Giacomo Leopardi

Paralipomeni della Batracomiomachia

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, vol. I da p. 247 a p. 292 “I Paralipomeni della Batracomiomachia”, Sansoni, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti

Alla pag. CXI Binni parla dei Paralipomeni

CANTO 5

1

Signor, disse, che tale esser chiamato

Dei pel sangue che porti entro le vene,

Il qual certo sappiam che derivato

Da sorgente real ne’ tuoi perviene

E perché di sposar fosti degnato,

Colei che sola in vita ancor mantiene,

Caduti tutti gli altri augusti frutti,

La famiglia del re Mangiaprosciutti;

2

Degno quant’altro alcun di regio trono

T’estima il signor mio per ogni punto,

Ma il sentiero, a dir ver, crede non buono

Per cui lo scettro ad impugnar sei giunto.

Tai che a poter ben darlo atti non sono,

T’hanno ai ben meritati onori assunto.

Ma re fare o disfar, come ben sai,

Altro ch’a’ re non si appartenne mai.

3

Se vedovo per morte il seggio resta

Che legittimamente era tenuto,

Né la succession sia manifesta

Per discendenza o regio altro statuto,

Né men per testamento in quella o in questa

Forma dal morto re sia provveduto,

Spontaneamente al derelitto regno

S’adopran gli altri re di por sostegno.

4

O un successore è dato a quella sede

Che sia da lor concordemente eletto,

O partono essi re pieni di fede

L’orbo stato fra lor con pari affetto,

O chi primo il può far primo succede

Per lo più chi più forte è con effetto,

Cause genealogiche allegando,

E per lo più con l’arnie autenticando.

5

Re novo, di lor man pesato e scosso,

Dare i sudditi a sé mai non fur visti,

Né fora assurdo al mio parer men grosso

Che se qualche lavor de’ nostri artisti,

Come orologio da portare indosso

O cosa tal che per danar s’acquisti,

Il compratore elegger si vedesse,

Che lei portare e posseder potesse.

6

Negli scettri non han ragione o voto

I popoli nessuno o ne’ diademi,

Ch’essi non fer, ma Dio, siccome è noto.

Anzi s’anco talvolta in casi estremi

Resta il soglio deserto non che vòto

Per popolari fremiti e per semi

D’ire o per non so qual malinconia,

Onde spenta riman la monarchia,

7

Al popol che di lei fu distruttore

Cercan rimedio ancor l’altre corone,

E legittimo far quel mal umore

Quasi e rettificar l’intenzione

Destinato da lor novo signore

Dando a quel con le triste o con le buone,

Né sopportan giammai che da se stesso

Costituirsi un re gli sia concesso.

8

Che se pur fu da Brancaforte ingiunto

A’ tuoi di provveder d’un re novello,

Non volea questo dir ch’eletto a punto

Fosse il creato re questo né quello,

Ma non altro dar lor se non l’assunto

Che i più capaci del real mantello

Proponessero a’ piè de’ potentati,

Che gli avriano a bell’agio esaminati.

9

Or dunque avendo alla virtù rispetto,

Signor, che manifesta in te dimora,

E sopra tutto a quei che prima ho detto

Pregi onde teco il gener tuo s’onora,

Non della elezion solo il difetto

Supplire ed emendar, ma vuole ancora

La maestà del mio padrone un segno

Darti dell’amor suo forse più degno.

10

Perché non pur con suo real diploma

Che valevol fia sempre ancor che tardo,

E di color che collegati ei noma

Che il daran prontamente a suo riguardo,

Riponendoti il serto in su la chioma

Legittimo farà quel ch’è bastardo,

Che legittimità, cosa volante,

Vien dal cielo o vi riede in un istante:

11

Ma il poco onesto e non portabil patto

Che il popolo a ricever ti costrinse,

A cui ben vede il mio signor che un atto

Discorde assai dal tuo voler t’avvinse,

Sconcio a dir vero e tal che quasi affatto

La maestà di questo trono estinse,

A potere annullar de’ topi in onta

Compagnia t’offerisce utile e pronta.

