Lorenzo il Magnifico

Rime spirituali

lorenzo1 - Lorenzo il Magnifico - Canti carnascialeschi

Edizione di riferimento

Lorenzo il Magnifico, Opere, a cura di Attilio Simioni, vol. II, Laterza, Bari  1914

 

 

I

SONETTI

i
Alla Ginevra de' Benci.

Segui, anima devota, quel fervore,

che la bontá divina al petto spira,

e dove dolcemente chiama e tira

la voce, o pecorella, del pastore.

In questo nuovo tuo divoto ardore

non sospetti, non sdegni, invidia od ira:

speranza certa al sommo bene aspira,

pace e dolcezza e fama in suave odore.

Se in pianti o sospir semini talvolta

in questa santa tua felice insania,

dolce ed eterna poi fia la ricolta.

« Populi meditati sunt mania »;

lassali dire, e siedi, e Gesú ascolta,

o nuova cittadina di Bettania.

II
Alla medesima.

Fuggendo Lot con la sua famiglia

la cittá ch'arse per divin giudizio,

guardando indrieto il giusto e gran supplizio,

la donna immobil forma di sal piglia.

Tu hai fuggito, ed è gran maraviglia,

la cittá ch'arse sempre in ogni vizio;

sappi, anima gentil, che 'l tuo offizio

è non voltare a lei giamai le ciglia.

Per ritrovarti il buon pastore eterno

lassa il gregge, o smarrita pecorella;

truóvati, e lieto in braccio ti riporta.

Perse Euridice Orfeo giá in sulla porta,

libera quasi, per voltarsi a quella:

però non ti voltar più allo inferno.

II

CAPITOLI

i

Magno Iddio, per la cui costante legge

e sotto il cui perpetuo governo

questo universo si conserva e regge;

del tutto Creator, che dallo eterno

punto comandi corra il tempo labile,

come rota faria su fisso perno;

quieto sempre, e giamai non mutabile,

fai e muti ogni cosa, e tutto muove

da te, fermo motore infaticabile.

Né fuor di te alcuna causa truove,

che ti muova a formar questa matera,

avida sempre d'aver forme nuove.

Non indigenzia, sol di bontá vera

la forma forma questa fluente opra,

bontá, che sanza invidia o malizia era.

Questa bontá sol per amor s'adopra

in far le cose a guisa di modello,

simile allo edilizio ch'è di sopra.

Bellissimo Architetto, il mondo bello

fingendo prima nell' eterna mente,

fatto hai questo all' immagine di quello.

Ciascuna parte perfetta esistente

nel grado suo, alto Signor, comandi,

che assolva il tutto ancor perfettamente.

Tu gli elementi a' propri luoghi mandi,

legandoli con tal proporzione,

che l'un dall'altro non disiunghi o spandi.

Tra 'i foco e 'l ghiaccio fai cognizione,

cosí temperi insieme il molle e il duro:

da te fatti contrari hanno unione.

Cosí non fugge piú leggiero e puro

il foco in alto, né giù il peso affonda

la terra in basso, sotto il centro oscuro.

Per la tua provvidenzia fai s' infonda

l'anima in mezzo del gran corpo, donde

in tutti i membri par poi si diffonda.

Ciò che si muove, non si muove altronde

in sí bello animale; e tre nature

quest'anima gentile in sé nasconde.

Le due più degne, più gentili e pure,

da sé movendo, due gran cerchi fanno,

in se medesme ritornando pure,

e intorno alla profonda mente vanno:

l'altra va dritta, mossa dall'amore

di far gli effetti, che da lei vita hanno.

E come muove sé questo motore,

movendo il cielo, il suo muto simiglia,

come le membra in mezzo al petto il core.

Da te, primo Fattor, la vita piglia

ogni animale ancor di minor vita,

benché più vile: questa è pur tua famiglia.

