Lorenzo il Magnifico

Ambra

[Descriptio hiemis]

Edizione di riferimento:

Lorenzo il Magnifico, Poesie, Introduzione e note di Federico Sanguineti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano1992

1.

Fugita è la stagion che avea conversi

e fiori in pomi già maturi e còlti;

in ramo non può più foglia tenersi,

ma sparte per li boschi assai men folti

si fan sentir, se avvien che gli atraversi

el cacciatore, e i pochi paion molti;

la fera, se ben l'orme vaghe asconde,

non va segreta per le secche fronde.

2.

Tra li àlbor secchi stassi il läur lieto,

e di Ciprigna l'odorato arbusto;

verdeggia nelle bianche alpe l'abeto,

e piega e rami già di neve onusto;

tiene il cipresso qualche uccel secreto,

e co' venti combatte il pin robusto;

l'umil ginepro con le acute foglie

la man non punge altrui, chi ben lo coglie;

3.

La uliva in qualche dolce piaggia aprica

secondo il vento par or verde or bianca:

natura in questi tal serba e nutrica

quel verde che nell'altre fronde manca.

Già e peregrini uccei con gran fatica

hanno condotto la famiglia stanca

di là dal mare, e pel camin lor mostri

Nerëide, Tritoni ed altri mostri.

4.

Ha combattuto dello imperio e vinto

la Notte, e prigion mena el breve giorno:

nel ciel seren d'etterne fiamme cinto

lieta el carro stellato mena intorno;

né prima surge, che in Occëan tinto

si vede l'altro aurato carro adorno;

Orïon freddo col coltel minaccia

Febo, se mostra a noi la bella faccia.

5.

Seguon questo notturno carro ardente

Vigilie, Escubie e sollecite Cure,

el Sonno (e bench'e' sia molto potente,

queste importune il vincon talor pure),

e' dolci Sogni, che ingannon la mente,

quando è opressa da fortune dure:

di sanità, d'assai tesor fa festa

alcun che infermo e povero si desta.

6.

Oh miser quel che in notte così lunga

non dorme, e il disïato giorno aspetta,

se avvien che molto e dolce disio il punga,

quale il futuro giorno li prometta!

e, benché ambo le ciglia insieme aggiunga,

e' pensier tristi escluda e' dolci ametta,

dormendo o desto, acciò che il tempo inganni,

gli par la notte un secol di cento anni.

7.

Oh miser chi tra fonde truova fuora

si lunga natte, assai lontan dal lito,

e 'l cammin rompe della cieca prora

el vento, e freme il mare un fer mugito!

con molti prieghi e voti l'Aürora

chiamata, sta col suo vecchio marito.

Numera tristo e disïoso guarda

e passi lenti della Notte tarda.

8.

Quanto è diversa, anzi contraria sorte

de' lieti amanti nella algente bruma,

a cui le notte sono e chiare e corte,

il giorno oscuro e tardo si consuma!

Nella stagion così gelida e forte,

già rivestiti di novella piuma,

hanno deposto gli ugelletti alquanto

non so s'io dica o e lieti versi o 'l pianto.

9.

Stridendo in cielo e gru vegonsi a lunge

l'äer stampar di varie e belle forme;

l'ultima col collo steso agiunge

ove è quella dinanzi, alle vane orme;

e, poi che nelli aprichi lochi giunge,

vigile un guarda, e l'altra schiera dorme:

cuoprono e prati e van leggier' pe' laghi

mille spezie d'uccei dipinti e vaghi.

10.

L'aquila spesso col volato lento

minaccia tutti, e sopra il stagno vola:

levonsi insieme e caccionla col vento

delle penne stridente; e, se pur sola

una fuor resta del pennuto armento,

l'uccel di Giove subito la invola:

resta ingannata, misera, se crede

andarne a Giove come Ganimede.

11.

Zefiro s'è fuggito in Cipri, e balla

con Flora, oziosi per la erbetta lieta;

l'aria non più serena, bella e gialla

Borrëa ed Aquilon rompe e inquieta;

l'acqua corrente e querula incristalla

el ghiaccio, e stracca or si riposa cheta:

preso il pesce nell'onda dura e chiara

resta come in ambra aurëa zanzara.

12.

Quel monte che se oppone a Cauro fero,

che non molesti il gentil fior, cresciuto

nel suo grembo d'onor, ricchezze e impero,

cigne di nebbie el capo già canuto;

gli omer' candenti, giù dal capo altero,

cuoprono e bianchi crini, e 'l petto irsuto

la orribil barba, che è pel ghiaccio rigida;

fan gli occhi e 'l naso un fonte, e 'l gel lo infrigida.

