Giacomo Leopardi

Pensieri

XXI. - XL.

Edizione di riferimento:  

Leopardi, Tutte le opere, vol. I, Sansoni Editore, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni e con la collaborazione di Enrico Ghidetti, che ha curato la Vita e le opere di Giacomo Leopardi e la Nota bibliografica.

XXI

Parlando, non si prova piacere che sia vivo e durevole, se non quanto ci è permesso discorrere di noi medesimi, e delle cose nelle quali siamo occupati, o che ci appartengono in qualche modo. Ogni altro discorso in poca d'ora viene a noia; e questo, ch'è piacevole a noi, è tedio mortale a chi l'ascolta. Non si acquista titolo di amabile, se non a prezzo di patimenti: perché amabile, conversando, non è se non quegli che gratifica all'amor proprio degli altri, e che, in primo luogo, ascolta assai e tace assai, cosa per lo più noiosissima; poi lascia che gli altri parlino di se e delle cose proprie quanto hanno voglia; anzi li mette in ragionamenti di questa sorte, e parla egli stesso di cose tali; finché si trovano, al partirsi, quelli contentissimi di se, ed egli annoiatissimo di loro. Perché, in somma, se la miglior compagnia è quella dalla quale noi partiamo più soddisfatti di noi medesimi, segue ch'ella è appresso a poco quella che noi lasciamo più annoiata. La conchiusione è, che nella conversazione, e in qualunque colloquio dove il fine non sia che intertenersi parlando, quasi inevitabilmente il piacere degli uni è noia degli altri, né si può sperare se non che annoiarsi o rincrescere, ed è gran fortuna partecipare di questo e di quello ugualmente.

XXII

Assai difficile mi pare a decidere se sia o più contrario ai primi principii della costumatezza il parlare di se lungamente e per abito, o più raro un uomo esente da questo vizio.

XXIII

Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un'altra. Della quale commedia oggi essendo tutti recitanti, perché tutti parlano a un modo, e nessuno quasi spettatore, perché il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e gli stolti, segue che tale rappresentazione è divenuta cosa compiutamente inetta, noia e fatica senza causa. Però sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un'azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i fatti. La quale, essendo i fatti, per esperienza oramai bastante, conosciuti immutabili, e non convenendo che gli uomini si affatichino più in cerca dell'impossibile, resterebbe che fosse accordata con quel mezzo che è, ad un tempo, unico e facilissimo, benché fino a oggi intentato: e questo è, mutare i detti, e chiamare una volta le cose coi nomi loro.

XXIV

O io m'inganno, o rara è nel nostro secolo quella persona lodata generalmente, le cui lodi non sieno cominciate dalla sua propria bocca. Tanto è l'egoismo, e tanta l'invidia e l'odio che gli uomini portano gli uni agli altri, che volendo acquistar nome, non basta far cose lodevoli, ma bisogna lodarle, o trovare, che torna lo stesso, alcuno che in tua vece le predichi e le magnifichi di continuo, intonandole con gran voce negli orecchi del pubblico, per costringere le persone sì mediante l'esempio, e sì coll'ardire e colla perseveranza, a ripetere parte di quelle lodi. Spontaneamente non isperare che facciano motto, per grandezza di valore che tu dimostri, per bellezza d'opere che tu facci. Mirano e tacciono eternamente; e, potendo, impediscono che altri non vegga. Chi vuole innalzarsi, quantunque per virtù vera, dia bando alla modestia.

Ancora in questa parte il mondo è simile alle donne: con verecondia e con riserbo da lui non si ottiene nulla.

XXV

Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, né lo conosce sì addentro, né tanto l'ha in ira, che guardato un tratto da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato; come nessuno è conosciuto da noi sì malvagio, che salutandoci cortesemente. non ci apparisca meno malvagio che innanzi. Le quali osservazioni vagliono a dimostrare la debolezza dell'uomo, non a giustificare né i malvagi né il mondo.

