Giuseppe Bonghi

Biografia di Giacomo Leopardi

Terza parte

La maturità: i grandi Idilli

Il 12 o 13 luglio del 1825 parte per Milano, dopo aver ricevuto il permesso del padre, che facilmente glielo concede, (ma gli “spiccioli” per il viaggio deve chiederli allo zio Ettore), giungendovi il 30 dopo una sosta a Bologna dal 18 al 27. A Bologna rivede Giordani e conosce l’editore Pietro Brighenti che pubblica tra l’altro il «Caffè di Petronio», sul quale appare anonimo Il sogno. Il 27 parte controvoglia per Milano, ma durante il viaggio lo colpisce un violento dolore intestinale, che si acuisce col caldo e che lo farà soffrire per ben 14 mesi e di cui guarirà solo nell’inverno del 1827 (mi sono guarito nel cuor dell’inverno, di quel mio male del ventre, duratomi quattordici mesi, scrive infatti al Brighenti il 9 febbraio 1827). Questo male comunque tornerà spesso ad affliggerlo tanto da obbligarlo a non viaggiare più durante l’estate, quando potrà affrontare solo brevi viaggi e di notte. Il 29 giunge a Piacenza, dove pernotta, e il 30 giunge a Milano, accolto dall’editore Stella che lo aveva atteso alla fermata della carrozza.

A Milano, come abbiamo già detto, è ospite dell’editore Stella, nella casa situata vicino al Teatro alla Scala; ma il soggiorno milanese non è molto apprezzato dal poeta, attratto dal capoluogo bolognese, che spesso rimpiange sognando le passeggiate nel quartiere di San Petronio, anche se la capitale del Lombardo-Veneto è la città più moderna ed europea d’Italia, il vero centro della cultura così piena dei nuovi fermenti del Romanticismo, così vicina com’è alle nazioni europee di cultura francese e tedesca; ed è un soggiorno poco apprezzato anche perché gli uomini, come nella sua respinta Recanati, squadrano gli altri da capo a piedi allo stesso modo della gente di Montemorello alla ricerca degli altrui difetti, come scrive al fratello Carlo già il 31 luglio, il giorno dopo l’arrivo;  poco di un mese dopo, il 7 settembre precisa il suo giudizio:

Ma tu non hai ben compreso il sentimento della mia lettera. L’imbarazzo di cui ti parlava, nasceva solamente dal tuono mercantile di questa casa, la quale mi parve a prima vista la peggior locanda che mi fosse toccata nel viaggio. Poi le cose si sono un poco accomodate, e io mi sono assuefatto, e fin dalla prima sera, quantunque mi paresse di non poter durare, io era però intrepido, perchè la mia pazienza non ha confini conosciuti. Del resto, e in casa e in Milano, io sono stato sempre très - à mon aise. Quello spirito di osservazione curiosa e insolente che tu notasti in Sinigaglia vi fu notato anche da me, e mi parve che arrivasse a un grado da far perdere la pazienza anche a un mio pari; quantunque io trovassi la città già piena di gente e di fracasso, ch’era un inferno. Ma da ciò tu non devi prendere idea delle capitali. Quel che ti scrissi di Milano, fu una mia osservazione precipitata. Il fatto si è che in Milano nessun pensa a voi, e ciascuno vive a suo modo anche più liberamente che in Roma.

 A Bologna tornerà da Milano il 29 settembre, prendendo in subaffitto un appartamentino in casa di Vincenzo Aliprandi, nei pressi del teatro Nuovo, con l’aiuto di Pietro Brighenti, trattato con ogni riguardo; la paga che mensilmente gli passava l’editore Stella non bastava per i suoi bisogni più immediati, per cui fu costretto a racimolare qualche soldo dando lezioni private, a un certo Papadopoli, di cui diverrà abbastanza amico, e a un certo Polidoros: non era il massimo, ma certamente gli permetteva di sbarcare il lunario, conquistando un minimo d’indipendenza: ma quando verranno a mancare le lezioni private, sospese per motivi di salute o per impegni vari, diventerà indispensabile l’aiuto del padre. In questo periodo cerca invano, anche con l’aiuto di personaggi influenti, come Karl Bunsen ambasciatore Prussiano presso la Corte Papale, un’occupazione.

A Bologna stringe nuove amicizie, come quella con Carlo Pepoli (nel marzo 1826 scriverà Al conte Carlo Pepoli). Intanto, dopo essersi svincolato dall’impresa ciceroniana, lavora per l’editore Stella, con un accordo che gli assicura un assegno mensile, con l’impegno di curare l’edizione di alcune grandi opere classiche della Letteratura italiana; nel mese di giugno usciranno infatti le Rime di Francesco Petrarca con «l’interpretazione composta dal conte Giacomo Leopardi», nel ‘27 la Crestomazia italiana della prosa e nel ‘28 la Crestomazia italiana poetica, due antologie che andava già preparando da un paio d’anni.

