Giacomo Leopardi

Pensieri

XLI. - LX.

Edizione di riferimento:  

Leopardi, Tutte le opere, vol. I, Sansoni Editore, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni e con la collaborazione di Enrico Ghidetti, che ha curato la Vita e le opere di Giacomo Leopardi e la Nota bibliografica.

XLI

Rade volte è ragione che l'uomo si tenga offeso di cose dette di lui fuori della sua presenza, o con intenzione che non dovessero venirgli alle orecchie: perché se vorrà ricordarsi, ed esaminare diligentemente l'usanza propria, egli non ha così caro amico, e non ha personaggio alcuno in tanta venerazione, al quale non fosse per fare gravissimo dispiacere d'intendere molte parole e molti discorsi che fuggono a lui di bocca intorno ad esso amico o ad esso personaggio assente. Da un lato l'amor proprio è così a dismisura tenero, e così cavilloso, che quasi è impossibile che una parola detta di noi fuori della presenza nostra, se ci è recata fedelmente, non ci paia indegna o poco degna di noi, e non ci punga; dall'altro è indicibile quanto la nostra usanza sia contraria al precetto del non fare agli altri quello che non vogliamo fatto a noi, e quanta libertà di parlare in proposito d'altri sia giudicata innocente.

XLII

Nuovo sentimento è quello che prova l'uomo di età di poco più di venticinque anni, quando, come a un tratto, si conosce tenuto da molti de' suoi compagni più provetto di loro, e, considerando, si avvede che v'è in fatti al mondo una quantità di persone giovani più di lui, avvezzo a stimarsi collocato, senza contesa alcuna, come nel supremo grado della giovinezza, e se anche si reputava inferiore agli altri in ogni altra cosa, credersi non superato nella gioventù da nessuno; perché i più giovani di lui, ancora poco più che fanciulli, e rade volte suoi compagni, non erano parte, per dir così, del mondo. Allora incomincia egli a sentire come il pregio della giovinezza, stimato da lui quasi proprio della sua natura e della sua essenza, tanto che appena gli sarebbe stato possibile d'immaginare se stesso diviso da quello, non è dato se non a tempo; e diventa sollecito di così fatto pregio, sì quanto alla cosa in se, e sì quanto all'opinione altrui. Certamente di nessuno che abbia passata l'età di venticinque anni, subito dopo la quale incomincia il fiore della gioventù a perdere, si può dire con verità, se non fosse di qualche stupido, ch'egli non abbia esperienza di sventure; perché se anco la sorte fosse stata prospera ad alcuno in ogni cosa, pure questi, passato il detto tempo, sarebbe conscio a se stesso di una sventura grave ed amara fra tutte l'altre, e forse più grave ed amara a chi sia dalle altre parti meno sventurato; cioè della decadenza o della fine della cara sua gioventù.

XLIII

Uomini insigni per probità sono al mondo quelli dai quali, avendo familiarità con loro, tu puoi, senza sperare servigio alcuno, non temere alcun disservigio.

