Giacomo Leopardi

Ercole

Favola di Prodico

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Poesie e prose, vol. secondo, a cura di Rolando Damiani, Arnoldo Mondadori editore, collana I Meridiani, Milano 1988

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze 1989

AVVERTIMENTO DEL VOLGARIZZATORE

Questa Favola, che fu molto famosa appresso gli antichi, menzionata da Cicerone negli Uffici, da Clemente alessandrino, da due Filostrati, da Suida, è tratta dal secondo libro delle Memorie socratiche di Senofonte. Prodico, detto sofista, cioè professor di letteratura, fu dell'isola di Ceo, a tempo di Socrate, e venne in tal fama di sapienza, che si soleva dire in proverbio, come per cosa impossibile o per iperbole, più saggio di Prodico. Andava, secondo la usanza dei sofisti di quel secolo, per le città della Grecia, recitando, tra le altre cose, il ragionamento che conteneva questa medesima favola; per rispetto del quale, come di onera utile alla gioventù fu molto onorato dai Tebani e dai Lacedemoni, e per la eloquenza molto pregiato e ammirato in Atene, dove andò una volta ambasciatore non so se della sua patria o d'altri.

Essendo Ercole in sull'entrare dalla fanciullezza nell'adolescenza, nella quale età gli uomini venendo in signoria di se stessi, sogliono dare a conoscere se eglino sono per eleggere alla loro vita il cammino della virtù o quel dell'ignavia, recatosi in disparte e posto a sedere in silenzio, stava dubitando seco medesimo a quale delle due vie si avesse ad indirizzare. E parvegli che venissero verso di sè due donne di statura grande: l'una di aspetto bello e nobile, adorna di cotali adornamenti naturali, come sono a dire, nettezza del corpo verecondia degli occhi e modestia del portamento; vestita di bianco. L'altra ben pasciuta e morbida, e acconcia quanto al colore in guisa che pareva che ella riuscisse più bianca a vederla e più rossa che per verità non era; con un portamento della vita più diritto del naturale, cogli occhi molto bene aperti, e con una veste indosso che lasciava trasparire il più che si poteva della persona: miravasi tratto tratto; stava anche attenta per vedere se altri la guardava, e spesso voltava gli occhi alla sua propria ombra.

Fatte che gli si furono più da vicino, quell'altra detta innanzi non uscì del passo e dell'andamento di prima, ma per lo contrario questa, volendola antivenire, si pose a correre, e arrivata là dove Ercole era, gli disse: io ti veggo, o Ercole, stare in dubbio della strada della vita che tu debba prendere. Ora se tu mi vorrai per amica, io ti guiderò alla più dilettevole e più agiata via che si trovi al mondo, e siccome non rimarrà indietro piacere alcuno che tu non provi, così non ti converrà patire niuna amaritudine e niuna molestia. Imperocchè in primo luogo tu non t'impaccerai di pensieri di guerre nè di negozi, ma solamente di cercare cibi e bevande che ti gradiscano; cose che a vedere o udire, a odorare o a toccare, ti porgano sollazzo e diletto; fanciulli e fanciulle che a goderle ti riescano deliziose sopra tutte le altre; comodità di dormire più mollemente che si possa; e il modo di avere tutte queste cose colla più picciola fatica del mondo. E, se alcuna volta per avventura nascesse ombra di scarsezza e difficoltà di trovare queste tali cose, non temere che io ti conduca a procacciarle con fatiche e travagli del corpo e dell'animo, ma tu ti servirai di quello che sarà fatto e procacciato dagli altri, non perdonando a cosa veruna dalla quale ti possa pervenire alcuna utilità; perocchè io porgo questa licenza ai familiari miei di potersi liberamente giovare di che che sia.

Le quali parole udirò, Ercole dimandò alla donna: o donna, come ti chiami tu per nome? E quella rispose: gli amici miei mi dicono Beatitudine, ma quelli che mi odiano, per maldicenza mi chiamano Ignavia.

In questo l'altra femmina soppraggiunse e disse: ancora io vengo qua, o Ercole, perciocchè io conosco bene i tuoi genitori e ho posto mente alla tua indole nel tempo che tu sei stato educato, e per la notizia che ho dell'una e degli altri spero che se tu ti dirizzerai per la mia strada, diverrai uno eccellente operatore di fatti degni e onorati, e io ne sarò anche in assai maggior pregio che per l'addietro, e per buoni effetti assai più chiara e famosa. Io non istarò qui con preamboli lusinghieri a ingannarti, ma ti dichiarerò l'essere delle cose con verità, così come egli è stanò costituito dagl'Immortali. Tu dèi sapere che non è al mondo cosa veramente buona nè bella la quale gli Dei consentano agli uomini di ottenere senza fatica e industria; ma se tu vuoi che gli stessi Dei ti sieno propizi, egli ti bisogna aver cura di onorare gli Dei; e se tu vuoi che gli amici ti abbiano caro, egli ti bisogna far bene agli amici; e volendo essere onorato da alcuna città, egli ti conviene far servigio a questa tale città; e a volere che tutta la Grecia ti ammiri e ti riverisca per valoroso, ti bisogna studiare di far bene alla Grecia; e perchè la terra ti porga copia di frutti, ti fa di bisogno coltivare la terra; e così aver cura del bestiame se tu vuoi che il bestiame ti faccia ricco; e se ti proponi di avanzarti per via della guerra e vuoi poter essere agli amici autore di libertà e gl'inimici domare, ti conviene primieramente apprendere dai dotti e periti le arti della milizia, e poi collo esercitarle condurti a saperle usare; e in fine se tu vuoi riuscire gagliardo e poderoso del corpo, ti fa bisogno assuefarlo a ubbidire alla mente, ed esercitarlo con fatiche e sudori.

