione del sacro seggio. Ne attribuisce la ragione principale all’abile condotta di Alessandro VI, di quel Pontefice che spinse all’eccesso la sua crudeltà e la sua ambizione, e che non conosceva altra giustizia che il suo interesse personale.

Ora, se è vero che uno degli uomini più crudeli che abbia mai portato la Tiara sia colui che ha maggiormente affermato la potenza dei Papi, cosa dobbiamo pensare degli eroi di Machiavelli?

L’elogio di Leone X conclude questo capitolo. L’ambizione, le dissolutezze, e la mancanza di religione di quel papa sono ben note. Machiavelli non lo loda particolarmente per queste qualità, ma gli fa la corte: simili principi meritavano simili cortigiani. Se non apprezzasse Leone decimo in quanto magnifico Principe e restauratore delle Arti, avrebbe anche ragione; ma egli lo loda in quanto Politico.

CAPITOLO XII

Quanti tipi di eserciti vi sono, e quanto valgono le milizie mercenarie.

Tutto è vario nell’Universo; i temperamenti degli uomini sono differenti, e la natura produce la stessa varietà, se posso esprimermi in tal modo, nei temperamenti degli Stati. In generale, per temperamento di uno Stato, intendo la sua situazione, la sua superficie, la popolazione e la sua intelligenza, il suo commercio, le sue abitudini, le sue leggi, il suo forte e il suo debole, le sue ricchezze e le sue risorse.

Questa differenza di governo è molto sensibile; è infinita, se si vuole scendere fino agli infimi dettagli, e come i dottori non conoscono alcun segreto che possa guarire qualsiasi malattia e qualsiasi temperamento, così i politici non saprebbero prescrivere delle regole generali la cui applicazione vada bene per qualsiasi forma di governo.

Questa riflessione mi porta ad esaminare il pensiero di Machiavelli sulle truppe straniere e mercenarie. L’autore ne rifiuta interamente l’uso, basandosi su degli esempi secondo i quali egli sostiene che tali truppe hanno portato più danni che vantaggi agli Stati che ne hanno fatto uso.

È un fatto provato, e l’esperienza l’ha dimostrato, che le truppe migliori per uno stato sono quelle nazionali. Si potrebbe citare come esempio la resistenza valorosa di Leonida alle Termopili, e soprattutto i progressi sorprendenti dell’Impero Romano e degli Arabi. Questa massima di Machiavelli può dunque andar bene per tutti i paesi che hanno molti abitanti e che possono quindi fornire un numero sufficiente di soldati per assicurarne la difesa. Sono convinto, some del resto l’autore, che lo Stato è mal servito dalle truppe mercenarie, e che la fedeltà e il coraggio dei soldati reclutati nel paese stesso li sorpassa di gran lunga. È soprattutto molto pericoloso lasciar languire i propri sudditi nell’inattività e lasciarli rammollire nei periodi in cui le fatiche della guerra e i combattimenti rendono i loro vicini più agguerriti.

Si è notato più di una volta che gli Stati che escono dalle guerre civili sono risultati molto superiori ai loro nemici, poiché chiunque può diventare un soldato nella guerra civile, poiché il merito si distingue indipendentemente dal gusto, poiché tutti i talenti si sviluppano e gli uomini si abituano a tirar fuori tutto ciò che hanno in sè in fatto di arte e di coraggio.

Vi sono peraltro dei casi in cui pare vi siano eccezioni a tali regole. Se dei Regni o degli Imperi non producono un numero di uomini sufficiente per poter formare degli eserciti, e se la guerra ne riduce il numero, per necessità si deve ricorrere ai Mercenari, come unico mezzo per sopperire ai bisogni dello Stato.

Si trovano allora degli espedienti che eliminano la maggior parte delle difficoltà; e, cosa che Machiavelli trova bizzarra in questo tipo di eserciti, si mescolano accuratamente gli Stranieri ai nazionali, per impedire loro di fare banda a parte, e per addestrarli con la stessa disciplina e alla stessa fedeltà; e si fa particolarmente attenzione al fatto che il numero degli Stranieri non superi il numero dei nazionali.

Vi è un Re del Nord, il cui esercito è composto da quel tipo di miscuglio, e che non è pertanto meno potente né meno formidabile. La maggior parte delle truppe europee è composta da nazionali e da mercenari. Quelli che coltivano la terra, quelli che abitano in città, visto che pagano una certa tassa per mantenere le truppe che devono difenderli, non vanno più in guerra. I soldati non rapprensentano che la parte più vile dei popoli, dei fannulloni che preferiscono l’ozio al lavoro, dei depravati che cercano di trovare la permissività e l’impunità fra le truppe, dei giovani scervellati che si ribellano ai genitori, che si arruolano per leggerezza. Tutti questi hanno la stessa mancanza di simpatia e di attaccamento per il loro padrone che quei soldati stranieri. Come sono diverse quelle truppe dai Romani che hanno conquistato il mondo! Queste diserzioni, così frequenti ai giorni nostri in tutti gli eserciti, erano completamente sconosciute presso i Romani. Quegli uomini, che combattevano per le loro famiglie, per i loro penati, per la borghesia Romana, e per tutto ciò che avevano di più caro nella vita, non pensavano certo a tradire tanti interessi congiunti con una vile diserzione.

La sicurezza dei grandi principi d’Europa consiste nel fatto che le loro truppe sono più o meno simili, e che non hanno nessun vantaggio gli uni rispetto agli altri. Soltanto le truppe Svedesi comprendono borghesi, contadini e soldati insieme; in questo caso però, quando vanno in guerra, non resta quasi nessuno all’interno del paese per coltivare la terra. Quindi la loro potenza non è notevole, perché alla lunga non ottengono nulla senza rovinare se stessi più che i loro nemici.

Questo per ciò che riguarda i mercenari. Quanto al modo in cui un grande principe deve fare la guerra, mi schiero totalmente dalla parte di Machiavelli Infatti un grande principe deve occuparsi personalmente delle sue truppe, restare presso il suo Esercito come se fosse il suo luogo di residenza, poiché là sono i suoi interessi, il suo dovere, la sua gloria; egli è il capo della giustizia distributiva, e nello stesso tempo è il protettore e il difensore del suo popolo; deve considerare la difesa dei suoi Sudditi come lo scopo principale del suo ministero, che quindi non può essere affidato che a lui stesso.

 È nel suo stesso interesse che deve trovarsi di persona di fianco al suo esercito, poiché tutti gli ordini provengono da lui, e quindi il consiglio e l’esecuzione si susseguono con estrema rapidità. La sua presenza mette anche fine all’incomprensione dei generali, così funesta per gli eserciti, e così dannosa per gli interessi del padrone; crea più ordine in tutto ciò che riguarda gli arsenali, le munizioni e i rifornimenti di guerra, senza i quali un Cesare, alla testa di centomila combattenti, non potrà fare mai niente. Dato che è il principe che ordina di dare battaglia, ne consegue che è lui che deve dirigerne lo svolgimento e comunicare con la sua presenza lo spirito di valore e di sicurezza alle sue truppe; è alla testa dei suoi soldati per dar loro l’esempio.

Certo, mi si potrà obiettare che non tutti hanno l’anima del soldato, e che molti principi non hanno né il talento né l’esperienza né il coraggio necessari per comandare un esercito. Questo è vero, l’ammetto; questa obiezione però non mi mette in imbarazzo più di tanto, poiché vi sono sempre dei validi Generali in un esercito, e il principe non deve fare altro che seguire i loro consigli, così la guerra sarà ancora più valida di quando il Generale si trova sotto la tutela del Ministero, che, non essendo sul luogo della battaglia, non è in grado di giudicare la situazione, e spesso impedisce al più abile generale di esprimere il meglio delle sue capacità.

Terminerò questo capitolo, non senza sottolineare una frase di Machiavelli che mi è sembrata molto particolare: “I Veneti, diceva, non avendo fiducia nel Duca di Carmagnola che comandava le loro truppe, furono obbligati a farlo uscire da questo mondo”.

Vi confesso che non capisco bene cosa significhi essere obbligati a far uscire qualcuno da questo mondo, a meno che non si tratti di tradirlo, avvelenarlo, assassinarlo. È così che il dottore del crimine pensa di rendere innocenti le azioni più nere e più colpevoli, addolcendone i termini.

I Greci usavano servirsi di perifrasi quando parlavano della morte, poiché non potevano sostenere, senza provare un intimo orrore, tutto ciò che il trapasso ha di spaventoso, e Machiavelli si esprime con una perifrasi parlando dei delitti poiché il suo cuore, ribellandosi al suo spirito, non riuscirebbe a digerire cruda la morale spregevole che egli insegna.

È molto triste dover arrossire quando ci si mostra agli altri come si è, e quando arriva il momento di fare un esame di coscienza.

CAPITOLO XIII

Delle Truppe ausiliarie, miste e proprie.

Machiavelli spinge l’iperbole ad un punto estremo, sostenendo che un principe prudente preferirebbe morire con le proprie truppe piuttosto che vincere con degli aiuti stranieri.

Io penso che un uomo che stesse per annegare non darebbe ascolto a coloro che dicono che sarebbe indegno da parte sua dovere la vita ad altri che a se stesso, e che quindi dovrebbe morire piuttosto che afferrare la corda o il bastone che gli altri gli tendono per trarlo in salvo.

L’esperienza ci dimostra che il primo istinto dell’uomo è quello della conservazione, e il secondo è quello del benessere, cosa che distrugge completamente il paralogismo enfatico dell’autore.

Se cerchiamo di approfondire questa massima di Machiavelli, troveremo forse che non è solo di una gelosia estrema che potrebbero soffrire i principi, ma anche della loro gelosia nei confronti dei loro generali, o piuttosto verso le truppe ausiliarie, a cui non volevano ricorrere per timore di dover condividere la loro gloria, il che è sempre stato dannoso per i loro interessi. Un’infinità di battaglie sono state perse per questa ragione, e le piccole gelosie hanno spesso cagionato più problemi ai principi, che non il numero superiore e i vantaggi dei loro nemici.

Un principe non deve assolutamente fare la guerra soltanto con le truppe ausiliarie, ma deve essere lui stesso ausiliario, e mettersi in condizione di dare tanto aiuto quanto ne riceve. Ecco che cosa insegna la prudenza: Mettiti in condizioni di non temere né i tuoi nemici né i tuoi amici, ma quando hai stipulato un trattato devi restarvi fedele. Finché l’Impero, l’Inghilterra e l’Olanda si sono uniti contro Luigi XIV, finché il principe Eugenio e Marlbouroug sono rimasti uniti, hanno sempre vinto. Ma non appena l’Inghilterra ha abbandonato i suoi Alleati, Luigi XIV si è risollevato.

Le Potenze che possono fare a meno di truppe miste o di truppe ausiliarie hanno ragione di escluderle dai loro eserciti; ma dato che pochi principi d’Europa si trovano in un simile situazione, penso che non rischino nulla con le truppe ausiliarie, finché le truppe nazionali sono superiori di numero.

Machiavelli scriveva solo per dei piccoli principi, e confesso che non trovo che piccole idee; in lui non c’è nulla di grande né di vero perché non è una persona onesta.

Chi non fa la guerra che per altri è soltanto un debole; chi la fa insieme ad altri è molto forte.

Senza parlare della Guerra del 1701 degli Alleati contro la Francia: l’impresa con cui tre Re del Nord spogliarono Carlo XII di una parte dei suoi Stati in Germania fu condotta a termine con truppe appartenenti a diversi padroni, riuniti con Alleanze; e la guerra del 1734, che la Francia iniziò con il pretesto di sostenere i diritti di quel re di Polonia sempre eletto e sempre detronizzato, fu condotta dai Francesi e dagli Spagnoli uniti ai Savoiardi.

Cosa resta a Machiavelli dopo tanti esempi, e a cosa si riduce l’allegoria delle armi di Saul, che Davide rifiutò perché troppo pesanti, quando doveva combattere Golia? Non è che panna montata. Ammetto che gli Ausiliari talvolta danno fastidio ai principi; ma mi domando se non si subisce volentieri un fastidio, quando si possono guadagnare delle città e delle province.

A proposito di tali ausiliari, egli cerca di spargere il suo veleno sugli Svizzeri che sono al servizio della Francia. Devo però dire una parola su quelle truppe coraggiose; poiché è indubbio che i Francesi abbiano vinto più di una battaglia con il loro aiuto, che essi abbiano reso dei grandi servigi a tale Impero, e che se la Francia congedasse gli Svizzeri e i Tedeschi che prestano servizio nella loro fanteria, le sue armate sarebbero molto meno temibili di quanto non siano attualmente.

Questo per quel che riguarda gli errori di giudizio, ora vediamo quelli della morale. I cattivi esempi proposti ai principi da Machiavelli sono delle cattiverie che non potremmo onestamente concedergli; egli cita in questo capitolo Gerone di Siracusa che, considerando che le sue truppe ausiliarie erano pericolose sia da tenere sia da congedare, le fece tagliare tutte a pezzi. Fatti simili sono rivoltanti quando si trovano citati nella Storia, ma ci si indigna quando si vedono riportati in un libro che dovrebbe servire all’educazione dei principi.

La crudeltà e la barbarie sono spesso fatali al popolo, e infatti la maggior parte ne ha orrore; ma i principi, che la Provvidenza ha posto così al di sopra dei destini del volgo, ne hanno tanto meno avversione, quanto meno le devono temere: quindi è a tutti coloro che devono governare altri uomini che si dovrebbe inculcare l’odio per tutti gli abusi che potrebbero derivare da un potere senza limiti.

CAPITOLO XIV

Delle istruzioni al Principe riguardo alla Milizia.

Vi è una specie di pedanteria comune a tutti i mestieri, che nasce unicamente dall’avarizia e dall’intemperanza di coloro che li esercitano. Un soldato è pedante quando si accanisce troppo sulle minuzie, o quando è un fanfarone e si dà al Donchisciottismo.

L’entusiasmo di Machiavelli in questo caso espone al ridicolo il suo principe; esagera molto il fatto che il suo principe sia unicamente un soldato; ne fa un vero Donchisciotte, con la testa piena di campi di battaglia, di trinceramenti, dei sistemi di investire delle piazzeforti, di costituire linee di difesa o d'attacco.

Un principe però non adempie che alla metà dei suoi compiti se si applica unicamente al mestiere della guerra. Evidentemente è falso che egli non debba essere che un soldato, e possiamo ricordare qui ciò che ho detto sull’origine dei principi nel primo capitolo di quest’opera, e cioè che essi sono giudici di istituzioni, e se sono Generali, è un di più. Il principe di Machiavelli è come gli Dei di Omero, che venivano descritti come molto robusti e potenti, ma mai equi. Quest’autore ignora anche il catechismo della giustizia, non conosce che l’interesse e la violenza.

