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Edizione di riferimento
Lorenzo il Magnifico, Opere, a cura di Attilio Simioni, vol. II, Laterza, Bari 1914
Segui, anima devota, quel fervore,
che la bontá divina al petto spira,
e dove dolcemente chiama e tira
la voce, o pecorella, del pastore.
In questo nuovo tuo divoto ardore
non sospetti, non sdegni, invidia od ira:
speranza certa al sommo bene aspira,
pace e dolcezza e fama in suave odore.
Se in pianti o sospir semini talvolta
in questa santa tua felice insania,
dolce ed eterna poi fia la ricolta.
« Populi meditati sunt mania »;
lassali dire, e siedi, e Gesú ascolta,
o nuova cittadina di Bettania.
Fuggendo Lot con la sua famiglia
la cittá ch'arse per divin giudizio,
guardando indrieto il giusto e gran supplizio,
la donna immobil forma di sal piglia.
Tu hai fuggito, ed è gran maraviglia,
la cittá ch'arse sempre in ogni vizio;
sappi, anima gentil, che 'l tuo offizio
è non voltare a lei giamai le ciglia.
Per ritrovarti il buon pastore eterno
lassa il gregge, o smarrita pecorella;
truóvati, e lieto in braccio ti riporta.
Perse Euridice Orfeo giá in sulla porta,
libera quasi, per voltarsi a quella:
però non ti voltar più allo inferno.
Magno Iddio, per la cui costante legge
e sotto il cui perpetuo governo
questo universo si conserva e regge;
del tutto Creator, che dallo eterno
punto comandi corra il tempo labile,
come rota faria su fisso perno;
quieto sempre, e giamai non mutabile,
fai e muti ogni cosa, e tutto muove
da te, fermo motore infaticabile.
Né fuor di te alcuna causa truove,
che ti muova a formar questa matera,
avida sempre d'aver forme nuove.
Non indigenzia, sol di bontá vera
la forma forma questa fluente opra,
bontá, che sanza invidia o malizia era.
Questa bontá sol per amor s'adopra
in far le cose a guisa di modello,
simile allo edilizio ch'è di sopra.
Bellissimo Architetto, il mondo bello
fingendo prima nell' eterna mente,
fatto hai questo all' immagine di quello.
Ciascuna parte perfetta esistente
nel grado suo, alto Signor, comandi,
che assolva il tutto ancor perfettamente.
Tu gli elementi a' propri luoghi mandi,
legandoli con tal proporzione,
che l'un dall'altro non disiunghi o spandi.
Tra 'i foco e 'l ghiaccio fai cognizione,
cosí temperi insieme il molle e il duro:
da te fatti contrari hanno unione.
Cosí non fugge piú leggiero e puro
il foco in alto, né giù il peso affonda
la terra in basso, sotto il centro oscuro.
Per la tua provvidenzia fai s' infonda
l'anima in mezzo del gran corpo, donde
in tutti i membri par poi si diffonda.
Ciò che si muove, non si muove altronde
in sí bello animale; e tre nature
quest'anima gentile in sé nasconde.
Le due più degne, più gentili e pure,
da sé movendo, due gran cerchi fanno,
in se medesme ritornando pure,
e intorno alla profonda mente vanno:
l'altra va dritta, mossa dall'amore
di far gli effetti, che da lei vita hanno.
E come muove sé questo motore,
movendo il cielo, il suo muto simiglia,
come le membra in mezzo al petto il core.
Da te, primo Fattor, la vita piglia
ogni animale ancor di minor vita,
benché più vile: questa è pur tua famiglia.
A questi dá la tua bontà infinita
corri leggier di puro foco adorni,
quando la terra e 'l ciel li chiama e invita.
E di poi, adempiuti i mortal giorni,
la tua benigna legge allor concede
che 'l curro ciascun monti, ed a te torni.
Concedi, o Padre, l'alta e sacra sede
monti la mente, e vegga il vivo fonte,
fonte ver, bene onde ogni ben procede.
Mostra la luce vera alla mia fronte,
e, poi ch'è conosciuto il tuo bel Sole,
dell'alma ferma in lui le luci pronte.
Fuga le nebbie e la terrestre mole
leva da me, e splendi in la tua luce:
tu se' quel sommo Ben che ciascun vuole.
