Giacomo Leopardi

AGL’ITALIANI.

Orazione in occasione della liberazione del Piceno.

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze 1969

AL LETTORE

Gli antichi soleano dare alla loro patria dei consigli, o felicitarla di qualche successo, dalle tribune o dai rostri col mezzo di arringhe. Essi ci hanno lasciate le loro magnifiche orazioni, che trasportano il lettore nei tempi nei quali furono pronunciate, e lo collocano in mezzo alla udienza romorosa dell'oratore, tra il plauso e l'entusiasmo di un popolo ebbro di sentimenti di gloria. Volli imitarli, indirizzando ai miei compatriotti un'orazione e immaginandomi di parlar loro. Gl'italiani non troveranno in me nè un Demostene nè un Marco Tullio; ma io spero di trovare negl'italiani degli ateniesi e dei veri successori dei romani.

Scilicet... vocem populi romani et libertatem senatus et conscientiam generis humani aboleri arbitrabantur.                                      Taciti Vita Iulii Agricolae, cap. 3.

Dedimus profecto grande patientiae documentum, et sicut vetus aetas vidit quid ultimum in libertate esset, ita nos quid in servitute.                       Idem, ibidem.

Natio comoeda est.                                                         Iuvenalis, Satirae, III, v. 100.

Quando il grido esultante di tutta l'Europa ci annunziò che l'oppressore era rientrato nel nulla, noi credemmo la tirannia estinta con lui. Le nostre speranze furon vane. Un usurpatore, colla scorta di trattati che dovea violare ben presto, si avanzò con una banda di sanniti dal mezzogiorno della Italia, e strappò le catene, che ci cingevano, dalle mani del tiranno per ritenerle egli stesso. In un tempo, in cui per tutta l'Europa risonavano i nomi di paterna amministrazione ristabilita, di liberale governo richiamato all'esercizio delle sue funzioni, di tirannide abolita e distrutta, il barbaro carnefice, che intitolavasi nostro re, lungi dall'alleviare i pesi de' popoli, lungi dal far gustare alle genti che aveasi assoggettate un'aura almeno di quella felicità di cui l'Europa tutta era partecipe, aggravò il giogo che ci opprimeva, e ci fe' intendere assai chiaramente che il tempo della liberazione dell'universo non era quello della nostra. Invano i saggi, risvegliati dal sopore che nel corso del cessato governo aveva occupati tutti gli spiriti, inorriditi all'aspetto della passata schiavitù e bramosi di mostrare che non ne erano degni, manifestarono la malvagità e l'orrore dell'amministrazione di Buonaparte, fecero conoscere i danni del dispotismo, dipinsero gli atroci effetti di quello sciagurato governo e di quella rozza organizzazione. Anime grandi d'Italia o di altra nazione, che foste esenti dagl'influssi tirannici del nostro oppressore, fremete al racconto di ciò che ei ci costrinse a soffrire. Quel barbaro sistema, oggetto della esecrazione di tutta l'Europa, non più occulta ma palese e da mille bocche manifestata, fu costantemente quello della sua amministrazione. Chi osò violarlo in qualche punto fu tosto richiamato alla esatta osservanza di esso in tutta la sua estensione. Le imposte esaurivano le facoltà dei cittadini, e riducevano i poveri alla fisica impossibilità di esistere. Nel cangiar di tiranno noi avanzammo delle istanze per ottenerne la diminuzione. Esse aumentarono di giorno in giorno. Una numerosa classe di bisognosi, tanto più degna di compassione quanto più imbelle, fornita, durante il governo di Buonaparte, di mezzi sufficienti alla propria sussistenza, al cominciare del nuovo ne fu priva, per modo che si vide ridotta alla necessità di mendicare il vitto. Le grida di questi infelici giunsero al trono del despota. Quell'anima di ferro sorrise ai loro lamenti e segnò il decreto che riduceva in beni immaginari quelli che essi avevano diritto di attendere per il loro sostentamento. La Francia, gravitando col suo immenso peso sopra di noi, ci costringeva a gemere in un silenzio impotente fra le catene; ma il nuovo tiranno, costringendoci all'obbedienza colle sue meschine forze, grandi solo in rispetto alla nostra debolezza, eccitava la nostra indignazione e ci facea mordere i lacci della schiavitù. Vi fu chi, più generoso, osò far conoscere che ei meritava una miglior sorte. Egli fu bandito dallo Stato da chi non ne aveva che la provvisoria amministrazione. Si chiamò male intenzionato chi fu assai fedele ai suoi doveri per non macchiarsi con l'adesione a un governo disleale; si trattò da fellone chi osò richiamare alla memoria con sentimenti di riconoscenza il padre del suo popolo; si posero in opera dei mezzi di rigore contro chi mostrossi inseparabile dall'attaccamento al suo sovrano legittimo. Allora ci avvedemmo che Napoleone era ancora sul trono per noi.

