Giacomo Leopardi

Paralipomeni della Batracomiomachia

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, vol. I da p. 247 a p. 292 “I Paralipomeni della Batracomiomachia”, Sansoni, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti

Alla pag. CXI Binni parla dei Paralipomeni

CANTO 8

1

La ragion perché i morti ebber sotterra

L’albergo lor non m’è del tutto nota.

Dei corpi intendo ben, perch’alla terra

Riede la spoglia esanime ed immota;

Ma lo spirto immortal ch’indi si sferra

Non so ben perché al fondo anche percota.

Pur s’altre autorità non fosser pronte,

Ciò la leggenda attesteria del conte.

2

Attonito a mirar lunga fiata

La novità dell’infernal soggiorno

Stette il buon Leccafondi, e dell’andata

La cagione obbliava ed il ritorno.

Ma Dedalo il riscosse, e rigirata

Ch’ebbero in parte la montagna intorno,

La bocca ritrovàr là dove a torme

De’ topi estinti concorrean le forme.

3

Ivi dinanzi all’inamabil soglia

Dipartirsi convenne ai due viventi,

Per non poter, benché n’avesse voglia,

Dedalo penetrar fra’ topi spenti,

Non sol vivendo, ma né men se spoglia

Anima andasse fra le morte genti:

Che non cape pur mezza in quella porta

La figura dell’uom viva né morta.

4

Maggiori inferni e dalla sua statura

Ben visitati avea l’uom forte e saggio,

E vedutili, fuor nella misura,

Conformi esser tra lor, di quel viaggio

Predetta aveva al topo ogni avventura,

Ch’or gli ridisse, e fecegli coraggio,

E messol dentro al sempiterno orrore,

Ad ispettarlo si fermò di fuore.

5

Io vidi in Roma su le liete scene

Che il nome appresso il volgo han di Fiano

In una grotta ove sonar catene

S’ode e un lamento pauroso e strano,

Discender Cassandrin dalle serene

Aure per forza con un lume in mano,

Che con tremule note in senso audace

Parlando, spegne per tremar la face.

6

Poco altrimenti all’infernal discesa

Posesi di Topaia il cavaliere,

Salvo che non avea lucerna accesa,

Ch’ai topi per veder non è mestiere;

Né minacciando gia, che in quella impresa

Vedeva il minacciar nulla valere,

E pur volendo, credo che a gran pena

Bastata a questo gli saria la lena.

7

Tacito discendeva in compagnia

Di molte larve i sotterranei fondi.

Senza precipitar quivi la via

Mena ai più ciechi abissi e più profondi.

Can Cerbero latrar non vi s’udia,

Sferze fischiar né rettili iracondi,

Non si vedevan barche e non paludi,

Né spiriti aspettar sull’erba ignudi.

8

Senza custode alcuno era l’entrata

Ed aperta la via perpetuamente,

Che da persone vive esser tentata

La non può mai che malagevolmente,

E per l’uso de’ morti apparecchiata

Fu dal principio suo naturalmente,

Onde non è ragion farvisi altrui

Ostacolo al calar ne’ regni bui.

9

E dell’uscir di là nessun desio

Provano i morti, se ben hanno il come;

Che spiccato che fu de’ topi l’io,

Non si rappicca alle corporee some,

E ritornando dall’eterno obblio,

Sanno ben che rizzar farian le chiome;

E fuggiti da ognuno e maledetti

Sarian per giunta da’ parenti stretti.

10

Premii né pene non trovò nel regno

De’ morti il conte, ovver di ciò non danno

Le sue storie antichissime alcun segno.

E maraviglia in questo a me non fanno,

Che i morti aver quel ch’alla vita è degno,

Piacere eterno ovvero eterno affanno,

Tacque, anzi mai non seppe, a dire il vero,

Non che il prisco Israele, il dotto Omero.

11

Sapete che se in lui fu lungamente

Creduta ritrovar questa dottrina,

Avvenne ciò perché l’umana mente,

Quei dogmi ond’ella si nutrì bambina

Veri non crede sol ma d’ogni gente

Natii quantunque antica o pellegrina.