A te dolce riposo si conduce,
e te, come suo fin, vede ogni pio;
tu se' principio, portatore e duce,
la via e 'l termin tu, sol magno Iddio.
Grazie a te, sommo, esuperante Nume,
da poi che per tua grazia, e non altronde,
della tua cognizione abbiamo il lume.
Nome santo, onorando: sol nome, onde
dobbiam te benedir, sol con paterna
religion, cui tua bontá risponde;
perché tu, Padre, tu bontate eterna,
pietá, religione, amor ne dái,
o qual più dolce affetto si discerna;
d'alto senso e ragione un don ne fai,
e d' intelletto, o liberale e immenso,
che per tua grazia noi a te fatto hai.
Che tu sei, conosciam con l'alto senso:
la ragion dubitando cerca, e truova
poi l'intelletto, e godo s'a te penso.
Questo suavegaudio si rinnuova,
quando da te salvati a noi ti mostri
tutto te bene, onde ogni ben par muova.
E, stando ancor ne' fragil corpi nostri,
sentiam dolcezza, che cosí mortali
ci hai consecrati agli alti, eterni chiostri.
Questo è quel ben, ch'è fuor di tutti i mali,
sola gratulazion nostra, se 'l Numine
tuo santo conosciamo, e quanto vali.
Te conosciuto abbiamo, immenso lumine,
lume che sente sol la mente degna,
la mente sol, non sensitivo acumine.
Te intendiam vita vera, onde par vegna
ogni altra vita, o natura alta e vera,
ch'ogni natura pienamente impregna.
Te conosciam della natura, ch'era
in te, da te concetta; pien te intendo,
eternità che sempre persevèra.
In questo mio orar, quale a te rendo,
il ben della bontà tua adorando,
questo impetrar da te sol bramo e intendo.
Per questo gli umil prieghi a te, Dio, mando,
che vogli conservarmi nello amore
della tua cognizion perseverando.
Né lasci separar giamai il mio core
dal santo affetto o da sí dolce vita:
tu puoi, onnipotente alto Signore;
tu vuoi, perché tu se' bontà infinita.
Santo Iddio, padre di ciò che 'l mondo
empie; santo Iddio, perché quel che hai voluto
dalla tua propria potestá s'adempie;
santo Iddio, il quale sol sei conosciuto
da' tuoi familiari santo se',
che nel Verbo ogni cosa hai constituto;
santo Iddio, del qual solo immagin è
ogni natura; santo per essenzia,
perché mai la natura formò te;
santo, potente più ch'ogni potenzia;
santo, la tua bontá vince ogni loda;
santo se' e maggior d'ogni eccellenzia;
i santi sacrifizi il tuo orecchio oda
del mio orar, che manda alla tua faccia
il cor, che d'esser tuo tutto par goda.
Ineffabil, chi vuol laudarti, taccia:
chi ben ti lauda, le fallacie ha scorte
per vane, e vede il ver ch'ogni ombra caccia.
Esaudimi, Signore, e fammi forte,
e fa' in tanta grazia meco pari,
partecipi di questa santa sorte,
color che son di tanto bene ignari;
Natura, madre comune, li diede
fratelli a me ed a te figli cari.
Signor, perch'io ti presto intera fede
e di te testimonio a ciascun mando,
in vita surgo, e l'alma lume vede.
O Signor, tu se' padre venerando:
l'uomo tuo teco insieme santitate
fruir sempre desia, te solo amando.
Tu gli hai arbitrio dato e potestate
d'ogni cosa; e però, s'egli ha desio
da te di voler sol la tua pontate,
tu 'l muovi, tu 'l contenta, o santo Iddio.
Oda quest'inno tutta la natura,
oda la terra, e nubilosi e foschi
turbini e piove, che fan l'aria oscura.
Silenzio, ombrosi e solitari boschi;
posate, venti; udite, cieli, il canto,
perché il creato il Creator conoschi.
Il Creatore, e il tutto e l'uno, io canto:
queste sacre orazion sieno esaudite
dello immortale Dio dal cerchio santo.
Il Fattor canto, che ha distribuite
le terre, e il ciel bilancia; e quel che vuole
che sien dell'oceàn dolci acque uscite
per nutrimento dell'umana prole;
pel quale ancor comanda, sopra splenda
il foco, e per chi Dio adora e cole.
