Giacomo Leopardi

Paralipomeni della Batracomiomachia

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, vol. I da p. 247 a p. 292 “I Paralipomeni della Batracomiomachia”, Sansoni, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti

Alla pag. CXI Binni parla dei Paralipomeni

CANTO 6

1

Meta al fuggir le inviolate schiere

Di Topaia ingombràr le quattro porte.

Non che ferir, potute anco vedere

Non ben le avea de’ granchi il popol forte.

Cesar che vide e vinse, al mio parere,

Men formidabil fu di Brancaforte,

Al qual senza veder fu co’ suoi fanti

Agevole a fugar tre volte tanti.

2

Tornata l’oste a’ babbi intera e sana,

Se a qualcuno il fuggir non fu mortale,

Chiuse le porte fur della lor tana

Con diligenza alla paura uguale.

E per entrarvi lungamente vana

Stata ogni opra saria d’ogni animale,

Sì che molti anni in questo avria consunto

Brancaforte che là tosto fu giunto,

3

Se non era che quei che per nefando

Inganno del castello eran signori,

E ch’or più faci al vento sollevando

Sedean lassù nell’alto esploratori,

Visto il popolo attorno ir trepitando

E dentro ritornar quelli di fuori,

Indovinàr quel ch’era, e fatti arditi

I serragli sforzàr mal custoditi.

4

E con sangue e terror corsa la terra

Aprìr le porte alla compagna gente,

Che qual tigre dal carcer si disserra,

O da ramo si scaglia atro serpente,

Precipitaron dentro, e senza guerra

Tutto il loco ebber pieno immantinente.

Il rubare, il guastar d’una nemica

Vincitrice canaglia il cor vi dica.

5

Più giorni a militar forma d’impero

L’acquistata città fu sottoposta,

Brancaforte imperando, anzi nel vero

Quel ranocchin ch’egli avea seco a posta

A ciò che l’alfabetico mistero

Gli rivelasse in parte i dì di posta,

E sempre che bisogno era dell’arte

D’intendere o parlar per via di carte.

6

Tosto ogni atto, ogn’indizio, insegna o motto

Di mista monarchia fu sparso al vento,

Raso, abbattuto, trasformato o rotto.

Chi statuto nomava o parlamento

In carcere dai lanzi era condotto,

Che del parlar de’ topi un solo accento

Più là non intendendo, in tal famiglia

Di parole eran dotti a maraviglia.

7

Leccafondi che noto era per vero

Amor di patria e del civil progresso,

Non sol privato fu del ministero

E del poter che il re gli avea concesso,

Ma dalla corte e dai maneggi intero

Bando sostenne per volere espresso

Di Senzacapo, e i giorni e le stagioni

A passar cominciò fra gli spioni.

8

Rodipan mi cred’io che volentieri

Precipitato i granchi avrian dal trono.

Ma trovar non potendo di leggeri

Chi per sangue a regnar fosse sì buono,

Spesi d’intorno a ciò molti pensieri,

Parve al re vincitor dargli perdono,

E re chiamarlo senza altro contratto,

Se per dritto non era almen per fatto.

9

Ma con nome e color d’ambasciatore

Inviogli il baron Camminatorto

Faccendier grande e gran raggiratore

E in ogni opra di re dotto ed accorto,

Che per arte e per forza ebbe valore

Di prestamente far che per conforto

Suo si reggesse il regno, e ramo o foglia

Non si movesse in quel contro sua voglia.

10

Chiuso per suo comando il gabinetto,

Chiuse le scole fur che stabilito

Aveva il conte, come sopra ho detto,

E d’esser ne’ caratteri erudito

Fu, com’ei volle, al popolo interdetto,

Se di licenza special munito

A ciò non fosse ognun: perché i re granchi

D’oppugnar l’abbiccì non fur mai stanchi.

11

Quindi i reami lor veracemente

Fur del mondo di sopra i regni bui.

Ed era ben ragion, che chiaramente

Dovean veder che la superbia in cui

La lor sopra ogni casa era eminente

Non altro avea che l’ignoranza altrui

Dove covar: che dal disprezzo, sgombra

Che fosse questa, non aveano altr’ombra.