L’Autore non rappresenta altro che delle piccole idee: il suo genio pieno di sè non tocca che dei soggetti tipici della politica dei piccoli principi; nulla di più debole delle ragioni che adduce per raccomandare la caccia ai principi. Egli ritiene che i principi apprendano con tale mezzo a conoscere le situazioni e i passaggi dei loro paesi. Se un re di Francia, se un imperatore pretendesse di acquisire in questo modo la conoscenza dei suoi Stati, occorrerebbe loro tanto tempo nel corso della loro caccia, quanto ne impiega tutto l’universo per compiere la rivoluzione dei pianeti.

Permettetemi di affrontare più dettagliatamente questo argomento, che sarà una specie di digressione a proposito di caccia. Visto che tale divertimento è una passione quasi comune a tutti i nobili, ai gran signori e ai re, soprattutto in Germania, mi sembra che possa meritare una discussione.

La Caccia è uno di quei piaceri sensuali che agitano molto il corpo e che non dicono nulla allo spirito; è un desiderio ardente di inseguire qualche animale, e una soddisfazione crudele di ucciderlo; è un divertimento che rende il corpo robusto e in forma, e che lascia lo spirito incolto, senza per nulla arricchirlo.

I cacciatori mi rimprovereranno indubbiamente di prendere le cose con troppa serietà, di fare una critica troppo severa e di mettermi al posto dei preti, che avendo il privilegio di parlare soli sul pulpito, hanno il vantaggio di poter dire tutto quello che credono senza suscitare alcuna opposizione.

Non intendo comunque avvalermi di questo privilegio; elencherò invece le ragioni speciose che adducono gli appassionati della caccia. Mi diranno anzitutto che la caccia è il piacere più nobile e più antico degli uomini; che fra i cacciatori si annoverano dei patriarchi e parecchi uomini illustri; e che cacciando gli uomini continuano ad esercitare quello stesso diritto sulle bestie, che Dio stesso si degnò di concedere ad Adamo.

Ma ciò che è vecchio non è per questo migliore, soprattutto quando è esagerato. Degli uomini illustri sono stati appassionati di caccia, lo ammetto: avevano anch’essi i loro difetti e le loro debolezze: cerchiamo di imitare ciò che hanno fatto di grande, e non copiamo le loro minuzie.

I Patriarchi andavano a caccia, è vero; è anche vero che hanno sposato le loro sorelle, che la poligamia si usava ai loro tempi: ma quei buoni Patriarchi cacciavano perché influenzati dalla barbarie dei secoli in cui vivevano, erano molto grossolani e molto ignoranti; erano gente oziosa che, non sapendo come impiegare il tempo che pareva loro sempre troppo lungo, ammazzavano la noia con la caccia, e trascorrevano nei boschi, rincorrendo le bestie, i momenti che non avevano né la capacità né lo spirito per passarli in compagnia di persone ragionevoli. Mi chiedo dunque se questi siano degli esempi da imitare, se la grossolanità deve insegnare l’educazione o se non tocca piuttosto ai secoli illuminati di servire da modello agli altri.

Che Adamo abbia ricevuto il dono della padronanza sulle bestie o meno non lo metto in discussione; ma so per certo che noi siamo più crudeli e più rapaci delle bestie, e che facciamo un uso tirannico di questa pretesa padronanza. Se qualcosa dovesse darci un vantaggio rispetto agli animali, sarebbe senza dubbio la nostra ragione; e quelli che abitualmente fanno della caccia una professione hanno il cervello riempito di cavalli, di cani e di animali di ogni sorta. Talvolta sono anche grossolani, e c’è pericolo che diventino anche rispetto agli uomini così inumani come lo sono verso le bestie, o che almeno l’abitudine crudele di lasciar soffrire con tanta indifferenza li renda meno compassionevoli verso le disgrazie dei loro simili. È questo il piacere la cui nobiltà viene tanto proclamata? E questo passatempo è veramente degno di un essere ragionevole? Mi si obietterà che la caccia fa bene alla salute; che l’esperienza dimostra che quelli che cacciano hanno lunga vita; che è un piacere innocente che conviene ai grandi Signori, poiché ostenta la loro magnificenza, poiché li distrae dai loro dispiaceri, e che in tempo di pace presenta loro le immagini della guerra.

Sono ben lungi dal condannare un esercizio moderato; ma che si faccia attenzione, poiché l’esercizio è necessario solo agli intemperanti. Non vi è principe che abbia vissuto più del cardinale de Fleuri, o del cardinale di Ximene, e del Papa Clemente XIII; eppure questi non erano affatto cacciatori. Bisogna quindi scegliere una professione il cui unico merito è di promettere lunga vita? I monaci vivono di solito più a lungo degli altri uomini, e allora bisogna farsi monaco?

Non occorre che un uomo arrivi all’età di Matusalemme trascinando il filo indolente e inutile dei suoi giorni; ma più avrà riflettuto, più avrà commesso azioni belle e utili, più a lungo avrà vissuto.

D’altronde la caccia è, fra tutti i divertimenti, quello che meno si adatta ai principi, che possono dimostrare la loro magnificenza in cento modi molto più utili ai loro sudditi, e qualora l’abbondanza di selvaggina dovesse nuocere all’agricoltura, l’incarico di distruggere tali animali potrebbe essere facilmente affidato ai cacciatori retribuiti per questo scopo. I principi non dovrebbero occuparsi di altro che di istruirsi e di governare, per poter aumentare le loro conoscenze e farsi un’idea più precisa della loro professione per comportarsi nel migliore dei modi e ampliare i loro punti di vista. La loro professione consiste nel pensare bene e agire di conseguenza.

Devo aggiungere, e soprattutto rispondere a Machiavelli, che non è necessario essere un cacciatore per essere un grande capitano. Gustavo-Adolfo, Turenne, Marlbouroug, il Principe Eugenio, ai quali non si può negare l’attributo di uomini illustri e abili Generali, non sono mai stati cacciatori. Non ci perviene di aver letto che Cesare, Alessandro o Scipione lo siano stati.

Possiamo anche, volendo divagare, fare delle riflessioni più giudiziose e più solide sulle differenti situazioni di un paese per quel che riguarda l’arte della guerra, e cioè che delle pernici, dei cani da punta, dei cervi, una muta di animali di qualsiasi tipo, e l’ardore della caccia possono distrarre. Un grande principe, che fece la sua seconda campagna in Ungheria, rischiò di essere fatto prigioniero dei Turchi per essersi smarrito durante la caccia. Si dovrebbe anche proibire la caccia negli eserciti, poiché essa provoca molto disordine nelle marce.

Posso quindi concludere che si può perdonare ai principi di andare a caccia, purché ciò avvenga solo di tanto in tanto, e unicamente per distrarli dalle loro occupazioni più serie e talvolta anche molto tristi. Non voglio proibire ancora una volta un piacere onesto: ma la cura di ben governare, di rendere fiorente il proprio Stato, di proteggere, di vedere il successo di tutte le Arti, è senza dubbio il piacere più grande, e guai a colui che cerca altri piaceri!

CAPITOLO XV

Di ciò che dà lode o biasimo agli uomini, e soprattutto ai principi.

I Pittori e gli Storici hanno in comune il compito di copiare la Natura: i primi dipingono i tratti e i colori degli uomini, i secondi i loro caratteri e le loro azioni.

Vi sono dei pittori particolari, che non hanno dipinto che Mostri e Demoni; Machiavelli è un pittore di quel genere. Rappresenta l’universo come un inferno, tutti gli uomini come dei dannati; si direbbe che questo Politico abbia voluto calunniare tutto il genere umano con un odio specifico e che si sia imposto il compito di annientare la virtù, forse per rendere tutti gli abitanti di questo continente simili gli uni agli altri.

Machiavelli afferma che non si può essere fondamentalmente buoni senza perire, tanto il genere umano è scellerato e corrotto. Io invece sostengo che per non perire bisogna essere buoni e prudenti. Di solito gli uomini non sono mai completamente buoni o completamente cattivi, ma i cattivi, i buoni e i mediocri riusciranno tutti a formare un principe potente, giusto e abile. Preferirei far guerra a un Tiranno che a un buon re, a un Luigi XI che a un Luigi XII, a un Domiziano che a un Traiano; poiché il buon re sarà servito bene, e i sudditi del tiranno si uniranno alle mie truppe. Se andassi in Italia con diecimila uomini contro un Alessandro VI, la metà dell’Italia si unirebbe a me; ma se vi entrassi con quarantamila uomini contro un Innocenzo XI, tutta l’Italia si ribellerebbe contro di me per uccidermi.

Mai un re buono e saggio è stato detronizzato in Inghilterra da grandi eserciti, e tutti i loro re malvagi sono crollati per opera di avversari che non avevano iniziato la guerra con quattromila uomini in truppe regolari.

Non essere quindi cattivo con i cattivi, ma sii virtuoso e intrepido con loro: renderai il tuo popolo virtuoso come te, i vicini cercheranno di imitarti e i cattivi crolleranno.

CAPITOLO XVI

Della liberalità e dell’economia

Due scultori famosi, Fidia e Alcamene, fecero ciascuno una statua di Minerva, e gli Ateniesi dovettero scegliere la più bella per porla in cima ad una colonna. Furono presentate entrambe al pubblico: quella di Alcamene ottenne la maggioranza dei suffragi, poiché l’altra fu giudicata di fattura troppo grossolana. Fidia non fu per nulla sconcertato dal giudizio del pubblico, e chiese, visto che le statue erano state fatte per essere poste su una colonna, di collocarle entrambe in cima. E allora fu quella di Fidia che ottenne il premio.

Fidia dovette il suo successo allo studio dell’ottica e delle proporzioni. Questa regola delle proporzioni dovrebbe essere osservata anche in politica; le diversità dei luoghi corrispondono alle diversità delle massime; volerne applicare una in generale sarebbe come renderla viziosa: ciò che sarebbe ammirevole per un grande regno potrebbe non convenire a un piccolo stato. Il lusso che nasce dall’abbondanza e che fa circolare le ricchezze in tutti i rami di uno stato, fa fiorire un grande regno. È ciò che fa vivere le industrie, che moltiplica i bisogni dei ricchi, per legarli ai poveri per mezzo di quei bisogni stessi.

Se qualche abile politico decidesse di bandire il lusso da un grande impero, questo impero finirebbe per languire; il lusso farebbe invece morire un piccolo Stato. I soldi che uscissero dal paese in grande abbondanza, ma che non rientrassero in proporzione, farebbero cadere quel corpo delicato in una forma di consunzione, e lo farebbero morire riducendolo scheletrico. È quindi una regola indispensabile a qualsiasi politico quella di non confondere mai i piccoli Stati con i grandi, ed è proprio in questo che Machiavelli pecca gravemente in questo capitolo.

La prima colpa di cui devo accusarlo è di dare alla parola liberalità un senso troppo vago; egli non distingue infatti abbastanza la liberalità dalla prodigalità. « Un principe, dice, per fare grandi cose deve passare per liberale ed esserlo ». Non conosco nessun eroe che non lo sia stato. Predicare l’avarizia significa dire agli uomini « non aspettatevi nulla da me, pagherò sempre male i vostri servizi »; significa spegnere l’ardore che ogni suddito ha insito per servire il suo principe.

Indubbiamente solo l’uomo economo può essere liberale; soltanto chi governa i suoi beni con prudenza può fare del bene agli altri.

Conosciamo l’esempio di Francesco I re di Francia, le cui spese eccessive furono in parte causa delle sue disgrazie. I piaceri di Francesco I assorbirono le risorse della sua gloria. Quel re non era liberale ma prodigo, e verso la fine della sua vita divenne piuttosto avaro. Invece di essere un buon amministratore, mise dei tesori nelle sue casseforti, ma non sono dei tesori che non circolano che bisogna avere, è un ampio reddito. Qualsiasi privato e qualsiasi re che non faccia che ammassare, sotterrare soldi, non sa quello che fa; bisogna farlo circolare per essere veramente ricchi. I Medici ottennero la sovranità di Firenze solo perché il grande Cosimo, padre della patria, semplice mercante, fu abile e liberale. Ogni avaro è un piccolo genio, e penso che il cardinale de Retz ha ragione quando dice che nei grandi affari non bisogna mai contare i soldi. Il sovrano deve quindi essere in grado di procurarsene molti, favorendo il commercio e le fabbriche dei suoi sudditi, in modo da poterne spendere molti in modo oculato; sarà così amato e stimato.

Machiavelli dice che la liberalità lo renderà disprezzabile, ecco cosa potrebbe dire un usuraio; ma è così che deve parlare un uomo che si picca di dare delle lezioni ai principi?

CAPITOLO XVII

Della crudeltà e della clemenza, e se sia meglio essere amati che temuti.

Il deposito più prezioso che si possa confidare ai principi è la vita dei loro sudditi: il loro incarico dà loro il potere di condannare a morte i colpevoli o di perdonarli; essi sono gli arbitri supremi della giustizia.

I buoni principi considerano quel potere tanto decantato sulla vita dei loro sudditi come il peso più grave della loro corona. Sanno che sono uomini come quelli che devono giudicare, sanno che dei torti, delle ingiustizie, delle ingiurie possono sempre essere riparati a questo mondo, ma che una condanna a morte precipitosa è un male irreparabile. Cercano di essere severi per evitare un rigore più increscioso di quanto previsto se agiscono altrimenti; non prendono quelle tristi decisioni che in casi disperati, esattamente come un uomo che abbia un membro in cancrena e, malgrado ami molto il suo corpo, acconsenta a lasciarselo tagliare, per garantire e per salvare il resto del corpo con tale operazione dolorosa.

Machiavelli considera inezie delle cose così gravi, così serie, così importanti. Secondo lui la vita umana non conta niente, e l’interesse, il solo Dio che egli adora, conta per tutto. Preferisce la crudeltà alla clemenza, consiglia a coloro che sono appena stati elevati alla sovranità di trascurare più degli altri la reputazione di essere crudeli.

Sono dei boia che fanno salire al trono gli eroi di Machiavelli e che ve li mantengono. Cesare Borgia è il rifugio di questo politico quando cerca degli esempi di crudeltà.

Machiavelli cita ancora alcuni versi che Virgilio mette in bocca a Didone; ma questa citazione è decisamente fuori luogo, poiché Virgilio fa parlare Didone come qualcuno fa parlare Giocasta nella Tragedia di Edipo. Il poeta attribuisce a quei personaggi un linguaggio consono al loro carattere; non è quindi l’autorità di Didone né l’autorità di Giocasta che deve essere usata in un trattato di politica, occorre l’esempio dei grandi uomini e di uomini virtuosi.