13.

La nebulosa ghirlanda che cigne

l'alte tempie gli mette Noto in testa;

Borrea da l'alpe poi la caccia e spigne,

e nudo e bianco el vecchio capo resta;

Noto sopra Pale umide e maligne

la nebbia porta, e par di nuovo il vesta:

così Morello irato, or carco or lieve,

minaccia al pian subietto or acqua or neve

14.

Partesi de Etïopia caldo e tinto

Aüstro, e sazia l'assetate spugne

nell'onde salse di Tirreno intinto;

appena a' destinati luoghi giugne,

gravido d'acqua e da' nugoli cinto

e stanco, stringe poi ambo le pugne:

e fiumi lieti contro all'acque amiche

escono allor delle caverne antiche.

15.

Rendon grazie ad Occëan padre,

adorni d'ulva e di fronde fluvïal' le tempie;

suonan per festa e rochi e torti corni;

tumido il ventre, già superbo, s'empie;

lo sdegno, conceputo molti giorni

contro alle ripe timide, s'adempie:

spumoso ha rotto già lo inimico argine,

né serva il corso dello antico margine.

16.

Non per vie lunghe o per cammino oblico

a guisa di serpenti, a gran volumi,

sollecitan la via al padre antico:

congiungon l'onde insieme e lontan' fiumi,

e dice l'uno all'altro, come amico,

nuove del suo paese e de' costumi:

così insieme, in una strana voce,

cercon, né truovon, la smarrita foce.

17.

Quando gonfiato e largo si ristrigne

tra li alti monti d'una chiusa valle,

stridon frenate, turbide e maligne

l'onde, e miste con terra paion gialle;

e grave petre sopra petre pigne,

irato a' sassi dello angusto calle;

l'onde spumose gira, e orribil freme:

vede il pastor da alto, e, secur, teme.

18.

Tal fremito piangendo rende trista

la terra dentro al cavo ventre adusta:

caccia col fumo fuor fiamma âcqua mista

gridando, ch'esce per la bocca angusta,

terribile alli orecchi ed alla vista:

teme, vicina, il suon alta e robusta

Volterra, e' lagon' torbidi che spumano,

e piove aspetta se più alto fumano.

19.

Così crucciato il fer torrente frende

superbo, e le contrarie ripe rode;

ma, poi che nel pian largo si distende,

quasi contento alora appena se ode:

incerto se in su torna o se pur scende,

ha de' monti distanti fatto prode:

già vincitore il cheto lago incede,

di rami e tronchi pien, montane prede.

20.

A pena è suta a tempo la villana

pavida âprire alle bestie la stalla;

porta il figlio, che piange, nella zana;

segue la figlia grande, ed ha la spalla

grave di panni vili, lini e lana;

va l'altra vecchia masserizia a galla:

nuotono e porci e, spaventati, e buoi,

le pecorelle, e non si toson poi.

21.

Alcun della famiglia s'è ridotto

in cima della casa, e su dal tetto

la povera ricchezza vede ir sotto,

la fatica, la speme; e per sospetto

di se stesso, non duolsi e non fa motto:

teme alla vita el cuor nel tristo petto,

né delle cose car' par conto faccia:

così la magior cura ogn'altra caccia.

22.

La nota e verde ripa alor non frena

e pesci lieti, che han più ampli spazii;

l'antica e giusta voglia alquanto è piena

di veder nuovi liti; e, non ben sazii,

questo nuovo piacer vaghi gli mena

a veder le ruine e' grandi strazii

delli edificii, e sotto l'acqua e muri

veggon lieti e ancor non ben sicuri.

23.

In guisa alor di piccola isoletta

Ombrone amante superbo Ambra cigne;

Ambra, non meno da Läur diletta,

geloso se 'l rival la tocca e strigne;

Ambra drïàde, a Delia sua accetta

quanto alcuna che stral fuor d'arco pigne;

tanto bella e gentil, che alfin li nuoce,

leggier di piedi e più ch'altra veloce.

24.

Fu da' primi anni questa ninfa amata

dal suo Läur gentil, pastore alpino,

d'un casto amor: né era penetrata

lasciva fiamma al petto peregrino.

Fuggendo il caldo un dì nuda era entrata

nell'onde fredde de Ombron, d'Appennino

figlio, superbo in vista e ne' costumi

pel padre antico e' cento frati fiumi.

