Giacomo Leopardi

Paralipomeni della Batracomiomachia

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, vol. I da p.247 a p. 292 “I Paralipomeni della Batracomiomachia”, Sansoni, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti

Alla pag. CXI Binni parla dei Paralipomeni

CANTO PRIMO

 

1

Poi che da’ granchi a rintegrar venuti

Delle ranocchie le fugate squadre,

Che non gli aveano ancor mai conosciuti,

Come volle colui ch’a tutti è padre,

Del topo vincitor furo abbattuti

Gli ordini, e volte invan l’opre leggiadre,

Sparse l’aste pel campo e le berrette

E le code topesche e le basette;

2

Sanguinosi fuggian per ogni villa

I topi galoppando in su la sera,

Tal che veduto avresti anzi la squilla

Tutta farsi di lor la piaggia nera:

Quale spesso in parete, ove più brilla

Del Sol d’autunno la dorata sfera,

Vedi un nugol di mosche atro, importuno,

Il bel raggio del ciel velare a bruno.

3

Come l’oste papal cui l’alemanno

Colli il franco a ferir guidava il volto,

Da Faenza, onde pria videro il panno

Delle insegne francesi all’aria sciolto,

Mosso il tallon, dopo infinito affanno,

Prima il fiato in Ancona ebbe raccolto;

Cui precedeva in fervide, volanti

Rote il Colli, gridando, avanti avanti;

4

O come dianzi la fiamminga gente,

Che Napoli infelice avea schernita,

Viste l’armi d’Olanda, immantinente

La via ricominciò ch’avea fornita,

Né fermo prima il piè, che finalmente

Giunse invocata la francese aita;

Tale i topi al destin, di valle in valle,

Per più di cento miglia offrìr le spalle.

5

Passata era la notte, e il dì secondo

Già l’aria incominciava a farsi oscura,

Quando un guerrier chiamato il Miratondo,

A fuggir si trovò per un’altura;

Ed o fosse ardimento, ovver ch’al mondo

Vinta dalla stanchezza è la paura,

Fermossi; e di spiar vago per uso,

Primo del gener suo rivolse il muso.

6

E ritto in su due piè con gli occhi intenti,

Mirando quanto si potea lontano,

Di qua, di là, da tutti quattro i venti,

Cercò l’acqua e la terra, il monte e il piano,

Spiò le selve, i laghi e le correnti,

Le distese campagne e l’oceano;

Né vide altro stranier, se non farfalle

E molte vespe errar giù per la valle.

7

Granchi non vide già, né granchiolini,

Né d’armi ostili indizio in alcun lato.

Soli di verso il campo i vespertini

Fiati venian movendo i rami e il prato,

Soavemente susurrando, e i crini

Era gli orecchi molcendo al buon soldato.

Era il ciel senza nubi, e rubiconda

La parte occidentale, e il mar senz’onda.

8

Rinvigorir sentissi, ed all’aspetto

Di sì queta beltà l’alma riprese

Il Miratondo. E poi che con effetto,

Quattro volte a girar per lo paese

Le pupille tornando, ogni sospetto

Intempestivo e vano esser comprese,

Osò gridare a’ suoi compagni eroi:

Sì gran fede prestava agli occhi suoi.

9

Non con tanta allegrezza i diecimila

Cui lor propria virtù d’Europa ai liti

Riconducea, dall’armi e dalle fila

Del re persian per tanta terra usciti,

La voce udìr, che via di fila in fila

S’accrescea, di color che pria saliti

Onde il mar si scopria, qual chi mirare

Crede suo scampo, gridàr, mare, mare,

10

Con quanta i topi, omai ridotti al fine

Per fatica e per tema, udiro il grido

Del buono esplorator, cui le marine

Caverne muggìr con tutto il lido:

Ch’era d’intorno intorno ogni confine

Ove il guardo aggiungea, tranquillo e fido;

Che raccorsi e far altro, e che dal monte

Di novo convenia mostrar la fronte.

11

Altri in sul poggio, ed altri appiè dell’erta,

Convenner da più bande i fuggitivi,

Cui la tema, in un dì, per via deserta,

Mille piagge avea mostro e mille rivi;

Smarriti ancora, e con la mente incerta,

E dal corso spossati e semivivi;

E incominciàr tra loro a far consiglio

Del bisogno presente e del periglio.