La politica prescrive soprattutto il rigore nei confronti delle truppe. Oppone l’indulgenza di Scipione alla severità di Annibale, preferisce i Cartaginesi ai Romani, e conclude subito che la crudeltà è il movente dell’ordine, della disciplina e di conseguenza dei trionfi di un esercito.

Machiavelli non agisce in buona fede in quest’occasione, poiché sceglie Scipione, il più molle di tutti i generali quanto a disciplina, per contrapporlo ad Annibale e per favorire la severità.

Ammetto che l’ordine di un’armata non possa sussistere senza severità: come infatti si potrebbero controllare dei libertini, dei traviati, degli scellerati, dei poltroni, dei temerari, degli animali grossolani che agiscono meccanicamente, se la paura di un castigo non li frenasse in parte? Tutto ciò che chiedo a Machiavelli su questo argomento è un pò di moderazione. Che sappia dunque che se la clemenza di un uomo onesto lo conduce alla bontà, anche la saggezza lo porta al rigore. Ma questo rigore va trattato come quello di un abile pilota: si devono tagliare gli alberi e i cordami della sua barca solo quando c’è un pericolo imminente, quando viene esposta al temporale e alla tempesta. Vi sono casi in cui occorre essere severi, ma mai crudeli; e in un giorno di battaglia preferirei essere amato piuttosto che temuto dai miei soldati.

Giungo ora al suo argomento più capzioso. Egli dice che un principe guadagna di più a farsi temere che a farsi amare, poiché la maggior parte della gente è portata all’ingratitudine, al cambiamento, alla dissimulazione, alla vigliaccheria e all’avarizia; che l’amore è un legame d’obbligo che la malizia e la bassezza del genere umano hanno reso molto fragile; mentre il timore del castigo rende la gente più conscia del suo dovere; che gli uomini sono padroni della loro benevolenza ma che non lo sono del loro timore. Quindi, che un principe dipenderà da lui stesso piuttosto che dagli altri.

Non nego che non vi siano degli uomini ingrati e subdoli al mondo, non nego che la severità non sia in alcuni casi molto utile; ma sostengo che ogni re, la cui politica non abbia altro scopo che quello di farsi temere, regnerà su delle città schiave; che non potrà ottenere azioni grandiose dai suoi sudditi; che tutto ciò che è fatto per timore e per timidezza ne ha sempre mantenuto i caratteri. Io dico che un principe che abbia il dono di farsi amare regnerà sui cuori, poiché i suoi sudditi troveranno il loro interesse nell’averlo come capo, e che vi sono molti esempi nella storia di grandi e belle azioni fatte per amore e per attaccamento. Dico anche che la moda delle sedizioni e delle rivoluzioni pare sia tramontata definitivamente ai nostri giorni. Non vedo nessun regno, tranne l’Inghilterra, in cui il re abbia motivo di temere i suoi sudditi: anche il Re d’Inghilterra non ha nulla da temere a meno che non sia lui che suscita la tempesta. Ne concludo quindi che un principe crudele si espone a essere tradito più che un principe bonario, poiché la crudeltà è insopportabile, ci si stanca presto di temerla; e dopo tutto perché la bontà è sempre piacevole e non ci si stanca mai di amarla.

Dovremmo quindi augurarci per la felicità del mondo che i principi siano buoni, senza essere troppo indulgenti, perché la bontà sia sempre una virtù per loro, e mai una debolezza.

CAPITOLO XVIII

Se i principi debbano mantenere la parola data.

Il Precettore dei Tiranni osa affermare che i principi possono approfittarsi della gente con le loro finzioni: comincerò da qui a disputarlo.

Sappiamo fino a che punto il Pubblico sia curioso, è un animale che vede tutto, sente tutto e divulga tutto ciò che ha visto e sentito. Se la curiosità di quel Pubblico esamina la condotta dei privati, è per occupare i suoi ozi; ma quando giudica il carattere dei principi è per il suo interesse. Quindi i principi sono esposti ai ragionamenti e al giudizio del mondo più di tutti gli altri uomini; sono come astri su cui una folla di astronomi abbia puntato i suoi cannocchiali e i suoi astrolabi; i cortigiani che li osservano fanno ogni giorno le loro osservazioni, « un gesto, un colpo d’occhio, uno sguardo li tradiscono », e la gente si avvicina loro per mezzo di congetture. In poche parole, come il sole non può nascondere le sue macchie, così i grandi principi non possono celare i loro vizi e la vera essenza del loro carattere agli occhi di tanti osservatori.

Quand’anche la maschera della dissimulazione potesse coprire per un certo tempo la deformità naturale di un principe, egli non potrebbe comunque tenere in continuazione tale maschera, e se pure la togliesse talvolta, non fosse che per respirare, basterebbe una sola occasione per accontentare i curiosi.

L’astuzia e la dissimulazione potranno quindi dimorare invano sulle labbra di quel principe, la furbizia nei discorsi e nelle azioni gli sarà del tutto inutile, poiché non si giudicano gli uomini dalle parole, in quanto si potrebbe sempre sbagliare, ma confrontando le loro azioni e i loro discorsi; la falsità e la dissimulazione non avranno alcun valore in questo paragone sempre ripetuto.

Si può recitare bene soltanto il proprio ruolo, e occorre avere realmente il carattere che il mondo vi attribuisce: altrimenti, quelli che pensano di farsi gioco del pubblico ne saranno essi stessi le vittime.

Sisto Quinto, Filippo II, Cromwell furono considerati dal mondo uomini ipocriti e intraprendenti, ma mai virtuosi. Un principe, per quanto abile sia, non può, anche seguendo tutte le massime di Machiavelli, attribuire una virtù che non possiede ai delitti che gli sono propri.

Machiavelli non ragiona meglio sui motivi che devono condurre i principi alla furbizia e all’ipocrisia. L’applicazione ingegnosa e falsa della favola del centauro non conclude nulla; infatti, se quel centauro aveva mezza figura umana e mezza equina, ciò significa forse che i principi devono essere astuti e feroci? Occorre avere molta voglia di dogmatizzare il crimine, quando si usano delle argomentazioni così deboli e così remote.

Ma ecco un ragionamento più falso ancora di tutti quelli visti sinora. Il politico dice che un principe deve possedere le qualità del leone e della volpe; del leone per disfarsi dei lupi, della volpe per essere furbo, e conclude dicendo: « il che dimostra che un principe non è obbligato a mantenere la sua parola ». Ecco una conclusione senza premesse: il Dottore del crimine non si vergogna di balbettare in questo modo le lezioni di empietà?

Se si volesse attribuire probità e buon senso ai pensieri confusi di Machiavelli, ecco più o meno come si potrebbero svolgere. Il mondo è come un gioco, in cui si trovano dei giocatori onesti, ma anche dei furbi che barano: perché un principe che deve partecipare a quel gioco non sia imbrogliato, occorre che sappia come barare, non per farlo egli stesso, ma per non diventare il bersaglio degli imbrogli altrui.

Ma torniamo ai difetti del nostro Politico. « Dato che tutti gli uomini – dice – sono degli scellerati, e non mantengono mai la parola data, voi non siete affatto tenuti a mantenere la vostra ». Ecco già una contraddizione; poiché l’autore dice un momento dopo che gli uomini subdoli troveranno sempre degli uomini tanto ingenui di cui potersi approfittare.

È anche falso sostenere che il mondo è fatto solo di scellerati. Bisogna proprio essere misantropi per non rendersi conto che in qualsiasi Società vi sono persone oneste, e che la maggior parte di esse non sono né buone né cattive. Ma se Machiavelli non avesse pensato che il mondo è scellerato, su cosa avrebbe basato la sua abominevole massima?

Quand’anche dovessimo supporre che gli uomini siano così cattivi come pensa Machiavelli, ciò non significherebbe che noi dobbiamo imitarli. Se Cartouche ruba, saccheggia, assassina, ne concludo che Cartouche è un disgraziato che va punito, e non che io debba regolare il mio comportamento sul suo. Se non vi fosse più onore né virtù al mondo, diceva Carlo il Saggio, dovremmo ricercarne le tracce presso i principi.

Dopo aver provato la necessità del crimine, l’Autore vuole incoraggiare i suoi Discepoli dimostrando la facilità di commetterlo. Coloro che hanno bene appreso l’arte di fingere, dice, troveranno sempre degli uomini tanto ingenui da lasciarsi imbrogliare; quindi, il vostro vicino è uno sciocco, e voi siete svelti: perciò dovete imbrogliarlo perché lui è uno sciocco. Sono dei sillogismi per cui dei seguaci di Machiavelli sono stati impiccati e sottoposti a tortura.

Il Politico, non contento di aver dimostrato, secondo il suo modo di ragionare, la facilità del crimine, sottolinea poi la gioia della perfidia; ma la cosa spiacevole è che Cesare Borgia, il più grande scellerato, il più perfido degli uomini, quel Cesare Borgia è stato effettivamente molto infelice. Machiavelli si guarda bene dal parlare di lui in quell’occasione, poiché gli occorrevano degli esempi; ma dove avrebbe potuto cercarli se non nel registro dei processi criminali o nella storia dei cattivi Papi e dei Neroni? Egli assicura che Alessandro VI, l’uomo più falso, più empio del suo tempo, ebbe sempre successo nelle sue imposture, poiché sapeva perfettamente che la debolezza degli uomini era la loro credulità.

Mi permetto di assicurarvi che non si trattava tanto della credulità degli uomini quanto di certi avvenimenti e di alcune circostanze che fecero riuscire talvolta i progetti di quel Papa: il contrasto delle ambizioni Francese e Spagnola, la disunione e l’odio delle famiglie italiane, le passioni e la debolezza di Luigi XII vi contribuirono più di tutto.

L’impostura è anche un difetto nello stile della politica, quando è spinta all’eccesso. Cito qui l’autorità di un grande Politico, don Luigi de Haro, che diceva del Cardinale Mazarino che aveva un grande difetto in politica, e cioè che voleva sempre ingannare. Volendo Mazarino spingere Monsieur de Saber ad una trattativa scabrosa, il Maresciallo de Saber gli disse: “Permettete, Monsignore, che io rifiuti di ingannare il Duca di Savoia, tanto più che si tratta solo di una bazzecola, il mondo sa che io sono un uomo onesto, tenete quindi da parte la mia probità per un’occasione in cui sarà in gioco la salvezza della Francia”.

Non parlo ora dell’onestà né della virtù; ma prendendo in considerazione solo l’interesse dei principi, io dico che è una politica molto sbagliata da parte loro di fare i furbi e di ingannare il mondo. Potranno ingannare una volta sola, e ciò farà perdere loro la fiducia di tutti i principi.

Una certa Potenza dichiarò da ultimo in un Manifesto le ragioni del suo comportamento, e poi agì in maniera completamente opposta. Confesso che dei modi di agire così palesi come quello alienano completamente la fiducia; infatti, più la contraddizione si segue da vicino, più è grossolana. La Chiesa Romana, per evitare una contraddizione del genere, ha molto saggiamente deciso che coloro che sono in odore di santità possano essere fatti santi solo cento anni dopo la loro morte; così il ricordo delle loro stravaganze e dei loro difetti morirà con loro; i testimoni della loro vita e quelli che potrebbero deporre contro di loro non saranno più in vita, e così nulla si opporrà all’idea di Santità che si vuole dare al Pubblico.

Spero che mi si perdonerà questa digressione. Confesso inoltre che vi sono delle necessità spiacevoli per cui un principe non possa fare a meno di rompere i suoi trattati e le sue Alleanze; egli dovrà però separarsene onestamente avvertendo in tempo i suoi alleati, e soprattutto non arrivare mai a tali estremi senza esserne obbligato dalla salvezza dei suoi popoli o da una imprescindibile necessità.

Terminerò questo capitolo con una sola riflessione. Che si noti la fecondità con cui i vizi si propagano fra le mani di Machiavelli. Egli vuole che un Re incredulo incoroni la sua incredulità con l’ipocrisia, pensa che i popoli saranno più colpiti dalla devozione di un principe che non rivoltati per i cattivi trattamenti che subiranno da lui. Vi sono persone che concordano con Machiavelli; per quanto mi riguarda, io penso che si può essere indulgenti verso degli errori di speculazione, quando tali errori non comportano la corruzione del cuore come conseguenza, e che il popolo amerà più un principe scettico ma onesto e che li rende felici, che non un ortodosso scellerato e malefico. Non sono i pensieri dei principi che fanno la felicità degli uomini, ma le loro azioni.

CAPITOLO XIX

Che occorre evitare di essere disprezzati e odiati

La mania dei sistemi non è stata un privilegio dei filosofi, ma è divenuta anche la follia dei politici. Machiavelli ne è afflitto più di qualsiasi altro, vuole provare che un principe deve essere cattivo e furbo; tali sono le parole sacre della sua religione. Machiavelli ha tutta la cattiveria dei mostri che ha annientato Ercole, non ne ha però la forza: quindi non occorre avere la clava di Ercole per abbatterlo; infatti, cosa c’è di più semplice, di più naturale, di più consono ai principi della giustizia e della bontà? Io non credo che occorra spremersi in argomentazioni per provarlo. La Politica deve inevitabilmente perdere sostenendo il contrario. Poiché, se sostiene che un principe confermato in trono debba essere crudele, furbo, traditore, ecc., lo dichiarerà cattivo in pura perdita: e se vuole attribuire tutti quei vizi ad un principe che sale al trono per confermare la sua usurpazione, l’autore gli dà dei consigli che solleveranno tutti i sovrani e tutte le Repubbliche contro di lui. Infatti, come potrebbe un privato essere elevato alla Sovranità se non spossessando un principe sovrano dei suoi Stati, oppure usurpando l’autorità di una Repubblica? Non è certo così che l’intendono i principi dell’Europa. Se Machiavelli avesse composto una raccolta di imposture ad uso dei ladri, non avrebbe fatto un’opera più biasimevole di questa.

Devo comunque render conto di qualche ragionamento errato che si trova in questo capitolo. Machiavelli sostiene che ciò che rende odioso un principe è quando egli si appropria ingiustamente dei beni dei suoi sudditi, e quando attenta al pudore delle loro donne. È chiaro che un principe interessato, ingiusto, violento e crudele non potrà evitare di essere odiato e di rendersi odioso al suo popolo; non è però la stessa cosa per quel che riguarda la galanteria. Giulio Cesare, che a Roma veniva chiamato il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti; Luigi XIV, che amava molto le donne; Augusto I re di Polonia che le possedeva in comune con i suoi sudditi, questi principi, dicevo, non furono odiati per colpa dei loro amori. Se Cesare fu assassinato, se la Libertà Romana affondò tanti pugnali nel suo fianco, fu solo perché Cesare era un usurpatore, e non certo perché Cesare era galante.

