Giacomo Leopardi

Dissertazioni fisiche

1811

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici e Emanuele Trevi, edizione integrale, i Mammut, Newton Compton, Roma 1997

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Quod tibi judicium est, ea mens

Hor. Art. Poe. [v. 386]

Dissertazione sopra il moto

Il moto di cui ogni corpo è suscettibile, non mai però per propria forza, ha dato soggetto a molte diverse Filosofiche questioni. Egli è, al dir d’Aristotele «Actus entis in potentia, prout in potentia». Questa definizione sembra però così oscura, che ad onta de’ maggiori sforzi degli ostinati Peripatetici da ogni sensato Filosofo al dì d’oggi vien rifiutata. A simile inconveniente pongon riparo i Cartesiani, affermando essere il moto una successiva applicazione della materia a diverse parti de’ corpi, che a lei immediatamente s’avvicinano. Ma chi non vede l’assurdità d’un tal principio? Ammessa questa proposizione, dovrebbe ammettersi in conseguenza, che una nave rattenuta, dall’ancora in mezzo al flusso dell’acque sia in perpetuo moto poichè ella, è soggetta ad una continua applicazione delle sue parti con l’onde, che ad ogni tempo succedendosi, a lei immediatamente s’avvicinano: al contrario se un globo si ruoti per mezzo dell’impulsione su qualsivoglia superficie, l’interior parte del globo resterà sempre immobile, e ferma, ad onta della forza impressagli, il che non può affermarsi senza una manifesta contradizione. Come falso perciò, e come assurdo deve rigettarsi un siffatto principio. Qual sarà dunque la vera definizione del moto? Dovrò io forse con il Bernier, ed altri Filosofi darmi per vinto, e confessare l’impossibilità d’esprimere che cosa è il moto? No: Sarebbe questo un vile timore, che cede ad ogni piccolo ostacolo, e non ardisce d’avanzarsi alla verità. Il moto vien definito dai Gassendisti una continua, e non interrotta mutazione del luogo, e benchè con ridicoli sofismi si sforzino i partigiani di Bernier di sopprimer questa definizione, essa viene approvata dal chiarissimo P. Jacquier nella sua Fisica, ed è questa quella, che da me viene abbracciata come più chiara d’ogn’altra, e dimostrata dall’interno testimonio della propria cognizione.

Definito adunque il moto, passiamo ad esaminare le sue leggi, e le sue proprietà. Ogni corpo, come abbiam detto, è suscettibile del moto; nessun corpo è capace di forza insita motrice. Ciò vien dimostrato dall’esperienza, nè alcun sensato Filosofo potrà dubitarne. Ciò posto adunque, qual sarà la vera cagione del moto? I Cartesiani asseriscono esserne Iddio la prima, ed unica causa. Questa proposizione può, e deve certamente ammettersi, non però così le conseguenze, che da essa deducono i di lei Autori. Pretendon questi, che l’anima sia affatto incapace della forza impellente. Chiamano error fanciullesco il credere che noi siamo gli autori di quei moti, che tuttogiorno in noi sperimentiamo, e di quelli, che ad altri corpi vengon per nostro mezzo communicati. Nondimeno io vorrò piuttosto pensar da fanciullo, e sostener ciò, che la natura c’insegna, che opinar da sapiente, ed oppormi all’interna voce della propria esperienza. Soffrano dunque i Cartesiani da un Bambino imbevuto ancora, come essi dicono, da grossolani principj, alcune richieste. Io dimando se è lecito opporsi alla natura colle Filosofiche ipotesi, quando senza alcuna difficoltà posson seguirsi i suoi dogmi: io ricerco se v’è alcuna assurdità nel sistema il quale afferma che Dio abbia nella sua creazione communicata all’anima umana la sua forza motrice de’ corpi: Io chiedo finalmente se ciò sembra ripugnare alla natura più del contrario sistema, e se può mai ricorrersi alla prima causa, quando bastino le seconde a spiegare senza alcuna assurdità gli effetti, che sono in questione. Ciò posto io concedo, che Dio sia la prima, ed unica causa del moto, non però prossima, e nego in seguito tutte le ridicole conseguenze che da questo principio traggono i Cartesiani. Affermo soltanto essere Iddio la prima, unica, e prossima causa del moto primitivo degli astri, de’ Pianeti delle sfere, del sole, ovvero, secondo il sistema Copernicano della terra. In quanto poi ai moti de’ corpi animali, e vegetabili, e di quelli communicati alle materie insensibili per mezzo de’ corpi animali, io ammetto l’Ente supremo come causa di essi solamente remota. Ma di ciò abbastanza ragionasi in quella parte di Metafisica, in cui si tratta de’ tre famosi sistemi di Eulero, di Cartesio, e di Leibnizio intorno ai moti dell’uomo.

Altra legge del moto è, che un corpo qualunque incontrandosi nel suo corso con altro corpo qualsivoglia, tanta forza motrice riceva il corpo spinto, quanta ne perde quello, che a lui la comunica. Intorno però a questa forza motrice è a sciogliere una questione. Che cosa è ella questa forza? Come possono spiegarsi i suoi effetti? Forse attribuendo ai corpi inanimati le umane sensazioni? Forse astraendo da tutte le nostre idee ed ammettendo per forza motrice un’entità metafisica, che da noi in alcuna parte non possa concepirsi? La prima di queste proposizioni è per se stessa un assurdo, la seconda in alcun modo non può dimostrarsi. Dovrò io dunque concludere con il P. Jacquier che questa forza motrice non può spiegarsi se non intendendo sotto questo nome i suoi effetti senza investigarne la causa.

La terza legge del moto è, ch’esso continui per tutto quel tempo in cui la forza dell’impulsione trionfa di tutti gli ostacoli, che al medesimo oppongono gli attriti del corpo mobile, e della superficie, su cui esso si muove, e d’ogn’altro impedimento, che dall’umana industria non può esser tolto. La causa di questa continuazione del moto è apportata da Cartesio, ed approvata da tutti quasi i moderni filosofi, cioè quella legge della natura, per cui ogni corpo, tolti gl’inevitabili ostacoli, è costretto a rimaner sempre nello stato medesimo di moto, o di quiete, ciò, che in Fisica s’appella «Forza d’inerzia».

Riconosce similmente il Filosofo come altra regola del moto la progressione in linea retta d’un corpo mobile sopra un piano orizontale. Un tal principio sussiste ancora ad onta del seguente esperimento. In un piano orizontale avviene talvolta, che se si comunichi la forza motrice ad un globo qualunque, esso scorre sulla superficie per qualche tempo in linea retta, e quindi come spontaneamente alla contraria parte si volge, ciò che sembra opporsi al sopraddetto principio. Nondimeno possono ammettersi ambedue gli esperimenti senza alcuna repugnanza nè dall’una, nè dall’altra parte. La contraria progressione del globo avviene, perchè nel suo moto rettilineo egli riceve ancora un moto intorno all’asse, il quale persevera anche dopo estinto il primo suo moto, finchè esso venga altresì a svanire per i sopraddetti impedimenti.

La quinta legge, e proprietà del moto si è, che un corpo il quale ha ricevuto la stessa quantità di moto impresso, che un altro corpo della stessa grandezza scorra nello stesso tempo lo spazio medesimo di quest’ultimo, ciò che vien dimostrato dalla natura, e dalla commune esperienza, nè d’alcuna prova certamente abbisogna.

Son queste le principali leggi del moto, per la maggior parte evidenti al primo aspetto, tanto allo sguardo d’un Filosofo, quanto agli occhi d’un semplice villanello. Varie altre regole, e proprietà del moto accenna Cartesio, le quali però come osserva un sensato Scrittore sono per lo più «o inutili, o dubbiose, o false, o suppongono ciò ch’è incerto, o un altro stato di cose diverso dal presente, e i corpi diversi di natura da quelli, che veggiamo, o finalmente sono contrarie alla esperienza». Lasceremo adunque di esaminarle, e passeremo a spiegare alcuni fenomeni appartenenti al moto, che ne’ corpi tuttogiorno si scorgono.

Le ragioni metafisiche dimostrano, che un corpo qualunque quiescente resiste all’impulsione d’un corpo mobile, e un corpo mobile resiste a colui, che a rattenerlo s’accinge, ciò che l’esperienza ancora ci fa chiaramente conoscere. Ciò posto qual sarà la cagione d’una tal resistenza? La Forza d’inerzia. Abbiam già detto, che un corpo ripugna alla mutazion dello stato, onde apertamente si scorge qual sia la cagione d’una tal resistenza, che vien fisicamente chiamata reazione, e la di cui contraria forza, che fa un corpo impellente appellasi «azione». Per ciò deducono i Filosofi un corollario dalla Forza d’inerzia, cioè, che la reazione esser deve contraria sempre, ed eguale all’azione del corpo impellente, finchè la sua massa somministra al corpo percosso la forza necessaria, poichè, se eguale essa non fosse, il corpo non resisterebbe che ad una sola parte della mutazion dello stato, il che è evidentemente falso.

In simil modo si spiega il moto retrogrado di qualsivoglia arma da fuoco allo scoppiar della polve d’archibugio. Dal sopraddetto principio viene altresì spiegato il seguente fenomeno. Se con forza sufficiente si spinga un vaso ripieno d’acqua, o di qualunque altro liquore, l’acqua si muoverà d’un moto direttamente contrario a quello del vaso, e poichè essa cedendo all’impulsione ammise in se lo stesso moto di questo, se subitamente il medesimo venga rattenuto, l’acqua s’innalzerà sopra l’orlo del vaso. Ciò avviene, perchè opponendosi il fluido al moto del vaso si sforza di conservare il suo stato di quiete, e quindi poichè acquistò perfettamente lo stato di moto, tenta di mantenerlo ad onta della forza, che rattiene il suo recipiente.

Per la medesima causa vien chiaramente spiegato il modo, in cui avviene, che quelli specialmente, i quali al mar sono ignoti, e su d’una nave allo stesso si affidano, a molto incomodo, e nausea, e dolor s’assoggettino poichè resistendo al moto gli umori contenuti nel ventricolo, negl’intestini, e negli altri canali, vengono a produrre ciò, che qui sopra dicemmo. Dalla forza d’inerzia, e dalla reazione proviene ancora, che quelli, che in un cocchio, o in una nave velocemente son trasportati, se subitamente il corso sia rattenuto, i medesimi si sentano come spinti all’anterior parte del luogo ove si trovano.

Ecco adunque per mezzo della Forza d’inerzia, e del principio di azione, e reazione, spiegati i principali fenomeni, che intorno al moto si osservano. Nè credo alcerto, che in dubbio possa rivocarsi quanto sopra abbiam detto, poichè dimostrata essendo la Forza d’inerzia, sembrami, che senza alcun dubbio gli accennati fenomeni ammetter si debbano.

Nè alcuno si dia a credere, che supposta sia questa forza, poichè oltre l’essere ella proposta, abbracciata, ed approvata da più sapienti Filosofi, essa vien dimostrata da sì facili, e semplici argomenti, che dagli eruditi spiriti non solo, ma ancora da qualsivoglia indotto fanciullo possono esser compresi. Ed infatti, che afferma mai questo principio, se non che esser legge di natura, che ogni corpo tenda a conservare il suo pristino stato? e ciò posto, non è egli dimostrato dalla quotidiana esperienza, che un corpo ricusa di ammettere in se lo stato di moto, se quiescente, tenta di perseverare nella sua progressione qualunque, se mobile?

Suppongasi, che questa Forza d’inerzia, questa resistenza della materia alla mutazion dello stato non sussista, se non nella mente del volgo, e non sia, che un commun pregiudizio. Ammessa una tale ipotesi, noi vedremo al più leggero tocco scuotersi, e muoversi i smisurati macigni, e similmente fermarsi al più piccolo cenno, ciò, che non sarebbe, a mio credere così disgradevole all’uomo, che non desiderasse l’adempimento di questa ipotesi. Nondimeno io sono obbligato ad affermare non solo, che ciò sarebbe un assurdo, ma a stabilire ancora sopra la falsità di questa proposizione la sede d’un principio, che sarà sempre immobile, ad onta de’ maggiori sforzi degli ostinati avversarj.

Ecco brevemente esposta la dottrina del moto, in cui però non trattasi della discesa de’ gravi, e di quelle altre proprietà, di cui il parlare sembrami appartenere piuttosto ad un ragionamento intorno alla forza di gravità, e d’attrazione, che ad un breve discorso intorno al moto.

Raccogliendo adunque ciò, che finora trattammo; io affermo doversi abbracciare la definizione del moto proposta dai Gassendisti, ammetto l’Ente Supremo come prima causa di qualsivoglia moto, che avvenga in tutto l’universo, negando però quelle conseguenze che da ciò deducono i Cartesiani, ed opponendo ad esse le acconcie distinzioni, e gli opportuni argomenti. Stabilisco, come principali leggi, e proprietà del moto quelle, che di sopra accennai, e rigetto come inutile, o falsa ogn’altra di quelle, che da’ Cartesiani vengon proposte. Affermo l’esistenza della Forza d’inerzia e ciò, che da essa deducesi, cioè che l’azione esser deve contraria, ed uguale alla reazione, ed ammetto finalmente tutto ciò, che già dissi intorno ai varj fenomeni, ed osservazioni concernenti il moto.

Dissertazione sopra l’attrazione

Ella è l’attrazione quella forza meravigliosa, per mezzo di cui spiegansi facilmente tanti diversi fenomeni, la cagione de’ quali fu ignota perfino ai più sapienti Filosofi de’ secoli trasandati. Il flusso, e riflusso dell’onde marine sì fatale all’infelice Aristotile, che impiegar non seppe la profonda sua scienza a preservarsi da un fine sì funesto, e al tempo stesso sì poco compassionato spiegasi chiaramente per mezzo dell’attrazione, per mezzo di essa la cagion si dimostra della discesa de’ gravi, e della tendenza del fuoco alla sfera, per suo mezzo finalmente assegnansi le regole, e le cause s’additano, del giro interminabile di tutti i pianeti, e degli astri, e del sole, e di quelli innumerevoli globi, che si ruotano incessantemente nel cielo, e compongono l’ammirevol macchina del mondo intero. Questa forza che di tanto ajuto fu ed è tuttora alla moderna Fisica fu dal celeberrimo Newton posta in chiaro, ed inserita nelle Fisiche dottrine. Varj Filosofi furonvi prima dello stesso, dai quali si udì pronunziare il nome di attrazione, e con dottissime ricerche, e felicissimo evento parlonne Keplero intorno ai moti de’ corpi celesti, ma a dispetto degl’invidi, ed ostinati calcoli de’ moderni Scrittori, che si sforzano con ogni loro potere di togliere a Newton la gloria di averla dilucidata, e datogli per la maggior parte il suo essere, resterà sempre al medesimo un simile onore, che per l’andar de’ secoli non potrà essergli giammai rapito. Profittando noi adunque delle dottissime, ed avventurate sue ricerche passeremo ad esaminare le prove, le regole, e le proprietà dell’attrazione assegnando, e notando quelle principali dottrine che alla sua cognizione son necessarie.

Fatalissimo destino di quasi tutte le Filosofiche scoperte egli è quello di esser queste sempre soggette alle contrarie obbjezioni de’ stoltissimi, ed insensati avversarj, talchè uscita appena alla pubblica luce qualsivoglia dottrina, o recentemente compilata, o nuovamente tratta dagli antichi principj pongano essi tostamente a tortura il loro esilissimo ingegno onde dimostrare in qualche modo la supposta falsità dei dogmi enunciati. Da siffatte obbjezioni non va esente in conto alcuno il Neutoniano sistema. Conviene pertanto pria di svolgere, e spiegare le secrete leggi dell’attrazione dimostrarne la sussistenza, e confondere i pertinaci avversarj della verità.

Il continuo, e non interrotto ravvolgersi de’ cinque primarj pianeti intorno al sole, e dei pianeti secondarj ossia dei loro satelliti intorno ai primarj, che mai dimostra se non che una perpetua azione della forza attraente? Ciò viene ancora più chiaramente provato dai varj errori dei corpi celesti, che dagli astronomi ci vengono indicati poichè secondo la diversa posizione, e la maggiore, o minor distanza dei pianeti in rispetto al sole, e scambievolmente a se medesimi l’attrazione tra tutti i corpi celesti agisce con maggiore, o minor forza, e da ciò nascono le inegualità de’ loro moti. Io lascio a’ miei avversarj la libertà di decidere se per mezzo di questa raziocinazione vengano regolarmente, ed evidentemente spiegati i fenomeni de’ corpi celesti, e se debbasi ammettere come loro legittima causa la forza d’attrazione. Nè mai però avvenir potrà che per mezzo di questa forza in una sola massa tutti si uniscano i corpi celesti venendo in tal modo a formare una rozza mole infinita, poichè essendo certo, che alcun orbe curvilineo non può da alcun corpo esser descritto che per mezzo della composizion di due forze cioè, in questo caso centripeta, e tangenziale vien da quest’ultima impedito l’accennato inconveniente. Essendo poi dimostrato che gli astri risplendono per propria luce, e sono per conseguenza eguali in tutto al globo solare può senza alcun dubbio ammettersi che intorno ad essi si aggirino altri primarj pianeti stando le stelle immobili nel proprio centro, e spiegandosi in tal modo la cagione del rimaner queste stabili sempre, e fisse nel luogo a lor destinato senza soffrire in alcun modo la forza dell’attrazione degli altri corpi celesti oltredichè essi sono tra loro sì distanti che l’accennata forza non può sopra loro in alcun modo operare. Inoltre non solo nei corpi celesti si scorgono tuttogiorno le chiarissime prove della forza attraente ma ancora nei corpi terrestri si appalesa talvolta in modo a ciascuno evidente poichè il dottissimo Bouguer degnissimo Accademico Parigino, il quale con altri valorosi compagni imprese il viaggio sopra modo difficile alle ultime estremità del globo terraqueo per definirne la figura, vide, che il pendolo da lui appeso nel Perù vicino al monte altissimo detto Chimboraco allontanavasi dalla vertical direzione minuti secondi 7.1./2. ciò che egli attribuir non seppe nè può infatti in alcun modo attribuirsi, che alla evidentissima attrazione del monte.

