Giacomo Leopardi

LA GUERRA DE’ TOPI E DELLE RANE

[1821-1822]

Edizione di riferimento

Tratto da: Giacomo Leopardi, Tutte le opere, con introduzione e a cura di Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, 2 voll., Sansoni editore, Firenze 1969

CANTO PRIMO

1

Mentre a novo m’accingo arduo lavoro,

O Muse, voi da l’Eliconie cime

Scendete a me ch’il vostro aiuto imploro:

Datemi vago stil, carme sublime:

Antica lite io canto, opre lontane,

La Battaglia de’ topi e de le rane.

2

Su le ginocchia ho le mie carte; or fate

Che nota a ogni mortal sia l’opra mia,

Che salva giunga alla più tarda etate

Per vostro dono, e che di quanto fia

Che su le carte a voi sacrate io scriva

La fama sempre e la memoria viva.

3

I nati già dal suol vasti giganti

Di que’ topi imitò la razza audace:

Di nobil foco accesi, ira spiranti

Vennero al campo; e - non è mendace

Il grido ch’oggi ancor va per la terra,

Questo l’origin fu di quella guerra.

4

Un topo un dì, fra’ topi il più leggiadro,

Venne d’un lago a la fangosa sponda:

Campato allor d’un gatto astuto e ladro,

Acchetava il timor con la fresch’onda:

Mentre beveva, un garrulo ranocchio

Dal pigro stagno a lui rivolse l’occhio.

5

Se gli fece vicino e a dirgli prese:

« A che venisti e d’onde o forestiero?

Di che gente sei tu, di che paese?

Che famiglia è la tua? narrami il vero;

Ché se da ben conoscerotti e umano,

Valicar ti farò questo pantano.

6

Io guida ti sarò, meco verrai

A le mie terre ed al palazzo mio;

Quivi ospitali e ricchi doni avrai,

Ché Gonfiagote il principe son io;

Ho ne lo stagno autorità sovrana,

E m’obbedisce e venera ogni rana.

7

La Donna già mi partoria de l’acque

Che, per amor, col mio gran padre Limo

Un giorno in riva a l’Eridan si giacque:

Ma vago sei tu pur: s’io bene estimo,

Qualche rara virtude in te si cela.

Schietto ragiona, e l’esser tuo mi svela. »

8

« Amico, » disse il topo, « e che mai brami?

Non è Dio che m’ignori, augello o uomo,

E tu dunque non sai come mi chiami?

Or bene, Rubabriciole io mi nomo:

Il mio buon padre Rodipan s’appella,

Topo di fino pel, d’anima bella.

9

Mia madre è Leccamacine, la figlia

Del rinomato re Mangiaprosciutti.

Con gioia universal de la famiglia

Mi partorì dentro una buca, e tutti

I più squisiti cibi, e noci e fichi

Furo il mio pasto a que’ bei giorni antichi.

10

Ma come vuoi che amico tuo diventi,

Se di noi sì diversa è la natura?

Tu di sguazzar ne l’acqua ti contenti;

Ogni miglior vivanda è mia pastura;

Di quanto mangia l’uom gustare ho in uso,

E non è parte ov’io non ficchi il muso.

11

Rodo il più bianco pane e il meglio cotto,

Che dal suo cesto la mia fame invita,

Buoni bocconi di focaccia inghiotto

Di granella di sesamo condita,

E fette di prosciutto e fegatelli

Con bianca veste ingrassanmi i budelli.

12

Non si tosto è premuto il dolce latte,

Ch’assaggio il cacio fabbricato appena;

Frugo cucine e visito pignatte

E quanto a l’uomo apprestasi da cena:

È mio qualunque cibo inzuccherato,

Che Giove stesso invidia al mio palato.

13

Non pavento di Marte il fiero aspetto,

E se pugnar si dee non fuggo o tremo.

De l’uomo anco talor balzo nel letto,

De l’uom ch’è sì membruto, e pur nol temo;

Anzi pian pian gli vo rodendo il piede,

E quei segue a dormir, né se n’avvede.

14

Due cose io temo; lo sparvier maligno

E il gatto ch’è per noi sempre in agguato.

S’avvien che il topo cada in quell’ordigno

Che trappola si chiama, egli è spacciato;

Ma più che mai del gatto abbiam paura:

Arte non val con lui, non val fessura.