XLIV

Se tu interroghi le persone sottoposte ad un magistrato, o ad un qualsivoglia ministro del governo, circa le qualità e i portamenti di quello, massime nell'ufficio; anche concordando le risposte nei fatti, tu ritroverai gran dissensione nell'interpretarli; e quando pure le interpretazioni fossero conformi, infinitamente discordi saranno i giudizi, biasimando gli uni quelle cose che gli altri esalteranno. Solo circa l'astenersi o no dalla roba d'altri e del pubblico, non troverai due persone che, accordandosi nel fatto, discordino o nell'interpretarlo o nel farne giudizio, e che ad una voce, semplicemente, non lodino il magistrato dell'astinenza, o per la qualità contraria, non lo condannino E pare che in somma il buono e il cattivo magistrato non si conosca né si misuri da altro che dall'articolo dei danari; anzi magistrato buono vaglia lo stesso che astinente, cattivo lo stesso che cupido. E che l'ufficiale pubblico possa disporre a suo modo della vita, dell'onestà e d'ogni altra cosa dei cittadini; e di qualunque suo fatto trovare non solo scusa ma lode, purché non tocchi i danari. Quasi che gli uomini, discordando in tutte l'altre opinioni, non convengano che nella stima della moneta: o quasi che i danari in sostanza sieno l'uomo; e non altro che i danari: cosa che veramente pare per mille indizi che sia tenuta dal genere umano per assioma costante, massime ai tempi nostri. Al qual proposito diceva un filosofo francese del secolo passato: i politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano d'altro che di commercio e di moneta. Ed è gran ragione, soggiunge qualche studente di economia politica, o allievo delle gazzette in filosofia: perché le virtù e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento dell'industria; la quale provvedendo alle necessità giornaliere e rendendo agiato e sicuro il vivere a tutti gli ordini di persone renderà stabili le virtù, e proprie dell'universale. Molto bene. Intanto, in compagnia dell'industria, la bassezza dell'animo, la freddezza, l'egoismo, l'avarizia, la falsità e la perfidia mercantile, tutte le qualità e le passioni più depravatrici e più indegne dell'uomo incivilito, sono in vigore, e moltiplicano senza fine; ma le virtù si aspettano.

XLV

Gran rimedio della maldicenza, appunto come delle afflizioni d'animo, è il tempo. Se il mondo biasima qualche nostro istituto o andamento, buono o cattivo, a noi non bisogna altro che perseverare. Passato poco tempo, la materia divenendo trita, i maledici l'abbandonano, per cercare delle più recenti. E quanto più fermi ed imperturbati ci mostreremo noi nel seguitar oltre, disprezzando le voci, tanto più presto ciò che fu condannato in principio, o che parve strano, sarà tenuto per ragionevole e per regolare: perché il mondo, il quale non crede mai che chi non cede abbia il torto, condanna alla fine se, ed assolve noi. Onde avviene, cosa assai nota, che i deboli vivono a volontà del mondo, e i forti a volontà loro.

XLVI

Non fa molto onore, non so s'io dica agli uomini o alla virtù vedere che in tutte le lingue civili, antiche e moderne, le medesime voci significano bontà e sciocchezza, uomo da bene e uomo da poco. Parecchie di questo genere, come in italiano dabbenaggine, di buoni costumi, prive del significato proprio, nel quale forse sarebbero poco utili, non ritengono, o non ebbero dal principio, altro che il secondo. Tanta stima della bontà è stata fatta in ogni tempo dalla moltitudine i giudizi della quale, e gl'intimi sentimenti, si manifestano, anche mal grado talvolta di lei medesima, nelle forme del linguaggio. Costante giudizio della moltitudine, non meno che, contraddicendo al linguaggio il discorso, costantemente dissimulato, è, che nessuno che possa eleggere, elegga di esser buono: gli sciocchi sieno buoni, perché altro non possono.

XLVII

L'uomo è condannato o a consumare la gioventù senza proposito, la quale è il solo tempo di far frutto per l'età che viene, e di provvedere al proprio stato, o a spenderla in procacciare godimenti a quella parte della sua vita, nella quale egli non sarà più atto a godere.

XLVIII

Quanto sia grande l'amore che la natura ci ha dato verso i nostri simili, si può comprendere da quello che fa qualunque animale, e il fanciullo inesperto, se si abbatte a vedere la propria immagine in qualche specchio; che, credendola una creatura simile a se, viene in furore e in ismanie, e cerca ogni via di nuocere a quella creatura e di ammazzarla. Gli uccellini domestici, mansueti come sono per natura e per costume, si spingono contro allo specchio stizzosamente, stridendo, colle ali inarcate e col becco aperto, e lo percuotono; e la scimmia, quando può, lo gitta in terra, e lo stritola co' piedi.