Italiani! E non precipitò l'oppressore dal suo soglio! Fu già detto che la cosa più rara è un tiranno che giunga alla decrepitezza [1]. Quel popolo che può dirlo con verità non avrà per lungo tempo dei tiranni. Ma, arrossisco in confessarlo, se falangi straniere non venivano in nostro soccorso, il tiranno invecchiava in mezzo a una folla di schiavi. Uomini indegni, impinguati nel disordine, anelanti alla rapina, vili e ributtanti nei pericoli, elevati ai supremi ranghi per aver saputo superare ogni sentimento di onore e aver traditi gl'interessi della patria e del legittimo sovrano, passeggiavano colla fronte sicura per la più bella provincia della Italia e imponevano coi loro grossolani talenti agli spiriti più colti. Il tiranno era, dicea egli, determinato a conservare il Piceno [2]. Ma ciò non era in suo potere come il devastarlo. Numerose schiere di prodi avanzarono dal settentrione d'Italia, sbaragliarono le sue squadre, dissiparono con un soffio i suoi chimerici progetti, annientarono le sue speranze, distrussero dai fondamenti il barcollante edifizio del suo potere. Pallidi, tremanti, così codardi nei pericoli come prodi nei furti, rincularono, fuggirono i miserabili ministri della sua tirannide, accompagnati dalle maledizioni dei popoli, volarono a cercare un asilo vicino ai lari che aveano traditi: il vincitore gl'incalza, eccita lo sdegno della nazione che risente i suoi diritti, occupa la capitale profanata dal nemico, insegue per ogni dove gli avanzi della schiacciata monarchia, ripone la corona sul capo dello sventurato principe legittimo, che torna omai a travagliare alla felicità dei suoi popoli... Italiani! esultiamo! siam liberi! il dispotismo, il tiranno son confusi col nulla. Fumante del sangue dei popoli da lui usurpati, carico delle rapite sostanze degl'italiani, ebbro di fanatismo e trascinato dal genio di sedizione, questo nuovo Tilliboro [3] avea osato chiamare gl'Italiani a soccorrerlo, avea ardito proclamare la indipendenza dell'Italia. Sciagurato! Sarebbe questa conforme ai nostri interessi? Potrebbe l'Italia aver causa commune colla Francia? Italiani rigenerati all'entusiasmo e all'amor patrio, ascoltate.

