Lorenzo de' Medici

La  Nencia da Barberino

I

STANZE

Edizione di riferimento

Poesie rusticali, raccolte ed illustrate da Giulio Ferrario, Milano, Società tipografica dei Classici Italiani, contrada di s. Margherita, n.° 1118, anno 1808.

  La  Nencia da Barberino.

I.

Ardo d'amore, e convienimi cantare

Per una dama che mi strugge il core;

Ch'ogni otta ch'io la sento ricordare,

Il cor mi brilla, e par ch'egli esca fuore.

Ella non trova di bellezza pare:

Con gli occhj getta fiaccole d'amore:

Io sono stato in città e castella,

E mai non vidi gnuna tanto bella.

II.

Io sono stato a Empoli al mercato,

A Prato, a Monticelli, a San Casciano,

A Colle, a Poggibonsi, a San Donato:

E Quinamonte insino a Dicomano,

Figline, Castelfranco ho ricercato,

San Pier, il Borgo, Montagna, e Gagliano:

Più bel mercato che nel mondo sia

È a Barberin, dov'è Nenciozza mia.

III.

Non vidi mai fanciulla tant' onesta,

Nè tanto saviamente rilevata:

Non vidi mai la più pulita testa,

Nè sì lucente, nè sì ben quadrata;

Ed ha due occhj, che pare una festa,

Quand'ella gli alza, e che ella ti guata:

Ed in quel mezzo ha il naso tanto bello,

Che par proprio bucato col succhiello.

IV.

Le labbra rosse pajon di corallo,

Ed havvi dentro due filar' di denti,

Che son più bianchi che quei di cavallo;

E d'ogni lato ella n'ha più di venti.

Le gote bianche pajon di cristallo

Senz' altri lisci, ovver scorticamenti;

Ed in quel mezzo ell'è come una rosa:

Nel mondo non fu mai sì bella cosa.

V.

Ben si potrà tener avventurato

Chi sia marito di sì bella moglie;

Ben si potrà tener in buon di nato

Chi arà quel fioraliso senza foglie;

Ben si potrà tenersi consolato

Che si contenti tutte le sue voglie

D'aver la Nencia, e tenersela in braccia

Morbida e bianca, che pare un sugnaccio.

VI.

Io t'ho agguagliata a la Fata Morgana

Che mena seco tanta baronia:

Io t'assomiglio a la stella diana,

Quando apparisce a la capanna mia:

Più chiara se' che acqua di fontana,

E se' più dolce che la malvagia:

Quando ti sguardo da sera o mattina,

Più bianca se' che il fior de la farina.

VII.

Ell'ha due occhj tanto rubacuori,

Ch'ella trafiggere' con essi un muro.

Chiunque la ve', convien che s'innamori:

Ella ha il suo cuore, più ch'un ciottol, duro;

E sempre ha seco un migliajo d'amadori,

Che da quegli occhj tutti presi furo;

Ma ella guarda sempre questo e quello

Per modo tal, che mi strugge il cervello.

VIII.

La Nencia mia che mi pare un perlino,

Ella ne va la mattina a la chiesa,

Ell'ha la cotta pur di dommaschino,

E la gammurra di colore accesa,

E lo scheggiale ha tutto d'oro fino,

E poi si pone in terra a la distesa,

Per esser lei veduta e bene adorna;

Quando ha udito la messa, a casa torna.

IX.

La Nencia a far covelle non ha pari,

D'andare al campo per durar fatica;

Guadagna al filatoio di buon' danari,

Del tesser panni lini Die tel dica;

Ciò ch'ella vede, convien ch'ella impari;

E di brigate in casa ella è amica,

Ed è più tenerella che un ghiaccio,

Morbida e dolce, che pare un migliaccio.

X.

La m'ha sì concio e 'n modo governato,

Che più non posso maneggiar marrone;

Ed hammi drento sì avviluppato,

Ch'i' non posso inghiottir già più boccone,

E so' come un graticcio doventato,

Tanta pena mi dà e passione;

Ed ho fatiche assai, e pur sopportale,

Che m'ha legato con cento ritortole.

XI.

Io son sì pazzo de la tua persona,

Che tutta notte io vo traendo guai;

Pel parentado molto si ragiona;

Ognun dice: Vallera, tu l'arai:

Pel vicinato molto si canzona

Che vo la notte intorno a' tuoi pagliai,

E sì mi caccio a cantare a ricisa;

Tu se' nel letto, e scoppj de le risa.