Mi si potrebbe obiettare, forse per sostenere il sentimento di Machiavelli, l’espulsione dei Re di Roma, per via dell’attentato al pudore commesso contro Lucrezia; ma a ciò posso rispondere che non è stato l’amore del giovane Tarquinio per Lucrezia, ma la violenza di quell’amore, che ha provocato la ribellione di Roma. Dato che quella violenza ha risvegliato nella memoria del popolo l’idea di altre violenze commesse dai Tarquini, i Romani pensarono seriamente di vendicarsi, ammesso che l’avventura di Lucrezia non fosse che un romanzo.

Non dico ciò per scusare la galanteria dei principi, poiché potrebbe anche essere moralmente perversa, mi sono soltanto limitato a dimostrare che essa non rendeva odiosi i sovrani. Si considera l’amore nei buoni principi come una debolezza perdonabile, purché non sia accompagnata da ingiustizie. Si può far l’amore come Luigi XIV, come Carlo II Re d’Inghilterra, come il Re Augusto; ma non bisogna imitare Nerone né Davide.

Ecco, secondo me, una contraddizione di forma. “La Politica vuole che un principe si faccia amare dai suoi sudditi per evitare le cospirazioni”, e nel capitolo XVII dice che “un principe deve cercare anzitutto di farsi temere, poiché può contare su una cosa che dipende da lui, e che non è la stessa cosa per quel che riguarda l’amore del popolo”. Quale delle due affermazioni è il vero sentimento dell’Autore? Egli parla il linguaggio degli oracoli, e si può interpretarlo come si vuole; ma quel linguaggio degli Oracoli, sia detto fra noi, è quello dei Furbi.

Devo dire in generale in quest’occasione che le congiure e gli assassinii non si commettono quasi più nel mondo. I principi sono sicuri da quel punto di vista: quei delitti sono fuori moda, e le ragioni che adduce Machiavelli sono ottime; tutt’al più vi è solo il fanatismo di qualche Ecclesiastico che possa fargli commettere un crimine così spaventoso per puro fanatismo.

Fra le cose buone che Machiavelli dice sull’argomento delle cospirazioni, ve n’è una particolarmente buona, ma che diventa cattiva se detta da lui: “Un Congiurato, dice, è turbato dal timore delle punizioni che lo minacciano e i re sono sostenuti dalla maestà dell’impero e dall’autorità delle leggi”. Mi sembra che l’Autore politico non sia ben piazzato per parlare di Leggi, lui che non consiglia che l’interesse, la crudeltà, il dispotismo e l’usurpazione. Machiavelli fa come i Protestanti, che si servono degli argomenti degli increduli per combattere la transustanziazione dei Cattolici, e si servono degli stessi argomenti con cui i Cattolici sostengono la transustanziazione per combattere gli increduli. Machiavelli consiglia ai principi di farsi amare, di riguardarsi per questo motivo, e di guadagnarsi ugualmente la benevolenza dei grandi e dei popoli. Ha ragione di consigliare loro di scaricare sugli altri ciò che potrebbe attirare loro l’odio di uno di quei due stati, e di stabilire a questo scopo dei magistrati giudici fra il popolo e i grandi; prende come modello il governo Francese. Quell’amico indignato del dispotismo e dell’usurpazione di autorità approva la potenza che i Parlamenti Francesi avevano un tempo. A me sembra che se c’è un governo la cui saggezza potrebbe essere citata ad esempio ai giorni nostri è quello Inglese. Là il parlamento è arbitro del popolo e del re, e il re ha tutto il potere di fare del bene; ma non ne ha affatto per fare del male.

Entra poi in una grande discussione sulla vita degli imperatori romani, da Marco Aurelio fino ai due Gordiani. Attribuisce la causa di quei cambiamenti frequenti alla venalità dell’impero; ma quella non è la sola causa. Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Ottone, Vitellio fecero una brutta fine senza aver acquistato Roma come Didio Giuliano. La venalità fu infine una ragione di più per assassinare gli imperatori; ma la vera causa di quelle rivoluzioni è stata la forma di governo. Le guardie pretoriane divennero ciò che erano state fin dai mammalucchi in Egitto, i giannizzeri in Turchia, gli strelizzi in Moscovia. Costantino distrusse abilmente le guardie pretoriane; ma infine le disgrazie dell’Impero esposero ancora i suoi padroni all’assassinio e all’avvelenamento. Osserverò soltanto che i cattivi imperatori morirono di morte violenta; ma un Teodosio morì nel suo letto, e Giustiniano visse felice ottantaquattro anni. Ecco su cosa voglio insistere. Non esistono praticamente dei cattivi principi che siano felici, e Augusto non fu tranquillo se non quando divenne virtuoso. Il tiranno Comodo, successore del divino Marco Aurelio, fu condannato a morte malgrado il rispetto dovuto a suo padre; Caracalla non poté sostenersi per colpa della sua crudeltà; Alessandro Severo fu ucciso per il tradimento di quel Massimino di Tracia che passa per un Gigante; e Massimino, dopo aver scosso tutti con la sua barbarie, fu assassinato a sua volta. Machiavelli sostiene che sia morto per il disprezzo per le sue umili origini, ma Machiavelli ha torto. Un uomo salito agli onori dell’impero grazie al suo coraggio non ha più genitori; si pensa al suo potere, e non alle sue origini. Pupieno Massimo Clodio era figlio di un maniscalco del villaggio, Probo di un giardiniere, Diocleziano di uno schiavo, Valentiniano di un cordaio; eppure furono tutti rispettati. Lo Sforza che conquistò Milano era un contadino; Cromwell che assoggettò l’Inghilterra e fece tremare l’Europa era figlio di un mercante. Il grande Maometto, fondatore della religione più fiorente dell’universo, era un apprendista mercante; Samon, primo re di Schiavonia, era un mercante francese; il famoso Piast, il cui nome è ancora così riverito in Polonia, fu eletto re quando ancora aveva gli zoccoli ai piedi, e visse rispettato per moltissimi anni. Quanti Generali d’armata, quanti Ministri e Cancellieri di origine plebea! L’Europa ne è piena, e non per questo è meno felice; poiché quei posti sono attribuiti secondo il merito. Non dico questo per disprezzare il sangue dei Witikinds, dei Carlomagno, e degli Ottomani; per molte ragioni rispetto il sangue degli eroi, ma apprezzo ancora di più il merito.

 Non dobbiamo dimenticare che Machiavelli sbaglia di molto quando crede che al tempo di Severo bastasse aver cura dei propri soldati per mantenersi sul trono; la storia degli imperatori lo contraddice. Più si curavano i pretoriani indisciplinabili, più si rendevano conto della loro forza; era anche pericoloso adularli, e volerli reprimere. Oggi non si temono più le truppe, poiché sono tutte divise in piccoli corpi che vegliano gli uni sugli altri, poiché i Re determinano tutti gli incarichi, e la forza delle leggi è più regolata. Gli imperatori Turchi non sono tanto esposti alla miccia perché non hanno ancora saputo servirsi di quella politica. I Turchi sono schiavi del sultano, e il sultano è schiavo dei giannizzeri. Nell’Europa cristiana un principe deve trattare allo stesso modo tutti gli ordini di quelli che comanda, senza fare differenze che potrebbero causare gelosie funeste ai suoi interessi.

Il modello di Severo, proposto da Machiavelli a coloro che si eleveranno all’impero, è quindi tanto sbagliato, quanto quello di Marco Aurelio potrebbe essere vantaggioso. Ma come si può proporre insieme Severo, Cesare Borgia e Marco Aurelio come modelli? Vorrebbe dire unire la saggezza e la virtù più pura alla scelleratezza più orrenda. Non posso terminare senza insistere ancora sul fatto che Cesare Borgia, con la sua crudeltà così abile, fece una fine molto disgraziata, e che Marco Aurelio, quel filosofo premiato, sempre buono, sempre virtuoso, non subì fino alla morte nessun rovescio di fortuna.

CAPITOLO XX

Se le fortezze e molte altre cose che i Principi

fanno spesso siano utili o nocive

Il Paganesimo rappresentava Gesù con due facce; ciò significava la conoscenza perfetta che aveva del passato e dell’avvenire. L’immagine di Dio, presa in senso allegorico, può benissimo applicarsi ai principi. Essi devono, come Giano, guardare dietro di sè nella storia di tutti i secoli trascorsi, che forniscono loro delle utilissime lezioni di condotta e di dovere; devono, come Giano, guardare avanti per la loro penetrazione, e per quello spirito di forza e di giudizio che unisce tutti i rapporti, e che legge nelle congiunture attuali quelle che devono seguire.

Machiavelli propone cinque domande ai principi, tanto a quelli che abbiano fatto delle nuove conquiste, quanto a quelli la cui politica non chiede che di affermarsi nei loro possedimenti. Vediamo ciò che la prudenza potrà consigliare di meglio unendo il passato al futuro e determinandosi mediante la ragione e la giustizia.

Ecco la prima domanda: Un principe deve disarmare i popoli conquistati o no?

Bisogna sempre pensare come il modo di far la guerra sia cambiato dai tempi di Machiavelli Sono sempre degli eserciti disciplinati, più o meno forti, che difendono il loro paese; sarebbe molto disprezzata una truppa di contadini armati. Se talvolta durante gli assedi la Borghesia impugna le armi, gli Assedianti non lo sopportano; e per impedirglielo, li si minaccia con bombardamenti e palle arroventate. Sembra d’altronde che sia prudente disarmare in un primo tempo i Borghesi di una città conquistata, soprattutto se si ha ragione di temere qualcosa da parte loro. I Romani, che avevano conquistato la Gran Bretagna, e che non potevano mantenervi la pace per colpa del carattere turbolento e bellicoso di quei popoli, presero la decisione di renderli effeminati, per moderare i loro istinti bellicosi e feroci; cosa che ebbe il successo che ci si aspettava a Roma. I Corsi sono un pugno di uomini, altrettanto coraggiosi e decisi che quegli Inglesi; non si potrà domarli, penso, che con la prudenza e la bontà. Per mantenere la sovranità di quell’isola, mi sembra indispensabile disarmare gli abitanti, e addolcire i loro costumi. Dirò incidentalmente, parlando dei Corsi, che si può vedere dal loro esempio quanto coraggio e quanta virtù dia agli uomini l’amore per la libertà, e quanto sia pericoloso e ingiusto opprimerlo.

La seconda domanda verte sulla fiducia che un principe deve avere, dopo essersi impadronito di un nuovo Stato, in quei nuovi sudditi che l’hanno aiutato ad impadronirsene, o in quelli che sono rimasti fedeli al loro legittimo principe.

Quando si conquista una città, con l’intelligenza o per il tradimento di qualche Cittadino, sarebbe molto imprudente dar fiducia ai traditori, che probabilmente vi tradirebbero a loro volta: e dobbiamo presumere che coloro che sono rimasti fedeli ai loro antichi padroni lo saranno anche ai nuovi sovrani; poiché si tratta di solito di spiriti saggi, di uomini residenti che hanno dei possedimenti nel paese, che amano l’ordine, a cui può nuocere qualsiasi cambiamento. Però non bisogna avere troppa leggerezza nel dare fiducia a qualcuno.

Supponiamo però che dei popoli, oppressi e costretti a scuotere il giogo dei loro tiranni, chiamino un altro principe per governarli: io penso che il principe debba rispondere interamente alla fiducia che gli è stata concessa, e che se non si fidasse in tale occasione di quelli che gli hanno affidato quanto avevano di più caro, mostrerebbe il lato più indegno di un’ingratitudine che non mancherebbe di infamare la sua reputazione. Guglielmo, principe d’Orange, mantenne fino alla fine della sua vita la sua amicizia e la sua fiducia verso coloro che gli avevano messo in mano le redini del governo d’Inghilterra, e i suoi oppositori abbandonarono la loro patria e seguirono il re Giacomo. Nei Regni elettivi, dove la maggior parte delle elezioni avvengono per intrighi, dove il Trono è venale, checché se ne dica, io credo che il nuovo sovrano troverà il modo, dopo essere stato eletto, di comprare i suoi oppositori, come si è conquistato quelli che l’hanno eletto.

La Polonia ci fornisce degli esempi. I traffici intorno al trono sono così grossolani che sembra quasi che l’acquisto avvenga su un pubblico mercato. La liberalità di un re di Polonia libera il suo cammino da qualsiasi opposizione, egli è padrone di guadagnarsi la collaborazione delle grandi famiglie per mezzo di palatinati, di staroste, e di altre cariche che conferisce; ma dato che i Polacchi riguardo ai benefici ricevuti hanno la memoria corta, bisogna spesso tornare alla carica. In due parole, la Repubblica di Polonia è come le botti delle Danaidi, il re più generoso spargerà invano i suoi benefici su di loro, ma non le riempirà mai. Comunque, dato che un re di Polonia ha molti favori da fare, può procurarsi spesso delle risorse, offrendo le sue liberalità soltanto nelle occasioni in cui ha bisogno delle famiglie che arricchisce.

La terza domanda di Machiavelli riguarda la sicurezza di un principe in un Regno ereditario, vale a dire se è meglio che favorisca l’accordo o la discordia fra i suoi sudditi.

Questa domanda poteva forse essere d’attualità al tempo degli antenati di Machiavelli a Firenze; ma al giorno d’oggi penso che nessun politico l’adotterebbe così com’è e senza addolcirla. Mi limiterò a citare il bell’apologo così noto di Menenio Agrippa, con cui ha riunito il popolo Romano. Le repubbliche comunque devono in qualche modo coltivare un pò di gelosia fra i loro membri, poiché se nessuna delle parti veglia sull’altra, la forma di governo si cambia in monarchia.

Vi sono dei principi che pensano che la disunione dei loro Ministri sia necessaria al loro interesse, ritengono di essere meno traditi da uomini che un odio reciproco mantiene sempre sul chi vive, ma se questi odi producono tali effetti, ne producono anche uno molto pericoloso; poiché tali Ministri, invece di concorrere al servizio del principe, cercando di nuocere l’uno all’altro si ostacolano in continuazione, e confondono nelle loro dispute private il vantaggio del principe e la salvezza dei popoli.

Nulla contribuisce dunque al successo di una Monarchia più dell’unione intima e inseparabile di tutti i suoi membri, e l’unico scopo di un principe saggio deve essere appunto quello di instaurarla.

Questa mia risposta alla terza domanda di Machiavelli può in un certo qual modo servire da soluzione al suo quarto problema. Esaminiamo comunque, e giudichiamo in due parole se un principe deve fomentare delle fazioni contro se stesso o se deve conquistarsi l’amicizia dei suoi sudditi.

Farsi dei nemici per poi vincerli sarebbe come fabbricare dei mostri per poi combatterli; è molto più naturale, più ragionevole e più umano farsi degli amici. Fortunati i principi che godono la dolcezza dell’ amicizia, e ancora più fortunati quelli che si meritano l’amore e l’affetto dei popoli!

