Giacomo Leopardi

Paralipomeni della Batracomiomachia

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, vol. I da p.247 a p. 292 “I Paralipomeni della Batracomiomachia”, Sansoni, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti

Alla pag. CXI Binni parla dei Paralipomeni

CANTO TERZO

1

Intanto Rubatocchi avea ridotte

Le sue schiere in Topaia a salvamento,

Dove per più d’un giorno e d’una notte

Misto fu gran dolor con gran contento.

Chi gode in riveder, chi con dirotte

Lacrime chiama il suo fratello spento,

Altri il padre o il marito, altri la prole,

Altri del regno e dell’onor si dole.

2

Era Topaia, acciò che la figura

E il sito della terra io vi descriva,

Tutta con ammirabile struttura

Murata dentro d’una roccia viva,

La qual era per arte o per natura

Curvata sì che una capace riva

Al Sol per sempre ed alle stelle ascosta

Nell’utero tenea come riposta.

3

Ricordivi a ciascun se la montagna

Che d’Asdrubale il nome anche ritiene,

Là ‘ve Livio e Neron per la campagna

Sparser dell’Affrican l’armi e la spene,

Varcaste per la strada ove compagna

L’eterea luce al viator non viene,

Sotterranea, sonora, onde a grand’arte

Schiuso è il monte dall’una all’altra parte.

4

O se a Napoli presso, ove la tomba

Pon di Virgilio un’amorosa fede,

Vedeste il varco che del tuon rimbomba

Spesso che dal Vesuvio intorno fiede,

Colà dove all’entrar subito piomba

Notte in sul capo al passegger che vede

Quasi un punto lontan d’un lume incerto

L’altra bocca onde poi riede all’aperto:

5

E queste avrete immagini bastanti

Del loco ove Topaia era fondata,

La qual per quattro bocche a quattro canti

Della montagna posta avea l’entrata,

Cui turando con arte a tutti quanti

Chiusa non solo ma rimanea celata,

In guisa tal che la città di fuore

Accusar non potea se non l’odore.

6

   Dentro palagi e fabbriche reali

Sorgean di molto buona architettura,

Collegi senza fine ed ospedali

Vòti sempre, ma grandi oltremisura,

Statue, colonne ed archi trionfali,

E monumenti alfin d’ogni natura.

Sopra un masso ritondo era il castello

Forte di sito a maraviglia e bello.

7

Come chi d’Apennin varcato il dorso

Pesso Fuligno, per la culta valle

Cui rompe il monte di Spoleto il corso

Prende l’aperto e dilettoso calle,

Se il guardo lieto in su la manca scorso

Leva d’un sasso alle scoscese spalle,

Bianco, nudato d’ogni fior, d’ogni erba,

Vede cosa onde poi memoria serba,

8

Di Trevi la città, che con iscena

D’aerei tetti la ventosa cima

Tien sì che a cerchio con l’estrema schiena

Degli estremi edifizi il piè s’adima;

Pur siede in vista limpida e serena

E quasi incanto il viator l’estima,

Brillan templi e palagi al chiaro giorno,

E sfavillan finestre intorno intorno;

9

Cotal, ma privo del diurno lume

Veduto avreste quel di ch’io favello,

Del polito macigno in sul cacume

Fondato solidissimo castello,

Ch’al margine affacciato oltre il costume

Quasi precipitar parea con quello.

Da un lato sol per un’angusta via

Con ansia e con sudor vi si salia.

10

Luce ai topi non molto esser mestieri

Vede ciascun di noi nella sua stanza,

Che chiusi negli armadi e nei panieri

Fare ogni lor faccenda han per usanza,

E spente le lucerne e i candelieri

Vengon poi fuor la notte alla lor danza.

Pur se luce colà si richiedea

Talor, con faci ognun si provvedea.

11

D’Ercolano così sotto Resina,

Che d’ignobili case e di taverne

Copre la nobilissima ruina,

Al tremolar di pallide lucerne

Scende a veder la gente pellegrina

Le membra afflitte e pur di fama eterne,

Magioni e scene e templi e colonnati

Allo splendor del giorno ancor negati.

