Giacomo Leopardi

Discorso sopra Mosco

con la traduzione di 8 Idilli e 1 epigramma

 Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, con introduzione di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. I, Sansoni editore, Firenze 1969

Scritto nel 1815; il Discorso è stato pubblicato per la prima volta nello «Spettatore» di Milano il 31 luglio 1816 e le versioni sui numeri del 15 agosto, 31 agosto, 30 settembre, 15 novembre dello stesso anno.

 

 

La Vita di Mosco è tanto poco conosciuta, che alcuni hanno pensato a torsi d’innanzi questo personaggio, confondendolo con Teocrito, e hanno creduto che il vero nome di questo poeta sia Mosco, non essendo Teocrito che un soprannome datogli a cagione della fama che si era acquistata coi suoi componimenti: poiché Teocrito vale; uomo di divino giudizio. « Essendosi reso insigne nella poesia buccolica, » dice l’autor greco della Vita di Teocrito, « venne in gran credito, e, secondo alcuni, fu perciò chiamato Teocrito, e cangiò in questo il suo proprio nome di Mosco. » Questa opinione è falsa. L’autore degl’Idilli attribuiti a Teocrito, e di quelli che si hanno sotto il nome di Mosco, non può essere un solo. Sono essi di due caratteri troppo opposti fra loro. D’altronde Servio, Stobeo, Eudocia Augusta [1], Suida [2] distinguono manifestamente l’uno dall’altro i due poeti. Di più Mosco stesso fa menzione di Teocrito nel suo canto funebre per la morte di Bione: ciò che decide ogni controversia.

La patria di Mosco fu Siracusa, se crediamo a Suida [3], e converrà pur credergli, poiché non abbiamo motivi per non farlo. Certo dall’Idillio sopra Bione e da quello sopra l’Alfeo ed Aretusa, apparisce che egli era di Sicilia. Mosco fu dunque compatriota di Teocrito.

L’età, in cui egli visse, non è fuori di questione. Suida ci dice che egli fu discepolo di Aristarco Grammatico [4], il quale, per testimonianza dello stesso Suida [5] e di Eusebio [6], visse al tempo di Tolomeo Filometore intorno all’Olimpiade CLVI. Teocrito fiorì sotto Tolomeo Filadelfo, verso l’Olimpiade cxxx. Da ciò seguirebbe che egli fu di circa un secolo anteriore a Mosco. Ma come è dunque che questi, nell’Idillio sopra Bione, suo maestro, dice che Teocrito si duole della morte di lui? Ciò ha fatto credere a Longepierre e ad altri che Mosco sia stato non solamente compatriota, ma anche contemporaneo di Teocrito. Il Fabricio però ha amato meglio attenersi a Suida, dicendo che gli argomenti addotti da Longepierre contro la di lui opinione non sono invitti [7]. Ma egli non ha mostrato che in realtà non lo sieno, e a dir vero io credo che ciò possa farsi appena. Infatti nel citato Idillio dice Mosco che Ascra piangea Bione più che Esiodo, la Beozia più che Pindaro, Lesbo più che Alceo, Teo più che Anacreonte, Paro più che Archiloco, Mitilene più che Saffo; ma di Siracusa, che sembra essere stata la seconda patria di Bione, non dice, ciò che sarebbe stato ben naturale, che essa lo compiangea più di Teocrito: all’opposto, annoverando i pastori che si attristavano per la sua morte, dice che Teocrito la piangea tra i Siracusani. Quindi parmi che si abbia avuta molta ragione di dedurre che Bione e Mosco sono stati contemporanei di Teocrito. Quanto a M. Poinsinet de Sivry, che nelle Vite di Bione e di Mosco premesse alla traduzione francese delle loro poesie, dice che il secondo di questi poeti fu ami du fameux Aristarque et contemporain de Théocrite, noi ci congratuliamo con lui della sua comoda cronologia.

Avendo fatto Mosco discepolo del grammatico Aristarco, Suida lo fe’ anche grammatico esso stesso. « Mosco, » dic’egli [8], « grammatico siracusano, discepolo di Aristarco, è dopo Teocrito il secondo scrittore dei drammi buccolici. Scrisse ancor egli poesie buccoliche ». Veramente egli si mostra poco caritatevole verso il nostro povero seguace delle Grazie, che trasforma così in un accigliato grammatico, e, quel che è peggio, del genere di quelli che chiamavansi Aristarchei. Noi però non avremo difficoltà di fargli provare un simile trattamento, non prestandogli veruna fede. Infatti, dimostrato Mosco non fu discepolo di Aristarco, che mi sembra provato da quello che ho là detto, io penso che sia mostrato eziandio che egli non fu grammatico. Quanto all’errore di Suida, sospetto che gli abbia abbia dato luogo un altro Mosco, di cui Ateneo, oltre alcuni libri di meccanica [9], cita la esposizione dei vocaboli usitati in Rodi, opera che sembra convenire ad un grammatico [10]. Questa però è una semplice congettura, che forse non merita alcuna considerazione.

Ciò che sappiamo di certo intorno al nostro Mosco, è che egli apprese la poesia buccolica da Bione. Ce lo fa sapere egli stesso nel suo canto funebre per la morte dí questo poeta:

Ed io pur anche

Per te, caro, mi dolgo, e or vo cantando

Un mesto Ausonio carme, io non ignaro

Del metro pastoral, che a me mostrasti,

E a’ discepoli tuoi, cui festi eredi

Del Doriese canto. Ad altri i beni

Morendo in don lasciasti, a me la musa.

Ecco quanto conosciamo della vita di Mosco.Tutto il resto ci è ignoto.

V’ha grande apparenza che ci sia sconosciuta similmente la maggior parte dei suoi Idilli. Infatti il luogo di Suida, che ho riferito poco sopra, non par che possa accordarsi col piccolissimo numero degl’Idilli che ci rimangono, i quali non montano a più di sette o otto. Né verosimil pare che Servio per otto soli Idilli abbia nominato Mosco come uno dei  principali poeti buccolici [11]. Quattro degl’Idilli che ci restano, cioè i primi e i più lunghi, sono stati stampati più volte tra quelli di Teocrito. Questi furono inseriti nella raccolta di poesie buccoliche da un contemporaneo di Artemidoro grammatico A poco a poco si tralasciò di premettere a ciascuno di essi il nome di Mosco, e tutti quegl’Idilli, ad eccezione del primo, ci sono pervenuti, per negligenza dei librai, sotto il nome di Teocrito, ciò che è accaduto ancora ad un Idillio di Bione, e forse anche ad altri Idilli. Fulvio Ursino ed Enrico Stefano si sono occupati in distinguere i componimenti di Teocrito da quelli di altri autori, e col mezzo delle loro fatiche siamo giunti a conoscere che tre Idilli, attribuiti a Teocrito, debbonsi veramente a Mosco. Un altro Idillio di questo poeta, benché si trovasse fra quelli di Teocrito, conservava nondimeno nel titolo il nome dei suo autore. È ancora incerto se tutti gl’Idilli, che si leggono ora sotto il nome di Teocrito, gli appartengano veramente, ed è pur verosimile che tra essi se ne trovi qualcuno di altro poeta, e forse anche di Mosco ma difficil cosa è il determinare quali siano di altro autore. Ciò non può farsi se non coll’aiuto dei manoscritti.

Il primo e il più celebre degl’Idilli di Mosco ha per titolo: Amor fuggitivo. Que sto è il ventesimo primo Idillio tra quelli di Teocrito nelle antiche edizioni di questo poeta. Alcuni, non so per qual ragione, l’hanno attribuito a Luciano, e Amor fuggitivo è stato impresso anche tra le opere di questo scrittore. Ma in verità l’Idillio è di Mosco, e a lui l’ascrive anche Stobeo [12]. Sembra che egli abbia tolta la idea di Venere, che va in traccia di Amore smarrito, dall’ode trentesima di Anacreonte, in cui si finge che quella dea cerchi il suo figliuolo fatto prigione dalle Muse, recando seco il suo riscatto. E non altri che Mosco poté avere in vista un anonimo, allorché tradusse il luogo di Anacreonte così:

Vener priva del suo figlio,

Mille baci ora promette

A chi sotto il mesto ciglio

Il fanciullo le rimette.

Certo non presso Anacreonte, ma bensì presso Mosco, Venere promette baci a chi le rechi innanzi il figlio perduto. Il Tasso deve a Mosco l’idea, che serve di materia al prologo del suo Aminta. Il nostro poeta avea fatto parlar Venere, ed egli fa parlare Amore fuggito, e sottrattosi al potere della madre. Fa uso pure di qualche pensiero tratto evidentemente dall’Idillio di Mosco: come allorché fa dire ad Amore [13]:

Ella mi segue

Dar promettendo a chi m’insegna a lei

O dolci baci, o cosa altra più cara,

Quasi io di dare in cambio non sia buono

A chi mi tace, o mi nasconde a lei,

O dolci baci, o cosa altra più cara.

Finge ancora che’ Amore per non essere riconosciuto abbia deposto alcuni dei contrassegni che Mosco fa descrivere a Venere minutamente [14].

Ma per istarne anco più occulto, ond’ella

Ritrovar non mi possa ai contrassegni,

Deposto ho l’ali, la feretra e l’arco.

In somma, la fuga di Amore cantata dal Tasso, non è diversa da quella cantata da Mosco, e il discorso di Venere messo in versi da questo poeta, e quello di Amore conservatoci dal Tasso, sono due scene di una stessa azione.

Il secondo Idillio di Mosco s’intitola Europa. Esso fu attribuito a Teocrito, e nelle vecchie edizioni di questo trovasi nel ventesimo luogo. Salvini ed altri lo hanno tradotto insieme cogli Idilli di quel Buccolico. Longepierre recando in francese le poesie di Mosco ha lasciato Europa da banda. Ma sì lo stile, sì due mss. veduti dall’Ursino, mostrano che questo Idillio è del nostro poeta. Sembra che Orazio [15] ed Ovidio [16] l’abbiano imitato in qualche parte. Il cav. Marino nell’Idillio che intitolò Il Rapimento d’Europa non fe’ che dilatare e allungare, vale a dire, corrompere quello di Mosco, di cui spesso tradusse anche fedelmente interi luoghi.