A questi dá la tua bontà infinita

corri leggier di puro foco adorni,

quando la terra e 'l ciel li chiama e invita.

E di poi, adempiuti i mortal giorni,

la tua benigna legge allor concede

che 'l curro ciascun monti, ed a te torni.

Concedi, o Padre, l'alta e sacra sede

monti la mente, e vegga il vivo fonte,

fonte ver, bene onde ogni ben procede.

Mostra la luce vera alla mia fronte,

e, poi ch'è conosciuto il tuo bel Sole,

dell'alma ferma in lui le luci pronte.

Fuga le nebbie e la terrestre mole

leva da me, e splendi in la tua luce:

tu se' quel sommo Ben che ciascun vuole.

A te dolce riposo si conduce,

e te, come suo fin, vede ogni pio;

tu se' principio, portatore e duce,

la via e 'l termin tu, sol magno Iddio.

ii

Grazie a te, sommo, esuperante Nume,

da poi che per tua grazia, e non altronde,

della tua cognizione abbiamo il lume.

Nome santo, onorando: sol nome, onde

dobbiam te benedir, sol con paterna

religion, cui tua bontá risponde;

perché tu, Padre, tu bontate eterna,

 pietá, religione, amor ne dái,

o qual più dolce affetto si discerna;

d'alto senso e ragione un don ne fai,

e d' intelletto, o liberale e immenso,

che per tua grazia noi a te fatto hai.

Che tu sei, conosciam con l'alto senso:

la ragion dubitando cerca, e truova

poi l'intelletto, e godo s'a te penso.

Questo suavegaudio si rinnuova,

quando da te salvati a noi ti mostri

tutto te bene, onde ogni ben par muova.

E, stando ancor ne' fragil corpi nostri,

sentiam dolcezza, che cosí mortali

ci hai consecrati agli alti, eterni chiostri.

Questo è quel ben, ch'è fuor di tutti i mali,

sola gratulazion nostra, se 'l Numine

tuo santo conosciamo, e quanto vali.

Te conosciuto abbiamo, immenso lumine,

lume che sente sol la mente degna,

la mente sol, non sensitivo acumine.

Te intendiam vita vera, onde par vegna

ogni altra vita, o natura alta e vera,

ch'ogni natura pienamente impregna.

Te conosciam della natura, ch'era

in te, da te concetta; pien te intendo,

eternità che sempre persevèra.

In questo mio orar, quale a te rendo,

il ben della bontà tua adorando,

questo impetrar da te sol bramo e intendo.

Per questo gli umil prieghi a te, Dio, mando,

che vogli conservarmi nello amore

della tua cognizion perseverando.

Né lasci separar giamai il mio core

dal santo affetto o da sí dolce vita:

tu puoi, onnipotente alto Signore;

tu vuoi, perché tu se' bontà infinita.

iii

Santo Iddio, padre di ciò che 'l mondo

empie; santo Iddio, perché quel che hai voluto

dalla tua propria potestá s'adempie;

santo Iddio, il quale sol sei conosciuto

da' tuoi familiari santo se',

che nel Verbo ogni cosa hai constituto;

santo Iddio, del qual solo immagin è

ogni natura; santo per essenzia,

perché mai la natura formò te;

santo, potente più ch'ogni potenzia;

santo, la tua bontá vince ogni loda;

santo se' e maggior d'ogni eccellenzia;

i santi sacrifizi il tuo orecchio oda

del mio orar, che manda alla tua faccia

il cor, che d'esser tuo tutto par goda.

Ineffabil, chi vuol laudarti, taccia:

chi ben ti lauda, le fallacie ha scorte

per vane, e vede il ver ch'ogni ombra caccia.

Esaudimi, Signore, e fammi forte,

e fa' in tanta grazia meco pari,

partecipi di questa santa sorte,

color che son di tanto bene ignari;

Natura, madre comune, li diede

fratelli a me ed a te figli cari.