Eccoci giunti all’ultima domanda di Machiavelli: sapere se un principe deve avere delle fortezze e delle cittadelle o se deve raderle al suolo. Credo di aver già espresso il mio pensiero nel capitolo X per ciò che riguarda i piccoli principi, vediamo ora ciò che concerne la condotta dei re.

Al tempo di Machiavelli, il mondo era in fermento, lo spirito di sedizione e di rivolta regnava ovunque, non si vedevano altro che fazioni e tiranni. Le rivoluzioni continue e frequenti obbligarono i principi a costruire delle cittadelle sulle alture delle città, per contenere in tal modo lo spirito inquieto degli abitanti.

Da quel secolo barbaro, sia gli uomini si sono stancati di distruggersi gli uni gli altri, sia piuttosto perché i sovrani hanno nei loro stati un potere più dispotico, non si sente più tanto parlare di sedizioni e di rivolte, e si direbbe che quello spirito inquieto, dopo aver infuriato non poco, si è ora un pò calmato; tanto che ora non occorrono più cittadelle per salvaguardare la fedeltà delle città e del paese. Non così per quanto riguarda le fortificazioni, che servono per difendersi dai nemici e per assicurare maggiormente la tranquillità dello Stato.

Gli eserciti e le fortezze sono ugualmente utili per i principi; infatti, se possono opporre i loro eserciti ai loro nemici, possono riparare quell’esercito sotto il cannone delle loro fortezze in caso di battaglia perduta, e l’assedio a tale fortezza intrapreso dal nemico dà loro il tempo di rifarsi e di riunire nuove forze, che potrebbero ancora, se riunite in tempo, impiegare per far togliere l’assedio al nemico.

Le ultime guerre nelle Fiandre fra l’imperatore e la Francia non avanzavano quasi più a causa della moltitudine di piazzeforti; e delle battaglie di centomila uomini che vincevano su centomila uomini non si concludevano che con la conquista di una o due città. Alla campagna seguente, l’avversario, che aveva avuto il tempo di riparare le sue perdite, riappariva di nuovo, e si rimetteva in discussione ciò che era stato deciso l’anno precedente. In quei paesi dove vi sono molte piazzeforti, degli eserciti che coprono due miglia di terreno combatteranno per trent’anni e vinceranno, se sono fortunati, al prezzo di venti battaglie, dieci miglia di terreno.

Nei paesi aperti la sorte di un combattimento, o di due campagne, decide della fortuna del vincitore, e gli sottomette dei Regni interi. Alessandro, Cesare, Gengiskan, Carlo XII debbono la loro gloria all’aver trovato pochi posti fortificati nei paesi che hanno conquistato. Il vincitore dell’India non fece che due assedi nelle sue gloriose campagne, l’arbitro della Polonia non ne face mai di più. Eugenio, Villars, Marlbouroug, Luxembourg erano grandi Capitani, ma le fortezze smorzarono in un certo senso lo splendore dei loro successi. I Francesi conoscono bene l’utilità delle fortezze, poiché dal Brabante fino al Delfinato c’è quasi una doppia catena di fortezze; la frontiera della Francia dalla parte della Germania è come la bocca spalancata di un leone, che presenta due file di denti minacciosi, e dà l’impressione di voler inghiottire tutto. Basta questo per dimostrare il grande uso delle città fortificate.

CAPITOLO XXI

Di come il principe debba governare per farsi stimare.

Questo capitolo di Machiavelli contiene del buono e del cattivo. Vorrei sottolineare prima di tutto gli errori di Machiavelli, confermerò poi ciò che dice di buono e di lodevole, e in seguito esprimerò il mio pensiero su alcuni soggetti che appartengono a questo argomento.

L’Autore propone il comportamento di Ferdinando d’Aragona e di Bernardo da Milano come modello a coloro che vogliono distinguersi con grandi imprese e azioni rare e straordinarie. Machiavelli cerca il meraviglioso nell’ardire delle imprese e nella rapidità di esecuzione. Questo è grandioso, ne convengo, ma è lodevole soltanto a patto che l’impresa del conquistatore sia giusta. “Tu, che ti vanti di sterminare i ladri, dicevano gli Ambasciatori Sciti ad Alessandro, sei tu stesso il più gran ladro che esista sulla terra; poiché tu hai spogliato e saccheggiato tutte le nazioni che hai conquistato. Se tu sei un Dio, devi fare del bene ai mortali, e non sottrarre i loro averi; se tu sei un uomo, pensa sempre a ciò che sei.”

Ferdinando d’Aragona non si contentava sempre di fare unicamente la guerra; ma si serviva della Religione come di un velo per coprire i suoi progetti. Abusava della fede dei sermenti, non parlava che di giustizia, e non commetteva altro che ingiustizie. Machiavelli loda in lui tutto ciò che è da biasimare.

Machiavelli prende come secondo esempio Bernardo da Milano, per insinuare ai principi che devono ricompensare e punire in un modo clamoroso, perché tutte le loro azioni abbiano impresso in se stesse un carattere di grandiosità. I principi generosi non mancheranno di avere una buona reputazione, soprattutto quando la loro liberalità proviene dalla loro grandezza d’animo e non dal loro amor proprio.

La bontà dei loro cuori può renderli più grandi di tutte le altre virtù. Cicerone diceva a Cesare: “Voi non avete nulla di più grande nella vostra fortuna del potere di salvare tanti cittadini, né di più degno della vostra bontà della volontà di farlo.” Perciò le pene inflitte da un principe dovrebbero sempre essere al di sopra dell’offesa, e le ricompense che egli dà dovrebbero sempre essere al di sopra del servizio.

Ma ecco una contraddizione. Il dottore della politica in questo capitolo esige che i principi mantengano le loro alleanze, e nel capitolo XVIII li libera formalmente dall’obbligo di mantenere la parola data. Egli fa come quelli che predicono il futuro, che dicono bianco agli uni e nero agli altri.

Se Machiavelli ragiona male su tutto quello che abbiamo appena detto, parla bene invece della prudenza che i principi devono avere nel non impegnarsi alla leggera con altri principi più potenti di loro, i quali, invece di aiutarli, potrebbero rovinarli.

Di ciò era ben conscio un gran principe di Germania, ugualmente stimato dai suoi amici e dai suoi nemici. Gli Svedesi entrarono nei suoi Stati mentre si era allontanato con tutte le sue truppe per soccorrere l’imperatore nel basso Reno, nella guerra che stava sostenendo contro la Francia. I ministri di quel principe gli consigliarono, alla notizia di quell’improvvisa irruzione, di chiamare a soccorso lo Zar di Russia; ma quel principe, più perspicace di loro, rispose che i Moscoviti erano come degli orsi che non bisognava scatenare, poiché si rischiava di non poter più rimetterli in catene. Si assunse generosamente il compito di vendicarsi, e non ebbe mai a pentirsene.

Se io vivessi nel secolo futuro, allungherei certamente questo articolo con altre riflessioni che vi si adatterebbero, ma non sta a me giudicare la condotta dei principi moderni, e nel mondo bisogna saper parlare e tacere a proposito.

L’argomento della neutralità è ben trattato da Machiavelli, come quello degli impegni dei principi. L’esperienza ha dimostrato da tempo che un principe neutrale espone il suo paese alle ingiurie dei due partiti belligeranti; che i suoi Stati diventano teatro della guerra, e che egli è sempre perdente nella neutralità, senza che vi sia mai nulla di solido da guadagnare.

Vi sono due modi in cui un principe può ingrandirsi: uno è quello della conquista, quando un principe guerriero ritira i limiti dei suoi possedimenti costretto dalla forza delle armi; l’altro è quello del buon governo, quando un principe laborioso fa fiorire nei suoi stati tutte le arti e tutte le scienze che li rendono più potenti e più civili.

Tutto questo libro è riempito solo di ragionamenti su questa prima maniera di ingrandirsi, diciamo ora qualcosa della seconda, più innocente, più giusta e altrettanto utile che la prima.

Le arti più necessarie alla vita sono l’agricultura, il commercio, le manifatture. Quelle che rendono più onore allo spirito umano sono la geometria, la filosofia, l’astronomia, l’eloquenza, la poesia, la pittura, la musica, la scultura, l’architettura, l’incisione, e tutto ciò che si intende con il nome di belle arti.

Dato che tutti i paesi sono molto diversi, in alcuni l’attività principale è l’agricoltura, in altri la vendemmia, in altri le manifatture, e in altri ancora il commercio. Alcune di queste arti sono anche presenti insieme in qualche paese.

I sovrani che sceglieranno questo modo dolce e amabile per diventare più potenti saranno obbligati a studiare prima di tutto la costituzione del loro paese, in modo da sapere quali fra queste arti avranno più probabilità di riuscita, e di conseguenza quali essi dovranno maggiormente incoraggiare. I Francesi e gli Spagnoli si sono resi conto che il commercio mancava al loro paese, e per tale motivo hanno studiato il sistema di rovinare quello degli Inglesi. Se riescono nel loro intento, la Francia aumenterà considerevolmente il suo potere, più di quanto non avrebbe potuto fare con la conquista di venti città e di un migliaio di villaggi; e l’Inghilterra e l’Olanda, i due paesi più belli e più ricchi del mondo, deperiranno insensibilmente come un malato che muore di consunzione.

I paesi le cui ricchezze sono costituite da piccoli villaggi e da vigneti devono tener presenti due cose. Una è quella di dissodare con cura tutta la terra, in modo da trarre profitto anche dal più piccolo terreno; l’altra è di migliorare in modo radicale i sistemi per trasportare questa merce a un costo inferiore, in modo da poterla vendere a miglior mercato.

Quanto alle manifatture di qualsiasi specie, sono ciò che vi è di più utile e più vantaggioso per uno stato, poiché per mezzo di esse si sopperisce alle necessità e ai lussi degli abitanti, tanto che i vicini sono persino obbligati a pagare un tributo alle vostre industrie. Esse infatti impediscono che i soldi escano da un paese, e nello stesso tempo ne fanno entrare altri.

Sono sempre stato convinto che fosse la mancanza di manifatture che aveva causato in parte quelle grandi emigrazioni dai paesi del nord, di quei Goti, di quei Vandali che inondarono così di frequente i paesi meridionali. L’arte non era tanto conosciuta in quei tempi remoti in Svezia, in Danimarca e nella maggior parte della Germania, quanto l’agricoltura o la caccia. I terreni coltivabili erano suddivisi fra un certo numero di proprietari che li coltivavano, e che ne traevano sostentamento.

Ma poiché la razza umana è sempre stata molto feconda in quei climi rigidi, accadeva che in un paese vi fosse il doppio di abitanti di quanti ne potessero sussistere mediante il lavoro dei campi: e quei cadetti delle nobili famiglie si raggruppavano in bande, diventavano per necessità briganti illustri, devastavano altri paesi e ne spodestavano i padroni; notiamo infatti nelle storie degli imperi di oriente e di occidente che quei barbari solitamente chiedevano solo campi da coltivare, onde ricavarne il loro sostentamento. I paesi del nord non sono ora meno popolati di quanto non lo fossero allora, ma dato che il lusso ha molto saggiamente moltiplicato le nostre necessità, ciò ha fatto sorgere delle manifatture, e tutte quelle arti che fanno vivere delle intere popolazioni, che sarebbero altrimenti obbligate a cercare altrove il loro sostentamento.

Questi modi di far prosperare uno Stato sono come dei talenti affidati alla saggezza del sovrano, che deve metterli a consumo e farli valere. Il fattore che dimostra con maggior sicurezza che un paese ha un governo saggio e felice è quando le belle arti nascono sotto la sua egida; sono dei fiori che crescono in un terreno ricco e sotto un cielo fortunato, che però la siccità o il vento di settentrione (Aquilone) fanno morire.

Nulla può rendere più illustre un regno quanto le arti che fioriscono sotto di lui. Il secolo di Pericle è tanto famoso per i grandi geni che vivevano ad Atene quanto per le battaglie che gli Ateniesi intrapresero. Quello di Augusto è più conosciuto per Cicerone, Ovidio, Orazio, Virgilio, ecc. che per le proscrizioni di quel crudele imperatore, che deve dopotutto gran parte della sua reputazione alla lira di Orazio. Quello di Luigi XIV è più famoso per i Corneille, Racine, Molière, Boileau, Cartesio, Le Brun, Girardon, che non per quel passaggio del Reno tanto esagerato, per gli assedi in cui Luigi si trovò in persona, e per la battaglia di Torino che Monsieur de Marsin fece perdere al Duca di Orléans per ordine del suo gabinetto.

I re rendono onore all’umanità quando distinguono e ricompensano coloro che fanno loro più onore, e quando incoraggiano quegli spiriti superiori che cercano di perfezionare le nostre conoscenze e che si dedicano al culto della verità.

Fortunati i sovrani che coltivano essi stessi quelle scienze, che rinnegano (non è chiaro: “renient” vuol dire rinnegano, ma non fa senso!) con Cicerone, quel console Romano, liberatore della sua patria e padre dell’eloquenza: “Le Lettere formano la gioventù, e sono il fascino dell’età matura. La prosperità diventa con esse più brillante, l’avversità ne trae consolazione; e nelle nostre case, e nelle case altrui, nei viaggi e nella solitudine, in ogni tempo e in ogni luogo, esse sono la dolcezza della nostra vita.”

Lorenzo de Medici, l’uomo più famoso della sua nazione, era il rappacificatore dell’Italia e il ripristinatore delle scienze. La sua probità gli guadagnò la fiducia di tutti i principi; e Marco Aurelio, uno dei più grandi imperatori Romani, fu grande guerriero e altrettanto saggio filosofo, e unì la pratica più severa della morale alla professione che ne faceva. Terminiamo con queste parole: “Un Re che si lasci guidare dalla giustizia avrà l’universo come tempio e le persone migliori come sacerdoti e sacrificatori.”

CAPITOLO XXII

Dei segretari dei principi.

Vi sono due tipi di principi al mondo: quelli che vedono tutto con i propri occhi e governano i loro Stati da soli, e quelli che si appoggiano alla buona fede dei loro ministri e che si lasciano governare da quelli che dominano il loro spirito.

I sovrani del primo tipo sono come l’anima dei loro Stati; il peso del loro Governo riposa unicamente su di loro, come il mondo sulle spalle di Atlante. Regolano essi stessi gli affari interni come gli affari esteri, occupano nello stesso tempo la carica di primi magistrati di giustizia, di generali d’armata, di grandi tesorieri. Essi possiedono, secondo l’esempio di Dio (che si serve di intelligenze superiori all’uomo per mettere in atto la sua volontà), uno spirito penetrante e laborioso per mettere in atto i loro progetti e per eseguire in dettaglio ciò che hanno progettato in linea di massima. I loro ministri sono unicamente degli strumenti nelle mani di un padrone saggio e capace.