Per muoverci a prender le armi onde ricuperare la indipendenza italiana, convenìa persuaderci che questo fosse il momento opportuno di cercarla e che ciò non esponesse la Italia a gravi pericoli; che fosse possibile dopo considerabili sforzi di ottenere l'intento; che la indipendenza fosse veramente da preferirsi allo stato in cui ritrovavasi l'Italia e in cui tuttora ritrovasi. Senza ciò poteva un uom saggio abbracciare con ragione il partito che se gli proponeva? E dovea egli ciecamente abbandonarsi nelle mani di uno straniero che invitavalo a militare sotto i suoi stendardi? Ma tutto ciò appunto è quello che non si potea giammai dimostrarci. Italiani! è omai tempo di cacciare il fanatismo, quel mostro che mena con trasporto incontro ad un bene, che sparisce allorchè si crede più vicino che trae con violenza nel precipizio, che impone allo stolto ed al saggio; quello che impedisce di discernere il vero dall'apparente, che si dice entusiasmo ed è passione, che si appella coraggio ed è furore; quello che veste i buoni alla foggia dei soverchiatori, che dà alla giusta causa l'aspetto della malvagia, che rende odiosi i difensori dei più sacri diritti, che comincia con strepito, continua con freddezza, finisce con indifferenza. Era questo il tempo, dopo i funesti effetti della rivoluzione francese, dopo i danni orribili cagionati da quel popolo forsennato a tutta l'Europa, dopo le stragi crudeli e il sangue sparso per rientrar poi nello stato primiero e non fare che una parentesi negli annali dell'universo e nella cronologia dei regnanti, di proporre alla Italia una rivoluzione? Il momento in cui questa, dopo i terrori di una guerra ostinata, cominciava a gustar del riposo ed apriva il cuore alla speranza di una pace che credeva durevole, era quello di eccitare gl'italiani alla rivolta e d'invitarli a rinnovare la guerra? Qual follia di esortare il popolo ad essere egli stesso il ministro di quei disastri che avea fino allora deplorati, a riaccendere quel fuoco che avrebbe poco innanzi voluto estinguere a costo dei maggiori sacrifizi, a combattere quegli stessi che avea sino a quel tempo riguardati come suoi liberatori? Qual crudeltà di agitare di nuovo la face della discordia, spenta pocanzi con tanto sangue, di volere strappare i popoli dalle braccia dei loro legittimi sovrani sospirati da tanto tempo, d'inasprir delle piaghe non ancora sanate! Ma qual audacia sopratutto di attentare alla sicurezza dei regnanti, di spingere delle falangi in seno a popoli tranquilli, che nulla aveano chiesto al loro duce, nè altro poteano chiedergli che la pace, d'intimar guerra universale a prìncipi, che in niun conto aveanlo provocato! Se è lecito ad una nazione intera unanimemente congiurata di cacciar dal trono un tiranno, poteva egli, dopo aver usurpato a viva forza una parte d'Italia, farsi interprete dei sentimenti dell'altra parte, e annunziare in di lei nome ai pacifici sovrani che il loro potere dovea cessare fra poco?

Grandi travagli diretti a conseguire un grande scopo sono un nulla per un cuor generoso. Ma i danni incalcolabili di una intera nazione, i pericoli immensi di un intero popolo sono eglino da disprezzarsi? È egli un nulla il soggettare una nazione colla speranza di un bene immaginario a danni reali ed obbligarla a correre suo malgrado dei pericoli presenti in vista di un sognato vantaggio? Poteva egli ignorare che le forze preponderanti di una delle più grandi potenze dell'universo sarebbero all'istante piombate sopra l'Italia, ed avrebbono involta la nazione nella sventura dell'usurpatore, se ella fosse stata assai cieca per sostenerlo ed assai infedele per concepire dei sentimenti di ribellione? Poteva egli senza frenesia lusingarsi di appoggiare colle sue miserabili legioni gli sforzi dei ribelli italiani e di garantirli dallo sdegno di un nemico irritato e potente? Poteva egli sperare che una nazione divisa da tanti secoli d'interessi e di mire, rotti ad un tratto gli antichi legami di attaccamento che la riunivano ai suoi legittimi prìncipi, rinunziando ad ogni impegno ed abbandonando ogni vista privata, si riunisse sotto le insegne di uno straniero, in difesa di una causa di cui non conosceva i vantaggi, per la conquista di una felicità a lei affatto nuova e per sostegno di un sovrano, di cui non avea sperimentato il governo e che tutto contribuiva a fargli riguardare come nemico? Gli orrori di una guerra civile, se la reazione del partito fedele alla giusta causa, sostenuta dalle forze straniere, fosse stata assai vigorosa, erano l'unico frutto che il liberatore d'Italia poteva attendere dalle sue cure. Ma chi dovea il suo innalzamento alla guerra civile di Francia, non potea non desiderarla in Italia. Di una parte di questa egli riconosceva il possedimento dalle dissenzioni dei francesi, dalla discordia degli italiani egli attendea il dominio dell'altro.

