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Edizione di riferimento
Tutte le opere, , a cura di Paolo Orvieto, Salerno, Roma, 1992
Edizione elettronica di riferimento
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È stato, come molti debbono sapere, a Siena sempre abondantia di nuovi pesci e buona quantità d'uomini grossi; non so se perché quella aria simili uomini naturalmente produca o se pure, havendo questo albero di principio cattivo seme havuto, è naturale cosa che faccia fructi simili al suo seme, et perché si dice quello è buono figliuolo che ben patrizza, non volendo e figliuoli forse fare vergogna a' padri, s'ingegnano fare portamenti da non parere bastardi.
Fu adunque non sono molti anni in Siena uno citadino chiamato Giacoppo Belanti, huomo d'età d'anni 40 incirca, d'assai buona ricchezza, ma un poco tondo di pelo; e fra l'altre sue venture, o vogliàn dire disaventure, havea una molto bella moglie: la quale cosa a Siena pare così naturale nelle donne, come negli huomini havere un poco dello sciocco e del borioso. Era questa sua donna d'età d'anni 25 incirca, e sì come all'altre belle donne adiviene, era da uno bello giovane vagheggiata. Havea la gentile donna nome Cassandra, e 'l giovane Francesco, di nazione fiorentino, el quale a Sie[na] lungo tempo a studio era stato e sempre della Cassandra inamorato; della quale cosa ragionevolmente dovea seguire che lei non meno bene a·llui volesse che esso a·llei, agiuntovi che Francesco bellissimo giovane era e lei horamai di tale età, che poteva conoscere el male dal bene e sapere oramai quello che può una donna sapere. Ché veramente quella è quella età nella quale è buono amare le donne, perché, quando elle hanno meno tempo, el più delle volte le tiene la vergogna e 'l poco animo, quando e[lle]no questa età passano, o che le pensino più oltre che non si conviene in simili casi o che sia mancato loro parte del caldo naturale, sono alquanto più fredde che non sarebbe el bisogno degli amanti.
Sendo adunque Francesco tanto tempo drieto a questa traccia stato, né per ancora potendo condurla alla rete, a nulla né dì né nocte pensare poteva, se non in che modo mettessi a effecto questo suo lungo desiderio; e quello che più passione gli dava, era che vedea non mancare se non el modo e la via, perché le parte erano assai ben disposte, imperò che la Cassandra gran ben gli volea, benché pure alquanto fusse questo suo amore raffrenato dalla paura dell'onore e non meno dalla ge[lo]sia di Giacoppo, el quale non altrimenti verso di lei si portava, che sogliono la più parte degli altri mariti fare che hanno belle donne. Le quali cose, tanto quanto più bella la Cassandra era, tanto meno volentieri conportava, vedendosi a uno ormai vecchio, né troppo bello di persona, né anche molto gagliardo in battaglia, maritata; e quello che più gli dava materia di cercare novi partiti era che mezzo scimunito lo conosceva: le quali ragioni erono sufficienti âccendere fuoco dove non fu mai carboni. E oltra di questo, molto naturale cosa è, havendo in electione da potere pigliare el bene e 'l male, più presto el ben pigliare; anzi, sarebbe suto pazza et da incantenare se 'l contradio havesse fatto. E veramente mi pare grande disaventura quella delle donne e grande vantaggio quello degli huomini, perché uno huomo, per da poco e tristo che sia, al torre donna sempre contentare si vorrà o non la torrà; una donna, sanza sapere che o come, stando a descretione d'altri, gli bisogna quello ch'egli ha torsi, per non havere peggio, e molte lodarsi di cose che sono cagione loro di mille morte per dì. Et però non maraviglia che degli errori ogni [dì] si scuoprino, che veramente si vorrebbe con altra discretione giudicarli che non si fa et scontarne loro 19 soldi per lira, per le ragioni sopradecte.
E per tornare al facto nostro, alla Cassandra e a Francesco niente altro che 'l potere mancava a contentarsi; la quale cosa era loro maggior vergogna, sendo, com'erano, perdenti, avendosi da uno scimunito solamente a guardare: benché Giacoppo, più tosto per sollecitudine che per molto intellecto, togliesse loro e modi e le vie da contentarsi. Havendo adunque Francesco più et più pensieri fatti, rifidatosi nella semplicità di Giacoppo, fece un tale disegno, come io vi dirò. Im prima fe' demostratione d'aver in tutto aband[on]ato l'amore di Cassandra; e stato in questa forma un tempo, per modo che già quasi Giacoppo con lui rasicurato s'era, finse un dì d'aver lettere da Firenze da certi suoi parenti, le quali contavano lui havere preso donna. La quale boce, fra' suoi compagni et amici prima spargendosi, in brieve, perché a Siena et amato e conosciuto era, per una gran parte si seppe; e infra gli altri, tornò agli orecchi di Giacoppo, el quale di questo più lieto che lungo era, perché gli parve in tutto essere assicurato della donna sua, credendo lui o si dovesse da Siena partire o levare el pensiero da quelle cose dove già l'avea hauto, come suole in alcuni fare el torre donna.
