Giacomo Leopardi

Paralipomeni della Batracomiomachia

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, vol. I da p. 247 a p. 292 “I Paralipomeni della Batracomiomachia”, Sansoni, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti

Alla pag. CXI Binni parla dei Paralipomeni

CANTO 7

1

D’aggiunger mi scordai nell’altro canto

Che il topo ancor l’incognito richiese

Del nome e dello stato, e come tanto

Fosse ad un topo pellegrin cortese,

E da che libri ovver per quale incanto

Le soricine voci avesse apprese.

Parte l’altro gli disse, e il rimanente

Voler dir più con agio il dì seguente.

2

Dedalo egli ebbe nome, e fu per l’arte

Simile a quel che fece il laberinto.

Che il medesimo fosse antiche carte

Mostran la fama aver narrato o finto.

Se la ragion de’ tempi in due li parte,

Non vo d’anacronismo esser convinto.

Gli anni non so di Creta o di Minosse:

Il Niebuhr li diria se vivo fosse.

3

Antichissima, come è manifesto,

Fu del nostro l’età. Però dichiaro,

Lettori e leggitrici, anzi protesto

Che il Dedalo per fama oggi sì chiaro

Forse e probabilmente non fu questo

Del quale a ragionarvi io mi preparo;

Ma più moderno io non saprei dir quanto:

Ed in via senza più torna il mio canto.

4

Quel Dedalo che al topo albergo diede,

Fu di ricca e gentil condizione

Da quei che il generàr lasciato erede,

E noiato non so per qual ragione

Degli uomini che pur, chi dritto vede,

In general son ottime persone,

Ridotto s’era solitario in villa

A condur vita libera e tranquilla.

5

Questi adunque, poiché più di quattr’ore

Alto il sole ebbe visto, al pellegrino

Che dall’alba dormia con gran sapore

Recò che molto innanzi era il mattino,

E levato il condusse ove in colore

Vario splendea tra l’oro il marrocchino,

Nello studio cioè, che intorno intorno

Era di libri preziosi adorno.

6

Ivi gli fe veder molti volumi

D’autori topi antichi e di recenti:

I Delirii del gran Fiutaprofumi,

La Trappola, tragedia in atti venti,

Topaia innanzi l’uso de’ salumi,

Gli Atti dell’Accademia de’ Dormienti,

L’Amico de’ famelici, ed un cantico

Per nascita reale in foglio atlantico.

7

La grammatica inoltre e il dizionario

Mostrogli della topica favella,

E più d’un altro libro necessario

A drittamente esercitarsi in quella,

Che con l’uso de’ verbi alquanto vario

Alle lingue schiavone era sorella.

Indi fattol sedere, anch’ei s’assise,

Ed in un lungo ragionar si mise.

8

E disse com’ancor presso al confine

Di pubertà quel nido avendo eletto,

Di fisiche e meccaniche dottrine

Preso aveva in quegli ozi un gran diletto,

Tal che diverse cose e peregrine

Avea per mezzo lor poste ad effetto,

E correndo di poi molti paesi,

Molti novi trovati aveva appresi.

9

E sommamente divenuto esperto

Della storia che detta è naturale,

Ben già fin dal principio essendo certo

Dello stato civil d’ogni animale,

Gl’idiomi di molti avea scoperto

Quale ascoltando intentamente e quale

Per volumi trovati: ond’esso a quante

Bestie per caso gli venian davante,

10

Come a simili suoi, come a consorti,

Sempre in ciò che poteva era cortese.

Ma dopo aver così di molte sorti

E città d’animai le lingue apprese,

E quinci de’ più frali e de’ più forti

Le più riposte qualitadi intese,

Un desiderio in cor gli era spuntato

Che l’avea per molti anni esercitato.

11

Un desiderio di dovere, andando

Per tutto l’orbe, a qualche segno esterno,

Come il nostro scopriro altri cercando,

Degli animali ritrovar l’inferno,

Cioè quel loco ove al morir passando

Vivesse l’io degli animali eterno.

Il qual ch’eterno fosse al par del nostro

Dal comun senso gli parea dimostro.

12

Perché, dicea, chiunque gli occhi al sole

Chiudere, o rinnegar la coscienza,

Ed a se stesso in sé mentir non vuole,

Certo esser dee che dalla intelligenza

De’ bruti a quella dell’umana prole

È qual da meno a più la differenza,

Non di genere tal che se rigetta

La materia un di lor, l’altro l’ammetta.