12

Certo se un suol germanico o britanno

Queste ruine nostre ricoprisse,

Di faci a visitar l’antico danno

Più non bisogneria ch’uom si servisse,

E d’ogni spesa in onta e d’ogni affanno

Pompei, ch’ad ugual sorte il fato addisse,

All’aspetto del Sol tornata ancora

Tutta, e non pur sì poca parte fora.

13

Vergogna sempiterna e vitupero

D’Italia non dirò, ma di chi prezza

Disonesto tesor più che il mistero

Dell’aurea antichità porre in chiarezza,

E riscossa di terra allo straniero,

Mostrare ancor l’italica grandezza.

Lor sia data dal ciel giusta mercede,

Se pur ciò non indarno al ciel si chiede.

14

E mercè s’abbia non di riso e d’ira,

Di ch’ebbe sempre assai, ma d’altri danni

L’ipocrita canaglia, onde sospira

L’Europa tutta invan tanti e tanti anni

I papiri ove cauta ella delira,

Scacciando ognun, su i mercenari scanni;

Razza e cagion di cui mi dorrebb’anco

Se boia e forche ci venisser manco.

15

Tornando ai topi, a cui dagli scaffali

Di questi furbi agevole è il ritorno,

Vincea Topaia allor le principali

Città dal tramontano al mezzogiorno,

O rare assai fra quelle aveva uguali,

Proprio de’ topi e natural soggiorno,

Là dove consistea massimamente

Il regno e il fior della topesca gente.

16

Perché lunge di là stabil dimora

Avean pochi o nessun di lor legnaggio,

Salvo in colonie, ove soleano allora

Finir le genti or questo or quel viaggio.

Ciò ben sapete lungo tempo ancora

Più d’un popolo usò civile e saggio:

Chiudea sola una cerchia un regno intero,

Che per colonie distendea l’impero.

17

 Potete immaginar quale infinita

Turba albergò Topaia entro sue mura.

Di Statistica ancor non s’era udita

La parola a quei dì per isventura,

Ma di più milioni aver compita

Color la quantità s’ha per sicura

Sentenza, e con Topaia oggi si noma

Ninive e Babilonia e Menfi e Roma.

18

Tornato dunque, come sopra ho detto,

L’esercito dei topi alla cittade,

e cessato il picchiar le palme e il petto

Pei caffè, per le case e per le strade,

Cedendo all’amor patrio ogni altro affetto,

Od al timor, come più spesso accade,

Del ritorno a cercar del messaggero

Fu volto con le lingue ogni pensiero.

19

Perché parea che nel saper l’intento

Degl’inimici consistesse il tutto,

E fosse senza tal conoscimento

Ogni consiglio a caso e senza frutto,

Né trattar del durabil reggimento

Del regno aver potesse alcun costrutto,

Se la tempesta pria non si quetasse

Ch’ogni estremo parea che minacciasse.

20

Ma per quei giorni sospirata invano

La tornata del conte alla sua terra,

Il qual, venuto a fera gente in mano,

Regii cenni attendea prigion sotterra,

Crescendo dell’ignoto e del lontano

L’ansia e la tema, ed a patir la guerra

Parendo pur, se guerra anco s’avesse,

Che lo stato ordinar si richiedesse;

21

Giudicò Rubatocchi e i principali

Della città con lui, di non frapporre

Più tempo, né dar loco a novi mali,

Ma prestamente il popolo raccorre,

E le gravi materie e capitali

Del reggimento in pubblico proporre,

Sì ch’ai rischi di fuor tornando l’oste

Dentro le cose pria fosser composte.

22

Ben avria Rubatocchi, e per le molte

Parentele sue nobili e potenti,

E perché de’ soldati in lui rivolte

Con amor da gran tempo eran le menti,

E per quel braccio che dal mondo tolte

Cotante avea delle nemiche genti,

Potuto ritener quel già sovrano

Poter che il fato gli avea posto in mano.