15

Non mangio ravanelli o zucche o biete;

Questi cibi non fari per lo mio dente.

E pur ne l’acqua voi null’altro avete:

Ben volentieri ve ne fo presente. »

Rise la rana e disse: « Hai molta boria,

Ma dal ventre ti vien tutta la gloria.

16

Hanno i ranocchi ancor leggiadre cose

E ne gli stagni loro e fuor de l’onde.

Ciascun di noi sopra le rive erbose

Scherza a suo grado, o nel pantan s’asconde,

Perch’a la razza mia dal ciel fu dato

Notar ne l’acqua e saltellar nel prato.

17

Saper vuoi se ’l notar piaccia o non piaccia?

Montami su la schiena: abbi giudizio,

Sta saldo, e al collo gettami le braccia,

Che non t’abbi a cadere in precipizio:

Così verrai per quest’ignota via

Senza rischio nessuno a casa mia. »

18

Così dicendo gli omeri gli porse.

Balzovvi il sorcio e con le mani il collo

Del ranocchio abbracciò che via sen corse,

E sopra il tergo seco trasportollo.

Ridea da prima il topo malaccorto,

Che si vedeva ancor vicino al porto.

19

Ma poi che in mezzo dei pantan trovossi

E che la ripa omai vide lontana, C

onobbe il rischio, si pentì, turbossi,

Forte co’ piè stringevasi a la rana,

Piangendo si dolea, svelleva i crini,

Il suo fallo accusava ed i destini.

20

Voti a Giove facea, pregava il cielo

Che soccorso gli desse in quell’estremo,

Sudava tutto, e ne gocciava il pelo;

Stese la coda in acqua, e, come un remo,

Dietro se la traea, girando l’occhio

Ora alla riva opposta ora al ranocchio.

21

Pallido affin gridò: « Che reo cammino,

Che strada è questa mai! quando a la meta,

Deh quando arriverem? Quel bue divino

Così non conduceva Europa in Creta

Portandola per mar sopra la schiena,

Com’ora a casa sua questi mi mena. »

22

Dicea, quand’ecco fuor de la sua tana

Con alto collo un serpe esce a fior d’onda:

Il topo inorridì, gelò la rana;

Ma questa giù ne l’acqua si profonda,

Fugge il periglio, e il topo sventurato

Lascia al talento de l’avverso tato.

23

Disteso ondeggia, e vòlto sottosopra

Il meschinel teneramente stride;

Col corpo e co le zampe invan s’adopra

Di sostenersi a galla: or quando vide

Ch’era già molle, e che il suo proprio pondo

Del lago già lo trascinava al fondo,

24

Co’ calci la mortale onda spingendo,

Disse con fioca voce: « Alfin sei pago,

Barbaro Gonfiagote. Intendo, intendo

I tradimenti tuoi: su questo lago

Mi traesti per vincermi ne i flutti,

Ché vano era assalirmi a piedi asciutti.

25

Tu mi cedevi in lotta e al corso , e m’hai

Qua condotto a morir per nera invidia:

Ma da gli Dei giusta mercede avrai;

I topi puniran la tua perfidia;

Veggio le schiere, veggio l’armi e l’ira;

Vendicato sarò. » Sì dice, e spira.

CANTO SECONDO

1

Leccapiatti, che allor sedea sul lido,

Fu spettator de l’infelice evento;

S’accapricciò, mise in vederlo un grido,

Corse - a recar la nova, e in un momento

Di corruccio magnanimo e di sdegno

Tutto quanto avvampò de’ topi il regno.

2

Banditori n’andàr per ogni parte

Chiamando i sorci a generai consiglio.

Concorde si levò grido di Marte,

Mentre di Rodipan l’estinto figlio

Nel mezzo del pantan giacea supino,

Né per anco a la ripa era vicino.

3

Tutti quel giorno appresso di buon’ora

Levarsi e a casa andàr di Rodipane.

Gli sedevano intorno, e quegli allora

alzossi e prese a dire: « Ahi triste rane

Che a me recaro atroce, immenso affanno,

A voi tutti però comune è il danno.