13

Che certo s’estimar materia frale

Dalla retta ragion mi si consente

L’io del topo, del can, d’altro mortale,

Che senta e pensi manifestamente,

Perché non possa il nostro esser cotale

Non veggo: e se non pensa in ver né sente

lI topo o il can, di dubitar concesso

M’è del sentire e del pensar mio stesso.

14

Così dicea. Ma che l’uman cervello

Ciò che d’aver per fermo ha stabilito

Creda talmente che dal creder quello

Nol rimova ragion forza o partito,

Due cose, parmi, che accoppiare è bello,

Mostran quant’altra mai quasi scolpito:

L’una, che poi che senza dubbio alcuno

Di Copernico il dogma approva ognuno,

15

Non però fermi e persuasi manco

Sono i popoli tutti e son le scole

Che l’uomo, in somma, senza uguali al fianco

Segga signor della creata mole,

Né con modo men lepido o men franco

Si ripeton ancor le antiche fole,

Che fan dell’esser nostro e de’ costumi

Per nostro amor partecipare i numi.

16

L’altra, che quei che dell’umana mente

L’arcana essenza a ricercar procede,

La question delle bestie interamente

Lasciar da banda per lo più si vede

Quasi aliena alla sua con impudente

Dissimulazione e mala fede,

E conchiuder la sua per modo tale

Ch’all’altra assurdo sia, nulla gli cale.

17

Ma lasciam gli altri a cui per dritto senso

I topi anche moderni io pongo avanti.

A Dedalo torniamo ed all’intenso

Desio che il mosse a ricercar per quanti

Climi ha la terra e l’oceano immenso,

Come fer poscia i cavalieri erranti

Delle amate lor donne, in qual dimora

Le bestie morte fosser vive ancora.

18

Trovollo alfin veracemente e molte

Vide con gli occhi propri alme di bruti

Ignude, io dico da quei corpi sciolte

Che quassù per velami aveano avuti,

Se bene in quelli ancor pareano involte,

Come, non saprei dir, ma chi veduti

Spiriti ed alme ignude ha di presenza,

Sa che sempre di corpi hanno apparenza.

19

Dunque menarlo all’immortal soggiorno

De’ topi estinti offerse al peregrino

Dedalo, acciò che consultarli intorno

A Topaia potesse ed al destino:

Perché sappiam che chiusi gli occhi al giorno

Diventa ogni mortal quasi indovino,

E qual che fosse pria, dotto e prudente

Si rende sì che avanza ogni vivente.

20

Strana questa in principio e fera impresa

Al conte e piena di terror parea.

Non avean fatta simile discesa

Orfeo, Teseo, la Psiche, Ercole, Enea,

Che vantàr poscia, e forse l’arte appresa

Da topi o talpe alcun di loro avea.

Dedalo l’ammonì che denno i forti

Poco temere i vivi e nulla i morti.

21

E inanimito ed all’impresa indotto

Avendol facilmente, e confortato

D’alcun de’ cibi di che il topo è ghiotto,

D’alucce armogli l’uno e l’altro lato.

Più non so dir, l’istoria non fa motto

Di quello onde l’ordigno era formato,

Non degl’ingegni e non dell’artifizio

Per la virtù del qual facea l’uffizio.

22

Palesemente dimostrò l’effetto

Che queste d’ali inusitate some

Di quell’altre non ebbero il difetto

Ond’Icaro volando al mar diè nome:

Di quelle, sia per incidenza detto,

Che venner men dal caldo io non so come,

Poiché nell’alta region del cielo

Non suole il caldo soverchiar ma il gelo.

23

Dedalo, io dico il nostro, ale si pose

Accomodate alla statura umana.

Dubitar non convien di queste cose

Perocché sien di specie alquanto strana.

Udiam fra molte che l’età nascose

La macchina vantar del padre Lana,

E il globo aerostatico ottien fede

Non per udir ma perocché si vede.

24

Così d’ali ambedue vestito il dosso,

Su pe’ terrazzi del romito ostello

Il novo carco in pria tentato e scosso,

Preser le vie che proprie ebbe l’uccello.

Parea Dedalo appunto un uccel grosso,

L’altro al suo lato appunto un pipistrello;

Volàr per tratto immenso ed infiniti

Vider gioghi dall’alto e mari e liti.

25

Vider città di cui non pur l’aspetto,

Ma la memoria ancor copron le zolle,

E vider campo o fitta selva o letto

D’acque palustri limaccioso e molle

Ove ad altre città fu luogo eletto

Di poi, ch’anco fioriro, anco atterrolle

Il tempo, ed or del loro stato avanza

Peritura del par la rinomanza.