XII.

Non ho potuto stanotte dormire;

Mill'anni mi parea che fussi giorno,

Sol per poter con le bestie venire

Con esso teco, e col tuo viso adorno;

E pur del letto mi convenne uscire;

Posimi sotto il portico del forno,

Ed ivi stetti più d'un'ora e mezzo,

Fin che la luna si ripose al rezzo.

XIII.

La Nencia mia non ha gnun mancamento;

È lunga e grossa e di bella misura;

Ell'ha un buco nel mezzo del mento,

Che rimbellisce tutta sua figura;

Ell' è ripiena d'ogni sentimento:

Credo che la formasse la natura

Morbida e bianca, tanto appariscente,

Che la trafigge il cuore a molta gente.

 

Quando tu vai per l'acqua con l'orcetto,

un tratto venistù al pozzo mio

XIV.

Io t'ho recato un mazzo di spruneggi

Con coccole ch'io colsi avale avale;

Io te le donerei, ma tu grandeggi,

E non rispondi mai nè ben nè male;

Stato m'è detto che tu mi dileggi,

Ed io ne vo pur oltre a la reale:

Quando ci passo, che sempre ti veggio,

Ognun mi dice come ti gaveggio.

XV.

Tutto dì jer t'aspettai al mulino

Sol per veder se passavi indiritta:

Le bestie son passate al poggiolino,

Vientene su, che tu mi par confitta.

Noi ci staremo un pezzo a un caldino,

Or ch'i' mi sento la ventura ritta.

Noi ce n'andremo insieme a le poggiuole;

Insieme toccheremo le bestiuole.

XVI.

Quando ti veddi uscir de la capanna

Col cane in mano e con le pecorelle,

El cor mi crebbe allor più a una spanna,

Le lagrime mi vennon pelle pelle.

I' m'avviai in giù con una canna

Toccando e' miei giovenchi e le vitelle:

E me n'andai in un burron quincentro,

E t'aspettava, e tu tornasti dentro.

XVII.

Quando tu vai per l'acqua con l'orcetto,

Un tratto venistù al pozzo mio;

Noi ci daremo un pezzo di diletto,

Che so che noi farem buon lavorio;

E cento volte io t'arei ristretto,

Quando fussimo insieme e tu ed io;

E se tu de' venir, che non ti spacci

Aval che viene il mosto e' castagnacci ?

XVIII.

E' fu d'april, quando m'innamorasti,

Quando ti veddi coglier la 'nsalata;

I' te ne chiesi, e tu mi rimbrottasti

Tanto che se ne andette la brigata;

E dissi bene allor dove n'andasti;

Ch'io ti perdetti a manco d'un'occhiata;

Da l'ora innanzi i' non fui mai più desso,

Per modo tal, che messo m'hai nel cesso.

XIX.

Nenciozza mia, i' me ne voglio andare,

Or che le pecorelle voglion bere

A quella pozza, ch' io ti vo' aspettare;

E quivi in terra mi porrò a sedere,

Tanto che vi ti veggia valicare;

Voltolerommi un pezzo per piacere;

Aspetterotti tanto che tu venga;

Ma fa che a disagio non mi tenga,

XX.

Nenciozza mia, ch' i' vo' sabbato andare

Sino a Fiorenza a vender duo somelle

Di schegge, che mi posi jeri a tagliare

In mentre che pascevan le vitelle:

Procura ben se ti posso arrecare,

O se tu vuoi che t'arrechi cavelle,

O liscio o biacca dentro un cartoccino,

O di spilletti, o d'agora un quattrino.

XXI.

Ell' è direttamente ballerina,

Ch' ella si lancia come una capretta,

E gira più che ruota di mulina,

E dassi de le man' ne la scarpetta.

Quand'ella compie 'l ballo, ella s'inchina,

Poi torna indietro, e due salti scambietta;

Ella fa le più belle riverenze,

Che gnuna cittadina di Firenze.

XXII.

Chè non mi chiedi qualche zaccherella?

Chè so n'adopri di cento ragioni;

O uno intaglio per la tua gonnella,

O uncinegli, o magliette, o bottoni;

O pel tuo camiciotto una scarsella,

O cintolin per legar gli scuffioni;

O vuoi per ammagliar la gammurrina

Una cordella a seta cilestrina.