Sussiste adunque questa attrazione poichè senza di essa non potrebbonsi in alcun modo spiegare gli enunciati fenomeni, e sussiste in conseguenza il celeberrimo sistema del sublime Filosofo Newton. Liberi adunque dalle opposizioni, che obbjettar si possono alla verità del predetto sistema, e sgombra la via dalle importune molestie degli avversarj passiamo a ragionar finalmente delle proprietà, delle leggi, e delle diverse specie di attrazione, che nel prelodato sistema vengon proposte, e dimostrate con i più chiari argomenti.

Cercasi da’ Fisici che cosa sia ella questa potentissima forza, e qual definizion dar si gli debba. «I Filosofi sorpresi dal fenomeno meraviglioso, al dir di un moderno Scrittore, cercano di giustificare la loro ignoranza dicendo ch’essa, è un prodotto del bisogno. Io rispetto i Filosofi e rido di questa lor frase». Nondimeno non vedesi, che egli stabilisca alcuna definizione della forza attraente, e se egli rispettando i Filosofi ride della loro scusa forse i medesimi rideranno e delle sue parole, e di lui. Varj scrittori considerano questa forza come una qualche entità che si diffonda uniformemente per ogni parte d’intorno al corpo attraente a guisa di raggi, o d’effluvj emananti dal corpo già detto, ciò che avviene nel sole, od altri corpi splendenti la luce de’ quali egualmente si diffonde in orbe curvilineo intorno ai medesimi: ciò che approvar non deesi certamente poichè quest’attrazione, che dal corpo uscendo si diffonde uniformemente intorno ad esso potrà esser distolta dalla sua direzione per mezzo dell’aere medesimo, in quella guisa appunto, in cui gli effluvj de’ corpi odoriferi si spandono per l’atmosfera rapiti dai venti, o dall’aria stessa, che li circonda, ciò che è evidentemente un assurdo. Più sano consiglio è adunque a mio credere considerare soltanto gli effetti della forza attraente senza ricercare la qualità che li produce.

Legge dell’attrazione universalmente approvata ell’è che ciascun corpo si attragga in ragione diretta della massa, e duplicata inversa della distanza. Alla seconda parte di questa regola s’oppone in apparenza il seguente esperimento, ma una matura riflessione dovrà togliere qualsivoglia difficoltà. Un corpo qualunque si appenda nell’estremità d’una bilancia il quale mantenga l’equilibrio tra l’altra estremità della bilancia alla quale un corpo egualmente s’appenda. Quindi da un’alta torre si cali a terra appoco appoco uno di essi corpi per mezzo di un filo il quale pur si comprenda nel peso del medesimo destinato a mantener l’equilibrio si vedrà che la bilancia rimane sempre nella posizione, in cui era prima della discesa di uno de’ corpi. Laonde rimanendo egualmente la medesima forza di gravità nelle diverse distanze dalla terra sembra alcerto non doversi ammettere, che ciascun corpo si attragga nella ragione duplicata inversa della distanza. Nondimeno siffatto principio alcuna alterazione non soffre dall’accennato esperimento; poichè niuna differenza può scorgersi della forza di gravità in una varietà sì piccola di distanza calcolato essendo inoltre, e dimostrato da’ Fisici, che questa diversità non può nemmeno notarsi se l’esperimento vengane fatto nel monte delle Isole Canarie chiamato Pico di Tenerif, che affermasi esser di tutti il più alto per la cagione medesima, che qui sopra abbiamo apportato. È questa la legge principale dell’attrazione, alla quale rivocar si può in qualche modo ogni altra di quelle, che intorno alla forza attraente vengono dai Fisici stabilite.

Non si ferma il Filosofo a dimostrare le proprietà dell’attrazione soltanto nelle grandi, o piccole, maggiori, o minori distanze, e tra corpi diversi, ma passa ancora a considerare quell’attrazione, la quale sussiste tra le molecole, che un sol corpo qualsivoglia compongono, ciò che in Chimica nomenclatura si appella affinità d’aggregazione. Per mezzo di questa forza attraente vien formata tutta l’ammirevol macchina dell’universo, e la tenace inconcussa compagine di tutti i corpi. Nè in tal modo s’attraggon soltanto le primitive, minutissime particelle talchè vengano esse sole per tal mezzo a formare de’ corpi ma i medesimi ancora s’attraggon talvolta per modo, che dalla loro unione risulta un sol corpo come tuttogiorno avvenir si scorge nell’acque, le di cui goccie unendosi insieme spinte dalla forza attraente che tra esse sussiste nel massimo suo vigore vengono uniformemente a comporre una sola goccia.

La forza d’attrazione non sussiste soltanto nelle grandi, o picciole, o minime distanze, ma agisce ancora nel contatto stesso de’ corpi. Se per cagion d’esempio una laminetta di vetro si ponga a contatto dell’acqua in modo, che la sua superficie lambisca quella del fluido si vedrà che senza qualche forza non si potrà la medesima separare dall’acqua essendosi le minime colonne di questa appiccate a tutta la superficie della laminetta, le quali poi per il proprio peso ricadono. Devesi notare però, che l’attrazione in questo genere d’esperimenti, è grande nelle minime distanze, e massima nel contatto, ma tosto svanisce se d’un sol punto la distanza venga accresciuta.

Ciò è quello, che intorno alla legge d’attrazione fu scritto, e stabilito dagli antichi Filosofi, e dai moderni. Questa legge al dir del Abbate Para du Phanjas «postquam inanibus clamoribus, putidisque ignorantiae derisionibus vexata fuit, quibus inter chimaeras, atque occultas qualitates rejiciebatur tandem ab astronomis, a naturae studiosis, a doctis Physicis passim admittitur tamquam vera generalis naturae lex». Indegno sarebbe alcerto del nome di Filosofo chi ardisse ancora alzar la voce contro un sistema pubblicato da uno de’ maggiori Fisici, e de’ più sagaci, e sottili indagatori delle secrete leggi naturali, approvato dai più colti spiriti e dai più sensati sapienti, e dimostrato dalle più forti ragioni, e dalla comune quotidiana esperienza.

Dissertazione sopra la gravità

Quella proprietà, che indifferentemente appartiene ad ogni corpo che esiste forma al presente il soggetto delle nostre ricerche. La luce della verità che finalmente sorse ad illuminarci ha fatto omai conoscere la falsità dell’antica proposizione, la quale affermava la leggerezza de’ corpi abbracciata da’ vecchj Filosofi assai di questi più lievi. Ogni corpo ha in se medesimo la forza di gravità, la quale non dee però confondersi con il peso comune anch’esso a tutti i corpi poichè al dir del chiarissimo Brisson «queste due voci gravità, e peso esprimono due cose diversissime. La gravità di un corpo è la forza, che lo sollecita a discendere, e il suo peso è la somma delle parti pesanti contenute sotto il suo volume». La gravità altro non è, per mio avviso, che un’attrazione del centro della terra relativamente ad ogni corpo, la quale agisce in proporzion della massa, ed i corpi spinge perpendicolarmente a discendere. Cartesio ricorre ad un vortice di sottilissime, invisibili particelle; che si aggira intorno all’asse del globo terraqueo, e spinge a basso ogni corpo che incontra nel velocissimo suo centrifugo corso. Da ciò seguirebbe che «una pietra, al dir d’un sensato Filosofo, solo sotto l’equatore caderebbe direttamente verso il centro della terra, e in ogni altro luogo ella scenderebbe verso i circoli paralleli all’equatore, e alla fine sotto i poli neppur verrebbe a cadere verso la terra» oltredichè una siffatta proposizione non può esser dimostrata in modo alcuno ugualmente al parer di Gassendo, favorito ancora dal celebre Bernier, il quale afferma uscir dalla terra degl’invisibili corpuscoli, che a guisa di ami, o di uncini trapassano qualsivoglia corpo, e quindi abbassandosi lo spingono perpendicolarmente verso il centro. Funesto sarebbe alcerto lo sperimentare in se stesso la forza, e la crudeltà di siffatti corpuscoli. Una tale assurdità merita appena di esser combattuta. Le qualità occulte, che tanto occuparono lo spirito degli antichi Fisici sono finalmente svanite al raggio della moderna Filosofia. Guidati da questa noi ammetteremo esser la forza di gravità una qualità occulta quando perciò non s’intendano, che i suoi effetti senza volerne più oltre ricercar la cagione. Questi congiunti alle loro leggi, e proprietà aprono al curioso, e saggio indagator della natura un largo campo di Fisiche osservazioni. Noi passeremo adunque a considerarli con quella brevità, che dall’ampiezza del soggetto dalla varietà delle proposizioni ci verrà permesso: ozioso certamente non fu questo proemio.

La forza di gravità in egual tempo agisce ugualmente; per cagion d’esempio se due corpi del peso medesimo per sola forza di gravità cadano l’uno dalla cima di una torre di sufficiente altezza, e l’altro dalla metà della stessa il corpo, che cade dalla sua sommità impiegherà per giungere al mezzo di questa quel tempo, che l’altro impiega per giungere a terra; benchè sembri che quest’ultimo sia più soggetto all’attrazione del centro essendo alla terra più vicino, e che perciò più veloce esser debba la sua discesa. La diversità della distanza è in questo caso sì piccola rimpetto alla mole immensa del globo terracqueo, la quale con accurati calcoli vien dimostrato da’ Fisici contenere 300,000,000,000,000,000,000, piedi solidi, che devesi alcerto considerar come nulla, per il che viene la gravità chiamata costante. Io non ignoro, che ad alcuni imperitissimi spiriti sembrerà forse assurda una siffatta proposizione imperocchè dirann’essi si abbandonino alla propria gravità un piccolo grano d’oro, ed una leggerissima piuma l’uno equivalente al peso dell’altra si vedrà, che in assai minor tempo di quest’ultima percorrerà il primo lo spazio prefisso, e che, per conseguenza molto maggiore sarà la gravità dell’oro di quella della piuma. Con un sì grande apparato di verità errano quelli, che voglion dimostrare la falsità dell’opposta proposizione. Osservino questi, a quanta maggior resistenza dell’aria è soggetta la piuma, la quale non ha le sue parti come l’oro raggruppate, e raccolte, e non è conseguentemente capace di rompere al par di questo, e con la stessa forza, e velocità l’impeto dell’aria, che per ogni parte l’investe, la penetra, l’obbliga a ritardare non poco il suo corso, e talvolta ancora dalla sua direzion la distoglie. Vedesi infatti che nel vacuo boyliano liberi dall’accennato impedimento, e l’oro, e la piuma percorrono nello stesso tempo lo spazio medesimo.

La gravità è sempre uguale nei luoghi istessi della terra, ma nelle diverse posizioni diversa è ancora la forza di gravità come da Richer Accademico Parigino fu sperimentato nell’Isola Cajenna vicina all’equatore. Osservò egli, che un pendolo il quale in Parigi batteva regolarmente i secondi misurava nell’Isola tempi più lunghi. Ciò deve per mio avviso, e per quello de’ più saggi Filosofi spiegarsi in tal modo. La terra aggirandosi intorno al suo centro ciascun punto della propria superficie insieme con tutti i corpi che sopra di essa si trovano vengono da essa portati a ravvolgersi unitamente a tutta la sua mole. Il circolo dell’equatore è maggiore di tutti quelli, che incontransi andando da questo ai poli maggiore, per conseguenza, esser deve la velocità della terra nel percorrere questo circolo di quella che impiega per trascorrerne qualunque altro; onde minore sarà la sua velocità quanto maggiore è la distanza de’ circoli dall’equatore. Ciò posto è evidente, che ogni corpo discendendo al centro della terra sarà ritardato dal moto centrifugo della medesima, e che la resistenza che esso sperimenta tanto sarà minore quanto minore è la velocità del moto centrifugo, e conseguentemente quanto maggiore è la distanza del circolo, in cui esso si trova da quello dell’equatore, e viceversa. Perciò nell’Isola di Cajenna vicina a questo circolo più tarde esser debbono le oscillazioni del pendolo, le quali non sono, che un prodotto della forza di gravità, il che vien dimostrato dal modo medesimo in cui esse avvengono. Poichè s’innalzi un pendolo dal punto di quiete ad un altro punto qualunque di sufficiente altezza, e quivi si abbandoni; egli dovrebbe da questo punto cadere perpendicolarmente al centro della terra ma essendogli ciò impedito dal filo a cui è appeso la sua gravità non può operare che portandolo a descrivere nella sua caduta un arco che cominciando dal punto della sua elevazione va sino a quello, in cui egli era in perfetta quiete prima del sofferto innalzamento. Quivi giunto, e per la forza d’inerzia, che lo costringe a mantenere lo stato di moto, e per quella, che ha acquistata nella sua caduta si porta ad un’altezza orizontale al punto della sua prima elevazione, e quindi ricadendo per la sua gravità s’innalza sempre nel modo istesso, che abbiam detto ai punti medesimi per delle vibrazioni isocrone cioè dell’istessa durata; onde un pendolo mosso una volta sarà sempre in perpetuo moto; ciò che avvenir dovrebbe se esso non fosse soggetto a verun impedimento, ma l’aria, che egli è costretto a rompere per aprirsi il passo, e gli attriti del punto di sospensione ritardano a grado a grado il suo moto ed abbreviano le sue vibrazioni sino a ridurlo allo stato di quiete cose tutte, che dalla comune esperienza vengon dimostrate.

Ogni corpo allor che discende ad ogni momento acquista una maggiore accelerazione per mezzo della forza di gravità «poichè, al dir del celeberrimo Poli, non lascia ella giammai di accompagnare il mobile ne’ varj successivi punti dello spazio, per cui va egli scendendo di mano in mano, e la velocità generata in ciascun istante non si distrugge, ma coopera con quella dell’istante, che segue attesa la Forza d’Inerzia, onde non si avrà difficoltà di convenire, che in tempi uguali si aggiungeranno al mobile uguali gradi di velocità. Quindi la velocità acquistata nel secondo istante sarà doppia della prima quella del terzo sarà tripla quella del quarto sarà quadrupla, e così in appresso, e conseguentemente il moto di un tal corpo sarà uniformemente accelerato. La velocità poi, che cotesto corpo troverassi avere nel fine della sua caduta sarà come il numero degl’istanti impiegati nel discendere, e quindi sarà la somma di tutte le velocità parziali acquistate in ciascheduno di essi».

Un corpo scagliato verticalmente in alto cessato l’impeto della forza projettile ricadrà secondo quella stessa direzione per cui era asceso non essendovi alcuna bastevol causa, che lo costringa a declinare a dritta, o a sinistra. Se poi la forza projettile spinga il corpo orizzontalmente, il medesimo descriverà cadendo una linea curva, la quale non è che la composizione della forza centripeta cioè della tendenza al centro, che conserva malgrado la forza projettile, e della forza tangenziale acquistata per mezzo della projezione.

Alla gravità appartiene ancora il centro di equilibrio, ossia centro di gravità od anche centro della massa. Altro egli non è, che quel punto, sopra il quale il volume di un corpo si mantiene equilibrato, e il peso tutto, e gravità della massa si trova come accumulata. Questo punto può essere, o inferiore, o superiore al corpo. Suppongasi un perno acuto posto in vertical direzione; quindi un circolo di qualsivoglia solida materia si sovrapponga alla sommità del perno surriferito in modo, che il centro del circolo, e la cima del perno sieno fra loro esattamente a contatto si vedrà che il circolo resterà perfettamente in equilibrio per essersi accumulata tutta la sua gravità sopra il proprio centro, e la cima del perno; in questo caso il punto, o centro dell’equilibrio sarà inferiore alla massa del corpo equilibrato. Un tal punto sarà al medesimo superiore se per cagion d’esempio si sospenda un corpo qualunque all’estremità di un filo, nel qual caso il centro di gravità sarà nell’altra estremità del medesimo, la quale viene volgarmente chiamata punto di sospensione.

Il centro di gravità può ancora esser comune a due corpi come tuttogiorno scorgiamo nella volgar bilancia, nella quale due masse del peso medesimo, e poste nella medesima distanza dal centro di gravità opponendo le loro forze, e non potendo l’una prevalere all’altra perchè il centro di gravità agisce egualmente sopra ambedue, ne risulta un perfetto equilibrio. Che se l’una delle due masse opposte giunge a superare ed elevar l’altro corpo per ritornar l’equilibrio converrà dare al centro di gravità una maggior forza sopra il corpo preponderante, ed avvicinarlo, per conseguenza al medesimo sino a quel punto in cui l’altro corpo ritorni ad eguagliarlo, ed a mantenersi col medesimo in orizontal direzione.