Stando sanza sospecto Giacoppo, accadde che Francesco cominciò a dire per niente non si volea partire, perché havendo insino allora studiato et durato fatica, non volea habbandonare l'opera quando era per dottorarsi; et però deliberava condurre la moglie a Siena e lì tenerla tanto che a bello agio havessi facto quello per che v'era venuto. E in su queste parole tolse una casa a pigione, non molto presso a Giacoppo, ma in luogo dove Giacoppo spesse volte passava, per ridurvisi con la moglie, perché non gl'era bastante la casa che prima teneva per lui e per la donna. Né molto tempo passò che disse volere venire a Firenze a farle le nozze et condurre la donna a Siena; et così fece. Per che, venutone a Firenze, andò a trovare una meretrice, di queste che fanno l'arte più honestamente ma non meno che·lle publiche, la qua[le] si chiamava la Meina et habitava in una contrada chiamata Borgo Stella, assai bella di viso e d'assai buona apparentia; et con lei rimase dargli un tanto ella andasse per un certo tempo con lui. La quale contentissima, lui acco[m]pagnata da honorevole compagnia, a Siena menò, dicendo quella essere la donna; et credendosi per ciascheduno così, fu molto dalle gentile donne sanese honorata et molte volte convitata. Lei, come quella che cattiva era e astuta, molto bene sapeva sotto un bello e donnesco habito le sue innumerabili macchie coprire, et molto honesta et di disonestà schifa si dimostrava. Et come quella che da Francesco era suta amaestrata quello dovessi fare, alcuna volta si stava alla finestra, la quale, come detto, riusciva sopra una via per la quale el nostro Giacoppo passava spesse volte, perché gl'era in comodità ad alcune sue faccende. Et trovando spesso costei al balcone, gliele venne per sua disaventura una volta guardata; la quale, faccendogli un buon viso et lui con lieta cera riguardando, gli fece venire, benché assai bene oltre di tempo fusse, voglia de' fichi fiori. Et cominciò seco medesimo a dire: «Et questa fia bella!, che Francesco m'abbi la mia donna tanto tempo vagheggiata et non sia stato da tanto che mai la gli abbia fatto un buon viso, sendo giovane et bello come egli è; et io, così vecchio come io sono, in capo di sì poco tempo già truovo con costei credito. Egli ha viso d'intervenire a Francesco come al cane di Mainardo, che assaliva per mordere et era lui el primo morso!». Et non meno da boria che d'amore mosso, cominciò a spessegiare le volte; et trovando ogni [dì] el terreno meglio disposto, si vantava spesso in un cerchio di giovani, dicendo: - L'effetto si è che l'arte è pure de' vecchi. Voi vi state tutto el tempo della vita vostra a vagheggiare et mai non conchiuderesti nulla; a me, così vecchio come voi mi vedete, da poco tempo in qua è venuta una certa ventura, che ognuno di voi comperrebbe una gran cosa! Et basti -.
Né con tutte queste parole sapeva trovare modo o via per venire a confitemini. Tanto che uno dì, non venendo da·llui, bisogniò la Bartolomea (ché così, per honestà e per non essere conosciuta, si faceva chiama[re]) gli mandasse per una suo fante una lettera, nella quale gli diceva che lei moriva per lui et che per Dio l'aiutasse, ché dubitava non l'avessi amaliata; della quale cosa Giacoppo, non potendo stare in sé per la letitia, gli fece risposta sciocca come lui. Et non v'andò molto tempo in mezzo che lei, dimostrand[o] prima difficultà grandissima a fare la faccenda, gli dette per una sera la posta, dicendo Francesco s'era ito a stare con uno suo compagno sanese a un[a] certa possessione.
Venuto la sera, la quale parve a Giacoppo che penassi a venire mille anni, fatto el cenno datogli, Giacoppo si ritrovò in casa. La Bartolomea, non lasciando nessuna di quelle parte indrieto che suole fare chi è da uno grandissimo amore acceso, lo condusse in una camera et misselo sotto il letto, dicendo che bisogna vi stesse tanto che lei mandasse a dormire una certa fante, perché volea le cose andassino segrete. Et lui così fece; là dove stette circa due ore et mezzo. Dipoi, tornata la Bartolomea a·llui, mostrò molto gli rincrescesse el suo disagio, et ch'egli avessi patientia. E stando insieme, dicendo che faceva per amorevolezza, quando gli grafiava el viso, quando gli stralunava uno occhio, talora in modo lo mordeva che rimaneva el segno. E lui, credendo che così facessino gl'innamorati, non solamente cheto et patiente si stava, ma gli pareva toccare el cielo col dito. Venendo poi alla conclusione per che tanto si vagheggia e tanta fatica durono gli amanti, lui, come vecchio, pure sforzandosi, a gran fatica et con grande affanno si condusse dove volea andare, etc. Lei, faccendo vista di maravigliarsi che in quella età facessi sì bona prova, faceva che 'l poveretto si metteva a morire et fare quello che per nulla in lui pareva possibile. Et in conclusione, tornando a casa che più morto che vivo era, tutto percosso e pericolato, parendogli venire di paradiso, havea un'altra battaglia a fare con la moglie; et bisognavali, per giustificarsi, fare quello in una sera che in uno anno, a un altro tempo, gli era non difficile, ma impossibile.
La Bartolomea, amaestrata da Francesco, non volendo che 'l giuoco gli mancassi fra·lle mani, cominciò a riguardarlo; et benché spesso vi venisse non faceva altro se non che molto bene graffiato et morso a casa si tornava. Et così molte et molte volte fece et molti mesi durò questa pratica, non meno bella in parole che in fatti, perché lui, da propria boria mosso, non faceva se non vantarsi o con giovani o con vecchi di questa sua felicità, non sappiendo che tesseva la rete nella quale havea lui a rimanere preso.
Imperò che, sendo uno buon tempo state così le cose, venne el tempo della quaresima, nel quale la Bartolomea pregò Giacoppo che gli facessi feria, tanto almeno che passassino que' dì sancti, et che era tempo a attendere all'anima, benché gli paressi duro haver a stare un pezzo senza lui; le quali parole mossono Giacoppo a irsi a confessare e rendersi in colpa de' peccati suoi. Era el suo confessoro un frate di san Francesco, chiamato frate Antonio della Marca, col quale Francesco s'era prima composto, sappiendo che confessava Giacoppo, di quanto havea a fare; el quale, benché frate fusse, stimando delle sette opere della misericordia soccorrere gl'afflicti et volendo quello proverbio fare vero che dice che non si fa trappole o tradimenti che non vi sia frati di questo ordine, sanza molta difficultà havea a' prieghi di Francesco acconsentito.