Grazie ciascun con una voce renda
a Lui che passa i ciel; quel vive e sente,
crea, e convien da lui natura prenda.
Questo è solo e vero occhio della mente,
delle potenzie; a Lui le laude date:
questo riceverà benignamente.
O forze mie, Costui solo or laudate:
ogni virtù dell'alma questo Nume
laudi, conforme alla mia voluntate.
Santa è la cognizion, che del tuo lume
splende, e canta illustrato in allegrezza
d' intelligibil luce il mio acume.
O tutte mie potenzie, in gran dolcezza
meco cantate; o spirti miei costanti,
cantate la costante sua fermezza.
La mia giustizia per me il giusto canti
laudate meco il tutto insieme e intero,
gli spirti uniti e' membri tutti quanti.
Canti per me la veritate il vero,
e tutto il nostro buon canti esso bene,
ben che appetisce ciascun desidèro.
O vita, o luce, da voi in noi viene
la benedizion; grazie t' ho io,
o Dio, da cui potenzia ogni atto tiene.
Il Verbo tuo per me te lauda, Dio;
per me ancor delle parole sante
riceve il mondo il sacrifizio pio.
Questo chieggion le forze mie clamante:
cantono il tutto, e cosí son perfette
da lor l'alte tue voglie tutte quante.
Il tuo desio da te in te reflette;
ricevi il sacrifizio, o santo Re,
delle parole pie da ciascun dette.
O vita, salva tutto quel ch'è in me;
le tenebre, ove l'alma par vanegge,
luce, illumina tu, che lume se'.
Spirto Dio, il Verbo tuo la mente regge,
opifice, che spirto a ciascun dái,
tu sol se' Dio, onde ogni cosa ha legge.
L'uomo tuo questo chiama sempre mai;
per foco, aria, acqua e terra t' ha pregato,
per lo spirto e per quel che creato hai.
Dall'eterno ho benedizion trovato,
spero, come io son desideroso,
trovar nel tuo desio tranqui!lo stato:
fuor di te, Dio, non è vero riposo.
Beato chi nel concilio non va
dell'impii, e nella via molto patente
de' peccatori il piè non ferma o sta;
né siede nella sede pestilente,
ma giorno e notte la legge divina
brama nel cor,tal legge ha nella mente.
Fia come pianta, che all'acqua è vicina:
suo' frutti nel suo tempo nasceranno,
e non secca le foglie o a terra inchina.
Le cose, che fará,prospere andranno.
Non cosí, non cosí l'impii nel vizio,
ma innanzi al vento polvere saranno.
Però non surgon l' impii nel giudizio,
né 'l peccator poi nel concilio fia
de' giusti, c' hanno empiuto il santo offizio.
Perché de' giusti Dio la strada pia
conosce, e perirá il cammin del rio:
ché tu sei vita, veritá e via.
Gloria a te sempre, onnipotente Iddio.
Quanto è grande la bellezza
di te, Vergin santa e pia!
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.
Con la tua bellezza tanta
la bellezza innamorasti.
O bellezza eterna e santa,
di Maria bella infiammasti!
Tu d'amor l'amor legasti,
Vergin santa, dolce e pia.
Ciascun laudi te, Maria.
Quell'Amor che incende il tutto,
la Bellezza alta e infinita,
del tuo ventre è fatto frutto,
mortal ventre; e il frutto è vita.
La Bontá perfetta unita
è tuo bene, o Vergin pia.
Ciascun laudi te, Maria.
La Potenzia, che produce
tutto, in te sua forza ebbe:
fatto hai 'l sole esser tua luce,
luce ascosa in te più crebbe;
Quello a cui il tutto debbe,
debbe a te, o Madre pia.
Ciascun laudi te, Maria.
Prima che nel petto santo
tanto ben lussi raccolto,
saria morto in doglia e in pianto
chi di Dio vedessi il volto:
questa morte in vita ha vòlto
il tuo parto, o Vergin pia.
Ciascun laudi te, Maria.
Hanno poi i mortal'occhi
visto questo eterno Bene;
vòlse ch'altri il senta e tocchi,
onde vita al mondo viene.
Oh felice mortalpene,
cui vendetta è tanto pia!
Ciascun laudi te, Maria.
Oh felice la terribile
colpa antica e 'l prima errore,
poi che Dio fatto ha visibile,
ed ha tanto Redentore!