All’enunciata dottrina del centro di gravità spetta ancora quella della linea di direzione cioè di quella perpendicolare, che dalla sommità di un corpo discender deve alla sua base per mantenerlo in equilibrio. Se per cagion d’esempio un uomo s’inchini obbliquamente per linea retta nella parte anterior del suo corpo egli dovrà necessariamente cadere, se ad impedirlo egli non avvanza il piede in modo, che sopra di esso cada perpendicolarmente dal capo la linea di direzione, ciò, che la natura medesima ci spinge a far tuttogiorno per un moto abituale fatto bene spesso senza saperne la causa.

Ciò è quello, che di comune consenso viene ammesso intorno alla forza di gravità, sopra la quale fu ragionato da’ Filosofi fino da’ secoli più remoti, e che posto finalmente in tutto il suo lume è al presente di grandissima utilità alle Fisiche, Meccaniche, e Architettoniche dottrine, e dà anche al dì d’oggi ai moderni Filosofi un aperto vastissimo campo di osservazioni, e scoperte.

Dissertazione sopra l’urto dei corpi

Dovendosi nelle Fisiche dottrine parlare di tutte le cognite proprietà dei corpi parlasi per conseguenza ancora degli effetti, che da esse vengon prodotti. Di questi, e di quelle additar si deve la causa, e i varj fenomeni spiegare, che a loro appartengono. Nè il saggio Filosofo si arresta a considerare soltanto quelle proprietà che si scorgono in ciascun corpo separatamente dagli altri, ma si avvanza, e spinge ancora le saggie sue ricerche sino ad indagare la cagione di quei fenomeni, e di quei varj accidenti che osservansi nelle diverse unioni incontri, o affinità di più corpi. Frutti di siffatte esperienze dir si possono senza alcun dubbio quei dogmi, e quelle dottrine, che dai Fisici vengonci enunciate intorno all’urto, o conflitto de’ corpi. La verità di quanto affermasi intorno a ciò vien dimostrata dalla comune esperienza, ed ognuno potrà facilmente farne la prova. Frequentissime sono alcerto quelle occasioni, nelle quali evidentemente appalesansi quegli effetti, e quegl’incontri, de’ quali hanno già da gran tempo parlato i Filosofi intorno all’urto de’ corpi. Noi dunque ad esaminarli c’interterremo, ed assegnar le cagioni di tutto ciò che si offrirà ai nostri sguardi, riguardando come il più stabil sostegno, e la più ferma prova di quanto verrà da noi esposto, e dimostrato, la comune universale esperienza.

Se due corpi s’incontrino insieme, e si urtino venendo come a combatter fra loro diversi saranno gli effetti di quest’incontro secondo le diverse circostanze, nelle quali il medesimo accade. Dobbiamo noi adunque per stabilirne la causa, e le leggi considerar prima di ogni altro le diverse specie dei corpi, che produr possono quegli effetti de’ quali ora a ragionar ci accingiamo. Sono i corpi duri, molli, o elastici. Duri son quelli, che non cedono all’urto degli altri corpi qualunque sia la forza con cui vengono urtati. L’esperienza ci dimostra, che non esiste in natura corpo alcuno a noi noto, che possa chiamarsi perfettamente duro, poichè niun corpo, è tale che non ceda in conto alcuno ad una forza sufficiente. Appellasi corpo molle quello che resiste all’urto de’ corpi ed alla mutazione della figura, ossia a quell’affondamento, che in lui producesi dall’impeto degli altri corpi co’ quali incontrasi; ma che ricevuto in se stesso il predetto affondamento non si sforza in alcun modo di ricuperare il pristino suo stato. Elastici diconsi finalmente quei corpi, i quali, e resistono alla forza contraria degli altri corpi che l’urtano, e procurano quindi di riacquistare la perduta figura. I corpi elastici o hanno un perfetto elaterio cioè ritornano alla primitiva posizione con la stessa forza, con la quale in lor si produsse l’accennato affondamento, o ciò non fanno, che con forza minore. Posto tutto ciò noi passeremo a considerare i diversi effetti dell’urto de’ corpi, e allorchè il corpo urtato non può essere smosso, e allorchè il medesimo può ed abbandona infatti lo stato di quiete, accennando quei principali fenomeni che osservansi in tali incontri. Noi distingueremo i corpi in elastici, e non elastici, intendendo per corpi non elastici quelli solamente, che già dicemmo appellarsi corpi molli poichè non conoscendosi in natura corpo alcuno perfettamente duro noi ci asterremo dal trattarne.

Suppongasi per cagion d’esempio una palla di ferro la quale scagliata orizontalmente urti in un muro immobile. Nel primo istante il globo pone in opera tutta la forza che ella possiede in proporzione della sua massa, e della sua velocità contro pochissime parti del muro. A questa compressione esse si arretrano cedono alla forza contraria, e rinculando sopra le parti del muro a loro più prossime fanno, che queste altresì vadano di mano in mano sopra le altre producendo in tal modo un leggiero affondamento alla superficie del muro. Da ciò ne siegue che il globo sarà nel secondo istante ritardato del suo moto poichè penetrando egli nell’affondamento prodotto nel primo istante sarà a contatto di più parti del muro, e per conseguenza avrà più parti da rispingere, oltredichè essendo esse nel secondo istante più condensate che nel primo sono in grado di fare una maggior resistenza, volendo ancora tacere dello schiacciamento sofferto nell’incontro anche dal globo percuziente.

Se il corpo urtato sia sensibilmente molle il globo sieguirà a muoversi secondo la sua direzione finchè la forza impressa sia affatto svanita, ed allora non trovando corpo alcuno capace di opporgli una vigorosa reazione, o si fermerà nel prodotto affondamento, o ricadrà per il proprio peso. Se poi il corpo percosso sia di sufficiente durezza il corpo percuziente dovrà ritornare indietro trovando egli nel corpo urtato una reazione trionfante, e capace di respingerlo per una direzione contraria a quella, per la quale egli era venuto. Avviene talora, che il corpo percuziente cada dopo l’urto descrivendo una linea curva. La cagione di un tal fenomeno spiegasi per mezzo della forza di gravità nè è qui del nostro proposito il dimostrarla.

L’urto, di cui trattiamo può accadere ancora fra i corpi elastici. Se il corpo percuziente, e il corpo percosso siano di uno stesso elaterio il corpo percuziente dovrà dopo l’urto necessariamente tornare per la direzione contraria a quella per cui fu lanciato poichè ambedue i corpi cedono nell’incontro, e producono in se stessi un affondamento uguale ciascuno a quello dell’altro corpo. Quindi sforzandosi ambedue di ricuperare il pristino stato con la forza medesima vengono a combattere in modo, che immobile essendo il corpo percosso, il corpo percuziente e per la propria elasticità e per quella dell’altro dovrà necessariamente rimbalzare indietro. La forza impiegata in tali incontri tanto dal corpo mobile quanto da quello immobile sarà sempre in proporzione della velocità, e della massa del corpo percuziente, poichè è chiaro che egli non può nell’urto avere altra forza, che quella, che acquista per mezzo dell’impulsione, e della quantità della sua materia, e che l’urto, e tutto ciò che accade dopo di esso non è che un prodotto della forza soprindicata, e deve per conseguenza essere in proporzione della medesima: e in quanto al corpo percosso egli è dimostrato che la reazione esser deve uguale all’azione onde essendo quest’ultima proporzionale alla forza accennata dovrà essere alla medesima proporzionale ancora la prima. Dai varj incontri, e dai varj dogmi che abbiam finora proposto potranno dedursi quelle dottrine che spettano alle diverse altre circostanze nelle quali avvenir può l’urto fra i corpi mobili, ed immobili, di cui finora parlammo. Dobbiamo ora adunque passare ad esaminare que’ varj fenomeni ed effetti che produconsi per mezzo dell’incontro de’ corpi mobili onde compire in qualche modo la breve nozione del conflitto de’ corpi che a trattare intraprendemmo.

Dovendo un corpo mobile avvicinarsi ad un altro corpo sia egli in istato di moto, o di quiete è necessario che l’uno, o l’altro dei corpi percorra lo spazio, od intervallo, che passa tra di essi ciò che non può farsi, che in un tempo finito, il quale misuri la velocità del corpo mobile. Ciò posto supponiamo due globi non elastici sopra qualsivoglia superficie. Pongasi che ambedue si muovano in una stessa direzione l’uno innanzi all’altro in modo, che il corpo, che è innanzi debba dall’altro esser raggiunto: si vedrà che dopo l’urto continueranno ambedue a muoversi nella medesima direzione senza declinare nè a dritta nè a sinistra dividendosi il moto, e la velocità del corpo, che urta tra ambedue secondo il rapporto delle masse, ciò, che è abbastanza chiaro per se medesimo. Così ancora avverrà se il corpo urtato sia in istato di quiete; cioè la velocità del corpo, che urta verrà divisa fra esso, e il corpo urtato secondo la quantità della materia dell’uno, o dell’altro, e quest’ultimo si moverà, e scorrerà sopra la superficie nella direzione istessa del corpo, che urta. Se poi questi due corpi si muovano in una medesima linea ma in direzioni contrarie allorchè essi vengono ad urtarsi se ritrovinsi avere una stessa velocità non potendo l’uno vincere l’altro dovranno necessariamente ridursi alla quiete; ma se l’uno dei corpi sia di massa maggiore dell’altro, o sia stato avanti l’urto di maggior velocità la forza che resta ancora dopo l’urto si dividerà fra ambedue i corpi in proporzione della massa, ed i medesimi si muoveranno l’uno nella stessa direzione dell’altro. Noi non ci tratterremo ad esporre alcune leggi spettanti agl’indicati dogmi, ed a quelli, che ancora ci restano a spiegare, sì perchè queste non posson dirsi necessarie alla perfetta nozione delle presenti dottrine sì perchè mi sembra appartener esse piuttosto al moto, che all’urto de’ corpi.

«Si vede, come si esprime il Sig.r Brisson, da quel, che abbiamo detto dell’urto de’ corpi non elastici

1. Che quando dopo l’urto le direzioni de’ moti de’ corpi, che si urtano sono nell’istesso senso; esiste allora ne’ due corpi riuniti una quantità di moto eguale a quella che sussisteva nell’uno de’ due, o in ambedue avanti l’urto.

2. Che quando le direzioni de’ moti di questi corpi sono in senso contrario perisce, se non tutto, almeno una parte del moto, e che se ve ne resta dopo l’urto la quantità, che vi rimane, è eguale alla differenza delle due quantità avanti l’urto».

Nell’urto de’ corpi elastici mobili distinguer si possono due specie di moto l’uno cioè primitivo, il quale viene da un corpo all’altro communicato e l’altro di elaterio prodotto dalla reazione de’ corpi elastici. Ambedue queste specie di moto si osservano nei susseguenti fenomeni. Se di due corpi di ugual massa perfettamente elastici posti sopra una superficie qualunque l’uno sia in istato di moto, e l’altro di quiete urtando il mobile in quest’ultimo verrà a communicargli una parte del suo moto in proporzione delle masse. Ambedue i corpi soffriranno allora uno schiacciamento secondo il rapporto della velocità, con la quale venne a formarsi il loro urto. Il corpo in quiete ricupererà la sua prima figura per mezzo della sua elasticità, ed essendo la reazione uguale all’azione egli verrà in tal modo ad acquistare una velocità uguale a quella, che gli è stata communicata, e per conseguenza egli avrà una quantità di moto dupla di quella, che in uguali circostanze avrebbe acquistato un corpo non elastico. Quello poi, il quale communicagli il suo moto, o resterà perfettamente in istato di quiete, o dovrà moversi in senso contrario se il suo moto di elaterio eccede il restante della sua prima velocità.

Se poi questi due corpi si muovano ambedue per una medesima linea, ma in direzioni contrarie ambedue si separeranno per mezzo della loro elasticità, e la loro velocità respettiva sarà uguale a quella, che essi avevano prima dell’urto poichè, come si esprime il sopracitato Sig.r Brisson «Se questi due corpi fossero senza elaterio, o si fermerebbero reciprocamente, o l’un de’ due trasporterebbe l’altro, come abbiamo detto di sopra. Si separano dunque in virtù della loro reazione, ma questa reazione, è eguale alla compressione cagionata dall’urto, e la compressione è come la velocità respettiva avanti l’urto; la velocità, che ne risulta dopo l’urto deve dunque essere simile».

Da ciò, che finora abbiam detto intorno all’urto de’ corpi elastici potranno dedursi quelle varie dottrine, e potranno conoscersi quei varj effetti che risultano dalle altre circostanze nelle quali può accadere l’urto de’ corpi sopraddetti. Tutto quello che da noi fu esposto circa il conflitto dei corpi essendo come dicemmo fondato principalmente sopra la quotidiana, volgare esperienza, e venendo approvato da tutti i più colti, e sensati Filosofi, non può non essere ammesso, che da quelli, i quali sembrano aver dalla natura sortito un odiosissimo spirito di perpetua contradizione direttamente opposto alle regole della società, ed alle leggi del buon costume. Da avversarj di tal fatta io credo però esenti le accennate proposizioni intorno all’urto, o conflitto de’ corpi poichè nulla vi è in esse, per mio avviso, che possa in qualche modo oppugnarsi nemmeno dai più sagaci, ed ostinati nemici delle patenti verità.

Dissertazione sopra l’estensione

Varie sono quelle proprietà spettanti alla materia, che appartengono, e dipendono ancora dall’estensione comune generalmente a tutti i corpi. Noi intendiamo per estensione lo spazio, che corre tra i limiti di un corpo qualunque non eccettuato neppure quello, che si scorge tra più corpi, il quale non è occupato, che dall’aria. A questo punto di Fisica appartiene la celebre questione intorno al vuoto, di cui l’esistenza vien dai Peripatetici negata, e la possibilità dai Cartesiani. Il P. Jacquier francamente afferma la sua esistenza, la quale vien dal medesimo dimostrata con ragioni da lui chiamate validissime, ma che in effetto possono senza gran difficoltà essere ribattute. Nondimeno dai fautori di questa proposizione apportasi un argomento, il quale può non poco contribuire a determinarne la verità. Lo spazio essi dicono non occupato dai corpi visibili verrà occupato dall’aria, ma l’aria ha i suoi pori, i quali non potranno essere riempiuti, che da un etere più sottile, ma ancor egli poroso poichè ciascun corpo in natura ha siffatta proprietà. Onde l’etere avrà sempre i suoi pori, e quantunque essi siano riempiuti da altri Fluidi questi altresì saranno similmente porosi, e così anderebbesi in infinito, il che essendo evidentemente inammissibile deve necessariamente affermarsi l’esistenza del vacuo. A ciò vien risposto dagli avversarj del presente sistema con alcune ragioni, che a dire il vero non soddisfanno perfettamente, per mio avviso, alla proposta obbjezione onde io reputo più sano consiglio il restare indeciso fra gli opposti pareri circa il vacuo, di quello, che intrigarsi in siffatte questioni, da cui non si potrà finalmente ritrarre il piede, che incerti, e confusi ancor più di quando alle medesime si dette principio poichè per confessione di ambedue le parti nulla vi è, che possa decidere di siffatta questione in riguardo ai sensi onde sempre dubbiosa sarà qualsivoglia dottrina vertente sopra un tal punto. Non credo poi, che alcun sensato Filosofo ammetter possa, che il vacuo sia intrinsecamente impossibile poichè nulla certamente ripugna, nè implica contradizione nell’esistenza del vuoto, ed il medesimo è per conseguenza possibile. Lasciate adunque simili questioni noi passeremo ad esaminare le proprietà dell’estensione dei corpi con tutto ciò, che ad essa appartiene, il che è come dicemmo di moltiplice argomento. In tutto ciò, che da noi verrà esposto si avrà sempre per guida il senso comune, e l’opinion dei Filosofi.

Dal modo, nel quale l’estensione vien definita egli è chiaro, che ciascun corpo è esteso. L’estensione è composta di tre dimensioni lunghezza, cioè, larghezza, ed altezza, o profondità; ciascuna delle quali vien contenuta tra i limiti determinati, e lo spazio, che passa tra di essi è quello, che propriamente appellasi estensione. Queste tre dimensioni sono comuni universalmente a tutti i corpi poichè, al dir di Brisson, «ciascun corpo per quanto piccolo esso sia ha sempre un di sotto, e un di sopra una parte anteriore, e una parte posteriore, un lato sinistro, ed uno lato destro, e tutto ciò preso insieme forma una lunghezza, una larghezza, ed una grossezza... È vero, che non vediamo queste dimensioni in tutti i corpi; ve ne son di così piccioli, che i nostri occhi non possono scorgerli nè la nostra mano distinguerli, ma siccome in tutti i corpi che cadono sotto i nostri sensi troviamo quest’estensione possiamo affermare, che ella è propria di tutti i corpi in generale».