Qui la Ignavia riprese a parlare e disse: vedi tu, o Ercole, che aspro e lungo cammino da pervenire ai diletti è questo di cui ti ragiona questa donna? dove che io ti scorgerò alla felicità per una via corta e agiata.

E la Virtù soggiunse: o misera, che bene hai tu? o che piacere conosci tu, che per aver beni e piaceri niente ti vuoi adoperare? e quanto è ai piaceri, non aspetti anco che ti nasca il desiderio di quelli, ma ti riempi di ogni cosa innanzi ch'egli ti sia venuto, e prima di aver fame mangi, prima di aver sete bèi; e per mangiare con gusto, procacci e metti in opera i cuochi; per bere saporitamente, attendi a provveder vini di gran valuta, e in tempo di state corri attorno cercando un poco di neve; per aver sonni dolci, oltre alle coltrici morbide ti procacci anco i letti, e oltre ai letti le panche da sostentarli, perciocchè tu non hai volontà di dormire per fatica che abbi durata, ma per non sapere altro che fare. E per godere i piaceri amorosi ti sforzi innanzi al bisogno, usando ogni maniera d'arti e d'industrie, e valendoti indifferentemente di maschi e di femmine, perocchè tale è il costume e la dottrina che tu insegni agli amici tuoi; e la notte vai fuori baldanzeggiando e trescando insolentemente, e consumi dormendo la miglior parte del dì. Dalle quali cose è avvenuto che, essendo tu immortale, gli Dei ti hanno rifiutata per compagna, e dagli uomini di valore sei vilipesa e infamata, e mai non ti è intervenuto di udire il più dolce suono che si oda al mondo, che è quel della propria lode, nè di veder la più cara vista che possa essere, perocchè niuna tua bella azione hai veduto mai. Dimmi, chi è che ti creda quando tu favelli? e se ti fa di bisogno di alcuna cosa, chi è che te ne voglia somministrare? e quale uomo, purchè egli abbia il giudizio sano, vorrebbe essere della compagnia de' tuoi familiari? i quali nella gioventù sono privi del vigore del corpo, e nella vecchiezza del senno e del conoscimento dell'animo; e quella consumano senza fatica tra gli agi e le splendidezze, questa trapassano faticosamente in isquallore, con vergogna del passato e noia del presente, perocchè eglino hanno trascorso via tutte le dolcezze della loro vita nella gioventù, e si hanno riservato l'amaro per la vecchiaia.

Al contrario, io uso del consorzio degli Dei, uso del consorzio degli uomini buoni e valenti; niuna degna opera nè divina nè umana si fa senza partecipazione mia; sono, così appresso gli Dei come appresso i mortali, cogli onori debiti onorata sopra ogni altra persona; diletta cooperatrice degli artigiani nelle loro fatiche, guardiana fedele della casa ai padroni, assistitrice benevola dei famigli, buona aiutatrice degli uomini nelle opere della pace, costante confederata nei fatti della guerra, ottima compagna e consorte dell'amicizia. I miei familiari mangiano e beono con diletto, e questo diletto conseguiscono senza pensiero, imperciocchè aspettano l'appetito; dormono più saporitamente di quelli che non hanno durata niuna fatica, e non hanno però per grave di rilevarsi dal sonno, nè per causa di dormire trascurano di attendere a quello che loro si appartiene. I giovani sono lieti della lode che ricevono dagli attempati, i vecchi si confortano dell'onore che hanno dai giovani, si ricordano dei loro fatti antichi con dolcezza e soddisfazione d'animo, e si compiacciono altresì del buono stato presente, essendo per mio beneficio grati agli Dei, cari agli amici, pregiati dalle loro patrie. E venuto il fine stabilito loro dal fato, non si giaccia senza l'onori in obblivione, ma rammemorati e lodati fieramente perpetuamente. Per cotal guisa Ercole, figliuolo di genitori buoni e d'assai, adoperandoti, tu puoi guadagnare una felicità la più desiderabile che si trovi al mondo.

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Ultimo aggiornamento: 02 febbraio 2010