I sovrani del secondo tipo sono come immersi, per una mancanza di genio o una naturale indolenza, in una letargica indifferenza. Se lo Stato, che sta per cedere a causa della debolezza del sovrano, deve essere sostenuto dalla saggezza e dalla vivacità di un ministro, il Principe non è allora altro che un fantasma, ma un fantasma necessario poiché rappresenta lo Stato: tutto ciò che possiamo augurarci è che faccia una scelta felice.

Per un sovrano non è così facile come potrebbe sembrare l’approfondire il carattere di quelli che vuole assumere negli affari; poiché tanto i privati hanno una grande facilità nel mascherarsi di fronte ai loro padroni, tanto i principi trovano ostacoli per dissimulare il loro intimo di fronte agli occhi del pubblico.

Dopotutto, se Sisto V è riuscito a ingannare settanta cardinali che dovevano conoscerlo, a maggior ragione come non potrebbe essere facile per un privato sorprendere il sovrano che non ha mai avuto occasione di conoscerlo a fondo?

Un principe d’ingegno può giudicare facilmente la genialità e l’abilità di coloro che lo servono, ma gli sarà quasi impossibile giudicare bene la loro obiettività e la loro fedeltà.

Abbiamo osservato in diverse occasioni che degli uomini che sembravano virtuosi per mancanza di occasioni di smentirsi hanno rinunciato alla loro onestà non appena la loro virtù è stata messa alla prova. A Roma non si è mai parlato male dei Tiberi, dei Neroni, dei Caligola, prima che salissero al trono: forse la loro scelleratezza sarebbe restata senza effetto se non fosse stata provocata dall’occasione che ha sviluppato il germe della loro cattiveria.

Vi sono uomini che uniscono a una grande intelligenza, flessibilità e molti talenti, l’anima più nera e più ingrata; ve ne sono altri che possiedono tutte le qualità del cuore.

I principi prudenti hanno di solito dato la loro preferenza a coloro in cui prevalgono le qualità del cuore, per assumerli all’interno del loro paese. Hanno però preferito a questi coloro che hanno più flessibilità per servirsene nelle negoziazioni. Infatti, dato che si tratta di mantenere l’ordine e la giustizia nei loro Stati, basta che vi sia l’onestà; e se occorre persuadere i vicini e organizzare degli intrighi, si vede subito che la probità non è altrettanto necessaria quanto l’abilità e l’intelligenza.

Mi sembra che un principe non potrebbe mai ricompensare abbastanza la fedeltà di coloro che lo servono con zelo; vi è in noi un certo senso di giustizia che ci spinge alla riconoscenza, e che bisogna assecondare. D’altra parte però gli interessi dei Grandi richiedono assolutamente una ricompensa altrettanto generosa quanto una punizione clemente; poiché i ministri che si rendono conto che la virtù sarà lo strumento della loro fortuna, non ricorreranno certo al crimine, e preferiranno naturalmente il bene del loro padrone alle corruzioni degli stranieri.

La via della giustizia e la saggezza del mondo sono dunque perfettamente d’accordo su questo argomento, ed è altrettanto imprudente quanto difficile mettere a prova l’attaccamento dei ministri, per mancanza di ricompensa e di generosità.

Vi sono dei principi che peccano di un altro difetto altrettanto pericoloso, cioè cambiano i ministri con grande leggerezza e puniscono con troppo rigore la minima irregolarità nel loro comportamento.

I Ministri che lavorano nell’immediata vicinanza del principe, sotto i suoi occhi, quando occupano tale carica da qualche tempo, non possono in alcun modo nascondere i loro difetti; infatti, più il principe è perspicace e più facilmente li scopre.

I sovrani che non sono filosofi si spazientiscono rapidamente; si rivoltano contro le debolezze di coloro che li servono, li fanno cadere in disgrazia e li perdono.

I principi che ragionano più a fondo conoscono meglio gli uomini; sanno che sono tutti umani, che non vi è nulla di perfetto a questo Mondo, che le grandi qualità sono in un certo senso contrapposte da grandi difetti, e che una persona intelligente è in grado di trarre il meglio da entrambe. Ecco perché, a meno di una prevaricazione, mantengono i loro Ministri con le loro buone e cattive qualità e preferiscono quelli che conoscono di più, ai nuovi che potrebbero avere, più o meno come degli abili musicisti che preferiscono suonare con degli strumenti di cui conoscono i pregi e i difetti, piuttosto che con dei nuovi di cui non conoscono i vantaggi.

CAPITOLO XXIII

Di come si debba sfuggire agli adulatori.

Non esiste un libro di morale o di storia in cui la debolezza dei principi nei riguardi dell’adulazione non sia rigorosamente censurata. Si vuole che i principi amino la verità, che le loro orecchie si abituino ad ascoltarla, e questo è giusto; ma si vogliono anche, secondo gli usi degli uomini, delle cose un pò contradditorie. Si vuole che i principi abbiano tanto amor proprio da amare la gloria, per poter fare grandi cose, e che nello stesso tempo siano abbastanza indifferenti da rinunciare di propria iniziativa ad essere rimunerati per i lavori compiuti; lo stesso principio dovrebbe spingerli a meritare le lodi e a disprezzarle. Ciò vuol dire pretendere troppo dall’umanità, visto che ci si sente in dovere di supporre che essi abbiano più potere su di sè che sugli altri.

“Il disprezzo della virtù dal disprezzo della fama”

I princii, insensibili alla loro reputazione, sono stati dei pigri, o degli esseri voluttuosi abbandonati alle mollezze; erano delle masse di sostanza ignobile, senza alcuna virtù. Dei tiranni molto crudeli hanno amato le lodi, è vero; ma per loro è stata una vanità odiosa, un vizio in più; volevano la stima mentre meritavano l’obbrobrio. Nei principi viziosi, l’adulazione è un veleno mortale che moltiplica i semi della loro corruzione; nei principi meritevoli, l’adulazione è come una ruggine che si attacca alla loro gloria, che ne diminuisce lo splendore. Un uomo intelligente si rivolta contro l’adulazione grossolana, respinge l’adulatore maldestro.

Esiste un altro tipo di adulazione, è la sofista dei difetti, la sua retorica li diminuisce; è lei che fornisce degli argomenti alle passioni, che dà all’austerità il carattere della giustizia, che crea una rassomiglianza così perfetta della liberalità alla profusione, che fa quasi confondere, che copre le depravazioni col velo del divertimento e del piacere; essa amplifica soprattutto i difetti altrui, per farne un trofeo di quelli del suo eroe. La maggior parte degli uomini amano quell’adulazione che giustifica i loro gusti, che non è una vera menzogna; essi non potrebbero essere severi verso quelli che dicono di loro un bene di cui essi stessi sono convinti. L’adulazione fondata su una base solida è la più sottile di tutte; occorre avere una grande perspicacia per poter apprezzare la sfumatura che essa aggiunge alla verità. Essa non farà accompagnare un Re alla trincea da dei poeti che devono essere gli storici, essa non comporrà dei prologhi d’opera riempiti di iperboli, delle prefazioni scialbe e delle epistole strisicanti. Essa non stordirà un eroe con il racconto enfatico delle sue vittorie, ma prenderà la via del sentimento, si occuperà delicatamente degli inizi, avrà un’apparenza fresca e ingenua. Come potrebbe un grand’uomo, un eroe, un principe spirituale adirarsi nel sentirsi dire una verità che la vivacità di un amico sembra lasciarsi sfuggire? Come Luigi XIV, che si rendeva conto che solo la sua presenza si imponeva alla gente, e che si compiaceva di quella sua superiorità, poteva adirarsi con un vecchio ufficiale che, parlandogli, tremava e balbettava, e che, fermandosi in mezzo al suo discorso, gli disse: “Se non altro, Sire, io non tremo così davanti ai vostri nemici”?

I principi che sono stati uomini prima di diventare re, possono ricordarsi di quello che sono stati, e quindi non si abituano così facilmente agli alimenti dell’adulazione. Quelli che hanno regnato tutta la loro vita, sono sempre stati nutriti d’incenso come gli Dei

E morrebbero di inanizione se mancassero di lodi.

Sarebbe quindi più giusto, mi sembra, commiserare i re invece di condannarli: sono infatti gli adulatori, e ancora più di loro i calunniatori, che meritano la condanna e l’odio del pubblico; come pure tutti coloro che sono tanto nemici dei principi da travisare loro la verità. Bisogna però distinguere l’adulazione dalla lode. Traiano fu incoraggiato alla virtù dal panegirico di Plinio, Tiberio fu confermato nel vizio dalle adulazioni dei Senatori.

CAPITOLO XXIV

Perché i principi d’Italia abbiano perduto i loro Stati.

La favola di Cadmo, che seminò nella terra i denti del serpente che aveva appena annientato, e da cui nacque un popolo di Guerrieri che si distrussero, è l’emblema di ciò che erano i principi italiani al tempo di Machiavelli Le perfidie e i tradimenti che commettevano gli uni contro gli altri rovinarono i loro affari. Se si legge la storia d’Italia dalla fine del XIV secolo fino all’inizio del XV non vi sono che crudeltà, sedizioni, violenze, leghe per distruggersi a vicenda, usurpazioni, assassini, in poche parole un miscuglio enorme di crimini, la cui sola idea ispira orrore.

Se ad esempio di Machiavelli si decidesse di rovesciare la giustizia e l’umanità, si sconvolgerebbe l’universo intero; l’inondazione dei crimini ridurrebbe in poco tempo questo continente in un’immensa solitudine. Sono state la cativeria e la barbarie dei principi d’Italia che hanno fatto loro perdere gli stati che possedevano, così come i falsi principi di Machiavelli manderanno sicuramente in rovina coloro che saranno così folli da seguirli. Io non nascondo nulla; la vigliaccheria di alcuni di quei principi d’Italia può aver contribuito alle loro perdite unitamente alla loro perfidia. La debolezza dei re di Napoli fu sicuramente la causa della rovina dei loro affari; ma che mi si dica ciò che si vuole della politica; discutete, proponete degli schemi, citate degli esempi, usate tutte le sottigliezze, ma sarete comunque vostro malgrado obbligati a tornare alla giustizia.

Io vorrei chiedere a Machiavelli che cosa intenda con queste sue parole “Se si nota in un sovrano appena salito al trono (ciò che significa in un usurpatore) prudenza e merito, ci si affezionerà ben più a lui che a coloro che derivano la loro grandezza unicamente dalla loro nascita. La ragione di ciò è che si è molto più influenzati dal presente che dal passato, e quando vi si trova di che soddisfarsi, non si va oltre.”

Machiavelli suppone forse che fra due uomini ugualmente valorosi e saggi, una nazione intera preferirà l’usurpatore al principe legittimo? Oppure intende parlare di un sovrano senza virtù e di un valido usurpatore pieno di capacità? Non credo che la prima supposizione sia quella dell’Autore, infatti si oppone alle più normali nozioni di buon senso; sarebbe un effetto senza causa che un popolo prediligesse un uomo che ha commesso un’azione violenta per diventare loro capo, e che d’altra parte non avesse alcun merito preferibile a quelli del legittimo sovrano.

Non potrebbe essere neppure la seconda supposizione; poiché qualsiasi qualità si attribuisca ad un usurpatore, bisogna ammettere che l’azione violenta con la quale è salito al potere è un’ingiustizia.

Cosa ci si può aspettare da un uomo che inizia la sua carriera con un crimine, se non un governo violento e tirannico? Sarebbe come se un uomo si sposasse e subisse l’infedeltà di sua moglie il giorno stesso delle nozze; non penso che questo deporrebbe molto sulla virtù della sua novella sposa per il resto della sua vita.

Machiavelli pronuncia la sua condanna in questo capitolo. Dice chiaramente che senza l’amore dei popoli, senza l’affetto dei Grandi e senza un esercito ben disciplinato, sarebbe impossibile a un principe di mantenersi al Trono. La verità sembra obbligarlo a renderle questo omaggio; più o meno come i Teologi assicurano l’esistenza degli Angeli maledetti, che riconoscono un Dio ma che lo bestemmiano.

Ecco in cosa consiste la contraddizione. Per guadagnarsi l’affetto dei popoli e dei grandi, bisogna avere una base di virtù; bisogna che il principe sia umano e faccia del bene, che con tali doti si trovi in lui la capacità di compiere anche le più penose funzioni insite nella sua carica.

Del resto, la sua carica è come tutte le altre; gli uomini, qualsiasi compito svolgano, non ottengono mai la fiducia se non sono giusti e colti. I più corrotti sperano sempre di aver a che fare con una persona per bene, come i più incapaci di governare si aggrappano a quelli che considerano i più prudenti. Come?! Il più piccolo borgomastro, il minimo scabino di una città avrà bisogno di essere persona onesta e laboriosa, se vuole raccogliere dei frutti; e la monarchia sarebbe l’unico esempio in cui il vizio sarebbe autorizzato?

Bisogna essere come ho appena detto per guadagnarsi il cuore delle persone, e non come Machiavelli insegna nel corso di quest’opera, ingiusti, crudeli, ambiziosi, e impegnati solo a curarsi di aumentare la propria grandezza.

È così che si può vedere smentito questo politico, il cui secolo l’ha fatto passare per un grand’uomo; che tanti ministri hanno riconosciuto come pericoloso; ma che hanno comunque seguito; di cui si sono fatte studiare le abominevoli massime ai principi; a cui nessuno aveva ancora risposto per le rime e che molti politici seguono, senza voler essere accusati.

Beato colui che potrà distruggere completamente il machiavellismo nel mondo! Io ne ho solo mostrato l’incongruenza;, ora tocca a coloro che governano la terra di convincerla con i loro esempi: sono obbligati a guarire il pubblico da queste idee false sulla politica nelle quali ci si trova attualmente, poiché la politica non deve essere che il sistema della saggezza, ma che comunemente si sospetta che sia il breviario della scaltrezza. Sono loro che dovranno bandire le sottigliezze e la malafede dei trattati, e ridare vigore all’onestà e al candore che, a dire il vero, non si trovano nei sovrani; sono loro che dovranno mostrare che che sono poco invidiosi delle provincie dei loro vicini e poco gelosi della conservazione dei loro Stati. Il principe che vuole possedere tutto è come uno stomaco che si riempie di carne oltre misura, senza rendersi conto che non potrà mai digerirla; il principe che si appresta a ben governare è come come un uomo che mangia parcamente e il cui stomaco digerisce senza problemi.

CAPITOLO XXV

Di quanto potere abbia la Fortuna negli affari del mondo

E di come si possa resisterle.