12

Già la stella di Venere apparia

Dinanzi all’altre stelle ed alla luna:

Tacea tutta la piaggia, e non s’udia

Se non il mormorar d’una laguna,

E la zanzara stridula, ch’uscia

Di mezzo la foresta all’aria bruna:

D’espero dolce la serena imago

Vezzosamente rilucea nel lago.

13

   Taceano i topi ancor, quasi temendo

I granchi risvegliar, benché lontani,

E chetamente andavan discorrendo

Con la coda in gran parte e con le mani,

Maravigliando pur di quell’orrendo

Esercito di bruti ingordi e strani,

E partito cercando a ciascheduna

Necessità della comun fortuna.

14

   Morto nella battaglia era, siccome

Nel poema d’Omero avete letto,

Mangiaprosciutti, il qual, credo, per nome

Mangiaprosciutti primo un dì fu detto;

Intendo il re de’ topi; ed alle some

Del regno sostener nessuno eletto

Avea morendo, e non lasciato erede

Cui dovesser gli Dei la regia sede.

15

Ben di lui rimaneva una figliuola,

Leccamacine detta, a Rodipane

Sposata, e madre a quello onde ancor vola

Cotanta fama per le bocche umane,

Rubabriciole il bel, dalla cui sola

Morte il foco scoppiò fra topi e rane:

Tutto ciò similmente o già sapete,

O con agio in Omero il leggerete.

16

Ma un tedesco filologo, di quelli

Che mostran che il legnaggio e l’idioma

Tedesco e il greco un dì furon fratelli,

Anzi un solo in principio, e che fu Roma

Germanica città, con molti e belli

Ragionamenti e con un bel diploma

Prova che lunga pezza era già valica

Che fra’ topi vigea la legge salica.

17

Che non provan sistemi e congetture

E teorie dell’alemanna gente?

Per lor, non tanto nelle cose oscure

L’un dì tutto sappiam, l’altro niente,

Ma nelle chiare ancor dubbi e paure

E caligin si crea continuamente:

Pur manifesto si conosce in tutto

Che di seme tedesco il mondo è frutto.

18

Dunque primieramente in provvedere

A se di novo capo in quelle strette

Porre ogni lor pensier le afflitte schiere

Per lo scampo comun furon costrette:

Dura necessità, ch’uomini e fere

Per salute a servaggio sottomette,

E della vita in prezzo il mondo priva

Del maggior ben per cui la vita è viva.

19

Stabile elezion per or non piacque

Far; né potean; ma differire a quando

In Topaia tornati, ove già nacque

La più parte di lor, la tema in bando

Avrian cacciata, e le ranocchie e l’acque

E seco il granchio barbaro e nefando,

Né credean ciò lontan lunga stagione,

Avrian posto in eterna oblivione.

20

Intanto il campo stesso, e la fortuna

Commetter del ritorno, e dei presenti

Consigli e fatti dar l’arbitrio ad una

Militar potestà furon contenti.

Così quando del mar la vista imbruna,

Popol battuto da contrarii venti

Segue l’acuto grido onde sua legge

Dà colui che nel rischio il pin corregge.

21

Scelto fu Rubatocchi a cui l’impero

Si desse allor di mille topi e mille:

Rubatocchi, che fu, come d’Omero

Sona la tromba, di quel campo Achille.

Lungamente per lui sul lago intero

Versàr vedove rane amare stille;

E fama è che insin oggi appo i ranocchi

Terribile a nomar sia Rubatocchi.

22

Né Rubatocchi chiameria la madre

Il ranocchin per certo al nascimento,

Come Annibale, Arminio odi leggiadre

Voci qui gir chiamando ogni momento:

Così di nazion quello che padre

È d’ogni laude, altero sentimento

Colpa o destin, che molta gloria vinse,

Già trecent’anni, in questa terra estinse.

23

Mancan Giulii e Pompei, mancan Cammilli

E Germanici e Pii, sotto il cui nome

Faccia ai nati colei che partorilli

A tanta nobiltà, lavar le chiome?

A veder se alcun dì valore instilli

In lor la rimembranza, e se mai dome

Sien basse voglie e voluttà dal riso

Che un gran nome suol far di fango intriso?