23

E spontanei non pochi a lui venendo

Capi dell’armi e principi e baroni,

Confortandolo piano ed offerendo

Se pronti a sostener le sue ragioni.

Ma ributtò l’eroe con istupendo

Valor le vili altrui persuasioni,

E il dar forma allo stato e il proprio impero

Nell’arbitrio comun rimise intero.

24

Degno perciò d’eterna lode, al quale

Non ha l’antica e la moderna istoria

Altro da somigliar non ch’altro uguale,

quanto or so rinvenir con la memoria,

Fuor tre d’inclita fama ed immortale,

Timoleon corintio ed Andrea Doria,

In sul fianco di qua dall’oceano,

E Washington dal lato americano.

25

Dei quali per pudor per leggiadria

Vera di fatti e probità d’ingegno,

Negar non vo né vo tacer che sia

Quantunque italian Doria il men degno,

Ma perfetta bontà non consentia

Quel secolo infelice, ov’ebbe regno

Ferocia con arcano avvolgimento

E viltà di pensier con ardimento.

26

Deserto è la sua storia, ove nessuno

D’incorrotta virtude atto si scopre,

Cagion che sopra ogni altra a ciascheduno

Fa grato il riandar successi ed opre;

Tedio il resto ed obblio, salvo quest’uno

Sol degli eroici fatti alfin ricopre,

Del cui splendor non è beato

Il deserto ch’io dico in alcun lato.

27

Maraviglia è colà che s’appresenti

Maurizio di Sassonia alla tua vista,

Che con mille vergogne e tradimenti

Gran parte a’ suoi di libertade acquista,

Egmont, Orange, a lor grandezza intenti

Lor patria liberando oppressa e trista,

E quel miglior che invia con braccio forte

Il primo duca di Firenze a morte.

28

Né loco d’ammirar vi si ritrova,

Se d’ammirar colui non vi par degno,

Che redando grandezze antiche innova,

Non già virtudi, e che di tanto regno

Se minor dimostrando in ogni prova,

Par che mirar non sappia ad alcun segno,

Cittadi alternamente acquista e perde,

E il fior d’Europa in Affrica disperde.

29

Non di cor generoso e non abbietto,

non infedel né pio, crudo né mite,

Non dell’iniquo amante e non del retto,

Or servate promesse ed or tradite,

Al grande, al bel non mai volto l’affetto,

Non agevoli imprese e non ardite,

Due prenci imprigionati in suo potere

Né liberi sa far, né ritenere.

30

Alfin di tanto suon, tanta possanza

Nessuno effetto riuscir si vede,

Anzi il gran fascio, che sue forze avanza

Gitta egli stesso e volontario cede,

La cui mole che invan passò l’usanza

Divide e perde infra più d’uno erede;

Poi chiuso in monacali abiti involto

Gode prima che morto esser sepolto.

31

O costanza, o valor de’ prischi tempi!

Far gran cose di nulla era vostr’arte,

Nulla far di gran cose età di scempi

Apprese da quel dì che il nostro marte

Costantin, pari ai più nefandi esempi,

Donò col nostro scettro ad altra parte.

Tal differenza insiem han del romano

Vero imperio gli effetti, e del germano.

32

Non d’onore appo noi, ma d’odio e sdegno

Han gara i sommi di quel secol bruno.

Né facilmente a chi dovuto il regno

Dell’odio sia giudicherebbe alcuno,

Se tu, portento di superbia e pegno

D’ira del ciel, non superassi ognuno,

O secondo Filippo, austriaca pianta,

Di cui Satan maestro ancor si vanta.

33

Tant’odio quanto è sul tuo capo accolto

De’ tuoi pari di tempo e de’ nepoti,

Altro mai non portò vivo o sepolto,

O ne’ prossimi giorni o ne’ remoti.

Tu nominato ogni benigno volto

Innaspri ed ogni cor placido scoti,

Stupendo in ricercar nell’ira umana

La più vivace ed intima fontana.

34

Dopo te quel grandissimo incorono

Duca d’Alba che quasi emulo ardisce

Contender teco, e il general perdono,

Tutti escludendo, ai Batavi bandisce.

