Lorenzo il Magnifico

La Nencia da Barberino

testo di Erlangen in 51 ottave

Edizione di riferimento:

Lorenzo il Magnifico, Poesie, Introduzione e note di Federico Sanguineti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano1992

TESTO V

- Trascrizione esemplata sulla stampa conservata alla Universitätsbibliothek di Erlangen: La Nenciozza da Barberino, senza data, luogo e nome dello stampatore. L'unica copia conosciuta si trova presso la Biblioteca dell'Università di Erlangen. Probabilmente del XV secolo.

I.

Ardo d’amore et conviemmi cantare

per una dama che mi strugge il core,

c’ogn’otta ch’i’ la sento ricordare

el cor mi brilla et par che gli esca fore.

Ella non truova de bellezze pare,

cogli occhi gitta fiaccole d’amore;

io sono stato in ciptà et castella

et mai non vidi gnuna tanto bella.

II.

I’ sono stato a Empoli al mercato,

a Prato, a Monticelli, a San Casciano,

a Colle, a Poggibonzi, a San Donato,

et quindamonte insino a Decomano;

Feghine e Castelfranco ò ricercato,

San Piero, e ’l Borgo e Mangone e Gagliano:

più bel mercato che nel mondo sia

è Barberino, dov’è la Nencia mia.

III.

Non vidi mai fanciulla tanto honesta,

né tanto saviamente rilevata;

non vidi mai la più leggiadra testa,

né sì lucente, né sì ben quadrata;

et ha du’ occhi che pare una festa,

quand’ella gli alza ched ella ti guata;

et in quel mezzo ha el naso tanto bello,

che par proprio bucato col succhiello.

IV.

Le labbra rosse paion de corallo,

e havi drento duo filar’ de denti

che son più bianchi che que’ del cavallo:

et d’ogni·llato ve n’à più di venti;

le gote bianche paion di cristallo,

senz’altri lisci, o <i>scorticamenti,

et in quel mezzo, ell’è com’una rosa,

nel mondo non fu mai sí bella cosa.

V.

Ben si potrà tenere aventurato,

chi fia marito de sí bella moglie;

ben si potrà tenere im buon dí nato,

chi arà quel fioraliso sanza foglie;

ben se potrà tener sancto et beato,

et fien contente tutte <le> sue voglie,

d’haver la Nencia, et tenersela im braccio,

morbida et bianca, che pare un sugnaccio.

VI.

I’ t’ò aguagliata alla fata Morgana,

che mena seco tanta baronia;

i’ t’asomiglio alla stella dïana,

quando apparisce alla capanna mia;

più chiara se’ che acqua di fontana,

et se’ più dolce che la malvagí;

quando ti sguardo da sera o mattina

più bianca se’ che ’l fior della farina.

VII.

Ell’à du’ occhi tanto rubacuori,

che·lla trafiggire’ con essi un muro;

chiunche la vede convien che ’nnamori,

e·ll’à il cor<e> più c’un ciottol duro,

et sempre à seco un migliaio d’amadori,

che da quegli occhi tutti presi furo;

ma ella guarda sempre questo et quello:

per modo tal che mi strugge il cervello.

VIII.

La Nencia mia, che pare um perlino,

ella ne va la mattina alla chiesa:

e·ll’à la cotta pur di dommaschino

et la gamurra di colore accesa,

et lo scheggiale ha tutto d’oro fino;

et poi si pone in terra, alla distesa,

per esser lei veduta, et, bene adorna,

quando ha udito messa, a casa torna.

IX.

La Nencia a·ffar cavelle non ha pari:

d’andare al campo per durar fatica,

guadagna a filatoio di buon’ danari,

di tesser panni lini, Dio te ’l dica!

Ciò che·lla vede convien che·lla impari,

et di brigare in casa ella è amica;

ed è più tenerella che un ghiaccio,

morbida et bianca, che pare un migliaccio.

X.

La m’à sí concio et in modo governato,

che più non posso maneggiar marrone;

et hammi drento sí aviluppato,

ch’i’ non posso inghio<t>tir già più bo<c>cone;

et son com’un grat[r]iccio diventato,

tanta pena mi dà, et passïone;

et ho fatica un mondo, e pur soportole,

ché m’à legato con cento ritortole.

