Giacomo Leopardi

Frammenti

Edizione STARITA

Edizione di riferimento:

Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Giuseppe e Domenico De Robertis, ed. A. Mondadori, serie Oscar studio, Milano 1978

XXXVII.

 Creazione: composto a Recanati forse nel 1819, pubblicato nel Nuovo ricoglitore col titolo Lo spavento notturno, troverà una definitiva collocazione tra i frammenti.

Metro: endecasillabi sciolti   

ALCETA.

Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno

Di questa notte, che mi torna a mente

In riveder la luna. Io me ne stava

Alla finestra che risponde al prato,

Guardando in alto: ed ecco all'improvviso                         5

Distaccasi la luna; e mi parea

Che quanto nel cader s'approssimava,

Tanto crescesse al guardo; infin che venne

A dar di colpo in mezzo al prato; ed era

Grande quanto una secchia, e di scintille                           19

Vomitava una nebbia, che stridea

Sì forte come quando un carbon vivo

Nell'acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo

La luna, come ho detto, in mezzo al prato

Si spegneva annerando a poco a poco,                              15

E ne fumavan l'erbe intorno intorno.

Allor mirando in ciel, vidi rimaso

Come un barlume, o un'orma, anzi una nicchia,

Ond'ella fosse svelta; in cotal guisa,

Ch'io n'agghiacciava; e ancor non m'assicuro.                  20

 

MELISSO.

E ben hai che temer, che agevol cosa

Fora cader la luna in sul tuo campo.

 

ALCETA.

Chi sa? non veggiam noi spesso di state

Cader le stelle?

 

MELISSO.

                             Egli ci ha tante stelle,

Che picciol danno è cader l'una o l'altra                             25

Di loro, e mille rimaner. Ma sola

Ha questa luna in ciel, che da nessuno

Cader fu vista mai se non in sogno.

XXXVIII.

Creazione: frammento pubblicato col n. XXXVI nell'edizione Starita, tolto dall'Elegia II composta verso la fine del 1818 per un nuovo incontro, seguito da una nuova partenza, con l'ispiratrice dell'Elegia I, che fu Il primo amore, cioè Geltrude Cassi Lazzari.

Metro: terzine

Io qui vagando al limitare intorno,

Invan la pioggia invoco e la tempesta,

Acciò che la ritenga al mio soggiorno.               3

Pure il vento muggia nella foresta,

E muggia tra le nubi il tuono errante,

Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.                  6

O care nubi, o cielo, o terra, o piante,

Parte la donna mia: pietà, se trova

Pietà nel mondo un infelice amante.                  9

O turbine, or ti sveglia, or fate prova

Di sommergermi o nembi, insino a tanto

Che il sole ad altre terre il dì rinnova.                 12

S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto

Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia

Le luci il crudo Sol pregne di pianto.                  15

XXXIX.

Creazione: Composto tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1816 a Recanati col titolo Appressamento della morte, apparve ampiamente ritoccato nell'edizione napoletana del 1835; rispetto alla stesura originaria sostituì alla prima la terza persona, immaginando una fanciulla come protagonista del racconto.

Metro: terzine

      Spento il diurno raggio in occidente,

E queto il fumo delle ville, e queta

De' cani era la voce e della gente;                                3

      Quand'ella, volta all'amorosa meta,

Si ritrovò nel mezzo ad una landa

Quanto foss'altra mai vezzosa e lieta.                         6

      Spandeva il suo chiaror per ogni banda

La sorella del sole, e fea d'argento

Gli arbori ch'a quel loco eran ghirlanda.                    9

      I ramuscelli ivan cantando al vento,

E in un con l'usignol che sempre piagne

Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.                      12

      Limpido il mar da lungi, e le campagne

E le foreste, e tutte ad una ad una

Le cime si scoprian delle montagne.                           15

      In queta ombra giacea la valle bruna,

E i collicelli intorno rivestia

Del suo candor la rugiadosa luna.                               18

      Sola tenea la taciturna via

La donna, e il vento che gli odori spande,

Molle passar sul volto si sentia.                                    21

      Se lieta fosse, è van che tu dimande:

Piacer prendea di quella vista, e il bene

Che il cor le prometteva era più grande.                     24

      Come fuggiste, o belle ore serene!