Questo ha môstro quanto amore
porti a noi la bontà pia.
Ciascun laudi te, Maria.
Se non era il primo legno,
che in un gusto a tutti nuoce,
non arebbe il mondo indegno
visto triunfar la Croce:
della colpa tanto atroce
gloria fe' la bontà pia.
Ciascun laudi te, Maria.
Tu, Maria, fusti, onde nacque
tanto bene alla natura:
l' umiltá tua tanto piacque
che 'l Fattore è tua fattura.
Laudi ognun con mente pura,
dunque, questa Madre pia.
Ciascun laudi te, Maria.
A laudarti, o Maria, venga
ciaschedun d'amore acceso:
peccator nessun si tenga,
benché molto l'abbi offeso;
sulle spalle il nostro peso
post' ha al Figlio questa pia.
Ciascun laudi te, Maria.
Più della salute vostra,
peccator, non dubitate:
il suo petto al Figlio mostra
questa Madre di pietate:
le sue piaghe insanguinate
mostra a lei la bontá pia.
Ciascun laudi te, Maria.
Dice lei: — O santo figlio.
questo petto t' ha lattato. —
E lui dice: — Io fe' vermiglio
già di sangue il mio costato;
per pietá di questo ingrato
la pietá è sempre pia. —
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.
O maligno e duro core,
fonte d'ogni mal concetto,
ché non scoppi in mezzo 'l petto,
ché non scoppi di dolore?
Non pigliare alcun conforto,
o cor mio di pietra dura:
poiché Gesù dolce è morto.
Triema il mondo e il sole oscura;
escon della sepultura
morti, e 'l Tempio straccia il velo;
piange, omè, la terra e il cielo;
tu non senti, o duro core.
Liquefatti come cera,
o cor mio tristo e maligno,
poi che muor la vita vera,
Gesú tuo, Signor benigno;
fa', cor mio, sul duro ligno
con Gesù ti crucifigga:
quella lancia ti trafigga,
che passò a Gesù il core.
O cor mio, cosí piagato
fa' di lacrime un torrente,
come dal santo costato
versa sangue largamente;
gran dolcezza, o cor mio, sente
chi accompagna Gesù santo;
se la pena è dolce tanto,
più dolc'è chi con lui muore.
Vengon fuor cosí dolci acque
della fonte tanto amara;
poi che morte, o Dio, ti piacque,
fatta è morte dolce e cara.
O cor mio, da Gesú impara:
la tua croce ancor tu prendi,
e sovr'essa ti sospendi;
non muor mai chi con lui muore.
Peccator, su, tutti quanti,
rallegriamci con disio:
questo è il dí c' ha fatto Iddio:
ciascheduno esulti e canti.
Peccator, la morte è morta:
questa morte vita dona;
la pena oggi ognun conforta,
dolce pena e morte buona.
Oggi il servo si corona,
dell' inferno vengon santi.
Oggi al ciel la spiga arriva
di quel Gran che in terra è morto:
questo Gran, se non moriva,
frutto alcun non avria pòrto:
questo frutto oggi nell'orto
di Maria conforta i pianti.
Questa spiga il suo bel frutto
ha cresciuto e fatto tin pane:
santo pan, che pasce il tutto
alle mense cotidiane.
Oh felici menti umane,
che mangiate il pan de' santi!
Cieca notte, ben se' santa,
che 'l vedesti suscitare:
nelle tenebre tue tanta
luce al mondo non ha pare:
l'ombre tue furon più chiare
che del sole i raggi tanti.
Mostra il cammin dritto e certo
la colonna nell'oscura
notte al popol nel deserto:
agli egizi fa paura;
l'inferno a tal luce pura
triema, e 'n ciel cantono i santi.
O beata notte e degna,
tuo Fattor gran ben ti vuole!
Benché 'l sol forse ne sdegna,
tu vedesti un più bel Sole:
tanta gloria con parole
non si lauda o mortal canti.
Ciaschedun lasci la vesta
della notte tenebrosa;
della luce l'armevesta:
luce in noi sia ogni cosa.
Nostra vita in Cristo ascosa
luce è in Dio: cantate, o santi.
Bene ará duro core
quel che non segue Gesú Salvatore.