4

Sciagurato ch’io son! tre figli miei

Sul più bello involò morte immatura:

Per lo ribaldo gatto un ne perdei;

Lo si aggraffò ch’uscia d’una fessura:

La trappola, con cui feroce e scaltro

L’uom fa strage di noi, men tolse un altro.

5

Restava il terzo, quel sì prode e vago,

A me sì caro ed a la moglie mia.

Da Gonfiagote a naufragar nel lago

Questi fu tratto. E che badiamo? Or via

Usciam contro le rane, armiamci in fretta.

Peran tutte, ché giusta è la vendetta. »

6

Taciuto ch’ebbe il venerando topo,

Fecer plauso gli astanti al suo discorso;

« Armi, » gridaro, « a l’armi »; e pronto a l’uopo

Venne di Marte il solito soccorso,

Che le persone a far via più sicure

L’esercito fornì de l’armature.

7

Di cortecce di fava aperte e rotte

In un punto si fer gli stivaletti

(Rosa giusto l’avean quell’altra notte);

Di canne s’aiutàr pe’ corsaletti,

Di cuoio per legarle, e fu d’un gatto

Che scorticato avean da lungo tratto.

8

Gli scudi fur di quelle audaci schiere

Unti coperchi di lucerne antiche;

Gusci di noce furo elmi e visiere;

Aghi fur lance. Alfin d’aste e loriche

E d’elmi e di tutt’altro apparecchiata,

In campo uscì la poderosa armata.

9

De le ranocchie il popolo si scosse

A la triste novella. Usciro in terra;

E mentre consultavano qual fosse

L’improvvisa cagion di quella guerra,

Ecco venir Montapignatte il saggio,

Figlio del semideo Scavaformaggio.

10

Piantossi fra la turba, e la cagione

Di sua venuta espose in questi accenti:

« Uditori, l’eccelsa nazïone

De’ topi splendidissimi e potenti

Nunzio di guerra a le ranocchie invia

E le disfida per la bocca mia.

11

Rubabriciole vider co i lor occhi

In mezzo al lago, ove lo trasse a morte

Gonfiagote il re vostro. Or de’ ranocchi

Quale ha più saldo cor, braccio più forte,

S’armi tosto e a pugnar venga con noi. »

E detto questo fe’ ritorno a i suoi.

12

Ne’ ranocchi un tumulto allor si desta,

Di Gonfiagote il rege ognun si dole,

Trema e palpita ognun per la sua testa,

Né l’amara disfida accettar vuole:

Ma de la funestissima novella

Per consolargli il re così favella.

13

« Cacciate, rane mie, questi timori,

Ch’io, come tutti voi, sono innocente;

Non date fede a i topi mentitori.

Ben so che certo sorcio impertinente;

Del notar che voi fate emulo e vago,

Si mise a l’acqua e s’affogò nel lago.

14

Nol vidi tuttavia quando annegossi,

Né la cagione io fui de la sua morte.

Ma di color che a nocervi son mossi

Non è la razza vostra assai più forte?

Corriamo a l’arme, e de lo sciocco ardire

Ne la battaglia avrannosi a pentire.

15

Udite attentamente il pensier mio.

Ben armati porremci su la riva

Tutti là dov’ertissimo è il pendio.

Aspetteremo i topi, e quando arriva

La loro armata, tutti lor da l’alto

Costringeremo a far ne l’acqua un salto.

16

Così fuor d’ogni rischio in un sol giorno

Distruggerem l’esercito nemico,

Né fia chi dal pantan faccia ritorno.

Date orecchio pertanto a quel che dico:

In assetto poniamci allegramente,

Ché sbrigheremci or or di quella gente. »

17

Ubbidiscono a gara e con le foglie

De le malve si fanno gli schinieri;

Bieta da far corazze ognun raccoglie,

Cavoli ognun disveste a far brocchieri,

Di chiocciole  ricopresi la testa,

E a far da mezza picca un giunco appresta.

18

Mentre vestita già con fiero volto

Sta l’armata sul lido e i topi attende,

Giove a lo stuol de’ numi in cielo accolto

Le due falangi addita, e a parlar prende:

« Vedete colaggiù quei tanti e tanti,

Emuli de’ centauri e de’ giganti?

19

Verran presto a le botte. Or chi di voi

Per li topi starà chi per le rane?