Signor, perch'io ti presto intera fede

e di te testimonio a ciascun mando,

in vita surgo, e l'alma lume vede.

O Signor, tu se' padre venerando:

l'uomo tuo teco insieme santitate

fruir sempre desia, te solo amando.

Tu gli hai arbitrio dato e potestate

d'ogni cosa; e però, s'egli ha desio

da te di voler sol la tua pontate,

tu 'l muovi, tu 'l contenta, o santo Iddio.

iv

Oda quest'inno tutta la natura,

oda la terra, e nubilosi e foschi

turbini e piove, che fan l'aria oscura.

Silenzio, ombrosi e solitari boschi;

posate, venti; udite, cieli, il canto,

perché il creato il Creator conoschi.

Il Creatore, e il tutto e l'uno, io canto:

queste sacre orazion sieno esaudite

dello immortale Dio dal cerchio santo.

Il Fattor canto, che ha distribuite

le terre, e il ciel bilancia; e quel che vuole

che sien dell'oceàn dolci acque uscite

per nutrimento dell'umana prole;

pel quale ancor comanda, sopra splenda

il foco, e per chi Dio adora e cole.

Grazie ciascun con una voce renda

a Lui che passa i ciel; quel vive e sente,

crea, e convien da lui natura prenda.

Questo è solo e vero occhio della mente,

delle potenzie; a Lui le laude date:

questo riceverà benignamente.

O forze mie, Costui solo or laudate:

ogni virtù dell'alma questo Nume

laudi, conforme alla mia voluntate.

Santa è la cognizion, che del tuo lume

splende, e canta illustrato in allegrezza

d' intelligibil luce il mio acume.

O tutte mie potenzie, in gran dolcezza

meco cantate; o spirti miei costanti,

cantate la costante sua fermezza.

La mia giustizia per me il giusto canti

laudate meco il tutto insieme e intero,

gli spirti uniti e' membri tutti quanti.

Canti per me la veritate il vero,

e tutto il nostro buon canti esso bene,

ben che appetisce ciascun desidèro.

O vita, o luce, da voi in noi viene

la benedizion; grazie t' ho io,

o Dio, da cui potenzia ogni atto tiene.

Il Verbo tuo per me te lauda, Dio;

per me ancor delle parole sante

riceve il mondo il sacrifizio pio.

Questo chieggion le forze mie clamante:

cantono il tutto, e cosí son perfette

da lor l'alte tue voglie tutte quante.

Il tuo desio da te in te reflette;

ricevi il sacrifizio, o santo Re,

delle parole pie da ciascun dette.

O vita, salva tutto quel ch'è in me;

le tenebre, ove l'alma par vanegge,

luce, illumina tu, che lume se'.

Spirto Dio, il Verbo tuo la mente regge,

opifice, che spirto a ciascun dái,

tu sol se' Dio, onde ogni cosa ha legge.

L'uomo tuo questo chiama sempre mai;

per foco, aria, acqua e terra t' ha pregato,

per lo spirto e per quel che creato hai.

Dall'eterno ho benedizion trovato,

spero, come io son desideroso,

trovar nel tuo desio tranqui!lo stato:

fuor di te, Dio, non è vero riposo.

v

Beato chi nel concilio non va

dell'impii, e nella via molto patente

de' peccatori il piè non ferma o sta;

né siede nella sede pestilente,

ma giorno e notte la legge divina

brama nel cor,tal legge ha nella mente.

Fia come pianta, che all'acqua è vicina:

suo' frutti nel suo tempo nasceranno,

e non secca le foglie o a terra inchina.

Le cose, che fará,prospere andranno.

Non cosí, non cosí l'impii nel vizio,

ma innanzi al vento polvere saranno.

Però non surgon l' impii nel giudizio,

né 'l peccator poi nel concilio fia

de' giusti, c' hanno empiuto il santo offizio.