Ma l'Italia poteva ella considerare il conseguimento della sua indipendenza come possibile? A costo dei più grandi sacrifizi, poteva ella sperare di ottenere l'intento? Taccio delle immense forze della Lega europea, interessata all'abbassamento di chi volea farsi nostra guida, una parte delle quali avrebbe mandata a vuoto ogni nostra intrapresa. Taccio della difficoltà di spogliare tante reali famiglie dei loro antichi diritti, della sicura inazione della massima parte degli italiani, del credito vacillante dell'armata che favoriva la rivoluzione. Dopo aver superate tutte le opinioni, dopo aver fatto tacere tutti i diritti, dopo avere eccitato negl'italiani un solo spirito, averli tutti riuniti sotto le stesse bandiere, averne formato un solo esercito, dopo avere respinte tutte le armate straniere al di là delle Alpi, l'Italia nulla avrebbe ottenuto. Ella avrebbe ancor avuto a combattere un insuperabile nemico, il suo preteso liberatore. Può dirsi indipendente una nazione soggetta ad un uomo, straniero di patria e d'interessi, che ha portato all'ultimo grado l'egoismo sul trono? Col prezzo di migliaia di vite, colla depauperazione de' suoi erari, coll'aver corsi immensi pericoli, coll'aver superati infiniti ostacoli, l'Italia si sarebbe comprato un tiranno, ed un tiranno omai potente e terribile. Invano si vollero attribuire all'usurpatore dei sentimenti liberali; invano ci si volle far credere che l'Italia, dopo essersi liberata, avrebbe potuto disporre di se stessa; invano si cercò di persuaderci che, resi indipendenti dall'estero, noi lo saremmo egualmente nella elezione del capo. Avria convenuto essere affatto stranieri nelle istorie per rimaner sorpresi da frodi omai conosciute. Misera Italia! Ella avrebbe veduto tornare un Appio Claudio senza speranza di vedere risorgere un Virginio; un Cinna senza un esercito vendicatore [4]; un Cesare senza un Bruto. Straniero! se tu sei assai forte per vincerci, non ti lusingare di essere assai accorto per ingannarci. Le tue arti non hanno per noi l'efficacia delle tue armi. Quando tu vieni, fornito di catene per caricarcene, cessa d'ora innanzi di prometterci libertà. Tu puoi renderci schiavi, ma non farci credere di esser liberi. Ti basti di comandarci, non sperare d'illuderci. Se dei vili adulatori applaudissero alle tue menzogne essi non potrebbon esser gl'interpreti dei sentimenti della nazione. Tiranni, se, per conservare il potere che avete usurpato, voi avete bisogno dei soccorsi spontanei dei popoli, voi potete discendere dal trono. Se noi siam deboli, non siamo dei folli; se soffriamo il tiranno, non sapremmo soccorrerlo; se sopportiamo la schiavitù, non sapremmo somministrare i mezzi di prolungarla.

Questa indipendenza però, esaltata con sì magnifiche espressioni ancor dai meno preoccupati, ricercata con mezzi più acconci e sotto più fausti auspìci, sarebbe di gran vantaggio alla Italia? Non lo dissimuliamo. La nostra nazione riunita tutta sotto un sol capo sarebbe formidabile ai suoi nemici; un popolo, come il nostro generoso e nobile, colle immense risorse somministrate dal suo territorio e dalle sue facoltà intellettuali, potrebbe concepire dei vasti disegni ed ottenere dei grandi successi. Egli fu un tempo signore dell'universo, potrebbe ora gettar dell'ombra su tutte le nazioni [5]. Ma l'Italia sarebbe perciò felice? Per asserirlo, converrebbe supporre che la felicità della nazione consista nella forza delle armi, nell'esser terribile allo straniero, nel poter con vantaggio cominciare una guerra e continuarla senza cedere, nel possedere tutto ciò che fa d'uopo per esser temuta e che è necessario per non temere, nell'abbondanza dei mezzi per sostenere la gloria dei propri eserciti e la fortuna delle proprie armi. Ma se la vera felicità dei popoli è riposta nella pace necessaria alle arti utili, alle lettere, alle scienze, nella prosperità del commercio e dell'agricoltura, fonti della ricchezza delle nazioni, nell'amministrazione paterna di Sovrani amati e legittimi; possiam dirlo con verità, non v'ha popolo più felice dell'italiano. Provveduto con liberalità dalla natura di tutto ciò che fa d'uopo ad alimentare il commercio, abitatore di un terreno che rende con usura all'agricoltore ciò che gli venne affidato, ricco dei doni della mente e di spiriti grandi in ogni genere, condotto ad un grado di civilizzazione che niun popolo oltrepassò giammai, che può egli desiderare per condizione e compimento della sua felicità? La pace. Questo bene, oggetto dei voti di tutte le nazioni, è necessario per l'Italia, che solo su di esso può fondare le speranze di un prospero stato. Non si fa la guerra che per ottenere la pace. Noi eravamo giunti a goderne. Perchè dunque far dell'Italia una nazione guerriera? perchè rendere incerto ciò che era sicuro ed obbligarci a conquistare ciò che di già possedevamo? L'Italia, posta a contatto di due grandi potenze, d'ordinario discordi, potrebbe dispensarsi dal prender parte alle loro differenze? E benchè sudditi di principe men potente, i bravi discendenti dei liguri [6] nella lotta delle due nazioni poterono mantenersi spettatori indifferenti? Non è ancor spenta la memoria della gloriosa giornata, che salvò la capitale dello Stato dagli estremi disastri [7]. Folle straniero! perchè volevi tu sollevarci contro i nostri prìncipi? Avevamo noi forse dei tiranni? Egli è strano che il solo tiranno che fosse in Italia abbia esortati i popoli alla ribellione e intimata guerra a una sognata tirannia. Noi avevamo dei sovrani affettuosi ed amabili, che anteponevano la felicità dei loro sudditi alla propria ambizione, o, piuttosto, che non aveano altra ambizione che quella di formare la felicità dei popoli. Invano tu volevi strapparceli. Noi li possediamo tuttora, noi li conserveremo, e queste famiglie sacre saranno la eredità dei nostri posteri e il prezioso pegno che gl'italiani fedeli e sensibili consegneranno ai loro figli.