XLIX

Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto all'interesse proprio, l'offende. Perciò l'odio né le ingiurie degli uomini non si possono fuggire: il disprezzo si può in gran parte. Onde sono il più delle volte poco a proposito gli ossequi che i giovani e le persone nuove nel mondo prestano a chi viene loro alle mani, non per viltà, né per altro interesse, ma per un desiderio benevolo di non incorrere inimicizie e di guadagnare gli animi. Del qual desiderio non vengono a capo, e in qualche modo nocciono alla loro estimazione; perché nell'ossequiato cresce il concetto di se medesimo, e quello dell'ossequioso scema. Chi non cerca dagli uomini utilità o grido, né anche cerchi amore, che non si ottiene; e, se vuole udire il mio consiglio, mantenga la propria dignità intera, rendendo non più che il debito a ciascheduno. Alquanto più odiato e perseguitato sarà così che altrimenti, ma non molte volte disprezzato.

L

In un libro che hanno gli Ebrei di sentenze e di detti vari, tradotto, come si dice, d'arabico, o più verisimilmente, secondo alcuni, di fattura pure ebraica, fra molte altre cose di nessun rilievo, si legge, che non so qual sapiente, essendogli detto da uno, io ti vo' bene, rispose: oh perché no? se non sei né della mia religione, né parente mio, né vicino, né persona che mi mantenga. L'odio verso i propri simili, è maggiore verso i più simili. I giovani sono, per mille ragioni, più atti all'amicizia che gli altri. Nondimeno è quasi impossibile un'amicizia durevole tra due che menino parimente vita giovanile; dico quella sorte di vita che si chiama così oggi, cioè dedita principalmente alle donne. Anzi tra questi tali è meno possibile che mai, sì per la veemenza delle passioni, sì per le rivalità in amore e le gelosie che nascono tra essi inevitabilmente, e perché, come è notato da Madama di Staël, gli altrui successi prosperi colle donne sempre fanno dispiacere, anche al maggior amico del fortunato. Le donne sono, dopo i danari, quella cosa in cui la gente è meno trattabile e meno capace di accordi, e dove i conoscenti, gli amici, i fratelli cangiano l'aspetto e la natura loro ordinaria: perché gli uomini sono amici e parenti, anzi sono civili e uomini, non fino agli altari, giusta il proverbio antico, ma fino ai danari e alle donne: quivi diventano selvaggi e bestie. E nelle cose donnesche, se è minore l'inumanità, l'invidia è maggiore che nei danari: perché in quelle ha più interesse la vanità; ovvero, per dir meglio, perché v'ha interesse un amor proprio, che fra tutti è il più proprio e il più delicato. E benché ognuno nelle occasioni faccia altrettanto, mai non si vede alcuno sorridere o dire parole dolci a una donna, che tutti i presenti non si sforzino, o di fuori o fra se medesimi, di metterlo amaramente in derisione. Onde, quantunque la metà del piacere dei successi prosperi in questo genere, come anche per lo più negli altri, consista in raccontarli, è al tutto fuori di luogo il conferire che i giovani fanno le loro gioie amorose, massime con altri giovani: perché nessun ragionamento fu mai ad alcuno più rincrescevole; e spessissime volte, anche narrando il vero, sono scherniti.