XI.

I’ son sí pazzo della tua persona,

che tutta nocte i’ vo traendo guai;

pel parentado molto si ragiona,

ognun dice: - Vallera, tu l'harai! -;

pel vicinato molto si stanzona

ch’i’ vo la nocte intorno a’ tuo pagliai

et, s’i’ mi caccio a cantar a ricisa,

tu se’ nel lecto, et scoppi dalle risa.

XII.

[I’] non ho potuto stanocte dormire,

mill’anni mi parea che fussi giorno,

sol per poter colle bestie venire,

con esso teco, et col tuo viso adorno;

et pur del lecto mi convien uscire,

posa’mi sotto il portico del forno,

et livi stetti più d’una hora et mezzo,

finché·lla luna se ripose, al rezzo.

XIII.

La Nencia mia non ha gnun mancamento,

è lunga et grossa et di bella misura,

e·ll’à un buco ento nell mezzo del mento

che rimbellisce tutta suo figura;

e·ll’è ripiena d’ogni sentimento,

credo che la formasse la natura,

morbida et bianca, et tanto appariscente,

che·lla trafigge il cuor a molta gente.

XIV.

I’ t’ò arecato u·mazzo di spruneggi

con co<c>cole ch’i’ colsi avale avale

i’ te gli donerei, ma tu grandeggi,

et non rispondi mai né ben né male;

stato m’à detto che tu mi dileggi,

et io ne vo pur oltra alla reale;

quando ci paso, che sempre ti veggio,

ognun mi dice come io ti vagheggio.

XV.

Tutto dí, hieri t’aspettai al mulino

sol per veder se passavi indiritta;

le bestie son passate el poggiolino,

vientene su, che tu mi par confitta!

Noi ci staremo un pezzo a un caldino,

hor ch’i’ mi sento la ventura ritta;

noi ce n’and[e]remo suso a le Poggiuole,

e ’nsieme toccheremo le bestiuole.

XVI.

Quando ti vidi uscir della capanna,

col cane in mano et colle pecorelle,

el cor mi cre[b]be più d’una spanna,

le lagrime vennon pelle pelle;

i’ m’aviai <in> giù con una canna,

toccando e mie giovenchi e·lle vitelle;

i’ me n’andai in un burron quindentro

i’ t’aspectavo, et tu tornasti dentro.

XVII.

Quando tu vai per l’acqua coll’orcetto,

un tracto venis’tu al pozzo mio!

Noi ci daremo un pezzo di diletto,

ché so che noi farem buon lavorío,

et cento volte i’ sare’ benedetto,

quando fussimo insieme al pozzo mio;

et se tu de’ venir, ché non ti spacci,

aval che ne viene il mosto e ’ castagnacci?

XVIII.

E’ fu d’april quando m’innamorasti,

quando ti vidi coglier la ’nsalata;

io te ne chiesi, e tu mi rimbro<t>tasti,

tanto che se n’adette la brigata;

i’ dissi bene allhora: - Ove n’andasti? -,

ch’io ti perdetti a manco d’un’occhiata;

d’allora inanzi i’ non fu’ ma più desso,

per modo tale che m’ài messo nel cesso

XIX.

Nenciozza mia, ch’io me ne voglio andare,

hor che·lle pecorelle voglion bere,

a quella pozza, ch’io ti vo’ aspectare;

et livi in terra mi porrò a·ssedere,

tanto che te vi veggia valicare;

voltolerommi um pezzo per piacere,

aspecterotti tanto che tu venga,

ma fa’ che a disagio non mi tenga.

XX.

Nenciozza mia, ch’i’ vo’ sabato andare

fine a Firenze, a vender duo somelle

di schegge, ch’i’ mi puosi hieri a tagliare

<in> mentre che pascevon le vitelle;

procura ben s’i’ ti posso arecare,

o se tu vuoi ch’i’ t’arrechi covelle:

o liscio o biacca dentro un cartoccino,

o di spilletti o d’àgora un quattrino.

