Giacomo Leopardi

Paralipomeni della Batracomiomachia

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, vol. I da p.247 a p. 292 “I Paralipomeni della Batracomiomachia”, Sansoni, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti

Alla pag. CXI Binni parla dei Paralipomeni

CANTO QUARTO

1

Maraviglia talor per avventura,

Leggitori onorandi e leggitrici,

Cagionato c’avrà questa lettura.

E come son degli uomini i giudici

Facili per usanza e per natura,

Forse, benché benevoli ed amici,

Più d’un pensiero in mente avrete accolto,

Ch’essere io deggia o menzognero o stolto,

2

Perché le cose del topesco regno,

Che son per vetustà da noi lontane

Tanto che come appar da più d’un segno,

Agguaglian le antichissime indiane,

I costumi, il parlar, l’opre, l’ingegno,

E l’infime faccende e le sovrane,

Quasi ieri o l’altr’ier fossero state,

Simili a queste nostre ho figurato.

3

Ma con la maraviglia ogni sospetto

Come una nebbia vi torrà di mente

Il legger, s’anco non avete letto,

Quel che i savi han trovato ultimamente,

Speculando col semplice intelletto

Sopra la sorte dell’umana gente,

Che d’Europa il civil presente stato

Debbe ancor primitivo esser chiamato.

4

E che quei che selvaggi il volgo appella

Che nei più caldi e nei più freddi liti

Ignudi al sole, al vento alla procella,

E sol di tetto natural forniti,

Contenti son da poi che la mammella

Lasciàr, d’erbe e di vermi esser nutriti,

Temon l’aure, le frondi, e che disciolta

Dal Sol non cangia la celeste volta;

5

Non vita naturale e primitiva

Menan, come fin qui furon creduti,

Ma per corruzion sì difettiva,

Da una perfetta civiltà caduti,

Nella qual come in propria ed in nativa

I padri de’ lor padri eran vissuti:

Perché stato sì reo, come il selvaggio,

Estimar natural non è da saggio:

6

Non potendo mai star che la natura,

Che al ben degli animali è sempre intenta,

E più dell’uom che principal fattura

Esser di quella par che si consenta

Da tutti noi, sì povera e sì dura

Vita ove pur pensando ei si sgomenta,

Come propria e richiesta e conformata

Abbia al genere uman determinata.

7

Né manco sembra che possibil sia

Che lo stato dell’uom vero e perfetto

Sia posto in capo di sì lunga via

Quanta a farsi civile appar costretto

Il gener nostro a misurare in pria,

U’ son cent’anni un dì quanto all’effetto:

Sì lento è il suo cammin per quelle strade

Che il conducon dal bosco a civiltade.

8

Perché ingiusto e crudel sarebbe stato,

Né per modo nessun conveniente,

Che all’infelicità predestinato,

Non per suo vizio o colpa anzi innocente,

Per ordin primo e natural suo fato

Fosse un numero tal d’umana gente,

Quanta nascer convenne, e che morisse

Prima che a civiltà si pervenisse.

9

Resta che il viver zotico e ferino

Corruzion si creda e non natura,

E che ingiuria facendo al suo destino

Caggia quivi il mortal da grande altura,

Dico dal civil grado, ove il divino

Senno avea di locarlo avuto cura:

Perché se al ciel non vogliam fare oltraggio,

Civile ei nasce, e poi divien selvaggio.

10

Questa conclusion che ancor che bella

Parravvi alquanto inusitata e strana,

Non d’altronde provien se non da quella

forma di ragionar diritta e sana

Ch’a priori in iscola ancora s’appella,

Appo cui ciascun’altra oggi par vana,

La qual per certo alcun principio pone,

E tutto l’altro a quel piega e compone.

11

   Per certo si suppon che intenta sia

Natura sempre al ben degli animali,

E che gli ami di cor come la pia

Chioccia fa del pulcin che ha sotto l’ali:

E vedendosi al tutto acerba e ria

La vita esser che al bosco hanno i mortali,

Per forza si conchiude in buon latino

Che la città fu pria del cittadino.