LI

Vedendo quanto poche volte gli uomini nelle loro azioni sono guidati da un giudizio retto di quello che può loro giovare o nuocere, si conosce quanto facilmente debba trovarsi ingannato chi proponendosi d'indovinare alcuna risoluzione occulta, esamina sottilmente in che sia posta la maggiore utilità di colui o di coloro a cui tale risoluzione si aspetta. Dice il Guicciardini nel principio del decimosettimo libro, parlando dei discorsi fatti in proposito dei partiti che prenderebbe Francesco primo, re di Francia, dopo la sua liberazione dalla fortezza di Madrid: "considerarono forse quegli che discorsero in questo modo, più quello che ragionevolmente doveva fare, che non considerarono quale sia la natura e la prudenza dei Franzesi; errore nel quale certamente spesso si cade nelle consulte e nei giudizi che si fanno della disposizione e volontà di altri". Il Guicciardini è forse il solo storico tra i moderni, che abbia e conosciuti molto gli uomini, e filosofato circa gli avvenimenti attenendosi alla cognizione della natura umana, e non piuttosto a una certa scienza politica, separata dalla scienza dell'uomo, e per lo più chimerica, della quale si sono serviti comunemente quegli storici, massime oltramontani ed oltramarini, che hanno voluto pur discorrere intorno ai fatti, non contentandosi, come la maggior parte, di narrarli per ordine, senza pensare più avanti.

LII

Nessuno si creda avere imparato a vivere, se non ha imparato a tenere per un purissimo suono di sillabe le profferte che gli sono fatte da chicchessia, e più le più spontanee, per solenni e per ripetute che possano essere: né solo le profferte, ma le istanze vivissime ed infinite che molti fanno acciocché altri si prevalga delle facoltà loro; e specificano i modi e le circostanze della cosa, e con ragioni rimuovono le difficoltà. Che se alla fine, o persuaso, o forse vinto dal tedio di sì fatte istanze, o per qualunque causa, tu ti conduci a scoprire ad alcuno di questi tali qualche tuo bisogno, tu vedi colui subito impallidire, poi mutato discorso, o risposto parole di nessun rilievo, lasciarti senza conchiusione; e da indi innanzi, per lungo tempo, non sarà piccola fortuna se, con molta fatica, ti verrà fatto di rivederlo, o se, ricordandotegli per iscritto, ti sarà risposto. Gli uomini non vogliono beneficare, e per la molestia della cosa in se, e perché i bisogni e le sventure dei conoscenti non mancano di fare a ciascuno qualche piacere; ma amano l'opinione di benefattori, e la gratitudine altrui, e quella superiorità che viene dal benefizio. Però quello che non vogliono dare, offrono: e quanto più ti veggono fiero, più insistono, prima per umiliarti e per farti arrossire, poi perché tanto meno temono che tu non accetti le loro offerte. Così con grandissimo coraggio si spingono oltre fino all'ultima estremità, disprezzando il presentissimo pericolo di riuscire impostori, con isperanza di non essere mai altro che ringraziati; finché alla prima voce che significhi domanda, si pongono in fuga.

LIII

Diceva Bione, filosofo antico: è impossibile piacere alla moltitudine, se non diventando un pasticcio, o del vino dolce. Ma questo impossibile, durando lo stato sociale degli uomini, sarà cercato sempre, anco da chi dica, ed anco da chi talvolta creda di non cercarlo: come, durando la nostra specie, i più conoscenti della condizione umana, persevereranno fino alla morte cercando felicità, e promettendosene.