Il Canto lunebre di Bione, ossia il terzo Idillio di Mosco, che parmi la sua poesia più bella, e che certamente è un capo d’opera nel genere lugubre pastorale, occupa nelle antiche edizioni di Teocrito il decimonono luogo. Ma senza bisogno dei mss. si conosce facilmente leggendo lo stesso Idillio, in cui si fa menzione dí Teocrito, che esso non può appartenere a questo poeta.

Il quarto Idillio di Mosco, che ha per titolo Megara moglie d’Ercole, è il ventesimosesto nei vecchi esemplari impressi di Teocrito. Esso però si attribuisce generalmente al nostro poeta, benché M. Poinsinet de Sivry lo abbia omesso nella sua traduzione di Mosco.

Ciascuno di questi quattro Idilli ha nel greco il suo proprio titolo. Gli altri quattro ne mancano, perché non ci son pervenuti né in una raccolta d’Idilli, come i quattro primi, né in manoscritti particolari, ma in una collezione di detti e di frammenti d’ogni genere.

Il quinto Idillio i di Mosco, conservatoci da Stobeo [17], fu intitolato da M. Poinsinet de Sivry La paresse, ed io avrei adottato questo titolo, se i termini italiani di prigrizia, infingardaggine, poltroneria, non mi fossero sembrati troppo grossolani per un Idillio di Mosco, che però amai meglio lasciar senza titolo.

Il sesto Idillio, trasmessoci pure da Stobeo [18], non è più lungo di otto versi nel greco. Lo intitolai Gli amanti odiati, ed ebbi la sventura di credere questo titolo più convenevole all’Idillio di quello veramente espressivo, che vi ha posto M. Poinsinet de Sivry: La Chaîne.

L’Idillio settimo, che non è men breve dei precedente, e che devesi, com’esso, a Stobeo, fu intitolato da me L’Alfeo ed Aretusa; da M. Poinsinet de Sivry Le fleuve e Alphée.

L’ultimo Idillio, che intitolai Espero, essendo brevissimo, è veramente leggiadro, e farebbe grande onore a Mosco se gli appartenesse. Ma a dir vero, benché abbia prevaluto l’opinione, che lo attribuisce a questo poeta, e benché essa sia adottata universalmente sì dai traduttori di Mosco, che da altri scrittori, convien confessare nondimeno che essa è quasi evidentemente falsa. Presso Stobeo, che ci ha conservato quell’Idillio, esso segue immediatamente un altro Idillio di Bione, e precede il sesto Idillio di Mosco. Ciò forse ha dato luogo all’equivoco; ma i margini di Stobeo favoriscono Bione, a cui pure l’attribuisce Arsenio vescovo di Monembasia, scrittore greco del secolo decimosesto. Nondimeno attribuendosi generalmente questo Idillio a Mosco, non ho tralasciato di tradurlo.

Ho chiamato Idilli e non frammenti queste ultime quattro poesie che si hanno presso Stobeo. Racchiudendo ciascuna di esse un pensiero compito, ho creduto che possano giudicarsi intere, benché dalla collezione dei citato raccoglitore non sia possibile trarre alcun lume sopra di ciò.

Ci rimane anche un epigramma di Mosco, che ha per titolo: Amore arante. Molti lo hanno tradotto o imitato; Mutinelli fra gli altri in quel madrigale:

Gittando Amor la face e i dardi suoi,

Prende gli arnesi d’arator bifolco;

E stimolando i buoi,

Sparge i semi nel campo, e forma il solco.

Poscia rivolto al ciel, fa che risponda

A l’ardue mie fatiche,

Disse, o Giove, la terra; e sia feconda

Delle bramate spiche;

Se d’Europa non vuoi converso in toro’

Qui servir sotto il giogo al mio lavoro.

Questa è imitazione; quella di Pagnini è traduzione:

Posto giù face e strali, ad armocollo

Un zaino Amore e un pungolo si tolse,

E avvinto al giogo il tollerante collo

De’ buoi, un solco a lavorar si volse.

Gridò Poi volto a Giove: o i campi miei

Feconda, o bue d’Europa arar tu dei.

M. Poinsinet de Sivry volendo tradurre l’epigramma di Mosco, ci ha dati questi versi:

Jupiter à l’Amour dit un jour en colère,

Je briserai tes traits, ton arc, et ton carquois.

Penses-tu m’effrayer, dit le Dieu de Cythère?

Et si je te rends cygne une seconde fois?

Egli è degnissimo di scusa per un errore che benché alquanto ridicolo, merita molta compassione. L’epigramma che egli ha tradotto non è quello di Mosco. Esso è un  altro epigramma di diverso autore, e sicuramente M. de Sivry avea le traveggole quando lo confuse con quello del nostro poeta. Carlo Maria Maggi lo tradusse così:

Giove disse ad Amor: frangerti un giorno

Vuo’ quello stral maligno.

Rispose Amor: ma se a ferirti io torno,

Lasci l’aquila altera, e torni cigno.

Zappi l’imitò in quel madrigale:

Disse Giove a Cupido:

Che sì fanciullo infido,

Ch’io ti spennacchio l’ali,

E ti spezzo quell’arco, e quegli strali?

Eh, padre altitonante,

Tante minacce, e tante?

A quel ch’ascolto, hai voglia di tornare

A far due solchi in mare

Colle corna da bove.

Disse Cupido a Giove.

Così anche il Bettinelli [19]:

Giove. Che sì che d’arco e strale

    Ti spoglio, o d’ogni male,

    Fanciullo, autor maligno.

Amore. Spogliami pur, se vuoi, padre immortale.

    Ma s’io ti vesto in toro, in serpe, in cigno?

L’epigramma di Mosco è tratto dall’Antologia [20], come anche quello che Poinsinet ha tradotto in luogo suo [21].

Daniele Heinsio attribuisce a Mosco l’Idillio ventesimo tra quelli che si hanno sotto il nome di Teocrito, intitolato Il Bifolchetto, e l’Idillio ventesimo settimo, che ha per titolo, Colloquio di Dafni e di una lanciulla, e che Longepierre recò in francese insieme con le poesie di Mosco. Io tradussi il primo di questi Idilli moderandone qualche espressione troppo pastorale, ma confesso che volendo tradurre l’altro, e avendo messe le mani all’opera, mi perdei di coraggio, e per non essere obbligato a mutilarlo, come ha fatto il P. Pagnini, risolsi di desistere affatto dall’impresa. Infatti, alcuni luoghi di quell’Idillio sono intollerabili. Del rimanente la congettura dell’Heinsio non è adottata, e non merita di esserlo, poiché lo stile di Mosco è diversissimo da quello dei mentovati Idilli, nei quali spicca forse più che altrove quel carattere di Teocrito, che M. di Fontenelle accusava di rozzezza [22]. In essi l’amore è dipinto con tratti grossolani, che possono dirsi osceni, e che non hanno nulla che fare colle grazie di Mosco. Taccio che Stobeo, attribuì manifestamente a Teocrito l’Idillio che non ho tradotto, poiché ne citò sotto il suo nome il quarto verso [23].

Mosco, disse Bettinelli [24], non somiglia a Teocrito così che paiano un solo. Infatti, i caratteri dell’uno e dell’altro sono ben diversi. Sì Teocrito che Mosco sono originali, giacché Mosco non è un copista come Virgilio, ma cantando ambedue sopra le stesse materie, e coltivando lo stesso genere di poesia, hanno seguìto due strade diverse. Teocrito d’ordinario è più negletto, più povero d’ornamenti, più semplice, e talvolta anche più rozzo. Mosco è più delicato, più fiorito, più elegante, più ricco di bellezze poetiche artificiose. In Teocrito piace la negligenza, in Mosco la delicatezza. Teocrito ha nascosto più accuratamente l’arte, di cui si è servito per dipingere la natura. Mosco l’ha lasciata trasparire un pocolino, ma in un modo che alletta, e non annoia, che fa gustare e non sazia, che mostrando solo una parte, e nascondendo l’altra, fa desiderare di vedere ancor questa. La natura nelle poesie di Mosco non è coperta dagli ornamenti, non è offuscata dalle frasi poetiche, non è serva dell’arte. Questa viene ad assidersi al fianco della natura, e la lascia comparire in tutto il suo splendore. Mosco è un poeta civilizzato, ma non corrotto; è un pastore che è sortito qualche volta dalla sua villa, ma che non ha contratto i vizi dei cittadini; è il Virgilio dei Greci, ma un Virgilio che inventa e non trascrive, e che inoltre canta in una lingua più delicata, e in un tempo che conserva alquanto più dell’antica semplicità. Questa da Mosco fu sottomessa all’arte, ma non guasta, anzi talvolta fu lasciata spaziare liberamente. È stato detto che egli piace anche a quelli che sono accusati di non saper gustare la semplicità degli antichi. A giudizio di M. Poinsinet de Sivry egli l’ha conservata più di Bione. « Sembra, » dic’egli, « che Mosco non somigli al suo maestro, se non quando questo somiglia a Teocrito. Ambedue però mi lusingano e m’incantano. Io lascio collo stesso dispiacere la ninfa di Bione ed il pastore di Mosco [25] ». Questi comunemente è posposto a Teocrito. Servio dice che questo poeta è migliore sì di Mosco che degli altri Buccolici [26]. Il P. Rapin [27], dopo aver parlato di Teocrito e di Virgilio, dice solo che gl’Idilli di Mosco e di Bione hanno essi pure grandi bellezze ed anche grandi delicatezze. Blair però scrive che questi due poeti, se cedono nella semplicità a Teocrito, lo vincono nella tenerezza e nella delicatezza [28]; e M. de Fontenelle si è dichiarato apertamente più favorevole a Mosco che a Teocrito, di cui ha trovato molto difettosi i componimenti. [29] Tiraboschi non ha osato entrar giudice del merito dei due poeti, ed ha amato meglio attenersi al silenzio. Quanto a me, non ardisco anteporre Mosco a Teocrito, che ha bellezze inarrivabili, e che fra gli antichi è per eccellenza il poeta dei pastori e dei campi, ma non ho difficoltà di dire che a qualcuno dei suoi Idilli nel quale domina quello stile austero, che ci pone innanzi agli occhi le genti di campagna con tutta la loro ruvidezza, io preferisco le graziose e colte poesie di Mosco. Chi infatti non si sente allettato dal leggiadro pastore che ci trattiene col canto funebre di Bione, più che dal villano bifolco, che nell’Idillio ventesimo di Teocrito si lagna perché Eunice l’ha beffato, e rimproverandogli la sua deformità e il cattivo odore che avea intorno, ignominiosamente gli ha volte le spalle? Ognuno può facilmente fare il paragone di questi due Idilli, poiché io ho tradotto anche quello di Teocrito, che male a proposito è stato attribuito al nostro poeta, come ho detto di sopra.