Dianzi in Omero errar di ciò la fama

Scoprimmo: ed imparar questo si chiama.

12

Né mai selvaggio alcun di premii o pene

Destinate agli spenti ebbe sentore,

Né già dopo il morir delle terrene

Membra l’alme credè viver di fuore,

Ma palpitare ancor le fredde vene,

E in somma non morir colui che more,

Perch’un rozzo del tutto e quasi infante

La morte a concepir non è bastante.

13

Però questa caduca e corporale

Vita, non altra, e il breve uman viaggio

In modi e luoghi incogniti immortale

Dopo il fato durar crede il selvaggio

E lo stato i sepolti anco aver tale,

Qual ebber quei di sopra al lor passaggio,

Tali i bisogni e non in parte alcuna

Gli esercizi mutati o la fortuna.

14

Ond’ei sotterra con l’esangue spoglia

Ripon cibi e ricchezze e vestimenti,

Chiude le donne e i servi acciò non toglia

Il sepolcro al defunto i suoi contenti,

Cani, frecce ed arnesi a qualsivoglia

Arte ch’egli adoprasse appartenenti,

Massime se il destin gli avea prescritto

Che con la man si procacciasse il vitto.

15

E questo è quello universal consenso

Che in testimon della futura vita

Con eloquenza e con sapere immenso

Da dottori gravissimi si cita,

D’ogni popol più rozzo e più milenso,

D’ogni mente infingarda e inerudita:

Il non poter nell’orba fantasia

La morte immaginar che cosa sia.

16

Son laggiù nel profondo immense file

Di seggi ove non può lima o scarpello,

Seggono i morti in ciaschedun sedile

Con le mani appoggiate a un bastoncello,

Confusi insiem l’ignobile e il gentile

Come di mano in man gli ebbe l’avello.

Poi ch’una fila è piena, immantinente

Da più novi occupata è la seguente.

17

Nessun guarda il vicino o gli fa motto.

Se visto avete mai qualche pittura

Di quelle usate farsi innanzi a Giotto,

O statua antica in qualche sepoltura

Gotica, come dice il volgo indotto,

Di quelle che a mirar fanno paura,

Con le facce allungate e sonnolenti

E l’altre membra pendule e cadenti,

18

Pensate che tal forma han per l’appunto

L’anime colaggiù nell’altro mondo,

E tali le trovò poi che fu giunto

Il topo nostro eroe nel più profondo.

Tremato sempre avea fino a quel punto

Per la discesa, il ver non vi nascondo,

Ma come vide quel funereo coro

Per poco non restò morto con loro.

19

Forse con tal, non già con tanto orrore

Visto avete in sua carne ed in suoi panni

Federico secondo imperatore

In Palermo giacer da secent’anni

Senza naso né labbra, e di colore

Quale il tempo può far con lunghi danni,

Ma col brando alla cinta e incoronato,

E con l’imago della terra allato.

20

Poscia che dal terror con gran fatica

A poco a poco ritornato il conte

Oso fu di mirar la schiera antica

Negli occhi mezzo chiusi e nella fronte,

Cercando se fra lor persona amica

Riconoscesse alle fattezze conte,

Gran tempo andò con le pupille errando

Di cotanti nessun raffigurando.

21

Sì mutato d’ognuno era il sembiante,

E sì tra lor conformi apparian tutti,

Che a gran pena gli venne in sul davante

Riconosciuto in fin Mangiaprosciutti,

Rubatocchi e poche altre anime sante

Di cari amici suoi testè distrutti:

A cui principalmente il sermon volto

Narrò perché a cercarli avesse tolto.

22

Ma gli convenne incominciar dal primo

Assalto che dai granchi ebbero i suoi,

Novo agli scesi anzi quel tempo all’imo

Essendo quel che occorso era da poi.

Ben ciascun giorno dal terrestre limo

Discendon topi al mondo degli eroi,

Ma non fan motto, che alla gente morta

Questa vita di qua niente importa.