Il soggiorno bolognese però non gli fa avere nuove grandi conoscenze: trascorre giornate vuote. “lontano da casa non aveva scoperto né le donne, come si era augurato a Roma, né le distrazioni, ma soltanto la sua incapacità di vivere con gli altri. Il suo habitat ideale era proprio quello coltivato da Monaldo: lo scrittoio di una camera affastellata di libri con le finestre chiuse e all’improvviso aperte come d’impeto, per ascoltare il rumore del mondo” (Damiani, All’apparir del vero, Mondadori, p. 261). La passione per Bologna era ormai svanita e nelle lunghe passeggiate novembrine verso la chiesa di San Luca e nell’ambiente circostante cerca reminiscenze di Recanati.

Trascorre così il lungo inverno, triste e freddo, allietato talvolta dalle visite in casa del medico Tommasini, di cui diventa amico e dall’affettuosa amicizia di Adelaide, la giovane figlia che sposerà un certo Maestri e che diventerà amica anche di Paolina Leopardi.

Il lunedì di Pasqua 1826 all’Accademia dei Felsinei legge l’ode A Carlo Pepoli, in una serata lunga e piena di noia: l’esibizione di Leopardi delude tutti e viene definita quella d’un dotto letterato di tetro umore. Alla seduta partecipa anche Teresa Carniani Malvezzi, nata a Firenze nel 1785 e sposatasi sedicenne con il conte Francesco Malvezzi de’ Medici, amica e corrispondente del Monti, gentildonna dilettante di letteratura, poetessa desiderosa di trovarsi al centro dell’attenzione, non bella. Teresa aveva assunto il nome arcadico di Ipsinoe Cidonia e teneva un salotto “letterario” a Bologna; si vantava di aver studiato geometria da bambina e di averne ripreso gli studi, dopo il matrimonio, insieme a quello delle letterature classiche, della filosofia e delle lingue moderne col celebre Mezzofanti, che si diceva conoscesse una ventina di lingue, parlandole abbastanza correntemente. Giacomo comincia a frequentare il suo salotto; e lui che non aveva ancora conosciuto una donna in grado di capire ciò che lui le diceva, provò per Teresa, per la prima volta in vita sua una sconvolgente e inebriante sensazione mai provata prima. Così ne parla in una lettera al fratello Carlo:

Bologna 30 maggio 1826

...

Sono entrato con una donna (Fiorentina di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una relazione, che forma ora una gran parte della mia vita. Non è giovane, ma è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l’avevo creduto impossibile) supplisce alla gioventù, e crea un’illusione meravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per ischerzo, ma viviamo insieme in un’amicizia tenera e sensibile, con un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza inquietudine. Ha per me una stima altissima; se le leggo qualche mia cosa, spesso piange di cuore senz’affettazione; le lodi degli altri non hanno  per me nessuna sostanza, le sue mi si convertono tutte in sangue, e mi restano tutte nell’anima. Ama ed intende molto le lettere e la filosofia; non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con lei dall’avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un’epoca ben marcata della mia vita, perché mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor capace d’illusioni stabili, malgrado la cognizione e l’assuefazione contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore, dopo un sonno, anzi una morte completa, durata per tanti anni.

Tanti, crediamo, quanti ne sono passati dall’incontro con la cugina Geltrude Cassi nel lontano 1817; ma l’amicizia così intensa non poteva passare inosservata agli occhi del marito di Teresa che talora la rimprovera di trattenere l’ospite fino a mezzanotte, come afferma lei stessa in una lettera inviata a Giacomo:

“Gentilissimo Leopardi, iersera mi sono buscata una bella chiassata per avere avuto l’indiscrezione di trattenervi sino a mezza notte. La mia cara metà si adombra di tutte le visite che mi vengono fatte frequenti e lunghe. Ed io sono al mondo per soffrire una dose di più degli altri viventi, e per tenermi sempre esercitata nella virtù dell’asino, nella santa pazienza”.

La relazione con Teresa si interrompe nel mese di ottobre, per naturale consunzione, vista l’impossibilità di qualsiasi altro sbocco; così le scrive Giacomo per l’ultima volta:

Bologna s.d., ma Ottobre 1826

Contessa mia. L’ultima volta che ebbi il piacere di vedervi, voi mi diceste così chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie visite. Non crediate ch’io mi chiami offeso; se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benché chiare abbastanza, non fossero ancora più chiare ed aperte. Ora vorrei dopo tanto tempo venirvi a salutarvi, ma non ardisco di farlo senza vostra licenza. Ve la domando istantemente, desiderando assai di ripetervi a voce che io sono, come ben sapete, vostro vero e cordiale amico Giacomo Leopardi.