12

Lascio molti e molti altri ordinamenti

Del saggio nunzio, e sol dirò che segno

Della bontà de’ suoi provvedimenti

Fu l’industria languir per tutto il regno,

Crescer le usure, impoverir le genti,

Nascondersi dal Sol qualunque ingegno,

Sciocchi o ribaldi conosciuti e chiari

Cercar soli e trattar civili affari.

13

Il popolo avvilito e pien di spie

Di costumi ogni dì farsi peggiore,

Ricorrere agl’inganni, alle bugie,

Sfrontato divenendo e traditore,

Mal sicure da’ ladri esser le vie

Per tutta la città non che di fuore;

L’or fuggendo e la fede entrar le liti,

Ed ir grassi i forensi ed infiniti.

14

Subito poi che l’orator fu giunto

Cui de’ topi il governo era commesso

Dal re de’ granchi, a Brancaforte ingiunto

Fu di partir co’ suoi. Ma dallo stesso

Cresciuto insino a centomila appunto

Fu lo stuolo in castel male intromesso,

Il resto a trionfar di topi e rane

Tornò con Brancaforte alle sue tane.

15

Allor nacque fra’ topi una follia

Degna di riso più che di pietade,

Una setta che andava e che venia

Congiurando a grand’agio per le strade,

Ragionando con forza e leggiadria

D’amor patrio, d’onor, di libertade,

Fermo ciascun, se si venisse all’atto,

Di fuggir come dianzi avevan fatto,

16

E certo quanto a sé che pur col dito

Lanzi ei non toccheria né con la coda.

Pure a futuri eccidi amaro invito

O ricevere o dar con faccia soda

Massime all’età verde era gradito,

Perché di congiurar correa la moda,

E disegnar pericoli e sconquasso

Della città serviva lor di spasso.

17

Il pelame del muso e le basette

Nutrian folte e prolisse oltre misura,

Sperando, perché il pelo ardir promette,

D’avere, almeno ai topi, a far paura.

Pensosi in su i caffè, con le gazzette

Fra man, parlando della lor congiura,

Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere

Cantando arie sospette ivano a schiere.

18

Al tutto si ridea Camminatorto

Di sì fatte commedie, e volentieri

Ai topi permettea questo conforto,

Che con saputa sua senza misteri,

Lui decretando or preso, or esser morto,

Gli congiurasser contro i lustri interi:

Ma non sostenne poi che capo e fonte

Di queste trame divenisse il conte.

19

Al quale i giovinastri andando in frotte

Offrian sé per la patria a morir presti;

E disgombro giammai né dì né notte

Non era il tetto suo d’alcun di questi.

Egli, perché le genti ancorché dotte

E sagge e d’opre e di voleri onesti,

Di comandare altrui sempre son vaghe,

E più se in tempo alcun di ciò fur paghe;

20

Anche dal patrio nome e da quel vero

Amor sospinto ond’ei fu sempre specchio,

Inducevasi a dar, se non intero

Il sentimento, almen grato l’orecchio

Al dolce suon che lui nel ministero,

E che la patria ritornar nel vecchio

Onore e grado si venia vantando

E con la speme il cor solleticando.

21

L’ambasciador, quantunque delle pie

Voglie del conte ancor poco temesse,

Pur com’era mestier che molte spie

Con buone paghe intorno gli tenesse,

Rivolger quei danari ad altre vie,

E torsi quella noia un giorno elesse,

E gentilmente e in forma di consiglio

Costrinse il conte a girsene in esiglio.

22

Peregrin per la terra il chiaro topo

Vide popoli assai, stati e costumi;

A quante bestie narrò poscia Esopo

Si condusse varcando or mari or fiumi,

Con gli occhi intenti sempre ad uno scopo

D’augumentar come si dice i lumi

Alle sue genti, e se gli fosse dato

Trovar soccorso al lor dolente stato.

23

Com’esule e com’un ch’era discaro

Al re granchio, al baron Camminatorto,

E ch’alfabeto e popolo avea caro,

Molte corti il guardàr con occhio torto.