23

Narrato ch’ebbe alla distesa il tutto,

La tregua, il novo prence e lo statuto,

lI brutto inganno dei nemici, e il brutto

Galoppar dell’esercito barbuto,

Addimandò se la vergogna e il lutto

Ove il popol de’ topi era caduto

Sgombro sarebbe per la man de’ molti

Collegati da lui testè raccolti.

24

Non è l’estinto un animal risivo,

Anzi negata gli è per legge eterna

La virtù per la quale è dato al vivo

Che una sciocchezza insolita discerna,

Sfogar con un sonoro e convulsivo

Atto un prurito della parte interna.

Però, del conte la dimanda udita

Non risero i passati all’altra vita.

25

Ma primamente allor su per la notte

Perpetua si diffuse un suon giocondo,

Che di secolo in secolo alle grotte

Più remote pervenne insino al fondo.

I destini tremàr non forse rotte

Fosser le leggi imposte all’altro mondo,

E non potente l’accigliato Eliso,

Udito il conte, a ritenere il riso.

26

Il conte, ancor che la paura avesse

De’ suoi pensieri il principal governo,

Visto poco mancar che non ridesse

Di sé l’antico tempo ed il moderno,

E tutto per tener le non concesse

Risa sudando travagliar l’inferno,

Arrossito saria, se col rossore

Mostrasse il topo il vergognar, di fuore.

27

E confuso e di cor tutto smarrito,

Con voce il più che si poteva umile,

E in atto ancor dimesso e sbigottito,

Mutando al dimandar figura e stile,

Interrogò gli spirti a qual partito

Appigliar si dovesse un cor gentile

Per far dell’ignominia ov’era involta

La sua stirpe de’ topi andar disciolta.

28

Come un liuto rugginoso e duro

Che sia molti anni già muto rimaso,

Risponde con un suon fioco ed oscuro

A chi lo tenta o lo percota a caso,

Tal con un profferir torbo ed impuro

Che fean mezzo le labbra e mezzo il naso,

Rompendo del tacer l’abito antico

Risposer l’ombre a quel del mondo aprico.

29

E gli ordinàr che riveduto il sole

Di penetrar fra’ suoi trovasse via,

Che poi ch’entrar della terrestre mole

Potea nel cupo, anche colà potria.

Ivi in pensieri, in opre ed in parole

Seguisse quel che mostro gli saria

Per lavar di sua gente il disonore

Dal general di nome Assaggiatore.

30

Era questi un guerrier canuto e prode

Che per senno e virtù pregiato e culto

D’un vano perigliar la vana lode

Fuggia, vivendo a più potere occulto,

Trattar le ciance come cose sode

A genti di cervel non bene adulto

Lasciando, e sotto non superbo tetto

Schifando del servaggio il grave aspetto.

31

Infermo egli a giacer s’era trovato

Quando il granchio alle spalle ebbero i suoi,

Ed a congiure sceniche invitato

Chiusi sempre gli orecchi avea di poi,

Onde cattivo cittadin chiamato

Era talor dai fuggitivi eroi,

Ed ei, tranquillo in sua virtù, la poco

Saggia natura altrui prendeva in gioco.

32

Tale oracolo avuto alle superne

Contrade i passi ritorceva il conte,

Scritto portando delle valli inferne

Lo spavento negli atti e nella fronte.

Qual di Trofonio già nelle caverne

Agli arcani di Stige e d’Acheronte

Ammesso il volgo, in su l’aperta riva

Pallido e trasformato indi reddiva.

33

Presso alla soglia dell’avaro speco

Dedalo ritrovò che l’attendeva,

E poi ch’alquanto ragionando seco

Di quel che dentro là veduto aveva,

Riposato si fu sotto quel cieco

Vel di nebbia che mai non si solleva,

Rassettatesi l’ali in su la schiena

Con lui di novo abbandonò l’arena.

34

Riviver parve al semivivo, uscito

Che fu del buio a riveder le stelle.

Era notte e splendean per l’infinito

Ocean le volubili facelle,

Leggermente quel mar che non ha lito

Sferzavan l’aure fuggitive e snelle,

E s’andava a quel suono accompagnando

Il rombo che color facean volando.

35

Rapido sì che non cedeva al vento

Ver Topaia drizzàr subito il volo,

Portando l’occhio per seguire intento

I due lumi ch’ha sempre il nostro polo.