XXIII.

Se tu volessi per portare al collo

Un corallin di que' bottoncin' rossi

Con un dondol nel mezzo, arrecherollo;

Ma dimmi se gli vuoi piccioli o grossi:

E s'io dovessi trargli dal midollo

Del fusol de la gamba, o de gli altri ossi,

E s'io dovessi impegnar la gonnella,

I' te gli arrecherò, Nencia mia bella.

XXIV.

Se mi dicessi, quando Sieve è grossa:

Gettati dentro, i' mi vi getteria;

E s'io dovessi morir di percossa,

Il capo al muro per te batteria:

Comandami, se vuoi, cosa ch' io possa,

E non ti peritar de' fatti mia:

Io so che molta gente ti promette;

Fanne la prova d'un pa' di scarpette.

XXV.

Io mi sono avveduto, Nencia bella,

Ch' un altro ti gaveggia a mio dispetto;

E s'io dovessi trargli le budella,

E poi gittarle tutte intrunun tetto:

Tu sai ch' io porto allato la coltella

Che taglia e pugne, che par un diletto;

Che s'io el trovassi ne la mia capanna,

Io glie la caccerei più d'una spanna.

XXVI.

Più bella cosa che la Nencia mia,

Ne più dolciata non si troverebbe.

Ella è grossoccia, tarchiata e giulía,

Frescoccia e grassa, che si fenderebbe;

Se non che l'ha in un occhio ricadía;

Chi non la mira, ben non se n'addrebbe;

Ma col suo canto ella rifà ogni festa,

E di menar la danza ella è maestra.

XXVII.

Ogni cosa so fare, o Nencia bella,

Pur che mel cacci nel buco del cuore:

Io mi so mettere e trar la gonnella,

E di porci son buon comperatore:

Sommi cignere allato la scarsella,

E sopra tutto buon lavoratore:

So maneggiar la marra ed il marrone,

E suono la staffetta e lo sveglione.

XXVIII.

Tu se' più bella che madonna Lapa,

E se' più bianca ch'una madia vecchia:

Piacimi più ch' a le mosche la sapa,

E più ch' e' fichi fiori a la forfecchia:

Tu se' più bella che 'l fior de la rapa,

E se' più dolce che 'l mei de la pecchia:

Vorreiti dare in una gota un bacio,

Ch' è saporita più che non è il cacio.

XXIX.

Io mi posi a seder lungo la gora,

Baciandoti in su quella voltoloni,

Ed ivi stetti più ch'una mezz' ora,

Tanto che valicorono i castroni:

Che fa' tu, Nencia, che tu non vien fora?

Vientene su per questi saliconi,

Ch' io metta le mie bestie fra le tua,

Che parremo uno, e pur saremo dua.

XXX.

Nenciozza mia, ch' i' me ne voglio andare,

E rimenar le mie vitelle a casa:

Fatti con Dio, ch'i' non posso più stare,

Ch' i' mi sento chiamar a mona Masa:

Lascioti il cuor, deh non me lo tribbiare;

Fa pur buona misura, e non fia rasa:

Fatti con Dio e con la buona sera;

Sieti raccomandato il tuo Vallera.

XXXI.

Nenciozza mia, vuo' tu un poco fare

Meco a la neve per quel salicale?

Sì, volentier, ma non me la sodare

Troppo, che tu non mi facessi male.

Nenciozza mia, deh non ti dubitare,

Che l'amor ch' io ti porto si è tale,

Che quando avessi mal, Nenciozza mia,

Con la mia lingua te lo leveria.

XXXII.

Andiam più qua, che qui n' è molto poca,

Dove non tocca il sol nel valloncello:

Rispondi tu, ch' i' ho la voce fioca,

Se fussimo chiamati dal castello.

Lievati il vel di capo, e meco giuoca,

Ch' io veggia il tuo bel viso tanto bello;

Al qual rispondon tutti gli suoi membri

Sì, che a un' angiolella tu m'assembri.

XXXIII.

Cara Nenciozza mia, i' aggio inteso

Un caprettin, che bela molto forte:

Vientene giù, che 'l lupo sì l'ha preso,

E con gli denti gli ha dato la morte.

Fa che tu sia giù nel vallone sceso,

Dagli d'un fuso nel cuor per tal sorte,

Che tu l'uccida, e che si dica scorto:

La Nencia il lupo col suo fuso ha morto.