Perché de' giusti Dio la strada pia

conosce, e perirá il cammin del rio:

ché tu sei vita, veritá e via.

Gloria a te sempre, onnipotente Iddio.

III

LAUDI

i
Cantasi come la canzona delle Forese.

Quanto è grande la bellezza

di te, Vergin santa e pia!

Ciascun laudi te, Maria;

ciascun canti in gran dolcezza.

Con la tua bellezza tanta

la bellezza innamorasti.

O bellezza eterna e santa,

di Maria bella infiammasti!

Tu d'amor l'amor legasti,

Vergin santa, dolce e pia.

Ciascun laudi te, Maria.

Quell'Amor che incende il tutto,

la Bellezza alta e infinita,

del tuo ventre è fatto frutto,

mortal ventre; e il frutto è vita.

La Bontá perfetta unita

è tuo bene, o Vergin pia.

Ciascun laudi te, Maria.

La Potenzia, che produce

tutto, in te sua forza ebbe:

fatto hai 'l sole esser tua luce,

luce ascosa in te più crebbe;

Quello a cui il tutto debbe,

debbe a te, o Madre pia.

Ciascun laudi te, Maria.

Prima che nel petto santo

tanto ben lussi raccolto,

saria morto in doglia e in pianto

chi di Dio vedessi il volto:

questa morte in vita ha vòlto

il tuo parto, o Vergin pia.

Ciascun laudi te, Maria.

Hanno poi i mortal'occhi

visto questo eterno Bene;

vòlse ch'altri il senta e tocchi,

onde vita al mondo viene.

Oh felice mortalpene,

cui vendetta è tanto pia!

Ciascun laudi te, Maria.

Oh felice la terribile

colpa antica e 'l prima errore,

poi che Dio fatto ha visibile,

ed ha tanto Redentore!

Questo ha môstro quanto amore

porti a noi la bontà pia.

Ciascun laudi te, Maria.

Se non era il primo legno,

che in un gusto a tutti nuoce,

non arebbe il mondo indegno

visto triunfar la Croce:

della colpa tanto atroce

gloria fe' la bontà pia.

Ciascun laudi te, Maria.

Tu, Maria, fusti, onde nacque

tanto bene alla natura:

l' umiltá tua tanto piacque

che 'l Fattore è tua fattura.

Laudi ognun con mente pura,

dunque, questa Madre pia.

Ciascun laudi te, Maria.

A laudarti, o Maria, venga

ciaschedun d'amore acceso:

peccator nessun si tenga,

benché molto l'abbi offeso;

sulle spalle il nostro peso

post' ha al Figlio questa pia.

Ciascun laudi te, Maria.

Più della salute vostra,

peccator, non dubitate:

il suo petto al Figlio mostra

questa Madre di pietate:

le sue piaghe insanguinate

mostra a lei la bontá pia.

Ciascun laudi te, Maria.

Dice lei: — O santo figlio.

questo petto t' ha lattato. —

E lui dice: — Io fe' vermiglio

già di sangue il mio costato;

per pietá di questo ingrato

la pietá è sempre pia. —

Ciascun laudi te, Maria;

ciascun canti in gran dolcezza.

ii
Cantasi come lacanzone de' Valenziani.

O maligno e duro core,

fonte d'ogni mal concetto,

ché non scoppi in mezzo 'l petto,

ché non scoppi di dolore?

Non pigliare alcun conforto,

o cor mio di pietra dura:

poiché Gesù dolce è morto.

Triema il mondo e il sole oscura;

escon della sepultura

morti, e 'l Tempio straccia il velo;

piange, omè, la terra e il cielo;

tu non senti, o duro core.

Liquefatti come cera,

o cor mio tristo e maligno,

poi che muor la vita vera,

Gesú tuo, Signor benigno;

fa', cor mio, sul duro ligno

con Gesù ti crucifigga:

quella lancia ti trafigga,

che passò a Gesù il core.