12

Non solo i nostri trentamila forti

Che nel suo nome tengono il castello

Alla bell’opra ti saran consorti

Di render lustro al tuo real cappello,

Ma cinquecentomila che ne’ porti

De’ ranocchi hanno stanza, io vo dir quello

Esercito già noto a voi che sotto

Brancaforte in quei lochi or s’è ridotto,

13

E che per volontà del signor nostro

Così fermato in prossime contrade

Aspetta per veder nel regno vostro

Che movimento o cosa nova accade,

Tosto che un cenno tuo gli sarà mostro,

Il cammin prenderà della cittade,

Dove i topi o ravvisti o con lor danno

A servir prestamente torneranno.

14

Fatto questo, il diploma a te spedito

Sarà, di quel tenor che si conviene.

E un patto fra’ due re fia stabilito

Quale ambedue giudicherete bene.

Ma troppo oggi saria diminuito

L’onor che fra’ re tutti il mio ritiene

Se un accordo da lui si confermasse

Che con suddita plebe altri contrasse.

15

Né certo ei sosterrà che d’aver fatto

Onta agli scettri il popol tuo si vanti,

E che che avvenga, il disdicevol patto

Che tutti offender sembra i dominanti

Combatterà finché sarà disfatto,

Tornando la città qual era innanti.

Questa presso che ostil conclusione

Ebbe del capitan l’orazione.

16

Rispose Rodipan, che udir solea

Che stil de’ granchi era cangiare aspetto

Secondo i tempi, e che di ciò vedea

Chiara testimonianza or per effetto,

Essendo certo che richiesto avea

Senzacapo che un re subito eletto

Fosse da’ topi allor che avea temenza

D’altra più scandalosa esperienza.

17

Che stato franco avessero anteposto

A monarchia di qualsivoglia sorte,

E che l’esempio loro avesse posto

Desiderio in altrui d’un’ugual sorte,

La qual sospizion come più tosto

S’avea tolto dal cor, di Brancaforte

Condannava i trattati, e i chiari detti

Torceva a inopinabili concetti.

18

Privo l’accordo del real suggello

Né re de’ topi alcun riconosciuto

A sé poco gravar, ma che il castello

Con maraviglia grande avria veduto

Da genti granchie ritener, che in quello

Entrar per solo accordo avean potuto,

Se non sapesse ai popoli presenti

Esser negati i dritti delle genti.

19

Anzi i dritti comuni e di natura

Perché frode, perfidia e qual si sia

Pretta solenne autentica impostura

È cosa verso lor lecita e pia,

E quelli soppiantar può con sicura

Mente ogni estrania o patria monarchia,

Che popolo e nessun tornan tutt’uno,

Se intier l’ammazzi, non ammazzi alcuno.

20

Quanto al proposto affar, che interrogato

Capo per capo avria la nazione,

Non essendo in sua man circa lo stato

Prender da sé deliberazione,

E che quel che da lei fosse ordinato

Faria come per propria elezione,

Caro avendo osservar, poi che giurollo,

Lo statuto. E ciò detto, accommiatollo.

21

L’altra mattina al general consiglio

Il tutto riferì personalmente,

E la grandezza del comun periglio

Espose e ragionò distesamente,

E trovar qualche via, qualche consiglio,

Qualche provvision conveniente

Spesse volte inculcò, quasi sapesse

Egli una via, ma dir non la volesse.

22

Arse d’ira ogni petto, arse ogni sguardo,

E come per l’aperta ingiuria suole

Che negl’imi precordii anche il codardo

Fere là dove certo il ferir dole,

Parve ancora al più vile esser gagliardo

Vera vendetta a far non di parole.

Guerra scelta da tutti e risoluto

Fu da tutti morir per lo statuto.

23

Commendò Rodipan questo concorde

Voler del popol suo con molte lodi,

Morte imprecando a quelle bestie sorde

Dell’intelletto e pur destre alle frodi;

Purché, disse, nessun da sé discorde

Segua il parlar, non poi gli atti de’ prodi:

E soldatesche ed armi e l’altre cose

Spettanti a guerra ad apprestar si pose.

24

Di suo vero od al ver più somigliante

Sentir, del quale ogni scrittore è muto,

Dirovvi il parer mio da mal pensante

Qual da non molto in qua son divenuto,

Che per indole prima io rette e sante

Le volontà gran tempo avea creduto,

Né d’appormi così m’accadde mai,

Né di fallar poi che il contrario usai.

