Lorenzo il Magnifico

La Ginevra

Novella

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Tutte le opere, ,  a cura di Paolo Orvieto, Salerno, Roma, 1992

 

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La Ginevra

Credo che a ciascuno debba essere noto Pisa essere stata antica e nobilissima città, imperò che, inanzi che piacesse alla Fortuna porre fine al suo tranquillo stato et dargli el suo ultimo exterminio, fece molte cose, et in pace et in guerra, le quali meritano per la grandezza loro essere tenute a memoria e per uno buon tempo celebrate apresso e mortali.

Era adunque in quel tempo in Pisa una famiglia nobilissima e assai riputata, la quale si chiamava, e ancora si chiama, la famiglia de' Lanfranchi, nella quale infra molti nobili huomini era un giovane d'età d'anni venti, chiamato Luigi, el quale come e di nobilità di sangue, così di ricchezza e di belezza non solamente quegli della sua famiglia, m'ancora tutti gli altri giovani pisani excedeva. Et perché e sopradetti più presto ben' di Fortuna che proprii si possono chiamare, lui con tante dote e d'animo et di corpo gli aveva acompagnati, che veramente si poteva chiamare da ogni parte essere perfetto; imperò che et di lettere e di sonare, cantare, ballare, cavalcare in modo amaestrato era, che se avesse a ciascuna di queste cose tutto el suo tempo di sua vita speso sarebbe stato troppo. Bisognava per questo seguisse che nella sua terra fusse el meglio voluto e 'l più amato giovane che non che allora, ma pel tempo passato fusse mai stato, et così veramente era. Pareva adunque costui dovere essere el più felice giovane che al mondo si trovasse, se la Fortuna, ch'è sempre di ciascuno bene invidiosa, non avesse, sotto spezie di maggiore felicità, ciascun suo ben turbato et fattolo del più lieto el più infelice huomo della terra sua. Nacque questa sua disaventura da quello che apresso si dirà.

È usanza in Pisa, sì come in molti altri luoghi, alcuni dì inanzi al carnovale stare in feste e in giuochi e in solazzi, perché men dispiacciono l'abstinenze che la quaresima si suol fare: benché el più delle volte el contrario avenga, ché quanto più l'uomo in feste si truova, tanto men volentieri si lasciono, e più dispiace quella vita alla quale più presto per necessità che per satietà d'altri piaceri l'uomo si inclina. Accadde che, infra molte altre feste, uno molto onorato ballo vi si fece, dove concorsono tutte le belle e gentile donne pisane, che buona copia di bellissime ve n'era. Non mi pare necessario narrare se vi fu giovani o no, perché credo a ciascheduno essere noto che dove molte belle donne s'adunano, quivi facilmente ancora molti giovani convenire; perché come naturalmente è ordinato el ferro alla calamita trarre, così e giovani, non so se per loro ventura o disaventura, volentieri vanno drieto a quelle cose che 'l più delle volte più presto di infiniti affanni sono cagione che d'alcuna co[n]solatione o diletto, compensando un brevissimo et dolente piacere con lunghissimi e incomportabili affanni e dispiacere.

Era fra l'altre donne a questa festa una fanciulla d'anni quindici, chiamata Ginevra de' Grifi, casa antica et nobile; la quale, benché molte belle donne, [com'è] detto, vi fusse, tanto d'ogni bellezza tutte l'altre avanzava, che veramente a ciascuno dava più tosto cagione di credere lei essere divina che mortale; et non meno di gentili costumi e donnesche virtù che di bellezze ornata, faceva di sé non solamente e giovani, che naturalmente a ciò sono inclinati, inamorare, ma ancora quegli e quali, per avere perduto el giovinile ardore, e colpi d'amore sogliono, non so [se] o per più età o per più lunga experientia, spregiare et curare poco.