Varie sono come dicemmo quelle proprietà dei corpi, che appartengono alla loro estensione. Di questo numero sono l’impenetrabilità, e penetrabilità dei corpi. Ambedue spettano a qualsivoglia ente materiale, e debbono annoverarsi fra quelle, che formano il carattere della sostanza corporea. La penetrabilità è quella, per mezzo di cui un corpo dà libero accesso in se medesimo ad altro corpo di lui più sottile. Ciò avviene con l’ajuto dei pori ossia di alcuni tenuissimi forami, che in minima distanza l’uno dall’altro si ritrovano nei corpi ancor più compatti. Il chiarissimo Dufai nei Monumenti Parigini accenna una specie di liquore, col quale se venga delineata alcuna immagine sopra la superficie ancora de’ marmi più duri potrà la medesima distinguersi fino sull’altra superficie del marmo, il che non potrebbe avvenire se per mezzo dei pori non fosse il liquore disceso per i diversi strati del medesimo. Questo, ed altri moltissimi esperimenti ci dimostrano, che in ciascun corpo si ritrovano siffatti pori, e che per conseguenza tutti i corpi sono penetrabili. Questi pori son quelli, per mezzo de’ quali accade negli animali la traspirazione chiamata Santoriana perchè prima di ogni altro conosciuta dal celebre Santorio. I medesimi osservati da Leeuwenoek sotto le picciole squamme dell’epiderma occupano secondo il suo computo in numero di 125000. lo spazio soltanto di un picciolo granello di arena. Moltissime esperienze apportar si potrebbero per consolidare la verità della nostra proposizione cioè che ciascun corpo è penetrabile, ma a tal uopo io credo sufficienti le già indicate osservazioni essendo omai la generale penetrabilità, e porosità dei corpi universalmente ammessa, ed approvata.

Altra proprietà generale dei corpi spettante alla loro estensione ell’è come dicemmo l’impenetrabilità detta ancora Solidità dai Fisici. Questa proprietà è quella, per mezzo di cui un corpo si sforza di rimanere nel luogo, che egli occupa, il quale non può essere occupato da un altro, se egli non ha forza sufficiente a spingere il primo, e toglierlo dal luogo ove egli si ritrovava. Un corpo resiste ancora a quello, che vuole impedirgli di rimanere nella sua posizione. L’aria medesima, l’acqua, e qualsivoglia fluido sono impenetrabili, e egli è evidente che se vuolsi por nell’acqua alcun corpo, o passare a tramezzo dell’aria circostante, tutto ciò non potrà farsi che obbligando l’aria, e l’acqua ad abbandonare quel luogo, che vuolsi occupare, e costringendole a ritirarsi, e lasciar libero lo spazio in questione; esse però resisteranno per quanto è in loro potere alla forza contraria. «Vi sono, al dir del sopracitato Scrittore, certi corpi che sembrano lasciarsi penetrare, ma non è che una penetrazione apparente, e non reale. Per esempio una spugna riceve, e ritiene interiormente una gran quantità d’acqua, ma quest’acqua va a posarsi ne’ vuoti che si trovano fra le parti della spugna, e non occupa niente affatto il luogo delle parti proprie della spugna. Si può dire lo stesso di un pezzo di zucchero, di una pietra tenera ec. La pietra delle cave di Bouré vicino a Montrichard nove leghe distanti da Tours ritiene più di venticinque libbre di acqua per piede cubico. Ma quest’acqua va ad occupare gli spazj, che le parti della pietra, o dello zucchero lasciano vuoti della loro propria sostanza nè mai il luogo che occupano quelle medesime parti». La dottrina dell’impenetrabilità dei corpi spetta in gran parte alla forza d’inerzia essendo la resistenza, che fa il corpo a chi vuol toglierlo dal proprio luogo un prodotto della medesima.

Viene altresì annoverata tra le proprietà dei corpi appartenenti alla loro estensione la Divisibilità. Ciascun corpo è formato di particelle, e di molecole unite insieme per mezzo dell’affinità d’aggregazione, di cui sono dotate. Essi sono dunque divisibili, cioè le sue particelle possono essere slegate, e scomposte, le quali particelle essendo formate di altre molecole ancor più sottili possono anch’esse per conseguenza esser divise. Infatti noi non possiamo immaginarci un corpo sebben minimo, nel quale non supponiamo due metà, e per conseguenza può senza dubbio affermarsi esser la materia divisibile in infinito numero di parti infinitamente picciole. Deve avvertirsi, che noi non intendiamo di dire che un corpo sia divisibile in infinito fisicamente, ma soltanto geometricamente, e per mezzo de’ voli astratti dell’umana immaginazione. In conseguenza di ciò un corpo ancor sottilissimo può esser diviso in infinite superficie d’infinita sottigliezza. Moltissimi sono quegli esperimenti, con i quali vollero i Fisici dimostrare la Divisibilità dei corpi in modo evidentissimo. Tra questi ell’è utilissima l’osservazione riportata dal celebre Poli circa i raggi della luce, poichè «quantunque, com’egli si esprime, siffatti lumi non decidano se il campo assegnato alla rapportata Divisione si estenda all’infinito, nulladimeno ci mostrano ad evidenza, che la materia è capace di esser divisa in un numero di parti così immenso, che giugne fino a stancare la più vivace immaginazione.

Se in una notte serena, segue il mentovato Scrittore, pongasi a cielo aperto una candela accesa, diffonderà questa tanta luce, che si potrà agevolmente scorgere fino alla distanza di due miglia ossìa di 10 mila piedi tutt’all’intorno. È noto presso de’ Matematici, che uno spazio sferico, che abbia il semidiametro di 10 mila piedi in se contiene 4. bilioni 190 mila 40 e più milioni di piedi cubici. Per via di un agevol sperimento si può rilevar di leggeri, che una candela di sego di sei a libbra può continuare a bruciare per lo spazio di cinque ore, e quindi che nello spazio di un secondo viene a consumarsi 1/14 parte di un grano di sego, che però egli è chiaro che le particelle di luce sviluppate da 1/14 di un granello di sego illuminano uno spazio sferico che in se contiene 4. bilioni 90 mila 40 e più milioni di piedi cubici per lo continuato intervallo di un secondo. Ciocchè a dir vero ci fà rilevare, che la picciolezza delle particelle della materia è immensa a segno tale che supera di molto la forza della nostra immaginazione, la quale resterà vie maggiormente imbarazzata, e confusa dal riflettere, che essendo la luce lanciata dai corpi luminosi con indicibile celerità, l’anzidetto spazio sferico viene ad esser riempiuto più migliaja di volte nell’intervallo di un secondo da quella luce che si sviluppa da 1/14 di un granello di sego

(1) I principj della moderna Chimica dimostrano che la luce, e la fiamma non si sviluppano dal corpo che brucia ma bensì dall’aria vitale allorchè l’ossigeno passa nel combustibile insieme con il calorico, e con la luce, con cui era unito, e che abbandonando l’aria vitale, si svolgono, e formano il fuoco.

A dimostrare la divisibilità della materia può servire la nota esperienza, la quale prova che una piccola porzione di sale può ammettere in se stesso un oceano di acqua, la quale penetrando fra le intime molecole del sale le discioglie, e le separa in altre ancor più picciole, e queste in altre maggiormente sottili, e così andando in infinito in modo, che l’accennata porzione di sale resta distribuita per tutta l’acqua dissolvente, ed accrescendo ancora quest’ultima essa resterà salata in tutte le sue parti, ciò che può vedersi per mezzo di un agevole esperimento. È noto ancora presso i Chimici che una piccola parte di aria può occupare un vastissimo spazio, ed essere sempre più dilatata per mezzo del calorico, il quale penetrandola per ogni parte ne separa le più minute particelle e la mette in istato di occupare uno spazio sempre maggiore a misura che accrescendosi il calorico si accresce la forza, e l’attività del medesimo a separare disciogliere, e dividere le molecole di quella piccola porzione di aria. Viene ancora riferito dal chiarissimo Abbate Nollet un esperimento, nel quale ponendosi una qualsivoglia sottilissima moneta nel mezzo di una fiamma di zolfo sublimato essa si divide in due laminette secondo il suo piano, e talvolta una delle due laminette essendo più sottile dell’altra lascia in quest’ultima l’impressione del conio in modo che la moneta non sembra sensibilmente diminuita. Ciò avviene perchè al dir del mentovato Scrittore «la parte più sottile dello zolfo che si sviluppa nell’ardere, e che s’insinua quinci, e quindi tra le parti del metallo dilatato dal fuoco forma nell’interiore della moneta, e secondo il suo piano un suolo di materia straniera al metallo, che cagiona la divisione, e che si ravvisa quando le parti sono separate».

Da ciò, che si è detto della divisibilità dei corpi egli è evidente che ciascuna particella per picciola che ella sia deve sempre terminare in superficie; diversamente ella non potrebbe esser divisibile poichè il punto geometrico è affatto indivisibile. Ciò serve a spiegare in qualche modo la natura della Figurabilità dei corpi, la quale viene pure riconosciuta come un attributo della materia spettante alla di lei estensione. Noi intendiamo per figurabilità quella proprietà, che hanno i corpi di possedere una qualche figura. Questa figura deve sempre terminare in superficie per l’anzidetta ragione, e non essendovi corpo alcuno che non abbia qualche superficie egli è chiaro, che non vi sarà neppure corpo alcuno, che non sia figurato. Ed infatti non possiamo noi concepir la materia se non dandogli qualche figura, la quale sarà sempre determinata da alcuna benchè minima superficie. Da ciò si comprende, che la Figurabilità è un necessario attributo della materia, il quale l’accompagna in qualunque stato ed in qualunque circostanza. Quei corpi ancora di cui la picciolezza impedisce all’occhio di conoscerne la figura debbono nondimeno averne alcuna per l’enunciate ragioni come facilmente può scorgersi per mezzo d’istrumenti, che soccorrano la debolezza dei nostri sensi.

Tali sono i pensieri del saggio Filosofo circa l’estensione, pensieri dalla moderna Fisica dilucidati, e ripuliti dalle macchie degli antichi errori, di cui non erano certamente scevri. L’enunciate dottrine intorno all’estensione, ed alle proprietà dei corpi ad essa spettanti sono al presente ammessi dalla maggior parte dei savj Fisici, i quali se ne resero certi con raddoppiate osservazioni, e ripetute esperienze.

DISSERTAZIONE SOPRA L’IDRODINAMICA

...Ignotas animum demittit artes

Ovid. Met. 1. 7 [l. 8, v.188]

È l’Idrodinamica quella parte di Fisica, che considera le generali proprietà dei fluidi, e ne apporta le cause e le leggi. Noi chiamiamo fluidi quei corpi le di cui particelle non hanno fra di loro alcun’aderenza sensibile e per conseguenza si separano facilmente le une dall’altre, e cedono a qualsivoglia urto o forza sebben leggerissima. L’Idrostatica e l’Idraulica sono quelle parti in cui l’Idrodinamica vien divisa. L’Idrostatica accenna e dimostra quei varj dogmi, e quelle diverse leggi circa la gravità, e l’equilibrio dei fluidi. che dalla moderna Fisica al presente conosconsi. Deriva la denominazione di questa scienza dalla greca voce «ὓδωρ» cioè acqua e dal vocabolo Statica, per conseguenza Idrostatica vale Statica dell’acqua, ossia dei fluidi. Per mezzo di questa scienza giunse Archimede a discuoprire il furto di quegli che fabbricata avea la corona di Gerione Re di Siracusa, per il che narrasi, che egli preso da improvisa gioja uscendo dal bagno esclamasse gridando di aver ritrovato quanto bramava. L’Idraulica, che all’Idrostatica succede trae il sue nome dalle Greche voci «ὓδωρ» cioè acqua e αὐλος cioè tromba. Ella tratta del moto dei fluidi, e delle leggi osservate da questi nella loro progressione. Queste due scienze, che insieme unite presentano una perfetta generale Teoria dei fluidi, formano ora il soggetto del nostro discorso. Noi dunque considereremo in prima la natura, e la causa della fluidità dei corpi, passeremo quindi ad esaminare la gravità, ed equilibrio de’ fluidi, e le leggi apporterem finalmente, e le proprietà del moto dei medesimi.

Gli antichi ammettevano come causa della fluidità, la figura sferica delle particelle fluide, e la forza ripulsiva esistente in date distanze tra le medesime. Egli è provato dalla moderna Fisica, che l’idea, che gli antichi formavansi della ripulsione è totalmente chimerica, e che questa non è che una forza puramente passiva. Quella sostanza ora perfettamente conosciuta, che forma in gran parte il fondamento della moderna Chimica è quella, per mezzo di cui spiegasi evidentemente la causa della fluidità dei corpi. Io intendo parlar del calorico. Questa sostanza sussiste nei corpi in diversi stati, vale a dire in istato di libertà, e di combinazione. Allorché egli è in un corpo in istato di libertà noi facilmente ce ne avvediamo per il senso, che eccita nei nostri organi, ma non così ci vien fatto di conoscere la sua presenza allorché egli è in un corpo in istato soltanto di combinazione, poiché esso non è allora, che un calorico latente, il quale accresciuto a qualsivoglia grado non potrà giammai esserci sensibile. Questo medesimo si sviluppa bene spesso nella decomposizione di alcun corpo, ed alloraponendosi in istato di libertà eccita in noi il senso del calore. Se egli è in un corpo ad una data quantità in istato di combinazione, il medesimo soffre una continua rarefazione delle sue parti, ed è per conseguenza fluido. A misura, che si accresce, o sminuisce il calorico di un corpo, il che avviene in proporzione dell’affinità, che ha quest’ultimo con il primo egli diverrà successivamente aeriforme, liquido, o solido, e la densità delle sue parti sarà in ragione inversa del calorico esistente fra le medesime. Un esempio evidentissimo di tutti gli accennati effetti del calorico ci vien somministrato dall’acqua. Se la medesima venga in un vaso qualunque esposta al fuoco in un dato tempo ponendosi il calorico, sostanza d’impercettibil sottigliezza, tra le molecole dell’acqua, e queste medesime dividendo, e riducendo in minime particelle, egli renderà il liquore invisibile, ed aeriforme sollevandolo in istato di vapore. Questo medesimo perdendo per un cangiamento di temperatura una parte del suo calorico, si condensa ad un dato punto, e forma le nubi. Sminuendosi il suo calorico egli torna allo stato di liquidità, e cade per il proprio peso sulla terra. Quivi abbassandosi la temperatura al grado di gelo, egli perde il calorico necessario a mantenerlo nello stato di liquore, il quale si manifesta rarefacendo l’aria tenuta dall’acqua con se combinata in istato di somma densità, e superando tutti gli ostacoli, che si oppongono alla dilatazione della medesima. L’acqua rimane allora in istato di solidità. In tal modo chiaramente spiegasi la causa della fluidità, e dimostrasi, che ogni fluido è composto di particelle solide, e non è in effetto, che un corpo solido rarefatto.

Egli è dimostrato, che i fluidi gravitano verso il centro del globo, sebbene diversamente dai corpi solidi, poiché le di loro molecole esercitano la loro gravità indipendentemente le une dalle altre, per non aver fra se medesime veruna sensibile coesione. Fuvvi un tempo, in cui credeasi, che i fluidi non gravitassero dentro al proprio elemento, cioè, per cagion d’ esempio, che l’ aria non fosse grave nel seno dell’atmosfera, l’acqua non esercitasse pressione alcuna sopra gli strati inferiori della propria sostanza, e così di qualsivoglia fluido. La falsità di questa proposizione vien dimostrata da un agevole esperimento. Appendasi al braccio di una bilancia un’ampolla otturata, ed immersa in qualsivoglia liquore, equilibrandola con un peso qualunque, posto all’altra parte della bilancia. Ciò fatto disturisi l’ampolla in modo, che il liquore, in cui è immersa, entri liberamente nella medesima. Si vedrà, che l’ampolla prepondera scendendo al fondo del vaso, e che non può alla bilancia restituirsi l’equilibrio, se non aggiungendo all’altra parte della medesima un peso equivalente a quello del liquore contenuto nell’ampolla, il che fatto tornerà il tutto al primo suo stato. Da un tale esperimento dimostrasi la falsità dell’accennato principio, il quale non è al presente ammesso da alcun sensato Filosofo.