XXI.

Ell’è dirittamente ballerina,

che·lla si lancia com’una capretta,

et gira più che ruota di mulina,

et dassi della man nella iscarpetta;

quand’ella compie il ballo, ella s’inchina,

poi torna indrieto, e duo tratti scambie<t>ta,

e·lla fa le più belle riverenze

che gnuna ciptadina da F[a]irenze.

XXII.

Ché non mi chiedi qualche zaccherella,

che so n’adopri di cento ragioni?

O uno intaglio per la tuo gonnella,

o uncinegli, o magliette, o bottoni,

o pel camici<o>tto una scarsella,

o cintolin’, per legar gli scuffoni,

o vuoi, per amagliar la gamurrina,

una cordella a seta celestrina.

XXIII.

Se tu volessi per portare al collo

un collarin di que’ bottoncin’ rossi,

con un dondol nel mezzo, arecherollo:

ma dimi se gli vuoi piccoli o grossi;

et s’io dovessi trargli del midollo

del fusol della gamba o degli altr’ossi,

et s’io dovessi impegnar la gonnella,

i’ te gli arrecherò, Nencia mia bella.

XXIV.

Se mi dicessi, quando Sieve è grossa:

- Gèttati dentro! -, i’ mi vi gitteria;

et s’io dovessi morir di percossa,

el capo al muro per te batteria;

comandami, se vuoi, cosa ch’i’ possa,

et non ti peritar de’ facti mia;

io so che molta gente t’impromette:

fanne la pruova d’un paio di scarpette.

XXV.

Non ci passa nessun per la contrada

che non dican: - Va’ giù, che·lla t’aspecta -;

allor mi caccio giù per questa strada,

mettendo e bisantin’ nella berretta,

perch’io so che·ll’è vaga ch’i’ vi vada;

sempre la truovo che·lla si rasetta

e dove ell’è, che pure ella mi senta,

duo fanfaluche da’ balcon’ m’aventa.

XXVI.

Io mi sono aveduto, Nencia bella,

ch’un altro ti vagheggia a mie dispe<t>to,

et s’i’ dovessi trargli le budella,

et poi gittarle tutte in sun uno tetto,

tu sai ch’i’ porto allato la coltella,

che taglia e pugne che pare un dile<c>to,

che s’io il trovassi nella mia capanna,

io gliele caccerei più d’una spanna.

XXVII.

Più bella roba che·lla Nencia mia,

né più dolciata non si troverrebbe:

ell’è grossecchia, tarchiata et giulía,

frescozza, grassa, che·ssi fenderebbe,

se non che·ll’à in un occhio ricadía

(chi non la mira ben, non se l’ad[a]rebbe):

ma col suo canto rifà ogni festa,

et di menar la danza ell'è maestra.

XXVIII.

Ogni cosa so fare, o Nencia bella,

pur che me ’l cacci nel buco del cuore:

io mi so mettere et trarre la gonnella,

et di porci [ne] son buon comperatore;

sommi cignere allato la scarsella,

et sopra tutto buon lavoratore;

so maneggiar<e> la marra e ’l marrone,

et suono la staffetta et lo sveglione.

XXIX.

Tu se’ più bella che non è um papa,

et se’ più bianca ch’una madia vecchia;

[et] piacimi più c’alle mosche la sapa,

et più che ’ fichi fiori alla forfecchia;

tu se’ più bella che ’l fior della rapa,

et se’ più dolce che ’l mel della pecchia;

vorre’ti dare in una gota um bacio,

che·’è più saporita che un cacio.

XXX.

Io mi posi a·sseder lungo la gora,

baciando in su quella herba voltoloni,

et ivi stetti più d’una mezz’ora,

tanto che valicorono e castroni.

Che·ffa’ tu, Nencia, che non vien’ fora?

Vientene su per questi saliconi,

ch’i’ metta le mie bestie fra le tua,

che parremo uno, et pur saremo dua.

XXXI.