 Una breve parentesi è il viaggio che compie a Ravenna su invito di un lontano parente, il marchese Antonio Cavalli, che desiderava mostrargli una traduzione di Cavalli, da pubblicare magari con lo Stella e che uscirà in effetti l’anno successivo ed avrà un discreto successo di pubblico. Leopardi parte da Bologna il 2 agosto e vi fa ritorno il 13, un breve soggiorno durante il quale visita la tomba di Dante, che però non gli dà le stesse profonde sensazioni della tomba di Tasso. A Ravenna viene trattato con molti riguardi dai genitori di Antonio Cavalli, che lo induce a scrivere una lettera di raccomandazione per l’editore Stella, che rifiuterà comunque la pubblicazione.

Il 3 novembre 1826 lascia Bologna e rientra a Recanati dove giunge il 10 dopo un cattivo viaggio e un giro poco felice per la Romagna, dopo 15 mesi di assenza durante i quali era riuscito a mantenersi da solo, ma non aveva avuto quella fortuna, ch’era lecito aspettarsi, vista la qualità e l’importanza di chi cercava di aiutarlo (basta ricordare l’erudito Karl Bunsen che svolgeva a Roma incarichi diplomatici come segretario dell’ambasciata di Prussia, successore di Niebhur, che dal 1816 al 1823 era stato l’incaricato di affari del governo Prussiano presso la Curia Romana), che gli permettesse di avere un impiego stabile: dalle stanze vaticane arrivarono soltanto promesse, concrete ma solo promesse.

Per tutto l’inverno Leopardi vive praticamente recluso nella casa di Montemorello e dal suo arrivo la prima volta che uscirà sarà il giorno della partenza per Bologna (come scrive a Puccinotti il 21 aprile: Quanto a me, la prima volta che in Recanati sarò uscito di casa, sarà dopo dimani, quando monterò in legno per andarmene) e trascorre l’intera giornata nella biblioteca paterna, concedendosi solo qualche passeggiata lungo lo stretto corridoio sul quale si aprono le varie stanze della casa, e alla sera soffre il freddo, anche se non come quello sofferto nell’inverno precedente a Bologna.

Alla fine del mese di febbraio 1827 comincia la correzione delle bozze delle Operette morali, che aveva consegnato il 12 maggio dell’anno prima al Moratti, agente dell’editore Stella colla promessa che sarebbe stato stampato nella collana “Biblioteca amena ed istruttiva per le donne gentili” “se l’autore non si fosse opposto”, proposito che, come abbiamo visto, scatena la reazione negativa di Leopardi che ottiene che la pubblicazione avvenga in volume unico e al di fuori di qualsiasi collana come a se stante nel 1827.

Il “pessimismo cosmico”

Gli anni dal 1823 con i viaggi a Milano e Bologna, la composizione delle Operette morali, il soggiorno a Recanati portano il poeta a un approfondimento delle problematiche umane, andando al di là del pessimismo storico. La coscienza dell’infelicità umana lo porta alla concezione del pessimismo cosmico. La Natura non è più la madre benefica che a tutto provvede e sparge speranze nell’età giovanile a piene mani e si manifesta nella bellezza del mondo, ma diventa una forza meccanica che affatica tutte le cose di moto in moto, in ogni momento dell’esistenza degli uomini degli animali e delle piante nel ciclo perenne di trasformazione della materia. In questo universo, di cui l’uomo ignora ragioni e finalità, anche se una divinità superiore e inconoscibile dovrebbe conoscere tutto (la luna nel Canto notturno):

E tu certo comprendi

Il perchè delle cose, e vedi il frutto                                      70

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l'ardore, e che procacci                                     75

Il verno co' suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

...

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

...

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so....

Ma a differenza degli animali e delle cose l’uomo ha il dono funesto della ragione e della coscienza dell’esistenza e del trascorrere sulla propria pelle, fino alla morte, alla caduta nell’orrido abisso del nulla, che non è da intendere semplicemente come ciò che non esiste, ma come il vuoto che precede il mondo sensibile nel quale noi viviamo, un mondo sconosciuto e inconoscibile che è orrido come orrido è tutto ciò che non assume le forme note del mondo che noi conosciamo

Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla.

Questo sistema, benchè urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a dire che l'universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all'ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?...

Così scrive sullo Zibaldone in Bologna il 19 aprile 1826; e queste poche parole ci fanno capire due cose fondamentali: 1) in Leopardi non si può parlare con rigore di pessimismo (il brano riportato sopra è l’unico in cui compare la parola pessimismo); 2) in Leopardi dobbiamo mettere l’attenzione sulle due dicotomie felicità-infelicità e finito-infinito, la prima riguarda essenzialmente l’esistenza umana, la seconda ciò che si trova al di là della vita e l’eternità, cioè il nulla eterno, ciò che non può essere compreso dalla mente umana perché questa è limitata e finita.