Venendo adunque alli suoi piedi Giacoppo per confessarsi, lui, come soleva, lo cominciò a domandare; et venendo al peccato della luxuria, Giacoppo questo suo caso avenutogli con la moglie di Francesco secondo che lui credeva gli cominciò a narrare. A che il frate si fermò e disse: - Oimè, Giacoppo, come hanno potuto in te tanto le diaboliche tentazioni, che tu ti sia condotto a questo peccato inremissibile, el quale per niente nonn-è in mia auctorità, né del papa o di san Piero, se risuscitassi, di potertene absolvere? - Disse Giacoppo: - O, io v'ho sentito dire che non è sì grande peccato che non si possi absolvere! - A questo rispuose frate Antonio: - Egl'è vero, ma e' bisogna fare una cosa ch'io so che tu non faresti mai -. Disse Giacoppo: - Per salvare l'anima e' non è cosa ch'io non facessi, insino a vendere me et mogliama! - Disse frate Antonio: - Se tu se' di cotesta opinione, io te lo dirò; ma a me pare essere certo che tu me lo prometterai e non me lo atterrai -. Disse Giacoppo: - Voi mi fate maravigliare di voi! Io amo più l'anima mia che cosa di questo mondo! - Disse frate Antonio: - Ombè, io te lo dirò. Non ha' tu sentito dire che il peccato della infamia e delle cose che l'uomo tiene contro a ragione non si può perdonare sanza ristituirle? Così è questo; ché, avendo tolto l'onore a quella giovane e al marito, questo peccato è inremissibile se tu non gliene rendi; et non gliene puoi rendere, se tu non meni il marito suo o, s'ella non ha marito, el più presso parente ch'egl'abbia, tante volte a starsi con la donna tua, se tu·ll'hai, se non, con la più presso parente che tu abbia, quante tu se' ito a starti con la sua. E' si legge, quando Dàviti comisse il peccato dell'adulterio, che misse la moglie a quello che lui aveva messo quell'altra et così gli fu perdonato: sì che vedi quello che tu hai a fare -.
Giacoppo, udendo le parole del sacerdote, gli parve haver mal fatto et disse seco medesimo: «Veggo oggimai che 'l can di Mainardo sarò io!». Poi, voltosi al frate, disse: - Padre spirituale, benché molto difficile mi paia, pure io debbo amare più l'anima mia che altra cosa di questo mo[n]do, et non me ne debbo pun[to] vergognare, havendolo anche fatto Davìtte, che fu re, et io sono cittadi[no] di Siena. Sì che in ogni modo prima voglio salvare l'anima mia che fare altro -. El frate, udendo le sante parole di Giacoppo, sanza dire altro l'abbracciò et baciò in fronte; e tenutolo un poco, disse: - Figliuolmi spiritale, io veggo che la gratia di Dio t'ha·lluminato, e veggoti andare per camino che ci riuscirà el pensiero: che sia tu per mille volte benedetto! Io veggo oggimai che·lla cosa andrà bene: che ringraziato ne sia el Salvatore! Avisandoti che questo peccato è sì grande, che con tutto questo sanza particulare potentia non si può absolvere, et però io deliberato che tu vada insino a Roma per satisfatione di questo e degl'altri tuoi peccati. E a questo modo si va nella gloria di vita etterna et passasi lietamente questa vita! Sì che va, figliuolo benedetto, et metti a execuzione quello che m'hai promesso -. Et detteli la sua benedictione.
Giacoppo, levatosi da' piedi del sacerdote, tutto pieno di pensieri si tornò a casa. Et faccendo seco medesimo gran dispute, pure alfine, vinto dalla conscientia, diliberò andare a trovare Francesco per restituirgli l'onore. Dove gli nacque un'altra difficultà, et questo è che non sapeva in che modo dire questo fatto a Francesco che non portassi gran pericolo; pure, parendoli havere trovato un modo da salvarsi, et vincto dalla conscientia, et parendoli, sendo a' dì santi, potere fare più sicuramente che altro tempo, un dì con queste parole l'andò a trovare: - Francesco, io t'ho amato sempre come figliuolo, che per l'età potresti essere. Ora, el peccato m'ha condotto a fare cosa di che assai mi pento; et priego te che, perdonandomelo Iddio, che ancora me lo vogli perdonare, e inanzi che più oltre ti dica promettermi et giurare di non me n'offendere, ma per la passione del nostro Signore dimenticare una ingiuria la quale io t'ho fatto -. Disse Francesco: - Io v'ho sempre havuto in reverentia come padre; et quando bene voi m'avessi morto il padre, prima per amore di Dio rispetto al tempo in che noi siamo, dipoi per amore vostro, io vi prometto sopra la fede mia perdonarvi ogni offesa che voi m'avessi fatta -. Giacoppo, gittatosili a' piedi, disse: - Io non te lo dirò mai se no in ginocchioni -. Francesco, fattolo a gran fatica su levare, cominciò a stare a udire quello che lui molto meglio che ['l] dicitore sapeva. Et detto che ebbe con molte lacrime, Francesco, mostrandosi tutto turbato, disse: - Voi havesti buona avertenza a farvi dare la mia fede, perché, se quello non fusse, inanzi che da voi mi fussi partito harei fatto cosa la quale né a voi né a quella puttana della donna mia, né a me anche, dopo el fatto, sare' piaciuto. Ma io voglio meglio all'anima mia che voi a me non havete voluto; et da ora ogni cosa, in poche parole, vi perdono. Et levatemivi d'inanzi! -
Giacoppo, non parendo haver fatto poco disse: - E' bisogna che tu mi stia a udire quattro parole e che m'aiuti questo peccato perdonare da Dio -; et sogiunse che bisognava lui s' andasse a stare con la donna sua. A che rispose Francesco: - Questo non v'ho io promesso. Io non voglio essere come voi un tristo e un traditore; basta bene s'io v'ho sì grande ingiuria perdonata. Et non me ne ragionate, ch'io non ne voglio udire nulla, et di nuovo vi dico voi mi vi leviate d'inanzi, per meno inconveniente -.