Basta il gran numero dei traduttori di Mosco a far conoscere in qual pregio si siano sempre avute le poche poesie, che di lui ci rimangono. Adolfo Metkerck [30], Lorenzo Gambara [31], Bonaventura Vulcanio [32], Davide Withford [33], lo tradussero in versi latini. Con traduzione pur latina prosaica lo pubblicarono Giovanni Crispini [34], Commelin [35], Giacomo Lect [36], e gli editori del Teocrito d’Oxford [37]. Enrico Stefano, che l’avea pubblicato nella sua Collezione dei poeti principi Heroici carminis [38], ne inserì ancora tre Idilli in un’altra raccolta di brevi componimenti sì greci che latini [39], e lo unì poi agl’Idilli di Teocrito e di Bione nelle edizioni che fece di questi poeti[40]. Winterton gli diè luogo nella sua Collezione dei poeti minori [41]. Lo pubblicò quindi lo Schier con note di vari autori unitamente agli Idilli di Bione [42]. Il Poliziano recò in versi latini il primo Idillio di Mosco, che fu pur tradotto poeticamente in latino da un anonimo, la cui versione venne pubblicata allato del testo greco di quell’Idillio dato in luce sotto il nome di Luciano insieme colle sue opere [43]. Giovanni Vorst [44] e Girolamo Freyer [45] inserirono, il quarto Idillio di Mosco nelle loro raccolte di Poesie Greche scelte. In francese, dopo Longepierre [46], tradusse Mosco, per tacere di altri, M. Poinsinet de Sivry, membro della società reale di scienze e belle lettere di Lorena il quale raccolse le poesie d’Anacreonte, di Saffo, di Bione, di Mosco, di Tirteo, ed alcuni epigrammi tratti dall’Antologia in un piccolo volumetto che comparve per la quarta volta [47] col titolo: Anacréon, Sapho, Moschus, Bion et autres Poètes Grecs, traduits en vers français. Questo libro ha ottenuto qualche celebrità, ha avuto l’onore di alcune satire, di che l’autore si è applaudito. In una lettera a ... D*** stampata appiè del volume, egli dice di aver tradotto Anacreonte per mostrare la falsità di quel pregiudizio, che ha fatto credere per lungo tempo che i Francesi sarebbero mai riusciti a tradur bene in versi Anacreonte. La sua intenzione è lodevole, ma io credo che i Francesi ringrazienno il loro nazionale della sua buona volontà e rinunzieranno alla prova, di cui egli ha voluto fornirli, della pieghevolezza della loro lingua. Infatti, per uno strano accidene M. Poinsinet ha confermato il pregiudizio che voleva distruggere. Né poteva essere altrimenti. Un poeta tutto grazie, che svaniscono quasi al solo tocco, e che non soffrono la menoma alterazione; un poeta per cui ogni straniero abbellimento è una macchia, ogni benché leggera amplificazione, un corrompimento, ogni nuova pennellata, uno sfregio; un poeta, che è il vero esemplare dell’antica semplicità, sì facile a perdersi e a disparire, come potea tradursi da chi ignorando, per quanto apparisce, perfettamente il Greco, era incapace di gustare quella leggiadria, che questo idioma conferisce ai delicatissimi componimenti di Anacreonte, e per conseguenza era incapace di sentire una terza parte delle bellezze di cotesti componimenti, e, quel che più importa, non era atto a conoscere il gusto vero e ad afferrare la vera idea della fantasia poetica di quel Lirico? Una parafrasi di Anacreonte è un mostro in letteratura. Anacreonte parafrasato è un ridicolo: la sua grazia diviene bassezza, la sua semplicità, affettazione: egli annoia e sazia al secondo istante. Parafrasato poi alla francese, Anacreonte può invidiare veramente i Bavi ed i Mevi. Per dare dunque una idea dell’opera di Poinsinet, basti dire che egli ci ha dato una parafrasi francese di Anacreonte. Questi nella sua traduzione è uno spiritoso scrittor di versetti, un dicitore di bons-mots un Greco vestito alla parigina, o piuttosto un Parigino vestito mostruosamente alla greca. Per trarre un esempio dalla prima Ode, veggasi come egli ne traduce il principio:

J’allais chanter les Héros

Sortis de Thèbe et d’Argos,

Mais au fils de Cythèrée

Ma lyre était consacrée.

Chiamar Cadmo e gli Atridi gli eroi di Tebe e di Argo, e Amore il figlio di Citerea, è far uso di perifrasi che come ognun vede, tolgono la semplicità e guastano un’Ode di Anacreonte. Poinsinet però se ne serve assai spesso, e con ciò mostra di non avere inteso in che consista il pregio delle odi di quel poeta. Anacreonte non fa uso che della parola droéson per esprimere la rugiada in quel luogo [48] che Poinsinet ha tradotto così:

Pour toi l’amante de Céphale

Répand dès l’aube matinale

Le tendre tribut de ses pleurs.

Far dire da Anacreonte alla cicala:

Pour toi la boîte de Pandore

N’eut point de maux contagieux,

non è egli bel pensamento? È pur grossolana la conchiusione della bellissima ode, in cui Anacreonte fa parlare una colombella a un passaggero:

Mais adieu, je me retire;

Le jour tombe, il m’avertit

Qu’enfin j’en pourrais trop dire;

Et j’en ai déjà trop dit.

Qual differenza dai delicati versi di Ariacreonte [49], che il nostro De’ Rogati ha tradotti così:

Tutto or sai, vanne felice;

D’una garrula cornice

Tu mi hai resa omai peggior.

Ecco l’ode ottava di Anacreonte tradotta da Poinsinet:

Dans une débauche agréable,

Cédant aux douceurs du repos,

Ivre des plaisirs de la table,

La nuit me versait ses pavots.

Une tendre et douce chimère

Vient alors flatter mes espríts;

Soudain je me trouve à Cythère

Parmi les plaisirs et les ris.

Sans songer à mes cheveux gris,

je poursuivais de près Glicère;

J’avais atteint Lise et Cloris.

En vain mes rivaux en arrière,

M’accablent d’injustes mépris;

je touche au bout de la carrière

Dont cent baisers furent le prix.

Paragonisi ora questa traduzione col testo greco di Anacreonte, ovvero colla versione quasi letterale che qui ne darò, e veggasi se è possibile raffigurare l’ode del poeta greco in quella del Doeta francese: « Dormendo di notte sopra tappeti di porpora, rallegrato dal vino, sognai di correre velocemente colla estrema punta dei piedi, scherzando con uno stuolo di vergini. De’ giovinetti più delicati di Bacco mì rimproveravano e mi deridevano con parole pungenti a cagione di quelle belle fanciulle. Ma mentre io voleva baciarle, tutti col sonno mi fuggirono dagli occhi, ed io misero, rimasto solo, cercai di addormentarmi di nuovo ». Poinsinet non ha tradotta la terza ode di Anacreonte sopra Amore ricevuto in casa di notte dal poeta. Egli dice che non ha osato farlo dopo La Fontaine. La sua modestia è esemplare, ma, povero Anacreonte, se muno avesse ardito tradurre quell’ode bellissima meglio di La Fontaine! A quel versi sì delicati, coi quali Anacreonte descrive l’ora di mezzanotte, che il De’ Rogati ha tradotti in questa guisa:

Quando alla man d’Arturo

S’aggira l’Orsa intorno;

Giunta del corso oscuro

La notte alla metà;

Quando dall’opre cessa,

E chiude al sonno i lumi

Dalle fatiche oppressa

La stanca umanità.

La Fontaine ha sostituiti questi altri di sua invenzione:

J’étais couché mollement

Et contre mon ordinaire

Je dormais tranquillement.

E dove sono in Anacreonte quei versi degni di un comico volgare:

Lui, regarde si la pluie

N’a point gâté quelque peu

Un arc, dont je me méfie.

Je m’approche toutefois...

Je dis: pourquoi craindre tant?

Que peut-il? c’est un enfant.

Ma couardise est extrême

D’avoir eu le moindre effroi;

Que serait-ce, si chez moi

J’avais reçu Polyphême?

Chi non giurerebbe che cotesti poeti francesi non conoscono né Anacreonte, né la poesia greca, né la naturg dei componimenti che traducono?

Quanto a Mosco, Poinsinet l’ha trattato crudelmente. Lasciando libero il freno al suo genio innovatore e distruggitore, egli ha troncato, aggiunto, cangiato; fuggendo intanto disperatamente le grazie, la venustà, la delicatezza e la semplicità di Mosco. Benché il suo stile sia bastantemente diffuso, l’Idillio sopra Europa, che egli ci ha dato, è più breve della metà di quello del poeta greco. Esso è in conseguenza un componimento tutto nuovo. Io non ne recherò che un passo paragonandolo colla versione del Salvini, la quale essendo la più fedele che abbiamo in lingua italiana, fa ora più che qualunque altra al caso nostro. Ecco la descrizione delle figure scolpite sul canestro di Europa tradotta da Poinsinet:

On y voyait lo transformée en génisse,

Paissant au bord du Nil de son malheur complice,

Et les flots argentés de ce fleuve puissant,

De sept bouches sortis, s’accrottre en bondissant.