O cor mio, cosí piagato

fa' di lacrime un torrente,

come dal santo costato

versa sangue largamente;

gran dolcezza, o cor mio, sente

chi accompagna Gesù santo;

se la pena è dolce tanto,

più dolc'è chi con lui muore.

Vengon fuor cosí dolci acque

della fonte tanto amara;

poi che morte, o Dio, ti piacque,

fatta è morte dolce e cara.

O cor mio, da Gesú impara:

la tua croce ancor tu prendi,

e sovr'essa ti sospendi;

non muor mai chi con lui muore.

III
Cantasi came la canzona de' Visi addrieto.

Peccator, su, tutti quanti,

rallegriamci con disio:

questo è il dí c' ha fatto Iddio:

ciascheduno esulti e canti.

Peccator, la morte è morta:

questa morte vita dona;

la pena oggi ognun conforta,

dolce pena e morte buona.

Oggi il servo si corona,

dell' inferno vengon santi.

Oggi al ciel la spiga arriva

di quel Gran che in terra è morto:

questo Gran, se non moriva,

frutto alcun non avria pòrto:

questo frutto oggi nell'orto

di Maria conforta i pianti.

Questa spiga il suo bel frutto

ha cresciuto e fatto tin pane:

santo pan, che pasce il tutto

alle mense cotidiane.

Oh felici menti umane,

che mangiate il pan de' santi!

Cieca notte, ben se' santa,

che 'l vedesti suscitare:

nelle tenebre tue tanta

luce al mondo non ha pare:

l'ombre tue furon più chiare

che del sole i raggi tanti.

Mostra il cammin dritto e certo

la colonna nell'oscura

notte al popol nel deserto:

agli egizi fa paura;

l'inferno a tal luce pura

triema, e 'n ciel cantono i santi.

O beata notte e degna,

tuo Fattor gran ben ti vuole!

Benché 'l sol forse ne sdegna,

tu vedesti un più bel Sole:

tanta gloria con parole

non si lauda o mortal canti.

Ciaschedun lasci la vesta

della notte tenebrosa;

della luce l'armevesta:

luce in noi sia ogni cosa.

Nostra vita in Cristo ascosa

luce è in Dio: cantate, o santi.

iv

Bene ará duro core

quel che non segue Gesú Salvatore.

Ben ará il cor perverso,

bene ará se medesimo in dispetto,

chi non sará converso

ove ci chiama Gesú benedetto.

Dice: — Vien', ch'io t'aspetto,

ché muoio per salvarti, o peccatore. —

Non vuol la sua salute

chi non si muove a sí benigna voce;

non ha grazia o virtute

chi non pensa all'amor, che 'l pose in croce;

molto a se stesso nuoce

chi non contempla quanto è il suo amore.

Cieco, se tu non mire,

o peccatore, il tuo eterno bene!

Perso hai in tutto l'udire,

se tu non senti la voce, che viene

sol per trarti di pene,

se tu vorrai por fine a tanto errore.

Chi sanza te t' ha fatto,

sanza te stesso non ti vuol salvare;

se tu non ti se' astratto

dalla tua morte, non ti puoi scusare;

se te non vuoi amare,

tua fia la colpa, e tuo il danno e 'l dolore.

Deh! rivolgiti a lui,

che ti contentera de' beni eterni;

tuo non se', ma d'altrui,

se tu permetti ch'altri ti governi;

poco a lungo discerni,

se non contempli chi è il tuo Signore.

E' muor per darti vita,

e diventa mortal per far te dio;

la sua gloria infinita

patisce per salvarti, infetto e rio.

S'egli è benigno e pio,

deh, non esser sí tristo pagatore!

Deh prendi la sua via,

piglia il suo santo giogo sí suave!

Comincia, e fa' che stia

col dolce peso addosso: e' non fia grave.

Tanta pietà questo have,

che ti fará felice a tutte l'ore.

v
Cantasi come Tanta pietá mi tira.