XXXIV.

Io ho trovato al bosco una nidiata

In un certo cespuglio d'uccellini:

Io te gli serbo, e' sono una brigata,

E mai vedesti e' più bei guascherini:

Doman t'arrecherò una stiacciata;

Ma perchè non s'addien questi vicini,

Io farò vista per pigliarne scusa,

Venir sonando la mia cornamusa.

XXXV.

Nenciozza mia, i' non ti parre' sgherro,

Se di seta avessi un farsettino;

E con le calze chiuse, s'io non erro,

Io ti parrei d'un grosso cittadino.

E non mi fo far zazzera col ferro,

Perchè al barbier non do più d'un soldino;

Ma se ne viene quest' altra ricolta,

Io me la farò far più d'una volta.

XXXVI.

Addie, gigliozzo mio del viso adorno;

I' veggio i buoi ch' andrebben' a far danno:

Arrecherotti un mazzo, quando torno,

Di fragole, se al bosco ne saranno:

Quando tu sentirai sonare il corno,

Vientene dove suoi venir quest' anno:

Appiè de l'orto in quella macchierella

Arrecherotti un po' di frassinella.

XXXVII.

Io t'ho fatto richiedere a tuo padre;

Beco n'ha strascinato le parole;

Ed è rimaso sol da la tua madre,

Che mi par dica pur ch' ella non vuole:

Ma io vi vo' venir con tante squadre,

Ch' i' meco ti merrò, sia che si vuole:

Io l'ho più volte detto a lei e a Beco:

Deliberato ho accompagnarmi teco.

XXXVIII.

Quando ti veggo tra una brigata,

Sempre convien ch' intorno mi t'aggiri;

E com' io veggo ch' un altro ti guata,

Par proprio che del petto il cor mi spiri:

Tu mi se' sì nel cuore intraversata,

Ch'i' rovescio ogni dì mille sospiri,

E con sospiri tutto lucidando,

E tutti ritti a te, Nencia, gli mando.

XXXIX.

Nenciozza mia, deh vien meco a merenda,

Che vo' che no' facciamo una insalata;

Ma fa che la promessa tu m'attenda,

E che non se n'avvegga la brigata:

Non ho tolto arme, con che ti difenda

Da quella trista Beca sciagurata;

E so che l'è cagion di questo affare,

Che 'l diavol se la possa scorticare.

XL.

La Nencia quando va a la festa in fretta»

Ella s'adorna che pare una perla;

Ella si liscia e imbiacca e si rassetta,

E porta bene in dito setta anella;

Ella ha di molte gioje 'n una cassetta;

Sempre le porta sua persona bella;

Di perle di valuta porta assai:

Più bella Nencia non vidi già mai.

XLI.

Se tu sapessi, Nencia, il grande amore

Ch' io porto a' tuo' begli occhj stralucenti,

Le lagrime ch'io sento, e 'l gran dolore,

Che par che mi si sveglian tutti e' denti,

Se tu 'l sapessi, ti crepere' il cuore,

E lasceresti tutt' i tuoi serventi,

Ed ameresti solo il tuo Vallera:

Che se' colei, che 'l mio cuor si dispera.

XLII.

Io ti veddi tornar, Nencia, dal Santo;

Eri sì bella, che tu m'abbagliasti:

Tu volesti saltar entro quel campo »

Ed un tal micciolino sdrucciolasti:

Io mi nascosi lì presso 'n un canto,

E tu così pian pian ne sogghignasti:

E poi venni oltre, e non parve mio fatto:

Tu mi guardasti, e ti volgesti a un tratto.

XLIII.

Nenciozza mia, tu mi fai strabiliare,

Quando ti veggo così colorita:

Starei un anno senza manicare

Sol per vederti sempre sì pulita:

S'io ti potessi allora favellare,

Sarei contento sempre a la mia vita:

S'io ti toccassi un miccinin la mano,

Mi parre' d'esser d'oro a mano a mano.

XLIV.

Che non ti svegli, e vienne a lo balcone?

Nencia, che non ti possa mai levare?

Tu senti ben che suona lo sveglione;

Tu te ne ridi e fammi tribolare.

Tu non sei usa a star tanto in prigione;

Tu suoi pur esser pazza del cantare;

E 'n tutto dì non t'ho dato di cozzo,

Ch' io ti vorrei donar un berlingozzo.