Giuro, o Palla, che i topi aiutar vuoi,

Che presso a l’are tue si fan le tane,

Usano a i sacrifizi esser presenti,

E col naso t’onorano e co’ denti. »

20

Rispose quella: « O padre, assai t’inganni:

S’andasser tutti a casa di Plutone,

Per me non fiaterei, ché mille danni

Fanno a’ miei templi, e guastan le corone

Che i devoti consacrano al mio nume,

E suggon l’olio, che si spegne il lume.

21

Ma quel che più mi scotta e quel che mai

Non m’uscirà di mente, è che persino

Mi rosero il mio velo. Io ne filai

La sottil trama. Era gentile e fino;

Ch’io l’avea pur tessuto: e già mel trovo

Tutto forato e guasto, ancor che novo.

22

Il peggio è poi ch’ognor mi sta dintorno

Il cucitor che vuol la sua mercede:

Pagar non posso, e quegli tutto il giorno

Mi viene appresso e la mercé mi chiede.

La trama, che già fecimi prestare,

Oggi né render posso né pagare.

23

Ma i lor difetti hanno le rane ancora,

E pur troppo una sera io lo provai.

Ritornata dal campo a la tard’ora,

Stanchissima a posar mi collocai;

Ma dormir non potei né chiuder gli occhi

Dal gracidare eterno de’ ranocchi.

24

Vegliar dovei con fiero duol di testa

Fin quando spunta la diurna luce,

Allor che il gallo svegliasi e fa festa.

Orsù verun di noi schermo né duce

Si faccia di costor che in guerra vanno:

Abbiasi chicchessia vittoria o danno.

25

Ferito esser potria da quelle schiere

Un nume ancor se fosse ivi presente.

Meglio è fuggire il rischio, ed a sedere

Star mirando la pugna allegramente. »

Disse Palla: e a gli Dei piacque il consiglio:

Così piegaro a la gran lite il ciglio.

CANTO TERZO

1.

Eran le squadre avverse a fronte a fronte,

E de le grida bellicose il suono

Per la valle eccheggiava e per lo monte;

Rotava il Padre un lungo immenso tuono,

E con le trombe lor mille zanzare

De la pugna il segnal vennero a dare.

2

Strillaforte primier fattosi avanti

Leccaluomo feria d’un colpo d’asta.

Non muor, ma su le zampe tremolanti

Lo sfortunato a reggersi non basta:

Cade, e a Fangoso Sbucatore intanto

Passa il corpo da l’uno a l’altro canto.

3

Quei tra la polve si ravvolge, e more;

Ma Bietolaio co l’acerba lancia

Trafigge al buon Montapignatte il core.

Mangiapan Moltivoce ne la pancia

Percosse e a terra lo mandò supino.

Mette uno strido e poi spira il meschino.

4

Godipalude allor d’ira s’accende,

Vendicarlo promette e un sasso toglie,

L’avventa, e Sbucator nel collo prende,

Ma per di sotto Leccaluomo il coglie

Improvviso con l’asta, e per la milza

(Spettacol miserando) te l’infilza

5

Vuol fuggir Mangiacavoli lontano

De la baruffa, e sdrucciola ne l’onda;

Poco danno per lui, ma nel pantano

Leccaluomo traea da l’alta sponda,

Che rotto, insanguinato, e sopra l’acque

Spargendo le budella, estinto giacque.

6

Paludano ammazzò Scavaformaggio,

Ma vedendo venir Foraprosciutti

Giacincanne perdessi di coraggio,

Lasciò lo scudo e si lanciò ne i fiutti.

Intanto Godilacqua un colpo assesta

Al re Mangiaprosciutti ne la testa.

7

Lo coglie con un sasso, e a lui pel naso

Stilla il cervello e il suol di sangue intride.

Leccapiatti in veder l’orrendo caso

Giacinelfango d’una botta uccide.

Ma Rodiporro che di ciò s’avvede

Tira Fiutacucine per un piede.

8

Da l’erto lo precipita nel lago,

Seco si getta e gli si stringe al collo;

Finché nol vede morto, non è pago:

Se non che Rubamiche vendicollo.

Corse a Fanghin, d’una lanciata il prese

A mezza la ventresca, e lo distese.