Argus n’est plus; les yeux de ce gardien peu sage

Ornent dejà du Paon le superbe plumage,

Qui tel qu’un riche voile étalant ses trésors,

Embrasse la corbeille; et couronne ses bords.

Ecco la medesima tradotta fedelmente dal Salvini:

Eravi d’oro Ion d’Inaco figlia,

Vacca ancor, né di donna avea sembiante;

Con quattro piedi il suo cammin facea,

E per le salse onde sen gìa notando:

Fabbricato d’azzurro eravi il mare:

Uomini due sovra il ciglion del lito

Stavansi insieme rimirando quella

Vitelletta, che a nuoto il mar fendea.

Eravi Giove, che toccava quella

In dolce modo colla man divina;

E allato a quel, che mette in mar con sette

Bocche, fiume del Nilo, ei di bel nuovo

D’una leggiadra e ben armata vacca

In bellissima femmina mutolla.

Del Nilo la corrente era d’argento,

Di bronzo la vitella e d’oro Giove:

Della paniera sotto l’orlo intorno

Mercurio era intagliato, e a lui vicino

Disteso Argo vedeasi, ed abbattuto

Negli occhi, stati già sempre veglianti:

Dal fresco sangue sparso augel nascea

Superbo per le sue fiorite piume,

Che le penne spiegando in guisa d’una

Nave, che rotto l’Ocean passeggia,

Vago facea coperchio all’aureo vaso;

Tal della bella Europa era la cesta.

Penso che basti questo esempio a far conoscere il carattere della traduzione di Poinsinet che egli ha saputo conservare in tutto il resto del suo lavoro.

Taccio delle belle edizioni di Mosco greche e latine, date dal Zamagna [50], dal Bodoni, dal Teucher [51] e dei suoi traduttori tedeschi, di Lieberkühn [52] di Küttner [53], di Grillo[54] e di Manso. Venendo agl’Italiani, l’Amor fuggitivo di Mosco fu tradotto dall’Alamanni in versi rimati a due a due. Ecco principio di quell’Idillio nella sua traduzione:

Venere il figlio Amor cercando giva,

E chiamando dicca per ogni riva:

A chi m’insegna Amor da me fuggito,

 

Dono un bascio in mercede: e a chi sia ardito

Di rimenarlo a me, prometto e giuro

Ch’assai più gli darò d’un bascio puro;

Ha tai segni il fanciullo, e tali arnesi,

Ch’al suo primo apparir saran palesi.

Francesco Antonio Cappone [55], il Salvini [56], il Regolotti tradussero Mosco; il primo in versi lirici, gli altri due in isciolti. Di queste vecchie traduzioni non occorre parlare. Quella più moderna del Vicini in rima [57], è stata giudicata bassa prosa italiana. Quella del P. Pagnini in isciolti [58] merita più considerazione. Questo celebre traduttore ha conservato il gusto greco, ha dato una versione poetica e non una parafrasi, ha schivato l’affettazione, e ha scritti versi italiani e non barbari. Nondimeno una certa negligenza nel verseggiare, che rende di tratto in tratto i suoi versi alquanto duri, dispiace nella sua traduzione, e impedisce in parte di gustare le bellezze dei componimenti che egli ha tradotto. Ogni piccolo neo è visibile in quelle poesie, tutto il pregio delle quali consiste nella grazia e nella delicatezza. Il lettore, che v’incontra di tratto in tratto dei difetti, comincia ad annoiarsi, ed in poco tempo trova che quei componimenti lo saziano come le altre poesie ordinarie. La mediocrità, che i poeti debbono fuggir sempre, è da schivarsi in singolar guisa nei brevi canti, e specialmente del genere di quelli di Mosco. Ho cercato di evitare con cura il difetto del P. Pagnini, che in verità è molto piccolo, e che in qualche luogo è appena osservabile.

Io non dirò nulla della traduzione dell’Amor fuggitivo, fatta in versi Anacreontici da Pagani Cesa. Confesso che questa non mi sembra capace di soddisfare, e forse era difficile fare una buona traduzione di quell’Idillio nel metro che egli ha scelto.

La raccolta di alcuni Idilli di Teocrito, Mosco e Bione volgarizzati in rima dal signor Luigi Rossi, ristampata elegantemente in Padova dal Bettoni nel 1809 col testo originale, è troppo recente e troppo nota perché faccia d’uopo parlarne. Anche Girolamo Pompei pubblicò nel 1764, insieme colle sue prime Canzoni pastorali, alcuni Idilli di Teocrito e di Mosco tradotti in versi italiani; e Mosco e Teocrito, dice Pindemonte nell’elogio di quel letterato, si leggono veramente nelle sue traduzioni.

POESIE DI MOSCO

Idillio primo

Amore  fuggitivo

Venere un dì cercando Amor perduto,

Alto gridar s’udia; per sorte alcuno

Veduto avrebbe Amor pei trivii errante?

Il fuggitivo è mio: chi me l’addita

Sicuro premio avrà, di Cipri un bacio.

Che se trovato alcun mel tragga innanzi,

Non un mio bacio sol, più speri ancora.

A molti segni il mio figliuol tra venti

Distinguer puoi: bianco non è, ma il fuoco

Somiglia nel color, furbe ed accese

Ha le pupille, è di maligna mente,

Dolce nel favellar; lingua bugiarda,

Mellita voce egli ha; ma se si adira

È di selvaggio cor: garzon fallace,

Nemico a verità, brutal ne’ giuochi,

Crespe ha le chiome, e di tiranno il volto,

Brevi ha le mani, pur da lungi scaglia

Fino a Stige lo stral: fino a Plutone.

Nudo è di corpo, ma di mente ascosa;

D’ali vestito, come augel saltella,

Or di quello, or di questa in cuor si asside.

Picciolo ha l’arco, ma sull’arco il dardo,

Picciolo il dardo, ma che giunge al cielo.

Grave di acerbi strali al fianco appesa

Ha una faretra d’oro, e me pur anco

Spesso ferì con quelle frecce; in lui

Tutto tutto è crudel, ma più di tutto

Quella, che reca in man, piccola face,

Onde talor l’istesso sole infiamma.

Or se per caso il prendi, avvinto il traggi;

Non averne pietà; se piagner mostra,

Guarda che non t’inganni, e stretto il reca,

Se ride ancor; se vuol baciarti, il vieta:

Maligno è il bacio, e venenoso il labbro.

Che se pur dice: orsù, prendi, quest’armi

Tutte donar ti vo’; tu le ricusa;

Fallace è il dono, e fuoco son quell’armi.

Idillio secondo

Europa

Già Venere ad Europa, della notte

Nella terza vigilia, allor che omai

Era presso il mattino, un dolce sogno

Mandò, quando il sopor sulle palpebre

Più soave del mel siede, e le membra

Lieve rilassa, ritenendo intanto

In molle laccio avviluppati i lumi:

Quando lo stuol dei veri sogni intorno

Ai tetti errando va. Nelle sue stanze

Vergine ancor dormia la bella Europa,

Di Fenice la figlia [59]. In sogno vide

Per sé far lite due regioni opposte.

Ambe di donne avean l’aspetto, e l’una

D’Asia parea, l’altra straniera: or quella

Alto sclamar s’udiva, e la fanciulla

Chieder con forti grida, e dir che madre

L’era e nutrice: l’altra colle braccia

Europa a sé traea robustamente,

E gridava già scritto esser nei fati

Che la donzella a lei l’Egioco Giove

Recasse in don. Né resisteva Europa,

Ma palpitante il cor batteale in seno.

A un punto si destò, balzò dal letto,

Che visto aver credeva, e non sognato.

Sedeva taciturna, e benché desta

Ambe le donne ancor negli occhi avea.

Alfin, poi che si scosse, e qual dei Numi,

Disse, mi spedì mai questi fantasmi?

Quai sogni mi turbar, mentre tranquilla

Sul mio letto dormia sì dolcemente

Nelle mie quiete stanze? E quella donna

Che straniera parea, che rimirommi

Come sua figlia, e con sì dolce volto

M’accolse, m’abbracciò, seco mi trasse,

Oh quanto ancor mi piace! e chi fia mai?

Deh fate, o Numi, voi, che questo sogno

Per me si volga in ben. Così diss’ella.

Quindi rizzossi, e corse tosto in traccia

Delle compagne sue, dolci compagne,

Tutte d’età, di nobiltà, di voglie

A lei conformi. Ella solea con queste

Tutto il dì sollazzarsi, e allor che al ballo

Si disponeva, e quando sulle rive

S’abbellia dell’Anauro, e quando al prato

China cogliea tra l’erbe i bianchi gigli.

Presto incontrolle, esse veniano, e in mano

Recavan tutte un cestellin da fiori.

Andaro ai prati, presso cui dal lido

Azzurra si stendea l’ampia marina:

Quivi solean raccorsi [60], e quivi insieme

Godean concordi e delle fresche rose,

E del fiottar monotono dell’onda.

Seco recava Europa un cestin d’oro,

Bellissimo a vedersi e di Vulcano

Opra stupenda. Questi a Libia, allora

Che al talamo recossi di Nettuno,

Lo scotitor della terrestre mole,

In dono il diede, e Libia alla sua nuora,

Alla bella il donò Telefaessa:

Questa ad Europa, alla sua vergin figlia

Fatto quindi ne avea nobil presente.

Con arte industre in quello erano espresse

Mille cose vaghissime e lucenti.