Divisa in piccoli regni, l'Italia offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero. Questa specie di grandezza può consolarci di quella che noi perderemmo. Sì, noi fummo grandi una volta: noi rigettammo quei Galli, che il tempo ha resi più forti, fuori delle nostre terre, noi li cacciammo alle loro tane, noi li soggiogammo, noi li facemmo nostri schiavi. Dalle colonne di Ercole sino al Caucaso noi stendemmo la gloria del nostro nome e il terrore delle nostre armi. Tutto si sottomise al nostro impero, tutto cedè al nostro valore, e noi fummo i signori del mondo. Fummo per questo felici? Le discordie civili, le guerre, le vittorie stesse non ci lasciavano un'ora di quella pace che tutto il mondo sospira. Il tempio di Giano sempre aperto vomitava disordini e sventure. Padroni dell'universo, noi non lo eravamo di noi stessi. Ci convenne conquistare la sede delle scienze per apprendere a regolare le nostre passioni. Terribili a tutto il mondo, noi eravamo, ciò che ora è la Francia, l'oggetto della esecrazione di tutti i popoli. Quante nazioni, assalite a torto e spogliate dei loro beni, ci ridomandarono piangendo le sostanze che gli avevamo rapite, i mezzi di sostentamento che gli avevamo tolti, la felicità che gli avevamo involata! Quanti popoli innocenti ci mostrarono i loro campi che avevamo saccheggiati, le loro città che avevamo distrutte, i loro tempii che avevamo profanati! Quante madri sparse di lacrime corsero angosciose dietro ai loro figli che trascinavamo carichi di catene, o si gettavano disperate sui cadaveri di quelli che avevamo trucidati, chiamando le maledizioni del cielo sui barbari distruggitori delle loro più care speranze! Ci basti. Ebbimo ancor noi il nome di tiranni, fummo ancor noi tinti di sangue. La nostra grandezza, la nostra felicità deve dunque consistere in fare degli infelici? Italiani! rinunziamo al brillante ed appigliamoci al solido. Quando ci si propone un potere pernicioso o una pace di cui tutto ci garantisce la durata, rigettiamo l'uno ed eleggiamo l'altra: quello ci darebbe dei nomi e questa ci dà delle cose; quello una gloria fantastica e questa dei reali vantaggi. Una nazione non deve esitare nella scelta della sua vera felicità.

Noi abbiamo a sperare un riposo veramente durevole. Se alcuno volesse turbarlo, noi saremmo difesi da tutta l'Europa. Coll'ingrandirsi in Italia, egli distruggerebbe l'equilibrio che tutte le potenze sono interessate a conservare. E chi infatti potrebbe inquietarci? Forse quel monarca augusto che possiede già tanto in Italia, egli che impiega al presente le sue proprie armi per ristabilire in essa dei diritti legittimi, e che non può aver maggiore interesse che quello di vederla pacifica? Forse gli altri principi d'Europa, che, distanti per gran tratto dall'Italia, non possono desiderare di possederla nè sperare di conservarla? Forse gli stessi pacifici regnanti italiani, che nulla bramano più che il riposo, che non avrebbono nè causa di eccitar discordie nè mezzi per sostenere una guerra durevole? l'Italia sarà dunque la più felice di tutte le nazioni, e il mantenerla in questo stato sarà dell'interesse di tutta l'Europa. Essa non avrà a temere che la nemica dell'universo la Francia.