 12

Se libere le menti e preparate

Fossero a ciò che i fatti e la ragione

Sapessero insegnar, non inchinate

A questa più che a quella opinione,

Se natura chiamar d’ogni pietate

E di qual s’è cortese affezione

Sapesser priva, e de’ suoi figli antica

E capital carnefice e nemica;

13

O se piuttosto ad ogni fin rivolta,

Che al nostro che diciamo o bene o male;

E confessar che de’ suoi fini è tolta

La vista al riguardar nostro mortale,

Anzi il saper se non da fini sciolta

Sia veramente, e se ben v’abbia, e quale;

Diremmo ancor con ciascun’altra etade

Che il cittadin fu pria della cittade.

14

Non è filosofia se non un’arte

La qual di ciò che l’uomo è risoluto

Di creder circa a qualsivoglia parte,

Come meglio alla fin l’è conceduto,

Le ragioni assegnando empie le carte

O le orecchie talor per instituto,

Con più d’ingegno o men, giusta il potere

Che il maestro o l’autor si trova avere.

15

Quella filosofia dico che impera

Nel secol nostro senza guerra alcuna,

E che con guerra più o men leggera

Ebbe negli altri non minor fortuna,

Fuor nel prossimo a questo, ove se intera

La mia mente oso dir, portò ciascuna

Facoltà nostra a quelle cime il passo

Onde tosto inchinar l’è forza al basso.

16

In quell’età, d’un’aspra guerra in onta,

Altra filosofia regnar fu vista,

A cui dinanzi valorosa e pronta

L'età nostra arretrossi appena avvista

Di ciò che più le spiace e che più monta,

Esser quella in sostanza amara e trista;

Non che i pricipii in lei né le premesse

Mostrar false da sé ben ben sapesse.

17

Ma false o vere, ma disformi o belle

Esser queste si fosse o no mostrato,

Le conseguenze lor non eran quelle

Che l'uom d'aver per ferme ha decretato,

E che per ferme avrà fin che le stelle

D'orto in occaso andran pel cerchio usato

Perché tal fede in tali o veri o sogni

Per sua quiete par che gli bisogni.

18

  Ed ancor più, perché da lunga pezza

È la sua mente a cotal fede usata,

Ed ogni fede a che sia quella avvezza

Prodotta par da coscienza innata:

Che come suol con grande agevolezza

L'usanza con natura esser cangiata,

Così vien facilmente alle persone

Presa l'usanza lor per la ragione.

19

Ed imparar cred'io che le più volte

Altro non sia, se ben vi si guardasse,

Che un avvedersi di credenze stolte

Che per lungo portar l'alma contrasse

E del fanciullo racquistar con molte

Cure il saper ch'a noi l'età sottrasse;

Il qual già più di noi non sa né vede,

Ma di veder né di saper non crede.

20

Ma noi, s'è fuor dell'uso, ogni pensiero

Assurdo giudichiam tosto in effetto,

Né pensiam ch'un assurdo il mondo e il vero

Esser potrebbe al fral nostro intelletto:

E mistero gridiam, perch'a mistero

Riesce ancor qualunque uman concetto,

Ma i misteri e gli assurdi entro il cervello

Vogliam foggiarci come a noi par bello.

21

   Or, leggitori miei, scendendo al punto

Al qual per lunga e tortuosa via

Sempre pure intendendo, ecco son giunto,

Potete omai veder che non per mia

Frode o sciocchezza avvien che tali appunto

Si pingan nella vostra fantasia

De' topi gli antichissimi parenti

Quali i popoli son che abbiam presenti:

22

Ma procede da ciò, che il nostro stato

Antico è veramente e primitivo

Non degli uomini sol, ma in ogni lato

D'ogni animal che in aria o in terra è vivo.

Perché ingiusto saria che condannato

Fosse di sua natura a un viver privo

Quasi d'ogni contento e pien di mali

L'interminato stuol degli animali.

23

Per tanto in civiltà, data secondo

Il grado naturale a ciascheduna,

Tutte le specie lor vennero al mondo,

E tutte poscia da cotal fortuna

Per lor proprio fallir caddero in fondo,

E infelici son or; né causa alcuna

Ha il ciel però dell'esser lor sì tristo

Il qual bene al bisogno avea provvisto.