Nenciozza mia, ch’i’ me ne voglio andare

et rimenar le mie vitelle a casa;

fatti con Dio, ch’io non posso più stare,

ch’io mi sento chiamare a monna Masa;

lascioti il cor, dé, no·mme lo tribbiare,

fa’ pur buona misura et non sia rasa;

fatti con Dio et con la buona sera,

sieti raccomandato il tuo Vallera.

XXXII.

- Nenciozza mia, vuo’ tu un poco fare

meco alla neve per quel salicale? -

- Sí, volentieri, ma non me la sodare

troppo, che tu non mi facessi male -

- Nenciozza mia, dé, non ti dubitare,

ché l’amor ch’io ti porto sí è tale,

che quando avessi mal, Nenciozza mia,

colla mia lingua te lo leveria -.

XXXIII.

- Andiam più qua, ché qui n’è molta poca,

dove non tocca il sol nel valloncello;

rispondi tu, ché i’ ò la voce fioca,

se fussimo chiamati dal castello -

- Lievati il vel di capo, et meco gioca,

ch’i’ vegga il tuo bel viso, tanto bello,

al qual rispondon tutti li tui membri,

sí che a un’angiolecta tu m’assembri -.

XXXIV.

Cara Nenciozza mia, i’ aggio inteso

un caprettin che bela molto forte;

vientene giù, che·lupo sí l’à preso,

et cogli denti gli darà la morte;

fa’ che tu sia giù nel vallone sceso,

dagli d’un fuso nel cuor per tal sorte

che tu l’uccida, che si dica scorto:

«la Nencia el lupo col <suo> fuso ha morto» -

XXXV.

I’ t’ò trovato al bosco una nidiata,

in un certo cispuglio, d’uccellini;

i’ te gli serbo, e’ sono una brigata,

et mai vedesti e più be’ guascherini;

doman t’arecherò una schiacciata,

ma per che non s’adíen questi vicini,

i’ farò vista, per pigliare scusa,

venir sonando la mie cornamusa.

XXXVI.

Nenciozza mia, i’ non ti parre’ sgherro,

se di seta io havessi un farsettino,

et colle calze chiuse, s’i’ non erro,

i’ ti parrei un grosso ciptadino;

et non mi fo far sazzera col ferro,

perch’al barbier non do più d’un soldino,

ma se ne viene quest’altra ricolta,

io me la farò far più d’una volta.

XXXVII.

A Dio, gigliozzo mio del viso adorno,

io ve<g>go e buoi c’andre<b>bono a far danno,

arecherotti un mazzo, quando torno,

di fragole, s’al bosco ne saranno;

quando tu sentirai sonare el corno,

vientene dove suoi venir quest’anno,

appiè dell’orto, in quella macchierella:

arrecherocti un po’ di frassinella.

XXXVIII.

I’ t’ho facta richiedere a tuo padre,

Beco n’à strascicato le parole,

et è rimaso sol dalla tua madre,

che mi par dica pur che·lla non vuole;

ma io vi vo’ venir con tante squadre,

che meco ti merrò, sia che <si> vuole;

io l’ho più volte decto a·llei et Beco:

diliberato ho acompagnarmi teco.

XXXIX.

Quando ti veggio fra una brigata,

sempre convien che ’ntorno mi t’agiri;

<et> com’io veggio ch’un altro ti guata,

par proprio che del pecto il cor mi spiri;

tu mi se’ sí nel cuore intraversata,

ch’i’ rovescio ogni dí mille sospiri,

et con sospiri, tutti lucciolando,

et tutti ritti a te, Nencia, gli mando.

XL.

Nenciozza mia, dé, vien meco a merenda,

ch’i’ vo’ che·nnoi facciamo una ’nsalata,

ma fa’ che·lla promessa tu m’attenda,

et che non se n’avvegga la brigata;

non ò tolto arme con che ti difenda

da quella trista Be[c]a sciagurata,

et so che·ll’è cagion di questo male,

che ’l diavol sí la possa scorticare;

XLI.

La Nencia mia, quand’ella va alla festa,

ella s’adorna che pare una perla,

e·lla si liscia, imbiacca et rasetta,

et porta bene in dito sette anella;

e·ll’à dimolte gioie in una cassetta,

sempre le porta sua persona bella;

di perle di valuta porta assai,

più belle, Nencia, non vidi già mai.