LIV

Abbiasi per assioma generale che, salvo per tempo corto, l'uomo, non ostante qualunque certezza ed evidenza delle cose contrarie, non lascia mai tra se e se, ed anche nascondendo ciò a tutti gli altri, di creder vere quelle cose, la credenza delle quali gli è necessaria alla tranquillità dell'animo, e, per dir così, a poter vivere. Il vecchio, massime se egli usa nel mondo, mai fino all'estremo non lascia di credere nel segreto della sua mente, benché ad ogni occasione protesti il contrario, di potere, per un'eccezione singolarissima dalla regola universale, in qualche modo ignoto e inesplicabile a lui medesimo, fare ancora un poco d'impressione alle donne: perché il suo stato sarebbe troppo misero, se egli fosse persuaso compiutamente di essere escluso in tutto e per sempre da quel bene in cui finalmente l'uomo civile, ora a un modo ora a un altro, e quando più quando meno aggirandosi, viene a riporre l'utilità della vita. La donna licenziosa, benché vegga tutto giorno mille segni dell'opinione pubblica intorno a se, crede costantemente di essere tenuta dalla generalità per donna onesta; e che solo un piccolo numero di suoi confidenti antichi e nuovi (dico piccolo a rispetto del pubblico) sappiano, e tengano celato al mondo, ed anche gli uni di loro agli altri, il vero dell'esser suo. L'uomo di portamenti vili, e, per la stessa sua viltà e per poco ardire, sollecito dei giudizi altrui, crede che le sue azioni sieno interpretate nel miglior modo, e che i veri motivi di esse non sieno compresi. Similmente nelle cose materiali, il-Buffon osserva che il malato in punto di morte non dà vera fede né a medici né ad amici, ma solo all'intima sua speranza, che gli promette scampo dal pericolo presente. Lascio la stupenda credulità e incredulità de' mariti circa le mogli, materia di novelle, di scene, di motteggi e di riso eterno a quelle nazioni appresso le quali il matrimonio è irrevocabile. E così discorrendo, non è cosa al mondo tanto falsa né tanto assurda, che non sia tenuta vera dagli uomini più sensati, ogni volta che l'animo non trova modo di accomodarsi alla cosa contraria, e di darsene pace. Non tralascerò che i vecchi sono meno disposti che i giovani a rimuoversi dal credere ciò che fa per loro, e ad abbracciare quelle credenze che gli offendono: perché i giovani hanno più animo di levare gli occhi incontro ai mali, e più attitudine o a sostenerne la coscienza o a perirne.

LV

Una donna è derisa se piange di vero cuore il marito morto, ma biasimata altamente se, per qualunque grave ragione o necessità, comparisce in pubblico, o smette il bruno, un giorno prima dell'uso. È assioma trito, ma non perfetto, che il mondo si contenta dell'apparenza. Aggiungasi per farlo compiuto, che il mondo non si contenta mai, e spesso non si cura, e spesso è intollerantissimo della sostanza. Quell'antico si studiava più d'esser uomo da bene che di parere, ma il mondo ordina di parere uomo da bene, e di non essere.

LVI

La schiettezza allora può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non l'è data fede.

LVII

Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono. Però ad ottenere che gl'ingiuriatori si vergognino, non v'è altra via, che di rendere loro il cambio.

LVIII

I timidi non hanno meno amor proprio che gli arroganti; anzi più, o vogliamo dire più sensitivo; e perciò temono: e si guardano di non pungere gli altri, non per istima che né facciano maggiore che gl'insolenti e gli arditi, ma per evitare d'esser punti essi, atteso l'estremo dolore che ricevono da ogni puntura.

LIX

È cosa detta più volte, che quanto decrescono negli stati le virtù solide, tanto crescono le apparenti. Pare che le lettere sieno soggette allo stesso fato, vedendo come, al tempo nostro più che va mancando, non posso dire l'uso, ma la memoria delle virtù dello stile, più cresce il nitore delle stampe. Nessun libro classico fu stampato in altri tempi con quella eleganza che oggi si stampano le gazzette, e l'altre ciance politiche, fatte per durare un giorno: ma dell'arte dello scrivere non si conosce più né s'intende appena il nome. È credo che ogni uomo da bene, all'aprire o leggere un libro moderno, senta pietà di quelle carte e di quelle forme di caratteri così terse, adoperate a rappresentar parole sì orride, e pensieri la più parte sì scioperati.

LX

Dice il La Bruyère una cosa verissima, che è più facile ad un libro mediocre di acquistar grido per virtù di una riputazione già ottenuta dall'autore, che ad un autore di venire in riputazione per mezzo di un libro eccellente. A questo si può soggiungere, che la via forse più diritta di acquistar fama, è di affermare con sicurezza e pertinacia, e in quanti più modi è possibile, di averla acquistata.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 26 novembre 2009