XLV.

Or chi sarebbe quella sì crudele,

Ch'avendo un damerino sì d'assai,

Non diventasse dolce come un mele?

E tu mi mandi pur traendo guai:

Tu sai ch' io ti so suto sì fedele;

Meriterei portar corona e mai:

Deh sii un po' piacevoletta almeno,

Ch'io sono a te come la forca al fieno.

XLVI.

Non è miglior maestra in questo mondo,

Ch' è la Nencia mia di far cappegli;

Ella gli fa con que' bricioli intorno,

Ch' io non veddi già mai e' più begli:

E le vicine gli stanno d'intorno;

Il dì di festa vengon per vedegli:

Ella fa molti graticci e canestre:

La Nencia mia è il fior de le maestre.

XLVII.

Io son di te più, Nencia, innamorato,

Che non è 'l farfallin de la lucerna;

E più ti vo cercando in ogni lato

Più che non fa il moscione a la taverna:

Più tosto ti vorrei avere allato,

Che mai di notte un' accesa lucerna.

Or se tu mi vuoi bene, or su, fa tosto,

Or che ne viene e' castagnacci e 'l mosto.

XLVIII.

O povero Vallera sventurato,

Ben t'hai perduto il tempo e la fatica;

Solevo de la Nencia essere amato,

Ed or m'è diventata gran nemica;

E vo urlando come disperato,

E lo mio gran dolor convien ch'io dica.

La Nencia m'ha condotto a tal estremo;

Quando la veggio, tutto quanto tremo.

XLIX.

Nenciozza mia, tu mi fai consumare,

E di straziarmi ne pigli piacere.

Se senza duol mi potessi sparare,

Mi sparerei, per darti a divedere

S' i' t'ho nel core; e pur t'ho a sopportare:

Tel porrei in mano, e fare' tel vedere:

Se lo toccassi con tua mano snella,

E' griderebbe: Nencia, Nencia bella»

L.

Nenciozza mia, tu ti farai con Dio,

Ch' io veggo le bestiuole presso a casa,

Io non vorrei per lo baloccar mio,

Nessuna fusse in pastura rimasa.

Io veggo ben che l'an passato il rio,

E sentomi chiamar da mona Masa.

Fatti con Dio: oh andar me ne vo' tosto,

Chi' i' sento Nanni che vuol far del mosto.

ANNOTAZIONI

I

VARIE LEZIONI.

Nencia da Lorenza.

Barberino, Villaggio nel Fiorentino, alle radici dell'Appennino, distante 7 leghe  al N. da  Firenze. Long.  28. 55, lat. 44.5.

Stanza I.

Dama. Per questo vocabolo si suole intendere una Donna nobile; ma si usa ancora comunemente per esprimere la Donna amata, come Damo per lo Amato

Stanza II.

Barberìn. Il Mercato di Barberino è nominato anche dal Firenzuola nella Prima Veste de' Discorsi degli Animali.

Stanza III.

Rilevare, nello stesso signific. che Allevare, Educare.

Stanza IV.

Sugnaccio. Quella parte di grasso che è intorno agli arnioni degli animali.

Stanza VI.

Morgana era sorella di Alcina, come abbiamo dall'Ariosto, il quale nel vi. del Furioso alla St. 38. così scrisse:

Con la Fata Morgana Alcina nacque,

Io non so dir, se a un parto, o dopo, o innanti.

Ambedue queste Fate erano sorelle di Logistilla, la quale era tanto saggia e pudica, quanto quelle erano piene di ogni brutto vizio. Esse avevano usurpato quasi tutti i possedimenti, e le ricchezze della loro sorella, e si vivevano con grandissimo fasto.

Stella diana. Così si suol chiamare la stella, che precede il levar del sole; e che dai Latini si diceva Lucifer. Questo nome non viene già da Diana la Dea delle caccie, ma sibbene da dies, volendosi significare con ciò la stella che viene ad annunziare il dì. In varie parti d'Italia, diana si chiama quel suono, di tamburo, o d' altro, con che di buon mattino i soldati dopo le ore del riposo, vengono richiamati ai loro ufficj.

Stanza VII.

Ve' . Di voce così troncata fece uso anche Dante in un Sonetto

Ogni persona, che la ve' s'inchina

A veder lei, e mai altro non brama

altri però, e fra questi il Cinonio, vogliono che quivi si legga

Ogni persona, ch' è là v'è, così portando alcuni testi: e allora il senso sarebbe: ogni persona, la quale è là, dov'è questa donna.