Giacoppo, havendo di peggio paura, si levò di quivi et ritornossi al frate; al quale detto come el fatto era passato, e venendo alla parte che Francesco per nulla non volea udire ragionare dell'andare a starsi con la donna, disse el frate: - O tu, non hai fatto nulla!, perché bisogna che tu in questo modo gli ristituisca l'onore; altrimenti è come se niente havessi fatto -. Giacoppo, non sappiendo in che modo tornare inanzi a Francesco, disse al frate: - E' fia forse meglio che voi mandate un poco per lui, e io ci sarò alla presentia, e dategli a intendere come e' non è peccato, e forse a voi e' consentirà quello che non ha voluto a me acconsentire -. Disse el frate: - Questo è buono partito; ma io non lo conosco: io ti darò un mio fraticello, tu gliene mosterrai da·llungi, et così non parrà ch'io mandi per lui per questo -.
Rimasti in questa conclusione, Giacoppo si partì col fraticello, al quale mostrò Francesco, e 'l fraticello gli fe' l'ambasciata. Francesco, sanza altra dimostratione alla chiesa venuto, trovò el frate in una certa saletta inanzi alla cella sua; et fatto vista di fare con lui gran romore, insieme un pezzo di questo gabbo risono. Dipoi, chiamato Giacoppo, el frate disse a Francesco: - E' bisogna in ogni modo che tu consoli questo poverello di Giacoppo, non per suo amore, perché lui non lo merita, ma per amore di Giesù, el quale anche a·tte farà gratia et non t'imputerà a peccato quello che tu fai per amore del suo nome. E io te ne resterò obligato con Giacoppo -. Et con queste parole Giacoppo, gittatosigli a' piedi, di gratia comincia a chiedere a Francesco che vada a starsi con la moglie. Francesco, fingendo per tenerezza lacrymare, disse: - Orsù, io sono contento; et voglio a·dDio fare di questa ingiuria et di questa gratia la quale ti concedo uno presente, et per suo amore fare quello di che mi richiedete, benché molto duro rispetto alla conscientia mia mi paia -.
Giacoppo, tutto della risposta contento, cominciò in un altro dubbio a entrare, et questo è come havea a fare contenta la donna. Pure rifidandosi della donna potere quanto voleva disporre, a casa se n'andò. E parvegli havere trovato una bella malitia a diventare becco: e questo è che, come egli entrò in casa, cominciò a fare un crudel pianto, a ciò che la donna havessi cagione domandarlo perché piagnea. La qual cosa, secondo che disegnò, a punto gli riuscì, ch'ella molto instantemente cominciò a domandarlo della cagione di tante lacryme; alla quale Giacoppo: - Io piango ch'io n'ho ragione, et questo è ch'io sono dannato et non posso salvare l'anima -. La donna, amaestrata del fatto, cominciò più forte a piangere e disse: - Oimè, o com'è così? Che hai tu fatto? O che non c'egli rimedio alcuno? - Disse el marito: - Sì, ma è molto difficile a farlo -. A che la Cassandra rispuose: - Perché non lo di' tu? E se fia cosa che si possa fare, faremola! - Disse Giacoppo: - Io te lo dirò: a·tte sta el fare ch'io sia salvo o dannato -, e cominciògli a dire el caso. Et venendo alla parte di quello che fare a·llei bisognava, ella si mostrò molto brusca; et, abreviando, bisognò che di gratia da·llei in ginocchioni impetrassi questa gratia. Et poi che l'ebbe fatta contenta, se n'ando, per più presto potere essere absoluto, a Francesco, et disse: - Stasera fia tempo. Verrai a cena meco e poi, col nome di Dio, comincerai âiutarmi sodisfare questo gran peccato -. Francesco, più che mai lieto, dimostrò nel viso havere questo per cattiva novella e gittòli questa sua andata in barbagratia; né per questo però fu che non gli paressi mille anni che venisse la sera.
La qual venuta, lui a casa di Giacoppo se n'andò, dove, molto abondantemente cenato, lasciando Giacoppo in sala, con la sua tanto desiderata Cassandra in camera et poi nel letto se n'andò; et debbe ognun pensare che altrimenti andorono le cose che non erono ite quelle di Giacoppo con la Bartolomea. Fu dipoi necessario, per satisfare a quello resto de' peccati, che più et più volte vi tornassi; e perché dipoi Giacoppo andò, sì come ordinato gli fu dal frate, per penitentia a Roma, rade notte di quelle furono che Francesco con la Cassandra non si trovasse. Et così finirono e·loro lungo amore: che a·dDio piaccia dare a noi del nostro el medesimo fine.
Credo che a ciascuno debba essere noto Pisa essere stata antica e nobilissima città, imperò che, inanzi che piacesse alla Fortuna porre fine al suo tranquillo stato et dargli el suo ultimo exterminio, fece molte cose, et in pace et in guerra, le quali meritano per la grandezza loro essere tenute a memoria e per uno buon tempo celebrate apresso e mortali.