È tempo, italiani, di risvegliare il vostro entusiasmo. Quegli che ci proponeva di cacciare i nostri principi e di riunirci sotto un sol capo era francese. Francese! Sì, italiani, e di famiglia e d'interessi congiunto al nemico dell'Europa. Egli secondava i suoi movimenti, egli avrebbe fatto servire l'Italia alle sue mire, egli ci avrebbe fatti schiavi della Francia. Gran Dio! Quella nazione sleale, che ha perduto omai ogni diritto alla stima d'Europa, potrebbe mai tornare ad esercitare il suo tirannico imperio sopra il più bel paese della terra? No, francesi. Noi meritiamo altri destini. Una nazione sì nobile non avrà più l'onta di esservi suddita. Un milione di armati ce ne assicura. Ma l'Italia per colpa della Francia ha già perduta una parte del suo splendore. Ambizioso e vile, quel popolo sciagurato ci ha rapiti i più cari oggetti della nostra compiacenza e del nostro innocente orgoglio: i preziosi monumenti delle arti. L'Italia gettò un grido di lamento quando vide le sue contrade spogliarsi di ciò che ne formava la gloria, saccheggiarsi i suoi palagi, i suoi tempii privarsi dei loro più vaghi ornamenti, che formavano l'ammirazione dell'Europa e che intieri secoli non valgono a rimpiazzare. Ella vide lunghe file di carri carichi delle sue spoglie recarsi a valicare le Alpi e ad abbellire terre straniere, mentre il Francese avido e sitibondo, chiedeva nuove prede e nuova èsca alla sua insaziabile ingordigia; ella gemea frattanto sordamente e si spogliava del suo oro e dei suoi più preziosi pegni, per ricevere in cambio delle catene. Misera Italia! che sono ora i tuoi tempii, oggetto una volta della invidia delle nazioni? che sono i tuoi edifizi e le tue vie, sì ricche un tempo di ciò che a niun popolo era dato d'imitare? Esse sono povere e nude, lo straniero possiede le tue spoglie e ne orna le sue contrade insanguinate, i suoi tribunali di proscrizione. Invano la natura ti fe' madre feconda dei più nobili artefici, invano ti rese superiore ad ogni popolo nelle arti e ti fornì dei loro più rari prodotti, invano i Raffaelli e i Tiziani travagliarono assiduamente per illustrare la loro patria col loro immortale pennello; lo straniero, non potendo rapirti gl'ingegni, ne usurpa i frutti e ti priva del modo di mostrare all'Europa con autentiche testimonianze la tua superiorità. Italiani! si vuol privarvi di quella gloria che avete acquistata da tanto tempo e che tanti secoli vi confermarono. Non permettete che lo straniero profitti del vostro silenzio. Quando i monarchi liberatori d'Europa carichi di novelle palme avranno reiterato il loro ingresso trionfale nella ribelle Babilonia, ridomandate con fermezza i vostri monumenti e andate con confidenza a riconoscere fra quel cumulo di rapiti tesori le vostre spoglie insanguinate. Frattanto i francesi riconoscono essi i loro torti? Dopo sì orrende catastrofi, sono essi pronti a rinunziare alle loro antiche prede? No: la loro capitale è, dicon essi, quella del mondo civilizzato; quivi deve essere il museo dell'Europa. Roma in una nobile indigenza cerchi i modi di risarcire con dei nuovi monumenti la perdita di quelli che essa ha ceduti alla erede di Atene [8]. Vili usurpatori! Noi nulla vi cedemmo, nè vi cederemo giammai. Noi detestiamo la vostra Atene, che non riconosce più dei Pericli, ma dei Pisistrati per capi, e che non ha più degli Armodi ad opporgli. [9]