24

Intanto a studio là nel Trasimeno

Estranio peregrin lava le membra,

Perché la strage nostra onde fu pieno

Quel flutto, con piacer seco rimembra:

La qual, se al ver si guarda, nondimeno

Zama e Cartago consolar non sembra:

E notar nel Metauro anco potria

Quegli e Spoleto salutar per via.

25

Se questo modo, ond’hanno altri conforto,

Piacesse a noi di seguitar per gioco,

In molte acque potremmo ire a diporto,

E di più selve riscaldarci al foco,

Ed in più campi dall’occaso all’orto

Potremmo, andando, ristorarci un poco,

E tra via rimembrar più d’un alloro

E nelle nostre e nelle terre loro.

26

Tant’odio il petto agli stranieri incende

Del nome italian, che di quel danno

Onde nessuna gloria in lor discende,

Sol perché nostro fu, lieti si fanno.

Molte genti provàr dure vicende,

E prave diventàr per lungo affanno;

Ma nessuna ad esempio esser dimostra

Di tant’odio potria come la nostra.

27

E questo avvien perché quantunque doma,

Serva, lacera segga in isventura,

Ancor per forza italian si noma

Quanto ha più grande la mortal natura;

Ancor la gloria dell’eterna Roma

Risplende sì, che tutte l’altre oscura;

E la stampa d’Italia, invan superba

Con noi l’Europa, in ogni parte serba.

28

Né Roma pur, ma col mental suo lume

Italia inerme, e con la sua dottrina,

Vinse poi la barbarie, e in bel costume

Un’altra volta ritornò regina;

E del goffo stranier, ch’oggi presume

Lei dispregiar, come la sorte inchina,

Rise gran tempo, ed infelici esigli

L’altre sedi parer vide a’ suoi figli.

29

Senton gli estrani, ogni memoria un nulla

Esser a quella ond’è l’Italia erede;

Sentono, ogni lor patria esser fanciulla

Verso colei ch’ogni grandezza eccede;

E veggon ben che se strozzate in culla

Non fosser quante doti il ciel concede,

Se fosse Italia ancor per poco sciolta,

Regina torneria la terza volta.

30

Indi l’odio implacato, indi la rabbia,

E l’ironico riso ond’altri offende

Lei che fra ceppi, assisa in su la sabbia,

Con lingua né con man più si difende.

E chi maggior pietà mostra che n’abbia,

E di speme fra noi gl’ignari accende

Prima il Giudeo tornar vorrebbe in vita

Ch’all’italico onor prestare aita.

31

Di Roma là sotto l’eccelse moli,

Pigmeo la fronte spensierata alzando,

Percote i monumenti al mondo soli

Con sua verghetta, il corpo dondolando;

E con suoi motti par che si consoli,

La rimembranza del servir cacciando.

Ed è ragion ch’a una grandezza tale

L’inimicizia altrui segua immortale.

32

Ma Rubatocchi, poi che della cura

Gravato fu delle compagne genti,

Fece il campo afforzar, perché sicura

Da inopinati assalti e da spaventi

Fosse la notte; e poi di nutritura

Giovare ai corpi tremuli e languenti.

Facil negozio fu questo secondo,

Perché topi a nutrir tutto è fecondo.

33

Poscia mestier gli parve all’odiato

Esercito spedir subito un messo,

A dimandar perché, non provocato,

Contra lor nella zuffa s’era messo;

Se ignaro delle rane, o collegato,

Se per error, se per volere espresso;

Se gir oltre o tornar nella sua terra,

Se volesse da’ topi o pace o guerra.

34

Era nel campo il conte Leccafondi,

Signor di Pesafumo e Stacciavento;

Topo raro a’ suoi dì, che di profondi

Pensieri e di dottrina era un portento:

Leggi e stati sapea d’entrambi i mondi,

E giornali leggea più di dugento;

Al cui studio in sua patria avea eretto,

Siccom’oggi diciamo, un gabinetto.

35

Gabinetto di pubblica lettura,

Con legge tal, che da giornali in fuore,

Libro non s’accogliesse in quelle mura,

Che di due fogli al più fosse maggiore;

Perché credea che sopra tal misura

Stender non si potesse uno scrittore

Appropriato ai bisogni universali

Politici, economici e morali.