Non possiamo parlare a rigor di logica di pessimismo storico o cosmico, ma di infelicità storica o cosmica, e quindi di un’esistenza infelice che finisce nel nulla eterno, per cui in questa esistenza tutto diventa vano e inutile e all’uomo non resta che avere la coscienza di questa vita, in cui la sofferenza quotidiana è nobilitata dalla dignità umana e dalla non rassegnazione al meccanicismo universale. Così scrive nello Zibaldone in Bologna il 13 luglio 1826:

Riconosciuta la impossibilità tanto dell'esser felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria tendenza della vita dell'anima ad un fine impossibile a conseguirsi; riconosciuto che l'infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro nè deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d'infelicità, consista nel minor possibile sentimento di detta tendenza. (13 luglio 1826)

Siamo con questo giunti alla fine del secondo dei tre stadi della gioventù, che è quello della “disperazione furibonda e renitente”, elencati in modo aparentemente arido nello Zibaldone alla data del 3 Giugno 1826, mentre si trovava in Bologna:

Tre stati della gioventù: 1. speranza, forse il più affannoso di tutti: 2. disperazione furibonda e renitente: 3. disperazione rassegnata.

È una delle concenzioni più profondamente umane e sofferte dell'anima leopardiana sull'età della gioventù, un pensiero che si stacca nettamente non solo dalla morale corrente, ma anche dalla concezione religiosa e cattolica della vita, perché sgancia il pensiero umano dai concetti rigidi della formulazione dogmatica della Chiesa per calarli nell'humus stesso delle radici del vivere quotidiano che si sostiene sui tre pilastri della concezione religiosa, della concezione politica e della concezione familiare. Tre concezioni che non potranno mai essere in contrasto fra loro senza creare il rischio di una disintegrazione statuale o di una crisi individuale-umana o di una rivoluzione sociale.

I tre stati della gioventù vanno ben al di là della concezione romantica, perché pongono il problema dell'uomo sul piano eminentemente filosofico... ma le concezioni filosofiche avevano preso ben altra via e quelle del Leopardi non potevano essere prese veramente sul serio, perché facevano intravvedere una commistione di piani (filosofico, religioso e umano-sociale) che risultano difficilmente conciliabili.

Ecco: il difficile è proprio conciliare questi tre stati della gioventù con con i tre stati generali dell'uomo.

1827-1837

1827: Bologna – Firenze

 Il 23 aprile riparte da Recanati per Bologna dove giunge il 26 d’aprile e vi si trattiene per quasi due mesi; alloggia alla Locanda della Pace, dove nella prima decade di giugno lo raggiunge l’editore Stella, che alloggia per cinque giorni nella stessa locanda per aver più agio di parlare con Leopardi, che nel frattempo soffre di una aggravata flussione agli occhi, che non si presentava in questo modo dal 1819, quasi consigliere oltre che autore; è in quei giorni che Leopardi consegna il manoscritto della Crestomazia  e discute  di altri progetti, come di una “enciclopedia delle cognizioni inutili e delle cose che non si sanno”, congegnata con i materiali dello Zibaldone, sul modello del Dizionario filosofico di Voltaire; in giugno esce la prima edizione delle Operette morali.

Il 20 giugno parte da Bologna in compagnia di don Luigi Masi, amico di Brighenti, spia tra l’altro del governo pontificio, che nella vita di Leopardi rappresenta un elemento più negativo che positivo, anche se era stato sempre trattato amichevolmente e con fiducia dal poeta recanatese. Il 21 arriva a Firenze dove si sistema all’albergo della Fontana nei pressi del Mercato del grano e di Palazzo Vecchio su consiglio di Giordani e dello stesso Brighenti. A Firenze frequenta l’ambiente del Gabinetto Vieusseux, entrando in contatto con Gino Capponi, Niccolò Tommaseo, Pietro Colletta, Alessandro Poerio e dove conosce il giovane esule napoletano Antonio Ranieri, che una grande parte avrà nella sua vita. Ma le condizioni spirituali, determinate da una triste meditazione su quanto aveva raggiunto fino a quel momento, lo gettano in una disperazione un po’ sorda, tanto da fargli scrivere all’amico Francesco Puccinotti di Macerata il 16 agosto:

Sono stanco della vita, stanco della indifferenza filosofica, ch'è il solo rimedio de' mali, e della noia, ma che in fine annoia essa medesima. Non ho altri disegni, altre speranze che di morire. Veramente non metteva conto il pigliarsi tante fatiche per questo fine.