25

Dico che Rodipan di porre sciolta

La causa sua dalla comun de’ topi

In man de’ granchi, avea per cosa stolta,

Veduto, si può dir, con gli occhi propi

Tanta perfidia in quelle genti accolta,

Quanta sparsa è dagl’Indi agli Etiopi,

E potendo pensar che dopo il patto

Similmente lui stesso avrian disfatto.

26

Ma desiato avria che lo spavento

Della guerra de’ granchi avesse indotto

Il popolo a volere esser contento

Che il seggio dato a lui non fosse rotto,

Sì che spargendo volontario al vento

La fragil carta, senza più far motto,

Fosse stato a veder se mai piacesse

Al re granchio adempir le sue promesse.

27

Così re senza guerra e senza patto

Forse trovato in breve ei si saria,

Da doppio impaccio sciolto in un sol tratto

E radicata ben la dinastia,

Né questo per alcun suo tristo fatto,

Per tradimento o per baratteria,

Né violato avendo in alcun lato

Il giuramento alla città giurato.

28

Queste cose, cred’io, tra sé volgendo

Meno eroica la plebe avria voluta.

Per congetture mie queste vi vendo,

Che in ciò la storia, come ho detto, è muta.

Se vi paresser frasche, non intendo

Tor fama alla virtù sua conosciuta.

Visto il voler de’ suoi, per lo migliore

La guerra apparecchiò con grande ardore.

29

Guerra tonar per tutte le concioni

Udito avreste tutti gli oratori,

Leonidi, Temistocli e Cimoni,

Muzi Scevola, Fabi dittatori,

Deci, Aristidi, Codri e Scipioni,

E somiglianti eroi de’ lor maggiori

Iterar ne’ consigli e tutto il giorno

Per le bocche del volgo andare attorno.

30

Guerra sonar canzoni e canzoncine

Che il popolo a cantar prendea diletto,

Guerra ripeter tutte le officine

Ciascuna al modo suo col proprio effetto.

Lampeggiavan per tutte le fucine

Lancioni, armi del capo, armi del petto,

E sonore minacce in tutti i canti

S’udiano, e d’amor patrio ardori e vanti.

31

Primo fatto di guerra, a tal fatica

Movendo Rubatocchi i cittadini,

Fu di torri e steccati alla nemica

Gente su del castel tutti i confini

Chiuder donde colei giù dall’aprica

Vetta precipitar sopra i vicini

Poteva ad ogn’istante, e nella terra

Improvvisa portar tempesta e guerra.

32

Poi dubitato fu se al maggior nerbo

De’ granchi che verrebbe omai di fuore

Come torrente rapido e superbo

Opporsi a mezza via fosse il migliore,

Ovver nella città con buon riserbo

Schernir, chiuse le porte, il lor furore.

Questo ai vecchi piacea, ma parve quello

Ai damerini della patria bello.

33

Come Aiace quel dì che di tenebre

Cinte da Giove fur le greche schiere,

Che di servar Patroclo alla funebre

Cura fean battagliando ogni potere,

Al nume supplicò che alle palpebre

Dei figli degli Achei desse il vedere,

Riconducesse il dì, poi se volesse

Nell’aperto splendor li distruggesse;

34

Così quei prodi il popolar consiglio

Pregàr che la virtù delle lor destre

Risplender manifesta ad ogni ciglio

Potesse in parte lucida e campestre,

Né celato restasse il lor periglio

Nel buio sen di quella grotta alpestre.

Vinse l’alta sentenza, e per partito

Fuori il granchio affrontar fu stabilito.

35

E già dai regni a rimembrar beati

Degli amici ranocchi che per forza

Gli aveano insino allor bene albergati

Movevan quei dalla petrosa scorza

Brancaforte co’ suoi fidi soldati,

Per quel voler ch’ogni volere sforza

Del lor padrone e re che di gir tosto

Sopra Topaia aveva al duce imposto.

36

Dall’altra parte orrenda ne’ sembianti

Da Topaia movea la cittadina

Falange che di numero di fanti

A un milione e mezzo era vicina.

Serse in Europa non passò con tanti

Quando varcata a piè fu la marina.

Coperto era sì lunge ogni sentiero

Che la veduta si perdea nel nero.