Nobile esempio e salutar, che al trono

De’ successori tuoi tanto aggradisce,

A cui d’Olanda il novo sdegno e il tanto

Valor si debbe ed il tuo giogo infranto.

35

Ma di troppo gran tratto allontanato

Son da Topaia, e là ritorno in fretta,

Dove accolto, o lettori, in sul mercato

Un infinito popolo m’aspetta,

Che un infinito cicalar di stato

Ode o presume udir, loda o rigetta,

E si consiglia o consigliarsi crede,

E fa leggi o di farle ha certa fede.

36

Chi dir potria le pratiche, i maneggi,

Le discordie, il romor, le fazioni

Che soglion accader quando le greggi

Procedono a sì fatte elezioni,

Per empier qual si sia specie di seggi,

Non che sforniti rifornire i troni?

Tutto ciò fra coloro intervenia,

E da me volentier si passa via.

37

E la conclusion sola toccando,

Dico che dopo un tenzonare eterno

All’alba ed alle squille, or disputando

Dello stato di fuori, or dell’interno,

Novella monarchia fu per comando

Del popol destinata al lor governo:

Una di quelle che temprate in parte

Son da statuti che si chiaman carte.

38

Se d’Inghilterra più s’assomigliasse

Allo statuto o costituzione,

Com’oggi il nominiamo, o s’accostasse

A quel di Francia o d’altra nazione,

Con Parlamenti o corti alte o pur basse,

Di pubblica o di regia elezione,

Doppio o semplice alfin, come in Ispagna,

Lo statuto de’ topi o carta magna,

39

Da tutto quel che degli antichi ho letto

Dintorno a ciò, raccor non si potria.

Questo solo affermar senza sospetto

D’ignoranza si può né di bugia,

Essere sotto il prence allora eletto

Da’ topi, e la novella signoria,

Quel che, se in verso non istesse male,

Avrei chiamato costituzionale.

40

Deputato a regnar fu Rodipane,

Genero al morto re Mangiaprosciutti.

Così quando Priamo alle troiane

Genti e di sua radice i tanti frutti

Mancàr, fuggendo a regioni estrane

Sotto il genero Enea convenner tutti:

Perché di regno alfin sola ci piace

La famiglia real creder capace.

41

E quella estinta, i prossimi di sangue

E poscia ad uno ad un gli altri parenti

Cerchiam di grado in grado insin che langue

Il regio umor negli ultimi attenenti.

Né questo in pace sol, ma quando esangue

Il regno è omai per aspri trattamenti,

Allor per aspra e sanguinosa via

Ricorre in armi a nova dinastia.

42

E quando per qualunque altra occorrenza

Mutando stato il pristino disgombra,

Di qualche pianta di real semenza

Sempre s’accoglie desioso all’ombra.

Qual pargoletto che rimasto senza

La gonna che il sostiene e che l’adombra,

Dopo breve ondeggiar tosto col piede,

Gridando, e con la man sopra vi riede.

43

O come ardita e fervida cavalla

Che di mano al cocchier per gioco uscita,

A gran salti ritorna alla sua stalla,

Dove sferza, e baston forse, l’invita;

O come augello il vol subito avvalla

Dalle altezze negate alla sua vita,

Ed alla fida gabbia ove soggiorna

Dagli anni acerbi, volontario torna.

44

Re cortese, per altro, amante e buono

Veggo questo in antico esser tenuto,

Memore ognor in quanto appiè del trono

Soggetto infra soggetti era vissuto:

Al popol in comun per lo cui dono,

E non del cielo, al regno era venuto,

Riconoscente; e non de’ mali ignaro

Di questo o quel, né di soccorso avaro.

45

E lo statuto o patto che accettato

Dai cittadini avea con giuramento,

Trovo che incontro allo straniero armato

Difese con sincero intendimento,

Né perché loco gliene fosse dato,

Di restarsene sciolto ebbe talento.

Di questo, poi che la credenza eccede,

Interpongo l’altrui, non la mia fede.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006