Il 3 settembre, durante un ricevimento offerto dal Gabinetto Vieusseux in onore di Alessandro Manzoni, avviene l’incontro tra il poeta recanatese e il grande scrittore e poeta milanese, che aveva appena pubblicato I promessi sposi; così descrive al padre Monaldo l’avvenimento qualche giorno dopo:

Firenze 8 settembre 1827

Carissimo Signor Padre. Rispondo pur troppo tardi alla cara sua ultima, ma Ella non si può immaginare la pena che mi dà lo scrivere, a causa del cattivo stato de’ miei occhi. Sono costretto a mancare non solo all’affezione, ma anche alla creanza, lasciando senza risposta parecchie lettere che mi vengono da persone degne di riguardo. La mia debolezza d’occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto anni in qua: tuttavia spero nell’inverno; ma l’autunno al solito me la rende più molesta. Del rimanente, grazie a Dio, sto bene, eccetto incomodi leggeri di flussioni e di stomaco. Ella indovina assai bene che io non posso curarmi molto di certe alte conoscenze, dalle quali anche non potrei sperar nulla. Me la passo con questi letterati, che sono tutti molto sociali, e generalmente pensano e valgono assai più de’ bolognesi. Tra’ forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l’Italia parla, e che ora è qui colla sua famiglia. ...

 Sono parole fredde, di circostanza, come quelle che scrive all’amico Brighenti lo stesso giorno: Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama., che corregge in parte ciò che allo stesso Brighenti aveva scritto il 30 Agosto: Qui si aspetta Manzoni a momenti. Hai tu veduto il suo romanzo, che fa tanto rumore, e val tanto poco?; e questo è anche l’unico cenno al romanzo, che Leopardi fino a quel momento non aveva neanche visto e ne aveva sentito leggere qualche pagina in una delle serate alle quali partecipava a Firenze.

Il nove di novembre si trasferisce a Pisa, facendo il viaggio in compagnia di Gaetano Cioni che accompagnava all’Università pisana il figlio Girolamo; il viaggio dura l’intera giornata, comprese due ore di sosta a Pontedera per permettere al poeta di far colazione; grazie al Cioni trova alloggio in un piccolo appartamento di via della Faggiuola, a casa di Giuseppe Soderini, soprannominato Nocciolo, di modesta ma decorosa condizione sociale; Soderini, come l’Aliprandi di Bologna, fornisce camere in affitto praticando prezzi per studenti. A Pisa trova le condizioni climatiche più adatte alle sue malferme condizioni di salute ed entra in rapporto con diversi ambienti mondani e culturali, dove viene accolto con molto favore.

In casa Soderini conosce Teresa Lucignani, cognata del padrone di casa, bionda con gli occhi azzurri e una folta capigliatura di boccoli inanellati, che lo incantava con la sua freschezza. La donna “non aveva ricevuto una vera istruzione e questo apparente difetto conferiva una grazia particolare alle sue maniere dolci, alle sue parole timide”. Ancora nella sua vecchiaia, intervistata dalla «Gazzetta letteraria» ricordava “il poeta come un uomo abitudinario e curioso, che osservava per strada con tale attenzione le coppie di innamorati da essere in grado di descrivere nei minimi dettagli i loro abiti, gli accenti della voce, le andature. Spesso si metteva alla finestra a spiare il passare delle donne” (Damiani, p. 330). Teresa rimase affezionata nel tempo all’omino deforme, che passava per uno scienziato pur studiando poco e solo alla luce del giorno e alla domenica non andava a messa. L’incontro con Teresa lo aceca riportato ai primi moti del cuore vissuti nella sua Recanati, una via di Pisa, in particolare, nella quale andava a passeggiare e che aveva ribattezzato Via delle Rimembranze, aveva risvegliato in lui sentimenti sopiti, sensazioni che sembravano passate. Ed è proprio allora che ritorna alla poesia: comincia il periodo dei Grandi Idilli. Una qualche importanza ha certamente avuto per il suo ritorno alla poesia il personaggio di Teresa, una delle pochissime persone che  poteva chiamarlo Giacomo e non conte, e Pisa, che univa in sè la caratteristica della grande città e l’intimità del borgo paesano.