Effigiata in or vi si vedeva

Io sventurata, d’Inaco la figlia [61],

Che priva ancor del femminil sembiante,

E giovenca all’aspetto, il salso mare,

Co’ piè scorreva, di chi nuota in guisa.

Di ceruleo color v’erano i flutti,

E v’eran due, che da un ciglion del lido

Stavano insieme il mar mirando, e quella

Che il mar guadava candida giovenca.

Giove in atto pietoso eravi sculto,

Che mollemente colla man divina

Ad Io palpava il dorso, e di vitella

Dalle leggiadre corna, alfine in riva

Poi ch’era giunta al Nil di sette bocche,

La ritornava in donna, e le rendeva

Così le antiche sospirate forme.

L’acqua del Nilo espressa era in argento,

In bronzo la giovenca, e Giove in oro.

Del panierino sotto agli orli intorno

Scolpito era Mercurio, e presso lui

Argo giacea disteso, Argo vegghiante,

E d’occhi adorno cui mai chiuse il sonno.

Dal suo purpureo sangue augel nascea,

Pel color vario de’ suoi vanni altero,

Che come al mare in sen rapida nave,

Superbamente dispiegando l’ali,

Al cestellino d’or gli orli copria.

Tal d’Europa leggiadra era il paniere.

Poiché scese lo stuolo ai prati ameni,

Erravan le donzelle, qual d’un fiore,

Qual fea d’un altro il suo sollazzo: e queste

Il narcisso cogliean che grato olezza,

Quelle il giacinto, altre serpillo, ed altre

Mietean viole pallide. Frattanto

In copia sparse di que’ prati alunni

Di primavera, spicciolate foglie

Cadan sul verde suol. Givano alcune

Del croco in traccia, e ne cogliean la chioma.

Ma in mezzo a tutte, come tra le Grazie

La Dea cui l’onde partorir del mare,

Splendea regina Europa, e delle rose

Tra le fronde sceglieva il fior vermiglio.

Breve diletto! omai non più dai fiori

Trarrà piacer, né la verginea fascia

Intatta serberà. Giove la vide,

E ne fu tocco e si diè vinto al dardo

De la Ciprigna Dea che sola puote

Domar lo stesso onnipotente Giove.

La vide, e per fuggir l’ire moleste

Della gelosa Giuno, e l’inesperta

Verginella ingannar, celossi il nume

Sotto mentite spoglie e si fe’ toro;

Non quale ingrassa entro le stalle, o quale

Aggiogato trascina onusto carro:

Ma biondo il corpo tutto, e armato il capo

Di corna uguali, alla lucente faccia

Simili appunto di novella luna.

Discese al prato, e non recò spavento

A quello stuol di vergini che tutte

Sentìr desio di farglisi dappresso,

E careggiar l’amabile giovenco.

Esso spargea divino odor, che i fiori

Vincea perfino e l’olezzar del prato.

Fermossi al piè della leggiadra Europa,

E le lambiva il collo e l’adescava

Con dolci vezzi. Ella il toccava, e il dorso

Cortese gli palpava, e dalla bocca

Colla man gli tergea la molta spuma,

E lo baciava intanto. Il bue muggiva

In così dolce tuon, che somigliava

Un suono acuto di Migdonio flauto.

Poi chinò le ginocchia ai piè d’Europa,

Le volse il collo, e sollevando il guardo,

La rimirava, e offriale il largo dosso.

Alle compagne sue di lunghe trecce

Sì disse Europa allor: Qua, qua venite,

Care compagne mie, poniamci insieme

Tutte a seder sul dorso a questo toro;

Vedete come è buono; ei senza rischio

Ci porterà come una nave: al certo

Questo è diverso assai dagli altri tori,

Par ch’abbia senno, e quasi un uom somiglia,

Solo gli manca in proferir parole.

Disse, e ridendo, dei gentil giovenco

Salì sul tergo, e già l’altre donzelle

Erano per salir, ma poi che quella

Ebbe il toro in poter, cui sol bramava,

Balzato in piè fuggì veloce al mare.

Turbossi Europa allora, e volta indietro

Con paurosa voce, barcollando,

Chiamava le compagne, e verso loro

Tendea le braccia; esse correan, ma invano,

Ché ratto il toro, scorsa già la sponda,

Il suo cammin seguendo, entrò nel mare

Come un Delfino. In dosso alle balene

Le Nereidi sul mar vennero a galla,

E lo stesso Nettun cupo-fremente

Sulla via rappianava il flutto inquieto,

E la strada al german sull’onde apriva.

I marini Tritoni a lui d’intorno,

Sorti dall’imo di Oceàn profondo,

Sulle conche intuonaro un nuzial canto.

Ma la rapita Europa, assisa in dorso

Al giovenco fuggente, all’un dei corni

Con una mano s’attenea; coll’altra

In su traeva le purpuree pieghe

Della sua veste, onde potesse appena

L’onda attratta bagnarne un orlo estremo.

L’aura spirante il sinuoso peplo

Le gonfiava sugli omeri [62], qual vela

Ampia di nave, ond’ella gìa più lieve.

Alfin dal suol natio, dal patrio tetto

Lungi vistasi omai, né più scorgendo

O terra, o punta di lontano monte,

Ma solo il ciel vedendo, e solo il mare [63]

Guatandosi d’intorno, in queste voci

Proruppe la donzella: O divin toro,

Chi sei? dove mi porti? e come puoi

Co’ pigri piedi e gravi aprirti il calle?

Non temi il mare? Alle veloci navi

È facil cosa correre sull’onda,

Ma le marine vie temono i tori.

E qual bevanda d’acqua dolce, e quale

Avrai cibo dal mar? sei forse un Dio?

E perché fai quel che sconvien ai numi?

Non per terra i Delfini e non per mare

Passeggiano i giovenchi. Eppur tu scorri

Terra ed acqua del par senza bagnarti,

E ti son remi l’unghie [64]. Al cielo ancora

Drizzar forse potrai rapido il volo,

E l’aere azzurro fender come augello?

Misera me, che dal paterno tetto

Già son lontana, e sola in mezzo al mare,

Senz’aiuto, in balia d’un toro errante,

Vo navigando in così strana foggia.

Ma tu, che tutto puoi sul mar canuto,

Nettun, benigno Dio, dammi soccorso.

Vederti io spero andarmi innanzi, e strada

Farmi sul mar, che senza un nume al certo

Quest’umido sentier non vo solcando.

Fa cuor, fanciulla, le ripose il toro

Dall’ampie corna, dell’instabil flutto

L’ira non paventar. Giove son io,

Giove che toro da vicin rassembro,

Perché posso sembrar quel che mi aggrada.

Per amor tuo sì lungo mar varcai,

E vestii questa forma. Or te fra poco

Creta accorrà, dove nutrito io fui.

Quivi tue nozze si faranno, e tosto

Da me tu figli avrai, famosi figli,

Cui scettro si darà sul mondo intero. [65]

Disse, e al suo favellar fu pari il fatto.

Apparve Creta, e Giove altra sembianza

Vestì, disciolse alla donzella il cinto.

L’Ore acconciaro il talamo, ed Europa

Che vergine era ancor, del sommo Giove

Divenne sposa, concepì, fu madre.

Idillio terzo

Canto funebre di Bione bifolco amoroso

Gemete, o collinette, alto gemete,

O Doric’acque, e voi piangete, o fiumi,

L’amabile Bione: in tuon lugubre

Or vi dolete, o piante; or vi sciogliete,

Oscure selve, in teneri lamenti;

Mesti or languite sugli steli, o fiori;

Ora anemoni, e rose, or vi coprite

Di luttuoso porporino ammanto.

Parla, o giacinto, e d’un ahi ahi maggiore

Verga le foglie con dolenti note.

Bione il dolce, il buon cantore è spento.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Rosignuoletti, che tra dense frasche

Sfogate il duol cantando, or d’Aretusa

Alle sicule fonti a dir volate:

Morto è Bione, il buon bifolco, e seco

E la Dorica musa, e il canto è morto.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

E voi Strimonii cigni in riva all’acque

Fate udir gorgheggiando un suon gemente,

Simile a quel, che il buon cantor con labbra

Pari alle vostre, modulava un giorno.

Dite all’Eagrie, e alle Bistonie donne:

Bione è morto, il Doriese Orfeo.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Quel sì caro agli armenti or più non vive,

Sotto romita quercia in cheta valle

Tranquillamente assiso, ei più non canta.

Ma nel regno di Pluto or tristamente

Ripete la funesta aria di Lete.

Tacciono i poggi, e intorno al bue piangendo

Aggirasi la vacca, e i paschi obblia.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Apollo istesso il tuo sì presto fato

Pianse, o Bione, e pianserlo i Priapi

Avvolti in negre vesti, e i Fauni anch’essi.

Sospirano il tuo canto i Pani agresti,

E le Naiadi belle in triste selve

Versan per tua cagion fiumi di pianto.

Muta nelle caverne Eco si duole,

Che di tua voce il dolce suon tra’ sassi

Più non imita. Al tuo spirare i pomi

Gittaro a terra gli arbori, e languìro

Pallidi i fior nei prati. Il dolce latte

Più non dieder le agnelle, e più non corse

Dagli alveari il mel, che nella cera

Egro annegossi; e già che vale adesso

Che il tuo mancò, gir d’altro mele in cerca?

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Tanto non pianse mai delfin sul lido,

Né rosignuol cantò sopra gli scogli,

Né rondine stridé sugli alti monti,

Né pel duolo d’Alcion pianse Ceìce.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Né Cerilo cantò sull’onde azzurre,

Né alle regioni del mattin volato,

Presso alla tomba del figliuol d’Aurora

Così lagnossi di Mennon l’augello.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Gli usignoli, e le meste rondinelle,

Cui dilettò colla sua voce un giorno

Il buon bifolco, e a favellare istrusse,

Destàr sui verdi rami un pianto alterno;

Rispondean gli altri augelli, e voi pur anche

Allor piangeste, tenere colombe.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Chi suonerà la tua siringa, o caro

Sospirato pastore? e alle tue canne

Chi fia che il labbro appressi mai?

