Giacomo Leopardi

I nuovi credenti

1836

Edizione di riferimento:

Giacomo Leopardi, Poesie e prose, vol. I, a cura di Rolando Damiani e Mario Andrea Rigoni, Mondadori, Milano, 1987 e successive ristampe. Testo a p. 396 ss., commento a p. 1064 ss.

Anno probabile di composizione: 1836.

Nota testuale

Il testo venne pubblicato, per la prima volta, negli Scritti vari inediti di Giacomo Leopardi dalle carte napoletane, Firenze, Successori Le Monnier 1906, alle pp. 3-7,  che tengono conto di uno solo dei due autografi, entrambi di mano del Ranieri, che della satira ci restano. Da ciò le discordanze con edizioni recenziori, che invece considerano anche il secondo autografo (attualmente, come l’altro, alla Biblioteca Nazionale di Napoli). Questo secondo autografo venne scoperto dal Moroncini, che l’utilizzò nella sua edizione del 1931, e venne poi rivisto con intelligenza da Leone Ginzburg, nel 1938. Il Flora, e dietro di lui Binni-Ghidetti, faranno un passo indietro, riprendendo, in sostanza, la prima edizione. Il Rigoni (G. L., Poesie e prose, vol. I, Mondadori, Milano, 1987 e successive ristampe) si rifà invece al Moroncini, mediato dal Ginzburg. Si è esemplato il testo su questi ultimi, in quanto il secondo autografo risulta essere quello originale, mentre il primo pubblicato (non a caso pubblicato per primo) risulta essere una copia in funzione del progettato inserimento all’interno dei Canti. In effetti non è del tutto escluso, anche se improbabile, che questo componimento dovesse farne parte: al riguardo le testimonianze del Ranieri sono, come suo solito, non troppo chiare. Anno probabile di composizione: 1836. [A. Fregnani]

MetroCapitolo ternario (in pratica lo stesso metro della Commedia) in stile bernesco.

I NUOVI CREDENTI.

Ranieri mio, le carte ove l’umana

Vita esprimer tentai, con Salomone

Lei chiamando, qual soglio, acerba e vana,

Spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone,

Da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo,                   5

E spiaccion per Toledo alle persone.

Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo

Impinguan del Mercato, e quei che vanno

Per l’erte vie di San Martino a volo;

Capodimonte, e quei che passan l’anno             10

In sul Caffè d’Italia, e in breve, accesa

D’un concorde voler tutta in mio danno

S’arma Napoli a gara alla difesa

De’ maccheroni suoi; che a’ maccheroni

Anteposto il morir, troppo le pesa.                          15

E comprender non sa, quando son buoni,

Come per virtù lor non sien felici

Borghi, terre, provincie e nazioni.

Che dirò delle triglie e delle alici?

Qual puoi bramar felicità più vera                            20

Che far d’ostriche scempio infra gli amici?

Sallo Santa Lucia, quando la sera,

Poste le mense, al lume delle stelle,

Vede accorrer le genti a schiera a schiera,

E di frutta di mare empier la pelle.                    25

Ma di tutte maggior, piena d’affanno,

Alla vendetta delle cose belle

Sorge la voce di color che sanno,

E che insegnano altrui dentro ai confini

Che il Liri e un doppio mar battendo vanno.          30

Palpa la coscia, ed i pagati crini

Scompiglia in su la fronte, e con quel fiato

Soave, onde attoscar suole i vicini,

Incontro al dolor mio dal labbro armato

Vibra d’alte sentenze acuti strali                              35

Il valoroso Elpidio; il qual beato

Dell’amor d’una dea che batter l’ali

Vide già dieci lustri, i suoi contenti

A gran ragione omai crede immortali.

Uso già contra il ciel torcere i denti                    40

Finchè piacque alla Francia; indi veduto

Altra moda regnar, mutati i venti,

Alla pietà si volse, e conosciuto

Il ver senz’altre scorte, arse di zelo,

E d’empio a me dà nome e di perduto.                    45

E le giovani donne e l’evangelo

Canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede

Di sua molta virtù spera nel cielo.

Pende dal labbro suo con quella fede

Che il bimbo ha nel dottor, levando il muso           50

Che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede,

Galerio, il buon garzon, che ognor deluso

Cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio;

Che da Venere il fato avealo escluso.

Per sempre escluso: ed ei contento e pio,          55

Loda i raggi del dì, loda la sorte

Del gener nostro, e benedice Iddio.

E canta; ed or le sale ed or la corte

Empiendo d’armonia, suole in tal forma

Dilettando se stesso, altrui dar morte.                      60

Ed oggi del suo duca egli su l’orma

Movendo, incontro a me fulmini elice

Dal casto petto, che da lui s’informa.

- Bella Italia, bel mondo, età felice,

Dolce stato mortal! grida tossendo                           65

Un altro, come quei che sogna e dice;

A cui per l’ossa e per le vene orrendo

Veleno andò già sciolto, or va commisto

Con Mercurio ed andrà sempre serpendo.

Questi e molti altri che nimici a Cristo               70

Furo insin oggi, il mio parlare offende,

Perchè il vivere io chiamo arido e tristo.

E in odio mio fedel tutta si rende

Questa falange, e santi detti scocca

Contra chi Giobbe e Salomon difende.                     75

Racquetatevi, amici. A voi non tocca

Delle umane miserie alcuna parte,

Che misera non è la gente sciocca.

Nè dissi io questo, o se pur dissi, all’arte

Non sempre appieno esce l’intento, e spesso          80

La penna un poco dal pensier si parte.

Or mia sentenza dichiarando, espresso

Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna

Non è dagli astri alcun poter concesso.

Non al dolor, perchè alla vostra cuna                85

Assiste, e poi su l’asinina stampa

Il piè per ogni via pon la fortuna.

E se talor la vostra vita inciampa,

Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio

Il non sentire e il non saper vi scampa.                    90

Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio

Rompon l’alme ben nate; a voi tal male

Narrare indarno e non inteso io soglio.

Portici, San Carlin, Villa Reale,

Toledo, e l’arte onde barone è Vito [1],                     95

E quella onde la donna in alto sale,

Pago fanno ad ogni or vostro appetito;

E il cor, che nè gentil cosa, nè rara,

Nè il bel sognò giammai, nè l’infinito.

Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,                  100

A cui grava il morir; noi femminette,

Cui la morte è in desio, la vita amara.

Voi saggi, voi felici: anime elette

A goder delle cose: in voi natura

Le intenzioni sue vede perfette.                               105

Degli uomini e del ciel delizia e cura

Sarete sempre, infin che stabilita

Ignoranza e sciocchezza in cor vi dura:

E durerà, mi penso, almeno in vita.

Nota

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[1] «Celebre venditore di sorbetti, che divenuto ricco, comperò una baronia, e fu domandato il barone Vito». [Nota di Antonio Ranieri]

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Ultimo aggiornamento: 20 gennaio 2010