Migliajo, e nella St. ix. filatojo, e gioje nella xl. Questi trittonghi, incontrandosi in mezzo al verso, si solevano dagli antichi verseggiatori Italiani pronunziare in modo, che ne emergesse un suono rapidissimo; e quindi le tre vocali non facevano che una sillaba sola, e l'i o la terza vocale venivano a perdersi affatto. Così gli antichi poeti Latini, benché segnassero la s finale nella scrittura, la tacevano poi molte volte per comodo del metro nella pronunzia; e su ciò sono da vedersi Cicerone nell'Orat. c. 48. e Gellio al lib. 12. c. 4. I Greci anch'essi frequentemente per lo stesso fine contraevano più vocali in una; della quale poetica licenza, oltre a moltissimi altri luoghi, abbiamo un esempio nel bel primo verso dell'Iliade, dove le due ultime vocali della parola Πηληϊαδεο si contano e si pronunziano come una sola.

Stanza VIII.

Perline Diminutivo di perla. Qui per similitudine, e vale lo stesso che Sennino: così la Crusca, la quale per un tal vocabolo cita questo unico esempio di Lorenzo de Medici. Sennino poi è voce, che si dice per vezzo a persona giovane, vezzosa ed assennata.

Cotta. Propriamente Sopravvesta.

Gammurra. Sorta di veste da donna. Vocab. Da tale spiegazione però non s'intende qual veste sia spezialmente la Gammurra. Appresso i Contadini non altro significa che una gonnella attaccata al busto, fatta di lana rossa, o celeste, o d'altro allegro colore, chiamata da loro comunemente Gonnello.

Scheggiale. Sorta di cinto con fibbia e da alcuni più rozzi Gamburrino.

Stanza IX.

Covelle, Cavelle. Qualche cosa.

Migliaccio. Sorta di vivanda simile alla torta.

Stanza X.

Marrone. Strumento simile alla marra, ma più stretto, e più lungo.

V. L. Ed hammi dentro così.

V. L. E so' come graticcio diventato.

Stanza XI.

V. L. E s'i' mi caccio.

Cantare a ricisa, modo basso: vale senza intermissione, senza rifinare, andantemente.

Stanza XII.

Rezzo. Ombra.

Stanza XIII.

Ell' ha un buco nel mezzo del mento.

Varrone dice, che la pozzetta del mento nelle belle donne, è l'impressione del dito di Amore. ... Esaminando però le parole del Greco Scrittore, non pare, che questi sotto tali vocaboli voglia intendere la pozzetta del mento, ma piuttosto quella concavità, che si vede fra il labbro inferiore, e il mento medesimo.... 

Stanza XIV.

Spruneggio, e spruneggiolo : Pugnitopo, [pungitopo].

Coccola: Frutto d'alcuni alberi, e alcune piante, o erbe salvatiche, come cipresso, ginepro, alloro, pugnitopo ec.

Avale. Avv. di tempo, e vale lo stesso  che Ora, Testè, Adesso.

Grandeggiare. Aver grandigia, far del grande. La Crusca cita questo unico esempio.

Alla reale. Qui è posto metaforicamente e vale lo stesso che alla buona, con sincerità ed ischiettezza.

Gaveggiare: Vagheggiare.

Stanza XV.

Indiritta. Avv. Dirittamente.

Poggiolino, Poggiuola. Picciol poggio, Poggetto.

V. L. Il Poggiolino.

Caldina, e Caldino. Dicono gli uomini di campagna a que' luog/ii, ove è caldo per lo percotimento del sole.

Questa stanza in tutte le moderne edizioni è mancante del sesto verso: essa ne mancherebbe ancor nella nostra, se la somma gerir tìlezza del coltissimo Sig. Marchese Pucci di Firenze non ce lo avesse procurato e trasmesso. Egli lo ha ottenuto dal Sig. Gaetano Poggiali di Livorno, tanto conosciuto pe' suoi ricchi tesori di cognizioni e di libri appartenenti alla Italiana Letteratura. Il verso è tratto dalla rarissima Edizione delle Poesie di Lorenzo, fatta in Firenze nel 1622. collazionato con l'altra pur di Firenze senz' anno, assai più corretta della prima. Nel verso seguente, il Sig. Poggiali crede' che debba forse leggersi Poi invece di Noi»

Stanza XVI.