Chi tanto Osar vorrà? Spira su d’esse ancora

Il fiato di tua bocca, e de’ tuoi canti

Eco tuttor si pasce infra le canne.

La tua siringa io reco a Pane. Ei stesso

Forse paventerà di porvi il labbro,

Restar temerà forse a te secondo.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Piange ancor Galatea, che un dì sedendo

Da te non lunge in riva al mar tranquillo,

Il suono udia della tua voce, e oh quanto

Ne avea diletto! ché diverso assai

Dal gracchiar del Ciclope era il tuo canto.

Quel con pauroso piè fuggia la bella,

Ma dolce a te volgea dal mare il guardo.

Or l’onde più non cura, e siede afflitta

Sulle romite arene, e i bovi tuoi

Gemendo a pascolar mena pur anco.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Pastor diletto, delle Muse i doni

Tutti perìr con te, delle fanciulle

I cari baci, e le vezzose labbra

Dei garzoncelli. Intorno alla tua tomba

Piangon gli amori insiem raccolti; e t’ama

Ciprigna istessa molto più del bacio

Che diè piangendo al moribondo Adone.

Questo è per te, Meleto, un nuovo affanno,

O de’ fiumi il più dolce. Omero in prima

La morte ti rapì, quella soave

Di Calliope canora amabil bocca.

Fama è che allor con lacrimosi flutti

Il tuo figliuol piangessi, e di tue voci

Empiessi il mare. Un altro figlio or piangi,

E dolente per lui ti struggi in lutto.

Ambo fur cari all’acque, ad Ippocrene

L’un bevve, e l’altro di Aretusa al fonte.

Quegli cantò di Tindaro la figlia,

Elena bella, e Menelao l’Atride,

E il gran figlio di Teti Achille il forte.

Questo non guerra e duol, ma in umil tuono

Cantò sol Pane, e in un munse le vacche,

Menò gli armenti al pasco, ordì sampogne,

Vantò de’ giovinetti i dolci baci,

Amore in sen nutrì, piacque a Ciprigna.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Ogni cittade illustre, ogni castello

Per te, Bion, si duole; Ascra ti piange

Ben più ch’Esiodo suo. Pindaro istesso,

Il divin vate le boezie selve

Non piansero così. D’Alceo la morte

Lesbo munita a tanto duol non mosse,

Né Teo pel suo cantor provò tal pena.

Te Paro più d’Archiloco sospira,

E Mitilene afflitta i versi tuoi

Canta piangendo, e quei di Saffo obblia.

Ogni pastor, che più facondo ha il labbro

In lamentoso tuon canta il tuo fato.

Sicelida l’onor piange di Samo,

E quel sì gaio tra’ Cidoni un giorno,

Licida il bello dai ridenti lumi,

Or si discioglie in lagrime; e Fileta

Fra i Triopici suoi si duole in riva [66]

Al fuggevole Alente, e in Siracusa

Teocrito si duole, ed io pur anco

Per te, caro, mi dolgo, e or vo cantando

Un mesto Ausonio carme, io non ignaro

Del metro pastoral, che a me mostrasti

E a’ discepoli tuoi, cui festi eredi

Del Doriese canto. Ad altri i beni

Morendo in don lasciasti, a me la musa.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Ahi tristi noi! poi che morìr negli orti,

Le malve, o l’appio verde, o il crespo aneto,

Rivivono, e rinascono un altr’anno.

Ma noi ben grandi, e forti uomini, e saggi

Dormiam poiché siam morti, in cava fossa

Lunghissimo, infinito, eterno sonno,

E con noi tace la memoria nostra.

Or tu sotterra in tenebroso loco

Sempre muto starai. Pure alla rana

Donàr le ninfe interminabil canto.

Non la invidio però, che ha rozza voce.

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Alla bocca, o Bione, un rio veleno

Ti venne, e tu il provasti, e come mai

Le tue labbra toccò, né si fe’ dolce?

Chi mai sì crudo e sì nemico ai carmi

Mescé con fiera man l’atra bevanda,

O per te prepararla ad altri impose?

Sicule Muse, incominciate il pianto.

Ma tutti n’han la pena, ed io frattanto

E la tua morte or piango, e l’altrui danno.

Se come Orfeo potessi, o come Ulisse,

O come Alcide, scendere in Averno,

Anch’io forse verrei di Pluto al regno

Per veder se tu canti a Dite ancora,

E per udir che canti. Or fa che t’oda

Proserpina cantar soavemente

In boschereccio tuon siculi carmi,

Ella, che temprò già doriche note

E nei siculi lidi e negli etnei.

Forse avrà premio il tuo cantare, e forse

Lei, che menarsi Euridice concesse

Al suonator della Treicia lira,

Te pur rimanderà sui nostri monti.

Ché, se potessi, alla magion di Pluto

A suonar la sampogna anch’io verrei.

Idillio quarto

Megara moglie d’Ercole

Deh, cara madre mia, perché piangendo

Ti consumi così? perché non serbi

Il vermiglio di pria nelle tue guance?

Perché tanto ti crucci? Ah piangi forse

Gl’immensi mali, a cui vil uom soggetta,

Qual cerbiatto un lione, il tuo gran figlio?

Misera me! perché mi fero i numi

Sì sventurata e trista? e al nascer mio

Perché splendé lugubre astro sì crudo?

Ahimè! dacché nel talamo m’accolse

Quell’uom, che non ha taccia, io l’onorai

Come le mie pupille, e l’amo ancora,

E l’onoro di cuor. Ma più di lui

Misero tra i viventi alcun non v’ebbe:

Non fuvvi alcun che tanti mali, e tanti

Disastri immaginasse. Egli coll’arco,

Che diegli Apollo istesso, e colle frecce,

Ch’ebbe da qualche Parca, o da una Furia,

Padre infelice i propri figli uccise,

E ne divelse il caro spirto, e poi

Pien di furor, di stragi empié la casa,

Di spavento e di lutto. Io vidi, io stessa

Cogli occhi miei que’ tenerelli figli

Dal padre lor trafitti. Orrendo caso,

Che in mente a niun verria nemmeno in sogno!

Li vidi, e gli udii pur, che spesse volte

Chiamàr la mamma con pietose grida,

Ma loro io non potea recar soccorso,

E il mal vicin più non avea riparo.

Come augel piange i moribondi figli,

Che ancor pulcini un orrido serpente

Divorando si va tra folte frasche:

Svolazza intorno a lor la madre amante

E con strida acutissime si lagna;

Al figliuolin vorria farsi dappresso,

Ma timor la rattien del crudo mostro:

Madre infelice io pur così, piangendo

Con furioso piè scorrea la casa.

E oh fossi morta anch’io co’ figli, e il core

Punto m’avesse un venenato strale.

Deh perché tu, che sulle donne imperi,

Cintia, perché nol festi? Allor dolenti

Colle lor mani i genitori amati

Non senza onor posti ci avriano insieme

Sopra un sol rogo, e in urna d’oro accolte

L’ossa nostre in quel luogo avrian riposte,

Donde tutti nascemmo. Or essi in Tebe

Di cavalli nutrice hanno l’albergo,

E dell’aonio campo aran le zolle.

Nella città di Giuno io qui dimoro,

Nella steril Tirinto, e il cuore oppresso

Da immensi affanni ho sempre ad una guisa,

Né vidi, né vedrò tregua del pianto.

Per poco tempo il mio marito ho in casa,

Che l’attendono ognor gravi travagli

Ed in terra ed in mar. Lo spirto immoto

Certo di sasso egli ha, di ferro il petto.

Or tu le notti e i dì, quanti ne dona

Giove, com’acqua ognor ti struggi in pianto.

E nessun altro de’ parenti è presto

A confortarmi, ché fra queste mura

Essi non han ricetto e albergan tutti

Oltre l’Istmo pinoso. Io qui non veggo

Alcuno, a cui mi volga, onde sollievo

Abbiane il mio dolor. Sola ritrovo

Pirra sorella mia. Ma questa ancora

Per Ificle suo sposo, e figlio tuo,

Troppo ha di che dolersi. Ah certo io credo

Ch’uom più misero il mondo alcun non abbia

Di que’ due figli tuoi, che ad un mortale

Partoristi, e ad un Dio. Sì disse, e tacque

Megara, e intanto fuor delle palpebre

Spargea sul molle sen stille di pianto,

Che tacite scorrean del mel più vaghe,

Poiché gli estinti figli ed i lontani

Parenti rammentava. Alcmena anch’essa

Molli di pianto fea le bianche gote,

Trasse un sospir dal petto, e in savi accenti

Così la nuora a confortar si volse.

O veramente misera in tua prole,

Che mai ti venne in mente? e perché vuoi

Che ci turbiamo insiem, membrando i danni,

Che certo or non piangiam la prima volta?

Non basta il mal, che in ogni dì ci è sopra

A farci tristi? E ben di pianger vago

Saria chi ad uno ad un contar volesse

Tutti i disastri suoi. Su ti conforta,

Ché non ci fur poi tanto avversi i numi.

Pur sempre ti vegg’io dal peso oppressa

Di mille affanni: e ben ti scuso, o figlia,

Che c’è noia talor la gioia ancora.

Quanto, o cara mi duol che a parte sia

Del mal che grave a noi pende sul capo!

A Proserpina io giuro, e alla velata

Cerere, a cui, se orribili sventure

Incontrar vuol, faccia spergiuri in prova

Chi c’è nemico, che al mio cor sei cara

Come se uscita dal mio sen, qui fossi

Or verginella ultima figlia in casa.