24

E se colma d'angoscia e di paura

Del topolin la vita ci apparisce,

Il qual mirando mai non s'assicura,

Fugge e per ogni crollo inorridisce,

Corruzion si creda e non natura

La miseria che il topo oggi patisce,

A cui forse il menàr quei casi in parte

Che seguitando narran queste carte.

25

E la dispersion della sua schiatta

Ebbe forse d'allor cominciamento,

La qual raminga in su la terra è fatta,

Perduto il primo e proprio alloggiamento,

Come il popol giudeo, che mal s'adatta

Esule, sparso, a cento sedi e cento,

E di Solima il tempio e le campagne

Di Palestina si rammenta e piagne.

26

Ma il novello signor giurato ch'ebbe

Servar esso e gli eredi eterno il patto,

Incoronato fu come si debbe

E il manto si vestì di pel di gatto,

E lo scettro impugnò, che d'auro crebbe

Nella cui punta il mondo era ritratto,

Perché credeva allor del mondo intero

La specie soricina aver l'impero.

27

Dato alla plebe fu cacio con polta,

E vin vecchio gittàr molte fontane,

Gridando ella per tutto allegra e folta

Viva la carta e viva Rodipane,

Tal ch'eccheggiando quell'alpestre volta

Carta per tutto ripeteva e pane,

Cose al governo delle culte genti,

Chi le sa ministrar, sufficienti.

28

Re de' topi costui con nuovo nome,

O suo trovato fosse o de' soggetti,

S'intitolò, non di Topaia, come

Propriamente in addietro s'eran detti

I portatori di quell'auree some.

Cosa molto a notar, che negli effetti

Differisce d'assai, benché non paia,

S'alcun sia re de' topi o di Topaia.

29

La noto ancor, però che facilmente

Nella cronologia non poco errato

Potrebbe andar chi non ponesse mente

A questo metafisico trovato,

E creder che costui primieramente

Rodipan fra quei re fosse nomato,

Quando un Rodipan terzo avanti a questo

Da libri e da monete è manifesto.

30

Primo fra' re de' topi, ma contando

Quei di Topaia ancor, s'io bene estimo,

Fu quarto Rodipan. Questo ignorando

Può la cronologia da sommo ad imo

Andar sossopra. A ciò dunque ovviando

Notate che costui Rodipan primo,

E il notin gli eruditi e i filotopi,

Fra i re de' topi fu, non fra i re topi.

31

Non era il festeggiar finito ancora

Quando giunse dal campo il messaggero,

Non aspettato omai, che la dimora

Sua lunga aveane sgombro ogni pensiero;

Né desiato più, che insino allora

Soleano i sogni più gradir che il vero.

Sogni eran gli ozi brevi e l'allegria,

Ver ciò che il conte a rapportar venia.

32

Immantinente poi che divulgato

Fu per fama in Topaia il suo ritorno,

Interrotto il concorso ed acchetato

Il giulivo romor fu d'ogni intorno.

Tristo annunzio parea quel che bramato

E sospirato avean pur l'altro giorno,

Perché già per obblio fatte sicure

Destava l'alme ai dubbi ed alle cure.

33

Prestamente il legato a Rodipane

L'umor del granchio e l'aspre leggi espose,

E nel maggior consiglio la dimane

Per mandato del re l'affar propose.

Parver l'esposte leggi inique e strane,

Fatti sopra vi fur comenti e chiose,

Alfin per pace aver dentro e di fuore

A tutto consentir parve il migliore.

 34

Tornò nel campo ai rigidi contratti

Il conte con famigli e con arnesi,

E l'accordo fermò secondo i patti

Che già per le mie rime avete intesi.

Soscriver non sapea, né legger gli atti

Il granchio, arti discare a' suoi paesi;

Ma lesse e confermò con la sua mano

Un ranocchio che allor gli era scrivano.

35

Ratto uno stuol di trentamila lanzi

Ver Topaia lietissimo si mosse,

A doppie paghe e più che doppi pranzi,

Benché rato l'accordo ancor non fosse,

E nella terra entrò, dietro e dinanzi

Schernito per le vie con le più grosse

Beffe che immaginar sapea ciascuno,

Non s'avvedendo quelli in modo alcuno.