XXVI

L'inesperto della vita, e spesso anche l'esperto, in sui primi momenti che si conosce colto da qualche infortunio, massime dove egli non abbia colpa, se pure gli corrono all'animo gli amici e i familiari, o in generale gli uomini, non aspetta da loro altro che commiserazione e conforto, e, per tacere qui d'aiuto, che gli abbiano o più amore o più riguardo che innanzi, né cosa alcuna è sì lungi dal cadergli in pensiero, come vedersi, a causa della sventura occorsagli, quasi degradato nella società, diventato agli occhi del mondo quasi reo di qualche misfatto, venuto in disgrazia degli amici, gli amici e i conoscenti da tutti i lati in fuga, e di lontano rallegrarsi della cosa, e porre lui in derisione. Similmente, accadendogli qualche prosperità, uno de' primi pensieri che gli nascono, è di avere a dividere la sua gioia cogli amici, e che forse di maggior contento riesca la cosa a loro che a lui, né gli sa venire in capo che debbano all'annunzio del suo caso prospero, i volti de' suoi cari distorcersi ed oscurarsi, e alcuno sbigottire; molti sforzarsi in principio di non credere, poi di rappiccinire nell'estimazione sua, e nella loro propria e degli altri, il suo nuovo bene; in certi, a causa di questo, intepidirsi l'amicizia, in altri mutarsi in odio; finalmente non pochi mettere ogni loro potere ed opera per ispogliarlo di esso bene. Così è l'immaginazione dell'uomo ne' suoi concetti, e la ragione stessa, naturalmente lontana e aborrente dalla realtà della vita.

XXVII

Nessun maggior segno d'essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita.

XXVIII

Il genere umano e, dal solo individuo in fuori, qualunque minima porzione di esso, si divide in due parti: gli uni usano prepotenza, e gli altri la soffrono. Né legge né forza alcuna, né progresso di filosofia né di civiltà potendo impedire che uomo nato o da nascere non sia o degli uni o degli altri, resta che chi può eleggere, elegga. Vero è che non tutti possono, né sempre.

XXIX

Nessuna professione è sì sterile coìne quella delle lettere. Pure tanto è al mondo il valore dell'impostura, che con l'aiuto di essa anche le lettere diventano fruttifere. L'impostura è anima, per dir così, della vita sociale, ed arte senza cui veramente nessun'arte e nessuna facoltà, considerandola in quanto agli effetti suoi negli animi umani, è perfetta. Sempre che tu esaminerai la fortuna di due persone che sieno l'una di valor vero in qualunque cosa, l'altra di valor falso, tu troverai che questa è più fortunata di quella; anzi il più delle volte questa fortunata, e quella senza fortuna. L'impostura vale e fa effetto anche senza il vero; ma il vero senza lei non può nulla. Né ciò nasce, credo io, da mala inclinazione della nostra specie, ma perché essendo il vero sempre troppo povero e difettivo, è necessaria all'uomo in ciascuna cosa, per dilettarlo o per muoverlo, parte d'illusione e di prestigio, e promettere assai più e meglio che non si può dare. La natura medesima è impostora verso l'uomo, né gli rende la vita amabile o sopportabile, se non per mezzo principalmente d'immaginazione e d'inganno.

XXX

Come suole il genere umano, biasimando le cose presenti, lodare le passate, così la più parte de' viaggiatori, mentre viaggiano, sono amanti del loro soggiorno nativo, e lo preferiscono con una specie d'ira a quelli dove si trovano. Tornati al luogo nativo, colla stessa ira lo pospongono a tutti gli altri luoghi dove sono stati.

XXXI

In ogni paese i vizi e i mali universali degli uomini e della società umana, sono notati come particolari del luogo. Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne sono vane e incostanti, leggono poco, e sono male istruite; qui il pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente.

XXXII

Venendo innanzi nella cognizione pratica della vita, l'uomo rimette ogni giorno di quella severità per la quale i giovani, sempre cercando perfezione, e aspettando trovarne, e misurando tutte le cose a quell'idea della medesima che hanno nell'animo, sono sì difficili a perdonare i difetti, ed a concedere stima alle virtù scarse e manchevoli, ed ai pregi di poco momento, che occorrono loro negli uomini. Poi, vedendo come tutto è imperfetto, e persuadendosi che non v'è meglio al mondo di quel poco buono che essi disprezzano, e che quasi nessuna cosa o persona è stimabile veramente, a poco a poco, cangiata misura, e ragguagliando ciò che viene loro avanti, non più al perfetto, ma al vero, si assuefanno a perdonare liberalmente, e a fare stima di ogni virtù mediocre, di ogni ombra di valore, di ogni piccola facoltà che trovano; tanto che finalmente paiono loro lodevoli molte cose e molte persone che da prima sarebbero parute loro appena sopportabili. La cosa va tant'oltre, che, dove a principio non avevano quasi attitudine a sentire stima, in progresso di tempo diventano quasi inabili a disprezzare; maggiormente quanto sono più ricchi d'intelligenza. Perché in vero l'essere molto disprezzante ed incontentabile passata la prima giovinezza, non è buon segno: e questi tali debbono, o per poco intelletto, o certo per poca esperienza, non aver conosciuto il mondo; ovvero essere di quegli sciocchi che disprezzano altrui per grande stima che hanno di se medesimi. In fine apparisce poco probabile, ma è vero, né viene a significare altro che l'estrema bassezza delle cose umane il dire, che l'uso del mondo insegna più a pregiare che a dispregiare.