Era adunque in quel tempo in Pisa una famiglia nobilissima e assai riputata, la quale si chiamava, e ancora si chiama, la famiglia de' Lanfranchi, nella quale infra molti nobili huomini era un giovane d'età d'anni venti, chiamato Luigi, el quale come e di nobilità di sangue, così di ricchezza e di belezza non solamente quegli della sua famiglia, m'ancora tutti gli altri giovani pisani excedeva. Et perché e sopradetti più presto ben' di Fortuna che proprii si possono chiamare, lui con tante dote e d'animo et di corpo gli aveva acompagnati, che veramente si poteva chiamare da ogni parte essere perfetto; imperò che et di lettere e di sonare, cantare, ballare, cavalcare in modo amaestrato era, che se avesse a ciascuna di queste cose tutto el suo tempo di sua vita speso sarebbe stato troppo. Bisognava per questo seguisse che nella sua terra fusse el meglio voluto e 'l più amato giovane che non che allora, ma pel tempo passato fusse mai stato, et così veramente era. Pareva adunque costui dovere essere el più felice giovane che al mondo si trovasse, se la Fortuna, ch'è sempre di ciascuno bene invidiosa, non avesse, sotto spezie di maggiore felicità, ciascun suo ben turbato et fattolo del più lieto el più infelice huomo della terra sua. Nacque questa sua disaventura da quello che apresso si dirà.
È usanza in Pisa, sì come in molti altri luoghi, alcuni dì inanzi al carnovale stare in feste e in giuochi e in solazzi, perché men dispiacciono l'abstinenze che la quaresima si suol fare: benché el più delle volte el contrario avenga, ché quanto più l'uomo in feste si truova, tanto men volentieri si lasciono, e più dispiace quella vita alla quale più presto per necessità che per satietà d'altri piaceri l'uomo si inclina. Accadde che, infra molte altre feste, uno molto onorato ballo vi si fece, dove concorsono tutte le belle e gentile donne pisane, che buona copia di bellissime ve n'era. Non mi pare necessario narrare se vi fu giovani o no, perché credo a ciascheduno essere noto che dove molte belle donne s'adunano, quivi facilmente ancora molti giovani convenire; perché come naturalmente è ordinato el ferro alla calamita trarre, così e giovani, non so se per loro ventura o disaventura, volentieri vanno drieto a quelle cose che 'l più delle volte più presto di infiniti affanni sono cagione che d'alcuna co[n]solatione o diletto, compensando un brevissimo et dolente piacere con lunghissimi e incomportabili affanni e dispiacere.
Era fra l'altre donne a questa festa una fanciulla d'anni quindici, chiamata Ginevra de' Grifi, casa antica et nobile; la quale, benché molte belle donne, [com'è] detto, vi fusse, tanto d'ogni bellezza tutte l'altre avanzava, che veramente a ciascuno dava più tosto cagione di credere lei essere divina che mortale; et non meno di gentili costumi e donnesche virtù che di bellezze ornata, faceva di sé non solamente e giovani, che naturalmente a ciò sono inclinati, inamorare, ma ancora quegli e quali, per avere perduto el giovinile ardore, e colpi d'amore sogliono, non so [se] o per più età o per più lunga experientia, spregiare et curare poco.
Volle adunque la disaventura di Luigi, che trovando[si] con molti altri a questa festa et lei, sì come gli altri faceano, guardando, cominciò a sentire e colpi d'amore e a guatare un cibo non più da·llui gustato, el quale lui medesimo già in altri biasimato e spregiato havea; né molto tempo passò che a nessuna altra cosa pensare poteva, né alcuno altro diletto prendere, se non andare tutte quelle vie et modi examinando per le quale a questa piacere potessi et venire in gratia. Et volendo nel principio, sì come e più fanno, tenere el suo fervente amore celato, gli fu cagione di raddoppiargli l'amorose pene, perché, come el nostro messer Francesco dice, «chiusa fiamma è più ardente». Ma non potendo, in ispazio di tempo, più tenere occulto quello che mai a nessuno fu concesso celare, come e miseri amanti fanno andò da uno ad un altro extremo et cominciò apertamente, et con feste e balli e giostre, a dimostrare quello che per insino allora, come quello che alquanto vergognoso n'era, dimostro non havea. E benché a ciascheduno fussi, com'è detto, noto questo suo ardente desiderio, lui niente di meno con tale prudentia e sì gentilmente se ne portava, che non che di carico, sì come a molti è già sta[to], ma di raddoppiargli apresso e suoi cittadini la gratia ch'egli havea fu cagio[ne].
La Ginevra, di tutte queste cose, perché prudente era, avedendosi, benché al[quanto] pure, come fanciulla, se ne vergognassi, pure in sé lo stimava assai et in segreto onestamente affectione gli portava; della quale non si potendo Luigi, perché mai più stato era inamorato, avedere, grandissima passione portava, credendo lei nel cuore quella medesima durezza havere che nel volto e ne l'apparentia dimostrava: non sapiendo che «Amore a null'amato amar perdona» et che «non è sì duro cuore che, lagrimando, / pregando, amando, talor [non si] muova, / né sì freddo voler che non si scalde.»