Poi ch' io gustai, Gesù, la tua dolcezza,

l'anima piú non prezza

del mondo cieco alcun altro diletto.

Da poi ch'accese quest'ardente face

della tua caritá l'afflitto core,

nessuna cosa più m'aggrada o piace,

ogni altro ben mi par pena e dolore;

tribulazion e guerra ogni altra pace,

tanto infiammato son del tuo amore;

null'altro mi contenta o mi quiete,

né si spegne la sete,

se non solo al tuo fonte benedetto.

Quel che di te m' innamorò sí forte,

fu la tua carità, o Pellicano;

ché, per dar vita a' figli, a te dái morte,

e per farmi divin se' fatto umano;

preso hai di servo condizione e sorte,

perch' io servo non sia o viva invano;

poi che 'l tuo amore è tanto smisurato,

per non essere ingrato

tanto amo te, ch'ogni cosa ho in dispetto.

Quando l'anima mia teco si posa,

ogni altro falso ben mette in oblio:

la tribulata vita faticosa

sol si contenta per questo disio.

Né può pensare ad alcun'altra cosa,

né parlare o veder se non te, Dio;

solo un dolor ti resta, che la strugge:

il pensar quanto fugge

da lei il dolce pensier per suo difetto.

Vinca la tua dolcezza ogni mio amaro,

allumini il tuo lume il mio oscuro;

sí che 'l tuo amor, che m'è sí dolce e caro,

mai da me non si parta nel futuro.

Poi che non fusti del tuo sangue avaro,

di questa grazia ancor non m'esser duro,

arda sempre il mio cor tuo dolce foco,

tanto che a poco a poco

altri che tu non resti nel mio petto.

vi
Cantasi come la canzona del Fagiano

O Dio, o sommo bene, or come fai,

che te sol cerco e non ti truovo mai?

Lasso! s' io cerco questa cosa o quella,

te cerco in esse, o dolce Signor mio:

ogni cosa per te è buona e bella,

e muove, come buona, il mio disio;

tu se' per tutto in ogni luogo, o Dio,

e in alcun luogo non ti truovo mai.

Per trovar te la trista alma si strugge;

il dí m'affliggo e la notte non poso;

lasso! quanto più cerco, piú si fugge

il dolce e disiato mio riposo:

deh! dimmi, Signor mio, dove s' è ascoso:

stanco giá son; Signor, dimmelo omai.

Se a cercar di te, Signor, mi muovo

in ricchezze, in onore od in diletto,

quanto più di te cerco, men ti truovo;

onde stanco mai posa il vano affetto.

Tu m' hai del tuo amore acceso il petto;

poi se' fuggito, e non ti veggo mai.

La vista, in mille varie cose vòlta,

te guarda e non ti vede, e sei lucente;

l'orecchio ancor diverse voci ascolta,

e 'l tuo suono è per tutto, e non ti sente:

la dolcezza comune ad ogni gente

cerca ogni senso, e non la truova mai.

Deh! perché cerchi, anima trista, ancora

beata vita in tanti affanni e pene?

Cerca quel cerchi pur; ma non dimora

nel luogo, ove tu cerchi, questo bene;

beata vita, onde la morte viene,

cerchi; e vita, ove vita non fu mai.

Delli occhi vani ogni luce sia spenta,

perch'io vegga te, vera luce amica:

assorda i miei orecchi, acciò ch'io senta

la disiata voce che mi dica:

— Venite a me, chi ha peso o fatica,

ch'io vi ristori: egli è ben tempo omai. —

Muoia in me questa mia misera vita,

acciò che viva, o vera vita, in te;

la morte in multitudine infinita,

in te sol vita sia, che vita se';

muoio, quando te lascio e guardo me;

converso a te, io non morrò giamai.