25.

Come le membra virginali entrorno

nella acqua bruna e gelida sentìo,

e, mosso da leggiadro corpo adorno,

della spilonca uscì l'altero iddio;

dalla sinistra prese il torto corno,

e nudo el resto, acceso di disio,

difende il capo inculto a' febei raggi

coronato d'abeti e montàn' faggi.

26.

E verso il loco ove la ninfa stassi

giva pian pian, coperto dalle fronde;

né era visto, né sentire e passi

lasciava il mormorio delle chiare onde.

Così vicin tanto alla ninfa fassi

che giugner crede le sue trecce bionde,

e quella bella ninfa in braccio avere,

e, nudo, el nudo e bel corpo tenere.

27.

Sì come pesce, alór, che incauto cuopra

el pescator con rara e sottil maglia,

fugge la rete, qual sente di sopra,

lasciando, per fuggire, alcuna scaglia;

così la ninfa, quando par si scuopra,

fugge lo dio, che addosso si li scaglia,

né fu sì presta, anzi fu sì presto elli,

che in man lasciolli alcun de' sua capelli.

28.

E, saltando dell'onde, strigne il passo;

di timor piena fugge nuda e scalza;

lascia e panni e li stral', l'arco e'l tarcasse

non cura e pruni acuti o l'aspra balza;

resta lo dio dolente, aflitto e lasso;

pel dolor le man' strigne, al ciel li occhi alza;

maladisce la man crudele e tarda,

quando e biondi capelli svelti guarda.

29.

E seguendola, alor, diceva: - O mano,

a vellere e be' crin' presta e feroce,

ma a tener quel corpo più che umano

e farmi lieto, ohimè, poco veloce!

Così piangendo il primo errore invano,

credendo almeno agiugner con la boce

dove arrivar non puote il passo tardo,

gridava: - O ninfa, un fiume sono, ed ardo!

30.

Tu m'accendesti in mezzo alle fredde acque

el petto d'uno ardente disir cieco:

perché, come nell'onda el corpo giacque,

non giace, ché staria me' assai, con meco?

Se l'ombra e l'acqua mia chiara ti piacque,

più bella ombra, più bella acqua ha el mio speco.

Piaccionti le mia cose, e non piaccio io:

e son pur d'Appennin figliuolo, e dio.

31.

La ninfa fugge, e sorda a' prieghi fassi;

a' bianchi piè agiugne ale il timore.

Sollecita lo dio, correndo, e passi,

fatti a seguir veloci dallo amore;

vede da' pruni e da' taglienti sassi

e bianchi piè ferir con gran dolore;

cresce el disio, pel quale e ghiaccia e suda,

vedendola fugir sì bella e nuda.

32.

Timida e vergognosa Ambra pur corre;

nel corso a' venti rapidi non cede;

le leggier' piante sulle spighe porre

potria, e sosterrieno il gentil piede;

vedesi Ombrone ognor più campo tôrre,

la ninfa ad ogni passo manco vede:

già nel pian largo tanto il corso avanza,

che di giugnerla perde ogni speranza.

33.

Già pria per li alti monti aspri e repenti

venìa tra' sassi con rapido corso;

e passi a lei manco espediti, e lenti,

faceano a lui sperar qualche soccorso;

ma giunto, lasso, giù ne' pian' patenti,

fu messo quasi al fiume stanco un morso:

poi che non può col piè, per la campagna

col disio e cogli occhi l'acompagna.

34.

Che debbe far lo innamorato iddio,

poi che la bella ninfa più non giugne?

Quanto gli è più negata, più disio

lo 'nnamorato core accende e pugne.

La ninfa era già presso ove Arno

mio riceve Ombrone, e l'onde si congiugne:

Ombrone, Arno veggendo, si conforta,

e surge alquanto la speranza morta.

35.

Grida da lungi: - O Arno, a cui refugge

la magior parte di noi fiumi toschi,

la bella ninfa che come uccel fugge,

da me seguìta in tanti monti e boschi,

sanza alcuna piatate el cor mi strugge,

né par che amor el duro cor conoschi:

rendimi lei, e la speranza persa,

e el legier corso suo rompi e 'ntraversa.

36.

Io sono Ombron che le mia cerule onde

per te raccoglio: a te tutte le serbo,

e fatte tue diventon sì profonde,

che sprezzi e ripe e ponti, alto e superbo;

questa è mia preda, e queste trecce bionde,

qual in man porto con dolore acerbo,

ne fan chiar segno; in te mie speme

è sola: soccorri presto, ché la ninfa vola! -

37.