Sendo adunque, quanto poteva, afflitto et passionato, né trovando alcuno rimedio a questo suo male, diliberò uno dì a uno suo grandissimo amico et compagno discoprire el suo difetto. Era questo suo compagno genovese, chiamato Maffio Grimaldo, giovane di buoni costumi, el quale a Pisa per certe sue mercatantie lungo tempo era stato et, per la lunga stanza, havea con Luigi una vera amicitia contracto, benché fusse d'alquanto più età che lui, ché forse venticinque anni havea. La qual cosa fe' che Luigi, grandissima fede in lui avendo, un giorno l'ando a trovare; et dopo alcune altre parole, in tal modo gli cominciò a parlare: - Maffio, e' mi pare che la lunga amicitia et affectione che sempre fra noi è stata richiegga che ogni nostro caso, o felice o doloroso, così come uno di noi ne partecipa, ancor l'altro ne debba sentire, a ciò che de' felici eventi, per conferirne con l'amico, si radoppi la felicità; agl'infelici, quando si può, rimedio si ponga; non si potendo rimediare, almeno lo sfogarsi e dolere con l'amico diminuisca la passione. Et però io, al presente, cercando a uno mio male rimedio, crederrei havere fatto contro alla legge d'amicitia se teco prima non havessi conferito, avendo fede nella prudentia et experientia tua, ché so che altre volte nel caso dove io mi truovo ti se' trovato, et non meno nell'amore e affectione che tu mi porti. Io, come tu ti puoi essere aveduto, da tutte l'altre cose ho levato l'amore e 'l pensiero, né altro desiderio in questo momento o cerco se non a una sola donna piacere, la quale io in tutto ho fatta signora non solamente d'ogni mia volontà, ma ancora et delle parole et de' pensieri, perché di nessuna altra cosa posso parlare, né altro pensare o imaginare, se non costei. Et ha in modo l'amore preso di me intero dominio, che non basta havermi fatto lei sopra a ogni altra cosa piacere, ché m'ha fatto tutte l'altre cose dispiacere et havere in odio. Et per pruova Cupido che può nelle mente umane tanto quanto apunto e' vuole, e quanto una volta non credevo, mi fa a una donna portare affectione, la quale in luogo d'uno sfrenato et ardente amore a me [al]trettanto odio et malivolentia, come a me pare, porta; et io in modo sono, e non so come, et legato [e] accecato, che quanto lei più dimostra ch'io le dispiaccia, tanto più cre[sce] el mio ardente disio. Et quello che mostra meglio el mio errore si è che, quando mi pare lei in qualche cosa faccia quello verso di me che non si conviene, io sono el primo che fo meco medesimo la sua scusa et giustifico se alcuna ingiuria l'ha fatto verso di me. Et per non ti tenere in molte parole, io sto tanto male quanto io posso, et priegoti, per quella fede che sempre è stata fra noi, che tu vogli e aiutarmi e consigliarmi. Perché a me non avviene come a molti altri inamorati, e quali solamente o per passare tempo o per non avere altro che fare volontariamente per loro piacere s'inamorano; ma a me bisogna più tosto cercare in che modo io mi mantenga vivo che in che modo io viva lieto: della qual cosa oramai io ho perduto [ogni] speranza, excetto quella ch'i' ho ne' fedeli e savi consigli e aiuti [e] quali aspetto da·tte; sì che pon mano a questa tempestata barca et non altrimenti piglia la cura di questo infermo corpo che se havessi te medesimo, sì come tu hai me, a governare. Io mi vergogno teco usare molte parole, maxime bisognandoci più tosto fatti; et oltre a questo, le parole si vogliono con coloro usare e quali difficilmente intendono o mal volentieri conscendono a quelle cose delle quali sono richiesti: le quali cose mai m'è paruto in te conoscere o vedere. Sì che da ora inanzi io non metterò più te[mpo] in dirti alcuna delle mie passioni, ché, sendo stato inamorato, sono [certo] che a punto le conosci; ma da te aspetterò quelli consigli e ai[uti], e quali se non mi gioveranno, crederrò che nessuno altro mi possa giovare -.
Maffio, havendo le parole inteso le quali lui con molti sospiri e·llagrime havea detto, et, come quello che pratico era, compreso onde apunto venivano, cominciò seco medesimo a sorridere; dipoi, voltosi a Luigi, in tal modo gli cominciò a parlare: - Tu crederrai, Luigi, che, ridendo io del tuo male, o che io presti poco fede alle parole tue o che ti vogli poco bene ridendo di quello di che veggo a te dolere et piagnere: della quali cose alcuna non è; ma l'essere io già stato nell'errore nel quale tu al presente se' aviluppato fa ch'io conosco le tue pene essere molto maggiore che tu non m'hai detto, et, oltre di questo, ridermi di quello male del quale si suole el più delle[volte] campare. Et per seguitare la regola de' buoni medici, e quali prima a' maggiori inconvenienti et bisogni dello 'nfermo cercon et debbono rimediare, io dico che quello male el quale tu stimi maggiore è il minore et quelle cose le quali al presente difficile, anzi impossibili, ti paiono, sono quelle che tu più che·ll'altre giudicherai col tempo essere et possibili et facili, anzi non potere essere che non sieno. A me pare, s'i' ho bene raco[lto] el tuo passionato parlare, che la principale et più corale tu[a] passione sia l'amare tu sanza essere amato. A che io ti rispondo che veramente [tu] hai ragione di dolerti, quando così fussi; ma io non credo in alcuno modo che, havendo Iddio e la Natura ordinato quale habbia a essere la conditione di tutte le femine, et