Ben ará il cor perverso,
bene ará se medesimo in dispetto,
chi non sará converso
ove ci chiama Gesú benedetto.
Dice: — Vien', ch'io t'aspetto,
ché muoio per salvarti, o peccatore. —
Non vuol la sua salute
chi non si muove a sí benigna voce;
non ha grazia o virtute
chi non pensa all'amor, che 'l pose in croce;
molto a se stesso nuoce
chi non contempla quanto è il suo amore.
Cieco, se tu non mire,
o peccatore, il tuo eterno bene!
Perso hai in tutto l'udire,
se tu non senti la voce, che viene
sol per trarti di pene,
se tu vorrai por fine a tanto errore.
Chi sanza te t' ha fatto,
sanza te stesso non ti vuol salvare;
se tu non ti se' astratto
dalla tua morte, non ti puoi scusare;
se te non vuoi amare,
tua fia la colpa, e tuo il danno e 'l dolore.
Deh! rivolgiti a lui,
che ti contentera de' beni eterni;
tuo non se', ma d'altrui,
se tu permetti ch'altri ti governi;
poco a lungo discerni,
se non contempli chi è il tuo Signore.
E' muor per darti vita,
e diventa mortal per far te dio;
la sua gloria infinita
patisce per salvarti, infetto e rio.
S'egli è benigno e pio,
deh, non esser sí tristo pagatore!
Deh prendi la sua via,
piglia il suo santo giogo sí suave!
Comincia, e fa' che stia
col dolce peso addosso: e' non fia grave.
Tanta pietà questo have,
che ti fará felice a tutte l'ore.
Poi ch' io gustai, Gesù, la tua dolcezza,
l'anima piú non prezza
del mondo cieco alcun altro diletto.
Da poi ch'accese quest'ardente face
della tua caritá l'afflitto core,
nessuna cosa più m'aggrada o piace,
ogni altro ben mi par pena e dolore;
tribulazion e guerra ogni altra pace,
tanto infiammato son del tuo amore;
null'altro mi contenta o mi quiete,
né si spegne la sete,
se non solo al tuo fonte benedetto.
Quel che di te m' innamorò sí forte,
fu la tua carità, o Pellicano;
ché, per dar vita a' figli, a te dái morte,
e per farmi divin se' fatto umano;
preso hai di servo condizione e sorte,
perch' io servo non sia o viva invano;
poi che 'l tuo amore è tanto smisurato,
per non essere ingrato
tanto amo te, ch'ogni cosa ho in dispetto.
Quando l'anima mia teco si posa,
ogni altro falso ben mette in oblio:
la tribulata vita faticosa
sol si contenta per questo disio.
Né può pensare ad alcun'altra cosa,
né parlare o veder se non te, Dio;
solo un dolor ti resta, che la strugge:
il pensar quanto fugge
da lei il dolce pensier per suo difetto.
Vinca la tua dolcezza ogni mio amaro,
allumini il tuo lume il mio oscuro;
sí che 'l tuo amor, che m'è sí dolce e caro,
mai da me non si parta nel futuro.
Poi che non fusti del tuo sangue avaro,
di questa grazia ancor non m'esser duro,
arda sempre il mio cor tuo dolce foco,
tanto che a poco a poco
altri che tu non resti nel mio petto.
O Dio, o sommo bene, or come fai,
che te sol cerco e non ti truovo mai?
Lasso! s' io cerco questa cosa o quella,
te cerco in esse, o dolce Signor mio:
ogni cosa per te è buona e bella,
e muove, come buona, il mio disio;
tu se' per tutto in ogni luogo, o Dio,
e in alcun luogo non ti truovo mai.
Per trovar te la trista alma si strugge;
il dí m'affliggo e la notte non poso;
lasso! quanto più cerco, piú si fugge
il dolce e disiato mio riposo:
deh! dimmi, Signor mio, dove s' è ascoso:
stanco giá son; Signor, dimmelo omai.
Se a cercar di te, Signor, mi muovo
in ricchezze, in onore od in diletto,
quanto più di te cerco, men ti truovo;
onde stanco mai posa il vano affetto.
Tu m' hai del tuo amore acceso il petto;
poi se' fuggito, e non ti veggo mai.