Allor l'occhio vedrá luce invisibile,

l'orecchio udirá suon ch'è sanza voce:

luce e suon, che alla mente è sol sensibile;

né 'l troppo offende o a tal senso nuoce:

stando i piè fermi, correrá veloce

l'alma a quel ben che seco è sempre mai.

Allor vedrò, o Signor dolce e bello,

che questo bene o quel non mi contenta;

ma, levando dal bene e questo e quello,

quel ben che resta il dolce Dio diventa;

questa vera dolcezza e sola senta

chi cerca il ben: questo non manca mai.

La nostra eterna sete mai non spegne

l'acqua corrente di questo o quel rivo,

ma giugne al tristo foco ognor piú legne:

sol ne contenta il fonte eterno e vivo.

O acqua santa, se al tuo fonte arrivo,

berò, e sete non arò più mai.

Tanto disio non dovria esser vano;

a te si muove pure il nostro ardore.

Porgi benigno l'una e l'altra mano:

o Gesú mio, tu se' infinito amore.

Poi che hai piagato dolcemente il core,

sana tu quella piaga che tu fai. —

vii
Cantasi come Amore io vo fuggendo.

Vieni a me, peccatore,

che a braccia aperte aspetto:

versa dal santo petto

visibilmente acque, sangue e amore.

Come già nel diserto

la verga l'acque ha dato,

cosí Longino ha aperto

colla lancia il costato:

vieni, o popolo ingrato,

a bere al santo fonte, che non muore.

Era in arido sito

il popol siziente;

è della pietra uscito

largo fonte e corrente;

qui bea tutta la gente:

la pietra è Cristo, onde vien l'acqua fòre.

Chi sete ha avuto un pezzo,

alle sante acque venga;

e chi pur non ha prezzo,

per questo non si tenga;

ma con letizia spenga

la sete all'acque e 'l suo devoto ardore.

Quest' è quel Noè santo,

che 'l vin dell'uva prieme:

inebriato tanto.

sta scoperto e non teme:

allor Cam, quel mal seme,

si ride, e' due ricuopron suo onore.

E cosi nudo in croce

Gesú, d'amore acceso,

non cura scherni o voce

di chi l' ha vilipeso;

poi Nicodemo ha preso

e involto in panni il dolce Salvatore.

Ebro di caritate

cosi 'l vide Esaia:

rosse e di vin bagnate

le sue veste paria:

del torculare uscía

il vin: questa è la croce e 'l gran dolore.

Il petto e' santi piedi

versan sangue per tutto:

le mani e 'l capo vedi

patire, e tu n' hai il frutto;

perch'io sia cosí brutto,

vien' pure, o penitente peccatore.

Deh ! accostati a me,

non temer ch'io t'imbrodi!

Il mio car figlio se',

ch'io chiamo in mille modi:

non mi terranno i chiodi

ch'io non t'abbracci e stringa col mio core.

Non temer la crudele

spina che 'l capo ha involto,

o che d'aceto e fele

sappin le labbra molto;

bacia il mio santo volto:

deh! non avere a schifo il tuo Signore!

Questo sangue, ch'io spargo,

non imbratta, anzi lava:

questo perenne e largo

fonte ogni sete cava:

ogni mia pena aggrava,

se non è conosciuto tanto amore.

viii
Cantasi corne la canzona delle cicale.

Io son quel misero ingrato

peccator, c' ho tanto errato.

Io son quel prodigo figlio,

che ritorno al padre mio:

stato sono in gran periglio

esulando da te, Dio:

ma tu se' si dolce e pio,

che non guardi al mio peccato.

Io son quella pecorella,

che 'l pastor suo ha smarrito:

tu, pastor, lasci per quella

tutto il gregge, e m' hai seguito;

o amor dolce, infinito,

perduto ero; or m' hai sanato.

Lasso, omè, sopra una nave

me e mie ricchezze porto:

la fortuna acerba e grave

ha le merce e 'l legno assorto:

una tavola ora in porto

il naufrago ha portato.