1828

Il 1828 è contrassegnato dalla rinata vena poetica, da cui sgorgano versi veramente all’antica: in aprile nasce A Silvia e il 2 maggio così scrive alla sorella Paolina (riportiamo la lettera integralmente):

Pisa 2 Maggio 1828

Paolina mia. Tu ti lagni del mio lungo silenzio. Ma io, dopo aver risposto a Pietruccio, ti scrissi poco fa, e ti feci la stessa lagnanza, ora vedo che quella lettera non ti è arrivata. Le nuove che tu mi dài degli incomodi sofferti da Babbo e da Mamma e da voi altri, benché gl’incomodi, grazie a Dio, siano stati leggeri, mi hanno dispiaciuto molto; anzi mi tengono ancora angustiato; e ti prego per carità, che appena avrai ricevuto questa, mi scriva subito per dirmi che tutti siete guariti perfettamente e state bene. Dimmi ancora se domani sarete andati a fare la vostra solita scampagnata. Fatti anche dare la lettera che scrissi a Pietruccio, e rispondi a un’interrogazione che ci troverai. Io, grazie a Dio, non ho avuto mai febbre, come voi altri: la primavera mi ha incomodato e m’incomoda ancora molto, ma non mi ha mai fatto ammalare, e gl’incomodi sono passeggeri. Ma veramente la stagione è stata cattiva ancor qui, non tanto per il freddo, quanto per l’incostanza, e per il caldo fuor di tempo. Qui e in Firenze il terremoto non si è sentito, se non da certi pochi che l’hanno detto dopo che l’han visto annunziato nella gazzetta. Dimmi se costì è stato tanto forte da metter paura. Dì a Carlo che per baratto di copie della Crestomazia, ho acquistato qui, fra certi libri, la storia di Ginguené, edizione francese, che mi ricordo che egli leggeva con piacere. Bacia la mano a Babbo e Mamma: salutami tutti: abbiti cura, e non stare al sole. Io ho finita ormai la Crestomazia poetica: e dopo due anni, ho fatto dei versi quest’Aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore d’una volta. Addio, addio.

Il 4 maggio muore di tisi il fratello Luigi ventiquattrenne e grande è il dolore di Giacomo che avrebbe voluto recarsi subito a Recanati per stare vicino ai suoi familiari, ma la salute glielo impedisce: la stagione calda è già inoltrata e non può viaggiare di giorno; leggiamo integralmente la lettera inviata al padre Monaldo:

Pisa 18 maggio 1828

Mio carissimo Signor Padre. Non le parlerò del mio dolore, il quale è tanto, che io non giungo ad abbracciarlo tutto intero. Sento troppo bene quanto Ella abbia bisogno di consolazioni piuttosto che d’altro; e il pensiero dello stato suo, e di quello della Mamma e dei fratelli, è uno dei principali fra quelli che mi fanno pianger tanto.

Fino dal momento che ricevetti la cara sua dei 2, la lontananza in cui mi trovo da loro cominciò a diventarmi acerbissima. Ora poi essa mi riesce quasi insopportabile; e se tutto il viaggio di qui a Recanati si potesse far di notte, come si fa con sicurezza di qui a Firenze, io l’accerto senza alcuna esagerazione, che a quest’ora o sarei già in cammino alla volta loro, o sul punto di partire. Ma perché conosco che avendo a viaggiar di giorno, in questa stagione già per me inoltrata, non potrei reggere al caldo, dal quale ancor qui bisogna che mi abbia una cura straordinaria, sono costretto con mia gran pena ad aspettare fino alla stagione più fresca; nel qual tempo, se Dio mi darà vita, e tanta salute da poter solamente salire in un legno, non vi sarà cosa al mondo che mi impedisca di mettermi in viaggio per tornar fra loro. Intanto, per questi pochi mesi, la supplico a fare ch’io abbia le loro nuove colla maggior frequenza possibile: non potrei più viver quieto in nessuna maniera, se mi trovassi per qualche tempo senza notizie precise dello stato loro. Io per la mia parte non mancherò d’informarla del mio con altrettanta frequenza. Ora, grazie a Dio, sto bene, e rassegnato al voler divino.

Ebbi la sua lettera ier l’altro; ma quel giorno non ebbi forza di scrivere. Non ho veduto Rossi, e non me ne maraviglio, perché Ella non avrà potuto sapere il suo nome di battesimo (Antonio), ed essendo qui moltissimi i Rossi, è difficile che la lettera sia capitata al suo destino. I miei teneri saluti a tutti. Ella si abbia cura, e mi benedica. Il suo Giacomo.

Il male che si porta dietro è già tanto pesante da sopportare che bisogna che stia attento a tutto, e soprattutto ai viaggi e al caldo, perché la sua sofferenza maggiore riguarda lo stomaco, così sensibile ai cambiamenti di calore, i nervi; proprio la respirazione, sulla carrozza unitamente al caldo del giorno, diventa  molto pericolosa: un male questo che lo affliggeva già dal 1825 manifestatosi durante il primo viaggio a Milano e che ben per 14 mesi lo fece star male.