37

Venuti erano al loco ove diè fine

Alla fuga degli altri il Miratondo,

Loco per praticelli e per colline

E per quiete amabile e giocondo.

Era il tempo che l’ore mattutine

Cedono al mezzodì le vie del mondo,

Quando assai di lontan parve rimpetto

All’esercito alzarsi un nugoletto.

38

Un nugoletto il qual di mano in mano

Con prestezza mirabile crescea

Tanto che tutto ricoprire il piano

Dover fra poco e intenebrar parea,

Come nebbia talor cui di lontano

Fiume o palude in bassa valle crea,

Che per soffio procede e la sua notte

Campi e villaggi a mano a mano inghiotte.

39

Conobber facilmente i principali

Quel di che il bianco nugolo era segno,

Che dai passi nascea degli animali

Che venieno avversari al misto regno.

Però tempo ben parve ai generali

Di mostrar la virtù del loro ingegno,

E qui fermato il piè, le ardite schiere

A battaglia ordinàr con gran sapere.

40

Al lago che di sopra io ricordai,

Ch’or limpido e brillando al chiaro giorno

Spargea del Sol meridiano i rai,

Appoggiàr delle squadre il destro corno,

L’altro al poggio che innanzi anco narrai

Alto ed eretto, e quanti erano intorno

Lochi angusti e boscosi ed eminenti

Tutti fero occupar dalle lor genti.

41

Già per mezzo all’instabil polverio

Si discernea de’ granchi il popol duro,

Che quetamente e senza romorio

Nella sua gravità venia sicuro.

Alzi qui la materia il canto mio

E chiaro il renda se fu prima oscuro,

Qui volentieri invocherei la musa

Se non che l’invocarla or più non s’usa.

42

Eran le due falangi a fronte a fronte

Già dispiegate ed a pugnar vicine,

Quando da tutto il pian, da tutto il monte

Diersi a fuggir le genti soricine.

Come non so, ma né ruscel né fonte

Balza né selva al corso cor diè fine.

Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi

Tanto tempo il fuggir serbasse vivi.

43

Fuggiro al par del vento, al par del lampo

Fin dove narra la mia storia appresso.

Solo di tutti in sul deserto campo

Rubatocchi restò come cipresso

Diritto, immoto, di cercar suo scampo

Non estimando a cittadin concesso

Dopo l’atto de’ suoi, dopo lo scorno

Di che principio ai topi era quel giorno.

44

In lui rivolta la nemica gente

Sentì del braccio suo l’erculea possa.

A salvarla da quel non fu possente

La crosta ancor che dura ancor che grossa.

Spezzavala cadendo ogni fendente

Di quella spada, e scricchiolar fea l’ossa,

E troncava le branche e di mal viva

E di gelida turba il suol copriva.

45

Così pugnando sol contro infiniti

Durò finché il veder non venne manco.

Poi che il Sol fu disceso ad altri liti,

Sentendo il mortal corpo afflitto e stanco,

E di punte acerbissime feriti

E laceri in più parti il petto e il fianco,

Lo scudo ove una selva orrida e fitta

D’aste e d’armi diverse era confitta,

46

Regger più non potendo, ove più folti

Gl’inimici sentia, scagliò lontano.

Storpiati e pesti ne restaron molti,

Altri schiacciati insucidaro il piano.

Poscia gli estremi spiriti raccolti,

Pugnando mai non riposò la mano

Finché densato della notte il velo,

Cadde, ma il suo cader non vide il cielo.

47

Bella virtù, qualor di te s’avvede,

Come per lieto avvenimento esulta

Lo spirto mio: né da sprezzar ti crede

Se in topi anche sii tu nutrita e culta.

Alla bellezza tua ch’ogni altra eccede,

O nota e chiara o ti ritrovi occulta,

Sempre si prostra: e non pur vera e salda,

Ma imaginata ancor, di te si scalda.

48

Ahi ma dove sei tu? sognata o finta

Sempre? vera nessun giammai ti vide?

O fosti già coi topi a un tempo estinta,

Né più fra noi la tua beltà sorride?

Ahi se d’allor non fosti invan dipinta,

Né con Teseo peristi o con Alcide,

Certo d’allora in qua fu ciascun giorno

Più raro il tuo sorriso e meno adorno.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006