Volle adunque la disaventura di Luigi, che trovando[si] con molti altri a questa festa et lei, sì come gli altri faceano, guardando, cominciò a sentire e colpi d'amore e a guatare un cibo non più da·llui gustato, el quale lui medesimo già in altri biasimato e spregiato havea; né molto tempo passò che a nessuna altra cosa pensare poteva, né alcuno altro diletto prendere, se non andare tutte quelle vie et modi examinando per le quale a questa piacere potessi et venire in gratia. Et volendo nel principio, sì come e più fanno, tenere el suo fervente amore celato, gli fu cagione di raddoppiargli l'amorose pene, perché, come el nostro messer Francesco dice, «chiusa fiamma è più ardente». Ma non potendo, in ispazio di tempo, più tenere occulto quello che mai a nessuno fu concesso celare, come e miseri amanti fanno andò da uno ad un altro extremo et cominciò apertamente, et con feste e balli e giostre, a dimostrare quello che per insino allora, come quello che alquanto vergognoso n'era, dimostro non havea. E benché a ciascheduno fussi, com'è detto, noto questo suo ardente desiderio, lui niente di meno con tale prudentia e sì gentilmente se ne portava, che non che di carico, sì come a molti è già sta[to], ma di raddoppiargli apresso e suoi cittadini la gratia ch'egli havea fu cagio[ne].

La Ginevra, di tutte queste cose, perché prudente era, avedendosi, benché al[quanto] pure, come fanciulla, se ne vergognassi, pure in sé lo stimava assai et in segreto onestamente affectione gli portava; della quale non si potendo Luigi, perché mai più stato era inamorato, avedere, grandissima passione portava, credendo lei nel cuore quella medesima durezza havere che nel volto e ne l'apparentia dimostrava: non sapiendo che «Amore a null'amato amar perdona» et che «non è sì duro cuore che, lagrimando, / pregando, amando, talor [non si] muova, / né sì freddo voler che non si scalde.»

Sendo adunque, quanto poteva, afflitto et passionato, né trovando alcuno rimedio a questo suo male, diliberò uno dì a uno suo grandissimo amico et compagno discoprire el suo difetto. Era questo suo compagno genovese, chiamato Maffio Grimaldo, giovane di buoni costumi, el quale a Pisa per certe sue mercatantie lungo tempo era stato et, per la lunga stanza, havea con Luigi una vera amicitia contracto, benché fusse d'alquanto più età che lui, ché forse venticinque anni havea. La qual cosa fe' che Luigi, grandissima fede in lui avendo, un giorno l'ando a trovare; et dopo alcune altre parole, in tal modo gli cominciò a parlare: - Maffio, e' mi pare che la lunga amicitia et affectione che sempre fra noi è stata richiegga che ogni nostro caso, o felice o doloroso, così come uno di noi ne partecipa, ancor l'altro ne debba sentire, a ciò che de' felici eventi, per conferirne con l'amico, si radoppi la felicità; agl'infelici, quando si può, rimedio si ponga; non si potendo rimediare, almeno