avendone delle altre a' miei dì mille pruove vedute, che costei sola habbia a rompere o mutare quello che da alcuna dell'altre per insino a ora mai è suto mutato. È natural cosa che ciascuna e ciascuno che si veda amare ami, e sarebbe natura più tosto bestiale o di pietra che humana fare el contradio; sì che conchiudi questo: costei, la quale tu credi essere capitale tua nimica, non portare nel cuore quella asperità che l'effigie sua dimostra. Tu mi consentirai che costei in tutte l'altre cose ti pare di somma prudentia et discretione, et forse più che a donna non si conviene; sendo così, non credere che, non avendola tu in alcuna cosa mai offesa, ma sempre cerco fargli in ogni tuo atto honore, et portandoli l'amore che mi pare che tu gli porti, che la i·nessun modo non ti voglia bene. Ma a te adiviene sì come agli altri inamorati, e quali nelle cose del compagno hanno sottile e acutissi[mo] vedere et intelletto, et nelle loro proprie [son]o in tutto orbi e sanza [alcu]na parte di ragione; tu in questo fai el conto tuo et non fai quello del compagno. Imperò che non è honesta cosa, sendo lei fanciulla della qualità ch'ell'è, di parentado ricca, bella come vedi, ch'ella dimostri essere inamorata; ma tieni a·ccerto che in segreto ella sempre t'ha nel cuore, ma meglio tien celato l'amore suo che te, perché più rispetti ha lei da farlo che tu non hai. E' mi ricorda già, sendo d'una gentile donna inamorato, che io ebbi un pezzo opinione che lei di me beffe si facessi e dileggiassimi, et dopo un certo tempo della sua propria bocca fui chiarito ch'ella, in quello tempo quando a me essere beffato pareva, per aventura tanto a me portava affectione quanto io a·llei. È una natura negli amanti che in tutti gli altri falla: imperò che gli altri huomini facilmente quelle cose credono che vorrebono, gli amanti, come quelli che ogni [dì] sentono mille mutationi che fa·lloro la Fortuna, a quelle cose le quali più desiderano meno prestano fede; perché veramente la Fortuna in ogni cosa domina, ma negli amanti ha la intera sua potentia più che in altra cosa, et benché alcuna volta si mostri contraria, non è però che poi infine ella non conduca l'uomo al fine desiderato. Sì che, Luigi mio, dua cose ti ricordo: la prima, perché io so che tu in questa tua impresa mille casi avèrsi hai avere, siccome agli altri amanti adiviene, e quali forse ti potrebbono fare el pensiero rimuovere o mutare proposito, che facci conto questi mali non essere fatti a·tte, ma a uno altro, et sempre séguiti sinceramente et con buono [animo] quello che una volta degnamente hai cominciato: perché nissuna cosa infine è difficile a chi vuole, et chi la dura la vince. Noi habbiamo veduto essere venuto voglia agli uomini di volere et averlo fatto; non è egli più facile cosa, credendo essere benvoluto, ch'è cosa naturale fra gli huomini, trovare quello che l'animo cerca? Sì che el primo precetto ch'io ti do è che tu sia forte alla tua impresa. El secondo si è che in questo tuo amore tu non lasci a fare nulla perché tu venga al tuo disio, perché quando tu non lascerai alcuna cosa intentata, t'averrà quello ch'io ti dirò: se tu obterrai el desiderio tuo, tu farai quello che tu cerchi; non l'obtenendo, almanco tu harai satisfatto a te medesi[mo] e lei te ne terrà da·ppiù. E in conclusione, a me pare che questa notte che viene tu e io dobbiamo examinare se alcuno modo via c'è per la quale tu possi fare asapere a costei l'animo tuo; et domattina ti tornerò a vedere, forse con qualche buona conclusione, perché dice el Vangelo che chi cerca truova e chi picchia gli è aperto. Et anche ho speranza nella Fortuna, la quale non suole mai abandonare gli amanti, che ci farà qualche cosa pensare la quale potrebbe levarti una gran parte de' tuoi pensieri et convertirli in allegrezza sì grande, come al presente è il dolore, perché siccome gli amorosi affanni sono maggiori che tutti gli altri, così ancora l'allegrezze di tutte l'altr[e] maggiore; io ho speranza, inanzi, molto fartele provare. Et fatti con Dio -.
Havendo Luigi le savie parole di Maffio intese, gli furono le sue ragioni di tanta efficacia che gli feciono porre giù una gran parte del peso che prima portava; il perché, havendo una gran maninconia in gran letitia convertito, tutto lieto e scarico a casa sua se n'andò. Et benché, cenato, per dormire a·lletto se n'andassi, pure haveano le parole di Maffio in lui tale impressione fatto, che non solamente non si poté adormentare, ma non potette mai nel letto o in casa contenersi; et parendogli mille anni che dì venisse, andava tutte quelle cose examinando che gli potessino fare parere el tempo più breve.
Né apena la mattina fu venuta, che lu[i] a casa di Maffio se n'ando; el quale, trovato che anche dormiva, destò et disse: - Fratello, a che siamo? Hai tu pensato cosa alcuna per la quale tu mi lievi questo resto del male da dosso? - A che rispuose Maffio: - Io credo per ventura havere trovato cosa che ti piacerà assai: et questo è che costei ha una sua balia in casa, con la quale io ho un poco di notizi[a]; et credo che o per uno modo o per un altro noi faremo che la farà quello che noi vorremo -. Luigi, più che mai lieto, disse: - Fratello, io horamai lascio a·tte pensare a' rimedii della vita mia, et quello che tu farai stimerò sia ben fat[to]. Fa' ora tu quello che meglio ti pare -.