Dilettevol quaggiù null'altro dura,

Nè si ferma giammai, se non la spene.                       27

      Ecco turbar la notte, e farsi oscura

La sembianza del ciel, ch'era sì bella,

E il piacere in colei farsi paura.                                    30

      Un nugol torbo, padre di procella,

Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto,

Che più non si scopria luna nè stella.                          33

      Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,

E salir su per l'aria a poco a poco,

E far sovra il suo capo a quella ammanto.                  36

      Veniva il poco lume ognor più fioco;

E intanto al bosco si destava il vento,

Al bosco là del dilettoso loco.                                       39

      E si fea più gagliardo ogni momento,

Tal che a forza era desto e svolazzava

Tra le frondi ogni augel per lo spavento.                    42

      E la nube, crescendo, in giù calava

Ver la marina sì, che l'un suo lembo

Toccava i monti, e l'altro il mar toccava.                     45

      Già tutto a cieca oscuritade in grembo,

S'incominciava udir fremer la pioggia,

E il suon cresceva all'appressar del nembo.                48

      Dentro le nubi in paurosa foggia

Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi;

E n'era il terren tristo, e l'aria roggia.                          51

      Discior sentia la misera i ginocchi;

E già muggiva il tuon simile al metro

Di torrente che d'alto in giù trabocchi.                        54

      Talvolta ella ristava, e l'aer tetro

Guardava sbigottita, e poi correa,

Sì che i panni e le chiome ivano addietro.                   57

      E il duro vento col petto rompea,

Che gocce fredde giù per l'aria nera

In sul volto soffiando le spingea.                                  60

      E il tuon veniale incontro come fera,

Rugghiando orribilmente e senza posa;

E cresceva la pioggia e la bufera.                                63

      E d'ogn'intorno era terribil cosa

Il volar polve e frondi e rami e sassi,

E il suon che immaginar l'alma non osa.                    66

      Ella dal lampo affaticati e lassi

Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno,

Gia pur tra il nembo accelerando i passi.                    69

      Ma nella vista ancor l'era il baleno

Ardendo sì, ch'alfin dallo spavento

Fermò l'andare, e il cor le venne meno.                       72

      E si rivolse indietro. E in quel momento

Si spense il lampo, e tornò buio l'etra,

Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.                       75

      Taceva il tutto; ed ella era di pietra.

XL.

DAL GRECO DI SIMONIDE.

 Creazione: composto a Recanati tra il 1823 e il 1824, è una libera traduzione di un frammento di Simonide di Amorgo, poeta giambico vissuto nel VII secolo a.C. fu pubblicato per la prima volta nell'edizione Starita

Metro: strofa libera con molte rime

Ogni mondano evento

È di Giove in poter, di Giove, o figlio,

Che giusta suo talento

Ogni cosa dispone.

Ma di lunga stagione                                           5

Nostro cieco pensier s'affanna e cura,

Benchè l'umana etate,

Come destina il ciel nostra ventura,

Di giorno in giorno dura.

La bella speme tutti ci nutrica                             15

Di sembianze beate,

Onde ciascuno indarno s'affatica:

Altri l'aurora amica,

Altri l'etade aspetta;

E nullo in terra vive

Cui nell'anno avvenir facili e pii                          15

Con Pluto gli altri iddii

La mente non prometta.

Ecco pria che la speme in porto arrive,

Qual da vecchiezza è giunto

E qual da morbi al bruno Lete addutto;            20

Questo il rigido Marte, e quello il flutto

Del pelago rapisce; altri consunto

Da negre cure, o tristo nodo al collo

Circondando, sotterra si rifugge.

Così di mille mali                                                 25

I miseri mortali

Volgo fiero e diverso agita e strugge.

Ma per sentenza mia,

Uom saggio e sciolto dal comune errore

Patir non sosterria,

Nè porrebbe al dolore                                          30

Ed al mal proprio suo cotanto amore.

XLI.

DELLO STESSO.

 Creazione: composto, come il precedente, a Recanati tra il 1823 e il 1824, è una libera traduzione di un frammento di Simonide di Amorgo, poeta giambico vissuto nel VII secolo a.C. fu pubblicato per la prima volta nell'edizione Starita

Metro: strofa libera (endecasillabi e settenari variamente rimati; solo il v. 3 non risulta rimato)

Umana cosa picciol tempo dura,

E certissimo detto

Disse il veglio di Chio,

Conforme ebber natura

Le foglie e l'uman seme.                                      5

Ma questa voce in petto

Raccolgon pochi. All'inquieta speme,

Figlia di giovin core,

Tutti prestiam ricetto.

Mentre è vermiglio il fiore                                   10

Di nostra etade acerba,

L'alma vota e superba

Cento dolci pensieri educa invano,

Nè morte aspetta nè vecchiezza; e nulla

Cura di morbi ha l'uom gagliardo e sano.         15

Ma stolto è chi non vede

La giovanezza come ha ratte l'ale,

E siccome alla culla

Poco il rogo è lontano.

Tu presso a porre il piede                                     20

In sul varco fatale

Della plutonia sede,

Ai presenti diletti

La breve età commetti.

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Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2007