Ero sano, puro e bello,

fui ferito a mezzo il petto:

grave doglia tal coltello

diemmi, e di morir sospetto:

ma tu, medico perfetto,

questo corpo hai ben sanato.

L'alma pura innamorata

di te, Dio, suo padre e sposo,

poi, dal diavol accecata,

ha ucciso il suo amoroso:

non può mai trovar riposo:

questo è, misero, il suo stato.

Perché da te vien, si posa

solo in te, e sua pace trova:

però niun'altra cosa

a quest'alma afflitta giova;

ma convien sempre si muova,

finché te, Dio, ha trovato.

Allor porto ha nostra vita,

quando a te ritorno, o Dio.

Sana la mortal ferita,

truova 'l sposo dolce e pio.

E 'l padre ha il suo figlio rio,

e 'l pastor l'agna ha trovato.

Il tuo Verbo ha liquefatto

la durezza della mente:

dal tuo spirto un vento è tratto,

che di pianto fa torrente:

mieterò poi lietamente

quel che in pianto ho seminato.

O ammirabil Dio santo,

come in me operi e fai?

ché mi piace pianger tanto,

che altro non vorrei far mai!

O dolor dolce, che m' hai

con Gesù dolce legato !

Oh dolcissima catena,

che m' ha Dio al collo messo!

Oh dolcezza immensa e piena,

che a chi l'ama ha Dio concesso!

Non dá Dio tal grazia spesso;

e chi l' ha non ne sia ingrato.

Quasi in un specchio ora veggio,

e tu fai che sí mi piaccia:

quel che qui sogno e vaneggio,

di dolcezza par mi sfaccia;

or che fia, a faccia a faccia

quand'io ti vedrò beato?

In questo è il cor mortale,

finché torna onde par esca:

dagli, Dio, di colomba ale,

si ch'e' voli e requiesca:

tu se', Dio, quella dolce esca,

che 'l disio santo ha saziato.

ix
Cantasi come la canzona delle Forese.

O peccator, io sono Iddio eterno,

che chiamo sol per trarti dello inferno.

Deh ! pensa, chi è quel che tanto t'ama

e che sí dolcemente oggi ti chiama;

e tu chi se', la cui salute brama:

se tu ci pensi, non morrai in eterno.

Io sono Dio, del tutto creatore;

tu, non uomo, anzi un vil vermin che muore:

in mille modi ognor ti tocco il core;

tu non odi, e piú tosto vuoi lo 'nferno.

Perché ti muova piú la santa voce,

ecco per te io muoio in su la croce;

col sangue lavo la tua colpa atroce,

tanto m'incresce del tuo male eterno.

Deh! vieni a me, misero, poveretto,

o peccator, che a braccia aperte aspetto

che lavi nel mio sangue 'l tuo difetto,

per abbracciarti e trarti dello inferno.

Con amorosa voce e con soave

ti chiamo, per mutar tue voglie prave.

Deh! prendi il giogo mio, che non è grave;

è leggier peso, che dá bene eterno.

Io veggo ben che 'l tuo peccato vecchio

al mio chiamar ti fa serrar l'orecchio:

ecco, la grazia mia io t'apparecchio;

tu la fuggi, e più tosto vuoi lo 'nferno.

Deh! dimmi, che frutto hai o che contento,

di questa, che par vita, ed è tormento,

se non vergogna, affanno e pentimento?

E vòi perder per questa il bene eterno.

Pien d'amor, di pietá e di clemenza,

te chiamo, o peccatore, a penitenza;

ma, se aspetti l'ultima sentenza,

non è redenzion poi nello inferno.

Non aspettar quella sentenzia cruda,

ch'ogni pietá convien che allor s'escluda;

non aspettar che morte gli occhi chiuda,

ché ne vien ratta, e forse fia in eterno.

 

 

Progetto Quattrocento

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 17 giugno 2006