La questione che riguarda la libertà dell’uomo è uno dei problemi che tormenta i filosofi e che ha spesso fatto uscire degli anatemi dalla bocca dei teologi. I partigiani della libertà sostengono che se gli uomini non sono liberi, è Dio che agisce per conto loro, e che è Dio che per mano loro commette omicidi, furti e tutti i crimini; il che è palesemente opposto alla sua santità.

In secondo luogo, se l’essere supremo è il padre dei vizi, e l’autore delle iniquità che vengono commesse, non si potranno più punire i colpevoli, e non vi saranno al mondo né crimini né virtù. Ora, dato che non si può immaginare un dogma così orrendo senza pensare a tutte le sue contraddizioni, possiamo solo scegliere la migliore delle due tesi, dichiarandoci favorevoli alla teoria della libertà dell’uomo.

I partigiani della necessità assoluta dicono invece che Dio sarebbe peggio che un cieco artefice che lavora nell’oscurità, se dopo aver creato il Mondo avesse ignorato ciò che di esso si dovrebbe sapere. Un orologiaio, dicono, sa come funziona il più piccolo ingranaggio di un orologio, poiché conosce il movimento che esso gli imprime, e a quale scopo egli l’ha creato: e Dio, questo essere infinitamente saggio, sarebbe lo spettatore curioso e impotente delle azioni degli uomini? Come avrebbe potuto quello stesso Dio, le cui opere hanno tutte un carattere di ordine e sono tutte soggette a determinate leggi immutabili e costanti, lasciar godere soltanto l’uomo dell’indipendenza e della libertà? Allora non sarebbe più la Provvidenza che governa il mondo, ma il capriccio degli uomini. E se si deve optare per il Creatore o per la creatura, quale dei due è autonomo? Sarebbe più ragionevole pensare che sia l’essere in cui sta la debolezza, piuttosto che l’essere in cui sta la potenza. La ragione e le passioni sono come delle catene invisibili con cui la mano della Provvidenza guida il genere umano, per concorrere agli avvenimenti che la sua saggezza eterna aveva deciso che accadessero nel mondo, affinché ogni individuo potesse adempiere ai compiti assegnatigli dal destino.

È così che per evitare Cariddi ci si avvicina a Scilla, e che i filosofi si spingono a vicenda nell’abisso dell’assurdità, mentre i teologi brancolano nell’oscurità, e si dannano devotamente per carità. Questi partiti guerreggiano fra di loro un pò come i Cartaginesi e i Romani, quando, per timore di vedere le truppe Romane in Africa, si portava la fiaccola della guerra in Italia; e quando a Roma ci si voleva disfare del temuto Annibale, si mandava Scipione ad assediare Cartagine alla testa delle legioni.

I filosofi, i teologi e la maggior parte degli eroi della dialettica hanno il genio della nazione francese: attaccano con vigore, ma sono perduti se sono ridotti alla battaglia difensiva. È ciò che fece dire a un bello spirito che Dio era il padre di tutte le sette, poiché aveva concesso a tutte armi pari, oltre ad un diritto e a un rovescio. Tale questione sulla libertà e sulla predestinazione degli uomini viene trasportata da M. dalla metafisica alla politica: si tratta peraltro di un terreno che gli è del tutto estraneo e che non potrebbe giovargli; poiché in politica, invece di discutere se siamo liberi o se non lo siamo, se la fortuna e il caso possono fare qualcosa o se non possono fare nulla, bisogna soltanto pensare a perfezionare la propria penetrazione e la propria prudenza.

La fortuna e il caso sono delle parole prive di senso, che, secondo ogni apparenza, devono la loro origine alla profonda ignoranza in cui imputridiva il mondo, quando si assegnarono dei nomi vaghi agli effetti le cui cause erano ancora ignote.

Ciò che si chiama volgarmente la fortuna di Cesare sono precisamente tutte le congiunture che hanno favorito i progetti di quell’ambizioso. Ciò che si intende per la sventura di Catone sono le disgrazie impreviste che gli accaddero, quei contrattempi in cui gli effetti seguirono le cause così da vicino, che la sua prudenza non poté né prevenirli né combatterli.

Ciò che si intende per caso si potrebbe meglio spiegare col gioco dei dadi. Il caso, si dice, ha fatto in modo che i miei dadi abbiano marcato dodici piuttosto che sette. Per decomporre fisicamente questo fenomeno, occorrerebbe avere la vista così buona da vedere il modo in cui si sono fatti entrare i dadi nel bossolo, i movimenti della mano più o meno forti, più o meno ripetuti, che li fanno girare, e che imprimono ai dadi un movimento più rapido o più lento; queste sono le cause che, prese tutte insieme, possono chiamarsi il caso.

Finché saremo uomini, cioè degli esseri molto limitati, non potremo mai essere superiori a ciò che chiamano i colpi della sorte. Dobbiamo carpire tutto il possibile alla sorte, degli avvenimenti; ma la nostra vita è troppo corta per accorgersi di tutto, il nostro spirito è troppo ristretto per poter sistemare tutto.

Ecco degli avvenimenti che dimostreranno chiaramente che è impossibile prevedere tutto per la saggezza umana. Il primo avvenimento è quello della sorpresa di Cremona da parte del principe Eugenio, un’impresa organizzata con tutta la prudenza possibile e immaginabile, messa in atto con un grandissimo valore. Ecco come quel progetto andò in fumo. Il principe si introdusse nella città la mattina presto, attraverso un canale per le immondizie che gli aveva aperto un curato con cui si era accordato; si sarebbe senz’altro impadronito della città, se non fossero accadute due cose imprevedibili.

Anzitutto un reggimento svizzero, che doveva fare delle esercitazioni quel mattino stesso, si trovò in armi mentre non avrebbe dovuto esserlo, e gli oppose resistenza, per il tempo necessario al raduno della guarnigione. In secondo luogo, la guida che doveva condurre il principe di Vaudemont a una porta della città di cui il principe doveva impadronirsi sbagliò strada, il che fece arrivare troppo tardi quel distaccamento.

Il secondo avvenimento di cui volevo parlare è quello della pace che gli Inglesi fecero con la Francia verso la fine della guerra di successione di Spagna. Né i ministri dell’imperatore Giuseppe, né i più grandi filosofi, né i più abili politici avrebbero mai potuto sospettare che un paio di guanti avrebbe potuto cambiare il destino dell’Europa; ciò avvenne invece letteralmente.

La duchessa di Marlbourough aveva l’incarico di dama di fiducia della Regina Anna a Londra, mentre il suo sposo riceveva nelle campagne del Brabante una doppia messe di allori e di ricchezze. Questa duchessa sosteneva con il suo gusto il partito dell’eroe, e l’eroe sosteneva i crediti della sua sposa con le sue vittorie. Il partito dei Tory che si opponeva loro e che desiderava la pace era impotente finché tale duchessa aveva ogni potere presso la regina. Essa però perdette quei favori in modo molto semplice.

La regina aveva ordinato dei guanti e la duchessa ne aveva ordinati per sè nel medesimo tempo. L’impazienza di averli le fece spingere la guantaia a servirla prima della regina; però anche Anna aveva fretta di ricevere i suoi guanti. Una Dama [1], che era nemica di Milady Marlbourough, informò la regina di tutto ciò che era accaduto, e lo fece con tanta malignità, che la regina da quel momento considerò la duchessa come una favorita di cui non poteva più sopportare l’insolenza. La guantaia contribuì ad inasprire quella principessa con la storia dei guanti, che essa le raccontò con tutta la nefandezza possibile. Quel lievito, sia pure leggero, bastò per far fermentare tutti i cattivi umori, e per condire tutto ciò che può accompagnare una caduta in disgrazia. I Tory, con il Maresciallo de Tallard in testa, si valsero di quell’affare, che per loro divenne una spinta verso l’alto.

La duchessa di Marlbourough cadde in disgrazia poco tempo dopo, e con lei cadde il Partito dei Whigs e quello degli alleati dell’imperatore. Così è il gioco delle cose più importanti del mondo, la Provvidenza se la ride della saggezza e delle grandezze umane; delle cause frivole e talvolta ridicole mutano spesso la sorte degli Stati e di intere monarchie.

In quest’occasione, delle piccole meschinerie di donne salvarono Luigi XIX da una situazione in cui la sua saggezza, le sue forze e la sua potenza non avrebbero forse potuto trarlo d’impaccio, e costrinsero gli alleati a fare la pace, lor malgrado.

Questi tipi di avvenimenti succedono, ma ammetto che sono rari, e che la loro autorità non basta per screditare del tutto la prudenza e la penetrazione. È un pò come le malattie che talvolta alterano la salute degli uomini, ma che non impediscono loro di godere per la maggior parte del tempo di un temperamento robusto.

È quindi necessario che coloro che devono governare il Mondo coltivino la loro penetrazione e la loro prudenza. Ma non è tutto, poiché se vogliono tenere a bada la sorte, devono imparare ad adattare il loro temperamento alle congiunture, il che è molto difficile.

Parlo in generale di due tipi di temperamento, quello di una vivacità audace e quello di una lentezza circospetta; e poiché queste cause morali hanno una causa fisica, è quasi impossibile che un principe sia così padrone di se stesso che continui a cambiare colore come un camaleonte. Vi sono dei secoli che favoriscono la gloria dei conquistatori e di quegli uomini arditi e intraprendenti che sembrano nati per effettuare dei cambiamenti straordinari nell’universo, delle rivoluzioni, delle guerre; e soprattutto non so quale spirito di ebbrezza e di sfida, che confondono i sovrani, forniscono a un conquistatore delle occasioni per approfittare dei loro litigi. Non vi è solo Fernando Cortez, che nella conquista del Messico sia stato favorito dalle guerre civili degli Americani.

È un momento in cui il mondo, meno agitato, sembrava voglia essere governato solo con la dolcezza, sembra che ci voglia solo prudenza e circospezione; è una specie di calma felice nella politica, che avviene di solito dopo una tempesta. È così che le negoziazioni sono più efficaci delle battaglie, e che bisogna vincere con la penna ciò che non si potrebbe guadagnare con la spada.

Perché un sovrano possa approfittare di tutte le congiunture, bisognerebbe che imparasse a conformarsi al tempo come un abile pilota.

Se un generale d’armata fosse audace e circospetto secondo i momenti, sarebbe quasi indomabile. Fabio minava Annibale con le sue lungaggini. Quel Romano non ignorava che i Cartaginesi mancassero di soldi e di reclute, e che senza combattere sarebbe bastato vedere tranquillamente sciogliersi quell’esercito per farlo perire, per modo di dire, di inanizione. La politica di Annibale invece era di combattere; la sua potenza non era che una forza accidentale, da cui bisognava trarre rapidamente tutti i vantaggi possibili, in modo da darle della solidità con il terrore impresso da tutte le azioni brillanti e intense, e dalle risorse che si ricavano dalle conquiste.

Nell’anno 1704, se l’elettore della Baviera e il maresciallo di Tallard non fossero usciti dalla Baviera per avanzarsi fino a Bleinheim e Hoechstaet, sarebbero rimasti padroni di tutta la Svevia; poiché l’esercito degli alleati, non potendo sussistere in Baviera per mancanza di viveri, sarebbe stato costretto a ritirarsi verso il Meno, e a separarsi.

Fu quindi per mancanza di circospezione al momento opprtuno, che l’elettore affidò alle sorti di una battaglia, per sempre memorabile e gloriosa per la nazione tedesca, ciò che non dipendeva che da lui di poter conservare. Quest’imprudenza fu punita con la disfatta totale dei Francesi e dei Bavaresi, e con la perdita della Baviera, e di tutta quella terra che c’è fra l’alto Palatinato e il Reno.

Di solito non si parla dei temerari che sono morti, si parla solo di quelli che sono stati aiutati dalla Fortuna. È come per i sogni e le profezie, fra le migliaia che si sono rivelate false e che abbiamo dimenticato, ci si ricorda soltanto di quelle poche che si sono avverate. Il mondo dovrebbe giudicare gli avvenimenti per ciò che li ha causati, e non le cause per gli avvenimenti che ne sono seguiti.

Concluderò dicendo che un popolo rischia molto con un principe coraggioso, che è un pericolo costante che lo minaccia, e che il sovrano circospetto, se non è adatto alle grandi imprese, sembra piuttosto nato per governare. Uno osa, ma l’altro mantiene.

Perché sia gli uni che gli altri siano grandi uomini, bisogna che agiscano a proposito; altrimenti i loro talenti saranno più perniciosi che profittevoli. Qualsiasi uomo ragionevole, e principalmente quelli che il Cielo ha destinato a governare gli altri, dovrebbero farsi un programma di condotta, ragionato e ben connesso come una dimostrazione geometrica. Seguendo in tutto e per tutto un sistema di questo genere, avrà modo di agire di conseguenza, e di non deviare mai dal suo scopo finale; potrebbe così riunire tutte le congiunture e tutti gli avvenimenti necessari a raggiungere i suoi scopi, e tutto concorrerebbe per mettere in opera i progetti meditati.

Ma chi sono quei principi da cui pretendiamo tanti rari talenti? Non sono che degli uomini, e si può dire facilmente che secondo la loro natura riesce loro impossibile compiere tanti doveri; sarebbe più facile trovare la fenice dei poeti e le unità dei metafisici, piuttosto che l’uomo di Platone. È giusto che i popoli si contentino degli sforzi che fanno i sovrani per arrivare alla perfezione. I più perfetti fra loro saranno quelli che si allontaneranno più degli altri dal Principe di Machiavelli È giusto sopportare i loro difetti quando siano controbilanciati da grandi qualità di cuore, e dalle migliori intenzioni. Dobbiamo ricordarci continuamente che nessuno è perfetto al mondo, e che l’errore e la debolezza appartengono a tutti gli uomini. Il paese più felice è quello in cui un’indulgenza reciproca fra il sovrano e i suoi sudditi riempie la società di quella dolcezza, senza cui la vita è un peso difficile da sopportare, e il mondo una valle di amarezze e non un teatro di piaceri.

CAPITOLO XXVI

Dei diversi tipi di negoziazioni e delle ragioni,

che si possono chiamare giuste, per fare la guerra.

Abbiamo visto in quest’opera la falsità dei ragionamenti con cui M. ha cercato di farci cambiare idea, presentandoci degli scellerati travestiti da grandi uomini.

Ho fatto molti sforzi per strappare al crimine il velo di virtù in cui M. l’aveva avvolto, e per chiarire al mondo l’errore di molti sulla politica dei principi. Ho detto ai re che la loro vera politica consiste nell’essere più virtuosi dei loro sudditi, in modo che non si vedano obbligati a condannare in altri ciò che autorizzano a se stessi. Ho detto che non basta commettere atti brillanti per affermare la loro reputazione, ma che ci vogliono delle azioni che tendano alla felicità del genere umano.

Aggiungerò a ciò due considerazioni: una riguarda le negoziazioni e l’altra i motivi per intraprendere una guerra, che si possano a ragione chiamare giusti.