La vista, in mille varie cose vòlta,
te guarda e non ti vede, e sei lucente;
l'orecchio ancor diverse voci ascolta,
e 'l tuo suono è per tutto, e non ti sente:
la dolcezza comune ad ogni gente
cerca ogni senso, e non la truova mai.
Deh! perché cerchi, anima trista, ancora
beata vita in tanti affanni e pene?
Cerca quel cerchi pur; ma non dimora
nel luogo, ove tu cerchi, questo bene;
beata vita, onde la morte viene,
cerchi; e vita, ove vita non fu mai.
Delli occhi vani ogni luce sia spenta,
perch'io vegga te, vera luce amica:
assorda i miei orecchi, acciò ch'io senta
la disiata voce che mi dica:
— Venite a me, chi ha peso o fatica,
ch'io vi ristori: egli è ben tempo omai. —
Muoia in me questa mia misera vita,
acciò che viva, o vera vita, in te;
la morte in multitudine infinita,
in te sol vita sia, che vita se';
muoio, quando te lascio e guardo me;
converso a te, io non morrò giamai.
Allor l'occhio vedrá luce invisibile,
l'orecchio udirá suon ch'è sanza voce:
luce e suon, che alla mente è sol sensibile;
né 'l troppo offende o a tal senso nuoce:
stando i piè fermi, correrá veloce
l'alma a quel ben che seco è sempre mai.
Allor vedrò, o Signor dolce e bello,
che questo bene o quel non mi contenta;
ma, levando dal bene e questo e quello,
quel ben che resta il dolce Dio diventa;
questa vera dolcezza e sola senta
chi cerca il ben: questo non manca mai.
La nostra eterna sete mai non spegne
l'acqua corrente di questo o quel rivo,
ma giugne al tristo foco ognor piú legne:
sol ne contenta il fonte eterno e vivo.
O acqua santa, se al tuo fonte arrivo,
berò, e sete non arò più mai.
Tanto disio non dovria esser vano;
a te si muove pure il nostro ardore.
Porgi benigno l'una e l'altra mano:
o Gesú mio, tu se' infinito amore.
Poi che hai piagato dolcemente il core,
sana tu quella piaga che tu fai. —
Vieni a me, peccatore,
che a braccia aperte aspetto:
versa dal santo petto
visibilmente acque, sangue e amore.
Come già nel diserto
la verga l'acque ha dato,
cosí Longino ha aperto
colla lancia il costato:
vieni, o popolo ingrato,
a bere al santo fonte, che non muore.
Era in arido sito
il popol siziente;
è della pietra uscito
largo fonte e corrente;
qui bea tutta la gente:
la pietra è Cristo, onde vien l'acqua fòre.
Chi sete ha avuto un pezzo,
alle sante acque venga;
e chi pur non ha prezzo,
per questo non si tenga;
ma con letizia spenga
la sete all'acque e 'l suo devoto ardore.
Quest' è quel Noè santo,
che 'l vin dell'uva prieme:
inebriato tanto.
sta scoperto e non teme:
allor Cam, quel mal seme,
si ride, e' due ricuopron suo onore.
E cosi nudo in croce
Gesú, d'amore acceso,
non cura scherni o voce
di chi l' ha vilipeso;
poi Nicodemo ha preso
e involto in panni il dolce Salvatore.
Ebro di caritate
cosi 'l vide Esaia:
rosse e di vin bagnate
le sue veste paria:
del torculare uscía
il vin: questa è la croce e 'l gran dolore.
Il petto e' santi piedi
versan sangue per tutto:
le mani e 'l capo vedi
patire, e tu n' hai il frutto;
perch'io sia cosí brutto,
vien' pure, o penitente peccatore.
Deh ! accostati a me,
non temer ch'io t'imbrodi!
Il mio car figlio se',
ch'io chiamo in mille modi:
non mi terranno i chiodi
ch'io non t'abbracci e stringa col mio core.
Non temer la crudele
spina che 'l capo ha involto,
o che d'aceto e fele
sappin le labbra molto;
bacia il mio santo volto:
deh! non avere a schifo il tuo Signore!
Questo sangue, ch'io spargo,
non imbratta, anzi lava:
questo perenne e largo
fonte ogni sete cava:
ogni mia pena aggrava,
se non è conosciuto tanto amore.
Io son quel misero ingrato
peccator, c' ho tanto errato.