Né credo io già che tu l’ignori. Or dunque,

Cara figliuola mia, deh non mi dire

Che di te non ho cura. E benché forse

Più mi lamenti ancor dell’infelice

Niobe dal bel crin, degna di scusa

Non è madre, che piange un figlio oppresso,

Da travagli e da guai? ben dieci mesi

Pria di vederlo io lo portai nel grembo,

E n’ebbi gravi doglie, e quasi a Pluto

N’andai per sua cagion. Tanto costommi

Il partorirlo. Or volto a nuova impresa

Solo partì, né so, misera madre,

Se ritornato da lontane terre,

Più rivedrollo, e stringerollo al seno.

Ancor nel dolce sonno un tristo sogno

Venne a turbarmi, e temo assai ch’ai figli

La vision minacci un qualche danno.

Sembrommi Ercole mio con man robusta

Trattar sull’orlo d’un fiorito campo

Ben fabbricata zappa, e quasi fosse

Là tratto per mercé, scavar gran fossa.

Nudo era tutto, né gabbano, o giubba

Avea che il ricoprisse. Or poiché giunto

Fu del lavoro al fine, ed ebbe fatto

A quella vigna un valido riparo,

Ficcò la zappa in rilevato luogo,

E le sue vesti, che lì presso aveva,

Era per indossar, quando ad un tratto

Uscito fuor della profonda fossa,

Vennegli intorno un instancabil fuoco,

E lampeggiando se gli avvolse al corpo.

Ei sempre addietro si traeva, e infine

Con i veloci piè si volse in fuga,

Che di Vulcan temea l’orrendo sdegno.

Ognor d’innanzi a sé di scudo in guisa

Movea la zappa, e si guardava intorno,

Perché nol sorprendesse il fiero incendio.

Parvemi allor che coraggioso Ificle

Corresse a dargli aiuto: ahimè! che giunto

Ancor non era, e sdrucciolando, al suolo

Di botto stramazzò, né più rizzosi,

Ma immobil si giacea, qual debol vecchio,

Cui suo malgrado a stramazzar costringe

La grave inferma etade. Ei fitto al suolo

Giace, finché qualcun di là passando,

A rilevarlo non gli porga il braccio,

Mosso a timor dalla canuta barba,

Che vendetta su lui dal ciel trarrebbe.

Tal si volgeva in terra Ificle, il forte

Scotitor dello scudo, ed io frattanto

Piangea che i figli miei vedea smarriti,

Finché partito il sonno, i lumi aprii,

Allorr che l’alba luccicava in cielo.

Tutta la notte questi sogni, o cara,

La mente mi turbàr. Deh vadan essi

Da noi lontano ad Euristeo sul capo [67];

E sia profeta il mio desir, né vano

Per avverso destin lo renda il cielo.

Idillio quinto

Quando il ceruleo mar soavemente

Increspa il vento, al pigro core io cedo:

La Musa non mi alletta, e al mar tranquillo,

Più che alla Musa, amo sedere accanto.

Ma quando spuma il mar canuto, e l’onda

Gorgoglia, e s’alza strepitosa, e cade,

Il suol riguardo, e gli arbori, e dal mare

Lungi men fuggo: allor sicura, e salda

Parmi la terra, allora in selva oscura

Seder m’è grato, mentre canta un pino

Al soffiar di gran vento [68]. Oh quanto è trista

Del pescator la vita, a cui la barca

È casa, e campo il mar infido, e il pesce

È preda incerta! Oh quanto dolcemente

D’un platano chiomato io dormo all’ombra!

Quanto m’è grato il mormorar del rivo,

Che mai nel campo il villanel disturba!

Idillio sesto

Gli amanti odiati

Pane amava Eco vicina,

Eco Fauno saltellante,

Fauno Lida, e il proprio amante

era in odio a ognun di lor.

Quanto Pan per Eco ardea,

Tanto l’altro ognuno amava,

Tanto ognun l’amante odiava,

Pari all’odio era l’amor.

Apprendete, alme ritrose!

Se chi v’ama non amate,

Fia che quando amor cerchiate,

V’odii, e fuggavi ogni cor.

Idillio settimo

L’Alfeo ed Aretusa

Poiché già dietro vistosi

Di Pisa il suolo ameno,

L’Alfeo scorrendo turgido,

Entrò del mare in seno;

E fiori, e sacra polvere [69]

In don recando, e fronde,

Trova Aretusa, e mescola

Con Aretusa l’onde.

Poi d’altre grotte concave

Cheto bagnando il piede,

Passa; né il grande Oceano

Del suo passar si avvede.

Così, perito artefice,

Fa degli amanti il nume

Che per amore, impavido

Nuoti nel mare un fiume.

Idillio ottavo

Espero

O caro amabil Espero,

O luce aurea di Venere

Sacra di notte immagine,

Seconda il mio desir.

Tu della luna argentea

Sol cedi al chiaro splendere;

Ascolta, astro carissimo,

Ascolta i miei sospir.

Oscurità sovrastane,

Che già la luna pallida,

La luna, ch’oggi nacqueci,

Vicina è a tramontar.

Sul mio cammin propizio

Spargi tua luce tacita:

Col mio pastore amabile

Io vado a conversar,

Al passeggier pacifico,

Che viaggia in notte placida,

Non tendo occulte insidie,

Non a rubare io vo.

Amo, ed amor trasportami;

Vo pel mio ben sollecito,

Lo cerco, io vo’ ch’egli amimi,

E pago allor sarò [70].

AMORE ARANTE

Epigramma

Amore un dì la fiaccola

Deodsta, e i dardi suoi,

Un zaino tolse, e un pungolo,

Al giogo avvinse i buoi.

Menò pel campo il vomere,

E il gran copioso e folto

Sparse sul solco fertile:

Poi disse al ciel rivolto:

« O Giove, or tu propizio

Seconda il mio lavoro,

O per arar qui tornoti,

Qual per Europa, in toro. »

Il bifolchetto

Idillio attribuito a Mosco

Eunice mi schernì, mentre parlarle

Dolcemente io voleva, e con rimbrotti

Via mi cacciò: « lungi di qua, bifolco, »

Mi disse acerbamente; « e che? presumi

Forse d’innamorarmi? o miserello,

Sprezzo rustici amori, io non conosco

Che vezzi di città. Nemmeno in sogno

Tu mi possederai. Che rozzo sguardo,

Che villano parlar; che vili scherzi!

Hai bella voce in ver, gentil favella,

Morbida barba e delicata chioma.

Che nere mani, che deformi labbra!

Certo tu l’hai malate. Oh qual d’intorno

Hai tristo odor [71]! Via via. Non ammorbarmi. »

Sì disse, e si sputò tre volte in seno.

Da capo a piè squadrommi, e biascicava

Intanto fra le labbra e obliquamente

Volgeami l’occhio bieco. Ingalluzzossi,

Fiera di sua beltade, e a denti aperti,

Un riso beffator mi fe’ sul volto.

Allor bollimmi il sangue. Io per la rabbia

Rosso in faccia mi fei qual fresca rosa.

Ella mi volse il tergo, ed io nel core

Serbo atroce rancor per quella infame

Che me così leggiadro ha preso a scherno.

Pastori, dite il ver, non son io bello?

Che orse qualche Dio mi fece a un tratto

Da quel di pria diverso? A me sul volto

Fioria beltà, com’edera sul tronco,

E ornavami la barba. Eran le: chiome

Sparse, qual appio, alle mie tempia intorno;

Bianca fronte splendea su ciglia nere;

Più di quei di Minerva erano i lumi

Vivi e sereni, e più d’una giuncata

Soave era la bocca, onde scorrea

D’un cereo favo il ragionar più dolce.

Grato è pure il mio canto, e grato il suono

Che sulla canna io so, sulla sampogna,

Sul piffero destar, sulla traversa.

Bello mi dice, e m’ama ogni fanciulla

Della montagna. Eppur negommi amore,

Perché pastor son io, la cittadina,

E mi fuggì, né dar mi volle orecchio.

Certo ella non sapea che il bel Dionisio

Pasce egli pur ne’ prati una vitella,

Nè che per un bifolco arse Ciprigna,

E al pasco i buoi menò sui Frigi monti.

Ch’Adone amò nelle foreste, e morto

Nelle foreste il pianse. Endimione

Non fu bifolco anch’egli? e non amollo

Cintia così bifolco, e dall’Olimpo

Non discendea per lui di Latmo al bosco,

E seco non dormia? Per un bifolco

Tu pur vai mesta, o Rea. Tu stesso errando

Per un giovin bifolco andasti, o Giove,

Sola i bifolchi amar disdegna Eunìce,

Di Venere maggior, di Cintia, e Rea.

Ciprigna, or tu più non amare alcuno

Né in cittade né in monte, e sola omai

Poi che disparve il dì, vanne al riposo.

 

Note

_____________________________

 

[1] Eudocia Augusta, in Jon.

[2] Suidas, in Lex. art. Qeoécritov Praxag. et Moéscov

[3] Idem, I. c. art. Moéscov.

[4] Idem, I. c.

[5] Idem, I. c. art. }Ariéstrcov.

[6] Eusebius, in Chron. Olymp. 156.

[7] Fabricius, Biblioth. Grzc. Lib. iii, cap. 17, §. 10.

[8] Suidas, in Lex. art. Moéscov.

[9] Athenaeus, Deipnosoph. Lib. xiv.

[10] Athenaeus, I. c. Lib. XI.

[11] Servius, in Proem. Commentar. ad Virgil. Eclog.

[12] Stobaeus, Serm. lxi.

[13] Tasso, Aminta, Prol. verso 32 sgg.

[14] Tasso, l. c. verso 43 sgg.

[15] Horatius, Carm. Lib. iii, od. 27.

[16] Ovidius, Metamorph. Lib, iii.

[17] Stobaeus, Serm. lvii.

[18] Stobaeus, Serm. lxi.

[19] Bettinelli, Lettere di una Dama ad una sua amica sulle belle arti. Lett. xiii.

[20] Anthologia, Lib. iv, cap. 12, num. 49.

[21] Ibidem, Lib. i, cap. 7, num. 2.

[22] M. de Fontenelle, Réflexions sur la nature de l’Églogue.