I Fluidi esercitano la loro pressione in ogni senso, e in qualunque direzione poiché, al dir del celebre Saverio Poli «La gravità, onde i fluidi sono dotati fa sì che le loro parti superiori premano contro le inferiori, e la loro somma mobilità, procedente forse dall’esser elleno di figura sferica, o d’altra, che alla sferica s’accosta, cagiona, che una tal pressione si faccia parimenti verso i lati, e in direzioni obblique. Per virtù della forza d’inerzia le parti inferiori premute, debbono riagire contro le superiori quelle di diritta contro quelle di sinistra, e quelle che sono in direzione obbliqua contro le loro opposte. Per conseguenza la pressione non solamente succederà in essi per ogni verso ma sarà eziandìo uguale verso tutte le parti, ed ecco il principio del loro equilibrio. Qualunque cagione, che lo distrugge, mette il fluido in movimento, né questo cessa fino a che non si restituisca di bel nuovo la pressione uguale dappertutto». A ciò aggiunge il chiarissimo Sig.r Dandolo nelle sue note ad un tal passo, che «Se una particella non fosse premuta egualmente per ogni direzione, essendo per ipotesi priva d’ogni tenacità, si moverebbe per la seconda legge del moto da quella parte, verso cui la forza è minore, contro l’ipotesi. Dunque nei fluidi per aver l’equilibrio bisogna, che ogni particella sia premuta egualmente per ogni direzione. Così vicendevolmente se v’ha equilibrio sarà premuta ogni particella egual-mente per ogni direzione. Se dunque verrà diminuita la pressione in qualche luogo da qualunque causa si sia il fluido si moverà finché la pressione d’ogni particella riesca eguale per ogni direzione cioè finché si restituisca l’equilibrio». Essendo il livello dei fluidi un effetto della gravità delle loro molecole, la qual forza li spinge costantemente verso il centro della terra, avviene, che le superficie dei fluidi sieno concentriche alla medesima. Ciò facilmente si scorge in un vasto tratto di mare, nel quale una nave in data distanza, o del tutto si nasconde ai nostri sguardi o non lascia scuoprirci, che la sommità del suo albero interrotto essendo il raggio visuale dalla convessità della terra, o del mare. Dalla enunziata dottrina circa l’equilibrio dei fluidi deriva che un corpo immerso in un fluido, il quale sia di gravità specifica minore di quest’ultimo, deve ne-- cessariamente restare a galla del medesimo, laddove un corpo di maggior gravità specifica non può mantenersi in tale stato, ma cade al fondo del recipiente del fluido, e che un corpo di gravità specifica uguale a quella di quest’ultimo può mantenervisi in qualunque luogo. Ed infatti, come esprimesi il sopralodato Sig.r Poli «Una palla di sughero qualora fosse immersa nell’acqua fino ad una certa profondità, costituirebbe parte della colonna di fluido, che gli sovrasta, e quindi premerebbe in giù col suo peso unito al peso di quella contro una egual colonna dello stesso fluido. Questa riagendo premerebbe il sughero, e ’l fluido sovrastante verso su, e siccome questa pressione deriva dalla forza d’inerzia, dev’essere proporzionale alla quantità della materia, ond’è che sarà maggiore nella colonna sottoposta al sughero, che in quella, che vien formata dal sughero stesso, e dalla colonna sovrastante per essere il sughero specificamente più leggero dell’acqua. Per la qual cosa ne dovrà necessariamente seguire, che la pressione di siffatta colonna verso giù sarà vinta dalla pressione opposta della colonna che le resiste e quindi verrà il sughero rispinto in su coll’eccesso di quest’ultima ossia colla differenza che v’ha tra la pressione delle due indicate colonne». Egli è dimostrato per mezzo di esperimenti, che se si renda nulla la pressione della colonna inferiore un corpo, benché specificamente più leggiero della medesima, può nondimeno mantenersi nel fondo del suo recipiente. In quanto a quei corpi che hanno una maggior gravità specifica di quella del fluido, in cui sono immersi egli è chiaro, che la sua pressione unita a quella della colonna superiore vincerà la resistenza della colonna inferiore, e che egli per conseguenza scenderà al fondo del vaso. Quei corpi finalmente, che sono dello stesso peso specifico del fluido, in cui son posti si manterranno in qualunque luogo del vaso per quella stessa ragione, per cui vi si mantengono le differenti particelle del fluido medesimo. Ogni corpo, e per la pressione, che soffre in tutte le sue parti da quelle del fluido, e per la forza che fa la colonna inferiore dello stesso per rispingerlo in alto, perde nel medesimo tanto del suo peso, quanto è quello del volume di fluido, che egli ha tolto dal suo luogo. E poiché la pressione, e reazione del fluido è in ragione diretta della sua densità perciò il peso perduto dal corpo nell’immersione è anch’egli in ragione diretta della densità del fluido, in cui è posto. Tutto ciò vien dimostrato dal seguente esperimento. Appendansi alle braccia di una bilancia due corpi qualunque atti a mantenerla in equilibrio. Quindi uno di questi corpi s’immerga in qualsivoglia liquore restando l’altro nel primo suo stato. Nel momento dell’immersione quest’ultimo prepondererà al corpo immerso ritornando poi al suo luogo se all’altra parte della bilancia si aggiunga il peso del volume di fluido tolto dal corpo immerso dal suo luogo, il che fatto si restituirà l’equilibrio.

Noi non potremmo parlando dell’Idrostatica passare sotto silenzio i fenomeni dei tubi capillari. È noto che se i medesimi s’immergano in un vaso ripieno di liquore, quest’ultimo ascende immediatemente nel tubo ad un’ altezza, che è in ragione inversa del diametro del tubo: che all’ opposto mercurio discende nel medesimo, e la sua discesa è così in ragione inversa del diametro di quest’ultimo, e che finalmente i liquori nell’ascendere non osservano alcuna legge nota rispetto alla diversa loro natura. Questi fenomeni non possono spiegarsi per mezzo dell’etere Cartesiano, poiché in questo sistema non si dà ragione alcuna, per cui i fluidi più gravi ascendono talvolta ad un’altezza maggiore di quella dei più leggeri. Quelli che spiegano i surriferiti esperimenti per mezzo della pressione dell’aria non avvertono, che nel vuoto Boiliano si osservano i medesimi fenomeni con maggiore evidenza. Resta dunque soltanto, che gli enunziati effetti si attribuiscano ad una forza attraente. Egli è chiaro, che alcuni liquori hanno con altri corpi maggiore affinità che colle proprie parti, poiché se una goccia d’acqua, per cagion d’esempio, sia costretta dal proprio peso a separarsi da uno di questi corpi, ella non si distacca dalla superficie del medesimo, ma lascia appesa ad essa una parte di se. Superando adunque l’attrazione del tubo quella delle parti stesse del liquore, egli dovrà ascendere nel medesimo ad una data altezza, e questa in ragione inversa del suo diametro poiché quanto egli è maggiore tanto si accresce la forza di gravità del liquore ascendente, la quale equilibrandosi con la forza di attrazione contraria lo mantiene sospeso in un dato punto, e si oppone alla sua maggiore elevazione. Quanto più il liquore è affine alla materia del tubo tanto maggior peso si richiederà a superare l’attrazione del medesimo e conseguentemente egli dovrà ascendere ad una maggiore altezza. Allorché poi l’attrazione delle molecole del fluido supera quella del tubo, come avviene nel mercurio il medesimo dovrà discendere nel tubo in ragione inversa della sua massa, il che è totalmente consentaneo agli esperimenti. Noi non ci fermeremo a contendere se la forza di attrazione venga esercitata successivamente dai diversi anelli del tubo o dall’intera sua superficie. non potendo ciò venir determinato in alcun modo ad onta di tutti gli sforzi, e di tutte le ragioni apportate dai fautori di ambi i sistemi.

Ciò che finora dicemmo esser può sufficiente a spiegare le varie dottrine dell’Idrostatica. Noi non considererem, che di volo le proprietà del moto dei fluidi per non mancare alla brevità che ci siamo prefissa. Un fluido sperimenta nel suo moto tutti gli ostacoli, che i solidi sperimentano, i quali son capaci di arrestare il suo corso. Così un fiume verrebbe a fermarsi nel suo letto se la forza comprimente dell’acqua, che non cessa di scaturire dalla sua sorgente con una continua impulsione non lo ponesse in perpetuo moto. Egli può in tal modo ascendere ancora per una direzione verticale, come sperimentò il Sig.r Pitot socio dell’Accademia Parigina il quale ponendo in un fiume un tubo piegato rettangolarmente vide, che l’acqua riempendo subitamente il canaletto orizzontale si elevò nel canaletto verticale sino ad una convenevole altezza, la quale, com’egli ragionevolmente asserisce, esser deve in proporzione della velocità del flume. I fluidi resistono a qualunque forza, che voglia metterli in moto, o cangiare in loro la direzione del medesimo, il che è un prodotto della forza d’Inerzia, che opera in essi non meno, che nei solidi. In quanto poi alle leggi del loro moto esse sono in gran parte quelle medesime, che vengono osservate dai solidi nel loro movimento. Noi ci asterremo dunque dal parlarne, non essendo ciò necessario a stabilire una perfetta Teoria dell’Idrodinamica, i di cui dogmi procurammo finaddora di porre nel suo maggior lume possibile.

Dissertazione sopra i fluidi elastici

I Fluidi si appellano elastici allorchè si sforzano di ricuperare lo stato, in cui erano prima, che da una forza estranea venisser costretti ad abbandonarlo. I Fisici ricercano da gran tempo la causa di questa proprietà, e diversi sistemi propongono per dimostrarla. Quelli di Cartesio, di Malebranche, di Newton sono soggetti a grandissime difficoltà che li rendono, o del tutto assurdi, o sommamente difficili ad ammettersi. Afferma il primo che la elasticità di un corpo non provenga, che dalla materia sottile, la quale, ristringendosi i pori in cui essa era contenuta, come avviene nella superficie concava di una verga elastica piegata in modo di arco, si sforza di uscirne, e rende in tal modo il corpo elastico alla sua prima figura. Oltrechè la materia sottile cotanto decantata dai Cartesiani è al presente annoverata tra quelle ipotesi Filosofiche, che dalla moderna Fisica vengono totalmente proscritte, è da osservarsi, che allorchè si comprime una verga elastica i pori della superficie convessa si dilatano onde la materia sottile può senza alcun impedimento occuparli abbandonando il corpo che essa riempe allo stato, in cui si ritrova. Inoltre questa materia sottile essendo per ipotesi in tutti i corpi; elastici per conseguenza esser dovrebbero i corpi tutti, il che è evidentemente falso. Il medesimo principio vale ad abbattere il sistema di Malebranche, il quale suppone, che un vortice della sopraddetta materia sottile sia in perpetuo moto entro tutti i corpi, e venga in tal modo a restituirli al loro pristino stato. Il sistema di Newton, che ammette l’attrazione delle molecole di un corpo come causa della sua elasticità non è similmente ammissibile poichè in esso non si rende ragione perchè alcuni corpi perdono, o in parte, o tutta la loro elasticità col mezzo di una compressione di lunga durata. Noi vedremo in progresso qual sia la causa dell’elasticità dell’aria, e degli altri fluidi aeriformi ne’ quali mai vien meno questa proprietà. Riguardo all’elasticità degli altri corpi noi non ci faremo alcuna difficoltà a confessare, che la cagione ce ne è peranco ignota. I Filosofi commetterebbono assai meno errori se si contentassero di esaminare gli effetti di una proprietà senza volerne inutilmente indagar la cagione. Noi passeremo pertanto a parlare dei Fluidi elastici, e prenderemo con piacere l’occasione di trattare dell’aria, e delle sue proprietà non meno che del suono, di cui essa è il principale instrumento.

I Fluidi elastici sono composti ciascuno di una sostanza combinata con il calorico in istato aeriforme. Di essi altri chiamansi permanenti, ed altri non permanenti. I Fluidi elastici permanenti son quelli, che a qualsivoglia temperatura, o pressione conservano sempre il loro stato aeriforme al contrario de’ Fluidi elastici non permanenti, i quali non lo conservano, che ad un certo grado di pressione; tali sono i vapori. Tutti i fluidi permanenti appellansi gas, e si distinguono dal nome di quella sostanza, che forma la loro base. Per cagion d’esempio l’idrogeno combinato con il calorico forma un fluido elastico chiamato gas idrogeno. Un gas acido vien composto da una sostanza combinata con il calorico, e con l’unico principio acidificante cioè l’ossigeno. I Gas dividonsi in vivificanti, e soffoganti. I Gas vivificanti son quelli, che servono alla respirazione degli animali, e alla combustione dei corpi. Questi si riducono a due, che appellansi arie, e sono l’aria atmosferica, e l’aria vitale. I Gas soffoganti son quelli, che non servono nè alla respirazione nè alla combustione. Di questi altri hanno sapore e sono dissolubili nell’acqua ed altri non soffrono nella medesima verun discioglimento, e non presentano sapore alcuno. I Fluidi aeriformi della prima specie sono sette cioè 1. il gas acido fluorico, 2. il gas acido muriatico, 3. il gas acido muriatico ossigenato, 4. il gas acido nitroso, 5. il gas acido solforoso, 6. il gas acido carbonico, 7. ed il gas ammoniacale. Quelli della seconda specie son tre vale a dire 1. il gas ossido nitroso, 2. il gas idrogeno, 3. e il gas azoto.

L’aria il più importante di tutti i Fluidi elastici per il soccorso, che ella presta all’animale nelle sue maggiori indigenze è composta di 27. parti di ossigeno, e di 73. di azoto, ambedue disciolti dal calorico, ed in istato di gas. Il gas ossigeno chiamato ancora aria vitale è il solo che serve alla respirazione, e combustione essendo il gas azoto del tutto indifferente a tali operazioni. I gas acido carbonico, ed idrogeno, che entrano nella composizione dell’aria atmosferica non giungono a formare un sol centesimo della medesima. Le principali proprietà dell’aria sono la Fluidità, l’elasticità, ed il peso. La Fluidità dell’aria, la quale è cagione della di lei cedevolezza, vien causata dal calorico, col quale ella ha sì grande affinità, che non lo abbandona giammai a qualsivoglia temperatura, o pressione. È noto presso i moderni Fisici, e Chimici, che il calorico è l’unica causa della Fluidità essendo egli di tal sottigliezza da insinuarsi tra le più picciole particelle de’ corpi dilatarle, e renderle perfino invisibili. Ciò appunto succede nell’aria; il calorico è la causa della sua Fluidità, e cedevolezza non meno che della sua elasticità. L’aria allorchè vien compressa abbandona, o tutto, o in parte il calorico di sopraccomposizione ossìa quello, che è superfluo a conservarla nello stato aeriforme ritenendo sempre a qualunque pressione il calorico di composizione, il quale, è necessario a mantenerla nello stato invisibile. Per cagion d’esempio se si comprima una palla di cuojo ripiena d’aria la medesima si ristringerà sino ad un dato punto abbandonando una parte del suo calorico, la quale ricupererà immediatamente se si tolga la compressione alla palla. Venendo essa a ricuperare il calorico perduto si dilata e rende alla palla la sua prima figura. Così se venga posta entro la campana pneumatica una bottiglia ripiena d’aria, ed otturata togliendosi a questa il peso comprimente dell’aria esterna, ella eserciterà la sua affinità sopra il calorico esistente ne’ corpi circostanti il quale la dilaterà in modo, che l’aria ridurrà in pezzi la bottiglia. A questa dottrina circa l’elasticità dell’aria potrà opporsi, che ammessi gli enunciati principj gli strati superiori dell’aria non soffrendo quasi alcuna pressione dovrebbero alzarsi dando agio di sollevarsi ancora agli strati inferiori, e rendendo per conseguenza la densità dell’aria infinitamente minore. A ciò rispondo con il Sig.r Dandolo per mezzo di alcuni principj stabiliti dalla moderna Fisico-Chimica cioè «I. Che la dilatazione dell’aria non può seguire, che mercè la sua combinazione col calorico: II. che la dilatabilità dell’aria ossìa la sua affinità, o delle sue basi pel calorico è infinita: III. che quindi la mancanza di calorico bastante in un dato punto dell’atmosfera diventa la cagione perchè l’aria non si possa ulteriormente dilatare quantunque si ritrovino sopra di essa notabilmente minorati i pesi comprimenti: IV. che appunto perciò nell’alto dell’atmosfera la temperatura è sempre freddissima: V. che appunto perciò le colonne dell’aria equatoriale sono tanto più lunghe delle colonne dell’aria polare sebbene pesino egualmente: VI. che appunto perciò finalmente la densità dell’aria a date altezze varia nel medesimo paese in proporzione della quantità di calorico, che somministra il sole nelle differenti stagioni». Ciò, che si è detto circa l’elasticità dell’aria può applicarsi a quella degli altri fluidi aeriformi.

L’aria è pesante, ed il suo peso è tale, che se non venga contrabbilanciata, come avviene nella macchina pneumatica, dall’aria interna, ella preme con tal violenza sopra la campana, che una validissima forza non è capace di distaccarla dal luogo ove ella è posta. Sedici cavalli non furono capaci in Magdeburgo di separare l’uno dall’altro due emisferi entro de’ quali erasi fatto il vuoto. Il peso dell’aria è a un dipresso di un’oncia, e 2/5. per piede cubico. Credevasi una volta, che l’aria liberata da tutti i vapori, ed esalazioni, e ridotta alla sua massima purezza non avesse, che un picciolo peso. Ora è noto, che ella è anzi di un peso assai maggiore di quello dell’aria impura, poichè la medesima alla pressione di 28. pollici del Barometro, e a 10 gradi del termometro di Reaumur pesa 795 grani per ciascun piede cubico. Il modo, con cui l’aria agisce sopra i corpi non è difficile a spiegarsi «qualora si addotti, al dir del sopracitato Sig.r Dandolo, che un corpo qualunque non agisce sopra di un altro, che per forza meccanica, o di affinità, e che l’aria è pur anche dessa fra il numero dei corpi, che seguono questa legge universale... Vuolsi dunque riflettere, che se l’aria non ha alcuna affinità con un corpo essa non agisce, che in forza del suo peso, cedevolezza divisibilità non empie per conseguenza che tutti i pori di questo corpo sino al punto, in cui può essa penetrare. Fatto questo uffizio ella cessa affatto di agire sopra il corpo, rimane equilibrata coll’aria esterna, e perciò non può essa farsi mai strada entro ad un corpo qualora non vi abbia affinità, e qualora la sua forza meccanica non sia tale da squarciarne le parti».