Arno vedendo Ombron, da pietà mosso,

per che el tempo non basta a far risposta,

ritenne l'acqua, e già gonfiato e grosso

da lungi al corso della bella Ambra osta.

Fu da nuovo timor freddo e percosso

el vergin petto, quanto più s'acosta:

drieto Ombron sente, e innanzi vede un lago,

né sa che farsi, il cor gelato e vago.

38.

Come fera cacciata e già difesa

da' can', fuggendo la bocca bramosa,

fuor del periglio già, la rete tesa

veggendo innanzi agli occhi, päurosa,

quasi già certa dovere esser presa,

né fugge innanzi o indrieto tornar osa,

teme e cani, alla rete non si fida,

non sa che farsi, e spaventata grida;

39.

tal della bella ninfa era la sorte:

da ogni parte da päura oppressa,

non sa che farsi, se non disfar morte;

vede l'un fiume e l'altro che s'apressa,

e disperata alor gridava forte:

- O casta dea, a cui io fui concessa

dal caro padre e dalla madre antica,

unica aiuta all'ultima fatica!

40.

Dïana bella, questo petto casto

non maculò giammai folle disio:

guardalo or tu, perch'io, ninfa, non basto

a dua nimici; e l'uno e l'altro è dio.

Col desio del morir m'è sol rimasto

al core el casto amor di Läur mio;

portate, o venti, questa voce estrema

a Läur mio, che la mia morte gema!

41.

Né eron quasi della bocca fore

queste parole, che i candidi piedi

fumo occupati da novel rigore;

crescerli poi e farsi un sasso vedi,

mutar le membra e 'l bel corpo colore;

ma pur, che donna fussi ancor tu credi:

le membra mostron come suol figura

bozzata e non finita in pietra dura.

42.

Ombron pel corso faticato e lasso,

per la speranza della cara preda

prende nuovo vigore e strigne il passo,

e par che quasi in braccio aver la creda:

crescer veggendo innanzi agli occhi il sasso,

ignaro ancor, non sa donde proceda;

ma poi, veggendo vana ogni suo voglia,

si ferma pien di maraviglia e doglia.

43.

Come in un parco cerva od altra fera,

ch'è di materia o picciol muro chiuso,

soprafatta da' can' campar non spera

vicina al muro, e per timor là suso

salta, e si lieva innanzi al can legiera,

resta el can dentro misero e deluso;

non potendo seguir dove è salita,

fermasi, e guarda el loco onde è fuggita;

44.

così lo dio ferma la veloce orma,

guarda piatoso il bel sasso crescente,

el sasso, che ancor serba qualche forma

di bella donna, e qualche poco sente;

e come amore e la pietà lo 'nforma,

di pianto bagna il sasso amaramente,

dicendo: - O Ambra mia, queste son l'acque,

ove bagnar già el bel corpo ti piacque!

45.

Io non aria creduto in dolor tanto

che la propia piatà, vinta da quella

della mia ninfa, si fugissi alquanto:

per la maggior pietà d'Ambra mia bella,

questa, non già la mia, muove in me il pianto.

E pur la vita trista e meschinella,

ancor che etterna, quando meco penso,

è peggio in me, che in lei non aver senso,

46.

Lasso, ne' monti miei paterni eccelsi

son tante ninfe, e sicura è ciascuna;

tra mille belle la più bella scelsi,

non so come; ed amando sol questa una,

primo segno di amore e crini svelsi,

e caccia'la della acqua fresca e bruna;

tenera e nuda poi, fuggendo esangue,

tinse le spine e' sassi el sacro sangue.

47.

E finalmente in un sasso conversa,

per colpa sol del mio crudel disio,

non so, non sendo mia, come l'ò persa,

né posso perder questo viver mio:

in questo è troppo la mia sorte avversa,

misero essendo ed immortale dio;

ché, s'io potessi pure almen morire,

potria il giusto immortal dolor finire.

48.

Io ho imparato come si compiacci

a donna amata ed il suo amor guadagni,

che a quella che più ami più dispiacci!

O Borea algente, che gelato stagni,

l'acque correnti fa s'induri e ghiacci,

che, petra fatto, la ninfa acompagni:

né sol giamai co' raggi chiari e gialli

risolva in acqua e rigidi cristalli.

 

 

desti della Nencia

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Ultimo aggiornamento: 15 giugno 2006