Lorenzo il Magnifico

AMORI DI VENERE E MARTE

Furtum Veneris et Martis.

Edizione elettronica di riferimento

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Edizione di riferimento

Lorenzo il Magnifico, Opere, a cura di Attilio Simioni, vol. II, Laterza, Bari  1914

Venere parla.

Su, ninfe, ornate il glorioso monte

di canti e balli e resonanti lire;

fate di fior grillande alme alla fronte:

ch mi par Marte, amico mio, sentire,

e dalla plaga lattea su nel cielo visto

ho la stella sua lieta apparire.

Spargete all’aura i crini avvolti in velo,

 e liete tutte nel fonte acidalio

graziose vi lavate il volto e ’l pelo.

Le sacre Muse dal licor castalio

di dolci carmi piene inviterete.

Stendete i drappi, ornate il ciel col palio.

Bacco e Sileno mio liete accogliete:

e se Cerer non sdegnata ancora

per Proserpina sua, la chiamerete.

Va’, Climen, ninfa mia, dall’Aurora:

digli che indugi alquanto il bel mattino:

lieta col suo Titon facci dimora.

Tu, Clizia, andrai nel bel monte Pachino;

tu nel Peloro, e tu nel Lilibeo:

guardate di Sicilia ogni confino;

s che Vulcano mio fabro flegreo

con Marte non mi trovi in adultro,

donde fabula sia poi d’ogni deo.

Ascondi, Luna, il lucido emispero:

voi per le selve non latrate, o cani,

s che d’infamia non si scuopra il vero.

Vien, lieta notte: e voi, profundi Mani,

scurate l’ora: e tu, figliuol Cupido,

mi do nelle tue braccia, in le tue mani.

Con le tue dolci fiamme ardente rido;

fa lume a Marte mio sposo e signore ;

tu mi feristi, Amor; di te me fido.

Marte, se oscure ancor ti paron l’ore,

vienne al mio dolce ospizio, ch’io t’aspetto;

Vulcan non v’ che ci disturbi amore.

Vien, ch’io t’invito nuda in mezzo il letto:

non indugiar, che ’l tempo passa e vola:

coperto m’ho di fior vermigli il petto.

Vienne, Marte, vien via, vien ch’io son sola.

Togliete i lumi; il mio mai non lo spengo:

non sia chi pi mi parli una parola.

Venuto Marte, parla cos

Non qual nimico alle tue stanze vengo,

Vener mia bella, ma sanz’arme o dardo;

ch contro a’ colpi tua null’arme tengo.

Altra cosa veder un lieto sguardo

d’uno amoroso lume, ovunque e’ vada,

che spada o lancia o vessillo o stendardo.

Amor regge suo impero sanza spada ;

coperto no, ma vuole il corpo ignudo,

dolce contento a seguir quel che aggrada.

Odil parlar, non dispietato o crudo,

ma dolce in s, qual di pieta si colga:

e questa l’arme sia, la lancia e ’l scudo.

Intorno al col suo bianco treccia avvolga,

degli ardenti amator dura catena

e forte laccio che giamai si sciolga.

Baciar la bocca e la fronte serena,

i dua celesti lumi, e ’l bianco petto,

la lunga man d’ogni bellezza piena;

altra cosa giacer nell’aureo letto

con la sua dolce amica, e cantar carmi,

che affaticar il corpo a scudo e elmetto;

gustar quel frutto che pu lieto farmi,

ultimo fin d’un tremante diletto.

Tempo d’amar, tempo da spade ed armi.

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

Il Sole gli scuopre in quella:

Ingiuria grande al letto romper fede:

non sia chi pecchi in dir — chi ’l sapr mai?

ch il sol, le stelle, il ciel, la luna il vede.

E tu che lieta col tuo Marte stai,

n pensi, il ciel di tua colpa dispone:

cos spesso un gran gaudio torna in guai.

Ogni lungo secreto ha sua stagione:

chi troppo va tentando la fortuna,

s’allide in qualche scoglio, ben ragione.

Correte, o ninfe, a veder sol quest’una

adulterata Venere impudica

e ’l traditor di Marte: o stelle! o luna!

Giove, se non ti par troppa fatica,

e con Giunon tua gelosa al furto viene:

non pecchi alcun, se non vuol che si dica.

Vieni a veder, Mercurio, le catene,

acci riporti in ciel di questo e quella:

ch nul peccato mai fu sanza pene.

Pluto, se inteso hai ancor questa novella,

con Proserpina tua lassa l’ inferno;

ascendi all’aura relucente e bella.

Alme che ornate il bel paese eterno

de’ campi elisi, al gran furto venite:

convien si scuopra ogni secreto interno.

Glauco, Nettunno, Dori, Alfeo, corrite

al tristo incesto, e Ino e Melicerta

con le driade e ’l gran padre d’Anftrite;

acci che in terra, in mare e in ciel sie certa

infamia tal d’una malvagia dea,

e grave strupo e inonestate aperta.

Vulcan, vieni a veder tua Citerea,

come con Marte suo lieta si posa,

e rotta t’ ha la fede e fatta rea.

Debbe al consorzio tuo esser piatosa,

ad altri no: ma gli fatica grave

poter guardare una donna amorosa;

ch se lei vuol, non fia chi mai la cave.

Tu dormi forse; ma se ’l suono hai inteso,

vieni a veder di lei l’opere prave.

Lassa Sicilia e ’l tuo stato sospeso;

ch patir tanta ingiuria onor t’ poco:

vendetta brama Iddio d’un core offeso.

Vulcano, parla:

Non basta avermi il ciel dall’alto loco

gittato in terra e da lor mensa privo,

fatto fabro e dio del caldo foco;

ch per pi pena mia ciaschedun

divo cerchi straziarmi, e dimostrar lor pruove:

ma tanta ingiuria mai non la prescrivo.

Io pure attendo a far saette a Giove

sudando intorno all’antica fucina,

e Marte gode mie fatiche altrove.

Venere, Vener mia, spuma marina,

tu Marte adulter, pena pagherete,

ch grave colpa vuol gran disciplina.

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

 

 

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Ultimo aggiornamento: 16 giugno 2006