Dopo il viaggio di una notte, la mattina del 10 giugno ritorna a Firenze e nei primi giorni del soggiorno fiorentino viene colpito di nuovo dal disturbo agli intestini che lo aveva colpito a Milano, come scrive ad Adelaide Maestri. Quest’ennesimo malanno serve solo a convincerlo che il suo corpo mal sopporta i viaggi e ha bisogno di una vita più tranquilla e sedentaria, contrariamente a quanto avverrà. Il soggiorno a Firenze è caratterizzato da una salute particolarmente precaria, con emicranie troppo frequenti e gonfiori agli occhi che gli impedivano di leggere e scrivere e quasi di pensare. Deve perfino rifiutare l’offerta di una cattedra di studi danteschi all’Università di Bonn, offertagli da Karl Bunsen, rifiuto determinato soprattutto dall’incapacità di sopportare il freddo di Bonn e in piccola parte dal timore di lasciare i suoi affetti più cari.

Il rapporto con Firenze e coi fiorentini diventa in questo periodo un po’ difficile, per le insistenti lamentele di Giacomo, difficili da sopportare quando diventano continue e immutabili senza lo spiraglio di una reazione accettabile di fronte agli eventi pur negativi della sua salute. Ben altra avrebbe dovuto essere l'aria nei salotti e il poeta sempre più viene sentito come un "oggetto" estraneo e fastidioso sul quale corrono dicerie malevole e pettegolezzi pronunciati a bassa voce.

In questo periodo conosce Vincenzo Gioberti, che nutrirà una sconfinata ammirazione per la poesia leopardiana per il cui autore nutriva una istintiva affinità sentimentale e culturale, fatta di una idealità un po’ staccata dalla realtà e dalla praticità quotidiana. Il soggiorno fiorentino dura fino al 10 novembre, quando parte per l’ultima volta per Recanati, proprio con Gioberti che trascorrerà anche una notte in casa del poeta. Sarà l’ultima volta che si vedranno: la lontananza di Torino, e soprattutto la diversità delle vicende che caratterizzeranno le loro esistenze non permetteranno alcun altro incontro; e certamente questo influì in modo negativo sulla spiritualità di Giacomo e sulla sua capacità di accettare la vita.

Recanati

Dopo 11 giorni di viaggio, il 21 novembre ritorna a casa e non sa quanto vi si fermerà: “forse per sempre”: vi trascorrerà sedici mesi, fino alla partenza definitiva, sempre col desiderio vivissimo di scappare via, come scrive ad Adelaide Maestri il 31 dicembre:

Lo stato della mia salute è l’ordinario; e questo valga a dispensarmi dall’entrare in una materia che mi annoia. Quanto a Recanati, vi rispondo ch’io ne partirò, ne scapperò, ne fuggirò subito ch’io possa; ma quando potrò? Questo è quello che non vi saprei dire. Intanto siate certa che la mia intenzione non è di star qui, dove non veggo altri che i miei di casa, e dove morrei di rabbia, di noia e di malinconia, se di questi mali si morisse.

Le chiede anzi di guardarsi attorno con discrezione per vedere se “si potesse trovare costà in Parma un impiego letterario onorevole, e di non troppa fatica; tale, che si potesse accordare colla mia salute”. Ed un lavoro in effetti viene trovato: una cattedra di insegnamento di Storia naturale all’Università di Parma, per interessamento dell’amico Tommasini, padre di Adelaide Maestri: ma non se ne fa niente anche perché il “salario” mensile di soli quattro luigi al mese non avrebbe permesso al poeta di essere economicamente indipendente dai suoi genitori. L’implorazione ad Adelaide Maestri viene rivolta anche ad altri amici. Nel mese di febbraio del ’29, mentre il padre Monaldo si trova a Roma per un impegno, Carlo si sposa segretamente con Paolina Mazzagalli, bella ma squattrinata, scatenando una reazione abbastanza violenta nella famiglia; viene perdonato dal padre, ma di fatto per 12 anni la sposa non potrà mettere piede in casa Leopardi. Giacomo perde il fratello, che va a vivere in casa della sposa, l’amico e il confidente, perché le loro strade ormai divergono nettamente e a parte alcune lettere non si incontreranno più.

 Con l’uscita di casa del fratello, la sua solitudine diventa più dolorosa e aspra, tanto da ridursi non solo a mangiare da solo, e una sola volta al giorno, ma anche a vedere poco gli stessi familiari, rintanato nella sua camera e nella biblioteca paterna. Senza compagni né tranquillità, incapace di evadere da se stesso e dalle sue ossessioni, visse sprofondato in uno scoramento peggiore di quanti ne aveva conosciuti mai. Persino i suoi congiunti, osservandolo, dovettero ammettere che “in nessun posto era infelice quanto a casa sua” (Origo, p. 315). Oltretutto l’aggravarsi dell’oftalmia tra settembre e novembre, tale da impedirgli persino di leggere e scrivere, lo aveva nuovamente strappato alle sue letture. Ma neanche una situazione così drammatica sul piano spirituale riuscì a smuovere i coniugi Leopardi dal tendere una mano al figlio e permettergli di uscire da Recanati aiutandolo economicamente.