36

Nel superbo castel furo introdotti,

Dove l'insegna cor piantata e sciolta,

Poser mano a votar paiuoli e botti,

E speràr pace i topi un'altra volta.

Lieti i giorni tornàr, liete le notti,

Ch'ambo sovente illuminar con molta

Spesa fece il comun per l'allegria

Dell'acquistata nuova monarchia.

37

Ma quel che più rileva, a far lo stato

Prospero quanto più far si potesse

Del popolo in comune e del privato

Fama è che cordialmente il re si desse.

Il qual subito poi che ritornato

Fu Leccafondi, consiglier lo elesse,

Ministro dell'interno e principale

Strumento dell'impero in generale.

38

Questi a rimover l'ombra ed all'aumento

Di civiltà rivolse ogni sua cura,

Sapendo che con altro fondamento

Prosperità di regni in piè non dura,

E che civile e saggia, il suo contento

La plebe stessa ed il suo ben procura

Meglio d'ogni altro, né favor né dono,

Fuor ch'esser franca, l'è mestier dal trono.

39

E bramò che sapesse il popol tutto

Leggere e computar per disciplina,

Stimando ciò, cred'io, maggior costrutto,

Che non d'Enrico quarto la gallina.

Quindi nella città fe da per tutto

Tante scole ordinar, che la mattina

Piazze, portici e vie per molti dì

Non d'altro risonàr che d'a b c.

40

Crescer più d'una cattedra o lettura

Anco gli piacque a ciaschedun liceo,

Con più dote che mai per avventura

Non ebbe professor benché baggeo.

Dritto del topo, dritto di natura,

Ed ogni dritto antegiustinianeo,

E fuvvi col civil, col criminale

Esposto il dritto costituzionale.

41

E già per la fidanza ond'è cagione

All'alme un convenevol reggimento,

D'industria a rifiorir la nazione

Cominciava con presto accrescimento.

Compagnie di ricchissime persone

Cercar da grandi spese emolumento,

D'orti, bagni, ginnasi a ciascun giorno

Vedevi il loco novamente adorno.

42

Vendite nuove ed utili officine

Similmente ogni dì si vedean porre,

Merci del loco e merci pellegrine

In copia grande ai passeggeri esporre,

Stranie commodità far cittadine,

Nuovi teatri il popolo raccorre,

Qui strade a raccorciar la plebe intenta,

Là d'un palagio a por le fondamenta.

43

Concorde intanto la città con bianchi

Voti il convegno ricevuto avea,

E che di quello dal signor de' granchi

Fosse fatto altrettanto s'attendea.

Andando e ritornando eran già stanchi

Più messi, e nulla ancor si conchiudea,

Tanto che in fin dei principali in petto

Nascea, benché confuso, alcun sospetto.

44

Senzacapo re granchio il più superbo

De' prenci di quel tempo era tenuto,

Nemico ostinatissimo ed acerbo

Del nome sol di carta o di statuto,

Che il poter ch'era in lui senza riserbo

Partir con Giove indegno avria creduto.

Se carta alcun sognò dentro il suo regno

Egli in punirlo esercitò l'ingegno.

45

E cura avea che veramente fosse

Con perfetto rigor la pena inflitta,

Né dalle genti per pietà commosse

Qualche parte di lei fosse relitta,

E il numero e il tenor delle percosse

Ricordava e la verga a ciò prescritta.

Buon sonator per altro anzi divino

La corte il dichiarò di violino. 

46

Questi poiché con involute e vaghe

Risposte ebbe gran tempo ascoso il vero,

Al capitan di quei che doppie paghe

Già da' topi esigean senza mistero

Ammessi senza pugna e senza piaghe,

Mandò, quando gli parve, un suo corriero.

Avea quel capitan fra i parlatori

Della gente de' granchi i primi onori.

47

Forte nei detti sì che per la forte

Loquela il dimandàr Boccaferrata.

Il qual venuto alle reali porte

Chiese udienza insolita e privata.

Ed intromesso, fe, come di corte,

Riverenza per granchio assai garbata:

Poi disse quel che riposato alquanto

Racconterò, lettor, nell'altro canto.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006