Nacque da questi loro ragionamenti che Maffio trovò questa balia, la quale, benché da prima facessi, [co]m'è loro usanza, un poco dell'oci et dell'onesto, pure infine un dì, per uno o per un altro mezzo, fu contenta asentire alla voglia di costoro. Et cominciò alcune lettere e imbasciate di qua e di là a portare, le quali la Ginevra, perché di simile cosa schifa era, mostrò in modo tale havere per male, che se non fuss[e] stato e ricordi che Maffio ogni [dì] dava a Luigi, credo Luigi più d'una volta hare' lasciato la 'mpresa: perché lei, ogni dì alla balia dicendo villania et minacciandola di farla cacciare, havea in modo e lei e lui invilito, che non pareva havessino ardire a tentare alcuna cosa. La quale cosa a Luigi dava tanto maggiore passione che la prima, quanto questa seconda era con qualche speranza e la prima no. Parendoli adunque che la Fortuna troppo a ogni suo pensiero si contraponessi, come disperato viveva; et ogni dì col suo Maffio dolendosi di queste sue adversità, era ridotto a quello che già più morto che vivo pareva, e 'l viso e 'l suo solitario andare e la sua quasi trasmutata natura e costumi dimostravano quanta passione lui nel cuore portava. Le quali cose molto ben[e] conoscendosi per la Ginevra, non poteva fare che alquanto non si conmovessi a pietà verso Luigi; pure, dalla paura dell'onore raffrenata, non poteva fare alcuna dimostratione verso di lui d'affectione. Per modo che lui, non potendo altro contento avere, solo d'una cosa prendeva consolatione et conforto: et questo è che né dì ne nocte mai d'intorno alla sua casa si partiva, perché grandissimo refrigerio gli era, non potendo lei vedere, così come voleva, almeno la casa dove e' l'abitava potere guardare.
Stando così afflitto et passionato, el meschino Luigi, sendo una sera intorno alla sua tanto amata casa, gli venne la boce della Ginevra udita; la quale stando diligentemente a udire, parendogli che di paradiso venisse, interpretò che·llei, cantando, un tal rispetto o vero strambotto da sé medesima diceva:
«Amor, io veggo che alla tua saettaalcuno non è che possa fare diffesa:benché fanciulla sia et giovinetta,pur mi sento nel cuor la fiamma accesa.A' tuoi colpi non posso più far recta,tanto dell'altrui male mi duole e pesa.Poi che tu vuoi ch'io venga nel tuo regno,ecco che volentieri a servire vegno».
Al quale Luigi avendo diligentemente posto orecchi, et seco medesimo quello che gli pareva inportasse fantasticando, cominciò in su queste parole a riavere alquanto la perduta speranza e per questo a tentare nuove vie et modi. Et non ne potendo alcuno a perfectione condurre, più che mai disperato a Maffio se n'andò et disse: - Io oramai ho fatto quello ch'i' ho potuto, et non trovando più alcuna via che mi dia speranza di vivere lieto, delibero in questa terra non stare più, ma cercare nuovi paesi, acciò che havendo avuto tanto piacere del mio male, ella non abbi almen questo di vedermi apresso a·llei morire, et che l'udire, più presto che vedere, la mia morte gli diminuisca tanta cons[olatione], quanto io sono certo ha âvere del mio doloroso fine -. Alle quali parole Maffio in tal m[odo] rispuose: - Io veggo che tu non hai tenuto bene a mente e precepti ch'io ti decti dello essere [paziente] et dello star forte a tutti e colpi della Fortuna. Tu credi ben forse avere, sì come t[u] [mi] di', provate tutte le cose, ma forse ce ne resta qualcuna la quale tu non hai pro[vata]. Pensa un poco meglio et poi mi potrai più ragionevolmente parlare; e [se] da ora in[fra] [otto dì] non truovi qualche altra via, noi piglieremo poi qualche partito che sarà migliore che quello che al presente tu vuoli pigliare -. Et con queste parole, tutto pensoso lo lasciò.
Et non potendo altro o dì o nocte el nostro Luigi pensare, gli advenne come aviene a chi cerca: che, dopo un lungo cercare, alfine poi pure quello che per lui si disidera truova. Et questo fu che, sendo molto bene informato come la casa della Ginevra stava, deliberò pigliare uno assai pericoloso partito, più presto da huomo disperato che ragionevole, volendo più presto con cattivo fine uscirne che in tanta amaritudine e tormento vivere. Havendo adunque prima molto bene ciascuna cosa examinato, et più el suo desiderio che 'l pericolo stimando, una notte, quando ogni huomo in sul più profondo sonno era, con Maffio a casa della Ginevra se n'andò; et sapiendo che lei con la madre in uno letto dormiva, e una certa scala di corda di seta alla finestra della camera sua apiccò, la quale lui, poi che in uno pulito giubberello di broccato d'ariento rimase, cominciò diligentemente a salire. Et benché a ogni scaglione fusse da molte e varie paure circundato, pure, come quello che dall'amore fatto era ardito, insino alla finestra si condusse; et trovandola aperta, ché di state era, vide da un canto del letto la sua Ginevra suavemente dormire; la quale vista, tanta alterazione gli dette e tanto lo invilì, che tre volte rimisse el piè nella scala per tornarsi adrieto. Ma pensando poi e·lungo tempo ch'egli avea questa comodità aspettata e quanti ma' dì e male notte avea, per condursi dove egli era, avute, fece del cuore rocca e, preso partito, destramente della finestra scese. Et, di principio, al lume che in camera era se n'andò et spenselo; dipoi, alla proda dove la Ginevra era accostatosi stette per alquanto tempo che mai ebbe ardire di toccarla: non tanto per paura che avesse d'essere sentito, quanto per la riverentia che sempre essere suole in chi è veramente punto dagli amorosi strali. Ma cominciando alfine pure a ripigliare alquanto d'animo, cominciò leggermente sopr'a panni a toccarla; et da' panni alle dilicate braccia venuto, le quali pel caldo lei scoperte teneva, quelle leggermente molte volte baciò; e simile fece el viso. A che la Ginevra si destò, et benché sognare le paresse, pure, aperti gli occhi, cominciò intorno a guardarsi. Luigi, che desta era avedendosi, non sapeva che partito si prendere; alfine, missoli le mani alla bocca, per modo che niente gridar potesse, in tal modo gli cominciò a parlare: ......
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