26

Non era Troia allor, non eran quelle

Ch’al terren l’adeguaro Argo e Micene,

Non le rivali due, d’onor sorelle,

Di fortuna non già, Sparta e Messene;

Né quell’altra era ancor che poi le stelle

Dovea stancar con la sua fama Atene,

Vòto era il porto, e dove or peregrina

La gente al tronco Partenon s’inchina.

27

Presso al Gange ed all’Indo eccelse mura

E popoli appariano a mano a mano.

Pagodi nella Cina, ed alla pura

Luce del Sol da presso e da lontano

Canali rifulgean, sopra misura

Vari di corso per lo verde piano,

Che di città lietissimo e di gente,

Di commerci e di danze era frequente.

28

La torre di Babel di sterminata

Ombra stampava la deserta landa;

E la terra premean dall’acque nata

Le piramidi in questa o in quella banda.

Poco Italia a quel tempo era abitata,

Italia ch’al finir dell’ammiranda

Antichità per anni ultima viene,

E primi per virtù gli onori ottiene.

29

Sparsa era tutta di vulcani ardenti,

E incenerita in questo lato e in quello.

Fumavan gli Apennini allor frequenti

Come or fuman Vesuvio e Mongibello,

E di liquide pietre ignei torrenti

Al mar tosco ed all’Adria eran flagello;

Fumavan l’Alpi, e la nevosa schiena

Solcavan fiamme ed infocata arena.

30

Non era ai due volanti peregrini

Possibile drizzar tant’alto i vanni,

Che non ceneri pur ma sassolini

Non percotesser lor le membra e i panni:

Tali in sembianza di smodati pini

Sorgean diluvi inver gli eterni scanni

Da eccelsissimi gioghi, alto d’intorno

A terra e mare intenebrando il giorno.

31

Tonare i monti e rintronar s’udiva

Or l’illirica spiaggia ed or la sarda.

Né già, come al presente, era festiva

La veneta pianura e la lombarda,

Né tanti laghi allor né con sua riva

Il Lario l’abbellia né quel di Garda,

Nuda era e senza amenità nessuna

E per lave indurate orrida e bruna.

32

Sovra i colli ove Roma oggi dimora

Solitario pascea qualche destriero,

Errando al Sol tersissimo che indora

Quel loco al mondo sopra tutti altero.

Non conduceva ancor l’ardita prora

Per le fauci scillee smorto nocchiero,

Che di Calabria per terrestre via

Nel suol trinacrio il passegger venia.

33

Dall’altra parte aggiunto al gaditano

Era il lido ove poi Cartago nacque:

E già si discoprian di mano in mano

Fenicii legni qua e là per l’acque.

Anche apparia di fuor su l’oceano

Quella che poi sommersa entro vi giacque,

Atlantide chiamata, immensa terra

Di cui leggera fama or parla ed erra.

34

Per lei più facil varco aveasi allora

Ai lidi là di quell’altro emisfero

Che per l’artiche nevi e per l’aurora

Polar che avvampa in ciel maligno e nero,

Né di perigli pien così com’ora

Dritto fendendo l’oceano intero.

Di lei fra gli altri ragionò Platone,

E il viaggio del topo è testimone.

35

Per ogni dove andar bestie giganti

O posar si vedean su la verdura,

Maggiori assai degl’indici elefanti,

E di qual bestia enorme è di statura.

Parean dall’alto collinette erranti

O sorgenti di mezzo alla pianura.

Di sì fatti animai son le semente,

Come sapete, da gran tempo spente.

36

Reliquie lor le scole ed i musei

Soglion l’ossa serbar disotterrate.

Riconosciuta ancor da’ nostri augei

L’umile roccia fu che la cittate

Copria de’ topi, e quattro volte e sei

L’esule volator pien di pietate

La rimirò dall’alto e sospirando

Si volse indietro e si lagnò del bando.

37

Alfin dopo volare e veder tanto

Che con lingua seguir non si potria,

Scoprì la coppia della quale io canto

Un mar che senza termini apparia.

Forse fu quel cui della pace il vanto

Alcun che poi solcollo attribuia,

Detto da molti ancor meridiano,

Sopra tutti latissimo oceano.

38

Nel mezzo della lucida pianura

Videro un segno d’una macchia bruna,

Qual pare a riguardar, ma meno oscura

Questa o quell’ombra in su l’argentea luna.

E là drizzando il vol nell’aria pura

Che percotea del mar l’ampia laguna,

Videro immota e, come dir, confitta

Una nebbia stagnar putrida e fitta.