I ministri dei principi nelle corti straniere sono delle spie privilegiate, che vegliano sulla condotta dei sovrani presso i quali vengono inviati; devono investigare sui loro progetti, approfondire le loro pratiche, e prevenire le loro azioni, in modo da poterne informare a tempo i loro padroni. L’oggetto principale della loro missione è di stringere i legami di amicizia fra i sovrani, ma invece di essere artigiani di pace sono spesso organi di guerra. Usano l’adulazione, l’astuzia e la seduzione per strappare i segreti di Stato ai ministri: vincono i deboli con la loro abilità, gli orgogliosi con le loro parole e gli interessati con i loro doni, in poche parole essi rappresentano talvolta tutto il male che possono fare; poiché pensano di peccare per dovere, e sono sicuri dell’impunità.

Contro gli artifizi di queste spie, i principi devono prendere le giuste misure. Quando il soggetto della negoziazione diventa più importante, è là che i principi hanno modo di esaminare con rigore la condotta dei loro ministri, in modo da approfondire se qualche pioggia di Danae non avrebbe per caso rammollito l’austerità della loro virtù.

In questi periodi di crisi in cui si trattano le Alleanze, bisogna che la prudenza dei sovrani sia ancora più vigile del solito. È necessario che essi sezionino con grande attenzione la natura delle cose che devono promettere, per poter mantenere i loro impegni.

Un trattato, esaminato in tutte le sue parti, dedotto con tutte le sue conseguenze, è molto diverso da come sembra quando ci si accontenta di considerarlo nel suo complesso. Ciò che poteva apparire come un reale vantaggio, può rivelarsi, considerato da vicino, come un miserabile palliativo che tende a rovinare uno Stato. Bisogna aggiungere a queste precauzioni la cura di mettere bene in chiaro le clausole di un trattato, il Grammatico pignolo deve sempre precedere l’abile Politico, in modo che quella distinzione fraudolenta fra la parola e lo spirito del Trattato non possa mai aver luogo.

In politica si dovrebbe fare una collezione di tutti gli errori che i principi hanno fatto per la precipitazione, ad uso di coloro che vogliono fare un Trattato o un’Alleanza. Il tempo che impiegherebbero a leggerli darebbe loro modo di fare delle riflessioni, che potrebbero solo essere loro salutari.

Le negoziazioni non avvengono tutte per opera di ministri accreditati; si mandano spesso delle persone senza carattere in luoghi diversi, dove trovano delle proposte fatte con maggiore libertà, che implicano meno la persona del loro capo. I preliminari dell’ultima Pace fra l’Imperatore e la Francia furono concluse in tale maniera, all’insaputa dell’Impero e delle Potenze Marittime. Tale arrangiamento ebbe luogo presso un Conte [2], le cui terre si trovano sulle rive del Reno.

Vittorio Amedeo, il principe più abile e il più artificioso del suo tempo, conosceva meglio di chiunque l’arte di dissimulare i suoi progetti. L’Europa fu tratta in inganno più di una volta dalla finezza delle sue astuzie; una delle tante, quando il Maresciallo di Catinat, nelle vesti di un monaco e con il pretesto di lavorare per la salvezza di quell’anima reale, ritirò quel principe dal partito dell’imperatore e ne fece un proselito della Francia. Quella negoziazione fra il Re e il Generale fu condotta con tale destrezza che l’Alleanza che ne derivò fra la Francia e la Savoia apparve agli occhi dell’Europa come un fenomeno di politica inopinato e straordinario.

Non è certo per giustificare la condotta di Vittorio Amedeo che ho proposto questo esempio, lungi da ciò: ho solo pensato di lodare nella sua condotta l’abilità e la discrezione, che, quando se ne fa uso per un fine onesto, sono delle qualità assolutamente necessarie per un sovrano.

È regola generale che si debbano scegliere gli spiriti più trascendenti per impiegarli in negoziazioni difficili; che occorrono non soltanto dei soggetti scaltri adatti all’intrigo, abbastanza duttili per potersi insinuare, ma che abbiano ancora un colpo d’occhio abbastanza fine per leggere nella fisionomia degli altri i segreti custoditi nei loro cuori, in modo che nulla sfugga alla loro penetrazione, e che tutto si scopra con la forza del loro ragionamento.

Non bisogna affatto abusare dell’astuzia e della finezza; è come per le spezie, il cui uso troppo frequente nei ragù ne smorza il gusto, e fa loro perdere alla fine quel piccante che la consuetudine non riesce più a far risaltare.

La probità invece va sempre bene, assomiglia a quegli alimenti semplici e naturali che convengono a tutti e che rendono il corpo robusto senza riscaldarlo troppo.

Un principe, il cui candore sarà ben noto, si guadagnerà indubbiamente la costanza dell’Europa, sarà felice senza imposture, e potente solo per la sua virtù. La pace e il benessere dello Stato sono come un centro in cui si devono riunire tutte le vie della politica, e tale deve essere lo scopo di tutte le sue negoziazioni.

La tranquillità dell’Europa si fonda principalmente sul mantenimento di quel saggio equilibrio, con il quale la forza superiore di una monarchia è controbilanciata dalla potenza riunita di qualche altro sovrano. Se tale equilibrio venisse a mancare, si potrebbe temere una rivoluzione universale, e che una nuova monarchia si stabilisca sui frantumi dei principi che la disunione ha reso troppo deboli.

La politica dei principi d’Europa sembra dunque esigere da loro che non trascurino mai le alleanze e i trattati per mezzo dei quali possono uguagliare le forze di una potenza ambiziosa, e devono diffidare di quelli che vogliono seminare fra loro la disunione e la zizzania. Non dimentichiamo quel console che, per dimostrare quanto l’unione fosse necessaria, prese un cavallo per la coda, e fece sforzi inutili per strappargliela; ma quando la prese un crine alla volta giunse facilmente al suo scopo. Questa lezione può servire anche a certi sovrani del giorno d’oggi come ai legionari romani, infatti non vi è che l’unione che possa renderli formidabili e mantenere in Europa la pace e la tranquillità.

Il mondo sarebbe felice se non vi fossero altri sistemi che la negoziazione per mantenere la giustizia e per ristabilire la pace e la buona armonia fra le nazioni. Si potrebbero usare i ragionamenti al posto delle armi, e si litigherebbe soltanto, invece di sgozzarsi a vicenda; una spiacevole necessità obbliga i principi a ricorrere a un cammino molto più crudele. Vi sono occasioni in cui occorre difendere con le armi la libertà dei popoli che si vogliono opprimere ingiustamente, oppure occorre ottenere con la violenza ciò che l’iniquità rifiuta alla dolcezza, quando i sovrani devono affidare la causa della loro nazione alla sorte delle battaglie. È in uno di questi casi che questo paradosso diviene verità, che una buona guerra dà e conferma una buona pace.

È il motivo della guerra che la rende giusta o ingiusta. Le passioni e l’ambizione dei principi spesso offuscano loro la vista, e fanno loro vedere come desiderabili le azioni più violente. La guerra è una risorsa estrema; quindi non ci si deve servire della guerra che con grande precauzione e nei casi disperati, ed esaminare con cura se non vi si è portati per una questione di orgoglio o per una ragione solida e indispensabile.

Vi sono delle guerre difensive, e sono senza dubbio le più giuste.

Vi sono delle guerre d’interesse che i re sono obbligati a fare per mantenere a se stessi i diritti che vengono loro contestati; si difendono dando mano alle armi, e i combattimenti decidono della validità delle loro ragioni.

Vi sono delle guerre di precauzione, che i principi intraprendono saggiamente. Esse offendono la verità, ma non ne sono peraltro meno giuste. Quando la grandezza eccessiva di una potenza sembra pronta a debordare e minaccia di inghiottire l’universo, è prudente contrapporle delle dighe, e fermare il corso tempestoso di un torrente, quando si riesce ancora ad aver ragione di esso. Si vedono delle nuvole che si accumulano, un temporale che si forma, i lampi che l’annunciano; e quel sovrano minacciato da tale pericolo, non potendo da solo scongiurare la tempesta, si riunirà, se è saggio, con tutti coloro che quello stesso pericolo riunisce negli stessi interessi. Se i re d’Egitto, di Siria, di Macedonia si fossero uniti contro la potenza di Roma, questa non avrebbe mai potuto sconvolgere quegli imperi; un’alleanza saggiamente preparata e una guerra intrapresa arditamente avrebbero fatto abortire quei progetti ambiziosi il cui compimento incatenò l’universo.

È prudente preferire i mali minori ai mali maggiori, come pure scegliere il partito più sicuro, escludendo quello che è incerto. È quindi meglio che un principe si impegni in una guerra offensiva, quando è padrone di optare fra un ramo d’olivo e un ramo di alloro, piuttosto che attendere dei momenti disperati in cui una dichiarazione di guerra potrebbe solo ritardare di poco la sua schiavitù e la sua rovina. È una massima molto giusta quella che dice che è meglio prevenire che essere prevenuti: i grandi uomini si sono sempre trovati bene facendo uso della loro forza prima che i loro nemici avessero fatto degli accordi per legare loro le mani e distruggere i loro poteri.

Molti principi sono stati impegnati nelle guerre dei loro alleati per mezzo di trattati, secondo i quali erano obbligati a fornire loro un certo numero di truppe ausiliarie. Dato che i sovrani non potrebbero fare a meno delle alleanze, poiché non ve n’è uno in Europa che possa sostenersi con le sue proprie forze, essi si impegnano a prestarsi soccorso reciprocamente in caso di bisogno; ciò che contribuisce alla loro sicurezza, alla loro conservazione. L’avvenimento decide quale degli Alleati goda dei frutti dell’alleanza; un’occasione felice favorisce una delle due parti una volta, e un’altra volta una congiuntura favorevole asseconda l’altra parte in causa. L’onestà e la saggezza del mondo esigono quindi in modo uguale dai principi che osservino religiosamente la fede dei trattati, e che li portino a termine scrupolosamente; tanto più che con le alleanze rendono più efficace la protezione del loro popolo.

Tutte le guerre che avranno unicamente lo scopo di respingere gli usurpatori, di mantenere i propri legittimi diritti, di garantire la libertà dell’universo e di evitare le oppressioni e le violenze degli ambiziosi saranno conformi alla giustizia. I sovrani che intraprendono simili guerre non devono rimproverarsi il sangue versato; la necessità li fa agire, e in simili circostanze la guerra è un male meno grave della pace.

Questo argomento mi porta naturalmente a parlare dei principi, che per un commercio inaudito nell’antichità, trafficano con il sangue dei loro popoli: la loro corte è come una sala d’aste, dove le loro truppe sono vendute a coloro che offrono più sussidi.

L’istituzione del soldato è fatta per la difesa della patria; affittarli ad altri, come si vendono delle gallocce o dei tori da combattimento, è come, mi sembra, pervertire lo scopo delle trattative e della guerra. Si dice che non sia permesso vendere le cose sacre: ma allora, cosa c’è di più sacro del sangue degli uomini?

Per le guerre di Religione, se si tratta di guerre civili, sono quasi sempre una conseguenza dell’imprudenza di un sovrano, che a sproposito ha favorito una setta a scapito di un’altra; che ha troppo ristretto o troppo esteso l’esercizio pubblico di certe religioni, che ha dato trppo peso a dei litigi di partiti, che non sono altro che scintille passeggere quando il sovrano non vi si immischia, ma che diventano delle braci quando egli le fomenta.

Mantenere il governo civile con vigore, e lasciare a ciascuno la libertà di coscienza; essere sempre re e non fare mai il prete, è il sistema più sicuro di preservare il proprio stato dalle tempeste che lo spirito dogmatico dei teologi cerca sempre di eccitare.

Le guerre straniere di religione sono il massimo dell’ingiustizia e dell’assurdità. Partire da Aix-la-Chapelle per andare a convertire i Sassoni con le armi alla mano, come Carlo Magno, o equipaggiare una flotta per andare a proporre al Sultano d’Egitto di farsi cristiano, sono delle imprese molto strane. Il furore delle Crociate è finito, e speriamo che non torni mai più!

La guerra in generale è così piena di disgrazie, l’esito è sempre così incerto, e le conseguenze sono così rovinose per un paese, che i principi dovrebbero riflettere a lungo prima di impegnarvisi. Le violenze che le truppe commettono in un paese nemico non sono nulla in confronto alle disgrazie che si ripercuotono direttamente sugli stati dei principi che entrano in guerra; è un atto così grave e di così grande portata, che è sorprendente vedere quanti re abbiano deciso così facilmente di intraprenderlo.

Sono convinto che se i monarchi potessero vedere un quadro vero e fedele delle miserie che può attirare sui popoli una sola dichiarazione di guerra, non resterebbero insensibili. La loro immaginazione non è sufficientemente viva per rappresentare loro al naturale dei mali che non hanno ancora conosciuto, e al riparo dei quali li mette la loro situazione. Come subiranno quelle tasse che opprimono i popoli; la privazione della gioventù del paese che le reclute portano via con sè; quelle malattie contagiose che distruggono gli eserciti; l’orrore delle battaglie, e quegli assedi ancora più micidiali; la desolazione dei feriti che il ferro nemico ha privato di membra, unici strumenti per il loro lavoro e la loro sussistenza; il dolore degli orfani che hanno perduto con la morte del padre l’unico sostegno alla loro debolezza; la perdita di tanti uomini utili allo stato, che la morte falcia anzitempo?

I principi, che esistono solo per rendere felici gli uomini, dovrebbero pensarci bene, prima di esporli per cause vane e frivole a tutto ciòche l’umanità può temere di più.

I sovrani che considerano i loro sudditi come schiavi, li mettono a rischio senza pietà, e li guardano morire senza dispiacere; ma i principi che considerano gli uomini come loro pari, e che vedono il popolo come un corpo di cui loro sono l’anima, risparmiano il sangue dei loro sudditi.

Per terminare quest’opera io voglio pregare i sovrani di non offendersi per la libertà con cui io parlo loro; il mio scopo è di dire la verità, d’incitare alla virtù e di non adulare nessuno. La buona opinione che ho dei principi che regnano attualmente nel mondo mi fa pensare che siano degni di udire la verità. È ai Neroni, agli Alessandri VI, ai Cesari Borgia, ai Luigi XI che non si oserebbe dirla. Grazie al cielo, noi non abbiamo uomini simili fra i principi d’Europa, e posso far loro il più bell’elogio dicendo che osiamo arditamente biasimare davanti a loro tutti i vizi che degradano la Monarchia, e che sono contrari ai sentimenti di umanità e di giustizia.

 

Note

____________________________________

 

[1] Madame Masham

[2] Le Comte de Neuwied.

Indice Biblioteca

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 gennaio 2010