36

Pur dagli amici in parte, e dalle stesse

Proprie avvertenze a poco a poco indotto,

Anche al romanzo storico concesse

Albergar coi giornali, e che per otto

Volumi o dieci camminar potesse;

E in fin, come dimostro è da quel dotto

Scrittor che sopra in testimonio invoco,

Alla tedesca poesia diè loco.

37

La qual d’antichità supera alquanto

Le semitiche varie e la sanscrita,

E parve al conte aver per proprio vanto

Sola il buon gusto ricondurre in vita,

Contro il fallace oraziano canto,

A studio, per uscir della via trita,

Dando tonni al poder, montoni al mare;

Gran fatica, e di menti al mondo rare.

38

D’arti tedesche ancor fu innamorato,

E chiamavale a se con gran mercede:

Perché, giusta l’autor sopra citato,

Non eran gli obelischi ancora in piede,

Né piramide il capo avea levato,

Quando l’arti in Germania avean lor sede,

Ove il senso del bello esser più fino

Veggiam, che fu nel Greco o nel Latino.

39

La biblioteca ch’ebbe, era guernita

Di libri di bellissima sembianza,

Legati a foggia varia, e sì squisita,

Con oro, nastri ed ogni circostanza,

Ch’a saldar della veste la partita

Quattro colpi non erano abbastanza.

Ed era ben ragion, che in quella parte

Stava l’utilità, non nelle carte.

40

Lascio il museo, l’archivio, e delle fiere

Il serbatoio, e l’orto delle piante,

E il portico, nel quale era a vedere,

Con baffi enormi e coda di gigante,

La statua colossal di Lucerniere,

Antico topolin filosofante,

E dello stesso una pittura a fresco,

Pur di scalpello e di pennel tedesco.

41

Fu di sua specie il conte assai pensoso,

Filosofo morale, e filotopo;

E natura lodò che il suo famoso

Poter mostri quaggiù formando il topo;

Di cui l’opre, l’ingegno e il glorioso

Stato ammirava; e predicea che dopo

Non molto lunga età, saria matura

L’altra sorte che a lui dava natura.

42

Però mai sempre a cor fugli il perenne

Progresso del topesco intendimento,

Che aspettar sopra tutto dalle penne

Ratte de’ giornalisti era contento:

E profittare a quel sempre sostenne

Ipotesi, sistemi e sentimento;

E spegnere o turbar la conoscenza

Analisi, ragione e sperienza.

43

Buon topo d’altra parte, e da qualunque

Filosofale ipocrisia lontano,

E schietto in somma e veritier, quantunque

Ne’ maneggi nutrito, e cortigiano;

Popolar per affetto, e da chiunque

Trattabil sempre, e, se dir lece, umano;

Poco d’oro, e d’onor molto curante,

E generoso, e della patria amante.

44

Questi al re de’ ranocchi, ambasciatore

Del proprio re, s’era condotto, avanti

Che tra’ due regni il militar furore

Gli amichevoli nodi avesse infranti:

E com’arse la guerra, appo il signore

Suo ritornato, dimorò tra fanti,

E sotto tende, insin che tutto il campo

Dal correr presto procacciò lo scampo.

45

Ora ai compagni, ricercando a quale

Fosse in nome comun l’uffizio imposto,

Che del campo de’ granchi al Generale

Gisse oratore, e che per gli altri tosto

D’ovviar s’ingegnasse a novo male,

Nessun per senno e per virtù disposto

Parve a ciò più del conte; il qual di stima

Tenuto era da tutti in su la cima.

46

Così da quelle schiere, a prova eretto

L’un piè di quei dinanzi, all’uso antico,

Fu, per parer di ciascheduno, eletto

Messagger dell’esercito al nemico.

Né ricusò l’uffizio, ancor ch’astretto

Quindi a gran rischio: in campo ostil, mendico

D’gni difesa, andar fra sconoscenti

D’ogni modo e ragion dell’altre genti.

47

E sebben lassa la persona, e molto

Di posa avea mestier, non però volle

Punto indugiarsi al dipartir: ma colto

Brevissimo sopor su l’erba molle,

Sorse a notte profonda, e seco tolto

Pochi servi de’ suoi, tacito il colle

Lasciando tutto, e sonnolento, scese,

E per l’erma campagna il cammin prese.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006