Più d’un altro con lui fu meno avaro,

Più d’un ministro e re largo conforto

Gli porse di promesse, ed ei contento

Il cammin proseguia con questo vento.

24

Una notte d’autunno, andando ei molto

Di notte, come i topi han per costume,

Un temporal sopra il suo capo accolto

Oscurò delle stelle ogni barlume,

Gelato un nembo in turbine convolto

Colmò le piagge d’arenose spume,

Ed ai campi adeguò così la via,

Che seguirla impossibil divenia.

25

Il vento con furor precipitando

Schiantava i rami e gli arbori svellea,

E tratto tratto il fulmine piombando

Vicine rupi e querce scoscendea

Con altissimo suon, cui rimbombando

Ogni giogo, ogni valle rispondea,

E con tale un fulgor che tutto il loco

Parea subitamente empier di foco.

26

Non valse al conte aver la vista acuta,

E nel buio veder le cose appunto,

Che la strada assai presto ebbe perduta,

E dai seguaci si trovò disgiunto.

Per la campagna un lago or divenuta

Notava o sdrucciolava a ciascun punto.

Più volte d’affogar corse periglio,

E levò supplicando all’etra il ciglio.

27

Il vento ad or ad or mutando lato

più volte indietro e innanzi il risospinse,

Talora il capovolse e nel gelato

Umor la coda e il dorso e il crin gli tinse,

E più volte a dir ver quell’apparato

Di tremende minacce il cor gli strinse,

Che di rado il timor, ma lo spavento

Vince spesso de’ saggi il sentimento.

28

Cani pecore e buoi che sparsi al piano

O su pe’ monti si trovàr di fuore,

Dalle correnti subite lontano

Ruzzolando fur tratti a gran furore

Insino ai fiumi, insino all’oceano,

Orbo lasciando il povero pastore.

Fortuna e delle membra il picciol pondo

Scamparo il conte dal rotare al fondo.

29

Già ristato era il nembo, ed alle oscure

Nubi affacciarsi or l’una or l’altra stella

Quasi timide ancora e mal sicure

Ed umide parean dalla procella.

Ma sommerse le valli e le pianure

Erano intorno, e come navicella

Vota fra l’onde, senza alcuna via

Il topo or qua or là notando gia.

30

E in suo cor sottentrata allo spavento

Era l’angoscia del presente stato.

Senza de’ lochi aver conoscimento,

Solo e già stanco, e tutto era bagnato.

Messo s’era da borea un picciol vento

Freddo, di punte e di coltella armato,

Che dovunque, spirando, il percotea,

Pungere al vivo e cincischiar parea.

31

Sì che se alcun forame o s’alcun tetto

Non ritrovasse a fuggir l’acqua e il gelo,

E la notte passar senza ricetto

Dovesse, che salita a mezzo il cielo

Non era ancor, sentiva egli in effetto

Che innanzi l’alba lascerebbe il pelo.

Ciò pensando, e mutando ognor cammino,

Vide molto di lungi un lumicino,

32

Che tra le siepi e gli arbori stillanti

Or gli appariva ed or parea fuggito.

Ma s’accorse egli ben passando avanti

Che immobile era quello e stabilito,

E di propor quel segno ai passi erranti,

O piuttosto al notar, prese partito:

E così fatto più d’un miglio a guazzo,

Si ritrovò dinanzi ad un palazzo.

33

Grande era questo e bello a dismisura,

Con logge intorno intorno e con veroni,

Davanti al qual s’udian per l’aria oscura

Piover due fonti con perenni suoni.

Vide il topo la mole e la figura

Questa aver che dell’uomo han le magioni:

Dal lume il qual d’una finestra uscia

Ch’abitata ella fosse anco apparia.

34

Però di fuor con cura e con fatica

Cercolla il topo stanco in ogni canto,

Per veder di trovar nova od antica

Fessura ov’ei posar potesse alquanto,

Non molto essendo alla sua specie amica

La nostra insin dalla stagion ch’io canto.