D’isole sparso il liquido elemento

Scoprian passando, e su l’oscuro suolo

Volare allocchi, e più d’un pipistrello

Che al topo s’accostò come fratello.

36

Valiche l’acque, valicàr gran tratto

Di terra ferma ed altro mar di poi,

E così come prima avevan fatto

La parte rivarcàr che abitiam noi.

Già di rincontro a lor nasceva e ratto

Si spandeva il mattin sui monti eoi,

Quando là di Topaia accanto al sasso

Chinàr Dedalo e il conte i vanni al basso.

37

Quivi non visti rintegràr le dome

Forze con bacche e con silvestri ghiande.

Poscia Dedalo, avuta io non so come

Una pelle di granchio in quelle bande,

L’altro coprì delle nemiche some

Tal che parve di poi tra le nefande

Bestie un granchio più ver che appresso i Franchi

Non paion delle donne i petti e i fianchi.

38

Alfin del conte alle onorate imprese

Fausto evento pregando e fortunato

L’ospite e duce e consiglier cortese,

Partendosi, da lui prese commiato.

Piangeva il topo, e con le braccia stese

Cor gli giurava eternamente grato.

Quei l’abbracciò come poteva, e solo

Poi verso il nido suo riprese il volo.

39

L’esule a rientrar nella dolente

Città non fe dimora, e poi che l’ebbe

Con gli occhi intorno affettuosamente

Ricorsa, e con gli orecchi avido bebbe

Le patrie voci, a quel che alla sua agente

Udito avea che lume esser potrebbe,

Senza punto indugiarsi andò diritto,

Dico al guerrier di cui più sopra è scritto.

40

A conoscer si diede, e qual desire

Il movesse a venir fece palese.

Quegli onorollo assai, ma nulla udire

Volle di trame o di civili imprese.

Cercollo il conte orando ammorbidire,

Ma tacque il volo e l’infernal paese,

Perché temé da quel guerrier canuto

Per visionario e sciocco esser tenuto.

41

Più volte l’instancabile oratore

Or solo ed or con altra compagnia

Tornato era agli assalti, ed a quel core

Aperta non s’aveva alcuna via.

Ultimamente un dì che Assaggiatore

Con più giovani allato egli assalia,

Quei ragionò tra lor nella maniera

Che di qui recitar creduto io m’era.

42

Perché, se ben le antiche pergamene

Dietro le quali ho fino a qui condotta

La storia mia qui mancano, e se bene

Per tal modo la via m’era interrotta,

La leggenda che in quella si contiene

Altrove in qual si fosse lingua dotta

Sperai compiuta ritrovar: ma vòto

Ritornommi il pensiero e contro il voto.

43

Questa in lingua sanscrita e tibetana,

Indostanica, pahli e giapponese,

Arabica, rabbinica, persiana,

Etiopica, tartara e cinese,

Siriaca, caldaica, egiziana,

Mesogotica, sassone e gallese,

Finnica, serviana e dalmatina,

Valacca, provenzal, greca e latina,

44

Celata in molte biblioteche e molte

Di levante si trova e di ponente,

Che vidi io stesso o che per me rivolte

Fur da più d’un amico intelligente.

Ma di tali scritture ivi sepolte

Nessuna al caso mio valse niente,

Che non v’ha testo alcun della leggenda

Ove più che nel nostro ella si stenda.

45

Però con gran dolor son qui costretto

Troncando abbandonar l’istoria mia,

Tutti mancando in fin, siccome ho detto,

I testi, qual che la cagion si sia:

Come viaggiator, cui per difetto

Di cavalli o di rote all’osteria

Restar sia forza, o qual nocchiero intento

Al corso suo, cui venga meno il vento.

46

Voi, leggitori miei, l’involontario

Mancamento imputar non mi dovete.

Se mai perfetto in qualche leggendario

Troverò quel che in parte inteso avete,

Al narrato dinanzi un corollario

Aggiungerò, se ancor legger vorrete.

Paghi del buon desio restate intanto,

E finiscasi qui l’ottavo canto.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006