Pelle pelle sposto avverbialm. vale poco adentro, e in superficie.

Burrone. Luogo scosceso, dirupato, e profondo.

Quincentro, Quaentro. V. i Deput. Decam. 69. e 89. Quicentro.

Stanza XVIII.

Metter in cesso, vale lo stesso che Metter in abbandono.

Stanza XX.

Somelle, sometta. Piccola soma.

Lo Spiletto, avendo un poco di capo rotondo, serve alle donne per fermarsi i veli in testa o per altri simili usi;

Ago per cucire. Gli antichi dicevan Agora per Aghi.

Stanza XXI.

Mulina , Mulino ha nel plurale: I Mulini e le Mulina.

E dassi de le man' nella scarpetta: Questo toccarsi il piede con la mano saltando, è proprio di una danza scomposta, ma porta seco la lode di non ordinaria agilità. Le donne di Lacedemone, le quali schive di ogni raffinala dilicatezza, erano molto destre nel saltare e in tutti gli Atletici esercizii, avevano un ballo che si chiamava βιβασις nel quale bisognava toccarsi col tallone il sedere.

Scambietto. Salto che si fa in ballando. Scambiettare, Saltitare, fare scambietti.

Stanza XXII.

Zacchera, Zaccherella, Zaccherozza. Qualunque cosa di poco pregio, Bagattella.

Ragione per Qualità, Sorta, Spezie.

Stanza XXIV.

Peritarsi : Esser timido, vergognarsi.

Stanza XXVI.

Dolciata. Ripiena di dolcezza.

Ricadìa. Malore ec.

Festa e maestra, come più sotto alla Stanza 40. perla e anella, e St. 42. santo e campo ec. Inesattezze di disinenza, che si dovevan forse emendare  con la pronunzia cantando.

Stanza XXVII.

Staffetta. Varch. Ercol. La Staffetta, secondo alcuni, è il crotalo antico.

Sveglione. Strumento antico da sonare col fiato, del quale s'è perduto l'uso.

Stanza XXVIII.

Lapa da Jacopo.

Madia. Spezie di cassa, usata per intriderci entro la pasta da fare il pane.

Sapa. Mosto cotto, e alquanto condensato nel bollire, che serve per condimento.

Forfecchia. Bacherozzolo, che si nasconde particolarmente nei fichi e ha una coda biforcata  a guisa di forbici.

Ch' è saporita più che non è il cacio.

Stanza XXIX.

Gora: Canale, per lo quale si cava l'acqua de' fiumi mediante le pescaje, o si riceve da fossati, che scendono da monti, per servigio de' mulini, o di qualsivoglia altra macchina mossa per forza d'acqua.

Salicone. Spezie di Salcio.

Stanza XXX.

Masa da Tommaso.

Stanza XXXI.

Salicale, Luogo pieno di Salici.

Stanza XXXIII.

Fa che tu sia giù nel vallone sceso: Questa voce mascolina, parlandosi di una donna, si può forse considerare, come un idiotismo assai frequente nelle bocche dei contadini; ad ogni modo gli scambiamenti di numero e di genere si trovano non tanto di rado negli antichi Scrittori Italiani.

Il vocabolo Scorto non è riportato dalla Crusca se non nei significati Scorcio, termine di Pittura; ( Menagio nelle Origini della Lingua Italiana, illustrandolo con le spiegazioni  che ne dà il Vasari nel suo Trattato della Pittura al Cap. 17.); come aggettivo da Scorgere cioè Veduto: per esprimere Accorto Avveduto, e insieme Guidato e Indirizzato. Ma nessuno di questi significati si adatta con precisione alla interpretazione di questo passo.

Stanza XXXIV.

Anche Polifemo serbava alla sua innamorata alcuni doni; ma questi erano tali, quali si convenivano al selvaggio carattere di lui.

Guascherino. Epiteto che si dà agli uccelli nidiaci.

Addarsi. Neutr. pass. Accorgersi, Avvedersi.

Stanza XXXV.

Sgherro. Varch. Stor. E dove già chi portava i capelli, e non si radeva la barba, era tenuto sgherro, e persona di mal afflare ec,

Stanza XXXVI.