Parlando dell’aria non sembra alieno dal nostro proposito il trattare del suono. Il suono, o si considera nel corpo sonoro, o nel mezzo, che lo trasmette, o nell’organo, che lo percepisce. Allorchè si percuote un corpo sonoro egli riceve due diversi movimenti l’uno cioè di tutte le sue parti insieme unite chiamato moto totale, e l’altro di un certo tremito ossìa oscillazione chiamata moto parziale perchè le sue parti vengono per mezzo di esso ad urtarsi, e come a combatter fra loro. Per mezzo di questo moto il corpo sonoro mette l’aria eziandìo in movimento, la quale per la sua elasticità concepisce anch’essa un moto di oscillazione, il quale communicandosi all’organo dell’udito eccita nell’anima la sensazione del suono. Se l’aria messa in movimento dal corpo sonoro s’abbatte in un ostacolo invincibile, che gl’impedisce di passar oltre rimbalza, e forma ciò, che chiamasi eco. Egli è dimostrato dall’esperienza che i tuoni non possono esser variati, che dalla diversa durata delle vibrazioni concepite dall’aria. Ella non è però, come sembra potersi affermare, il solo mezzo per cui il suono vien trasmesso. L’acqua ne può essere anch’ella il veicolo, come esperimentarono alcuni, i quali immersi nella medesima sino alla profondità di 12. piedi udirono sensibilmente lo sparo di un cannone. I varj instrumenti per mezzo de’ quali può eccitarsi il moto di oscillazione nell’aria, e la sensazione del suono nell’udito si riducono a due generi, vale a dire a quei corpi, che producono il suono per mezzo di percussione, e a quelli, che lo rendono per mezzo d’inspirazione. Riguardo a quelli del primo genere egli è chiaro dai sopraccennati principj, che il suono da essi prodotto non nasce, che dal tremito, e agitazione delle sue parti, ossìa dal suo moto parziale. Il modo poi, in cui il suono vien generato dagl’instrumenti del secondo genere spiegasi anch’esso facilmente per mezzo delle enunciate dottrine. «La colonna d’aria, esempigrazia racchiusa in un flauto, per servirmi delle parole del celebre Saverio Poli, concepisce delle vibrazioni per forza del soffio che tende a condensarla, e son queste più frequenti a misura, che si scema la lunghezza di una tal colonna. Ora siffatta lunghezza vien determinata dall’intervallo, che v’ha tra il becco del flauto, ed uno de’ suoi fori, che tiensi aperto conciossiachè la colonna di aria racchiusa nel flauto non produce alcun suono se non quando le vibrazioni in essa eccitate si communicano all’aria esteriore. Ma queste si communicano per vìa del foro aperto, dunque tutto il resto della colonna ch’è al disotto di quel foro non ha veruna influenza per produrre il suono. E siccome una colonna più corta, e più addensata concepisce vibrazioni più frequenti, ciascun vede la ragione, per cui un flauto, o altro simile strumento produce un suono più acuto a proporzione, che i fori aperti son più vicini alla bocca. Per la qual cosa il muover le dita in tali strumenti ad altro non serve se non a determinare la lunghezza della colonna di aria». Dalle dottrine finquì stabilite circa gl’instrumenti di ambedue i generi deducesi il modo in cui il suono vien prodotto dall’organo della voce. Egli consiste in un canale di forma cilindrica, che dal fondo della bocca entra, e termina nei polmoni. Ella è il veicolo dell’aria nella respirazione, e vien chiamata Trachearteria ovvero Asperarteria. Se voglionsi esprimere i tuoni acuti è necessario alzar la Laringe, la quale non è che un’unione di cartilagini situate nell’estremità della Trachéa, che comunica con la bocca. Esse vengono in tal modo a tender le corde vocali, da cui son coperti i loro lembi superiori, e queste agitate dall’aria, che uscendo dai polmoni passa per la glottide ossìa l’apertura della Trachéa producono un suono tanto più acuto quanto più la Laringe è sollevata. Abbassandosi la medesima le corde vocali si allentano, e percosse dall’aria cacciata fuori dai polmoni rendono un suono tanto più grave quanto maggiore è il loro allentamento. Questo è quello, di cui con replicate esperienze accertossi il Sig.r Ferrein.

L’aria agitata per mezzo di tutti questi corpi sonori eccita nell’anima la sensazione dell’udito nel modo, che segue. L’aria commossa come dicemmo entra per l’orecchio nel meato uditorio, che ad esso immediatamente comunica, e quindi scuotendo il timpano, ossìa la membrana, che chiude il meato uditorio communica il moto al martello, il quale è un ossicino contenuto nella cavità detta cassa del timpano perchè è posta immediatamente dietro al medesimo. Il martello, che con la sua estremità è attaccato al timpano essendo scosso allenta, o tende questa membrana a seconda de’ tuoni gravi, o acuti, e con l’altra sua estremità communica il moto al secondo ossicino contenuto nella cassa del timpano, chiamato incudine, e da questo vien comunicato al terzo ossicino detto staffa, il quale trasfondendolo alla membrana, che chiude il foro posto nel labirinto, ossìa in quel condotto, che è composto di tre canali semicircolari, e di uno in forma conica detto vestibolo, che va a terminar nella chiocciola lo communica altresì all’acqua di cui son ripiene le cavità del laberinto e per mezzo di questa vengon commosse le papille, e ramificazioni nervose specialmente quelle della lama spirale ed in tal modo viene la sensazione dell’udito portata al cerebro, e per conseguenza all’anima, di cui questo è la sede. Egli è dimostrato, che si ode ancor per la bocca allorchè le vibrazioni dell’aria esteriore vengon portate alla cassa del timpano per mezzo della Tromba Eustachiana, la quale prendendo la sua origine da un foro situato nella cavità sopraddetta va a terminare nelle fauci. L’aria contenuta in questa cavità vien portata alla medesima dall’accennato canaletto.

Esposta la dottrina del suono non ci resta che l’esaminare la cagione di due fenomeni che tuttogiorno ci son visibili. Perchè mai, si dirà, noi non ascoltiamo, che una sol volta il suono prodotto dai corpi sonori mentre il medesimo va a percuotere in noi due organi diversi? Di più come possiamo noi udire distintamente nel tempo stesso de’ suoni di diversa specie, e come le vibrazioni eccitate nell’aria non si riuniscono, e confondono prima di arrivare al nostro orecchio? In quanto alla prima di queste difficoltà io rispondo con il P. Paulian, che quei nervi, che formano l’organo dell’udito non partendo, che da un sol punto del cerebro non debbono determinare l’anima, che a percepire una sola sensazione, e perciò noi non ascoltiamo che una sola volta quei suoni, che percuotono in noi nello stesso tempo due diversi organi. In quanto alla seconda delle enunciate questioni non essendo sufficiente a spiegarla l’opinione del Sig.r de Mairan, la quale è tra tutte le ipotesi proposte circa un tal punto la più ammissibile, noi non avremo alcuna difficoltà a confessare, che fino ad ora ci è affatto ignota la causa dell’accennato fenomeno. E ciò basti circa i Fluidi elastici. Confrontando gli esposti moderni principj con le antiche massime potrà chiaramente discernersi da quante assurdità, che una volta riguardavansi come stabili dogmi, sia esente la nuova Fisica, e qual lume ella abbia apportato alle umane cognizioni.

Dissertazione sopra la luce

La luce è una delle 33 sostanze semplici note, la quale per la sua affinità con l’ossigeno agisce in modo particolare sopra i corpi. La di lei natura è stato finaddora il soggetto delle più importanti Filosofiche dispute. Pretende Cartesio che il sole circondato per ogni parte dalla materia globosa premendola efficacemente risvegli in noi il senso della vista. Sembra che il Cartesio non sappia in alcuna occasione dimenticare il frivolo sistema del chimerico suo vortice. Per mezzo di esso egli ha preteso dimostrare l’impossibilità del vuoto; esso ha supposto esser la cagione della gravità dei corpi, senza darsi in modo alcuno la briga di esaminare la grandissima difficoltà, che incontrasi nell’ultimo di questi sistemi, il quale si oppone diametralmente alla prima universalissima, ed evidentissima legge della gravità, la di cui causa cercasi in esso di spiegare. Conoscendo adunque l’Abbate Nollet l’assurdità dell’ipotesi Cartesiana, per l’insussistenza di questo vortice, e di questa materia globosa, cercò di supplirvi ammettendo esser la luce un fuoco elementare, il quale benchè sia sempre presente nondimeno per eccitare in noi il senso della vista ha bisogno di esser messo in moto dai corpi luminosi. Ma oltre l’esser questo sistema soggetto a gravissime difficoltà, che non è ora del mio instituto l’esporre convien confessare, che il modo, con cui spiegansi in esso gli effetti della luce è sopra modo difficile ad intendersi poichè per qual ragione un corpo, che è per ipotesi mobilissimo di sua natura, ed elastico non può esser messo in moto, che dai corpi luminosi? Egli è questo un fenomeno ancor più difficile a spiegarsi di quello, la di cui cagione cercasi di conoscere. A porre in chiaro delle sì intrigate questioni sorse in Inghilterra il Cav. Isacco Newton, e prendendo a dilucidare gli antichi principj di Democrito, e di Epicuro propose l’unico vero sistema circa la luce affermando esser ella una reale continua emanazione de’ corpi luminosi. L’obbjezione più comune, e solita ad opporsi a così fatta proposizione ell’è che il sole per cagion d’esempio verrebbe appoco appoco a distruggersi dovendo ad ogni momento scagliare una quantità immensa di luce. Questa obbjezione però facilmente vien resa inutile se si osservi che non soffrendo alcuna sensibile diminuzione di peso un picciolissimo corpo odoroso quantunque sparga per mesi, ed anni una grandissima quantità di effluvj, molto meno dovrà soffrirla un corpo, il quale è 1400000 volte più grande del globo, che noi abitiamo; oltredichè la luce, che egli diffonde è di una tal sottigliezza, che la nostra immaginazione non può in alcun modo percepirla. Ammessa adunque l’ipotesi Newtoniana noi passeremo a conoscere, e spiegare le proprietà, e gli effetti della luce dividendo quanto siam per dire nelle tre parti, in cui l’Ottica vien divisa vale a dire l’Ottica così detta, la quale considera la luce ne’ corpi luminosi, la Diottrica, che n’esamina gli effetti ne’ corpi diafani, e la Catottrica, che la riguarda ne’ corpi opachi. Noi daremo infine una breve nozione del fuoco, la quale non sembra lontana dal nostro instituto.

I raggi della luce si propagano in linea retta per ogni verso illuminando uno spazio sferico, nel cui centro è posto ciascun punto del corpo luminoso. Da ciò si rileva, che i raggi emanati dai varj punti del corpo luminoso debbono necessariamente intersecarsi fra loro, e decrescere in densità a misura che si allontanano dal proprio centro. Credevasi una volta, che la propagazione della luce fosse instantanea, ma si conobbe la falsità di questo principio per mezzo di un’osservazione, la quale vien riferita dal P. Paulian nel modo, che segue. Ogni qual volta Giove si pone tra la terra, e il suo satellite principale questo ne viene a nostro riguardo ecclissato, e noi non possiamo vederlo, che dopo seguita la sua emersione la quale ci è visibile 14. minuti prima allorchè Giove è apogèo, e 14. minuti dopo quando egli è perigèo. La propagazione della luce non è dunque instantanea. Da questa medesima osservazione vien determinata la velocità della luce, poichè essendo riguardo a noi la diversità della distanza di Giove apogèo e Giove perigèo di circa 66000000 di leghe, ne segue, che la luce scorre 66000000 di leghe nel solo spazio di 14. minuti. «Dalla forza indicibile onde abbiam veduto esser lanciata la luce da’ corpi luminosi sembra derivare, al dir del Sig.r Saverio Poli, la proprietà cui ella costantemente serba di propagarsi per sentieri rettilinei conciossiachè la veemenza di quell’impulso fa sì, che le sue particelle si dispongano in serie l’una dopo l’altra, e quindi costituiscano de’ raggi emuli di altrettante linee rette; non potendo la loro gravità distorli da quel retto sentiere per esser ella infinitamente picciola in corrispondenza della loro prodigiosa sottigliezza. In prova di ciò sì può far entrare un raggio di sole entro una camera buja per un foro praticato in una finestra. Vedrassi ella seguire immancabilmente il mentovato retto sentiere, talchè facendosi un altro foro nella parte opposta del muro, fino a cui si sporge il detto raggio propagherassi egli al di fuori, e scomparirà dell’intutto quella sua porzione, che attraversa la stanza senza diffondere in quella la menoma quantità di luce. Lo provano similmente le ombre de’ corpi, i cui perimetri sono tali, che scorgonsi limitati da’ raggi sporgenti in linea retta dal corpo illuminato sino ai diversi loro punti. Che anzi neppur elleno esisterebbono se la luce si propagasse per curvi sentieri, giacchè le ombre vengono cagionate siccome ognun sa da una semplice privazione di luce oppur dall’esser ella debole all’eccesso». Ed infatti se si ponga d’innanzi a dell’acqua corrente un corpo immobile si vedrà ella ripiegarsi verso i suoi lati e quindi piegandosi di nuovo, e riunendosi seguire come prima il suo corso, il che non accadendo nella luce è necessario il dire, che ella non si propaga, che per sentieri rettilinei.

La luce allorchè passa per i corpi diafani soffre un certo devìamento, il quale chiamasi rifrazione. Egli è tanto maggiore quanto maggiore è la densità del mezzo, per cui la luce è costretta a passare. Per la Rifrazione ella si accosta tanto più alla linea perpendicolare alla superficie del mezzo quanto egli è più denso del corpo, in cui ella era prima della rifrazione, e tanto più se ne allontana quanto il primo è meno denso del secondo. I vetri convessi sono quelli, i quali riuniscono i raggi, che cadono sopra di essi in un punto tanto meno distante dal proprio foco quanto maggiore è la loro convessità. Così quanto ella è maggiore tanto maggiori appariscono gli oggetti guardati attraverso del vetro, perchè in tal modo questo riunisce i raggi emanati da ciascun punto dell’oggetto più presto, e per conseguenza in un angolo maggiore. Egli è dimostrato dalla leggi dell’Ottica, che quanto maggiore è l’angolo sotto cui ci si presentano gli oggetti tanto maggiore ci apparisce la loro grandezza. Per ciò i vetri concavi ci mostrano più piccioli gli oggetti guardati a traverso di essi giacchè aumentando la divergenza de’ raggi, che partono da questi oggetti ne ritardano la congiunzione, e ce li rappresentano conseguentemente sotto un angolo minore. La cagione per cui i vetri convessi ci mostrano ad una data distanza gli oggetti rovesciati è che i raggi da essi rifratti dopo essersi riuniti progrediscono per la loro direzione in modo che quelli, i quali son rifratti nella parte destra del vetro dopo la loro riunione vanno alla parte sinistra, quelli di alto in basso, e così viceversa, dal che ne segue che essi ci mostrano l’oggetto in una situazione contraria a quella dove egli realmente si trova.

Sembra appartenere specialmente a questa parte di Ottica la descrizione della struttura dell’occhio, e del modo, in cui egli percepisce, e vede gli oggetti. I raggi scagliati dai varj punti dell’oggetto entrano per la tonaca detta cornea nell’umore lenticolare, e convesso chiamato acqueo, il quale riempie le due prime camere, o cavità dell’occhio. Quivi rifratti, e resi gli uni più vicini agli altri secondo le leggi della Diottrica passano, e sono successivamente, e maggiormente rifratti dall’umor cristallino, e dall’umor vitreo, dopo di che giungono alla membrana detta retina, e dipingendovi l’oggetto ammuovono il nervo ottico, da cui viene la sensazione della vista portata al cerebro. La visione è distinta allorchè i raggi giungono alla retina perfettamente riuniti, confusa allorchè eglino si riuniscono prima, o dopo di esservi giunti. Un cristallino troppo convesso riunisce assai presto, e più in qua della retina i raggi emanati dagli oggetti lontani per esser eglino paralleli, e rappresenta distintamente gli oggetti vicini perchè i raggi emanati da questi sono divergenti, e per conseguenza più tardi vengon raccolti. Perciò un cristallino poco convesso li riunisce più in là della retina, e non congiunge nel suo foco, che i raggi paralleli. Quelli, il di cui cristallino è della prima specie appellansi Miopi, e presbiti quelli, che lo hanno della seconda. Si vede da quanto abbiam detto, che per i primi è necessaria una lente concava, la quale renda divergenti i raggi paralleli, ed una lente convessa per i secondi, la quale renda convergenti i raggi divergenti. Nelle persone di perfetta vista il cristallino per mezzo di alcuni filamenti detti ligamenti cigliari si rende più, o meno convesso secondo la maggiore, o minore distanza degli oggetti da osservarsi. Egli è dimostrato, che gli oggetti vengono nella retina dipinti rovesciati, poichè i raggi emanati dai varj punti dell’oggetto s’incrocicchiano nella pupilla, ossìa in quel foro, che è nella membrana detta uvea la quale è tra l’umor acqueo, e l’umore cristallino, ma l’anima per la propria esperienza riferisce il raggio, che va a terminare nella parte superiore della retina alla parte inferiore dell’oggetto, e viceversa. Di ciò parla il celebre Algarotti nel suo non men saggio, che elegante Dialogo detto Caritèa posto in appendice agli altri suoi dialoghi sopra l’Ottica Newtoniana.

