Lorenzo il Magnifico

La Nencia da Barberino

Testo M

nencia02 - Lorenzo il Magnifico - La Nencia da Berberino - Testo M Salerno

- Edizione Elettronica: Settembre 1996 a cura di Giuseppe Bonghi

Revisione, Impaginazione, Edizione HTML: Giuseppe Bonghi, settembre 1996

Edizione di riferimento:

Lorenzo il Magnifico, Poesie, Introduzione e note di Federico Sanguineti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano1992

TESTO M

Dal codice B 7 2889 del fondo Conventi della Biblioteca nazionale Centrale di Firenze. Pubblicato per la prima volta da Michele Messina in Una nuova redazione della ’Nencia da Barberino’, in «Italica», XXVIII 1951, pp.174-80.

I.

<A> Dio gigliozzo mio del viso adorno,

i’ veggo ’ buoi ch’andrebbono a·ffar danno,

arecherotti un mazzo, quand’io torno,

di fragole, s’al bosco ne saranno;

e quando sentirai sonar il corno,

vientene dove suo’ venir quest’anno,

a piè de l’orto, in quella macchiarella,

e recherotti un poco di frassinella.

II.

Nenciozza mia, ch’i’ vo’ sabato andare

[in]fino a·fFirenze, a vender duo somelle

di legne, ch’i’ mi puosi ier a tagliare

in mentre che pascevon le vitelle;

procura ben quel s’i’ ti posso arecare,

o se tu vuoi ch’i’ t’arechi covelle:

<o> di liscio o <di> biacca un cartoccino,

o de spilletti o d’àgora un quattrino.

III.

Ell’è dirittamente ballerina,

che la si lancia com’una capretta,

e gira più che ruota di mulina,

e dassi della mano nella iscarpetta;

e quandà facto il ballo, e la s’inchina,

poi torna adrieto, e due tratti iscambietta,

e la fa le più belle riverenze

che gnuna cittadina da Firenze.

IV.

Ché non mi chiedi qualche zaccherella?

So che n’adopri di cento ragioni:

o uno intaglio pella tua gonnella,

o uncinegli, o magliette o bottoni,

o vuoi pel camiciotto una scarsella,

o cintoli, per legare li scuffoni,

o vuoi, per amagliare la gamurrina,

di seta una celestra cordellina.

V.

Se tu volessi per portare al collo

un collarino di que’ bottoncin’ rossi

con un dondon nel mezzo, arecherollo:

ma dimi se gli vuoi piccini o grossi;

e s’i’ dovessi tagliar del midollo

del fusolo della gamba o degli autr’ossi,

e s’i’ dovessi vendere la gonnella,

i’ te gl’arrecherò, Nencia mia bella.

VI.

I’ t’ò aguagliato alla fata Morgana,

che mena seco tanta baronia;

i’ t’asomiglio alla stella dïana,

quando aparisci alla cappanna mia;

più chiara se’ <che> acqua di fontana,

e se’ più dolce che la malvagí;

quando ti sguardo da· o [da] mattina

più bianca se’ che ’l fiore della farina.

VII.

I’ mi sono aveduto, o Nencia bella,

ch’un altro ti vagheggia a mio dispetto,

e s’i’ dovessi tragli le budella,

ed aventalle poi in sun uno tetto,

tu sai ch’i’ porto allato la coltella,

che taglia e pugne che l’è un diletto,

e s’i’ ’l trovassi nella mia cappanna,

i’ gliene caccerei più d’una spanna.

VIII.

E’ fu d’aprile quando m’inamorasti,

quando ti vidi coglier la ’nsalata;

i’ te ne chiesi, e tu mi rimbrottasti,

tanto che se ne adette una brigata;

i’ dissi bene allora: - dove n’andasti? -,

ch’i’ ti perdetti a manco d’un’occhiata;

d’allora inanzi i’ non fu ma’ più desso,

per modo tale che m’ài messo nel cesso

IX.

Tutto dì d’ieri t’aspettai dal mulino

sol per vedere se passavi indritta;

le bestie son passate il poggiolino,

vientene su, che tu mi par confitta!

No’ ci staremo un pezzo ad un caldino,

or ch’i’ mi sento la ventura ritta;

no’ ce n’andremo suso a le Po<g>giuole,

e ’nsieme toccheremo le bestiuole.

X.

Non sa’ tu, Nencia, quando impazzai intrafacto?

Quando ti vidi a battere in sull’aia;

<i’> stetti dopo a un ceppo quatto quatto,

e poi ti benedi’ cento miglia<ia>;

i’ dissi bene allora: - i’ son disfatto;

la Nencia m’à pur giunto alla callaia! -.

E la m’inamorò sí che da poi

nonn-ò potuto lavorar co’ buoi.

XI.

Quando tu vai pell’acqua coll’orcetto,

un tratto tu venissi al pozzo mio!

No’ ci daremo un pezzo di diletto,

e so che ne farei buon lavorío,

che cento volte i’ sare’ benedetto,

quando fussimo insieme al pozzo mio;

e se tu de’ venire, or te ne spacci,

or che ne viene il mosto e ’ castagnacci.

XII.

I’ mi posi a sedere lung’a la gora,

b[i]asciando in su quell’erba voltoloni,

e quivi stetti più d’una mezz’ora,

tanto che valicarono tutti i castroni.

Che fa’ tu, Nencia, che non vien’ fuora?

Vientene su per questi saliconi,

ch’i’ metta le mie bestie colle tua,

no’ parremo uno, e pur saremo dua.

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Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2011