9

Vaperlofango un po’ di fango coglie,

E a Rubamiche lo saetta in faccia

Di modo ch’il veder quasi gli toglie.

Crepa il sorcio di stizza, urla e minaccia,

E con un gran macigno al buon ranocchio

Spezza la destra gamba ed il ginocchio.

10

Gracidante s’accosta allor pian piano,

E al vincitor ne l’epa un colpo tira.

Ei cade, e sotto la nemica mano

Versa gli entragni insanguinati e spira

Ciò visto Mangiagran, da la paura

Lascia la pugna e di fuggir procura.

11

Ferito e zoppo, a gran dolore e stento,

Saltando si ritragge da la riva,

Dilungasi di cheto, e lento e lento

Per buona sorte a un fossatello arriva.

Ne la zampa fra tanto a Gonfiagote

Rodipan vibra un colpo, e la percote.

12

Ma zoppicando il ranocchione accorto

Fugge, e d’un salto piomba nel pantano.

Il topo che l’avea creduto morto,

Stupisce, arrabbia, e gli sta sopra invano,

Ché del piagato re fatto avveduto

Correa Porricolore a dargli aiuto.

13

Avventa questi un colpo a Rodipane,

Ma non gli passa manco la rotella.

Così fra’ topi indomiti e le rane

La zuffa tuttavia si rinnovella,

Quando improvviso un fulmine di guerra

Su le triste ranocchie si disserra.

14

Giunse a la mischia il prence Rubatocchi,

Giovane d’alto cor, d’alto legnaggio,

Particolar nemico de’ ranocchi,

Degno figliuol d’Insidiapane il saggio,

Il più forte de’ topi ed il piú vago,

Che di Marte parea la viva imago.

15

Questi sul lido in rilevato loco

Si pone, e a’ topi suoi grida e schiamazza;

Aduna i forti, e giura che fra poco

De le ranocchie estinguerà la razza.

E lo faria da ver: ma il padre Giove

A pietà de le misere si move.

16

« Oimè, » dice a gli Dei, « che veggio in terra?

Rubatocchi il figliuol d’Insidiapane

Distrugger vuol con ostinata guerra

Tutta quanta la specie de le rane;

E forze avria da farlo ancor che solo;

Ma Palla e Marte spediremo a volo. »

17

« E che pensiero è il tuo? » Marte rispose:

« Con gente di tal sorta io non mi mesco.

Per me, padre, non fanno queste cose,

E s’anco vo’ provar, non ci riesco;

Né la sorella mia dal ciel discesa

Faria miglior effetto in quest’impresa.

18

Tutti piuttosto discendiamo insieme:

Ma certo basteranno i dardi tuoi.

I dardi tuoi che tutto il mondo teme,

Ch’Encelado atterraro e i mostri suoi,

Scaglia de’ topi ne l’ardita schiera,

E a gambe la darà l’armata intera. »

19

Disse, e Giove acconsente e un dardo afferra;

Avventa prima il tuon ch’assordi e scota

Da’ più robusti cardini la terra;

Indi lo strale orribilmente rota,

Lo scaglia, e fu quel campo in un momento

Pien di confusione e di spavento.

20

Ma il topo che non ha legge né freno,

Poco da poi torna da capo, e tosto

Vanno in rotta i nemici e vengon meno.

Ma Giove che salvargli ad ogni costo

Deliberato avea, truppa alleata

A rincorar mandò la vinta armata.

21

Venner certi animali orrendi e strani

Di specie sopra ogni altra ossosa e dura;

Gli occhi nel petto avean, fibre per mani,

Il tergo risplendente per natura,

Curve branche, otto piè, doppia la testa,

Obliquo il camminar, d’osso la vesta.

22

Granchi, detti son essi, e a la battaglia

Lo scontraffatto stuolo appena è giunto

Che si mette fra’ topi, abbranca, taglia,

Rompe, straccia, calpesta. Ecco in un punto

Sconfitto il vincitor, la rana il caccia,

E quel che la seguia fuga e minaccia.

23

Quei code e piè troncavano col morso,

E fecero un macello innanzi sera,

Fiaccando ogni arma ostil con l’aspro dorso,

E già cadeva il Sol, quando la schiera

De’ topi si ritrasse afflitta e muta;

E fu la guerra in un sol dì compiuta.

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2006