lo sfogarsi e dolere con l'amico diminuisca la passione. Et però io, al presente, cercando a uno mio male rimedio, crederrei havere fatto contro alla legge d'amicitia se teco prima non havessi conferito, avendo fede nella prudentia et experientia tua, ché so che altre volte nel caso dove io mi truovo ti se' trovato, et non meno nell'amore e affectione che tu mi porti. Io, come tu ti puoi essere aveduto, da tutte l'altre cose ho levato l'amore e 'l pensiero, né altro desiderio in questo momento o cerco se non a una sola donna piacere, la quale io in tutto ho fatta signora non solamente d'ogni mia volontà, ma ancora et delle parole et de' pensieri, perché di nessuna altra cosa posso parlare, né altro pensare o imaginare, se non costei. Et ha in modo l'amore preso di me intero dominio, che non basta havermi fatto lei sopra a ogni altra cosa piacere, ché m'ha fatto tutte l'altre cose dispiacere et havere in odio. Et per pruova Cupido che può nelle mente umane tanto quanto apunto e' vuole, e quanto una volta non credevo, mi fa a una donna portare affectione, la quale in luogo d'uno sfrenato et ardente amore a me [al]trettanto odio et malivolentia, come a me pare, porta; et io in modo sono, e non so come, et legato [e] accecato, che quanto lei più dimostra ch'io le dispiaccia, tanto più cre[sce] el mio ardente disio. Et quello che mostra meglio el mio errore si è che, quando mi pare lei in qualche cosa faccia quello verso di me che non si conviene, io sono el primo che fo meco medesimo la sua scusa et giustifico se alcuna ingiuria l'ha fatto verso di me. Et per non ti tenere in molte parole, io sto tanto male quanto io posso, et priegoti, per quella fede che sempre è stata fra noi, che tu vogli e aiutarmi e consigliarmi. Perché a me non avviene come a molti altri inamorati, e quali solamente o per passare tempo o per non avere altro che fare volontariamente per loro piacere s'inamorano; ma a me bisogna più tosto cercare in che modo io mi mantenga vivo che in che modo io viva lieto: della qual cosa oramai io ho perduto [ogni] speranza, excetto quella ch'i' ho ne' fedeli e savi consigli e aiuti [e] quali aspetto da·tte; sì che pon mano a questa tempestata barca et non altrimenti piglia la cura di questo infermo corpo che se havessi te medesimo, sì come tu hai me, a governare. Io mi vergogno teco usare molte parole, maxime bisognandoci più tosto fatti; et oltre a questo, le parole si vogliono con coloro usare e quali difficilmente intendono o mal volentieri conscendono a quelle cose delle quali sono richiesti: le quali cose mai m'è paruto in te conoscere o vedere. Sì che da ora inanzi io non metterò più te[mpo] in dirti alcuna delle mie passioni, ché, sendo stato inamorato, sono [certo] che a punto le conosci; ma da te aspetterò quelli consigli e ai[uti], e quali se non mi gioveranno, crederrò che nessuno altro mi possa giovare -.