Abbiamo di già parlato delle due prime parti dell’Ottica parleremo ora della Catottrica colla massima brevità. La luce incontrandosi in un corpo il quale gli neghi il passaggio rimbalza, e questo rimbalzar, che ella fa chiamasi riflessione. Ecco per qual cagione noi vediamo la nostra immagine allorchè ci presentiamo innanzi ad uno specchio poichè i raggi, che partono dai varj punti del nostro corpo riflettendo sullo specchio son costretti a tornare ai nostri occhi. Questo effetto non può venir prodotto, che dai corpi assai levigati poichè se un oggetto si presenti ad altri corpi essi ne sparpagliano, e confondono quasi tutti i raggi. Essendo la riflessione un effetto della reazione, ed elasticità non men della luce, che de’ corpi, su cui ella cade egli è evidente, che gli specchi concavi debbono rendere i raggi convergenti, e divergenti gli specchi convessi, e che per conseguenza i primi debbono ingrandir l’oggetto, ed impiccolirlo i secondi. Alla Catottrica appartiene la dottrina dei colori. Quelli che diconsi primitivi sono sette vale a dire il 1. rosso, il 2. rancio, il 3. giallo, il 4. verde, il 5. turchino, l’6. indaco, ed il 7. violetto. Questi sono più rifrangibili a misura, che si avvicinano al violetto, e meno secondo, che si accostano al rosso, il quale è di tutti i colori il meno rifrangibile. La diversa rifrangibilità della luce provenendo secondo il Newton dalla diversa massa, e velocità delle particelle di luce egli è facile il comprendere come l’anima percepisca le diverse sensazioni dei colori poichè le particelle, che hanno maggior velocità, e maggior mole commuovendo più fortemente la retina eccitano nell’anima la sensazione di un colore più vivo quale è il rosso, e così viceversa. Un corpo poi apparisce di un tal colore allorchè, secondo il sistema Newtoniano le sue parti sono disposte in modo da riflettere solamente quelle molecole di luce, che lo compongono, ed assorbire le altre. Se egli rifletta delle particelle di luce di due, o più specie apparisce di color misto. Se le rifletta di tutte le specie egli sembra bianco, e nero se non ne rifletta alcuna. Ed ecco spiegato secondo il sistema Newtoniano la natura, gli effetti, e le proprietà della luce. Altro ora non ci resta che l’esaminare brevemente la natura, e le proprietà del fuoco.

Il fuoco non è, che un composto di calorico, e di luce. La combustione non viene in realtà prodotta da alcuna di queste sostanze, ma solamente dalla combinazione del combustibile con l’ossigeno. Ed infatti «essendo l’aria vitale, al dir del Sig.r Dandolo, un composto di ossigeno di calorico, e di luce ne segue, che non può l’ossigeno base di questo gas andare a combinarsi in istato di solidità co’ corpi combustibili, che si bruciano senza perdere il calorico, e la luce, che lo tenevano sotto forma aeriforme. Questa luce, e calorico, che si svolgono in questa decomposizione dell’aria vitale formano ciò, che chiamiamo volgarmente fiamma fuoco ec. La diversa rapidità, con cui i corpi combustibili assorbono quest’ossigeno in istato di solidità, la quantità diversa, che ne assorbono, e lo stato diverso, di solidità con cui lo ricevono in combinazione formano le differenze ch’esistono fra’ corpi combustibili, e rendono ragione perchè siano così variate le quantità di calorico, e di luce, che dalle diverse combustioni si svolgono. Ecco dunque perchè le combustioni non hanno luogo, che dove esista aria vitale ossìa gas ossigeno, e cessano all’istante qualora vi manchi quest’elemento... Il fine di ogni combustione è sempre quello di convertire il combustibile, che si brucia in un ossido, o in un acido, cioè in un corpo incombustibile ossìa bruciato. Quest’ossido, od acido torna per conseguenza combustibile perdendo, in qualsivoglia modo l’ossigeno, con cui si è combinato bruciando». Vedesi chiaramente, che il fuoco non manifesta alcun peso sensibile perchè peso sensibile non hanno nè il calorico nè la luce di cui egli è composto. E ciò può esser bastante a formare una breve Teorìa del fuoco, ed a confutare i sistemi, che a spiegare la causa della combustione de’ corpi publicarono Becher, Macquer, Bergman, Sage, Kirvan, e Stahl.

Dissertazione sopra l’astronomia

Secondo alcuni autori l’astronomìa ebbe la sua origine presso i Babilonesi forse perchè questi popoli possedevano a preferenza delle altre nazioni un’eccellente specola nel Tempio di Belo, ossìa torre di Babel. Da quest’eminente edificio eglino cominciarono a considerare l’altezza degli astri, a definirne i movimenti, e ad indagarne le mutazioni. Talete Milesio, il quale viene annoverato tra i sette sapienti della Grecia fu uno de’ più savj Astronomi dell’antichità, se savio Astronomo può chiamarsi colui, il quale calcolò la grandezza del sole esser solo 720 volte maggiore di quella della luna. Narrasi, che una vecchia vedendolo caduto in una fossa mentre attentamente contemplava il moto degli astri gli dicesse «Eh come potrete voi conoscere ciò, che è tanto lungi dal vostro capo se non vedete neppure ciò, che è sì vicino ai vostri piedi?». Dopo Talete Pitagora, Platone Aristarco, Anassimandro, Anassimene, Aristotele, Filolao Metone, Ipparco, e molti altri diedero un gran lume all’astronomìa. Claudio Ptolommèo nativo di Pleusio può dirsi il primo, che dasse una forma regolare al sistema dell’universo, e che ponesse in qualche lume i principj universalmente ammessi circa l’Astronomìa. Il suo sistema non è di poco debitore ad Alfonso IX. Re di Leone, e di Castiglia sopranominato il savio, e l’Astronomo il quale due cieli cristallini aggiunse a quelli che supponevansi nel sistema di Ptolommèo. Questi regnò con assoluto dominio sopra tutti i letterati fino a che dalla nativa sua Thorn sorse l’immortal Copernico, il quale gli tolse lo scettro ingiustamente usurpato, e seguace facendosi di Pitagora, e di Aristarco diede alla luce il più celebre di tutti i sistemi del mondo dopo un continuato studio di anni trenta impiegati nel fare le più profonde osservazioni per un oggetto sì importante. Nè poco contribuì ad illustrare, e maggiormente confermare la verità di un tal sistema il celebre Galileo Galilei nobile Fiorentino genio veramente sublime, e nato per arrecar luce alle tenebre della Filosofìa di quel tempo, nel quale il maggior pregio de’ sapienti era il non essere intesi. Prima di esso Ticone Brahe Signore di Knud-Strup in Danimarca rivendicò alla terra il centro perduto, e diede alla luce un sistema il quale avrebbe forse avuto un numero di partigiani anche maggiore di quelli del sistema di Ptolommèo se nata ancora non fosse quella ipotesi che sopra d’ogni altra dovea venuta appena alla luce ottenere la palma. L’astronomìa che già cominciato aveva a risorgere per le cure di Copernico, di Keplero, e di Galileo, e per l’invenzione del Telescopio fatta da quest’ultimo fu posta finalmente in tutto il suo lume dal celebre Isacco Newton, il quale giunse per mezzo del suo sistema dell’attrazione a spiegare moltissimi fenomeni celesti di cui ignota era peranche la causa. Ed ecco in breve la Storia dell’Astronomìa. Dopo averne indicate le epoche principali noi passeremo a parlare con la possibile brevità delle sue più importanti dottrine. Esporremo pertanto brevemente i diversi sistemi celesti, esamineremo la causa de’ moti supposti ne’ medesimi sistemi, e de’ fenomeni de’ corpi celesti non meno, che la sostanza, di cui questi sono composti, e passeremo infine a ricercar la cagione del flusso, e riflusso del mare.

Il più antico di tutti i sistemi del mondo è quello, che dal suo principale illustratore Ptolommèo trasse il nome di Ptolemaico. In questo sistema la terra, è collocata immobile nel centro dell’universo, e intorno ad essa si aggirano in cerchi alla medesima eccentrici la luna () Mercurio () Venere () il Sole () Marte () Giove (), e Saturno (). Le orbite di questi corpi celesti chiamansi sfere l’ottava, delle quali è il firmamento ossìa cielo stellato, che vien dopo l’orbita di Saturno. Seguono la sfera nona, e la decima composte di sodo cristallo, e l’undecima chiamata primo mobile, che aggirandosi intorno al suo asse nello spazio di ore 24. trae seco tutte le altre sfere inferiori. A tutte coteste sfere aggiungono alcuni la duodecima nella quale suppongono l’abitazione de’ Beati, ed Alfonso Re di Leone, e di Castiglia ne suppose ancora due altre, all’una delle quali si attribuiva il moto di librazione per spiegare il modo in cui avviene, che le stelle fisse nello spazio di anni 70 sembrino avvanzar quasi di un grado verso l’oriente, ed all’altra attribuivasi il moto di trepidazione col quale spiegavasi quella specie di moto oscillatorio, con cui la sfera celeste sembra andar dall’un polo all’altro. Ma dovendosi in ogni sistema celeste spiegar la cagione, per cui i pianeti ci appariscono ora diretti ora stazionarj, ed ora retrogradi Ptolommeo fu costretto giusta l’espressione del Sig.r di Brisson ad imbarazzare i cieli di diversi epicicli, e deferenti, che rendon questo sistema tanto difficile ad intendersi quanto appunto è difficile il sostituire il falso al vero. E diffatto mille assurdità manifestissime s’incontrano ad ogni passo in questo sistema, giacchè le comete, che senza esser trattenute dai cieli cristallini s’innalzano a’ più sublimi spazj celesti infranti avrebbono facilmente, e ridotti in pezzi ben presto questi chimerici cieli. Inoltre è dimostrato da varie osservazioni Astronomiche, che Venere, e Mercurio girano realmente intorno al sole, e che Marte perigèo è più vicino alla terra del Sole medesimo, il che avvenir non potrebbe se si ammettesse il sistema Ptolemaico, nel quale l’orbita di Marte comprende quella del Sole. La velocità poi colla quale le stelle fisse in questo sistema percorrono la loro orbita nello spazio di sole ore 24. è affatto inammissibile giacchè per scorrere in sì poco tempo uno spazio sì grande, e quasi immensurabile vi abbisognerebbe la velocità maggiore migliaja di millioni di quella di una palla di cannone, la qual velocità è assolutamente incomprensibile ad umano intelletto.

Questa stessa ragione oltre molte altre di gran peso vale a dimostrare la falsità del sistema di Ticone, nel quale la terra vien posta immobile nel centro dell’universo, e vicino ad essa è l’orbita della luna compresa da quella del sole, il quale si muove in giro alla terra concentrico, ed è egli medesimo il centro de’ movimenti degli altri pianeti in modo però, che l’orbita di Marte intersechi quella del sole per ispiegare il modo, in cui avviene, che il primo sia talvolta più vicino alla terra del secondo. Ma rimanendo ancora a spiegare in questo sistema la cagione per cui i pianeti appariscono ora diretti ora stazionarj, ed ora retrogradi Giovanni Keplero attribuì ai pianeti una specie di moto spirale il quale sebbene spieghi a sufficienza la cagione di tutti questi fenomeni nondimeno da quasi tutti gli Astronomi è rigettata come contraria alle Fisiche leggi.

Il più ammissibile fra tutti i sistemi celesti è quello, che dal suo illustratore Copernico prese il nome di Copernicano. In questo sistema Mercurio, Venere, la Terra, Marte, Giove, e Saturno cui vien dopo Urano pianeta recentemente scuoperto da Herschel, si aggirano all’intorno del Sole, il quale occupando il centro dell’universo si avvolge intorno al proprio asse, e trae in virtù di forze centrali tutti i pianeti a percorrere le loro orbite intorno a lui. Egli è assai chiaro in questo sistema come avvenga, che un pianeta ci apparisca ora diretto ora stazionario, ed ora retrogrado, giacchè allorquando il pianeta scorre con velocità maggiore di quella della terra egli apparir deve diretto, stazionario allorquando il pianeta, e la terra camminano quasi con ugual velocità, e retrogrado quando la terra lo avvanza nel corso, in quel modo appunto, nel quale allorquando noi siam trasportati in un cocchio retrogradi ci sembrano quei corpi, che ci seguono stazionarj quelli che ci uguaglian nel corso, diretti finalmente quelli che nel corso ci avvanzano. Il pianeta Mercurio, il quale è più vicino d’ogni altro al sole si aggira intorno al medesimo nello spazio di giorni 88. circa. Venere compie il suo giro nel corso di giorni 224. e ore 17. Marte nello spazio di un anno, e 322 giorni circa. Giove impiega per terminare la sua rivoluzione anni undici e giorni 317. Saturno anni 29. e giorni 177. Urano anni 83 e mezzo. La luna compie il suo corso intorno alla terra nello spazio di 27. giorni 7. ore, e 43. minuti, e la Terra medesima gira intorno al sole nel corso di giorni 365, ore 5. e minuti 49. Oltre il moto annuo ha la terra altri due moti l’uno diurno, ossìa vertiginoso col quale si aggira intorno al proprio asse nello spazio di ore 24. andando da occidente in Oriente, e l’altro chiamato di trepidazione, col quale nello spazio di mesi 6. si muove dall’un tropico all’altro a maniera di oscillazione. Quest’ultimo serve a spiegare la causa del variar delle stagioni giacchè allorquando la parte da noi abitata del globo terracqueo viene per questo moto ad alzarsi noi abbiam necessariamente il verno per essere allora i raggi del sole meno a noi perpendicolari, e per la cagion contraria abbiam la state allorquando questa parte di globo viene ad abbassarsi. Il moto vertiginoso serve a spiegare la non mai interrotta successione del giorno alla notte, e della notte al giorno poichè quando l’emisfero da noi abitato viene a volgersi, e come presentarsi in faccia al sole noi abbiam giorno, e notte quando quest’emisfero viene trasportato dal moto centrifugo nella parte inferiore del globo rispetto al sole. Ecco in accorcio il Sistema Copernicano, a cui se si opponga esser egli contrario alle parole della Sacra Biblia noi risponderemo, che se bene non manchino dottissimi Interpreti, che dimostrar proccurino non esser questo sistema opposto in modo alcuno al reale sentimento delle sacre lettere noi nondimeno non lo ammettiamo, che come una ipotesi più di ogni altra idonea a spiegare i celesti fenomeni, il che dalla S. Romana Chiesa non venne giammai vietato.

Esposti brevemente i diversi sistemi Astronomici passiamo ora a dimostrare la cagione de’ moti, e de’ fenomeni de’ corpi celesti. Sembra universalmente ammesso dai Fisici altra non esser la cagione de’ moti celesti, che le forze centripeta, e tangenziale unite a quella d’inerzia, giacchè avendo i pianeti sino dalla lor creazione acquistato quel moto, che hanno al presente essi debbono necessariamente sforzarsi di conservarlo, e conservarlo diffatto quando non vi sia alcun ostacolo sufficiente ad impedirneli. Riguardo ai fenomeni celesti sembra potersi questi ridurre agli ecclissi, alle comete, a quelli delle macchie solari, a quelli finalmente del Pianeta Saturno. Ne parleremo colla possibile brevità.

La causa degli ecclissi è assai nota. Essendo la luna, e tutti gli altri pianeti de’ corpi opachi, i quali non risplendono per propria luce, ma per quella, che ricevon dal sole egli è assai chiaro, che allorquando la terra s’interpone tra la luna, ed il sole deve la prima restare oscurata dall’ombra della terra, e questa dall’ombra della luna allorchè questo pianeta s’interpone tra la terra, ed il sole. Da ciò vedesi che impropriamente si dà a quest’ultima ecclissi il nome di ecclissi del sole dovendo piuttosto chiamarsi ecclissi della terra, la quale realmente è la sola che resti oscurata in questo passaggio della luna, non soffrendone il sole veruna alterazione.

Le comete sono corpi opachi, come gli altri pianeti, i quali girano intorno al sole con orbite di forma ellittica, ossìa bistonda, in modo che passando vicino al medesimo concepiscono un calor così fatto, che Newton calcolò la cometa del 1680 aver concepito un calore 28000 volte maggiore di quello che sperimentasi nel più gran fervor della state.

Riguardo alla cagione per cui le comete ci appariscono ora circondate ora precedute, ed ora seguite da una chioma, o barba, o coda lucida, bisogna confessare che questa ci è peranco ignota. Fra tutti i sistemi, che proposti furono per ispiegarla quello del Sig.r De Mairan è, per mio avviso, il più ammissibile. «Egli è impossibile, dice questo celebre Astronomo presso il P. Paulian, che le comete passino tanto vicino al globo solare siccome fanno senza, che si carichino di una parte dell’atmosfera solare, cui attraversano. È lo stesso come se una gagliarda calamita si strascinasse per mezzo alle limature di ferro. Infatti se ogni cometa è un pianeta come non si può metter in dubbio, e se vi han luogo le leggi dell’attrazione come abbiam noi diritto di supporlo non è egli duopo, che la parte dell’atmosfera solare, la qual trovasi rinchiusa nella sfera di attività del peso particolare, che opera verso il centro della cometa, ragunisi intorno al suo globo a quel modo, che le particole elastiche dell’aria nostra si ragunano intorno alla terra, e vi formi un’atmosfera luminosa, ovver aggrandisca quella che avesser già? Ciò supposto, ecco, soggiunge il P. Paulian, come noi discorriamo collo stesso Fisico. La cometa va ella dietro al sole? dee comparirci codata; e perchè? perchè i raggi di luce, che sono trasmessi con una celerità impercettibile han forza che basta per gittar dietro la cometa la maggior parte dell’atmosfera che trovasi tra lei, ed il sole. Per lo contrario la cometa precede ella il sole? dee comparirci allora barbuta; e perchè? perchè gli stessi raggi di luce trasmessi sulla cometa scacciano la maggior parte dell’atmosfera interposta tra essa, e il sole, le quali particelle scacciate a quel modo devono necessariamente precedere la cometa nella sua marcia; e rappresentarcela con una spezie di barba luminosa. Finalmente la cometa è ella situata in guisa, che l’occhio dell’osservatore trovisi tra essa, e il Sole? Allora dee parergli intorniata da un’atmosfera luminosa, o per parlare co’ termini dell’arte dee parergli crinita». È però da avvertirsi che questo sistema non è certamente esente da molti difetti tra quali deve annoverarsi quella supposta forza per cui la luce rispinge le particelle dell’atmosfera solare dietro, o avanti la Cometa.