Omai ogni francese è degno di odio, perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Accecati dall'amore verso la loro patria, essi non sanno confessare che ella ha avuto dei torti. Chiamano grandezza d'animo ciò che è orgoglio sfrenato, sensibilità ciò che è fanatismo. Le loro armate non sono state vinte, esse sono le migliori d'Europa [10];  la Francia è la prima nazione dell'universo, e i francesi, nati per comandare, meritano la venerazione di tutti i saggi. Qual frenesia! Malgrado tutte le loro sventure, essi non sanno rinunziare all'ambizione di essere i signori del mondo. Noi fummo un tempo più di loro potenti, ma non esitiamo a confessare che noi fummo dei tiranni. Noi onoriamo la nostra nazione col riconoscerne i torti; ma essi l'abbassano col cercar d'innalzarla. Dopo la distruzione della tirannia, si son veduti degli spiriti virtuosi e sensibili rigettare sugl'italiani la odiosità dei mali cagionati all'Europa, accusar lo straniero dei delitti che hanno fatto fremere l'universo, e giudicar la Francia incapace di tali eccessi. Essi hanno dimenticato che, allorquando il tiranno era secondato dalla fortuna, essi avean detto: Noi possiamo riguardarlo come francese [11]. I suoi più verdi anni, la sua educazione appartengono alla Francia, ed è colla educazione che l'uomo si forma ed apprende a concepir quei disegni che poscia deve eseguire. Sì, la Francia, allevò nel suo seno questo mostro che aveva a sbranarla: invano vorrebbe essa rigettare sullo straniero l'orrore dei suoi misfatti. Taccio che il sangue francese scorre forse nelle sue vene [12]. Ma già la Francia ha mostrato in faccia all'Europa chi debba dirsi reo delle sciagure che ci afflissero. Ella ha richiamato Buonaparte; ella ha di nuovo esiliata quella famiglia augusta, che, per le sue virtù accompagnate dalle sventure, ha acquistato un diritto alla tenera compassione di tutti i cuori; ella ha rigettati que' gigli innocenti, che mal convenivano ad un popolo tinto di sangue, e loro ha sostituita l'aquila della rapina e del disordine. Quest'orribile tradimento, senza esempio nelle istorie e nuovo negli annali della civilizzazione, ha retto quel popolo vile e ribelle, degno della vendetta dell'universo. La Francia, col richiamare il tiranno, ha mostrato che ella è degna di essere schiava; ma, se ella ama la servitù, l'Europa non vuol essergli compagna nella sua sorte. Ella impugna di nuovo con aspetto terribile la sua spada vittoriosa. Ella avea combattuto contro il tiranno, ora affronterà la nazione. Francesi! è giunto il tempo del vostro abbassamento. Il vostro potere declina all'occaso, come declinava il nostro ai tempi di Teodorico e di Totila. L'annientamento dei principii morali presso di voi, la vostra assurda volubilità, le forze di tutta l'Europa contro voi riunite, annunziano il fine della vostra preponderanza. Possano le nazioni d'Europa, sclamava un francese [13], adunare nel nostro regno i loro Stati generali e non formare con noi che una sola famiglia, di cui sia capo il nostro principe. Sì, francesi! I sovrani di tutta l'Europa si aduneranno per la seconda volta nella vostra capitale, ma scortati da un milione di armati, e a fine di togliergli ogni speranza di divenire la capitale del mondo.

Tiranni! esecrazione dei popoli, orrore dei posteri, abominio dei secoli! tremate. L'Europa unita, in nome dei sacri diritti delle nazioni, giura di non deporre le armi finchè non abbia annientato il vostro potere, finchè non abbia schiacciata l'idra antica, e ingiuriosa all'uman genere, della tirannia. Italiani, fratelli, compatriotti generosi e nobili, in questa guerra sacra, in cui tutta la cristianità si arma per la difesa dei suoi legittimi diritti, rimarrem noi spettatori neghittosi e tranquilli? No, non ci abbandoniamo per anco ad un riposo prematuro, che potrebbe esser pernicioso. Non aspettiamo di rallegrarci della caduta del tiranno e di esclamare contro la tirannia dopo che ella è distrutta [14]. Lanciamoci con ardore in mezzo alle falangi nemiche, combattiamo per la pace e per la felicità della patria, mostriamo a quel popolo inquieto e volubile che non senza rischio si provoca l'ira dell'Europa e si risveglia con tirannici trattamenti lo spirito addormentato delle nazioni. Benchè governati da capi diversi, noi siamo animati da uno stesso entusiasmo; una è la causa che abbiamo a difendere. L'Europa, divisa in tante nazioni e in tante lingue, marcia ora sotto le stesse bandiere. Niuno de' nostri principi ricuserà di aver parte alla gloria di aver liberata l'Europa e la nazione dal dispotismo che le minaccia. La Francia e l'Italia, disse non ha guari un francese, dovrebbono rinunciare per sempre l'una all'altra [15]. Ancora un momento, francesi, e i vostri desideri saranno adempiti. Noi verremo fra voi colla spada alla mano, noi combatteremo finchè non avremo assicurato un riposo stabile alle nostre famiglie, una pace solida alla nostra patria, e poi vi abbandoneremo per sempre. Solo coll'abbandonarvi ricupereremo quella felicità che ci avete tolta e che il nostro valore e quello dell'Europa ci avranno ridonata.