Maffio, havendo le parole inteso le quali lui con molti sospiri e·llagrime havea detto, et, come quello che pratico era, compreso onde apunto venivano, cominciò seco medesimo a sorridere; dipoi, voltosi a Luigi, in tal modo gli cominciò a parlare: - Tu crederrai, Luigi, che, ridendo io del tuo male, o che io presti poco fede alle parole tue o che ti vogli poco bene ridendo di quello di che veggo a te dolere et piagnere: della quali cose alcuna non è; ma l'essere io già stato nell'errore nel quale tu al presente se' aviluppato fa ch'io conosco le tue pene essere molto maggiore che tu non m'hai detto, et, oltre di questo, ridermi di quello male del quale si suole el più delle[volte] campare. Et per seguitare la regola de' buoni medici, e quali prima a' maggiori inconvenienti et bisogni dello 'nfermo cercon et debbono rimediare, io dico che quello male el quale tu stimi maggiore è il minore et quelle cose le quali al presente difficile, anzi impossibili, ti paiono, sono quelle che tu più che·ll'altre giudicherai col tempo essere et possibili et facili, anzi non potere essere che non sieno. A me pare, s'i' ho bene raco[lto] el tuo passionato parlare, che la principale et più corale tu[a] passione sia l'amare tu sanza essere amato. A che io ti rispondo che veramente [tu] hai ragione di dolerti, quando così fussi; ma io non credo in alcuno modo che, havendo Iddio e la Natura ordinato quale habbia a essere la conditione di tutte le femine, et avendone delle altre a' miei dì mille pruove vedute, che costei sola habbia a rompere o mutare quello che da alcuna dell'altre per insino a ora mai è suto mutato. È natural cosa che ciascuna e ciascuno che si veda amare ami, e sarebbe natura più tosto bestiale o di pietra che humana fare el contradio; sì che conchiudi questo: costei, la quale tu credi essere capitale tua nimica, non portare nel cuore quella asperità che l'effigie sua dimostra. Tu mi consentirai che costei in tutte l'altre cose ti pare di somma prudentia et discretione, et forse più che a donna non si conviene; sendo così, non credere che, non avendola tu in alcuna cosa mai offesa, ma sempre cerco fargli in ogni tuo atto honore, et portandoli l'amore che mi pare che tu gli porti, che la i·nessun modo non ti voglia bene. Ma a te adiviene sì come agli altri inamorati, e quali nelle cose del compagno hanno sottile e acutissi[mo] vedere et intelletto, et nelle loro proprie [son]o in tutto orbi e sanza [alcu]na parte di ragione; tu in questo fai el conto tuo et non fai quello del compagno. Imperò che non è honesta cosa, sendo lei fanciulla della qualità ch'ell'è, di parentado ricca, bella come vedi, ch'ella dimostri essere inamorata; ma tieni a·ccerto che in segreto ella sempre t'ha nel cuore, ma meglio tien celato l'amore suo che te, perché più rispetti ha lei da farlo che tu non hai. E' mi ricorda già, sendo d'una gentile donna inamorato, che io ebbi un pezzo opinione che lei di me beffe si facessi e dileggiassimi, et dopo un certo tempo della sua propria bocca fui chiarito ch'ella, in quello tempo quando a me essere beffato pareva, per aventura tanto a me portava affectione quanto io a·llei. È una natura negli amanti che in tutti gli altri falla: imperò che gli altri huomini facilmente quelle cose credono che vorrebono, gli amanti, come quelli che ogni [dì] sentono mille mutationi che fa·lloro la Fortuna, a quelle cose le quali più desiderano meno prestano fede; perché veramente la Fortuna in ogni cosa domina, ma negli amanti ha la intera sua potentia più che in altra cosa, et benché alcuna volta si mostri contraria, non è però che poi infine ella non conduca l'uomo al fine desiderato. Sì che, Luigi mio, dua cose ti ricordo: la prima, perché io so che tu in questa tua impresa mille casi avèrsi hai avere, siccome agli altri amanti adiviene, e quali forse ti potrebbono fare el pensiero rimuovere o mutare proposito, che facci conto questi mali non essere fatti a·tte, ma a uno altro, et sempre séguiti sinceramente et con buono [animo] quello che una volta degnamente hai cominciato: perché nissuna cosa infine è difficile a chi vuole, et chi la dura la vince. Noi habbiamo veduto essere venuto voglia agli uomini di volere et averlo fatto; non è egli più facile cosa, credendo essere benvoluto, ch'è cosa naturale fra gli huomini, trovare quello che l'animo cerca? Sì che el primo precetto ch'io ti do è che tu sia forte alla tua impresa. El secondo si è che in questo tuo amore tu non lasci a fare nulla perché tu venga al tuo disio, perché quando tu non lascerai alcuna cosa intentata, t'averrà quello ch'io ti dirò: se tu obterrai el desiderio tuo, tu farai quello che tu cerchi; non l'obtenendo, almanco tu harai satisfatto a te medesi[mo] e lei te ne terrà da·ppiù. E in conclusione, a me pare che questa notte che viene tu e io dobbiamo examinare se alcuno modo via c'è per la quale tu possi fare asapere a costei l'animo tuo; et domattina ti tornerò a vedere, forse con qualche buona conclusione, perché dice el Vangelo che chi cerca truova e chi picchia gli è aperto. Et anche ho speranza nella Fortuna, la quale non suole mai abandonare gli amanti, che ci farà qualche cosa pensare la quale potrebbe levarti una gran parte de' tuoi pensieri et convertirli in allegrezza sì grande, come al presente è il dolore, perché siccome gli amorosi affanni sono maggiori che tutti gli altri, così ancora l'allegrezze di tutte l'altr[e] maggiore; io ho speranza, inanzi, molto fartele provare. Et fatti con Dio -.