39

Qual di passeri un groppo o di pernici

Che s’atterri a beccar su qualche villa

Pare al pastor che su per le pendici

Pasce le capre al Sol quando più brilla,

Cotal dall’alto ai due volanti amici

Parve quella ch’eterna ivi distilla

Nebbia anzi notte, nella quale involta

Un’isola o piuttosto era sepolta.

40

Altissima in sul mar da tutti i lati

Quest’isola sorgea con tali sponde,

E scogli intorno a lor sì dirupati,

E voragini tante e sì profonde

Ove con tal furor, con tai latrati

Davano e sparse rimbalzavan l’onde,

Che di pure appressarsi a quella stanza

Mai notator né legno ebbe speranza.

41

Sola potea la region del vento

Dare al sordido lido alcuna via.

Ma gli augelli scacciava uno spavento

Ed un fetor che dalla nebbia uscia.

Pure ai nostri non fur d’impedimento

Queste cose, il cui volo ivi finia,

Che quel funereo padiglione eterno

Copria de’ bruti il generale inferno.

42

Colà rompendo la selvaggia notte

Gli stanchi volatori abbassàr l’ale

E quella terra calpestàr che inghiotte

Puro e semplice l’io d’ogni animale,

E posersi a seder su le dirotte

Ripe ove il piè non porse altro mortale,

Levando gli occhi alla feral montagna

Che il mezzo empiea dell’arida campagna.

43

D’un metallo immortal massiccio e grave

Quel monte il dosso nuvoloso ergea,

Nero assai più che per versate lave

Non par da presso a montagna etnea,

Tornito e liscio e fra quell’ombre cave

Un monumento sepolcral parea:

Tali alcun sogno a noi per avventura

Spettacoli creò fuor di natura.

44

Girava il monte più di cento miglia

E per tutto il suo giro alle radici

Eran bocche diverse a maraviglia

Di grandezza tra lor ma non d’uffici.

Degli estinti animali ogni famiglia

Dalle balene ai piccioli lombrici,

Alle pulci, agl’insetti onde ogni umore

Han pieno altri animai dentro e di fuore,

45

Microscopici o in tutto anche nascosti

All’occhio uman quanto si voglia armato

Ha quivi la sua bocca. E son disposti

Quei fori sì che de’ maggiori allato

I minori per ordine son posti.

Della maggior balena e smisurato

È il primo, e digradando a mano a mano

L’occhio s’aguzza in su gli estremi invano.

46

Porte son questi d’altrettanti inferni

Che ad altrettanti generi di bruti

Son ricetti durabili ed eterni

Dell’anime che i corpi hanno perduti.

Quivi però da tutti i lidi esterni

Venian radendo l’aria intenti e muti

Spirti d’ogni maniera, e quella bocca

Prendea ciascun ch’alla sua specie tocca.

47

Cervi, bufali, scimmie, orsi e cavalli,

Ostriche, seppie, muggini ed ombrine,

Oche, struzzi, pavoni e pappagalli,

Vipere e bacherozzi e chioccioline,

Forme affollate per gli aerei calli

Empiean del tetro loco ogni confine,

Volando, perché il volo anche è virtude

Propria dell’alme di lor membra ignude.

48

Ben quivi discernean Dedalo e il conte

Queste forme che al Sol non avean viste,

Bench’alle spalle ai fianchi ed alla fronte

Sempre al lor volo assai ne fur commiste,

Che d’ogni valle, o poggio, o selva, o fonte

Van per l’alto ad ogni ora anime triste,

Verso quel loco che l’eterna sorte

Lor seggio destinò dopo la morte.

49

Ma come solamente all’aure oscure

Del suo foco la lucciola si tinge,

E spariscono al Sol quelle figure

Che la lanterna magica dipinge,

Così le menti assottigliate e pure

Di quel vel che vivendo le costringe

Sparir naturalmente al troppo lume,

Né parer che nell’ombra han per costume.

50

E di qui forse avvien che le sepolte

Genti di notte comparir son use,

E che dal giorno, fuor che rade volte,

Soglion le visioni essere escluse.

Vuole alcun che le umane alme disciolte

In un di questi inferni anco sien chiuse,

Posto là come gli altri in quella sede

Che la grandezza in ordine richiede.

51

E che Virgilio e tutti quei che diero

All’uman seme un eremo in disparte

Favoleggiasser seguitando Omero,

E lo stil proprio de’ poeti e l’arte,

Essendo del mortal genere in vero

Più feconda che l’uom la maggior parte.

Io di questo per me non mi frammetto:

Però l’istoria a seguitar m’affretto.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006