Suoi. Questa voce  è accorciata  da suoli. Il Petrarca Son. 296. la scemò ancora dell'i finale.

Frassinella. Dittamo bianco, sorta d'erba.

Stanza XXXVII.

Beco da Domenico.

Ma io vi vo* venir con tante squadre.

Anche negli antichi poeti Grecia e Romani leggiamo, che gli amanti solevano qualche volta aprirsi a mano armata l'ingresso nelle case delle loro innamorate. Orazio nel lib. III. O. xxii. v. 6. rinunziando all'Amore, sospendeva nel tempio di Venere gl' istrumenti e le armi, di ch' egli si era servito, mentre aveva militato sotto le insegne di quella Dea.

Talvolta gli amanti si accompagnavano ancora con altre persone, come qui si propone di fare il Vallera, e come far pur voleva presso Teocrito, Idil. n. v. 119. l'Amante di Simeta.

Ch' i' meco ti merrò. - Merrà invece di menerà usato anche dal Boccaccio nell'Amorosa Visione .

Stanza XXXVIII.

Tutto lucidando. Lucidare: render chiaro, manifestare.

Stanza XLI.

Che par, che mi si sveglian tutti e' denti. Svegliano è da svegliare, lo stesso che svellere e sverre, poiché in tutti questi modi si dice.

Stanza XLII.

Dal Santo: cioè dalla Chiesa poichè con questo nome si chiamarono in Firenze le Chiese, come racconta il Borghini.

Stanza XLV.

Majo. Albero d'alpe; e per qualsivoglia albero generalmente.

                           per mirare

La gran variazion de freschi maj. Dant. Purg. C. 28.

Majo diciamo anche a quel Ramo d' albero  che i contadini piantano la notte di calende di Maggio avanti all'uscio delle loro innamorate, pieno d'orpello e di nastri.

Stanca XLVI.

Graticcio. Strumento di varie forme fatto per lo più di vimini.

Stanza XLVII.

Moscione. Picciolissimo animale volatile, che nasce per lo più nel mosto. Moscione, per ischerzo si dice un Gran bevitore.

Stanza XLIX.

Sparare. Propriamente Fender la pancia per cavarne gl'interiori.

Stanza L.

Baloccare. Dimorare, Fermarsi con perdimento di tempo.

Nanni da Giovanni.

 

Per rendere più completa questa raccolta di Poesie Rusticali

aggiungiamo anche la seguente Canzonetta dello stesso Lorenzo de Medici.

 

In Morte della  Nencia

Canzonetta rusticale.

Chi ha 'l core innamorato

Venga avale a far lamento

Di quel bel giglio ch' è spento

Della Neccia che ha tirato.

Ella avea cento amadori,

Nè ci ha gnun che se ne crolli,

Nè alcun che s'addolori,

O che le gote abbi molli.

Beco dice: quand' i' volli

Che la mi guatassi un tratto,

Ella mi fece un bell'atto,

La si volse 'nverso Prato.

Ell'avea quegli occhi belli

Che ravviluppava ognuno,

Ell'avea più uncinelli

Che non è punte in un pruno;

Non la vedeva nessuno

Che non andassi smarrito,

Ed appena che 'l marito

Gli volesse stare allato.

E gli venne la malìa

Di quel maledetto male,

Che si chiama la morìa

Che riparo non gli vale;

Ella l'ebbe ben cassale!

E così el suo Vallera,

Che cascò com' una pera

Dopo a lei come indozzato.

L'ha lasciate le bestiuole

Tutte fuori alla pastura,

Ognuna va dove vuole;

L'oche e i porci en per la stura;

E vicini hanno paura

Che 'l suo Beco sia perduto,

Perch'e' non s'è più veduto

Colle bestie o solonato. (*)

Non si canti or più la Nencia,

Poi che l'è morta e finita,

Aval più non si raccencia

Quella rosa scolorita:

La sua luna ell'ha fornita,

E la stoppa col capecchio

Nè lucignol, nè pennecchio,

Nulla a far non ha lasciato.

Or vanne la mia ballata,

Va ritrova le compagne;

Porta lor questa imbasciata:

Di' che vivin liete e magne,

Lascia pur piagner chi piagne,

Ed a tutto il lor potere

Diensi sollazzo e piacere

Con ciascuno innamorato.

(*) Questa voce non si legge nella Crusca: sembra che voglia significare solo affatto.

 

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Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2011