Havendo Luigi le savie parole di Maffio intese, gli furono le sue ragioni di tanta efficacia che gli feciono porre giù una gran parte del peso che prima portava; il perché, havendo una gran maninconia in gran letitia convertito, tutto lieto e scarico a casa sua se n'andò. Et benché, cenato, per dormire a·lletto se n'andassi, pure haveano le parole di Maffio in lui tale impressione fatto, che non solamente non si poté adormentare, ma non potette mai nel letto o in casa contenersi; et parendogli mille anni che dì venisse, andava tutte quelle cose examinando che gli potessino fare parere el tempo più breve.

Né apena la mattina fu venuta, che lu[i] a casa di Maffio se n'ando; el quale, trovato che anche dormiva, destò et disse: - Fratello, a che siamo? Hai tu pensato cosa alcuna per la quale tu mi lievi questo resto del male da dosso? - A che rispuose Maffio: - Io credo per ventura havere trovato cosa che ti piacerà assai: et questo è che costei ha una sua balia in casa, con la quale io ho un poco di notizi[a]; et credo che o per uno modo o per un altro noi faremo che la farà quello che noi vorremo -. Luigi, più che mai lieto, disse: - Fratello, io horamai lascio a·tte pensare a' rimedii della vita mia, et quello che tu farai stimerò sia ben fat[to]. Fa' ora tu quello che meglio ti pare -.

Nacque da questi loro ragionamenti che Maffio trovò questa balia, la quale, benché da prima facessi, [co]m'è loro usanza, un poco dell'oci et dell'onesto, pure infine un dì, per uno o per un altro mezzo, fu contenta asentire alla voglia di costoro. Et cominciò alcune lettere e imbasciate di qua e di là a portare, le quali la Ginevra, perché di simile cosa schifa era, mostrò in modo tale havere per male, che se non fuss[e] stato e ricordi che Maffio ogni [dì] dava a Luigi, credo Luigi più d'una volta hare' lasciato la 'mpresa: perché lei, ogni dì alla balia dicendo villania et minacciandola di farla cacciare, havea in modo e lei e lui invilito, che non pareva havessino ardire a tentare alcuna cosa. La quale cosa a Luigi dava tanto maggiore passione che la prima, quanto questa seconda era con qualche speranza e la prima no. Parendoli adunque che la Fortuna troppo a ogni suo pensiero si contraponessi, come disperato viveva; et ogni dì col suo Maffio dolendosi di queste sue adversità, era ridotto a quello che già più morto che vivo pareva, e 'l viso e 'l suo solitario andare e la sua quasi trasmutata natura e costumi dimostravano quanta passione lui nel cuore portava. Le quali cose molto ben[e] conoscendosi per la Ginevra, non poteva fare che alquanto non si conmovessi a pietà verso Luigi; pure, dalla paura dell'onore raffrenata, non poteva fare alcuna dimostratione verso di lui d'affectione. Per modo che lui, non potendo altro contento avere, solo d'una cosa prendeva consolatione et conforto: et questo è che né dì ne nocte mai d'intorno alla sua casa si partiva, perché grandissimo refrigerio gli era, non potendo lei vedere, così come voleva, almeno la casa dove e' l'abitava potere guardare.

Stando così afflitto et passionato, el meschino Luigi, sendo una sera intorno alla sua tanto amata casa, gli venne la boce della Ginevra udita; la quale stando diligentemente a udire, parendogli che di paradiso venisse, interpretò che·llei, cantando, un tal rispetto o vero strambotto da sé medesima diceva:

«Amor, io veggo che alla tua saettaalcuno non è che possa fare diffesa:benché fanciulla sia et giovinetta,pur mi sento nel cuor la fiamma accesa.A' tuoi colpi non posso più far recta,tanto dell'altrui male mi duole e pesa.Poi che tu vuoi ch'io venga nel tuo regno,ecco che volentieri a servire vegno».