XLII.

Se tu sapessi, Nencia, il grande amore

ch’i’ porto a’ tuo begli occhi stralucenti,

le lagrime ch’i’ sento, e ’l gran dolore

che par<e> che mi si svèglin tutti e denti,

se tu il sapessi, e’ ti crepere’ il cuore,

et lasceresti gli altri tuo serventi,

et ameresti solo il tuo Vallera,

che se’ colei che ’l mio cuor sí dispera.

XLIII.

I’ ti vidi tornar, Nencia, dal sancto:

eri sí> bella che tu m’abagliasti;

tu volesti saltare entro quel campo,

et un tal micolino sdrucciolasti;

io mi nascosi di presso, a un canto,

e tu cosí pian pian ne soghimasti,

et poi venni oltre, et non parve mie fa<t>to,

et poi mi guatasti, et volgesti<ti> a un tracto.

XLIV.

Nenciozza <mia>, tu mi fai strabigliare,

quando ti veggio cosí colorita;

stare’ un anno sanza manicare,

sol per vederti sempre sí pulita;

s’io ti potessi allotta favellare,

sarei contento sempre alle mie vita;

se io ti toccassi un miccino la mano,

mi parre<b>be esser papa a mano a mano.

XLV.

Ché non ti svegli et vienne allo balcone,

Nencia? che non ti pos’tu mai levare!

Tu senti ben ch’i suono lo sveglione,

tu te ne ridi et fa’mi trabiliare;

tu non se’ usa a star tanto in prigione,

tu suo’ pur esser pazza del cantare;

e ’n tutto dí non t’ò dato di cozzo,

ch’i’ ti vorrei donare un berlingozzo!

XLVI.

Or chi sarebbe quella sí crudele,

che havendo un damerino sí d'assai

non diventassi dolce come un mèle?

Et tu mi mandi pur trahendo guai!

Tu sai ch’io ti son suto sí fedele,

meriterei portar corona et mai;

dé, èssi um poco piacevole almeno,

ch’i’ sono a·tte come la forca al fieno!

XLVII.

Non è miglior maestra in questo mondo,

che è la Nencia mia di far cappegli; e·lla gli

fa con que’ bricioli intorno,

ch’io non vidi già mai e più begli;

et le vicine le stanno d’intorno,

et ’ dí di feste vengon per vedegli;

e·lla fa molti graticci et canestre,

la Nencia mia è el fior delle maestre.

XLVIII.

I’ son di te più, Nencia, innamorato,

che non è il farfallin della lucerna;

et più ti vo cercando in ogni lato,

più che non fa il moscione [al]la taverna;

più tosto ti vorrei havere allato,

che mai di nocte una accesa lucerna;

hor, se tu mi vuo’ ben, horsù, fa’ tosto,

hor che ne viene e castagnacci e ’l mosto.

XLXIX.

O povero Vallera sventurato,

ben t’ài perduto il tempo et la fatica!

Solevo dalla Nen[c]cia essere amato,

et hor m’è diventata gran nimica;

et vo urlando come un disperato,

et lo mio gran dolor convien ch’i’ dica:

la Nencia m’à condotto a ·ttale stremo,

quando la ve<g>go, tutto quanto triemo.

L.

Nenciozza mia, tu mi fai consumare,

et di stratiarmi ne pigli piacere;

se sanza duol mi potessi sparare,

mi spareria per darti a divedere

s’i’ t’ò nel cuore, e pur t’ò a soportare;

te’l porrei in mano, et far<e>’telo vedere;

se·llo toccassi con tua mano snella

e’ griderrebbe: - Nencia, Nencia bella! -

LI.

Nenciozza mia, tu·tti fara’ con Dio,

ch’io veggo le bestiuole presso a casa;

io non vorrei per lo baloccar mio

nessuna fusse in pastura rimasa;

io veggo ben che·ll’àn passato el rio,

e sentomi chiamar da mona Masa;

fatti con Dio, c’andar me ne vo’ tosto,

ch’i’ sento Nanni che vuol far del mosto.

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Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2011