[23] Stobaeus, Serm. lxi.

[24] Bettinelli, Lettere di Virgilio agli Arcadi. Lett. vi.

[25] « À les compater ensemble, on ne sait guère auquel donner le prix. L’un et l’autre offrent des beautés sans nombre; mais avec cette différence, que chez Bion les graces ont plus de parure, et chez Moschus plus d’agrément. L’un sème des fleurs avec négligence; l’autre sait l’arte de les employer. Le disciple, si j’ose le dire, parait être plus voisin de la simplicité des anciens que son maître lui-même: il parait, dis-je, ne ressembler à Bion, que lorsque Bion ressemble à Théocrite. Quoi qu’il en soit, tous deux me flattent, tous deux me captivent. je quitte avec le même regret la nymphe de Bion, et le berger de Moschus ». M. Poinsinet de Sivry, Anacréon, Sapho, Moschus, Bion, et autre poètes grecs, traduits en vers français. Vies de Moschus et de Bion.

[26] « Intentio poetae haec est, ut imitetur Theocritum Syracusanum, meliorem Moscho, et caeteris, qui Bucolica scripserunt. » Servius, in Proœm. Commentar. ad Virgil. Eclog.

[27] « Moschus et Bion qui ont écrit en ce genre de vers, ont aussi de grandes beautés, et méme de grandes délicatesses dans leurs Idylles ». Rapin, Réifex. sur la poétique en particulier, § 27.

[28] Blair, Lectur. on Rhetoric, and belles-letters. Tom. 3, Lect. 2.

[29] M. de Fontenelle, Réflex. sur la nature de l’églogue.

[30] Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, tom. i, parte 2, c. 2 § 9.

[31] Brug. 1565.

[32] Antwerp, 1568.

[33] Ibid. 1584.

[34] Lond. 1679.

[35] Genev. 1584, 1600, 1629. 12 1596, 1603, 1604.

[36] Genev. 1606.

[37] Oxon. 1699.

[38] Paris 1566.

[39] Ibid. 1577.

[40] Ibid. 1579, 1586.

[41] Cantabrig. 1652, 1661.

[42] Lips. 1752.

[43] Paris 1615.

[44] Berolini 1674. Francof. ad Viadr. 1692.

[45] Hal. Magdeburg. 1715.

[46] Paris, 1686, 1692.

[47] Paris 1782.

[48] Anacreon. Od. 43, vers. 3.

[49] Idem, Od. 9, vers. 35 sgg.

[50] Mediol. 1784.

[51] Lips. 1793.

[52] Berlino 1767.

[53] Mittau 1772.

[54] Berlino 1775.

[55] Venez. 1670.

[56] Venez. 1717. Arezzo 1754.

[57] Venezia 1781.

[58] Parma 1780.

[59] Europa comunemente è detta figlia di Agenore, ma il nostro Poeta,la chiama figlia di Fenice, e infatti osserva Apollodoro (Biblioth: Lib. 3) che alcuni la faceano figlia appunto di Fenice e nepote di Agenore.

[60] Soleano anticamente le vergini donzelle adunarsi colle loro coetanee nei prati per sollazzarsi e trattenersi insieme in vari esercizi. Presso Omero, Nausicaa giuoca alla palla colle sue compagne. (Odyss. Lib. vi, v. 100, 115 seq.). Presso Apollonio, Oritia sta trastullandosi con uno stuolo di fanciulle sue coetanee alle sponde dell’Ilisso, quando è rapita da Borea. (Argonaut. Lib. i). Presso Claudiano, Proserpina attende a coglier fiori colla ninfa Ciane e colle Sirene, quando è menata via da Plutone. (De Raptu Proserp. Lib. ii).

[61] La descrizione della favola d’Io non sembra collocata qui a caso dal poeta, ma bensì a cagione dell’analogia che v’ha tra Europa che naviga trasportata da Giove in sembianza di toro, ed lo amata da Giove che in forma dí vitella va nuotando sul mare.

[62] Questo luogo somiglia a quello di Ovidio: (Metam. Lib. iii, v. 873 e sgg.).

. . . . Pavet hæc littusque abiata relictum

Respicit, et dextra cornu tenet, altera dorso

Imposita est; tremulæ sinuantur flamine vestes.

[63] Sembra che Orazio, il quale però fa che Europa navighi di notte sul suo gioveneo, abbiaimitato questo tratto in quei versi (Carni. Lib. iii, Od - 27, v. 31 seq.):

Nocte sublustri nibil astra præeter

Vidit et undas.

[64] Può credersi che il poeta abbia tratti questi pensieri dall’Ode trentesima quinta di Anacreonte, della quale una parte del discorso che Mosco mette in bocca ad Europa, sembra essere una amplificazione.

[65] Orazio (l. c., v. 73 e sgg.) fa che Venere e non Giove sveli ad Europa il mistero del prodigioso giovenco:

Uxor invicti jovis esse nescis?

Mitte singultus; bene ferre magnam

Disce fortunam: tua sectus orbis

Nomina ducet.

[66] Triopio o Triopo chiamavasi un promontorio della Caria, in cui i Doriesi celebravano dei giuochi sacri in onore delle Ninfe, di Apollo e di Nettuno (Scholiastes Theocriti, ad Idyll. 17, v. 69). TrioPio o Triopía era pure il nome di una città situata in quel promontorio (Plinius, Hist. Nat., Lib. v, cap. 28. Diodorus Siculus, Biblioth. Histor., Lib. v, cap. 61).

[67] Era costumanza degli antichi il pregar gli Dei a rovesciare sul capo dei nemici loro le sventure, delle quali erano minacciati.

Dii, meliora piis, erroremque hostibus illum dice Virgilio, (Georg. Lib. iii, v. 513) e Sostrata Presso Terenzio:

Ah obsecro te, istuc inimicis siet,

Egon’ confitear meum non esse filium qui sit meus?

(Heautontimorum. Act. v, sc. 3, v. 12 seq.). Similmente Orazio: (Carm. Lib. iii, Od. 27, v. 21 seqq.).

Hostium uxores, puerique cæcos

Sentiant motus orientis Austri, et

Æquoris nigri fremitum et trementes

Verbere ripas.

Teocrito fa dire al pastor Dameta (Idyll. VI, vers. 23 seq.):

Telamo il vate, che m’annunzia guai,

Seco li rechi, e a’ figli suoi li serbi.

E Pedone Albinovano canta nella sua poesia sopra la morte di Druso Nerone, indirizzata a Livia Augusta (Pedo Albinovanus, ad Liv. August. de morte Drusi):

Urbs gemit, et vultum miserabilis induit unum,

Gentibus adversis forma sii illa precor.

[68] Simile a questo luogo elegantissimo è quello di Teocrito, (Idyll. i, v. 1 seq.) citato anche da Ermogene (De Ideis. Lib. ii, cap. 3):

.   .   .   .   .   .   .   .  Oh quanto è grato

Quel pin che canta là vicino al fonte.

[69] L’Alfeo era riputato sacro, non solo come gli altri fiumi, ma anche per certe cause particolari.

.  .  .  .  .  Pascon .  .  .  .  .  vicino

All’onde sacre del divino Alfeo:

dice Teocrito (Idyll. xxvi, v. 9, seq.). Si credea che questo fiume fosse singolarmente caro a Giove Olimpico (Pausanias, In Eliac. prior. Lib. v). Però canta Pindaro (Olymp. Od. ii, v. 22 seq.):

O gran figlio di Rea, Saturnio Giove,

Ch’ami i gioghi d’Olimpo, e l’aspre lutte,

E d’Alfeo la corrente.

Di questo poetico miracolo dell’Alfeo hanno parlato tra gli altri scrittori antichi Strabone (Geograph. Lib, vi), Pausania (In Eliac. prior. Lib. v), Plinio (Hist. Nat. Lib. xxxi, cap. 5), Seneca (Natur. Qu. Lib. iii, cap. 26), e Virgilio in quei versi (Eneid. Lib. iii, v. 693 e segg.):

.... Nomen dixere priores

Ortygiam. Alpheum fama est huc Elidis amnem

Occultas egisse vias subter mare, qui nunc

Ore, Arethusa, tuo siculis confundítur undis.

Ovidio conchiude così il lungo racconto che fa della favola di Aretusa (Metamorph., Lib. v, v. 636):

.   .   .   .   .   .   .   .   .Sed enim cognoscit amatas

Amnis aquas, positoque viri, quod sumpserat ore

Vertitur in proprias, ut se mihi misceat, undas.

Delia rupit humum, cæcisque ego mersa cavernis

Advehor Ortygiam, quæ me cognomine Divæ

Grata mihi, superas eduxit prima sub auras.

[70] Gemella di questo Idillio può sembrare la bella ode alla Luna di Milady Montaigu, che è veramente, come dice Algarotti, di atteggiamento greco. Eccola:

Thou, silver Deity of secret Night,

Direct my footsteps through the woodiand shade;

Thou conscious witness of unknown delight,

The Lover’s Guardian, and the Muse’s aid.

By thy pale beams I solitary rove:

To thee my tender grief confide;

Serenely sweet you gild the silent grove,

My friend, my Goddess, and my guide.

Even, thee, fair Queen, from thy amazing height,

The charms of young Endimion drew,

Veil’d in the mantle of concealing night,

With all thy greatness, and thy coldness too.

[71] Sospetta il Meursio (Spicil. ad Theocr. ldyll. xxi, v. 10) che nel greco, in luogo di cacoèn e\xoésdeiv, tu hai tristo odore, abbia a leggersi: traégon e\xsdeiv, tu puzzi di capro. Infatti gli antichi chiamavano odor di capro certo fetore (Catullus, Carm. 67 et 69. Ovidius, De Arte Amandi, Lib. iii. Horatius, Epod. Od. 12, v. 4 seq. Serm. Lib. i, Sat. 4, v. 92. Censorinus, De Die Natali, cap. 14).

 

 

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Ultimo aggiornamento: 08 novembre 2006