Al quale Luigi avendo diligentemente posto orecchi, et seco medesimo quello che gli pareva inportasse fantasticando, cominciò in su queste parole a riavere alquanto la perduta speranza e per questo a tentare nuove vie et modi. Et non ne potendo alcuno a perfectione condurre, più che mai disperato a Maffio se n'andò et disse: - Io oramai ho fatto quello ch'i' ho potuto, et non trovando più alcuna via che mi dia speranza di vivere lieto, delibero in questa terra non stare più, ma cercare nuovi paesi, acciò che havendo avuto tanto piacere del mio male, ella non abbi almen questo di vedermi apresso a·llei morire, et che l'udire, più presto che vedere, la mia morte gli diminuisca tanta cons[olatione], quanto io sono certo ha âvere del mio doloroso fine -. Alle quali parole Maffio in tal m[odo] rispuose: - Io veggo che tu non hai tenuto bene a mente e precepti ch'io ti decti dello essere [paziente] et dello star forte a tutti e colpi della Fortuna. Tu credi ben forse avere, sì come t[u] [mi] di', provate tutte le cose, ma forse ce ne resta qualcuna la quale tu non hai pro[vata]. Pensa un poco meglio et poi mi potrai più ragionevolmente parlare; e [se] da ora in[fra] [otto dì] non truovi qualche altra via, noi piglieremo poi qualche partito che sarà migliore che quello che al presente tu vuoli pigliare -. Et con queste parole, tutto pensoso lo lasciò.

Et non potendo altro o dì o nocte el nostro Luigi pensare, gli advenne come aviene a chi cerca: che, dopo un lungo cercare, alfine poi pure quello che per lui si disidera truova. Et questo fu che, sendo molto bene informato come la casa della Ginevra stava, deliberò pigliare uno assai pericoloso partito, più presto da huomo disperato che ragionevole, volendo più presto con cattivo fine uscirne che in tanta amaritudine e tormento vivere. Havendo adunque prima molto bene ciascuna cosa examinato, et più el suo desiderio che 'l pericolo stimando, una notte, quando ogni huomo in sul più profondo sonno era, con Maffio a casa della Ginevra se n'andò; et sapiendo che lei con la madre in uno letto dormiva, e una certa scala di corda di seta alla finestra della camera sua apiccò, la quale lui, poi che in uno pulito giubberello di broccato d'ariento rimase, cominciò diligentemente a salire. Et benché a ogni scaglione fusse da molte e varie paure circundato, pure, come quello che dall'amore fatto era ardito, insino alla finestra si condusse; et trovandola aperta, ché di state era, vide da un canto del letto la sua Ginevra suavemente dormire; la quale vista, tanta alterazione gli dette e tanto lo invilì, che tre volte rimisse el piè nella scala per tornarsi adrieto. Ma pensando poi e·lungo tempo ch'egli avea questa comodità aspettata e quanti ma' dì e male notte avea, per condursi dove egli era, avute, fece del cuore rocca e, preso partito, destramente della finestra scese. Et, di principio, al lume che in camera era se n'andò et spenselo; dipoi, alla proda dove la Ginevra era accostatosi stette per alquanto tempo che mai ebbe ardire di toccarla: non tanto per paura che avesse d'essere sentito, quanto per la riverentia che sempre essere suole in chi è veramente punto dagli amorosi strali. Ma cominciando alfine pure a ripigliare alquanto d'animo, cominciò leggermente sopr'a panni a toccarla; et da' panni alle dilicate braccia venuto, le quali pel caldo lei scoperte teneva, quelle leggermente molte volte baciò; e simile fece el viso. A che la Ginevra si destò, et benché sognare le paresse, pure, aperti gli occhi, cominciò intorno a guardarsi. Luigi, che desta era avedendosi, non sapeva che partito si prendere; alfine, missoli le mani alla bocca, per modo che niente gridar potesse, in tal modo gli cominciò a parlare: ......

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Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2011