 

note

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[1] Detto di Talete, il primo dei sette greci sapienti, ricordato da Plutarco nel libro sul Genio di Socrate e nel Convito dei sette sapienti, e dal Laerzio nella Vita di Talete stesso, libro i, segm 36.

[2] Si sa che egli se ne espresse chiaramente in un suo dispaccio, al generale Carascosa risiedente in Ancona.

[3] Ladrone dell'Asia, di cui Arriano scrisse la vita. «Ed in vero, Arriano discepolo di Epitteto, uomo primario tra i romani e per tutta la vita esercitato nello studio delle lettere, avendo fatto non so che di simile a ciò che ora intraprendiamo, può rispondere in nostro favore. Egli infatti non ebbe a vile di scrivere la vita del ladrone Tilliboro». LUCIANO nel Pseudo mantide.

[4] Lucio Cornelio Cinna console, della fazione di Mario, fu lapidato in Ancona dal suo esercito.

[5] «Il importe peutêtre au repos de l'Europe qu'elle (l'Italie) reste divisée, comme elle est, en différentes sauverainetés: car, si toutes tombaient au pouvoir d'un seul, et que ce monarque eût la rage et le génie des conquêtes, que re tenteraitil pas avec tous les moyens qu'il trouverait dans un tel pays?» COYER, Voyage d'Italie, Vue générale sur l'Italie, chap. I.

[6] Cioè i piemontesi, o siano i discendenti degli antichi taurini, che Plinio (libro VII, cap. 17) e, per quanto apparisce, ancora Tito Livio, fanno derivare dai Liguri.

[7] La giornata di Torino, guadagnata dal principe Eugenio di Savoia e dal duca Vittore Amedeo II il dì 7 di settembre del 1706.

[8] «Pour dernier trait de cet amour des arts, si naturel aux chefs de l'Église, le successeur de Pie VI en même temps qu'il rend la paix aux fidèles, trouve encore, dans sa noble indigence, des moyens de remplacer, par de nouvelles statues, les chefsd'oeuvre, que Rome, tutrice des beaux arts, a cédés à l'héritière d'Athènes». M. DE CHATEAUBRIAND, Génie du Christianisme, quatrième partie, livre VI, chap. 6.

 

[9] Armodio ed Aristogitone distrussero la tirannia dei Pisistratidi. Gli ateniesi gl'innalzarono delle statue.

[10] Quando il maresciallo di Tallard fu fatto prigione dall'armata collegata nella battaglia di Hochstädt, disse al duca di Marlboroug che egli era inconsolabile, perchè erano state battute le migliori truppe del mondo. Io spero, rispose il duca, che eccettuerete quelle che le hanno vinte.

[11] Così appunto avea scritto Francesco Pagès, nella Storia secreta della Rivoluzione francese, libro XXXI.

[12] Veggasi il citato scrittore nello stesso luogo, e le Memorie segrete sulla vita pubblica e privata e sul carattere personale di Napoleone Buonaparte, pubblicate nello scorso anno in Padova, pp. 5 e 6.

[13] «Puissent les nations de l'Europe y rassembler (en France) leurs États Généraux et ne faire avec nous qu'une seule famille dont il (notre roi) soit le chef». M. de Saintpierre, Voeux d'un solitaire pour servir de suite aux Études de la nature, Voeux pour les nations.

[14] «E Filostrato: Ti ammirerei, disse, se vivo lo avessi condannato. Accusare il tiranno ancor vivente è da uomo, perseguitarlo dopo la sua morte è da tutti». Filostrato, Vite dei sofisti, , lib. II, Vita di Eliano.

[15] «La France et l'Italie devraient enfin se connaître et renoncer pour toujours l'une à l'autre». M. de Chateaubriand, De Bonaparte et des Bourbons.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 02 febbraio 2010