Egli è dimostrato, che nel sole vi sono alcune macchie, le quali nel periodo di 27. giorni compiono il lor giro dalla parte orientale del sole alla parte occidentale. Dal che sembra potersi dedurre, che il sole, nel quale ritrovansi queste macchie si avvolga intorno al suo asse nello spazio di giorni 27. Di qual sostanza precisamente sieno queste macchie, e qual sia la cagione, per cui d’intorno al sole appariscono questo è ciò che dalle osservazioni Astronomiche non si è ancora potuto ritrarre. I fenomeni delle fascie di Giove, le quali altro non sono, che macchie, che per ogni parte circondano questo pianeta, molto somigliano a quelli delle macchie solari.

I fenomeni del Pianeta Saturno sono assai singolari. Un anello molto di lui maggiore, che lo circonda, in quel modo appunto in cui l’orizonte fascia le nostre sfere, ne è la cagione. Galileo a cui ignota era del tutto l’esistenza di quest’anello chiamava il Pianeta Saturno triforme, ed Hevelk lo chiamò monosphoericum, trisphoericum, sphoerico - cuspidatum, sphoerico - ansatum, elliptico - ansatum diminutum, elliptico-ansatum plenum. Noi siamo debitori ad Huyghens della scoperta dell’anello di Saturno.

La sostanza del sole, non meno che quella delle altre stelle, sembra ignea stantechè la sua luce non è immobile, e ferma ma bensì scintillante, e quasi ondeggiante come appunto scorgiamo nel nostro fuoco. In quanto poi alla sostanza de’ pianeti, e de’ loro satelliti sembra potersi affermare esser ella simile almeno in parte a quella della terra per vedersi specialmente nella luna de’ monti de’ fiumi, de’ mari, e de’ vulcani.

Ma egli è omai tempo di parlare della cagione del flusso, e riflusso del mare, su cui tante questioni furono mosse dagli antichi Filosofi. Plinio il vecchio nel secondo suo libro di Storia Naturale afferma, che questo fenomeno non è originato, che dall’azione attraente del sole, e della luna, e Newton dilucidò, e dimostrò quest’ipotesi in modo, che sembra non potersi essa porre più in dubbio. E difatto essendo l’attrazione in ragione diretta della distanza egli è evidente che le onde marine debbono piuttosto deferire all’azione della luna, che a quella del sole, e si scorge in effetto, che allorquando la luna è perigèa è maggiore il flusso e riflusso di quello [che] è quando la medesima è apogèa. Da ciò principalmente dimostrasi l’azione della luna sul mare. Quella poi del sole chiaramente si appalesa vedendosi che la marèa è maggiore allorquando la luna si ritrova in congiunzione col sole ossìa nelle sigizie, che quando essa è nelle quadrature. Di più la marèa è maggiore similmente nel solstizio d’inverno vale a dire allorchè il sole è nella sua massima vicinanza alla terra, che in quello d’estate, in cui egli ne è assai lontano. Da tutto ciò meritamente deducesi, che il flusso, e riflusso del mare proviene dall’azione attraente del sole, e della luna. Posto ciò evidentemente si scorge, che allorquando l’attrazione è maggiore, cioè quando la luna si trova sul meridiano debbono i flutti scostarsi dal lido, e ritornarvi quando sono abbandonati dall’attrazione.

Ed ecco in brevissime parole compendiata quella scienza che dalle osservazioni degli astri ritrae le più sublimi matematiche dottrine, le più certe nautiche leggi, le più utili regole di agricoltura. Noi non possiamo bastantemente esortare i moderni Filosofi ad impiegarsi con ogni studio nell’indagare ciò che ancora ci è ignoto nell’Astronomìa riducendola così ad una delle scienze più perfette, che note siano all’umano intelletto.

Dissertazione sopra l’elettricismo

Gli antichi Filosofi d’altro in ordine all’attrazione discorrer non sapeano, che del magnetismo. Né i singolari suoi fenomeni indegni erano alcerto di esser sottoposti al critico esame de’ Fisici. Vedesi difatto, che ogni calamita ha due poli, chiamati l’uno polo Artico, e l’altro polo Antartico, e talvolta ancor più di due, ne’ quali consiste tutta la forza della sua attrazione. Separata la calamita in più parti ciascuna di queste parti acquista i suoi poli. Sospesa la calamita ad un filo essa va tostamente a collocarsi in modo che il suo polo Artico sia rivolto verso settentrione, e il suo polo Antartico verso mezzodì. Avvicinate l’una all’altra due calamite i due poli di diverso nome si attraggono scambievolmente quelli del nome medesimo scambievolmente si fuggono. La meravigliosa affinità della calamita col ferro, la sua quasi dissi prodigiosa tendenza al polo, nella quale puranco si osservano bene spesso delle mutazioni tener doveano giustamente occupati gli antichi Filosofi nell’indagarne la cagione. Ma disperati omai i Fisici moderni di potere spiegare in modo soddisfacente così ammirabili effetti hanno a miglior senno rivolte le loro cure agli elettrici fenomeni, i quali sebbene grande analogia abbiano con gli effetti magnetici non sono nondimeno sì impenetrabili, e nascosti all’umano sguardo indagatore. Noi riporterem qui brevemente il frutto delle osservazioni de’ Filosofi intorno a quest’importante oggetto, e parleremo in prima delle proprietà particolari dell’elettricità, e la causa quindi assegneremo dei fenomeni spettanti all’elettricità.

Tutti i fenomeni dell’elettricità son prodotti da un fluido, il quale vien chiamato elettrico per la sua speciale proprietà di attrarre i corpi, la qual proprietà osservasi particolarmente nell’ambra chiamata da’ greci ἤλεχτρον. Noi parlando delle proprietà dell’elettricismo non intendiamo di parlare che di quelle del fluido elettrico il quale è il principale autore di tutti i fenomeni spettanti all’elettricità. Questo fluido viene dai Chimici annoverato fra di quelle trentatrè sostanze semplici, di cui tutto l’orbe terracqueo è composto. Egli ha una grandissima tendenza all’equilibrio, ed un’affinità grandissima con il calorico. L’aria calda, ed umida, gli è similmente affine, ma il contrario avviene dell’aria fredda, e secca. Egli si trova d’ordinario combinato con il calorico, e con la luce, e resta come imprigionato da queste sostanze, ma allorquando egli è costretto a passare attraverso di corpi, a lui non affini chiamati non conduttori egli se ne sprigiona per potere più liberamente aprirsi il passaggio, ed in tal modo dà luogo a quei fenomeni, che frequentemente si osservano specialmente nella macchina elettrica. Quivi il fluido elettrico sprigionato per il fregamento del disco dai corpi circostanti, e costretto a passare attraverso di un corpo non conduttore quale è il cristallo si libera eziandìo dal calorico, e dalla luce, che seco lo tenean combinato, e produce quei fenomeni, che costantemente in questa macchina appalesansi. Per costringere il fluido elettrico a sprigionarsi, e produrre gli accennati fenomeni conviene isolare un corpo al medesimo affine, il quale vien chiamato conduttore, vale a dire porlo per ogni parte a contatto di corpi non conduttori come appunto avviene nelle nubi, le quali essendo corpi conduttori, e ritrovandosi isolate nel mezzo dell’atmosfera, la quale è d’ordinario corpo non conduttore dan luogo a tutte le spaventose meteore elettriche. Il fluido elettrico ha una grandissima affinità con i metalli e comunica loro benespesso una singolare forza attrattiva, colla quale traggono a se quasi violentemente in ispezialità gli altri metalli. Questa stessa forza egli comunica alla cera lacca allo zolfo alle resine alle gomene etcetera i quali corpi fregati con cottone lana, o altre simili cose concepiscono una forza elettrica capace di attrarre qualsivoglia corpo di sufficiente leggerezza, ma questa forza non è che di breve durata. Le proprietà principali del fluido elettrico possono adunque ridursi a tre vale a dire alla sua meravigliosa tendenza all’equilibrio alla sua particolare affinità con i corpi conduttori ed in ispecie con il calorico, e alla sua quasi dissi avversione con i corpi non conduttori. Non è però da supporsi a spiegare quest’avversione quella chimerica forza ripulsiva su cui tanto fantasticarono gli antichi Filosofi, giacché se un fulmine per cagion d’esempio si accosti al vetro ad una certa distanza egli sembra fuggirlo, ma ciò non avviene per forza alcuna rispingente del vetro, ma bensì per l’attrazione di altri corpi circostanti, i quali avendo con il fluido elettrico affinità maggiore di quella ne abbia il vetro facilmente da questo l’allontanano per trarlo a se. Poste adunque queste tre più importanti proprietà del fluido elettrico passiamo ora ad esaminare e spiegare la causa di quei fenomeni, i quali da queste proprietà vengono principalmente occasionati.

Tutti i fenomeni spettanti all’elettricità possono ridursi a cinque cioè 1. il fulmine. 2. la pioggia. 3. la grandine. 4. il tremuoto. e 5. la tromba. Parleremo succintamente di tutte queste meteore.

Suppongasi nel fervor della state una nuvola sopraccaricata di fluido elettrico nel mezzo dell’atmosfera e vicino a questa un’altra nube meno carica di elettricismo. Il fluido elettrico per la sua natural tendenza ad equilibrarsi deve necessariamente lanciarsi dalla nube che ne ha maggior quantità all’altra, che è vicina ad essa facendo in modo, che restino tra loro uguagliate, ed equilibrate le due quantità. Ma dovendo il fluido elettrico per passare all’altra nube vincere la resistenza dell’atmosfera la quale è corpo idioelettrico ossia non conduttore è costretto ad abbandonar quella luce con cui era combinato, laquale svolgendosi in quel momento forma il lampo seguito dal tuono, che vien formato dall’oscillazione delle nubi, e dell’aria circostante. Da ciò si vede, che tanto maggiore sarà il tuono quanto maggiore è la quantità e l’impeto del fluido elettrico nel suo passaggio dall’una nube all’altra. Se questo passaggio invece di farsi dall’una nube all’altra si faccia dalla nube alla terra si avrà allora il fulmine il quale sarà tanto più terribile quanto maggiore è la distanza della nuvola dalla terra e quanto è più secca l’atmosfera tra la nuvola, e la terra interposta. A preservarsi da un sì tremendo fenomeno sogliono esporsi sulla cima de’ più alti edificj delle verghe di ferro, che van-no a terminare in un’acutissima punta per attrarre più facilmente la sottilissima colonna di fluido elettrico, che per la sua affinità con i metalli discende quietamente sul ferro, e da questo per una non interrotta successione di fili dello stesso metallo vien pacificamente nella terra deposto, e con essa equilibrato. Avviene talora che il medesimo ufficio delle verghe di ferro venga esercitato dalle nubi stesse. le quali ridotte per una improvvisa mancanza di calorico dallo stato di fluido aeriforme a quello di liquido traggon seco combinato il fluido elettrico, e tranquillamente in tal modo l’equilibrano con la terra. Può eziandio accadere talvolta, che sopraccaricandosi la terra medesima di fluido elettrico ella dal suo seno lo scagli in grembo alle nuvole per la stessa cagione per cui le nuvole lo lanciano in seno alla terra. L’osservazione di questo fenomeno diede luogo a Maffei di credere, che tutti i fulmini non provenissero, che dalla terra, ed a molti altri Scrittori di sostenere con interi volumi una siffatta proposizione, ma la sua falsità vien facilmente dimostrata dai finquì esposti principj.

Dall’elettriche esplosioni viene talvolta occasionata la pioggia giacché conducendo seco il fluido elettrico per traversar più facilmente l’atmosfera una parte del calorico necessario per mantenere in istato aeriforme i vapori, che formano la nube questi condensandosi e riducendosi allo stato di liquidità vengono costretti a cadere per essere di gravità specifica maggiore di quella dell’aria. Se per l’esplosione del fluido elettrico venga a togliersi ai vapori aeriformi quel calorico eziandìo, che è lor necessario per porsi in istato di liquidità questi passano immantinente dallo stato di vapori aeriformi a quello di solidi, e si ha conseguentemente la grandine. Altre cagioni possono contribuire a ridurre la nuvola allo stato di liquidità, le quali però non appartengono in modo alcuno all’elettricismo, laonde ci asterremo dal parlarne.

Da quanto si è detto intorno alla formazione del fulmine facilmente si deduce la cagione del tremuoto giacché sopraccaricandosi di fluido elettrico nelle viscere della terra qualche corpo conduttore isolato per la sua tendenza all’equilibrio dovrà il fluido elettrico scagliarsi da questo in altri corpi, che ne abbiano in minore quantità e per tal modo scuotere impetuosamente la terra, e cagionare tutti quei lacrimevoli effetti che sogliono essere le funeste conseguenze del tremuoto. A riparare una siffatta sciagura saviamente propose un vivente Scrittore di porre sotterra ad una conveniente profondità delle verghe di ferro, le quali per la loro affinità con il fluido elettrico lo attraggano a se e lo equilibrino con gli altri corpi circostanti in quel modo appunto, in cui i nostri conduttori, e la pioggia medesima equilibrano senza alcun disordine il fluido elettrico contenuto nelle nubi con quello, che si contien nella terra.

Altro ora non ci rimane intorno ai fenomeni dell’elettricità, che il parlar delle trombe. Abbiam già detto, che dovendo il fluido elettrico contenuto nelle nubi equilibrarsi con quello, che nella terra ritrovasi si apre il passaggio nell’atmosfera per mezzo di un sottilissimo solco da lui fatto nell’aria. Ciò avviene però solamente allorché l’atmosfera circostante essendo assai secca, e per conseguenza corpo non conduttore gli impedisce di aprirsi per mezzo ad essa una strada più ampia. Se poi venga nell’atmosfera medesima ad occasionarsi un poco di umidità, e la nuvola possa in qualche modo avvicinarsi alla superficie della terra, o del mare il fluido elettrico, che si contiene nella nube potrà allora aprirsi per l’aria una strada assai maggiore di quella del fulmine, e strascinando seco una parte de’ vapori chiamati vescicolari, che compongono la nuvola dovrà necessariamente formare un cono occasionato dalla pressione dell’aria esterna, la qual pressione è in ragione inversa dell’altezza dell’atmosfera. Riguardo agli effetti cagionati da questo terribil fenomeno non farem qui, che riportare le parole del celebre Sig.r Dandolo poste nel suo Dizionario Filosofico-Chimico all’articolo Tromba. Si vede, egli dice, «che aprendosi come votando un liquido per un inbuto un vuoto nel mezzo del vortice spirale occasionato dalla forza sunnominata [1] i corpi tutti dal basso sian solidi, o liquidi per la pressione laterale debbono ascendere nel vortice determinato da questo vuoto; che quei corpi, che potranno essere trasportati nel vortice saranno tanto più grandi quanto più grande sarà il diametro inferiore del cono: che quindi questi corpi chiudendo più o meno il voto della colonna verticale debbono essere al vertice del cono lanciati stracciati ec. in mille modi: che questi effetti debbono esser tanto più grandi lunghi, e terribili quanto maggiore è la quantità di fluido elettrico, e di vapore vescicolare, che si ritrovano nella nuvola, e quanto più è in giusta proporzione l’umidità onde il diametro del cono non sia né soverchiamente grande, né troppo piccolo: che appunto per questa cagione, e per queste circostanze debbono le cannonate tirate contro oneste trombe distruggerne gli effetti, avvegnaché squarciandole si fa strada entro ad esse l’aria esterna con cui l’equilibrio si ristabilisce».

Potrà qui forse richiedersi perché la maggior parte de’ finquì esposti fenomeni non abbia luogo d’ordinario che nell’ estate. La soluzione di un tal quesito è assai facile. Vedesi difatto assai chiaramente, che nella fredda stagione non può il fluido elettrico superare la resistenza dell’atmosfera, e sollevarsi dalla terra alle nubi per mancanza di calorico il quale seco combinato lo trasporti unito ai vapori acquei, che s’innalzano nell’atmosfera, e se talvolta si hanno nell’inverno de’ tuoni, e de’ fulmini ciò avviene per una qualche straordinaria sopravvenienza di calorico. In tal modo non fa a noi di mestieri ricorrere al chimerico sotterfugio de’ passati Fisici i quali volgano ad ogni patto ingombrar la fredda stagione di tuoni, e fulmini, ed altre spaventose meteore elettriche per non esser costretti a spiegar la cagione, per cui questi fenomeni esser sogliono nel verno assai rari.

Tutto ciò, che abbiam detto contiene in brevi parole l’intera Teoria dell’elettricità. Non possiamo alcerto bastantemente encomiare quei Fisici, i quali impiegar seppero i loro lumi nel discuoprire la cagione, e l’origine di sì spaventosi fenomeni per poi dar campo alle ricerche intorno al modo di preservarsi da loro terribili effetti. Non si scorgerebbe certamente nelle Fisiche dottrine un sì gran numero d’inutili questioni se tutti i Filosofi impiegar sapessero la loro scienza nella ricerca soltanto di quelle cose, che ridondar possono in qualche modo a pro del genere umano.

 

Nota

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[1] La forza di reazione dell’aria esterna, e la forza di pressione, e di espansione del fluido discendente

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Ultimo aggiornamento: 02 febbraio 2010