Io son quel prodigo figlio,
che ritorno al padre mio:
stato sono in gran periglio
esulando da te, Dio:
ma tu se' si dolce e pio,
che non guardi al mio peccato.
Io son quella pecorella,
che 'l pastor suo ha smarrito:
tu, pastor, lasci per quella
tutto il gregge, e m' hai seguito;
o amor dolce, infinito,
perduto ero; or m' hai sanato.
Lasso, omè, sopra una nave
me e mie ricchezze porto:
la fortuna acerba e grave
ha le merce e 'l legno assorto:
una tavola ora in porto
il naufrago ha portato.
Ero sano, puro e bello,
fui ferito a mezzo il petto:
grave doglia tal coltello
diemmi, e di morir sospetto:
ma tu, medico perfetto,
questo corpo hai ben sanato.
L'alma pura innamorata
di te, Dio, suo padre e sposo,
poi, dal diavol accecata,
ha ucciso il suo amoroso:
non può mai trovar riposo:
questo è, misero, il suo stato.
Perché da te vien, si posa
solo in te, e sua pace trova:
però niun'altra cosa
a quest'alma afflitta giova;
ma convien sempre si muova,
finché te, Dio, ha trovato.
Allor porto ha nostra vita,
quando a te ritorno, o Dio.
Sana la mortal ferita,
truova 'l sposo dolce e pio.
E 'l padre ha il suo figlio rio,
e 'l pastor l'agna ha trovato.
Il tuo Verbo ha liquefatto
la durezza della mente:
dal tuo spirto un vento è tratto,
che di pianto fa torrente:
mieterò poi lietamente
quel che in pianto ho seminato.
O ammirabil Dio santo,
come in me operi e fai?
ché mi piace pianger tanto,
che altro non vorrei far mai!
O dolor dolce, che m' hai
con Gesù dolce legato !
Oh dolcissima catena,
che m' ha Dio al collo messo!
Oh dolcezza immensa e piena,
che a chi l'ama ha Dio concesso!
Non dá Dio tal grazia spesso;
e chi l' ha non ne sia ingrato.
Quasi in un specchio ora veggio,
e tu fai che sí mi piaccia:
quel che qui sogno e vaneggio,
di dolcezza par mi sfaccia;
or che fia, a faccia a faccia
quand'io ti vedrò beato?
In questo è il cor mortale,
finché torna onde par esca:
dagli, Dio, di colomba ale,
si ch'e' voli e requiesca:
tu se', Dio, quella dolce esca,
che 'l disio santo ha saziato.
O peccator, io sono Iddio eterno,
che chiamo sol per trarti dello inferno.
Deh ! pensa, chi è quel che tanto t'ama
e che sí dolcemente oggi ti chiama;
e tu chi se', la cui salute brama:
se tu ci pensi, non morrai in eterno.
Io sono Dio, del tutto creatore;
tu, non uomo, anzi un vil vermin che muore:
in mille modi ognor ti tocco il core;
tu non odi, e piú tosto vuoi lo 'nferno.
Perché ti muova piú la santa voce,
ecco per te io muoio in su la croce;
col sangue lavo la tua colpa atroce,
tanto m'incresce del tuo male eterno.
Deh! vieni a me, misero, poveretto,
o peccator, che a braccia aperte aspetto
che lavi nel mio sangue 'l tuo difetto,
per abbracciarti e trarti dello inferno.
Con amorosa voce e con soave
ti chiamo, per mutar tue voglie prave.
Deh! prendi il giogo mio, che non è grave;
è leggier peso, che dá bene eterno.
Io veggo ben che 'l tuo peccato vecchio
al mio chiamar ti fa serrar l'orecchio:
ecco, la grazia mia io t'apparecchio;
tu la fuggi, e più tosto vuoi lo 'nferno.
Deh! dimmi, che frutto hai o che contento,
di questa, che par vita, ed è tormento,
se non vergogna, affanno e pentimento?
E vòi perder per questa il bene eterno.
Pien d'amor, di pietá e di clemenza,
te chiamo, o peccatore, a penitenza;
ma, se aspetti l'ultima sentenza,
non è redenzion poi nello inferno.
Non aspettar quella sentenzia cruda,
ch'ogni pietá convien che allor s'escluda;
non aspettar che morte gli occhi chiuda,
ché ne vien ratta, e forse fia in eterno.
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