XXXIII

Gl'ingannatori mediocri, e generalmente le donne, credono sempre che le loro frodi abbiano avuto effetto, e che le persone vi sieno restate colte: ma i più astuti dubitano, conoscendo meglio da un lato le difficoltà dell'arte, dall'altro la potenza, e come quel medesimo che vogliono essi, cioè ingannare, sia voluto da ognuno; le quali due cause ultime fanno che spesso l'ingannatore riesce ingannato. Oltre che questi tali non istimano gli altri così poco intendenti, come suole immaginarli chi intende poco.

XXXIV

I giovani assai comunemente credono rendersi amabili fingendosi malinconici. E forse, quando è finta, la malinconia per breve spazio può piacere, massime alle donne. Ma vera, è fuggita da tutto il genere umano; e al lungo andare non piace e non è fortunata nel commercio degli uomini se non l'allegria: perché finalmente, contro a quello che si pensano i giovani, il mondo, e non ha il torto, ama non di piangere, ma di ridere.

XXXV

In alcuni luoghi tra civili e barbari, come è, per esempio, Napoli, è osservabile più che altrove una cosa che in qualche modo si verifica in tutti i luoghi: cioè che l'uomo riputato senza danari, non è stimato appena uomo; creduto denaroso, è sempre in pericolo della vita. Dalla qual cosa nasce, che in sì fatti luoghi è necessario, come vi si pratica generalmente, pigliare per partito di rendere lo stato proprio in materia di danari un mistero; acciocché il pubblico non sappia se ti dee disprezzare o ammazzare; onde tu non sii se non quello che sono gli uomini ordinariamente, mezzo disprezzato e mezzo stimato, e quando voluto nuocere e quando lasciato stare.

XXXVI

Molti vogliono e condursi teco vilmente, e che tu ad un tempo, sotto pena del loro odio, da un lato sii tanto accorto, che tu non dia impedimento alla loro viltà, dall'altro non li conoschi per vili.

XXXVII

Nessuna qualità umana è più intollerabile nella vita ordinaria, né in fatti tollerata meno, che l'intolleranza.

XXXVIII

Come l'arte dello schermire è inutile quando combattono insieme due schermitori uguali nella perizia, perché l'uno non ha più vantaggio dall'altro, che se fossero ambedue imperiti; così spessissime volte accade che gli uomini sono falsi e malvagi gratuitamente, perché si scontrano in altrettanta malvagità e simulazione, di modo che la cosa ritorna a quel medesimo che se l'una e l'altra parte fosse stata sincera e retta. Non è dubbio che, al far de' conti, la malvagità e la doppiezza non sono utili se non quando o vanno congiunte alla forza, o si abbattono ad una malvagità o astuzia minore, ovvero alla bontà. il quale ultimo caso è raro; il secondo, in quanto a malvagità, non è comune; perché gli uomini, la maggior parte sono malvagi a un modo, poco più o meno. Però non è calcolabile quante volte potrebbero essi, facendo bene gli uni agli altri, ottenere con facilità quel medesimo che ottengono con gran fatica, o anche non ottengono, facendo ovvero sforzandosi di far male.

XXXIX

Baldassar Castiglione nel Cortegiano assegna molto convenientemente la cagione perché sogliano i vecchi lodare il tempo in cui furono giovani, e biasimare il presente. "La causa adunque, dice, di questa falsa opinione nei vecchi, estimo io per me ch'ella sia perché gli anni, fuggendo, se ne portan seco molte comodità, e tra l'altre levano dal sangue gran parte degli spiriti vitali, onde la complession si muta, e divengon debili gli organi per i quali l'anima opera le sue virtù. Però dei cuori nostri in quel tempo, come allo autunno le foglie degli alberi, caggiono i soavi fiori di contento, e nel luogo dei sereni e chiari pensieri entra la nubilosa e torbida tristizia, di mille calamità compagnata: di modo che non solamente il corpo, ma l'animo ancora è infermo, né dei passati piaceri riserva altro che una tenace memoria, e la immagine di quel caro tempo della tenera età, nella quale quando ci ritroviamo, ci pare che sempre il cielo e la terra ed ogni cosa faccia festa e rida intorno agli occhi nostri e nel pensiero, come in un delizioso e vago giardino, fiorisca la dolce primavera d'allegrezza. Onde forse saria utile, quando già nella fredda stagione comincia il sole della nostra vita, spogliandoci di quei piaceri, andarsene verso l'occaso, perdere insieme con essi ancor la loro memoria, e trovar, come disse Temistocle, un'arte che a scordar insegnasse; perché tanto sono fallaci i sensi del corpo nostro, che spesso ingannano ancora il giudicio della mente. Però parmi che i vecchi siano alla condizion di quelli che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra, e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta; e pur è il contrario, che il porto, e medesimamente il tempo e i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la nave della mortalità fuggendo, n'andiamo l'un dopo l'altro per quel procelloso mare che ogni cosa assorbe e divora; né mai più ripigliar terra ci è concesso, anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave rompemo. Per esser adunque l'animo senile subietto disproporzionato a molti piaceri, gustar non gli può; e come ai febbricitanti, quando dai vapori corrotti hanno il palato guasto, paiono tutti i vini amarissimi, benché preziosi e delicati siano, così ai vecchi per la loro indisposizione, alla qual però non manca il desiderio, paion i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da quelli che già provati aver si ricordano, benché i piaceri in se siano i medesimi. Però, sentendosene privi, si dolgono, e biasimano il tempo presente come malo; non discernendo che quella mutazione da se e non dal tempo procede. E, per contrario, recandosi a memoria i passati piaceri, si arrecano ancor il tempo nel quale avuti gli hanno, e però lo laudano come buono; perché pare che seco porti un odore di quello che in esso sentiano quando era presente. Perché in effetto gli animi nostri hanno in odio tutte le cose che state sono compagne de' nostri dispiaceri, ed amano quelle che state sono compagne dei piaceri".