Questo soggiorno recanatese (21 novembre 1828 – 29 aprile 1830) è uno dei più fecondi della poesia leopardiana; nascono i grandi idilli: Il passero solitario, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

All’inizio del 1830 riceve un’ennesima delusione: il 9 febbraio viene tenuta la rituale adunanza dell’Accademia della Crusca per l’assegnazione, che avveniva ogni 5 anni, di un premio di mille scudi destinato a un’opera che congiungesse «purità ed eleganza di stile ... all’importanza della materia»; i voti vengono così distribuiti: 13 a Carlo Botta per la sua Storia d’Italia dal 1789 al 1814, uno a un certo Michelangelo Lanci che aveva pubblicato un’opera sulla Sacra scrittura illustrata con monumenti assiri ed egiziani ed infine uno a Leopardi per le sue Operette morali, dato da Gino Capponi o più probabilmente dall’amico Niccolini. Alcuni membri dell’Accademia non votarono il Leopardi per il tono antireligioso, per cui non potevano in effetti dirsi morali, ed altri non amavano il tono fantastico di alcune operette, specialmente La storia del genere umano.

Il 23 marzo riceve una lettera di Pietro Colletta che gli comunica l’invito a nome di «amici di Toscana» a trasferirsi a Firenze, come loro ospite, con un prestito, per un anno, di «18 francesconi al mese: questa una parte della lettera del Colletta, che comunque faceva seguito a una proposta che aveva fatto già al Leopardi il 18 aprile di un anno prima, invitandolo a seguire le orme del Botta (“Non potreste far voi come fece il Botta? Ossia, ricevere un assegnamento mensuale; lavorare a volontà, vendere i lavori, restituire le somme ricevute...”):

Sta a voi venire a viver tra noi, provvedere alla vostra salute, compiacere i vostri amici. Mi diceste una volta che 18 francesconi al mese bastavano al vostro vivere: ebbene 18 francesconi al mese Voi avrete per un anno, a cominciare, se vi piace, dal prossimo aprile. Io passerò in vostre mani, con anticipazione da mese a mese, la somma suddetta, ma non avrò altro peso ed ufficio che passarla: nulla uscirà di mia borsa: chi dà non sa a chi dà; e Voi che ricevete, non sapete da quali. Sarà prestito, qualora vi piaccia di rendere le ricevute somme; e sarà meno di prestito, se la occasione di restituire mancherà...

Giacomo, che aveva rifiutato la precedente proposta

“ma vi confesso ch’io non mi so risolvere a pubblicare in quel modo la mia mendicità. Il Botta ha dovuto farlo per mangiare: io non ho questa necessità per ora; e quando l’avessi, dubito se eleggerei prima il limosinare, o il morir di fame. E non crediate che questa mia ripugnanza nasca da superbia; ma primieramente quella cosa mi farebbe vile a me stesso, e così mi priverebbe di tutte le facoltà dell’animo; poi non mi condurrebbe al mio fine, perché stando in città grande, non ardirei comparire in nessuna compagnia, non godrei nulla, guardato e additato da tutti con misericordia.” 26-4-1829).

così risponde:

Recanati 2 aprile 1830

Mio caro Generale. Né le condizioni mie sosterrebbero ch’io ricusassi il benefizio, d’onde e come che mi venisse, e voi e gli amici vostri sapete beneficare in tal forma, che ogni più schivo consentirebbe di ricever benefizio da’ vostri pari. Accetto pertanto quello che mi offerite, e l’accetto così confidentemente, che non potendo (come sapete) scrivere, e poco potendo dettare, differisco il ringraziarvi a quando lo potrò fare a viva voce, che sarà presto, perch’io partirò fra pochi giorni. Per ora vi dirò solo che la vostra lettera, dopo sedici mesi di notte orribile, dopo un vivere dal quale Iddio scampi i miei maggiori nemici, è stata a me come un raggio di luce, più benedetto che non è il primo barlume del crepuscolo nelle regioni polari.

Io abitai costì tre mesi in via del Fosso (che è confusa per lo più con via Fiesolana), al numero 401, primo piano, con certe signore Busdraghi, buone persone e discrete. Se avrete tanta bontà di mandare a queste a chiedere se hanno camera per me che sia disoccupata, e in caso che l’abbiano, farmene avviso a Bologna, mi farete cosa carissima ed utile, perch’io andrò diritto a smontare a quell’alloggio. In caso che non l’abbiano, basterebbe, senz’altro scrivere, che vi compiaceste di fare avvisare quelli della Fontana che vedano di tenermi libera la camera che io abitava.

Addio, mio caro Generale. Non vi chiedo né della salute vostra né della storia, perché spero di parlarvene presto, e ne parleremo assai. Il vostro Leopardi.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 gennaio, 2010