Ma per molto adoprarsi una fessura

Né un buco non trovò per quelle mura.

35

Strano questo vi par, ma certo il fato

Intento il conducea là dove udrete.

Che vedendosi omai la morte allato,

Che il Cesari chiamò mandar pel prete,

E sentendosi il conte esser dannato

D’ogni male a morir fuorché di sete

Se fuor durasse, di cangiar periglio,

D’osare e di picchiar prese consiglio.

36

E tratto all’uscio e tolto un sassolino,

Dievvi de’ colpi a suo poter più d’uno.

Subito da un balcon fe capolino

Un uom guardando, ma non vide alcuno.

Troppo quel che picchiava era piccino,

Né facil da veder per l’aer bruno.

Risospinse le imposte, e poco stante

Ecco tenue picchiar siccome avante.

37

Qui trasse fuori una lucerna accesa

L’abitator del solitario ostello,

E sporse il capo, e con la vista intesa

Mirando inverso l’uscio, innanzi a quello

Vide il topo che pur con la distesa

Zampa facea del sassolin martello.

Crederete che fuor mettesse il gatto,

Ma disceso ad aprir fu quegli a un tratto

38

E il pellegrin con modo assai cortese

Introdusse in dorati appartamenti,

Parlando della specie e del paese

Dei topi i veri e naturali accenti.

E vedutol così male in arnese,

E dal freddo di fuor battere i denti,

Ad un bagno il menò dove lavollo

Dalla mota egli stesso e riscaldollo.

39

Fatto questo, di noci e fichi secchi

Un pasto gli arrecò di regal sorte,

Formaggio parmegian, ma di quei vecchi,

Fette di lardo e confetture e torte,

Tutto di tal sapor che paglia e stecchi

Parve al conte ogni pasto avuto in corte.

Cenato ch’ebbe, il dimandò del nome

E quivi donde capitasse, e come.

40

A dire incominciò, siccome Enea

Nelle libiche sale, il peregrino.

Al dirimpetto l’altro gli sedea

Sur una scranna, ed ei sul tavolino

Con due zampe atteggiando, e gli pendea

Segno d’onor dal collo un cordoncino,

Che salvo egli a fatica avea dai flutti,

Dato dal morto re Mangiaprosciutti.

41

E dal principio il seme e i genitori

E l’esser suo narrò succintamente.

Poi discendendo ai sostenuti onori

Fecesi a ragionar della sua gente,

Narrò le rane ed i civili umori,

La carta e il granchio iniquo e prepotente

Le due fughe narrò chinando il ciglio,

E le congiure, ed il non degno esiglio.

42

E conchiudendo, siccom’era usato,

Raccontò le speranze e le promesse

Che da più d’un possibile alleato

Raccolte avea autentiche ed espresse,

E l’ospite pregò che avesse dato

Soccorso anch’egli ai topi ove potesse.

Rari veleni d’erbe attive e pronte

Quegli offerì, ma ricusolli il conte.

43

Dicendo, ch’oltre al non poter sì fatto

Rimedio porsi agevolmente in opra,

A quell’intento saria vano affatto

Ch’egli ad ogni altro fin ponea di sopra,

Che il popol suo d’onor fosse rifatto,

Dal qual va lunge un ch’arti prave adopra.

Lodò l’altro i suoi detti e gli promesse

Che innanzi che dal sonno egli sorgesse,

44

Pensato avrebbe al caso intentamente

Per trovar, se potea, qualche partito.

Già l’aere s’imbiancava in oriente

E di più stelle il raggio era sparito,

E il seren puro tutto e tralucente

Promettea ch’un bel dì fora seguito.

Quasi sgombro dall’acque era il terreno,

E il soffio boreal venuto meno.

45

L’ospite ad un veron condusse il conte

Mostrando il tempo placido e tranquillo.

Sola i silenzi l’una e l’altra fonte

Rompea da presso, e da lontano il grillo.

Qualche raro balen di sopra il monte

Il nembo rammentava a chi soffrillo.

Poscia a un letto il guidò ben preparato,

E da lui per allor prese commiato.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006