Così il Castiglione, esponendo con parole non meno belle che ridondanti, come sogliono i prosatori italiani, un pensiero verissimo. A confermazione del quale si può considerare che i vecchi pospongono il presente al passato, non solo nelle cose che dipendono dall'uomo, ma ancora in quelle che non dipendono, accusandole similmente di essere peggiorate, non tanto, com'è il vero, in essi e verso di essi, ma generalmente e in se medesime. Io credo che ognuno si ricordi avere udito da' suoi vecchi più volte, come mi ricordo io da' miei, che le annate sono divenute più fredde che non erano, e gl'inverni più lunghi; e che, al tempo loro, già verso il dì di pasqua si solevano lasciare i panni dell'inverno, e pigliare quelli della state; la qual mutazione oggi, secondo essi, appena nel mese di maggio, e talvolta di giugno, si può patire. E non ha molti anni, che fu cercata seriamente da alcuni fisici la causa di tale supposto raffreddamento delle stagioni, ed allegato da chi il diboscamento delle montagne, e da chi non so che altre cose, per ispiegare un fatto che non ha luogo: poiché anzi al contrario è cosa, a cagione d'esempio, notata da qualcuno per diversi passi d'autori antichi, che l'Italia ai tempi romani dovette essere più fredda che non è ora. Cosa credibilissima anche perché da altra parte è manifesto per isperienza, e per ragioni naturali, che la civiltà degli uomini venendo innanzi, rende l'aria, ne' paesi abitati da essi, di giorno in giorno più mite: il quale effetto è stato ed è palese singolarmente in America, dove, per così dire, a memoria nostra, una civiltà matura è succeduta parte a uno stato barbaro, e parte a mera solitudine. Ma i vecchi, riuscendo il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o nella terra. La quale immaginazione è così fondata, che quel medesimo appunto che affermano i nostri vecchi a noi, affermavano i vecchi, per non dir più, già un secolo e mezzo addietro, ai contemporanei del Magalotti, il quale nelle Lettere familiari scriveva: "egli è pur certo che l'ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione, ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d'impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch'ei portava nel cuor dell'inverno". Ouesto scriveva il Magalotti in data del 1683. L'Italia sarebbe più fredda oramai che la Groenlandia, se da quell'anno a questo, fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella proporzione che si raccontava allora.

È quasi soverchio l'aggiungere che il raffreddamento continuo che si dice aver luogo per cagioni intrinseche nella massa terrestre, non ha interesse alcuno col presente proposito, essendo cosa, per la sua lentezza, non sensibile in decine di secoli, non che in pochi anni.

XL

Cosa odiosissima è il parlar molto di se. Ma i giovani, quanto sono più di natura viva, e di spirito superiore alla mediocrità, meno sanno guardarsi da questo vizio: e parlano delle cose proprie con un candore estremo, credendo per certissimo che chi ode, le curi poco meno che le curano essi. E così facendo, sono perdonati; non tanto a contemplazione dell'inesperienza, ma perché è manifesto il bisogno che hanno d'aiuto, di consiglio e di qualche sfogo di parole alle passioni onde è tempestosa la loro età. Ed anco pare riconosciuto generalmente che ai giovani si appartenga una specie di diritto di volere il mondo occupato nei pensieri loro.

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Ultimo aggiornamento: 26 novembre 2009